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Star Trek

Gazzetta del Mezzogiorno: “spada laser alla Star TRECK”. Era meglio tacere

Gazzetta del Mezzogiorno: “spada laser alla Star TRECK”. Era meglio tacere

“Facciamo considerazioni ‘precise’”, scrive Enrica Simonetti sulla Gazzetta del Mezzogiorno oggi. Dopo aver scritto che ci sono le spade laser in “Star TRECK”. Sì, con la C e la K. Lo scrive non sul sito, ma nella versione cartacea. Quella seria.

Spiegone per giornalisti:

1. Ci sono due saghe di fantascienza/fantasy
strafamose. Una è Star TREK, quella con l’astronave Enterprise, il
capitano Kirk e il signor Spock (quello che chiamate sempre “dottor
Spock”,
confondendolo col celebre pediatra). Niente spade laser.

2. Poi c’è Star WARS, quella con Luke Skywalker, Darth Vader, la Forza, la Principessa Leia. Lì hanno le spade laser.

Entrambe le saghe esistono da decenni e hanno milioni di fan. Io sono uno di questi fan.

3. Ora, da fan e da giornalista, vi chiedo una cortesia: se non siete capaci di tenere a mente questa semplice distinzione fra Star WARS e Star TREK…

…NON CITATELI.

4. Ma se non siete capaci di distinguere fra cose semplici come Star
TREK
e Star WARS (sono otto lettere, santo cielo), come possiamo fidarci
di voi quando ci raccontate politica, economia, scienza o altre cose un
tantinello più complesse?

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Patrick Stewart torna a Star Trek!

Patrick Stewart torna a Star Trek!

Ultimo aggiornamento: 2018/08/11 9:30.

Ho pensato a un pesce d’aprile quando l’ho letto inizialmente, ma l’annuncio è ufficiale: Patrick Stewart, memorabile interprete del Capitano Jean-Luc Picard in Star Trek: The Next Generation e in vari film di Star Trek, riprenderà lo stesso ruolo in una nuova serie che verrà trasmessa negli Stati Uniti da CBS All Access.

Questo è uno spezzone dell’annuncio, totalmente a sorpresa, fatto da Stewart stesso poche ore fa a una convention di Star Trek a Las Vegas.

Il video ufficiale (parziale):

Questo è l’annuncio di Variety:

Un altro annuncio, con foto della gran forma di Stewart, che pare aver fatto un patto col diavolo, o perlomeno con Q:

Ed ecco la dichiarazione formale di Patrick Stewart:

Traduco:

“Sarò sempre molto orgoglioso di aver fatto parte di Star Trek: The Next Generation, ma quando terminammo le riprese di quel film finale a primavera del 2002, pensai sinceramente che il mio periodo con Star Trek fosse giunto alla sua conclusione naturale. Ê quindi una sorpresa inattesa ma incantevole scoprirmi emozionato e rinvigorito all’idea di tornare a Jean-Luc Picard e ad esplorare nuove dimensioni dentro di lui. Alla ricerca di nuova vita per lui quando pensavo che quella vita fosse finita.

In questi anni trascorsi, ho provato grande soggezione nel sentire i racconti di come The Next Generation ha dato conforto alle persone, le ha aiutate in momenti difficili delle proprie vite o di come l’esempio di Jean-Luc ha ispirato così tanti a seguire le sue orme e intraprendere la scienza, l’esplorazione e ruoli di guida. Sento di essere pronto a tornare da lui per lo stesso motivo: per cercare e vivere qualunque luce confortante e riformatrice possa proiettare su questi tempi spesso molto cupi. Non vedo l’ora di lavorare con la nostra squadra creativa geniale mentre ci sforziamo di portare di nuovo alla vita una storia originale, inattesa e pertinente.

Patrick”

Mi sono reso conto solo ora di aver previsto il futuro con questo tweet del 16 luglio scorso. Mi candiderò al Premio Randi.

2018/08/11 9:30

La CBS ha pubblicato il video integrale dell’annuncio.

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Fake news scientifiche

Fake news scientifiche

Ultimo aggiornamento: 2018/02/22 14:20.

Capita spesso di sentir citare nei media qualche notizia un po’ curiosa basata su una ricerca scientifica. Gli scienziati hanno scoperto per esempio che il cioccolato fondente fa bene al cuore; altri scienziati hanno trovato che il cioccolato fa male; insomma, si sente di tutto e il suo contrario, eppure ogni volta le notizie sono basate su studi scientifici. E se si va a cercare gli studi citati, si scopre che esistono davvero. Come è possibile?

Spesso si tratta di interpretazioni giornalistiche maldestre e troppo sensazionaliste di articoli scientifici di per sé corretti, ma un’altra spiegazione è arrivata di recente grazie a una dimostrazione particolarmente memorabile. Anche se da fuori magari la differenza non è ben visibile, non tutte le riviste scientifiche hanno la stessa qualità: ci sono quelle serie e ci sono quelle che di scientifico in realtà hanno ben poco e sono soltanto contenitori dai titoli altisonanti nei quali chiunque può pubblicare qualunque cosa senza che vi sia il minimo controllo di scientificità.

Prendete per esempio la rivista American Research Journal of Biosciences. Suona autorevole e scientifica, ma un biologo è riuscito recentemente a farsi accettare e pubblicare da questa rivista un articolo [Rapid genetic and developmental morphological change following extreme celerity, ora rimosso] che descriveva dei presunti effetti biologici delle velocità estreme: allergie all’acqua, mutazioni genetiche e morfologiche che però non influivano sulla fertilità. Uno degli autori dell’articolo era il dottor Lewis Zimmerman.

Se conoscete Star Trek, state già ridendo: infatti Zimmerman è il nome del medico di bordo della serie Star Trek Voyager e l’articolo non è altro che una riscrittura, con lessico pseudoscientifico, di Threshold (Oltre il limite) una delle puntate più imbarazzanti di questa serie, nella quale alcuni membri dell’equipaggio di un’astronave viaggiano a velocità altissime, mai raggiunte prima, e di conseguenza si trovano trasformati progressivamente in una sorta di viscide salamandre spaziali che si accoppiano e si riproducono.

Le “salamandre spaziali” di Star Trek: Voyager.

Il biologo (quello vero) è riuscito a farsi pubblicare dalla rivista tutta questa storia semplicemente pagando cinquanta dollari. Nessuno l’ha verificata. E non è finita: anche tre altre riviste “scientifiche” hanno accettato l’articolo-burla, ma non sono arrivate al punto di pubblicarlo.

Queste pseudoriviste scientifiche si chiamano in gergo predatory journal, ossia “riviste predatorie”: esistono soltanto per incassare soldi dai ricercatori che hanno fame di essere pubblicati e fanno, in sostanza, fake news in campo scientifico. Ne esistono parecchie, e per fortuna esistono anche esperti che le smascherano, come Jeffrey Beall, bibliotecario e ricercatore alla University of Colorado, che gestisce un elenco online di questi journal, utilissima ai giornalisti per evitare di diffondere notizie false apparentemente avvalorate da una pubblicazione scientifica.

Per sapere se un articolo scientifico è attendibile, non basta insomma che sia pubblicato su una rivista dal nome scientifico: serve che la rivista goda di buona reputazione, guadagnata sul campo. Questa reputazione si misura con il cosiddetto impact factor o fattore di impatto: una sorta di punteggio basato sul numero di citazioni ricevute altrove dagli articoli pubblicati nella rivista. Più è alto, più la rivista è considerata attendibile e credibile. Le classifiche degli impact factor sono facilmente consultabili su Internet. Non vi stupirà, credo, scoprire che la rivista che ha pubblicato la burla delle salamandre di Star Trek ha un impact factor che vale esattamente zero.


Aggiornamento 1:
se volete leggerlo e godervelo, l’articolo Rapid genetic and developmental morphological change following extreme celerity è tuttora presente negli archivi dell’Austin Journal of Pharmacology and Therapeutics, ed è firmato da Paris T, Kim H, Torres B, Ocampa K, Janeway K e Zimmerman L.

Aggiornamento 2: Ruggio81 e altri mi segnalano correttamente che il medico olografico si chiama Joe Zimmerman, mentre Lewis Zimmerman è il nome del suo progettista. Ho corretto l’articolo per tenerne conto.

Questo articolo è basato sul testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 22 febbraio 2018. Fonti aggiuntive: Iflscience, Science Alert, Space.com.

La nuova puntata di Star Trek Continues è più Star Trek di Star Trek

La nuova puntata di Star Trek Continues è più Star Trek di Star Trek

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Il 24 settembre debutterà la nuova serie “ufficiale” di Star Trek, intitolata Discovery (sito ufficiale, con tanto di protezione DRM). Aspetto di vederla prima di giudicarla, e nel frattempo mi godo e vi segnalo una nuova puntata di una produzione amatoriale ma perfettamente azzeccata e fedele nella ricostruzione degli ambienti e delle atmosfere della Serie Classica: Star Trek Continues.

La puntata nuova (la nona della produzione) si intitola What Ships Are For. Come al solito, la qualità della produzione è sorprendente (considerato che si tratta di un fanfilm che volutamente riprende lo stile televisivo degli anni Sessanta), ci sono attori ospiti illustri e soprattutto c’è quello che rende Star Trek speciale e particolare rispetto a tante altre serie di fantascienza: un tema di fondo che pesca dall’attualità e la ripropone in versione fantascientifica, permettendo di intrattenere e al tempo stesso far riflettere.

A differenza della serie ufficiale, Star Trek Continues è liberamente fruibile: qui sotto trovate la puntata integrale, pubblicata su Youtube e su Vimeo; le altre sono sul sito della produzione (Startrekcontinues.com), insieme ai blooper. Buona visione.

“Into Darkness”: per favore non chiamatelo “Star Trek”

“Into Darkness”: per favore non chiamatelo “Star Trek”

Premessa: Diversi mesi fa la rivista ufficiale italiana di Star Trek mi ha contattato chiedendomi di scrivere una recensione di Star Trek Into Darkness. La rivista, conoscendo il mio parere sul film, mi ha chiesto esplicitamente di scriverne una negativa e dettagliata, perché intendeva pubblicarla accanto a una positiva nello stesso numero, in modo da stimolare il dibattito sui meriti di Into Darkness. Ho scritto la mia recensione in italiano e poi l’ho tradotta in inglese, dato che tutto il materiale delle riviste ufficiali di Star Trek dev’essere tradotto per l’approvazione da parte della sede centrale statunitense. Mi è stato detto poco fa che la mia recensione non è stata approvata, per cui sono libero di pubblicarla qui (la versione inglese è qui) a completamento di quella senza spoiler che scrissi dopo l’anteprima del film. Ovviamente siete liberi di essere d’accordo o meno col mio punto di vista.

QUESTA RECENSIONE RIVELA DETTAGLI IMPORTANTI DELLA TRAMA (SPOILER).

“Si rende conto dell’assurdità di nascondere una nave stellare in fondo all’oceano?” esclama indignato Scotty pochi minuti dopo l’inizio di Into Darkness.

Sì, Scotty, ce ne rendiamo conto. Anche troppo. È supremamente assurdo, ed è proprio questo il problema. Non ha alcun senso nel contesto ed è perfettamente evidente che la scena è stata voluta soltanto perché far emergere l’Enterprise dall’acqua sarebbe stato molto cool. Con questa battuta Into Darkness si è autodefinito perfettamente e completamente: una serie di scene spettacolari ma totalmente senza senso. Conosco e amo Star Trek da quarant’anni, e questo, mi dispiace dirlo, non è Star Trek.

Star Trek ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuore di appassionato di fantascienza perché era l’esatto contrario di questo film: ti proponeva situazioni che raramente erano spettacolari ma quasi sempre avevano un senso profondo. Ti faceva pensare. T’importava poco della vistosa cartapesta dei fondali o dei raggi dei phaser che facevano gli schizzi, perché le sue storie (non tutte, ma quasi tutte) ti lasciavano qualcosa dentro: accanto alla meraviglia per l’avventura nel cosmo c’era una riflessione morale.

Bele e Lokai (Sia questa l’ultima battaglia) mettevano in luce l’assurdità ipocrita del razzismo e di ogni discriminazione; l’insensatezza della Guerra Fredda era il tema di fondo di Una guerra incredibile; in tempi più recenti, l’episodio La misura di un uomo nella serie La Nuova Generazione ci faceva riflettere su come definiamo l’essere umano, con tutte le sue implicazioni sulla schiavitù e sull’intelligenza in altre creature viventi (e, in futuro, quelle artificiali), mentre Tuvix in Voyager sollevava, con la concretezza di un esempio che solo un contesto fantascientifico poteva dare, il tema del diritto alla vita. Eccetera, eccetera, eccetera. Per non parlare dei personaggi, ai quali ti affezionavi perché avevano spessore, erano imperfetti, fallibili, dilaniati dai conflitti: in altre parole, umani.

Non c’è nulla di tutto questo in Into Darkness. Lascio stare volutamente le polemiche, già fatte egregiamente da altri, sulle luci che ti sparano in faccia ossessivamente e sulle colossali incoerenze della trama. Un modellino dell’astronave supersegreta in bella mostra in sala riunioni? Pazienza. Esiste un dispositivo di teletrasporto portatile capace di raggiungere istantaneamente il cuore dell’impero Klingon dalla Terra, eppure tutti continuano ad andare in giro con le astronavi? Sorvoliamo. Con tutta la tecnologia che ha Starfleet, con i telefonini che comunicano da un capo all’altro del quadrante galattico, non c’è un telecomando, un timer o un robottino che possa attivare la bomba su Nibiru, ma bisogna proprio calare nel vulcano una persona? E non c’è nessun altro, a parte Spock, capace di fare questa semplice operazione? Amen. Tutti i film di Star Trek hanno incoerenze di questo genere, se andiamo a scavare abbastanza. Certo, qui le incoerenze ti si spiattellano in faccia come badilate, senza dover scavare alcunché, ma chi è senza peccato scagli la prima pietra. Come sempre, ci si passa sopra se nel complesso la storia funziona, ha un tema che avvince e dei personaggi che intrigano.

Il guaio di Into Darkness è che la storia, nel suo complesso, proprio non funziona (per quanto gli attori siano bravi, Benedict Cumberbatch in testa, a usare quel poco che viene dato loro): non c’è un tema di fondo. I personaggi sono sagome di cartone che fanno qualunque cosa sia richiesta dalla sceneggiatura. Qualche esempio: McCoy, nel bel mezzo di una crisi, con Khan accanto a lui in sala medica che battibecca con Kirk, si mette a pasticciare con le infusioni di sangue di Khan a un triblo morto. Deve farlo proprio in quel momento? Sì, perché lo richiede il copione: questo lavoro totalmente irrilevante gli servirà per resuscitare Kirk poco dopo: per il resto la scena non ha senso. Spock originale dice che ha giurato solennemente di non rivelare il futuro, ma poi fa dietrofront e rivela tutto su Khan. Dei giuramenti solenni dei vulcaniani c’è poco da fidarsi, allora. Spock giovane che aspetta ad informare Kirk che c’è un impostore a bordo (la specialista in armi avanzate, nientemeno) perché attendeva che la cosa diventasse “rilevante”. Come se avere a bordo un impostore durante una missione segreta potesse essere irrilevante. Siamo seri.

La colpa peggiore di Into Darkness, però, per un fan di lungo corso come me, è che prende dei personaggi cari a generazioni di appassionati come Spock, Kirk e McCoy e li snatura completamente. Nella metafora fondamentale di Star Trek, Spock è la fredda razionalità di una mente brillante, McCoy è l’emotività di una persona che pensa col cuore e Kirk è la mediazione e sintesi ideale di entrambi. Kirk ascolta il proprio cuore e la propria ragione e poi decide. Per questo Kirk, Spock e McCoy funzionano da decenni: rispecchiano e incarnano i nostri eterni dibattiti interiori. In Into Darkness, invece, Spock è semplicemente un alieno pedante generico che sconfigge Khan non con l’intelletto, ma a suon di cazzotti, e che quando vede Pike morente lo stupra con una fusione mentale forzata. McCoy è lì soltanto per fare battute bisbetiche. Ah, e anche per iniettare sangue di Khan a un triblo morto, tanto per fare. Kirk è un moccioso spaventato, indeciso e incompetente ma tanto carino e baciato da una fortuna assurda, che non mostra nessun presagio della propria futura grandezza.

Ricordate le parole del Kirk della Serie Classica a Carolyn Palamas in Dominati da Apollo? Quando le ricorda che siamo creature effimere sospese brevemente in un universo infinito, e che quindi tutto ciò che conta davvero è quel momento di umanità condivisa con coloro che amiamo? O il suo discorso agli abitanti di Vendikar ed Eminiar sulla necessità di ridare loro gli orrori della guerra per indurli alla pace? Parole potenti e commoventi, che mentre concludono la crisi della puntata fanno riflettere lo spettatore. Ora confrontatele con i dialoghi di Kirk in Into Darkness. Coraggio, fatelo. Aspetto qui.

Fatto? Bene, ora riascoltate il finale del film, quando Kirk cita il Giuramento del Capitano. Dovrebbe essere la morale conclusiva di Into Darkness, anzi il “monito”, come lo definisce Kirk, ma ascoltatelo bene. Recita testualmente: “Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi della nave stellare Enterprise, nella sua missione quinquennale diretta all’esplorazione di strani e nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà. Per arrivare laddove dove nessuno è mai giunto prima”. Eh? Tutti i capitani della Flotta Stellare giurano citando i viaggi dell’Enterprise? E a dirla tutta, quello non è neanche un giuramento. Oltretutto Spock precisa, poco dopo, che la loro è la prima missione quinquennale: ma allora perché se ne parla già nel Giuramento? Questi sono dialoghi privi di senso. L’hanno intitolato Into Darkness perché l’hanno scritto brancolando nel buio.

Questi non sono i personaggi, non sono i temi e non sono le storie che noi Trekker abbiamo imparato ad amare. Sono delle loro parodie mal riuscite, spacciate per gli originali. Magari per chi non conosce quegli originali il problema non si pone, ma io devo dire, sinceramente e a malincuore, che mi sento tradito. Chiamatelo come volete, ma non chiamatelo Star Trek, perché non è Star Trek. È semplicemente l’ennesimo film spettacolare con gente che risolve tutto con esplosioni e scazzottate in un contesto di fantascienza già visto e stravisto. Khan stritola la testa dell’ammiraglio Marcus con le mani? Blade Runner. Gli eroi corrono inseguiti dai nativi primitivi ai quali hanno rubato un oggetto sacro? I Predatori dell’Arca Perduta. L’astronave passa per un pelo da un varco strettissimo? Il Ritorno dello Jedi. C’è una bomba da disinnescare agendo delicatamente sui suoi meccanismi? All’ultimo istante uno strappo brutale risolverà tutto, come al solito.

Con cliché totalmente prevedibili come questi, con dialoghi sconclusionati di questo calibro, non c’è nessuna sorpresa, nessuna tensione, nessuna sensazione che possa accadere qualcosa che non sia ovvio e scontato. Interrompere una battuta con un’esplosione non è un geniale colpo di scena che crea drammaticità: significa dover ricorrere al botto per mancanza di argomenti migliori e di dialoghi decenti. E alla terza volta stufa.

A proposito di cose scontate: vogliamo parlare della Grande Trovata? Quella di prendere una delle scene più toccanti de L’ira di Khan, quella in cui Spock, mentre muore davanti all’impotente Kirk, dichiara finalmente la propria profonda amicizia per il capitano, e capovolgerla facendo morire Kirk? Che idea geniale. Che originalità. Che sforzo creativo, partorito oltretutto togliendo ogni drammaticità, perché qui Kirk resuscita ancora prima della fine del film invece di restare quasi certamente morto fino al prossimo, come succedeva invece a Spock nell’originale. Noi Trekker d’annata abbiamo penato due anni con l’ansia che Spock fosse davvero uscito di scena per sempre (e conoscendo Leonard Nimoy, a quell’epoca era un pericolo concreto); chi vede Into Darkness pena (si fa per dire) nove minuti. Nove. Sì, li ho cronometrati.

Lo schiaffo estremo è veder gridare “Khaaaan!” a Spock anziché a Kirk. Non so voi, ma quando ho visto massacrare così quella scena originale memorabile il mio grido interiore è stato un sentitissimo, irrefrenabile…

… “Aaaabraaaaams!”.

Non ho ancora finito (beh, volevate una recensione negativa, no?). Into Darkness tradisce Star Trek non solo nei dialoghi e nella caratterizzazione, ma anche negli ideali. Le donne in Into Darkness sono fondamentalmente suppellettili ornamentali che non fanno praticamente nulla se non infilarsi nel letto di Kirk, lamentarsi del partner vulcaniano perché non mostra emozioni (cosa s’aspettava Uhura da un vulcaniano, serenate mattutine e petali di rosa alla propria postazione?) e fare spogliarelli gratuiti e senza senso per compiacere gli spettatori. In questo film le decisioni le prendono solo gli uomini e le azioni (positive o negative) le fanno solo gli uomini: le donne sono relegate a ruoli di contorno decorativo o di donzelle in pericolo. Dov’è finita la spinta verso la parità dei sessi che era una delle novità sovversive della Serie Classica, tanto che osava (negli anni Sessanta) proporre una donna come braccio destro del capitano dell’Enterprise (Lo zoo di Talos) e come capitano romulano (Incidente a bordo) e tanti altri personaggi femminili professionali, competenti e non sottomessi, sexy senza per questo dover rinunciare a un cervello?

C’è, infine, un altro ideale tradito, ed è quello che personalmente mi brucia di più. Lo Star Trek originale mostrava protagonisti che risolvevano le crisi soprattutto con l’astuzia e l’intelligenza (e qualche cazzotto al momento giusto), attingendo alla propria competenza e preparazione. Nessuno nasceva pronto al comando: bisognava studiare e sgobbare per ottenerlo. In Into Darkness, invece, tutto viene risolto con battaglie, sparatorie e scontri fisici e tutti sono istintivamente capaci di fare qualunque cosa senza neanche spettinarsi i capelli.

Chekov deve sostituire Scotty? Nessun problema: è un po’ come mandare in sala parto un idraulico, ma è tanto cool. Kirk è totalmente indisciplinato e insubordinato: viola anche la Prima Direttiva. Certo, lo faceva anche il Kirk originale, ma perlomeno non lo faceva per manifesta incompetenza: in Into Darkness, su Nibiru sarebbe bastato intervenire di notte e nessuno avrebbe visto nulla. Ma siccome questo Kirk è tanto bello ed è sfacciatamente raccomandato da Pike, gli danno lo stesso il comando dell’Enterprise. Se uno dei messaggi di fondo della Serie Classica era “usa il cervello, studia e farai strada”, il nuovo Star Trek grida “se sei bello, studiare non serve e il cervello è un optional: mal che vada, userai quello degli altri”. La serie che rappresentava un simbolo e un rifugio per i nerd è diventata un’ulteriore fonte d’umiliazione.

Sì, lo so, Into Darkness e il film che l’ha preceduto hanno il merito di aver riportato alla ribalta il nome Star Trek. Vedendo questi film, nuovi fan saranno incuriositi e forse scopriranno che esistono la Serie Classica, la Nuova Generazione, Deep Space Nine e gli altri film e le altre serie che hanno storie e personaggi un po’ meno da popcorn. Ma se per rianimare Star Trek bisogna ricorrere alle infusioni di sangue di triblo e andare così tanto contro i suoi valori, forse il risultato ha un prezzo troppo alto. O forse quello che avete letto è soltanto lo sfogo di un vecchio nerd troppo attaccato al passato e al quale piacciono ancora le storie intelligenti e i personaggi che non hanno bisogno del 3D per bucare lo schermo.

Il primo trailer di Star Trek: Discovery, la nuova serie TV. Boh

Se non funziona il video qui sopra, provate il tweet ufficiale:

Se son rose, fioriranno.

Una foglia nel vento: addio a Ron Glass, Shepherd Book di “Firefly”

Una foglia nel vento: addio a Ron Glass, Shepherd Book di “Firefly”

L’equipaggio della Serenity non potrà più riunirsi al completo. Ron Glass, l’interprete del personaggio di Shepherd Book nella breve ma amatissima serie TV Firefly e nel film che conclude la serie, Serenity, è morto a 71 anni. Era apparso anche in Agents of SHIELD e in Star Trek Voyager. oltre che in una lunga serie di produzioni cinematografiche e televisive: per la partecipazione a Barney Miller  aveva ricevuto una candidatura agli Emmy.

Fonti: The Verge, TV Line.

Star Trek, specchio trasgressivo della società: saggio breve per la rivista “Formiche”

Star Trek, specchio trasgressivo della società: saggio breve per la rivista “Formiche”

A settembre 2016 la rivista Formiche mi ha chiesto di scrivere gratuitamente un articolo per un numero contenente testi di vari autori legati a Star Trek per riflettere sulle connessioni in termini di evoluzione politico-sociale della serie. Ho accettato con la condizione di poterlo ripubblicare in seguito altrove, per cui eccolo qui. La traccia assegnatami, piuttosto impegnativa, è stata questa: “Come Star Trek ha assorbito e fatto suoi alcuni cambiamenti e realtà socio-politiche importanti (Guerra Fredda, Vietnam, Kennedy, l’Onu). Interessante anche qualche riflessione sul nuovo film che, come rilevato da alcuni critici, non contiene importanti riferimenti al mondo politico-sociale. È forse esemplificativo di un appiattimento della società moderna?” Questo è il mio svolgimento.

Star Trek, specchio trasgressivo della società

“Trasgressivo” probabilmente non è il primo aggettivo che viene in mente quando si considera la cinquantenaria saga di Star Trek. A prima vista, le avventure del Capitano Kirk, del signor Spock e dell’astronave Enterprise (e degli altri equipaggi delle serie televisive e cinematografiche successive) sono la quintessenza del conformismo americano degli anni Sessanta: una sorta di Alla conquista del West con navi spaziali al posto delle carovane, le stelle al posto delle praterie e il mostro della settimana al posto degli indiani. I bianchi americani sono i migliori e la galassia è la Nuova Frontiera di Kennedy che attende solo di essere conquistata da loro.

In effetti il format di Star Trek fu venduto proprio con questa premessa western alle reti televisive statunitensi proprio negli anni in cui l’America esplorava lo spazio per poi sbarcare sulla Luna. Ma il creatore della saga, Gene Roddenberry, ebbe anche l’astuzia di infilare tra le righe, in aggiunta all’azione e all’avventura e a personaggi-archetipo di grande presa sul pubblico, delle riflessioni pungenti sulla società contemporanea che i censori della controllatissima TV americana degli anni Sessanta non avrebbero mai lasciato passare se fossero state presentate esplicitamente.

Pochi giorni fa [a Bologna, il 17 settembre] ho incontrato William Shatner, l’attore che interpretò il Capitano Kirk nella serie televisiva originale. A ottantacinque anni portati con energia invidiabile, Shatner ha sottolineato alcuni esempi di questa trasgressione, come gli alieni bianchi sul lato destro e neri sul lato sinistro, che odiano e considerano inferiori quelli identici ma con i colori invertiti [Let That Be Your Last Battlefield/Sia questa l’ultima battaglia], chiara allusione ai drammi del razzismo negli Stati Uniti di allora, o il pianeta afflitto dalla rigenerazione spontanea degli organi e da un culto assoluto per la vita, che si trovava quindi in preda alla sovrappopolazione più disperata e allucinante [The Mark of Gideon/Il marchio di Gideon].

I nemici principali dei protagonisti, i Klingon e i Romulani (e successivamente i Borg), erano società aliene militariste, dittatoriali, dominate da un’ideologia unica nella quale l’individuo e le libertà personali erano irrilevanti: riferimenti molto evidenti all’Unione Sovietica e alla Cina degli anni Sessanta, dominati dalla paranoia della Guerra Fredda. Per contro, i nostri eroi viaggiano per l’universo non per sottometterlo ma per esplorarlo, hanno una Direttiva Primaria di non interferire con le altre culture, e operano sotto l’egida di una Federazione dei Pianeti Uniti, che è una versione futuribile dell’ONU.

L’equipaggio stesso dell’Enterprise è una trasgressione per gli standard dell’epoca: non più il solito gruppo di maschi bianchi anglosassoni con donne di contorno e bambini come spalla comica, ma una coralità di etnie, origini e generi. Certo, il Capitano Kirk è il perfetto simbolo dell’America WASP e le minigonne e le scollature abbondano, ma l’astronave è pilotata da un asiatico insieme a un russo con una sovversiva chioma da Beatles, il primo ufficiale è un mezzosangue (Spock è metà alieno e metà umano) ed è il più intelligente a bordo, e le comunicazioni e le riparazioni sono gestite da una donna oltretutto di colore (un ruolo rivoluzionario per i criteri sessisti e razzisti di allora, che ispirò per esempio Whoopi Goldberg a diventare attrice e si meritò il plauso di Martin Luther King). L’Enterprise vince perché unisce i talenti delle persone migliori, a prescindere da ogni discriminazione.

Ma al di sotto di questo livello di allegorie piuttosto palesi (almeno agli occhi di oggi) Star Trek spiccò per altri messaggi, più sottili ma altrettanto penetranti, che sfuggirono alla censura. Per esempio, avvenne in Star Trek il primo bacio televisivo fra un uomo bianco e una donna di colore (il capitano e l’addetta alle comunicazioni), tabù totale per l’epoca; passò perché fu presentato come un bacio forzato da alieni telepatici [Plato’s Stepchildren/Umiliati per forza maggiore], generando comunque proteste negli stati americani del sud. La conta dei morti americani nella guerra in Vietnam, altro tabù, fu infilata pari pari nel telegiornale di un pianeta alieno, oltretutto impegnato in una guerra fredda fantascientifica contro un pianeta rivale, nella quale al posto delle bombe atomiche venivano lanciati attacchi virtuali, simulati da calcolatori, e i cittadini dichiarati morti dovevano presentarsi spontaneamente per l’eliminazione reale: un orrore al quale gli abitanti si erano assuefatti da secoli perché l’alternativa, la guerra vera con armi reali, sarebbe stata devastante per entrambi i contendenti [A Taste of Armageddon/Una guerra incredibile]. La vera alternativa, la pace fra i due mondi, era impensabile: un messaggio al limite del sovversivo in un’America uscita da poco dal maccartismo e impegnata in un immenso e costosissimo bluff militare contro l’Unione Sovietica.

Riflessioni e allusioni come queste sono state tentate nelle serie televisive e nei film successivi della saga, ma raramente hanno avuto la profondità e il coraggio di quelle della serie originale. Non sono mancati, per esempio, i riferimenti all’ecologia, all’ingegneria genetica, alla religione, e le famiglie con membri di specie differenti sono state raccontate, ma il primo accenno a una famiglia omosessuale è arrivato solo nel film più recente (Star Trek Beyond) e comunque è talmente garbato e fugace da sfuggire a uno spettatore poco attento. Le nuove produzioni di Star Trek sono state molto più prudenti.

Questa scelta di cautela è, paradossalmente, figlia proprio dei successi di quelle idee dirompenti degli esordi: un film o telefilm, oggi, viene distribuito in tutto il mondo, non più solo in Occidente, e quindi eventuali messaggi devono valere in ogni cultura, per cui tendono a essere molto generici. Per esempio, in Beyond il messaggio di fondo è semplicemente che la vera forza sta nell’unione e che la pace va difesa a qualunque costo contro chi crede che il conflitto sia il vero equilibrio e che se non c’è un nemico bisogna crearlo. Un’idea banale, forse, agli occhi di molti, ma potente in altre culture. Non va dimenticato che persino il messaggio elementare anticolonialista di un altro popolarissimo prodotto di fantascienza, Avatar, è stato sufficiente a impensierire i governanti della Cina quando se ne sono appropriati i cittadini colpiti dalle migrazioni forzate dal governo centrale.

La trasgressione di Star Trek è insomma diventata soft, ma è globale: ne coglieremo i frutti fra altri cinquant’anni.

Star Trek contro Trump

Star Trek contro Trump

Ultimo aggiornamento: 2016/10/04 8:30. 

Il cast di Star Trek si è schierato in massa contro l’idea di una presidenza messa in mano a Donald Trump. Il cast di quale serie o film della saga, direte voi?

Tutti.

C’è una pagina Facebook, intitolata Trek Against Trump, che presenta una breve riflessione accompagnata dalle adesioni di oltre 110 membri dei cast di Star Trek (la serie originale), The Next Generation, Deep Space Nine, Voyager,  Enterprise e i film (compresi i registi degli ultimi tre film, J.J. Abrams e Justin Lin).

Star Trek negli Stati Uniti è un fenomeno culturale di massa da cinquant’anni. Vedere così tanti volti e nomi noti di questa saga prendere apertamente posizione contro un candidato alla Casa Bianca è decisamente insolito e ha creato una notevole risonanza (The Verge, Entertainment Weekly, Rolling Stone e altri ancora). Il loro messaggio contro Trump è ispirato alle idee di Star Trek. Eccolo tradotto:

Star Trek ha sempre offerto una visione positiva del futuro, una visione di speranza e di ottimismo e, cosa più importante, di inclusione, nella quale le persone di tutte le razze ricevono pari rispetto e dignità, nella quale le credenze e gli stili di vita individuali vengono rispettati purché non siano una minaccia per gli altri. Non possiamo restare indifferenti di fronte a quello che sta accadendo nell’elezione che sta arrivando. Non c’è mai stato un candidato alla presidenza così completamente all’opposto degli ideali dell’universo di Star Trek come lo è Donald Trump. Eleggerlo farebbe arretrare questo paese, forse in modo disastroso. Dobbiamo eleggere un presidente che spingerà questo paese in avanti, verso il tipo di futuro che tutti sogniamo, nel quale le differenze personali vengono capite e accettate, nel quale la scienza scavalca la superstizione, e nel quale le persone lavorano insieme invece che l’una contro l’altra.

La risoluzione dei conflitti in Star Trek non è mai stata facile. Non restate indifferenti: votate! Abbiamo sentito gente dire che voterà per i Verdi o i Libertarian o non voterà affatto perché entrambi i candidati principali sono ugualmente colmi di difetti. Questo è illogico e anche inesatto. La Casa Bianca verrà occupata o dal Segretario Clinton o dal signor Trump. Uno è un dilettante che ignora con condiscendenza le leggi nazionali e le realtà internazionali; l’altra ha dedicato la propria vita al servizio pubblico e ha un’esperienza profonda e preziosa oltre ad aver dimostrato di essere capace di lavorare con il Congresso per far approvare leggi di cui c’era disperato bisogno. Se, come dicono alcuni, il governo si è rotto, un voto di protesta non lo aggiusterà.

Avete appena compiuto 18 anni? Avete traslocato? Non avete mai votato prima? Alcuni stati offrono una registrazione anticipata (ai primi di ottobre) e/o il voto per corrispondenza. Non potete votare se non vi siete registrati. Per cui attivatevi: andate a https://www.rockthevote.com, un’associazione neutrale senza scopo di lucro, e fare il vostro dovere civico. Perché, dannazione, siete cittadini americani, e avete l’obbligo di far parte della nostra democrazia! Fatelo non solo per voi stessi, ma per tutte le generazioni che seguiranno. Votate per un futuro di persone illuminate e d’inclusione, per un futuro che un giorno ci porterà alle stelle.

Approvato da:

J.J. Abrams
Allan Apone
Richard Arnold
René Auberjonois
Scott Bakula
Ira Steven Behr
Rick Berman
John Billingsley
Christopher Black
Paula Block
Paul Boehmer
André Bormanis
Brannon Braga
Mark Robert Brown
LeVar Burton
Terri Potts-Chattaway
John Cho
Tracee Cocco
George Colucci
Mimi Cozzens
Denise Crosby
Dan Curry
Joseph D’Agosta
Peter David
Nicole de Boer
Keith R.A. DeCandido
John de Lancie
Jonathan Del Arco
John DeMita
Chris Doohan
Paul Eiding
Aron Eisenberg
Terry Erdmann
Terry Farrell
Lolita Fatjo
David C. Fein
Juan Carlos Fernandez
Louise Fletcher
Jonathan Frakes
Bryan Fuller
Dave Galanter
Tim Gaskill
David Gerrold
Robert Greenberger
Bruce Greenwood
Max Grodénchik
Martha Hackett
Glenn Hauman
Manu Intiraymi
Michael Jan Friedman
Dominic Keating
John Knoll
Walter Koenig
Alex Kurtzman
Judith Levitt
Jeff Lewis
Justin Lin
David Mack
Dennis Madalone
Chase Masterson
Dakin Matthews
Gates McFadden
Robert Duncan McNeill
Nicholas Meyer
Anthony Montgomery
Ronald B. Moore
Tom Morga
Kate Mulgrew
Larry Nemecek
Adam Nimoy
Susan Nimoy
Robert O’Reilly
Linda Park
Leslie Parrish
Robb Pearlman
Simon Pegg
Randy Pflug
Ethan Phillips
Robert Picardo
Sandra Piller
Chris Pine
Emmett Plant
Zachary Quinto
Michael Reisz
Andrew Robinson
Eugene e Heidi Roddenberry
Marvin Rush
Tim Russ
Zoe Saldana
Ralph Senensky
Naren Shankar
Armin Shimerman
Gregory Smith
Brent Spiner
Rick Sternbach
Peter Sternlicht
Eric Stillwell
Jay Stobie
Sandy Stone
Carel Struycken
Marina Sirtis
Michael Sussman
Kitty Swink
George Takei
Michael Taylor
Hallie Todd Withrow
Connor Trinneer
Karl Urban
Wil Wheaton
Herman Zimmerman

Se vi state chiedendo perché manca William Shatner (il capitano Kirk originale), presumo che sia per la ragione che ha esposto durante la sua recente apparizione a Bologna: nella conferenza stampa ha ricordato che lui è canadese, non americano, e risiede negli Stati Uniti tuttora grazie alla green card, per cui è “one opinion away from being kicked out” (se non ricordo male le parole esatte), ossia teme che basti una sua sola opinione sbagliata per cacciarlo via. L’altro capitano assente, Patrick Stewart, è in una situazione analoga: è cittadino britannico e lavora negli Stati Uniti (attualmente sta interpretando il telefilm Blunt Talk come protagonista principale).

Nei commenti iniziali a questo articolo ho visto alcune persone riflettere che non c’è molta differenza fra i due candidati. Mi associo a quanto detto dagli attori di Star Trek: è un’asserzione illogica e sbagliata di fatto. Trump è documentatamente razzista, complottista, antivaccinista, sessista, evasore fiscale, mentalmente instabile e totalmente incompetente in finanza, economia e politica, sia nazionale sia estera; Clinton no. Hillary è fallibile e imperfetta come qualunque essere umano: Trump è il riassunto volgare ed egocentrico di quanto di peggio l’umanità possa esprimere.

Provate a immaginarli entrambi nel ruolo di presidente. A quale dei due vi sentireste di affidare il controllo delle armi nucleari? A uno che si alza alle tre del mattino per twittare insulti a una ex Miss USA perché per lui è troppo grassa ed è di origini ispaniche, o a una che conosce la Casa Bianca da decenni e pur di presenziare alla commemorazione dell’11 settembre ci va con la polmonite?

Non si può dire obiettivamente “hanno entrambi qualche difetto, quindi nessuno dei due va bene allo stesso modo”. Per citare una battuta di cui non ricordo l’autore, mettere sullo stesso piano Trump e Clinton è come trovarsi su un aereo quando la hostess passa con il carrello dei cibi ti chiede “Vuole il pollo cucinato ieri e riscaldato oppure questa fetta di letame con dentro pezzi di vetro assortiti?” e tu ti fai delle domande sul grado di cottura del pollo.

Antibufala: buon cinquantesimo (non)compleanno, Star Trek!

Antibufala: buon cinquantesimo (non)compleanno, Star Trek!

8 settembre 1966: una data impressa a fuoco nella memoria di ogni vero cultore di Star Trek. È la data di nascita ufficiale della celeberrima, citatissima saga di fantascienza, perché in quella data, alle 19:30 locali, Star Trek andò in onda per la prima volta, trasmessa dalla rete televisiva statunitense NBC. In tutto il mondo, oggi, si festeggia quindi il cinquantesimo anniversario. Ma non è corretto.

La vera data di debutto di Star Trek è il 6 settembre 1966, non l’8. La prima puntata (The Man Trap, in italiano Trappola umana) fu infatti trasmessa per la prima volta in assoluto due giorni prima della data ufficiale dalla rete televisiva nazionale canadese CTV. Lo documenta, per esempio, la Gazette di Montreal del 6 settembre 1966 a pagina 36 (in basso a destra):

Tuttavia, siccome il Canada per gli americani è irrilevante, la data ufficiale di nascita è l’8 settembre.

Chicca personale: The Man Trap fu la primissima puntata di Star Trek che vidi in televisione. Ero in Inghilterra, a York, a casa di mia nonna materna, ed ero bambino (sono nato nel 1963). Non so di preciso che anno fosse: la BBC trasmetteva continuamente le repliche di Star Trek, che era una serie popolarissima e (per l’epoca) assolutamente all’avanguardia. Tenete presente che all’epoca era già avanguardia il fatto che il telefilm fosse a colori. Avere la TV a colori in casa era roba da ricchi: cosa che i pargoletti di oggi, annoiati dal loro televisore HD e ansiosi di passare a un OLED 4K Surround, faranno fatica a credere. Ma sto divagando.

Non sapevo cosa fosse Star Trek: semplicemente lessi la guida ai programmi TV sul giornale e mi intrigò il titolo che prometteva viaggi spaziali (ero già malato di spazio all’epoca). Guardai la puntata, e all’inizio mi piacque, ma nel finale fui talmente spaventato dalla scena nella quale (allerta spoiler) il Vampiro del Sale, dopo aver ucciso alcuni membri dell’equipaggio assumendo sembianze umane, rivela la propria forma reale e avanza verso lo spettatore con le mani protese in avanti, che giurai che non avrei mai più guardato Star Trek (che pensavo fosse un film, non una serie TV).

Come avrete intuito se mi conoscete o seguite da un po’ i miei deliri digitali, non ho mantenuto fede al mio giuramento di bimbo terrorizzato. Star Trek è diventata una parte fondamentale della mia vita, sia culturalmente sia socialmente (grazie anche ai tanti amici dello Star Trek Italian Club “Alberto Lisiero”, che frequento ormai da decenni). Ho conosciuto personalmente moltissimi degli autori, degli attori e delle attrici che hanno contribuito alle varie incarnazioni della saga, trovandomi spesso a tradurre per loro e portandoli in giro per l’Italia e la Svizzera.

Tra poco incontrerò William Shatner, il Capitano Kirk originale, per fargli da interprete quando sarà a Bologna, alla Fest’Unità, dal 16 al 18 settembre. Non è la prima volta che traduco per lui, ma è sempre un onore lavorare per un grande professionista e un’icona della fantascienza. Se mi avessero detto da bambino che mi sarei trovato a tu per tu, in carne e ossa, con il capitano dell’Enterprise, non ci avrei mai creduto. Se vi interessa, i dettagli sono su Startrek50.it.