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Podcast RSI – Buone notizie di sicurezza informatica: truffatori arrestati e un ransomware debellato

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Arrestati in Ucraina i responsabili di 18.000 truffe bancarie

L’Ucraina è al centro dell’attenzione mediatica per ben altri drammi, ma nel frattempo nel paese la polizia informatica ha messo a segno un risultato importante: ha annunciato di aver identificato e perquisito un call center criminale molto professionale, gestito da tre residenti della città di Dnipro che avevano assunto ben 37 operatori.

Gli operatori telefonavano alle vittime fingendo di essere addetti alla sicurezza bancaria e avvisandole che i loro conti correnti avevano subìto degli accessi non autorizzati. Poi chiedevano alle vittime di confermare i dati necessari per annullare le transazioni fraudolente, che in realtà non esistevano, almeno non in quel momento.

Con questa scusa, infatti riuscivano a farsi dare i codici di accesso all’home banking delle vittime e trasferivano il contenuto dei loro conti correnti su altri conti controllati dalla banda criminale e situati all’estero.

Stando al dipartimento di polizia informatica ucraino, le vittime di questa singola banda sono oltre 18.000 e sono residenti in Kazakistan. Se verranno riconosciuti colpevoli, i membri dell’organizzazione criminale rischiano fino a otto anni di carcere.

Questa buona notizia è un’ottima occasione per ripassare le tecniche di difesa da truffe come questa, che avvengono continuamente e ovunque nel mondo. La prima cosa da ricordare è che il numero telefonico del chiamante che vediamo sui nostri telefonini non è affidabile: è facile da falsificare, per cui non possiamo fidarci soltanto perché il numero di chi ci chiama per avvisare di un problema sul nostro conto corrente corrisponde al numero di telefono della nostra banca o della polizia locale.

La seconda cosa da tenere presente è che richiamare la persona che ci ha chiamato per avvisarci del presunto problema non garantisce nulla, neppure se il numero che chiamiamo è un numero verde gratuito, perché questi numeri possono essere collegati a call center situati in qualunque altro paese del mondo.

Il terzo elemento al quale fare attenzione è abbastanza paradossale: questi finti servizi di assistenza clienti sono molto più veloci e solleciti di quelli reali. Non ci sono tempi di attesa, menu di opzioni da selezionare o musichette estenuanti. Questa piacevole sollecitudine ci predispone ad accettare più facilmente quello che ci viene detto.

Una volta conquistata la nostra fiducia, i truffatori fingono spesso di avere già i nostri dati sullo schermo davanti a loro e usano la loro parlantina sciolta per farceli “confermare”. Sono professionisti, fanno questo mestiere tutto il giorno e quindi sanno esattamente come indurci a dare le informazioni che servono a loro per entrare nei nostri conti.

Nel caso ucraino i criminali ottenevano le informazioni necessarie per trasferire i soldi dal conto della vittima a un conto controllato da loro, ma esistono anche altre tecniche che è opportuno conoscere per poterle riconoscere.

Per esempio, i truffatori chiamano le vittime dicendo che per sicurezza è stato assegnato a loro un nuovo numero di conto presso la stessa banca, sulla falsariga di quando viene data una carta di credito con un numero nuovo per risolvere un caso di frode, e poi chiedono alla vittima di trasferire i propri soldi al nuovo conto.

Le vittime lo fanno prontamente, perché credono che il loro conto sia stato violato e che il nuovo numero di conto sia invece sicuro: ma in realtà il numero di conto nuovo è stato aperto da complici dei truffatori usando documenti falsi. Non appena i soldi arrivano sul nuovo conto, i truffatori li prelevano e spariscono. Questo è uno scenario molto frequente per esempio nel Regno Unito, secondo le segnalazioni della società di sicurezza informatica Sophos, e ha una conseguenza molto spiacevole: le banche possono rifiutarsi di assistere o risarcire la vittima, perché il trasferimento di denaro è stato fatto volontariamente e usando le credenziali corrette, per cui non si tratta di furto in senso stretto.

Conviene insomma essere molto prudenti di fronte a qualunque chiamata inattesa di questo genere, ed è anche opportuno mettere in guardia contro queste truffe le persone particolarmente vulnerabili che conosciamo, ricordando loro che questi truffatori sono esperti nella persuasione e che la migliore difesa è semplicemente chiudere la chiamata e contattare subito una persona di fiducia.

Europol blocca truffa internazionale sulle criptovalute

Europol ha annunciato che l’11 gennaio scorso ha bloccato vari call center criminali situati in Bulgaria, Serbia e Cipro, specializzati nelle truffe basate sui falsi investimenti con criptovalute, e ha eseguito 15 arresti e 22 perquisizioni, interrogando 261 persone.

I paesi presi di mira da questi criminali erano principalmente Germania, Svizzera, Australia e Canada, e la stima iniziale del maltolto indica un importo complessivo di almeno due milioni di euro, ma Europol sospetta che i guadagni illeciti di questi gruppi criminali “possano essere dell’ordine delle centinaia di milioni di euro.”

Fonte dell’immagine: Europol.

Le tecniche usate da questi truffatori sono classiche: creano e pubblicizzano su Google, nei social network e anche su YouTube dei siti web nei quali offrono investimenti in criptovalute, proponendo un importo di ingresso molto modesto, e poi simulano che gli investimenti diano un rendimento, documentato – si fa per dire – da estratti conto online totalmente inventati.

Le vittime credono che i loro guadagni siano reali anche perché se chiedono di ritirare una quota dei loro investimenti ricevono davvero l’importo richiesto, che però non è mai la cifra intera, compresi i presunti guadagni, ma è solo una parte del denaro in criptovalute che hanno affidato ai truffatori.

Tutto questo crea uno stato di euforia e sicurezza nelle vittime, e qui scatta la seconda fase della trappola: i truffatori invitano a investire cifre più consistenti. Usano frasi del tipo “Quando hai investito per prova 150 euro, hai quasi raddoppiato il tuo investimento! Pensa se tu ne avessi investiti 1500, o 15.000!”. E così spesso le vittime inviano altri soldi ai truffatori.

Può capitare che le persone cadute nella trappola diventino a loro volta reclutatori di altre vittime. Molti di questi siti truffaldini di finto “trading in criptovalute”, infatti, danno premi e incentivi a chi trova altre persone disposte a inviare denaro nella speranza di grandi guadagni.

Tutto questo meccanismo prosegue finché un numero consistente di vittime non si insospettisce e comincia a chiedere di riavere le somme investite: a quel punto di solito i truffatori chiudono tutto e scappano con i soldi.

Ma non è detto che finisca tutto così: esiste infatti anche una terza fase. I truffatori non interrompono i contatti con le vittime che chiedono la restituzione delle criptovalute affidate, ma dicono che l’accredito è temporaneamente bloccato per ragioni fiscali o per un’ispezione delle autorità locali, come è capitato in un caso che ho seguito personalmente poche settimane fa, e spiegano che per sbloccarlo occorre versare il più presto possibile una percentuale dell’importo a titolo di ritenuta fiscale. È tutto inventato, con lo scopo di attribuire la colpa della mancata restituzione a qualcun altro e sviare eventuali sospetti.

Prima o poi le vittime si rendono conto che si tratta di scuse, ed è a questo punto che, con sfacciataggine incredibile, scatta la quarta fase. Dopo un periodo di silenzio, nel quale i truffatori non si fanno più sentire e la vittima teme di aver ormai perso per sempre i propri soldi, si fa viva una persona che dice di rappresentare un “servizio di recupero criptovalute” e propone di tentare il recupero del denaro dato ai truffatori dalla vittima. Naturalmente questo servizio ha un costo, che va pagato in anticipo, ma è semplicemente una truffa nella truffa.

Sì, le forze di polizia internazionali a volte riescono davvero a recuperare criptovalute sottratte fraudolentemente, ma quando lo fanno non contattano le vittime via mail o sui social network: usano canali di contatto ufficiali e certificati (e non chiedono soldi per intervenire). Il problema è che le vittime spesso a questo punto sono talmente disperate, perché magari hanno perso i risparmi di una vita, che si attaccano a qualunque filo di speranza, e i truffatori procedono senza pietà ad approfittarne.

L’intervento delle forze di polizia coordinate da Europol ha messo fine alle attività di questa organizzazione criminale, ma altre continuano a esistere e tendere trappole, per cui è meglio restare vigili con alcune semplici precauzioni.

Prima di tutto, se un’offerta suona troppo bella per essere vera, probabilmente non è vera. Capita davvero che chi ha fatto investimenti in criptovalute ottenga grandi guadagni, ma questo avviene perché il controvalore delle criptovalute a volte sale, non perché un sito Web dice di avere un “sistema di trading” o cose del genere.

In secondo luogo, il fatto che un sito Web abbia un aspetto professionale e sia pubblicizzato vistosamente su Google e nei social network non garantisce in alcun modo che sia affidabile. Creare questi siti e pubblicizzarli è facile ed esistono addirittura kit chiavi in mano per farlo.

Come terzo consiglio, attenzione agli amici che vi propongono insistentemente investimenti sicuri dicendo che loro li hanno fatti e stanno guadagnando grandi cifre: chiedete come hanno scoperto questo sistema, che controlli hanno fatto per vedere che reputazione ha l’organizzazione alla quale si sono affidati, e se hanno già provato a incassare tutto quello che hanno investito, guadagni compresi. Purtroppo i truffatori fanno pressione sulle vittime affinché trovino altre persone, e non esitano a sfruttare le amicizie o ad accusare gli “scettici” di volervi impedire di avere successo. Sono disposti a mettervi contro la vostra stessa famiglia pur di convincervi a dare loro i vostri soldi.

Fonti aggiuntive: Sophos, Bitdefender.

Speranze per le vittime di ransomware: rilasciato il decrittatore gratuito per MegaCortex

Se siete stati colpiti da un attacco informatico di tipo ransomware che vi ha bloccato tutti i dati chiedendo un riscatto per darvi la password necessaria per sbloccarli e il programma usato per l’attacco si chiama MegaCortex, o se conoscete qualcuno che si trova in questa situazione, c’è una buona notizia: gli esperti della società di sicurezza informatica Bitdefender hanno rilasciato un cosiddetto decrittatore universale per questo software.

MegaCortex ha iniziato a fare danni nel 2019 ed era diventato talmente diffuso e pericoloso, con almeno 1800 casi che avevano coinvolto principalmente aziende, che l’FBI aveva diffuso un avviso specifico in proposito.

I creatori di MegaCortex sono ignoti ma a quanto pare sono fan della serie di film Matrix: il nome MegaCortex sembra ispirato da quello della società di software presso la quale lavorava il personaggio interpretato da Keanu Reeves, ossia la MetaCortex, e il messaggio che compariva sui computer attaccati citava alcune battute dei film, con frasi come “Noi possiamo solo mostrarti la porta, ma sei tu quello che deve attraversarla”

Ma Bitdefender, in cooperazione con Europol, il progetto NoMoreRansom e la polizia cantonale del canton Zurigo hanno rilasciato un software gratuito che sblocca i file bloccati da MegaCortex senza aver bisogno della password e quindi senza dover pagare i criminali. Le istruzioni per scaricarlo sono sul sito di Bitdefender. Inoltre alcuni dei criminali che usavano MegaCortex e altri ransomware sono stati arrestati a ottobre 2021.

Se venite colpiti da un attacco di ransomware, insomma, vale sempre la pena conservare una copia completa dei dati che sono stati bloccati e cifrati dall’attacco, perché capita spesso che a distanza di qualche mese venga rilasciato uno strumento gratuito di decifrazione che permette di riavere i dati. Ma come sempre, la prevenzione è meglio della cura, per cui fate una copia di scorta dei vostri dati e tenetela in un luogo sicuro e fisicamente isolato da Internet. 

Fonte aggiuntiva: Graham Cluley.

Quando la truffa è talmente spavalda da rasentare l’elogio: Paypal e l’account Postfinance

Quando la truffa è talmente spavalda da rasentare l’elogio: Paypal e l’account Postfinance

Nota: alcuni dettagli di questo articolo sono stati modificati rispetto
alla realtà per esigenze di narrazione e per proteggere le identità delle
persone coinvolte. La sostanza tecnica dell’articolo è inalterata.
Questa è una versione estesa del testo del podcast del 16 dicembre 2022. Pubblicazione iniziale: 2022/12/11 10:51. Ultimo aggiornamento: 2022/12/22
12:40.

Intendiamoci subito: un crimine è un crimine e come tale va condannato. Una
persona ha perso parecchi soldi a causa della truffa che sto per raccontarvi.
Ma la sfacciataggine e la spavalderia della tecnica usata dal criminale sono sorprendenti e confesso di avere un piccolo moto di
ammirazione per l’astuzia di chi l’ha concepita e messa in atto. In ogni caso, questo tipo originale di trappola informatica può essere un pericolo per molti, soprattutto nel periodo natalizio.

Questa storia inizia con una telefonata. Una persona mi chiama chiedendo aiuto
per risolvere una truffa: ha usato il proprio conto PayPal, sul quale aveva
accumulato del denaro, per inviare a se stessa circa duemila franchi, dando
ordine a PayPal di versarli sul suo conto Postfinance (la versione svizzera di
un conto corrente presso l’ufficio postale), ma i soldi non sono mai arrivati.

Non ci sono indicazioni che il suo computer sia stato attaccato o che qualcuno
abbia avuto accesso al suo conto PayPal, e l’ipotesi che qualcuno sia riuscito
a dirottare il suo trasferimento di denaro mentre era in transito sembra
tecnicamente improbabile. Frodi o errori da parte di PayPal o di Postfinance
sembrano ancora più implausibili. La vittima dice di essere sicura di essere entrata
direttamente nel proprio account PayPal e di aver dato le proprie
credenziali al sito originale, per cui è da escludere un phishing (furto di credenziali effettuato inducendo la vittima a visitare un sito che ha lo stesso aspetto di quello autentico ma è gestito dai criminali) o un
man in the middle (intercettazione delle comunicazioni della vittima con il sito autentico).

Sembra un mistero irrisolvibile, ma come mi capita spesso in situazioni come
questa chiedo alla vittima di descrivermi in dettaglio i passi che ha
compiuto, mentre io li ripercorro usando il mio conto PayPal come ambiente di prova. 

La vittima
mi racconta che è entrata nel proprio conto e ha cliccato sull’opzione di invio
denaro nella pagina principale, etichettata Send money nella versione
in inglese del sito. 

Lo faccio anch’io, e sul monitor del computer mi compare appunto l’opzione di inviare denaro, bene in vista al centro della
schermata:

La vittima mi spiega che a questo punto ha cliccato su Send money,
visto che doveva inviare del denaro, e ha digitato Postfinance nella
casella di ricerca del destinatario. 

Ripeto i suoi passi, e quindi clicco su Send money. Mi compare la
casella di ricerca nella quale, appunto, si cerca il nome dell’utente al quale inviare denaro:

In questa casella digito Postfinance, come ha fatto la vittima, e mi compare sullo schermo l’account di nome Postfinance.

La vittima mi spiega che ha cliccato su questo account e ha immesso la cifra
da inviare, cliccando poi sul pulsante di invio. Da quel momento non ha più
visto i propri soldi.

Provo a farlo anch’io, con un importo simbolico di un centesimo, ma mi trattengo dal cliccare sul pulsante Send Money Now.

Avete capito come si è svolta la frode?

Vi lascio un po’ di tempo per pensarci. Scrivete la vostra soluzione nei
commenti, se vi va.

ALLERTA SPOILER: La soluzione

La vittima ha commesso un errore abbastanza comprensibile: ha usato la
funzione Send money invece di quella giusta, che ha un nome molto
simile, ossia Transfer money

In questo modo la vittima, invece di
mandare i soldi al proprio conto Postfinance (che va preventivamente
registrato fra i conti destinatari autorizzati), ha mandato i soldi a un
truffatore che ha avuto l’idea semplice e geniale di creare un account di nome
Postfinance e ha avuto la spavalderia di confidare che PayPal
non avrebbe fatto alcun controllo significativo sui nomi degli account. E ha avuto ragione.

La vittima, poco pratica di PayPal e presa dalla fretta perché era in partenza
per un viaggio, ha pensato che scegliendo
Postfinance gli automatismi di PayPal avrebbero dedotto dai dati del mittente a quale conto andassero inviati i soldi. L’errore iniziale è stato suo, certo, ma è stato
facilitato dall’ambiguità fra inviare denaro e trasferire denaro
e soprattutto dal fatto che PayPal non sta facendo nulla di efficace per
evitare queste truffe: infatti ospita numerosissimi account che hanno nomi o
nickname palesemente ingannevoli.

Grazie anche alle segnalazioni dei lettori nei commenti qui sotto e su
Mastodon, è infatti emerso che fra gli utenti di PayPal, oltre a Postfinance (con
tanto di pratico e ingannevolissimo link rapido Paypal.me/postfinance), ci sono account
che hanno nickname sfacciatamente fraudolenti, come
Poste Pay, Poste Italiane, Credit Lyonnais American Express,
Paypal Banque, Banca Bancomer, Banca Comercial Mexicana, Banca Intesa,
Intesa Sanpaolo, Banca Sella

o Mastercard Crédit Mutuel, insieme a tantissime persone che a quanto
pare di nome o cognome fanno proprio Mastercard e a qualcuno che ha la
curiosa sorte di chiamarsi Visa Mastercard o Debito Mastercard.

Si capisce che sono account fraudolenti e non intestati alle istituzioni
finanziarie legittime dal nome indicato in piccolo dopo la chiocciolina, che non c’entra
nulla con quello dell’istituzione: dubito, per esempio, che Poste Italiane
abbia aperto un account usando il nome utente @filomenapolito93.

La vittima è ora in disputa con PayPal per tentare di farsi restituire la
somma, ma nel frattempo è importante prevenire che ci siano ulteriori vittime. Ho già
avvisato il servizio antiphishing di PayPal, che secondo la guida online è
raggiungibile inviando una mail a phishing@paypal.com.

In caso di sospettata frode, la guida online di PayPal raccomanda inoltre di
contattare il servizio antifrode dell’azienda usando la pagina apposita (www.paypal.com/disputes/), ma questa pagina funziona solo se c’è stata una transazione fra vittima e
presunto truffatore. Così ho mandato un centesimo al falso Postfinance: questo mi ha consentito di venire a sapere quale indirizzo di mail è associato all’account. È
thierrybarthtiti113@gmail.com, e PayPal stessa ammette che l’account
non è verificato.

Ho inviato a Paypal questa mail dal mio account presso la RSI:

Dear Sirs,

I am a journalist working for Swiss National Radio and
TV.

I would like to report a fraudulent account on your service.
The account is called “@Postfinance”. It is impersonating the Swiss Post
Office, but it is associated with the email account
thierrybarthtiti113@gmail.com.

This account has already scammed
someone, who contacted me to report the scam.

I am writing an
article on PayPal fraud management, reporting this specific instance.

I
would like to suggest that you block this “@Postfinance” account immediately.
As a general rule, perhaps you could consider a filter that prevents or at
least flags accounts that use well-known company names without
verification.

Sincerely,
Paolo Attivissimo

Lugano,
Switzerland

Adesso vediamo che succede. Personalmente trovo assurdo e inaccettabile che PayPal non effettui nessun controllo sui nomi o nickname scelti dagli utenti, filtrando almeno quelli che contengono parole chiave evidenti come bank, banque, credit, debit, poste, card.

Nel frattempo, posso solo segnalare pubblicamente questo problema e raccomandare a tutti di fare tanta, tanta attenzione ai dettagli quando si invia denaro via Internet e di farlo solo quando si può agire senza fretta, senza distrazioni e senza ansie. 

2022/12/22. Ricevo dalla vittima e segnalo con piacere la notizia che PayPal ha rimborsato l’intera cifra. L’account ingannevole, tuttavia, è ancora presente su PayPal.

Occhio alla truffa: rubare le password di MSN. Ma a chi?

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile.
Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la
consultazione.

Sta circolando un e-mail che propone
“l’unico metodo reale e funzionante per trovare le password dell’email di
qualsiasi utente Microsoft, Hotmail, MSN o Yahoo”.

Il metodo, stando all’e-mail, è semplicissimo: si compone un messaggio che ha
come destinatario un indirizzo del tipo
pwd_023staff_tecnico@hotmail.it e come titolo
“Lost password”. Nel corpo del messaggio scrivete il vostro indirizzo
di e-mail; poi lasciate una riga vuota e scrivete la password del vostro
indirizzo; infine lasciate una riga vuota e poi scrivete l’indirizzo di e-mail
di cui volete scoprire la password.

L’e-mail spiega che
“questo è l’unico metodo attualmente funzionante per scoprire le passwords.
Il metodo funziona perché il risponditore automatico del server si illude
che tu sia membro dello staff, perché solo loro conoscono il modo in cui
deve essere compilato il messagio [sic] di richiesta password. La
vulnerabilità colpisce anche il server di yahoo, in quanto anch’esso è
basato sullo stesso sistema. Questo è il miglior sistema per fregare il
server, esistono altri metodi, ma nn [sic] tutti funzionano, e i pochi che
funzionano rispondono al messaggio inviando la password molto in ritardo,
mentre con questo avrete la sicurezza di ricevere una risposta immediata o
quasi”.

Riporto per intero il prolisso spiegone perché è una parte importante del
messaggio: ma non nel senso che potreste credere.
Si tratta infatti di una trappola. La password che viene rubata,
infatti, è la vostra. La lunghezza delle istruzioni serve a mascherare
il fatto che vi viene chiesto di mandare la vostra password e il
vostro indirizzo di e-mail all’indirizzo indicato nelle istruzioni. Un
dettaglio che nell’esaltazione prodotta dall’idea di poter fare gli spioni e
nella confusione prodotta dalla prolissità del messaggio puo’ sfuggire.

Diffidate, quindi, di qualsiasi messaggio che vi spieghi metodi di questo
genere: finireste vittima della vostra disonestà.

I truffatori della sedicente “assistenza telefonica Microsoft” ci hanno provato con me. Li ho registrati

I truffatori della sedicente “assistenza telefonica Microsoft” ci hanno provato con me. Li ho registrati

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile
donazione di
“pierandrear*”, “shaska” e “cescoca*” ed è stato aggiornato dopo la
pubblicazione iniziale.

Avete presente i truffatori che si spacciano per l’assistenza tecnica di
Microsoft e imbrogliano gli utenti dicendo loro che nei loro computer è stata
rilevata un’infezione e che per toglierla bisogna installare uno speciale
software a pagamento, che in realtà è un programma ostile che li infetta? Quei
criminali informatici che con questo pretesto si fanno dare il numero della
carta di credito della vittima per “pagare” il software di “assistenza” (che
in realtà sta infettando la vittima)?

Ebbene, ieri uno di questi truffatori ha telefonato a me, e ho registrato
quasi tutta la chiamata (mi manca solo la parte iniziale della chiamata).
L’accento della voce del criminale, che si è espresso direttamente in inglese
senza chiedermi se preferivo altre lingue, era marcatamente indiano. Il numero
di telefono del chiamante non è comparso sul mio telefono. Il rumore di fondo
era molto forte: si sentivano in sottofondo voci di altre persone che
ripetevano lo stesso copione. È chiaro che si tratta di un’organizzazione
criminale ben strutturata e non di un dilettante. Non sono stato preso di mira
personalmente: hanno semplicemente pescato a caso fra i tanti numeri di
telefono d’Europa. Ma stavolta hanno pescato il pesciolino sbagliato.

Riassumo il contenuto della telefonata (ascoltabile qui) per facilitarne la comprensione: il truffatore, con l’intonazione di chi
legge da un copione, mi ha detto che il mio computer era infetto e che poteva
andare in crash in qualunque momento, facendomi perdere tutti i file e i
documenti. Io ho chiesto cosa devo fare: lui mi ha detto che mi avrebbe
aiutato a fare un controllo che avrebbe inviato un rapporto alla loro sede
centrale d’assistenza.

Il truffatore mi ha chiesto di trovare il tasto Ctrl sulla tastiera e di
dirgli che tasto c’era accanto a Ctrl. Io ho fatto un po’ il finto tonto per
confonderlo e fargli perdere tempo, poi gli ho detto che vedevo il simbolo di
una forchetta (è il tasto Opzione del mio Mac), ma lui mi ha chiesto se c’era
un simbolo di bandiera (flag), ossia il logo di Windows.

Gli ho detto di sì. Lui mi ha chiesto di premere il tasto Windows e la lettera
R. Ho fatto finta di farlo e lui mi ha chiesto cosa io vedessi sullo schermo.
Ho improvvisato, dicendo che vedevo un avviso sullo schermo con dei messaggi
d’allarme. Lui ha proseguito imperterrito secondo copione e mi ha chiesto di
digitare le lettere che compongono la parola eventvwr e di dirgli cosa
vedevo.

Fonte:
MrInformatica.

In pratica mi ha chiesto di lanciare l’Event Viewer otto Windows, cosa
difficile da fare dato che ero davanti a un Mac. Se fossi stato a un PC
Windows, le sue istruzioni avrebbero fatto comparire inquietanti messaggi
d’errore, come ho
descritto qui
e come illustrato per esempio
qui, ma l’ho preceduto: la cosa si stava facendo lunga e non potevo perdere
altro tempo.

Gli ho detto che avevo sullo schermo un messaggio della polizia, che diceva
che la telefonata in corso veniva tracciata e intercettata. Panico e silenzio
da parte del truffatore (che improvvisamente aveva smesso di seguire il
copione).

Gli ho rivelato che avevo capito che lui e la sua banda sono dei truffatori e
che potevano andare tutti a… trovarsi un’occupazione più onesta..

Il truffatore ha riagganciato di corsa.

È importante allertare familiari, amici e colleghi dell’esistenza di questa
truffa, che viene tentata a raffica su tantissimi numeri occidentali, compresi
quelli della Svizzera: non bisogna mai obbedire alle istruzioni fornite per
telefono se non si è più che sicuri dell’identità dell’interlocutore.

Nota (2022/10/29): la
registrazione
era su Tindeck.com, che non esiste più, ed era in formato Shockwave Flash,
oggi non più supportato.

Il truffator truffato: intelligenza artificiale contro stupidità naturale

Il truffator truffato: intelligenza artificiale contro stupidità naturale

Lo scambaiting è l’arte informatica di prendere in giro i truffatori
online facendo leva sulla loro avidità. Questi truffatori senza scrupoli
telefonano alle persone vulnerabili spacciandosi per l’assistenza tecnica di
Microsoft o per qualche altra autorità, mettono in ansia la vittima dicendo
che il suo computer sta disseminando virus e causando danni, e si offrono di
risolvere il presunto problema. Con questa scusa entrano nel computer della
vittima e lo infettano oppure si fanno pagare per il servizio di falsa
assistenza tecnica.

Ma ci sono persone che si sostituiscono a queste vittime, chiamano i numeri di telefono dei truffatori e dialogano con loro, fingendosi ingenui e facendo perdere loro tanto tempo con mille
scuse e altrettanti pretesti: sono appunto gli scambaiter. Il termine
significa grosso modo “persona che fa da esca per un truffatore”. I
truffatori, allettati dall’idea di aver trovato una vittima da spennare, sono
disposti a sopportare enormi perdite di tempo e non si rendono conto di essere
presi in giro. 

Questa tecnica riduce il tasso di efficacia dei truffatori tenendoli impegnati
invano, ma ha un difetto: anche lo scambaiter deve investire
altrettanto tempo. Per mantenersi e avere quel tempo libero, molti
scambaiter creano canali YouTube nei quali pubblicano le registrazioni
delle loro attività, che sono spesso ricche di momenti divertenti, e quindi
monetizzano attraverso le pubblicità il tempo che investono.

Uno di questi scambaiter e YouTuber, che si fa chiamare Kitboga e opera dagli Stati Uniti, dice
di aver trovato una soluzione che riduce moltissimo il tempo che deve dedicare
al contrasto dei truffatori; usare un software di intelligenza artificiale per
creare un chatbot vocale, ossia una sorta di interlocutore virtuale che
converte in testo quello che viene detto dal truffatore al telefono, ne estrae
le parole chiave e genera un testo di risposta pertinente, che viene letto e
intonato dalla sintesi vocale.

 In altre parole, il truffatore dialoga con un
computer ma ha l’impressione di essere alle prese con una vittima in carne e
ossa. In questo modo il computer può passare ore a tenere in ballo il
truffatore mentre lo scambaiter fa tutt’altro.

Stando a Kitboga, che al momento non ha fornito documentazione a supporto dei
suoi video nei quali mostra la sua intelligenza artificiale all’opera, il suo
software è in grado di far perdere quantità industriali di tempo ai
truffatori, attingendo a un repertorio di scuse esasperanti, come per esempio fingere di non aver capito cosa è stato detto o chiedere insistentemente di parlare con un superiore, ed è capace di convincere i truffatori addirittura a dargli le loro coordinate bancarie. Gli imbroglioni, infatti, credono di aver a che fare con una vittima ingenua che è pronta a mandare loro dei soldi, e quindi devono fornire delle coordinate per il versamento.

Una volta ottenute le coordinate bancarie, Kitboga dice che le segnala agli esperti antifrode delle banche, che provvedono a bloccare i conti, ostacolando così le attività criminali dei truffatori. I suoi video sono divertenti, perché mostrano quanto i malviventi siano accecati dalla propria avidità e siano così ansiosi di mettere a segno il loro reato da sopportare conversazioni lunghissime ed estenuanti senza rendersi conto che stanno parlando con un programma automatico o con un burlone.

Comunque stiano le cose nel caso specifico, l’idea di creare un software di intelligenza artificiale che tenga impegnati i truffatori e riesca a farsi dare da loro le coordinate dei loro conti, per poi farli bloccare, è molto interessante e potrebbe contribuire a scoraggiare questo tipo di crimine rendendolo troppo oneroso e stressante. Perlomeno fino al momento in cui anche i truffatori si equipaggeranno con intelligenze artificiali da usare al posto dei telefonisti in carne e ossa.

Nel frattempo, queste truffe continuano a colpire vittime reali in tutto il mondo, per cui se ricevete chiamate da persone che dicono di rappresentare l’assistenza tecnica di Microsoft o di qualunque altro nome noto del settore e vi chiedono di dare dei comandi al vostro computer, non fatelo e riagganciate subito. E fate sapere anche ai vostri familiari e colleghi dell’esistenza di queste truffe, in modo che siano pronti a reagire correttamente quando verranno presi di mira dai criminali.

Violato l’account Twitter del Ministero della transizione ecologica italiano per promuovere una truffa di criptovaluta

Violato l’account Twitter del Ministero della transizione ecologica italiano per promuovere una truffa di criptovaluta

Pubblicazione iniziale: 2022/09/15 9:41. Ultimo aggiornamento: 2022/09/15
11:45.

9:41. Il profilo ufficiale del Ministero della transizione ecologica
italiano (https://twitter.com/MiTE_IT/) al momento in cui scrivo ha questo aspetto:

Promuove una truffa basata sulle criptovalute: lo schema è quello classico del
“fidati di me che sono famoso, dammi la tua criptovaluta e te la
restituisco moltiplicata”.

Infatti l’account Twitter rubato ora si fa chiamare Vitalik.eth, come
quello autentico di Vitalik Buterin, fondatore della criptovaluta Ethereum, e mostra la sua foto; inoltre il
sito reclamizzato nei tweet, ethmerges[.]blogspot.com, dice proprio
“To participate you just need to send from 0.5+ ETH to 500+ ETH to the
contribution address and we will immediately send you back from 1+ ETH to
1000+ ETH (x2) to the address you sent it from.”

Inutile dire che la criptovaluta data a questi truffatori non verrà mai
restituita.

Fate attenzione a truffe come questa, nelle quali il truffatore prende il
controllo di un account molto conosciuto e addirittura autenticato con il
bollino blu, per poi offrire i propri “servizi” ai numerosi follower
dell’account. E fate attenzione anche agli sciacalli, che dicono di essere in
grado di aiutarvi a recuperare il maltolto o consigliano qualcuno che lo è:
vorranno essere pagati per il tentativo di recupero, che ovviamente fallirà e
resterete doppiamente fregati. Uno di questi sciacalli è già
comparso
nei commenti alla mia segnalazione su Twitter.

L’account del Ministero è così almeno dalle 8.37 italiane di stamattina, ora
del primo tweet del truffatore.

11.05. Sembra che il controllo dell’account del Ministero sia stato
ripreso: alcuni tweet promozionali del truffatore sono stati rimossi e il
profilo sta riprendendo il suo aspetto normale.

11.45. Intanto Repubblica (copia permanente), Rainews (copia permanente) e Fatto Quotidiano (copia permanente) scrivono fandonie sulla vicenda spacciandole per notizie, addirittura
accusando pubblicamente Buterin di un reato informatico che non ha commesso (e fra l’altro Buterin è russo di origini ma naturalizzato canadese).
Il tweet di Angelo Bonelli è
archiviato qui

Il tweet di Repubblica.
Il titolo del Fatto Quotidiano.
Repubblica cita il tweet di Bonelli.
Rainews dice che Vitalik Buterin è “un pirata informatico”.

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FBI avvisa: occhio ai deepfake nei colloqui di lavoro online

FBI avvisa: occhio ai deepfake nei colloqui di lavoro online

Questo articolo è disponibile anche in
versione podcast audio.

Capita sempre più spesso di fare riunioni e incontri in videoconferenza, a
distanza, e anche i colloqui di lavoro, per selezionare candidati per un
impiego, stanno vivendo la stessa tendenza ad avvenire online invece che di
persona. Ma l’FBI ha pubblicato un
avvertimento che
segnala un aumento parallelo dell’uso di dati personali rubati e di
deepfake
, ossia di immagini video false generate in tempo reale, nell’ambito di
questi colloqui. In pratica il candidato si spaccia per qualcun altro e
mostra, durante il colloquio, immagini di un volto che non è il suo o fa
sentire la voce di qualcun altro.

I colloqui di lavoro falsificati, dice l’agenzia statunitense, riguardano
offerte per impieghi che verranno svolti da remoto o da casa, per cui è
possibile che il datore di lavoro non incontrerà mai di persona il lavoratore.
In particolare, questi colloqui deepfake avvengono quando il lavoro
riguarda il settore informatico e darà quindi accesso a dati personali di
clienti, dati finanziari, database aziendali o informazioni tecniche
confidenziali.

Questo suggerisce che il movente di queste falsificazioni sia l’accesso
fraudolento a questi dati preziosi, spesso a scopo di spionaggio o sabotaggio,
come
segnalato
anche da altre agenzie governative statunitensi a maggio scorso.

Alcuni stati, secondo queste segnalazioni, stanno formando numerosi
informatici che poi fingono di risiedere in paesi fidati usando VPN e
documenti d’identificazione rubati, usando vari software per alterare voce e
video per sembrare affidabili e rassicuranti nei colloqui di selezione fatti
attraverso le normali piattaforme di offerta e ricerca di lavoro, e si fanno
assumere dalle aziende per poi trafugarne dati o facilitare intrusioni da
parte di loro complici.

L’FBI, le altre agenzie statunitensi e gli esperti del settore raccomandano
alcune semplici verifiche. I dettagli della storia personale del candidato,
come per esempio gli studi svolti, il luogo dove dichiara di risiedere, sono
coerenti? Cosa succede se lo si chiama a sorpresa in videochiamata? Come
reagisce alla proposta di spedire un plico all’indirizzo che ha dichiarato sui
documenti che ha fornito? Se si tratta di un impostore, queste situazioni lo
metteranno in seria difficoltà.

Le autorità e gli esperti segnalano anche alcuni trucchi per riconoscere un
deepfake

video o fotografico durante una videochiamata: per esempio, i gesti e i
movimenti delle labbra della persona che si vede in video non corrisponderanno
completamente al parlato. Oppure suoni inattesi, come un colpo di tosse o uno
starnuto, non verranno falsificati correttamente dai programmi per creare
deepfake in tempo reale.

L’MIT Media Lab ha creato una
guida
e un sito, Detect Fakes, che
consente a ciascuno di valutare la propria capacità di riconoscere immagini
personali falsificate e consiglia altri trucchi per rivelare una
falsificazione: per esempio, guardare le guance e la fronte della persona che
appare in video, perché se la pelle di queste zone è troppo liscia o troppo
rugosa rispetto al resto del volto è probabile che si tratti di un falso. Si
possono anche guardare le ombre della scena, che spesso nei deepfake non sono
coerenti, oppure gli occhiali, che spesso hanno riflessi eccessivi, o ancora
la barba o le basette o i nei, che i deepfake sbagliano facilmente. Un altro
trucco è guardare fissa la persona negli occhi per vedere se sbatte le
palpebre o no: anche questo è un errore frequente dei software che alterano il
volto.

Cimentatevi, insomma, con il test dell’MIT Media Lab, che trovate presso
detectfakes.media.mit.edu. Fra l’altro, saper riconoscere un video falso potrebbe servirvi anche fuori
dell’ambito di lavoro, dato che anche molti truffatori online in campo privato
usano queste stesse tecniche per fingere di essere persone seducenti e
corteggiatrici per poi spingere le vittime a mostrarsi in video in
atteggiamenti estremamente ricattabili.

Fonti aggiuntive:
Gizmodo,
Graham Cluley, Gizmodo.

Come fanno i truffatori a rubare soldi dai conti correnti? Ce lo spiega FluBot

Come fanno i truffatori a rubare soldi dai conti correnti? Ce lo spiega FluBot

La società di sicurezza informatica Bitdefender ha pubblicato un’analisi
di una truffa informatica bancaria che spiega bene una delle perplessità
ricorrenti di chi, per sua fortuna, non ha mai subìto un reato di questo
genere: come fa la gente a cascarci? In particolare, come è possibile che i
truffatori riescano a convincere le vittime a installare
volontariamente i programmi che poi saccheggeranno i loro conti
correnti?

L’analisi parte da un attacco specifico in corso in Europa, che si basa
sull’installazione di un’app truffaldina, un trojan bancario denominato FluBot, sui telefonini delle vittime. Se la vittima
non installa l’app, la truffa non può scattare.

I criminali che gestiscono FluBot usano una tecnica particolare, chiamata
smishing: iniziano mandando un SMS che annuncia che è disponibile un
messaggio vocale riguardante l’invio di un pacco. L’SMS offre un link
cliccabile per ascoltare il messaggio. 

Credit: Bitdefender.

Ma se la vittima clicca sul link, le viene proposto di installare un’apposita
app di gestione dei messaggi vocali, e quest’app non proviene dallo
store ufficiale Android, ossia Google Play. Questo dovrebbe mettere in
allarme la vittima, ma spesso prevalgono la curiosità di scoprire cosa c’è nel
presunto messaggio vocale e l’ignoranza del rischio.

Sui telefonini Android, oltretutto, è sufficiente accettare l’installazione da
fonti sconosciute per dare il via libera all’app. La fonte è in realtà la
banda di truffatori, e l’app ha un’icona che sembra indicare che serva per
ascoltare messaggi vocali, ma non è così: serve per rubare informazioni
bancarie.

I truffatori scelgono di mascherare l’app truffaldina spacciandola per un’app
per messaggi vocali per un motivo ben preciso: l’app chiederà alla vittima il
permesso di accedere alla rubrica telefonica e ad altre informazioni
sensibili, e la vittima probabilmente ci crederà perché pensa che sia un’app
di messaggistica e quindi è logico che debba accedere alla rubrica.

Credit: Bitdefender.

Se la vittima concede i permessi, l’app maligna raccoglierà l’elenco dei contatti e manderà SMS a tutti i contatti della vittima, cercando nuovi
bersagli da attaccare, intanto che acquisisce le informazioni sulle carte di
credito, le credenziali di accesso e altri dati ancora e usa i privilegi di
accessibilità per rendere difficile disinstallarla.

In altre parole, i criminali creano una situazione di curiosità nell’utente e
fanno leva su quella, e sulla scarsa conoscenza della sicurezza informatica,
per convincere la vittima a installare il trojan.

Bitdefender nota che l’attacco colpisce sia gli utenti Android, sia gli utenti
Apple; ma nel caso degli iPhone non c’è un meccanismo per proporre all’utente
l’installazione dell’app truffaldina, per cui scatta il Piano B dei criminali:
se il telefonino attaccato è un iPhone, gli SMS lo porteranno a una serie di
siti che tenteranno di rubare credenziali e cercheranno di attivare
abbonamenti-truffa.

La soluzione più semplice a questo tipo di attacco è non cliccare mai sui link
negli SMS e non installare mai app di provenienza incerta; e se si usa un
telefonino Android, dotarlo di un antivirus.

Attenzione alle false proposte di aiutare l’Ucraina. Anche a quelle sexy

Attenzione alle false proposte di aiutare l’Ucraina. Anche a quelle sexy

I truffatori su Internet non hanno scrupoli. Non si fermano di fronte a nulla, neppure alla guerra: anzi, ne approfittano, sfruttando l’emotività di chi vi assiste e vorrebbe poter aiutare in qualche modo.

L’esperto informatico Graham Cluley segnala in particolare due casi di tentata truffa legati all’invasione russa dell’Ucraina.

Il primo caso è una mail che finge di provenire da donne ucraìne che offrono di mostrare le proprie grazie in chat a pagamento. Andando a controllare il sito che organizza il servizio emergono rimpalli da un sito a un altro e soprattutto strane condizioni contrattuali, fra le quali spicca il fatto che il foro competente per eventuali controversie legali sarebbe quello di Frankfort, nel Kentucky, un po’ lontano dal teatro del conflitto. 

Non c’è modo di verificare che le donne in questione siano realmente ucraìne o che i soldi spesi in questa maniera arrivino effettivamente alle persone in difficoltà in Ucraina. La situazione drammatica di questo paese sembra essere semplicemente la leva emotiva che viene sfruttata in questo momento dai truffatori, per cui consiglio di essere particolarmente cauti di fronte a questo tipo di offerte.

Tenete presente, inoltre, che ci sono truffatori che non si limitano a questo tipo di inganno, ma vanno ben oltre, invitando le vittime a chat gratuite che diventano ben presto bollenti. Il loro obiettivo, in questo caso, è convincere le vittime a esibirsi personalmente in video, usando la tecnica del “se mi fai vedere qualcosa tu, ti faccio vedere qualcosa anch’io”, e poi ricattarle minacciando di pubblicare il video della chat, magari mandandola specificamente agli amici o al partner sentimentale, i cui nomi vengono facilmente trovati dai ricattatori grazie alle informazioni che le persone pubblicano sui social network.

L’informatico Graham Cluley segnala anche un altro tipo di truffa, nel quale una mail inviata da un sedicente “Esercito dell’Ucraina” chiede sostegno economico e dice che la Banca Nazionale dell’Ucraina ha aperto un conto speciale per la raccolta di fondi, anche tramite criptovalute come i bitcoin.

La cosa strana è che il link presente nella mail (copia su Archive.org) porta davvero al sito reale della Banca Nazionale dell’Ucraina, specificamente alla sua pagina che annuncia realmente l’apertura di un conto speciale a sostegno delle forze armate ucraine, proprio come dice la mail truffaldina, ma c’è un trucco.

Le coordinate di pagamento indicate nella mail dei truffatori sono differenti da quelle riportate sul sito reale della banca. La banca indica dei numeri di conto normali, mentre la mail dei truffatori riporta un wallet o portafogli in bitcoin (bc1qv729ckc4m256vzjsmvwg4gcerdkh64zr7hp8f8).

In altre parole, i truffatori stanno approfittando di una notizia reale, e del buon cuore delle persone, per imbrogliare. 

Per fortuna sembra che per ora l’imbroglio stia andando maluccio: dato che il registro delle transazioni delle criptovalute è pubblico, possiamo sapere quanti soldi sono passati dal wallet usato dai truffatori. Al momento ammontano a circa 279 dollari, versati ai criminali da otto vittime.

Fate attenzione, e se volete fare donazioni, rivolgetevi soltanto a intermediari conosciuti e affidabili; non fidatevi dei link ricevuti via mail o tramite WhatsApp e simili.

Nuova forma di spam/truffa: le commentatrici discinte in Disqus

@Martinobri mi segnala un’invasione di fanciulle discinte che, nei commenti di questo blog (gestiti da Disqus), elargiscono upvote e diventano follower dei singoli commentatori.

Si tratta, ovviamente, di profili di spammer e truffatori che usano anche questi mezzucci per attirare potenziali clienti. Ecco come eliminarli.

Lasciate il mouse un istante sul numero dei like/dislike di un commento: questo fa comparire l’elenco dei profili Disqus che hanno dato giudizi a quel commento. 

Se cliccate su uno di questi profili con il tasto destro compare un menu del browser, dal quale potete scegliere di aprire il profilo in un’altra scheda del browser. Qui potete cliccare sui tre puntini sotto il profilo, sulla sinistra, e scegliere di bloccare e/o segnalare i profili che appartengono chiaramente a spammer o truffatori.

Lo schema di questi truffatori è molto semplice: far incuriosire l’utente-vittima al quale hanno dato il like/dislike e indurlo a visitare i loro profili, che contengono un link a un sito nel quale offrono (a pagamento) i loro servizi.

Purtroppo non sembra esserci un modo per impedire il fenomeno. Disqus consente di disabilitare completamente la funzione di upvote (nella sezione Community), ma soltanto se il moderatore principale (in questo caso io) ha un account Pro, che costa 105 dollari al mese (attualmente ne spendo 11 al mese per un account Plus in modo da rimuovere le pubblicità). Non mi sembra il caso.