Video: la struggente bellezza del mondo raccontata dalla viva voce di Samantha Cristoforetti
Astronauticast, uno dei più bei siti e podcast in italiano sull’astronautica, ha creato un gioiello: un video che prende le parole di un’intervista fatta il 28 gennaio scorso a Samantha Cristoforetti, a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, in cui l’astronauta descrive le visioni più belle che ha avuto finora dall’avamposto spaziale e le sincronizza con le fotografie che ritraggono quello che Sam descrive. Il risultato è qui sotto. Le parole di Samantha sono in inglese, ma ci sono i sottotitoli in italiano. Buona visione.
Qualcuno ha perso una vite sulla Stazione Spaziale?
L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.
Nel tardo pomeriggio (ora italiana) di ieri le telecamere di bordo della Stazione hanno catturato una scena curiosa: una vite metallica lucente che compare da chissà dove e si perde.
La scena è presentata nel video che vedete qui sopra, che è tratto da qui su Ustream (a circa 27 minuti dall’inizio del file Ustream) e mostra inizialmente il comandante della Stazione, “Butch” Wilmore, che sposta un grosso apparato. A circa 1 minuto e 20 secondi dall’inizio di questo video compare, appena sotto il bordo superiore della paratia azzurra, un oggetto che ruota su se stesso e si avvicina alla telecamera, rimbalzando varie volte. L’oggetto sembra appunto essere una vite o un perno metallico.
Dato che a bordo della Stazione è essenziale tenere traccia di dove si trova ogni cosa e che magari quella vite serve a qualcosa d’importante, pubblico qui il video, che ho segnalato anche a Samantha Cristoforetti. Probabilmente non è nulla, ma dato che se manca una vite non è facile per gli astronauti andare alla ferramenta più vicina e procurarsi un ricambio, ho preferito segnalarlo. Qualunque riferimento alla vite che scappa a Sandra Bullock in Gravity o alla penna che fluttua in 2001: Odissea nello spazio è puramente casuale.
Aggiornamento: nella prima stesura di quest’articolo avevo descritto impropriamente l’oggetto come un “bullone”. Ho corretto grazie alle segnalazioni dei lettori.
Non è lo Stargate: è una foto reale di un ciclone dallo spazio
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Ieri Samantha Cristoforetti ha pubblicato su Twitter questa foto eccezionale:
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| Credit: Samantha Cristoforetti/ESA |
Sam la descrive come “uno sguardo nell’occhio del ciclone Bansi”, manifestatosi alcuni giorni fa nell’Oceano Indiano (Accuweather; NASA; Weather.com), ma sembra davvero una visione tratta da un film di fantascienza.
Non so se la fotografia è stata pubblicata a maggiore risoluzione altrove e con dettagli tecnici delle condizioni di ripresa (segugi della Rete, datevi da fare), ma presumo che sia stata scattata di notte, alla luce della Luna, che la Luna illumini molto obliquamente la parte superiore delle nubi e che il bagliore al centro, accanto all’occhio del ciclone, sia un fulmine.
L’azzurro nell’occhio del ciclone sembrerebbe essere il risultato della luce naturale della superficie o delle nubi presenti nell’occhio stesso, solitamente a quote più basse rispetto alle nubi circostanti, ma potrebbe anche essere dovuto alla luce prodotta dal fulmine, che illumina l’intero occhio, come in quest’altra foto segnalata da Jeff Masters:
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| Credit: Samantha Cristoforetti/ESA |
Spero di reperire altri dettagli che spieghino queste fotografie, ma in ogni caso sono immagini spettacolari e impressionanti della potente magia della natura rivelata dalla scienza.
Aggiornamento (2015/01/19): Le versioni ad alta risoluzione delle due foto sono state pubblicate su Flickr rispettivamente qui e qui. Questo è il dettaglio dell’occhio del ciclone:
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| Credit: Samantha Cristoforetti/ESA |
I dati EXIF di quest’ultima foto indicano come data e ora dello scatto “2015:01:12 21:04:17” e ISO 12800, f/1.4, 1/5 di secondo. L’orario, secondo ISS Tracker, pone la Stazione sopra l’Oceano Indiano, per cui l’azzurro che si vede è l’oceano. Incredibile.
Niente è normale nello spazio: neanche un taglio di capelli
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Che cosa ha fatto fare a Samantha la faccia atterrita e divertita che vedete qui accanto? Neanche stavolta c’entrano gli UFO. Ai primi di gennaio ha avuto un incontro ravvicinato con un coiffeur d’eccezione: l’astronauta Terry Virts, suo collega a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.
La preoccupazione semiseria di Sam è che Terry non è un parrucchiere d’eccezione per via della sua bravura (ha fatto un breve corso di taglio di capelli prima di partire per lo spazio), ma semplicemente perché il suo salone di bellezza è particolarmente esclusivo: per arrivarci ci vuole un biglietto di viaggio che costa attualmente circa 60 milioni di dollari. I tagli che offre Chez Terry non sono particolarmente sofisticati o alla moda, ma del resto in assenza di peso le regole delle acconciature normali non valgono.
Come potete vedere nel breve video qui sotto, pubblicato oggi dall’ESA, tagliarsi la chioma in assenza di peso è una sfida notevole, non solo perché i capelli non cadono e non si dispongono come fanno normalmente sulla Terra, ma resta in piedi in modalità istrice cosmico, ma anche perché i capelli tagliati sono una fonte di pericolo: non cadono sul pavimento ma fluttuano nell’atmosfera di bordo, con il rischio di essere inalati o ingeriti, di intasare i filtri dell’impianto di ventilazione o di contaminare pannelli di controllo o esperimenti scientifici.
Per evitare questi rischi, l’astroparrucchiere deve essere assistito da un collega (in questo caso il russo Anton Shkaplerov) che usa un aspirapolvere per aspirare continuamente i capelli tagliati.
Comunque non è il caso di lamentarsi dei risultati: vorrei vedere quanti parrucchieri sarebbero in grado di pilotare un veicolo spaziale.
Altre foto e altri dettagli della delicatissima operazione sono qui su Astronautinews.it in italiano.
A proposito dell’allarme per la possibile perdita di ammoniaca di qualche giorno fa, che ha causato un’evacuazione d’emergenza precauzionale della sezione americana della Stazione, era fortunatamente un falso allarme: tutta la vicenda è raccontata qui in italiano.
Oggi SpaceX tenterà di far atterrare un missile con le zampette su una nave nell’oceano
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SpaceX oggi effettuerà un nuovo lancio della capsula cargo Dragon verso la Stazione Spaziale Internazionale, con una differenza importante rispetto ai precedenti: stavolta il primo stadio del razzo Falcon 9 tenterà non solo un rientro controllato, ma addirittura un atterraggio.
Se tutto va bene (ed Elon Musk, boss di SpaceX, è il primo a dire che le probabilità sono il 50%), lo stadio appoggerà le proprie zampe di atterraggio sul ponte di un’apposita chiatta nell’Oceano Atlantico.
Questo tipo di manovra non è mai stato tentato prima nella storia dell’astronautica, ed è importantissimo per il futuro delle missioni spaziali, perché se dimostra che i lanciatori possono essere recuperati e riutilizzati apre la strada a una riduzione enorme dei costi dei voli spaziali di ogni genere. Il costo del propellente, infatti, è trascurabile rispetto a quello del razzo.
La capsula Dragon è l’unico veicolo spaziale privato da trasporto capace di riportare sulla Terra un carico (gli altri veicoli cargo si disintegrano al rientro) e rifornirà la Stazione con circa 2320 chilogrammi di provviste, attrezzature ed esperimenti (compresi tre vasetti di senape, richiesti espressamente ieri sera dal comandante della Stazione Barry “Butch” Wilmore in un buffissimo scambio di battute con il controllo missione che ha coinvolto anche Samantha Cristoforetti).
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| Credit: Jon Ross |
Il lancio del Falcon 9 avverrà alle 6:20 ET (11:20 GMT, 12:20 italiane) dalla base di lancio militare di Cape Canaveral, in Florida. Circa tre minuti dopo il decollo il primo stadio verrà sganciato, alla quota di 80 chilometri e a 10 volte la velocità del suono. Il resto del razzo proseguirà per altri sette minuti, tramite il motore del secondo stadio, la propria arrampicata ed accelerazione verso lo spazio e verso la velocità orbitale necessaria per non ricadere a terra (circa 28.000 km/h).
Il primo stadio ruoterà su se stesso, usando dei motori di manovra alimentati ad azoto, in modo da mettere davanti i propri motori principali e puntarli verso il basso a circa 45 gradi; a quel punto riaccenderà brevemente questi motori per arrampicarsi ancora e percorrere un arco parabolico che lo riporterà indietro. Poi precipiterà a velocità ipersonica fino al momento in cui tre dei suoi nove motori principali si riaccenderanno per frenare la caduta a circa 4700 km/h.
Durante la caduta, mentre viaggia ancora a oltre tre volte la velocità del suono, verranno aperte delle alette a griglia, che servono per stabilizzare e manovrare aerodinamicamente il razzo. Infine un singolo motore effettuerà l’accensione di frenata a circa 900 km/h, seguita dall’accensione di atterraggio che rallenterà il Falcon fino a una velocità di caduta di circa 7 km/h, si apriranno le zampe e il veicolo atterrerà verticalmente sulla chiatta di SpaceX circa dieci minuti dopo il decollo da Cape Canaveral.
La chiatta, mostrata qui accanto in una vista dall’alto, ha una piattaforma di atterraggio di circa 90 per 50 metri: sembra tanto, ma non è banale rientrare dallo spazio a velocità ipersonica e centrare un campo di calcio da qualche parte nell’oceano a circa 180-250 miglia (300-400 km) al largo di Jacksonville, in Florida. La chiatta ha potenti motori di manovra che la tengono a punto fisso nonostante le correnti, ma il razzo è grande (è alto 46 metri e le zampe hanno un ingombro di 18 metri), come si vede in questa ricostruzione in scala, e la stabilizzazione della chiatta tramite GPS ha una tolleranza di circa tre metri; c’è poi il rischio di uno scivolamento sulla piattaforma e quello che l’oceano faccia salire e scendere l’intera chiatta.
Sarà possibile seguire il lancio in streaming tramite la NASA e tramite SpaceX; io farò un livetweet presso AttivissimoLive. Maggiori dettagli sono su SpaceX, Americaspace, Justatinker e Discover (in inglese). Se volete sapere cosa fanno gli astronauti e cosmonauti a bordo della Stazione dal punto di vista scientifico, c’è l’apposito blog della NASA, sempre in inglese. La cartella stampa della missione è qui.
La Dragon arriverà alla Stazione giovedì, circa 48 ore dopo il lancio, dove Barry Wilmore azionerà il braccio robotico per agguantarla e attraccarla, assistito da Samantha Cristoforetti. A giudicare dalla foto qui sotto, si direbbe che Sam sia già pronta ad agguantare la capsula Dragon a mani nude, se necessario!
Aggiornamento: il lancio è stato interrotto a circa 80 secondi dal via a causa di un’anomalia nel comportamento di uno degli attuatori del secondo stadio. Si ritenterà venerdì alle 5:09 ET (11:09 italiane).
Aggiornamento (2015/01/07): il nuovo tentativo è stato spostato alle 4:47 ET (10:47 italiane) del 10 gennaio.
Aggiornamento: (2015/01/10): il lancio è avvenuto con successo e la capsula Dragon è stata inserita correttamente in orbita, diretta verso la Stazione. Il rientro sperimentale del primo stadio è stato invece un successo parziale. I dettagli sono in questo articolo.
Che ci fa un atlante stradale a bordo della Stazione Spaziale Internazionale?
Via Twitter mi è arrivata la segnalazione di @tamarabalestri, che ha notato che in questa foto pubblicata da Samantha Cristoforetti ad accompagnamento di questo suo post e mostrata qui accanto c’è una particolarità: un atlante stradale (evidenziato in giallo). Che se ne fanno di un atlante stradale nello spazio?
Si tratta, specificamente, del Rand McNally Road Atlas del 2010, come si può rilevare confrontando la foto con le immagini della copertina dell’Atlas in questione.
Qui accanto vedete il dettaglio evidenziato in giallo nella foto precedente, ruotato di 180°. Corrisponde chiaramente a questo Atlas, che copre le strade di Stati Uniti, Canada e Messico.
Cercando un po’ ho trovato che lo stesso atlante “spaziale” compare anche in una foto scattata dall’astronauta Alexander Gerst il 21 ottobre scorso sulla ISS.
Ho elaborato un po’ l’immagine di Gerst per evidenziarne i dettagli, come potete vedere qui sotto, ed è emersa la probabile ragione della presenza di un atlante stradale a bordo della Stazione: per aiutare gli astronauti a riconoscere le zone della Terra che fotografano.
La foto dell’atlante scattata da Gerst, infatti, rivela che sull’atlante c’è una dedica: “To the […]ews of ISS, En[…] the Cupola a[…] take lots of pictures!”, che è probabilmente “To the crews of ISS, Enjoy the Cupola and take lots of pictures!”, ossia “Agli equipaggi della ISS, godetevi la Cupola e fate tante foto!”. La dedica è firmata, ma la firma è illeggibile: tuttavia c’è l’indicazione “Exp 13, 21, 22”, che indica che si tratta dello statunitense Jeffrey Williams, unico astronauta ad aver effettuato tutte le missioni (Expedition) citate.
Inoltre la foto di Gerst mostra che accanto all’Atlas delle strade dell’America settentrionale c’è anche un Atlas of the World (atlante del mondo), per cui gli abitanti della Stazione hanno a disposizione una guida completa di tutto il mondo.
Nulla di misterioso, insomma: anzi, è molto logico che gli astronauti usino un atlante per orientarsi. Dal loro punto di vista, a 400 km di quota, vedono la Terra esattamente come se fosse una gigantesca cartina, e le strade sono un ottimo riferimento visivo, con le loro forme caratteristiche e il loro contrasto elevato rispetto al terreno circostante.
La differenza fra andare nello spazio e viverci, in due foto
La cosmonauta russa Elena Serova a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, in una foto tweetata dal collega Terry Virts.
Le calze e l’albero di Natale a bordo della Stazione, in una foto tweetata da Samantha Cristoforetti (maggiori dettagli su Avamposto 42).
Quando un veicolo non è più un ambiente asettico e funzionale, nel quale fai un ardito mordi e fuggi verso confini estremi, ma diventa una casa, allora non sei più un pioniere che tiene duro: sei un colono. Sei in quella landa per restarci. Vuol dire che non solo hai mosso i primi passi fuori dalla culla, ma ne hai creata un’altra.
Che ora segnano i due orologi di Sam?
Nei post precedenti dedicati a Samantha Cristoforetti parecchi commentatori hanno chiesto il motivo per il quale Sam porta due orologi. In attesa che lo chiarisca di persona lei su Google+ o sul suo sito ufficiale, un po’ di luce arriva da questa foto:
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| Credit ESA/NASA |
Nella foto si vedono entrambi i quadranti. Questo è il sinistro: segna le 7:17 (o 19:17) circa.
E questo è il destro: segna le 10:17 (o 22:17) circa.
Guardando i dati EXIF della foto risulta che la fotocamera segnava le 19:17:41 del 2014:11:25 con la Timezone +00:00. Presumo che la fotocamera sia impostata correttamente. Quindi l’orologio sinistro di Sam segna il GMT oppure un orario sfasato di dodici ore in avanti o indietro (GMT+12 o -12), mentre il destro segna un orario sfasato di tre ore in avanti (22:17, GMT+3) oppure di nove ore indietro (10:17, GMT-9).
GMT-9, GMT+12 e GMT-12 non corrispondono al fuso orario di nessuna installazione spaziale, mentre GMT è l’ora usata a bordo della Stazione Spaziale Internazionale e GMT+3 corrisponde all’ora di Mosca. Per cui direi che la risposta probabile è che Sam ha l’ora di bordo al polso sinistro e l’ora del centro di controllo di Mosca al destro.
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