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sicurezza informatica

La pericolosa illusione della democrazia diretta digitale

La pericolosa illusione della democrazia diretta digitale

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “msalmi86” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Stordito dalla tecnologia.

Se siete fra coloro che credono che la democrazia diretta realizzata tramite Internet sia la soluzione a tutti i problemi del mondo, porto dal Festival del Giornalismo una dose di realtà che vi consiglio di assumere, perché la democrazia diretta digitale rischia invece di essere lo strumento perfetto per la dittatura e la manipolazione.

Questa è, a mio avviso, una delle idee più interessanti emerse dal panel “Hacktivismo e sorveglianza digitale: le rivoluzioni combattute in rete” di Fabio Chiusi (blog ilNichilista), Arturo Filastò (Centro Hermes), Giovanna Loccatelli (giornalista e scrittrice) e Dlshad Othman (attivista siriano), il cui video è su Youtube. Guardatevelo tutto per i dettagli, ma il concetto di fondo è questo (eventuali errori nella sintesi sono miei): in vari paesi ci sono movimenti politici che vedono nell’uso di Internet la chiave per sovvertire il sistema e istituire una democrazia diretta, snella ed efficiente, priva delle storture e corruzioni della democrazia rappresentativa.

L’idea è nobile, ma come tante idee nobili è lontana dalla realtà pratica, perché gli attuali strumenti informatici sono troppo vulnerabili e gli utenti sono troppo incompetenti per usarli in modo sicuro. Per cui chi volesse sabotare queste iniziative avrebbe il gioco tremendamente facile, non solo per bloccarle ma addirittura per usarle a proprio favore.

Supponiamo che un governo voglia introdurre la DDD (democrazia diretta digitale). Si può pensare seriamente che un voto elettronico, implementato sui PC appestati di virus e vulnerabilità degli utenti, sia sicuro più di un voto cartaceo al seggio? Si può pensare che chi ha ancora difficoltà a capire come si compila una scheda elettorale, fa fatica a non farsi fregare la password di Facebook e chi, peggio ancora, non ha alcuna dimestichezza con i computer possa seriamente destreggiarsi fra software di autenticazione del voto, sicurezza fisica del dispositivo informatico e sistemi di garanzia dell’identità delle sue opinioni postate nelle discussioni? No, vero?

Supponiamo, per contro, che un governo (o un aspirante dittatore) voglia sabotare un tentativo di adozione della DDD. Diffondere un trojan che infetti i PC dei partecipanti al movimento per la DDD sarebbe una passeggiata: basterebbe mascherarlo, che so, da serie di foto della presidente del consiglio in tenuta da nudista (lo so, lo so, l’idea non è originale). A quel punto rubare l’identità di un utente, magari non di un semplice elettore qualunque, ma di un esponente importante di un movimento politico, e postare a nome suo nei forum idee sballate ma credibili che lo screditino sarebbe quasi automatico.

Paradossalmente, il sistema di autenticazione pensato per garantire l’identità online sarebbe quello che autenticherebbe (apparentemente) le parole di suicidio politico del leader. Tutti i membri del movimento si fidano della DDD perché l’ha proposta il Caro Leader. Ergo, se il Caro Leader dice qualunque cretinata usando la DDD, dev’essere davvero lui che la dice.

Sovvertire il risultato di un voto effettuato con gli attuali strumenti di DDD sarebbe altrettanto banale: lo stesso trojan potrebbe votare al posto dell’elettore o trasmettere al “seggio” digitale un voto falsificato (man in the middle). Faccio fatica a vedere un sistema di voto elettronico affidabile se implementato su macchine trojanizzabili, con sicurezza fisica nulla e adoperate promiscuamente per scaricare pornazzi e giochini pirata. Basta guardare il disastro del voto elettronico negli Stati Uniti, che pure usava macchine dedicate (ma non per questo meno trojanizzabili dal fabbricante).

Al tempo stesso, sono ragionevolmente sicuro che esista la possibilità tecnica di creare un sistema di DDD matematicamente inespugnabile, open source e quindi ispezionabile, con autenticazione e integrità garantita anche su hardware e sistemi operativi insicuri. Ma chiunque pensi che un netbook con su Windows Vista possa magicamente trasformarsi nell’urna della democrazia del terzo millennio con una spruzzatina di software è vittima di una faciloneria paragonabile a quella di chi crede che basti una pallina di plastica magica per fare a meno dei detersivi.

Il vero problema della fuga in avanti rappresentata dal sogno della DDD è che queste tecnologie, quand’anche venissero realizzate, avrebbero milioni di talloni d’Achille: gli utenti, che si farebbero fregare in mille modi e appiccicherebbero su un Post-It la password del documento Word nel quale hanno salvato la propria chiave crittografica privata (e la password sarebbe, ovviamente, password o 12345678).

La DDD è fattibile, a mio avviso, solo se oltre al software perfetto si riesce a costruire un elettorato informaticamente sofisticato e culturalmente preparato a concetti come identità digitale, autenticazione e sicurezza. Ma a quel punto, se tutti gli elettori fossero così illuminati, usare la DDD, l’alzata di mano, la scheda elettorale di carta o un dado a venti facce sarebbe probabilmente irrilevante, perché sarebbero dei semidei. E i semidei non hanno bisogno di votare su cosa fare. Sanno già cosa fare e lo fanno.

Mi rendo conto che di questi tempi alcuni potrebbero considerare questo articolo come una mia rarissima e perigliosa scorribanda nella palude della politica, ma a me interessa solo l’aspetto informatico della questione. Ho sentito parole che hanno messo in chiaro che la democrazia diretta digitale è attualmente, per ragioni prevalentemente informatiche, un’utopia per sempliciotti idealisti, e questa mi sembra una lezione importante a prescindere dai singoli balletti maldestri degli aspiranti salvatori megalomani di un qualunque paese. E ho pensato che fossero parole interessanti da condividere, così come metto in guardia contro la faciloneria di affidare tutti i propri dati personali a Facebook. Tutto qui.

Aggiornamenti

Sulla base dei commenti vorrei aggiungere un paio di considerazioni.

Vorrei chiarire che il panel del Festival del Giornalismo ha ispirato questo post. Qualunque estensione dei concetti tecnici espressi dal panel che trovate in questo articolo è opera mia e quindi colpa mia. Non è detto che i membri del panel la condividano.

Per chi cita l’e-banking come esempio d’implementazione di transazione sicura: a parte che ha comunque vulnerabilità che vengono frequentemente sfruttate con successo dal crimine informatico, nell’e-banking ho una possibilità diretta di riscontro di eventuali alterazioni della transazione: ho un estratto conto che posso controllare e la banca può segnalare transazioni anomale. In un sistema di e-voto, è matematicamente possibile avere un riscontro che sia sicuro, eseguibile solo da me e anonimo al tempo stesso (ma questo complica l’implementabilità), ma non posso avere un sistema di rilevamento del voto anomalo. Anzi, se con l’e-banking mi fa piacere se la banca mi chiama e mi dice “scusi, è regolare questo suo pagamento di 10.000 euro alla Bassotti Banda snc?”; mi fa meno piacere se mi chiama l’ufficio elettorale e mi chiede “Scusi, è regolare questo suo voto per il Partito dell’Unicorno Petomane?”.

Per chi interpreta questo articolo come un rifiuto del futuro, vorrei chiarire che non sono contrario al voto digitale. Sono contrario al voto digitale fatto male. Non sto dicendo che il sistema attuale è perfetto; dico solo che pensare alla DDD come la soluzione di tutti i problemi è utopia e c’è il rischio di passare dalla padella alla brace se non si implementa bene.

Sui rischi della democrazia digitale segnalo anche l’ottimo lavoro di Giovanni Ziccardi e Claudio Agosti, sempre al Festival del Giornalismo.

Insomma, come in tanti altri casi mi preoccupano coloro che vendono soluzioni facili ai problemi difficili senza conoscere realmente né i problemi né le soluzioni. Suonano sempre troppo come soluzioni finali in stile Das Byte macht frei.

Alla Franklin University di Lugano parleremo di cybersecurity e diritti umani l’11 settembre

Alla Franklin University di Lugano parleremo di cybersecurity e diritti umani l’11 settembre

Mercoledì 11 settembre si terrà alla Franklin University (via Ponte Tresa 29,  Sorengo) il simposio Cybersecurity and Human Rights, al quale parteciperò sia come pubblico, sia come panelist.

Se vi interessa partecipare al simposio, che è interamente in inglese, trovate il programma, l’elenco dei relatori e tutti i dettagli su Cmcsymposium.org. La preregistrazione è obbligatoria.

Ci vediamo a Canobbio il 26 settembre per parlare di libertà e sicurezza informatica?

Ci vediamo a Canobbio il 26 settembre per parlare di libertà e sicurezza informatica?

Giovedì 26 settembre alle 18 sarò all’Aula Magna della Scuola Media di Canobbio (da non confondere con Cannobio, in Italia) insieme con l‘avvocato Gianni Cattaneo per parlare del rapporto fra libertà digitali e sicurezza informatica. L’incontro sarà moderato da Silvano Petrini, direttore del Centro sistemi informativi del Canton Ticino.

La serata è aperta a tutti ed è organizzata dal Club Plinio Verda.

Apple, FaceID battuto da un paio di occhiali

Apple, FaceID battuto da un paio di occhiali

Alla conferenza di sicurezza Black Hat di Las Vegas, dei ricercatori della Tencent hanno scoperto e reso pubblica una tecnica che consente di eludere, in certe condizioni, il sistema di riconoscimento facciale FaceID di Apple: mettere alla vittima un paio di occhiali leggermente modificati.

Normalmente FaceID verifica che il proprietario dello smartphone abbia gli occhi aperti, e quindi non stia dormendo, per evitare che qualcuno possa sbloccare il telefonino semplicemente puntandolo sul viso del proprietario appisolato.

Ma questo controllo viene semplificato parecchio se il proprietario indossa occhiali. In questo caso, spiegano i ricercatori, i sensori dello smartphone non estraggono informazioni di tridimensionalità dall’area dell’occhio. Questi sensori, inoltre, si limitano a cercare in quella zona un’area nera (l’occhio) con un punto bianco (l’iride) al centro.

Il risultato è che i ricercatori hanno mostrato che FaceID si può sbloccare mettendo sul viso della vittima un paio di occhiali sulle cui lenti sono stati applicati dei rettangoli di nastro adesivo nero al centro dei quali c’è un pezzetto di nastro adesivo bianco. Lo sblocco consente pieno accesso al contenuto dello smartphone, esattamente come se fosse stato sbloccato dal proprietario.

Può sembrare che questo tipo di vulnerabilità sia sfruttabile solo in circostanze piuttosto estreme: la vittima deve essere in stato di incoscienza tale da non accorgersi che qualcuno le sta mettendo in faccia degli occhiali. Ma ci sono situazioni abbastanza normali nelle quali questo succede, per esempio in seguito a consumo eccessivo di alcolici o all’assunzione di alcuni farmaci o semplicemente perché si ha il sonno pesante.

Il rimedio è piuttosto semplice: se vi aspettate di potervi trovare in una situazione del genere, spegnete completamente lo smartphone o disabilitate lo sblocco tramite riconoscimento facciale.

Il riconoscimento facciale dei computer HP è un po’ poco selettivo?

Matt Carthy, un membro irlandese del Parlamento Europeo, ha raccontato pochi giorni fa di aver scoperto con sorpresa il motivo per cui la batteria del suo laptop si scaricava così tanto ogni volta che lo lasciava a casa.

Il laptop era protetto, si fa per dire, da un software di riconoscimento facciale (probabilmente Windows Hello) e si sarebbe dovuto sbloccare soltanto con il volto del proprietario. Invece veniva regolarmente sbloccato di nascosto dai figli dell’europarlamentare usando, a quanto pare, una tecnica piuttosto astuta.

Visto che le elezioni europee sono imminenti, Carthy aveva in casa dei volantini elettorali. Sui quali c’era una nitidissima foto del suo volto. I figli, dice, hanno messo uno di questi volantini davanti alla telecamera del laptop, sbloccandolo.

Adesso Carthy, come nota nel suo tweet, non è sicuro se essere orgoglioso dell’ingegno dimostrato dai figli o preoccupato per la loro malizia.

L’europarlamentare non ha specificato il modello esatto di laptop HP e non ha fornito altre informazioni sulla sua scoperta, e c’è chi obietta che il riconoscimento facciale dei laptop HP usa gli infrarossi e quindi non dovrebbe farsi beffare da una fotografia. Ma in ogni caso è un incidente divertente che permette di ripassare una regola spesso dimenticata: usare il volto o l’impronta digitale come chiave magica per sbloccare un dispositivo significa usare delle informazioni che sono tutt’altro che segrete.

Va benissimo usarle in circostanze normali, ma quando ci si allontana da un dispositivo protetto dal riconoscimento facciale è meglio che intervenga un altro sistema di blocco più robusto e facile da tenere segreto, come una password lunga e complessa. Gli aggressori si nascondono nei luoghi più impensati.

A proposito di quell’archivio clienti italiano lasciato online: l’ho segnalato alla Postale

A proposito di quell’archivio clienti italiano lasciato online: l’ho segnalato alla Postale

Ultimo aggiornamento: 2019/03/10 9:20.

A fine febbraio ho segnalato il caso di un’azienda italiana, che gestisce prenotazioni online per ristoranti, che aveva lasciato accessibile online quello che sembrava essere un archivio dei dati dei propri clienti (circa 140.000).

L’azienda non ha risposto alle mie segnalazioni private, ma di fatto l’archivio non è più reperibile all’indirizzo IP presso il quale si trovava a disposizione di chiunque. Non mi è arrivata nessuna risposta neanche dal campione di indirizzi di mail dei clienti presenti nell‘archivio. La questione resterà quindi un mistero, e siccome potrebbe trattarsi di un archivio fittizio di prova (anche se mi pare improbabile), non credo che sia corretto fare pubblicamente il nome dell’azienda.

Su Internet ci sono tanti altri archivi di questo genere altrettanto accessibili e vulnerabili; trovarli è facile, usando gli appositi servizi di ricerca (come nello screenshot mostrato qui sopra), che per uno specifico tipo di database mi restituiscono oltre 700 risultati sparsi per il mondo.

Se vi interessa sapere quali sono questi servizi di ricerca, utilissimi anche per verificare la propria sicurezza informatica aziendale (un esempio è qui), ne segnalo alcuni:

  • Shodan.io
  • Binaryedge.io
  • Zoomeye.org
  • Censys.io
  • FoFa.so

Prima che me lo chiediate: consultare questi servizi, dopo aver creato un account, è legale e non costituisce violazione di domicilio informatico, visto che visitate le pagine di questi motori di ricerca e non quelle dei siti contenenti dati vulnerabili. Ma abusare delle informazioni contenute in questi servizi per violare un sistema informatico è palesemente illegale.

Se vi state chiedendo se sia pericoloso mettere a disposizione questi motori di ricerca, la risposta forse sorprendente è no: gli intrusi informatici esperti sanno benissimo come agire anche senza questi servizi. L’esistenza di questi motori consente semmai di facilitare il lavoro agli addetti alla sicurezza delle aziende, che grazie a questi strumenti possono verificare più rapidamente se hanno dati visibili esternamente.

2019/03/08 16:25

Come non detto: poco dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo mi è arrivata la segnalazione che un altro database della stessa azienda, con i dati di circa 1000 account, è online, senza password (basta conoscerne l’indirizzo IP) e pubblicamente accessibile in lettura e (presumo) scrittura o cancellazione, presso un indirizzo IP diverso da quello precedente.

Visto che il problema si ripete, ho allertato via mail la Polizia Postale fornendo tutti i dettagli. Sarà così possibile capire se si tratta di un database di clienti reali, messo online senza alcun riguardo per GDPR e protezione dei clienti, o se si tratta di un database di prova.

2019/03/09 13:20

Ho contattato alcuni degli indirizzi di mail presenti nel database e tre di essi hanno risposto: si tratta di indirizzi di ex dipendenti. Uno di loro mi ha telefonato ieri sera ed è riuscito ad allertare gli ex colleghi. A quanto pare il database era concepito per contenere dati fittizi di prova che però erano frammisti anche a dati autentici. Il database è stato rimosso: al suo indirizzo IP non viene più esposta l’interfaccia di gestione.

Se in casa ti suona l’allarme nucleare, controlla le password delle tue telecamere

Se in casa ti suona l’allarme nucleare, controlla le password delle tue telecamere

Continua la carrellata di disavventure degli utenti incauti che installano telecamere di sorveglianza o campanelli Nest e le configurano maldestramente.

Dopo l’hacker cortese che entra nella telecamera Nest e parla al proprietario per spiegargli come configurarla correttamente, Wired.com segnala che nei giorni scorsi decine di proprietari di queste telecamere hanno sentito “una voce incorporea che insisteva affinché si iscrivessero al canale Youtube di PewDiePie”.

Motherboard ha pubblicato un video con la dimostrazione di un attacco di questo tipo da parte di un intruso che ha trovato circa 300 telecamere vulnerabili nel giro di pochi minuti ed è riuscito a trovare le password di circa 4000 account Nest.

Domenica scorsa una famiglia californiana ha sentito in casa l’allarme nucleare che avvisava, in tutta serietà, che tre missili nordcoreani stavano per cadere su tre città americane ed è stata presa dal panico finché si è resa conto che l’allarme proveniva non dal televisore ma dalle telecamerine di casa.

A dicembre scorso una coppia è saltata giù dal letto quando ha sentito una voce sconosciuta dire parolacce nella cameretta del figlio e poi minacciare di rapirlo.

A ottobre 2018 qualcuno ha iniziato a parlare tramite una telecamera Nest con un bambino di cinque anni, chiedendogli se avesse preso lo scuolabus per tornare a casa e con quali giocattoli stesse giocando e intimandogli di stare zitto quando il bambino, saggiamente, ha chiamato la madre.

Non c’è niente di particolarmente vulnerabile nelle telecamere Nest: semplicemente sono fra le più vendute e quindi è inevitabile che siano coinvolte spesso in violazioni di sicurezza e privacy come queste. Il problema, come capita sovente in informatica, è l’utente.

L’utente che pensa “tanto non ho niente da nascondere” oppure “ma chi vuoi che prenda di mira proprio me, e anche se lo facessero cosa potrebbero fare?” e quindi usa per le proprie telecamere domestiche la stessa password che usa altrove e non attiva l’autenticazione a due fattori. Beh, questi sono solo alcuni esempi di quello che si può fare. Oltre, naturalmente, ad avere sconosciuti che vi guardano e ascoltano in casa.

773 milioni di account rubati e messi online. Compreso (forse) uno mio. Ma quale?

773 milioni di account rubati e messi online. Compreso (forse) uno mio. Ma quale?

Ultimo aggiornamento: 2019/01/17 23:30.

Il ricercatore di sicurezza Troy Hunt, noto per il suo servizio di allerta Have I Been Pwned, ha segnalato l’esistenza di un archivio, circolante in Rete, di circa 773 milioni di indirizzi di mail con relative password. Se volete sapere se il vostro indirizzo è in questo archivio, digitatelo (l’indirizzo, non la password) nella casella apposita di HIBP.

Attenzione: se il vostro indirizzo di mail risulta nell’archivio, non vuol dire necessariamente che è stato violato il vostro account di mail: vuol dire che è stato compromesso uno dei servizi ai quali vi siete iscritti usando quell’indirizzo.

La questione mi tocca personalmente, perché ho ricevuto anch’io un avviso da HIBP (screenshot qui accanto), visto che sono iscritto al suo servizio di allerta.

Il problema è che per quel che ho capito leggendo lo spiegone di Troy Hunt, HIBP non mi dice quale dei miei tanti account per servizi online che ho associato a quell’indirizzo di mail è stato violato.

Ho password differenti e molto robuste per ogni servizio, e ho l’autenticazione a due fattori dappertutto; può darsi che sia un falso allarme e l’archivio contenga dati vecchi (come è successo anche a Troy Hunt) o farlocchi per farne aumentare il volume e quindi l’apparente valore. Però mi piacerebbe togliermi il dubbio prima di cambiare tutte le mie password. Avete idee?

In ogni caso, vi consiglio di verificare se siete anche voi nell’archivio di credenziali rubate. Se poi avete dubbi su qualche password, c’è anche questa verifica per sapere se la password che usate è presente (anche se non associata a un vostro account) negli archivi di password di HIBP.

2019/01/17 16:30

Grazie a un lettore, G.V., ho avuto modo di sapere qual è la password associata al mio account di mail nell’archivio: è una sequenza di quindici cifre che non ho mai usato come password da nessuna parte. O è un hash bizzarro, oppure nel mio caso i dati contenuti nell’archivio non sono reali.

2019/01/17 23:30

L’esperto di sicurezza Brian Krebs è entrato in contatto via Telegram con il venditore di questa collezione di dati personali, che gli ha spiegato che la vende a prezzo stracciato (45 dollari) perché contiene dati di almeno due o tre anni fa. Le raccomandazioni di Krebs, che condivido, sono queste:

  • niente panico, nonostante i titoli sensazionali che trovate in giro;
  • che ci sia o meno il vostro indirizzo di mail in questa collezione, cambiare password non fa mai male, ma non usate password che avete già usato e non usate la stessa password dappertutto;
  • le password più preziose sono quelle che proteggono le nostre caselle di mail, perché se qualcuno prende il controllo di queste caselle può mandare una richiesta di reset delle password di qualunque servizio o account legato all’indirizzo e prendere così il controllo di tutto, perché il link di reset arriva via mail;
  • non usate password, ma usate passphrase: sequenze di parole che vi ricordate facilmente, come bicchiereGiovanniArancione (se il sito ve lo consente);
  • usate un buon password manager;
  • attivate l’autenticazione a due fattori (o verifica in due passaggi): presso Twofactorauth.org potete sapere quali servizi la offrono. Così se vi ruberanno le password non potranno comunque entrare nei vostri account.

Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

Black Friday e trojan bancari sui siti di shopping: come difendersi

Black Friday e trojan bancari sui siti di shopping: come difendersi

I criminali informatici non si fermano mai nella propria ricerca di nuove tecniche per rubarci dati che possono monetizzare.

Invece di infettare i dispositivi degli utenti e rubare i dati delle carte di credito usate durante lo shopping online, cosa difficile se l’utente ha installato antivirus e app di protezione antifrode, infettano i siti di shopping.

Ma l’infezione non avviene attaccando direttamente i siti commerciali, che di solito hanno protezioni piuttosto robuste: viene messa a segno attaccando le società che forniscono a questi siti gli script per la gestione dei pagamenti. Queste società spesso sono difese molto debolmente. Ai criminali basta entrarvi in modo da alterare a proprio favore gli script che poi i siti commerciali vanno a scaricare e incorporare.

Magecart, per esempio, è uno script alterato che viene installato fraudolentemente nei siti commerciali e intercetta i dati dei pagamenti effettuati tramite carte di credito: una delle sue vittime più illustri è stata British Airways, che ad agosto scorso si è fatta sottrarre i dati di 380.000 clienti con 22 righe di script. Ma anche Infowars, il sito del complottista Alex Jones, è stato colpito.

Rapid7 ha dei consigli tecnici per i gestori dei siti di e-commerce, ai quali spetta il compito di tenersi puliti; gli acquirenti possono solo vigilare sugli acquisti attivando per esempio i messaggi di allerta e verifica delle transazioni fatte con la carta di credito. Se il sito usato contiene script rubacarte, questi messaggi permetteranno di accorgersi che l’acquisto fatto è fraudolento e di bloccarlo.

Vale naturalmente, come sempre, la raccomandazione classica di fare acquisti solo in siti ben conosciuti e di non farsi sedurre da offerte troppo belle per essere vere.