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RSI

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/03/30

Questa è la registrazione della puntata di oggi, 30 marzo 2026, di Niente Panico, il programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Niente Panico va in pausa per una settimana e tornerà il 13 aprile.

In questa puntata abbiamo parlato principalmente della missione Artemis II di ritorno alla Luna, rispondendo alle domande degli ascoltatori e facendo sentire uno spezzone della conferenza stampa degli astronauti. Queste sono le loro belle parole a proposito dei loro primati (Victor Glover è la prima persona di colore a volare verso la Luna, Christina Koch è la prima donna):

Glover: I live in this, you know, this dichotomy between happiness that a young woman can look at Christina and just physicalize her passion or her interest, or even if it’s not something she wants to do, she can just be, like, girl power! And that’s awesome. And that young brown boys and girls can look at me and go, “Hey, he looks like me, and he’s doing what?” And that’s great, I love that, but I also hope we are pushing the other direction, that one day we don’t have to talk about these firsts, that one day this is just and I – listen to this – that this is the human history. It’s about human history. It’s the story of humanity, not black history, not women’s history, but that it becomes human history.

Koch: Something to add is that although it is something to celebrate a bunch of firsts, that’s definitely not necessarily telling the whole story. And it’s also not about celebrating any one individual. If there is something to celebrate, it’s that we are at a time when everyone who has a dream gets to work equally hard to achieve that dream. And we’re at a time where we’ve recognized the importance of if we are not going for all and by all, we aren’t truly answering all of humanity’s call to explore. That, to me, is what’s worth celebrating.

In traduzione:

Glover: Vivo in questa, sai, questa dicotomia tra la felicità che una ragazza possa guardare Christina e vedere in lei l’incarnazione della sua passione o del suo interesse, o anche se non è qualcosa che lei stessa vorrebbe fare, possa semplicemente pensare: «Il potere delle donne!». Ed è fantastico. E che i giovani ragazzi e ragazze di colore possano guardarmi e dire: “Ehi, lui mi assomiglia, e cosa sta facendo?”. E questo è fantastico, lo adoro, ma spero anche che stiamo spingendo nella direzione opposta, affinché un giorno non dovremo più parlare di questi primati e un giorno questa sia semplicemente – ascoltate bene – questa sia la storia dell’umanità. Si tratta della storia umana. È la storia dell’umanità, non la storia dei neri, non la storia delle donne, ma spero che diventi la storia dell’umanità.

Koch: Una cosa da aggiungere è che, anche se è bello celebrare una serie di primati, questo non è necessariamente tutto. E non si tratta nemmeno di celebrare un singolo individuo. Se c’è qualcosa da celebrare, è che siamo in un’epoca in cui chiunque abbia un sogno può lavorare con la stessa dedizione per realizzarlo. E siamo in un’epoca in cui abbiamo riconosciuto l’importanza del fatto che se non partiamo per tutti e grazie a tutti, non stiamo davvero rispondendo alla chiamata dell’umanità all’esplorazione. Questo, per me, è ciò che vale la pena celebrare.

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/03/23

Questa è la registrazione della puntata del 23 marzo 2026 di Niente Panico, il programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Abbiamo parlato principalmente dell’imminente ritorno umano intorno alla Luna con la missione Artemis II e del mio libro che ne parla.

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/03/16

Questa è la registrazione della puntata del 16 marzo 2026 di Niente Panico, il programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Fra i temi di questa puntata:

  • le ragioni scientifiche degli starnuti quando si guarda il sole (il cosiddetto riflesso ACHOO);
  • il centenario del primo volo di un razzo a propellente liquido (lanciato da Robert Goddard e ricordato da un bell’articolo su Wired.it);
  • la missione Artemis II in partenza ai primi di aprile;
  • il record mondiale di pioggia (1825 mm in 24 a Reunion nel 1966);
  • un particolare anniversario della vita di John Lennon e Yoko Ono (l’ordine di espatrio dagli USA);
  • l’anniversario della nascita di Caroline Herschel nel 1750, prima donna astronoma diventata membro onorario della Royal Astronomical Society e scopritrice della cometa 35P/Herschel-Rigolle;
  • l’anniversario della nascita di Anna Atkins nel 1799, botanica e fotografa, prima persona a pubblicare un libro illustrato con immagini fotografiche;
  • i 10 anni di Mastodon.

Podcast RSI – Occhiali “smart” di Meta: operatori vedono immagini intime degli utenti

Ultimo aggiornamento: 2026/03/11 13:00.

Questo è il testo della puntata del 9 marzo 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.

CORREZIONE: nel podcast dico che l’app Nearby Glasses è disponibile anche per smartphone Apple. Non è così. Ho corretto il testo qui sotto. Mi scuso per l’errore.


[CLIP: Zuckerberg presenta gli occhiali di Meta e Ray-Ban]

È la voce di Mark Zuckerberg, che alcuni mesi fa ha presentato gli occhiali “smart” di Meta*, dotati di minischermo integrato, microfoni per ascoltare i comandi dell’utente, altoparlanti per sussurrargli informazioni, e minuscole telecamere. E ovviamente dotati anche di intelligenza artificiale, che arriva via Internet tramite lo smartphone. Sono in vendita anche da noi a partire da circa 350 franchi, lenti correttive escluse.

* Meta ha adottato il termine “AI Glasses” anche in italiano nel proprio materiale promozionale.

Secondo Zuckerberg, questi occhiali, abbinati a un braccialetto che rileva i movimenti del polso, permetteranno di fare a meno del computer. In effetti basta dire a questi occhiali “Ehi Meta, fai una foto” per scattare una fotografia presa dallo stesso punto di vista dell’utente. Altri comandi vocali e gestuali consentono di scrivere messaggi, identificare e descrivere oggetti, tradurre conversazioni in tempo reale, e così via, in maniera praticamente invisibile.

Ma questa invisibilità significa che questi occhiali vengono anche usati dai molestatori per fare riprese abusive in luoghi privati e intimi, passando inosservati perché la gente non si aspetta che degli occhiali dall’aria assolutamente normale includano una telecamera e non sa che con poca spesa è anche possibile disattivare la loro lucina che avvisa che è in corso una ripresa.

Oltretutto Meta vuole offrire anche un servizio di identificazione delle persone inquadrate, che ovviamente permette a chi ha buone intenzioni di fingere di ricordarsi che vostra zia si chiama Adalgisa ma consente ai malintenzionati di identificare in massa e automaticamente tutte le persone che inquadrano con questi occhiali.

Anche la privacy di chi li usa è a rischio, perché l’audio e le immagini che questi occhiali acquisiscono in continuazione non sono privati: spesso vengono visti dai dipendenti delle aziende incaricate da Meta di fare monitoraggio della qualità del servizio.

Questa è la storia della nuova generazione di occhiali “smart”, dei loro pro e contro, e dell’app che permette di sapere se qualcuno nelle nostre vicinanze li sta usando, per tentare di capire se questo sarà il prossimo gadget universalmente desiderabile oppure un flop o, peggio ancora, una trappola.

Benvenuti alla puntata del 9 marzo 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Se sentite nominare occhiali “smart” e vi viene in mente ancora Google Glass, il prodotto presentato appunto da Google nel 2012 in pompa magna ma scomparso tre anni più tardi, aggiornate subito la vostra immagine mentale. Gli occhiali computerizzati presentati da Meta insieme a marchi come Ray-Ban e Oakley a settembre 2025 sono completamente diversi. Non c’è più quell’ingombrante, antiestetico braccetto che sporgeva davanti a una delle lenti e faceva sembrare chi lo indossava una sorta di impresentabile incrocio fra un orafo cyberpunk e un Borg di Star Trek. Gli occhiali smart di oggi sembrano dei normali occhiali, con una montatura e delle astine leggermente più corpose rispetto a quelle tradizionali, ma niente di più.

In quelle astine e in quelle montature c’è di tutto: una batteria, un touchpad, una serie di microfoni, due minialtoparlanti, due telecamere, i processori che elaborano e smistano tutti i dati generati e ricevuti dagli altri componenti, e un trasmettitore e ricevitore Bluetooth per comunicare con lo smartphone. Questi occhiali “smart” pesano solo un ventina di grammi in più rispetto a quelli tradizionali equivalenti.

Non sono autonomi: dipendono appunto dallo smartphone per connettersi a Internet, e il grosso dell’elaborazione dei dati avviene sui computer remoti di Meta, non localmente. Se non c’è Internet, se non c’è campo o se lo smartphone è scarico, gli occhiali “smart” perdono quasi tutte le loro funzionalità.

Ma quando tutto funziona, questi occhiali fanno cose davvero notevoli: diventano l’interfaccia alternativa dello smartphone. Il telefono rimane in tasca o nella borsetta, e invece si scattano foto, si fanno video, si fanno scorrere i messaggi social, si risponde alle telefonate direttamente dagli occhiali, si chiede a voce di riconoscere un fiore o un quadro o qualunque altro oggetto (o anche una persona), si ottengono indicazioni visive di quale direzione prendere per raggiungere una certa destinazione. E con il braccialetto che rileva i movimenti della mano diventa possibile scrivere su una tastiera virtuale o addirittura scrivere tracciando con un dito la forma delle singole lettere, tenendo la mano in tasca. L’ideale per inviare un messaggio con discrezione senza far vedere che si tira fuori il telefono.

C’è di più: le telecamere negli occhiali possono diventare gli occhi delle persone ipovedenti o cieche, grazie a servizi come Be My Eyes, che usano un mix di intelligenza artificiale e di volontari per fornire assistenza visiva remota. I microfoni possono ascoltare una conversazione e passarla via Internet a sistemi di riconoscimento vocale, per far comparire istantaneamente sullo schermo degli occhiali i sottotitoli di un film o di una conversazione, aiutando così chi ha problemi di udito. L’audio può essere anche inviato a sistemi di traduzione automatica, per fornire quasi in tempo reale la trascrizione tradotta di quello che viene detto.

Insomma, gli usi positivi di certo non mancano, ed è indubbiamente comodo avere un assistente che vede e sente tutto quello che facciamo e può aiutarci in ogni momento, perché lo abbiamo letteramente già addosso, e non è vistoso e antiestetico. E infatti, nonostante il prezzo non regalato, gli occhiali “smart” si vendono bene. EssilorLuxottica, il fabbricante di questi prodotti di Meta, ha dichiarato di averne piazzati oltre sette milioni di esemplari nel 2025, in aggiunta ai due milioni venduti in totale nei due anni precedenti [CNBC].*

* Oltre a Meta, prodotti analoghi sono proposti o in fase di sviluppo da parte di Snapchat e Google.

Ma proprio le loro caratteristiche favorevoli più evidenti sono anche le più problematiche.


Questi occhiali “smart” potenziati con l’intelligenza artificiale hanno l’aspetto di occhiali normali e quindi passano inosservati. Questo vuol dire che è facilissimo abusarne per effettuare riprese di nascosto, anche perché a differenza del telefono, che va estratto e puntato, le telecamere integrate in questi occhiali sono già nella posizione di ripresa perfetta, ossia accanto agli occhi dell’utente. Chi vuole fare riprese non fa nessun gesto rivelatore, ma si limita a dire a bassa voce agli occhiali di iniziare a registrare un video, oppure tocca leggermente il touchpad presente sull’astina. Tutto qui.

E la lucina a LED che si illumina quando inizia una ripresa video è facile da disabilitare, tanto che le istruzioni per farlo sono su YouTube. In alcuni casi è sufficiente un banale tappino adesivo sagomato, nonostante Meta abbia progettato i propri occhiali in modo che non funzionino se la spia luminosa è coperta [404 media, paywall].

Gli abusi di questo genere non si sono fatti attendere [CNN; Yahoo]*. TikTok, Instagram e altre piattaforme social sono pieni di video in cui un uomo attacca bottone con una donna e riprende le sue reazioni alle avances senza chiederle il permesso di riprenderla e men che meno di postare il suo volto sui social. Questi video ottengono migliaia e a volte milioni di visualizzazioni e quindi portano denaro a chi li pubblica; sono diventati una moda e un fenomeno di massa.

* La BBC segnala un caso risalente al 2019: un ginecologo britannico ha usato occhiali con telecamera incorporata per riprendere di nascosto una donna mentre faceva sesso con lui e poi l’ha ricattata. È stato processato e condannato a 14 mesi di carcere. Sempre la BBC nel 2024 riferisce di un altro caso di abuso di occhiali dotati di telecamera.

Questi uomini credono di avere il diritto di fare riprese di nascosto a persone specifiche, perché sono in un luogo pubblico (ma la legge di quasi tutti i paesi dice il contrario). Questi uomini considerano le donne che abbordano come oggetti da monetizzare, ai quali quindi non ritengono di dover chiedere consensi o permessi. L’idea che una donna non voglia essere mostrata a milioni di persone e poi essere bersagliata da commenti misogini o diventare vittima di stalking non li sfiora nemmeno [BBC]. E i social network, invece di vietare e rimuovere questi tipi di video, li promuovono. Siamo arrivati alla monetizzazione delle molestie.

TikTok Screenshot of the video of Oonagh from TikTok. She is crossing the road in and is engaged in a conversation. The video is filmed from the perspective of the person she is talking to.
Una donna ripresa da degli occhiali “smart”. Il video ha avuto oltre un milione di visualizzazioni su TikTok [BBC].

Gli occhiali “smart” sono insomma una manna dal cielo per questi uomini e un pericolo nuovo e ulteriore per le donne, che adesso dovranno cominciare a chiedersi se ogni interazione con una persona che non conoscono sia una ripresa nascosta che verrà pubblicata sui social. E il pericolo aumenterà a dismisura se, come sembra, Meta aggiungerà il riconoscimento facciale ai propri dispositivi indossabili [New York Times]. Se oggi una vittima può in parte proteggersi evitando di dare il proprio nome o altri dati personali a uno sconosciuto, con l’arrivo del riconoscimento facciale il molestatore avrà direttamente tutti i dati che gli servono, dal nome al numero di telefono all’indirizzo di casa e di lavoro, gentilmente forniti da Meta.


Anche senza arrivare a questi livelli di patetica misoginia, ci sono moltissime situazioni comuni nelle quali andare in giro con degli occhiali in grado di fare riprese di nascosto è inaccettabile o addirittura illegale. Basta pensare a luoghi come studi medici, ospedali, scuole, spogliatoi: qualunque spazio nel quale ci sia la ragionevole presunzione che non ci siano telecamere o microfoni che filmano e ascoltano.

Paradossalmente, a febbraio scorso persino il personale di Meta è stato colto a indossare questi occhiali in un tribunale californiano, dove le riprese sono vietate, ed è stato quindi ammonito dal giudice durante un’audizione di Mark Zuckerberg, che era stato convocato come testimone di un processo nel quale Meta e YouTube sono accusati di creare dipendenza nelle persone giovani. Il solo fatto di averli addosso, quindi in sostanza di aver attaccata alla faccia una telecamera puntata e pronta a filmare, è percepito come un rischio, un atto ostile. Se decidete di indossare un oggetto di questo genere, anche con le migliori intenzioni, potreste essere visti come potenziali molestatori o ficcanaso.

L’uso di questi occhiali rischia di essere problematico anche durante la guida, dove la comparsa di messaggi e immagini davanti a un occhio potrebbe essere interpretata come intralcio alla vista e distrazione dalla conduzione del veicolo. A scuola, i docenti che adesso tribolano per far rispettare i sempre più diffusi divieti di uso del telefonino nelle sedi scolastiche vedranno complicarsi ulteriormente questo compito, anche perché questi occhiali possono montare lenti correttive e quindi non si può semplicemente chiedere a una persona di toglierseli e metterli via come si fa con lo smartphone. Inoltre controllare che siano effettivamente spenti o inattivi non è affatto intuitivo.*

* Futurism cita il caso di una donna che è andata in un centro estetico per una depilazione intima e si è accorta che la sua estetista indossava occhiali “smart” di Meta. Ha protestato per la situazione, ma l’estetista ha detto che gli occhiali erano spenti e li doveva indossare perché hanno lenti correttive.

E questo è un problema che riguarda anche gli utenti di questi occhiali. Un’indagine svolta da due giornali svedesi [Svenska Dagbladet, Göteborgs-Posten] in collaborazione con un giornalista kenyota [Naipanoi Lepapa] denuncia che le immagini e le registrazioni audio acquisite dagli utenti degli occhiali “smart” sono state viste dai dipendenti di Sama, una società con sede in Kenya che opera in subappalto per conto di Meta e fa la cosiddetta annotazione dei video (una sorta di catalogazione dei contenuti).

Fra le cose personali viste da questi dipendenti, dice l’indagine, ci sono riprese di attività sessuali, persone che si svestono, persone che usano la toilette, inquadrature di carte di credito e di video pornografici. A quanto pare gli occhiali “smart” sono così comodi e impercettibili che i loro stessi acquirenti si dimenticano che li stanno indossando e sono in modalità di acquisizione.

Meta ha confermato che in alcuni casi i contenuti che gli utenti condividono con l’azienda, attraverso la chat interattiva degli occhiali, vengono passati ad altre aziende a scopo di miglioramento del servizio, ma soltanto, dicono, dopo che sono stati filtrati, per esempio sfocando i volti [ma sembra che non lo faccia sempre, secondo BBC], e possono includere contenuti registrati dagli occhiali quando l’utente li attiva involontariamente. Tutto questo viene spiegato in dettaglio nelle oltre novemila parole dell’informativa sulla privacy apposita e dell’avviso sulla privacy delle funzioni vocali degli occhiali di Meta. Novemila parole che probabilmente pochissimi degli utenti di questi disposiivi si prenderanno la briga di leggere.

Questa situazione ha indotto uno dei garanti per la protezione dei dati del Regno Unito a chiedere spiegazioni a Meta, e negli Stati Uniti è stata depositata una class action contro Meta e Luxottica of America che contesta l’ingannevolezza dello slogan usato da Meta per promuovere questi occhiali, che è “progettati per la privacy, controllati da te” [“designed for privacy, controlled by you”]: la class action afferma infatti che

[Voce sintetica che legge la citazione] Nessun consumatore ragionevole interpreterebbe frasi come “progettati per la privacy, controllati da te” e promesse simili, come “costruiti per la tua privacy”, nel senso che filmati profondamente personali, girati all’interno delle loro case, vengano visionati e catalogati da operatori umani all’estero. Meta ha scelto di mettere la privacy al centro della sua pervasiva campagna di marketing, nascondendo però i fatti che rivelano la falsità di tali promesse.

Screenshot dal sito svizzero italiano di Meta (https://www.meta.com/ch/it/ai-glasses/privacy/).

L’azione legale è ancora in corso. Nel frattempo, chi sta pensando di acquistare questi occhiali dovrebbe informarsi bene su come funzionino realmente, tralasciando gli slogan. E chi invece rischia di essere bersaglio degli utenti molesti di questi dispositivi dovrebbe sapere prima di tutto che esistono e poi come riconoscerli, per esempio notando lo spessore delle astine o la presenza di piccoli elementi circolari sul frontale delle montature: sono gli obiettivi delle loro telecamere.

Ma c’è chi ha fatto di più: Yves Jeanrenaud, un docente dell’Università di scienze applicate di Darmstadt, in Germania, ha pubblicato un’app che aiuta a rilevare la vicinanza di questi occhiali “smart”. L’app si chiama Nearby Glasses, è gratuita e open source [GitHub] ed è disponibile per smartphone Android [Google Play; Izzysoft.de] e Apple [errore mio, scusate]. Sfrutta il fatto che questi occhiali comunicano con lo smartphone del loro utente tramite Bluetooth. Quando un dispositivo comunica in questo modo, nei segnali radio che emette c’è un identificativo che indica il fabbricante. Questi segnali sono captabili e decifrabili dall’app. Se Nearby Glasses rileva degli identificativi di fabbricanti che corrispondono a quelli di Meta e di altre aziende che fabbricano prodotti analoghi [per esempio quelli di Snapchat], fa comparire sul telefono un avviso.

L’app può dare dei falsi positivi e si limita a rilevare il fatto che questi occhiali sono accesi [ma non può sapere se vengono usati per effettuare riprese e quali siano le intenzioni di chi fa queste eventuali riprese]. Di conseguenza il creatore dell’app raccomanda di non aggredire chi indossa occhiali “smart” e di non presumere che tutti coloro che li indossano siano molestatori o comunque malintenzionati. Ma il fatto stesso che sia stata realizzata quest’app indica quanto sia sentito il problema.

L‘avvento degli occhiali digitali è insomma una nuova rivoluzione delle nostre abitudini sociali e delle nostre sicurezze, che va seguita con attenzione e prudenza. È il caso di dire che in un modo o nell’altro, ne vedremo delle belle.

Fonti

Facebook owner unveils new AI-powered smart glasses, BBC, settembre 2025

Meta faces privacy lawsuit over AI smart glasses, Euronews.com, marzo 2026

Meta Lied About Its Smart Glasses Protecting User Privacy, New Class Action Lawsuit Claims, Futurism.com, marzo 2026

She Came Out of the Bathroom Naked, Employee Says, Svenska Dagbladet, febbraio 2026

Meta sued over AI smart glasses’ privacy concerns, after workers reviewed nudity, sex, and other footage, TechCrunch, marzo 2026

Workers report watching Ray-Ban Meta-shot footage of people using the bathroom, Ars Technica, marzo 2026

Regulator contacts Meta over workers watching intimate AI glasses videos, BBC, marzo 2026

Les nouvelles lunettes connectées capables de tout filmer inquiètent face au risque d’atteinte à la vie privée, RTS.ch, marzo 2026

‘I was secretly filmed with smart glasses and then trolled online’, BBC, gennaio 2026

Woman Goes to Get Brazilian Wax, Alarmed to Notice Waxer Is Wearing Meta’s Video Recording Glasses, Futurism, agosto 2025

“Imagine being this based”: Guy says woman “assaulted” him by breaking his Meta AI glasses on the subway. The internet disagrees, Yahoo News, dicembre 2025

Meta’s Ray-Ban Glasses Users Film and Harass Massage Parlor Workers, 404media, ottobre 2025

Hide from Meta’s spyglasses with this new Android app, The Register, febbraio 2026

So-called ‘manfluencers’ are filming themselves trying to pick up women. Smart glasses are their perfect tool, CNN, febbraio 2026

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/03/09

Questa è la registrazione della puntata del 9 marzo 2026 di Niente Panico, il programma che conduco in diretta, di solito insieme a Rosy Nervi ma stavolta insieme a Tiki, sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera ogni lunedì. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Alcuni dei temi di oggi:

  • la storia dello straordinario annuncio di un comandante della British Airways quando tutti e quattro i motori del suo aereo di linea si spensero in volo;
  • l’anniversario della nascita nel 1934 di Yuri Gagarin, prima persona a raggiungere lo spazio (12 aprile 1961);
  • la scoperta del primo vulcano attivo extraterrestre su Io da parte dell’astronoma Linda Morabito nelle immagini della sonda Voyager 1 il 9 marzo 1979;
  • il motivo fisico per cui le cannucce di carta fanno schiumare le bevande gassate ma quelle di plastica no (Hannah Fry).

Stasera sarò a Patti Chiari (RSI La1) per parlare di social network e dipendenze

Ultimo aggiornamento: 2026/03/07 13:40.

Questa sera alle 20:40 parteciperò in studio in diretta alla puntata del programma Patti Chiari dedicata ai rischi dei social network e in particolare di TikTok: fake news, algoritmi che promuovono contenuti tossici di violenza, razzismo e sessismo, vigilanza insufficiente, esposizione dei minori a contenuti assolutamente inadatti, e soprattutto creazione di dipendenza.

È stata depositata in Svizzera un’iniziativa popolare federale (Foglio Federale 3 marzo 2026) per far assumere ai grandi fornitori del settore informatico le loro responsabilità di tutela contro disinformazione, molestie, abusi, truffe e materiale criminale e obbligarli a proteggere i diritti fondamentali dei cittadini. L’iniziativa, lanciata dalla Fondazione Guido Fluri, ha l’appoggio di tutti i principali partiti politici nazionali e anche quello dell’Alleanza delle organizzazioni dei consumatori (ACSI, Konsumentenschutz, FRC) [Swissinfo]. L’idea di base è molto valida; la vera sfida è come applicarla concretamente. Ne parleremo stasera.

La presentazione e la registrazione della puntata sono qui. Potete rivedere la puntata qui sotto (non so se ci sono georestrizioni). Il sondaggio informale svolto da Patti Chiari indica che il 90% dei partecipanti sarebbe a favore di vietare i social network sotto i 16 anni.

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/03/02

Questa è la registrazione del programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Fra i temi di questa puntata:

  • allineamenti planetari e pseudoscienza (con riferimento alle notizie di un presunto grande allineamento di pianeti il 28 febbraio scorso);
  • anniversari e ricorrenze, da Charlie Chaplin a Howard Carter;
  • curiosità dal mondo dello spettacolo e della fantascienza;
  • la missione Artemis II e le sfide della NASA;
  • la ricorrenza del primo volo di prova dell’aereo supersonico di linea franco-britannico Concorde, il 2 marzo 1969.

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/02/23

Questa è la registrazione della puntata di oggi programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera dalle 9 alle 10. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Fra i temi di oggi:

  • Perché gli spaghetti si spezzano sempre in tre pezzi: la fisica della frattura spiegata attraverso gli studi di Feynman e dell’MIT.
  • Dario Bressanini si presenta: chimico, docente e divulgatore noto per smontare bufale scientifiche e alimentari.
  • La dieta termodinamica: dimagrire significa deficit energetico, spiegato con fisica e chimica.
  • Fake news: più colpevoli i diffusori che chi le subisce; fondamentale verificare le fonti.

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/02/09

Questa è la registrazione della puntata del 9 febbraio 2026 di Niente Panico, il programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

In questa puntata abbiamo avuto come ospite telefonico l’egittologo Mattia Mancini, autore del blog di divulgazione egittologica Djed Medu, che ha spiegato molti dei presunti misteri che riguardano l’antico Egitto e in particolare la teoria secondo la quale le piramidi di Giza sarebbero allineate con le stelle della cintura di Orione. Ha anche chiarito come mai il piazzamento degli obelischi egizi in vari paesi europei e negli Stati Uniti in tempi tecnologicamente meglio attrezzati, alla fine dell’Ottocento, richiese più tempo di quello impiegato dagli egizi nonostante la disponibilità di gru e di potenza motrice: fu principalmente colpa della necessità di trasportare in nave e della burocrazia.

Febbraio 1923 – La prima benzina al piombo

A febbraio del 1923, 103 anni fa, una stazione di rifornimento a Dayton, in Ohio, vendette il primo gallone di benzina al piombo. Thomas Midgley Jr., dei laboratori di ricerca della General Motors, aveva scoperto che aggiungere alla benzina del piombo tetraetile migliorava le prestazioni dei motori a scoppio. Midgley non presenziò all’evento perché si stava riprendendo da un grave avvelenamento da piombo.

Lui e il suo superiore, Charles Kettering (che aveva brevettato il motorino d’avviamento elettrico nel 1911), avevano volutamente ignorato i pericoli per la salute derivanti dal piombo. Sapevano anche che gli stessi miglioramenti delle prestazioni dei motori si potevano ottenere con l’etanolo, molto meno pericoloso. Ma l’etanolo non era brevettabile e quindi non poteva generare gli stessi profitti del piombo tetraetile.

Esporsi al piombo ha effetti sul sistema nervoso, su quello cardiovascolare e su quello immunitario, e produce anche problemi comportamentali e di apprendimento nei bambini. Si stima che l’abbandono della benzina al piombo abbia evitato 1,2 milioni di morti l’anno. Un’azienda britannica e statunitense, la Innospec, continuò a vendere piombo tetraetile come additivo per la benzina fino al 2010, decenni dopo che i danni del piombo tetraetile erano stati assodati oltre ogni dubbio. In quell’anno l’azienda ammise in tribunale di aver corrotto funzionari indonesiani e iracheni per poter continuare a vendere questo veleno [Car and Driver; CNN; Unep; The Conversation].

Febbraio 1996 – Prima vittoria di un computer contro un campione mondiale di scacchi

Il 10 febbraio 1996, a Philadelphia, dopo tre ore di gioco, il campione del mondo di scacchi Garry Kasparov, considerato uno dei più grandi giocatori della storia, perde la prima partita di un torneo di sei contro Deep Blue, un computer di IBM.

Kasparov vince il torneo, ottenendo tre vittorie e due patte, ma quella sua sconfitta iniziale è la prima di un campione mondiale da parte di un computer avvenuta durante un torneo regolamentare, nel quale ogni giocatore ha due ore di tempo per fare 40 mosse, due altre per effettuare le 20 successive, e un’altra ora per concludere la partita. È una tappa fondamentale nell’evoluzione dell’intelligenza artificiale e smonta il mito della supremazia della mente umana nel gestire la complessità e sofisticazione di questo gioco.

Una rivincita nel 1997 contro un Deep Blue migliorato si conclude con la sconfitta del campione umano: Kasparov vince la prima partita, Deep Blue la seconda, e le tre successive finiscono in patta. La sesta partita viene vinta dal computer [History.com].

Podcast RSI – Bitchat: messaggi senza Internet, senza rete cellulare e senza padroni

Questo è il testo della puntata del 9 febbraio 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio di bordo di un aereo di linea, con annuncio in inglese]

Immaginate di essere in aereo, in volo per qualche destinazione lontana. Vorreste chattare con i vostri compagni di viaggio e mandare loro alcune foto e informazioni per pianificare il vostro itinerario, ma loro sono seduti alcune file davanti a voi e l’aereo è strapieno. A bordo non c’è Internet, e se anche ci fosse, tramite Wi-Fi, i suoi costi sarebbero proibitivi.

Ma siete stati previdenti, e così potete comunicare quanto vi pare con i vostri amici, senza Internet, senza Wi-Fi e senza rete cellulare. Ciliegina sulla torta, le vostre comunicazioni sono cifrate e non vengono lette da nessun gestore di social network per profilarvi o per nutrire qualche intelligenza artificiale avida di testi scritti da esseri umani.

[CLIP: audio di bordo di un aereo di linea, con annuncio in inglese]

E se atterrate in qualche Paese che sorveglia le comunicazioni sui social network o sulle reti cellulari, potete comunque comunicare fra di voi a distanza senza poter essere intercettati.

L’app che fa tutte queste cose in apparenza impossibili esiste, e si chiama Bitchat. Potete scaricarla e installarla anche subito sul vostro smartphone Android o iOS.

Benvenuti alla puntata del 9 febbraio 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Oggi vediamo come è possibile mandare messaggi senza Internet, senza rete cellulare, e senza filtri o padroni. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Questa storia inizia ai primi di luglio del 2025. Jack Dorsey, cofondatore del social network che una volta si chiamava Twitter, annuncia e pubblica su Internet la prima versione di Bitchat, un’app che permette di mandare messaggi testuali e vocali oppure foto senza Wi-Fi, senza Internet, senza server centrali, senza chiedere numeri di telefono o mail, e in forma anonima e cifrata. Non c’è neanche bisogno di creare un account.

Bitchat riesce a fare queste cose per esempio in caso di blackout o calamità che mettono fuori uso la rete di telefonia mobile e in zone nelle quali non c’è copertura cellulare oppure è pericoloso, vietato o troppo costoso usare Internet o il Wi-Fi. Ci riesce perché a differenza delle app di messaggistica tradizionali come WhatsApp, Telegram, Signal o Threema, Bitchat usa una cosiddetta peer-to-peer wireless mesh network, ossia una rete paritaria magliata senza fili.

Traducendo dal gergo tecnico, la rete che interconnette i telefonini fra loro con Bitchat è composta esclusivamente dagli smartphone stessi, che si parlano via Bluetooth, senza aver bisogno di un server centrale, di connessioni a Internet o altro.

Ogni cellulare che usa Bitchat riceve i segnali Bluetooth e i messaggi Bitchat degli altri telefonini che hanno installato quest’app e sono nelle vicinanze. Questi messaggi vengono trasmessi, ricevuti e inoltrati tramite queste connessioni Bluetooth dirette e possono saltare da un telefono all’altro, protetti dalla crittografia, in una sorta di catena di Sant’Antonio, fino a raggiungere l’utente desiderato.

Usare Bitchat è di una semplicità disarmante: si scarica l’app dal Play Store o dall’App Store, la si installa e poi le si dà il permesso di usare e tenere attivo il Bluetooth, cosa che già fa chiunque abbia degli auricolari senza filo.

Fatto questo, ci si trova già collegati alla rete locale di tutti gli utenti Bitchat nelle vicinanze. Non viene chiesto nulla: nessuna mail, nessun numero telefonico, e l’app è gratuita e oltretutto open source. Il suo codice sorgente è liberamente ispezionabile e altrettanto liberamente modificabile.

Esteticamente, Bitchat è un’app spartana fino in fondo: la sua schermata principale è praticamente vuota e persino il suo font è volutamente semplice e a spaziatura fissa, come quello delle macchine per scrivere o dei vecchi computer. In alto c’è l’indicazione del nome dell’utente su Bitchat, che è di solito anon seguito da quattro cifre. Volendo è personalizzabile con un semplice tocco. Poi è indicato il canale al quale si è collegati, che per la rete locale è #mesh, seguito dal numero di utenti presenti su quel canale. Toccando questo numero compare l’elenco degli utenti e si può scegliere quello con il quale si desidera chattare o scambiare messaggi vocali o foto.

Non compare nessuna informazione personale degli utenti e non c’è nessuna foto del profilo, e tutto questo è intenzionale. Bitchat è pensato per proteggere la riservatezza e la sicurezza delle persone e per consentire lo scambio anonimo di messaggi effimeri, come spiega il documento programmatico pubblicato da Jack Dorsey. I messaggi, in forma cifrata, vengono custoditi solo sui singoli telefonini, scompaiono dopo l’invio o la consegna e non toccano mai un’infrastruttura centralizzata. In caso di emergenza, toccando tre volte in sequenza l’icona dell’app vengono cancellati tutti i dati.

È tutto molto bello, ma non è il caso di mollare WhatsApp e simili, almeno per il momento.


Bitchat funziona, ma il suo limite principale sta proprio nella sua caratteristica centrale: l’uso del Bluetooth come canale di comunicazione primario. Questa tecnologia, nella sua diffusissima versione a basso consumo energetico o Bluetooth Low Energy, presente in quasi tutti gli smartphone, ha una portata teorica massima all’aperto di una settantina di metri.

Questo vuol dire che se non avete altri utenti Bitchat entro questa distanza, non potete usare Bitchat per scambiare messaggi senza usare Internet. E c’è anche un limite al numero di salti da un cellulare all’altro che può fare un messaggio nel tentativo di propagarsi fino alla propria destinazione senza appoggiarsi a Internet. Questo limite è sette, e questo significa che una rete locale di Bitchat, anche nelle migliori condizioni, ha una portata massima di circa mezzo chilometro. In condizioni reali la portata effettiva può aggirarsi sui duecento metri.

Tuttavia se alcuni dei telefoni che fanno parte della rete locale si spostano, per esempio facendo la spola fra vari luoghi, diventano dei “postini” digitali, che possono recapitare anche su grandi distanze i messaggi che custodiscono, anche se in questo caso la consegna ovviamente non è istantanea.

Per compensare questa limitazione, Bitchat si è evoluto rispetto al suo debutto di sei mesi fa e ora include anche la possibilità di comunicare con utenti lontanissimi, anche in altri continenti. In questo caso si appoggia a Internet in maniera classica [tramite Wi-Fi o rete dati cellulare] e comunica mediante il protocollo aperto Nostr.

In altre parole, Bitchat funziona benissimo per comunicare privatamente da una stanza all’altra in una casa, in una cabina d’aereo, su un autobus, in treno, in alta montagna o allo stadio [o in nave], ma su grandi distanze torna a dover dipendere da Internet e da una connessione dati di telefonia mobile. Può essere un complemento prezioso alle app di messaggistica tradizionali, ma non un loro sostituto, almeno per ora.

C’è però anche un’altra situazione nella quale Bitchat funziona particolarmente bene e può addirittura salvare vite: le manifestazioni e le adunate di protesta, nelle quali un numero molto elevato di utenti si trova in uno spazio limitato e quindi ci sono moltissimi smartphone nelle vicinanze che possono passarsi i messaggi di Bitchat. Spesso le autorità di alcuni Paesi tentano di impedire il coordinamento dei manifestanti disattivando localmente la rete cellulare o l’accesso a Internet. Ma Bitchat non ha bisogno di questi servizi e quindi continua a funzionare anche in caso di oscuramenti della rete.

Non è un caso che ci siano state decine di migliaia di scaricamenti di Bitchat in relazione alle proteste in Madagascar e in Nepal a settembre 2025 e in Uganda e Iran a gennaio 2026. In questi Paesi le autorità spesso impongono il blocco di Internet nel tentativo di sabotare le comunicazioni fra cittadini. E Bitchat non è la prima app di questo genere: una dozzina d’anni fa numerosi cittadini in Iraq e a Hong Kong usarono un software chiamato FireChat che si basava appunto sul Bluetooth e sulla creazione di reti locali temporanee costituite da smartphone per comunicare tra loro nonostante gli interventi di censura e i blackout delle telecomunicazioni tradizionali imposti dalle autorità.

Le prossime versioni di Bitchat potrebbero includere l’opzione di creare interconnessioni tra telefonini usando il Wi-Fi, nella sua forma denominata Wi-Fi Direct. Questo aumenterebbe moltissimo la portata di Bitchat, consentendo distanze considerevolmente maggiori fra i telefoni che formano una rete locale, anche se ci sono alcune questioni di sicurezza intrinseche in questa tecnologia che andranno risolte se Bitchat vuole tenere fede alle proprie ambizioni di software a prova di intrusioni e censure.

In un momento storico nel quale si parla sempre più seriamente della necessità strategica di una sovranità digitale europea e nel quale la dipendenza da software e social network gestiti da miliardari statunitensi fortemente politicizzati fa sentire il proprio peso politico ed economico, è particolarmente allettante e letteralmente rivoluzionaria l’idea di un sistema di comunicazione senza padroni, senza pubblicità, gratuito, senza licenze capestro, senza schedatura degli utenti, liberamente ispezionabile e modificabile, e orientato a proteggere gli utenti dalle ingerenze e violenze governative, come quelle che stanno avvenendo per esempio in Iran e a Minneapolis.


La cronaca amara di questi giorni purtroppo rende inevitabile questo accostamento di luoghi che un tempo sarebbe sembrato assurdo e surreale, e l’informatica fa parte di questa cronaca, perché Apple ha scelto di rimuovere dal suo App Store le app che permettevano di segnalare legalmente la presenza degli agenti dell’ICE, l’agenzia statunitense dell’immigrazione, quelli che hanno ucciso per strada, senza alcuna giustificazione, cittadini innocenti come Renée Good e Alex Pretti. Questa rimozione la dice lunga sulle scelte di campo dei giganti del settore informatico e sull’urgenza crescente di svincolarsi dal loro controllo sui nostri dispositivi digitali.

Resta però il problema che anche l’app più salvaprivacy del mondo non serve a nulla se non la usa nessuno e tutti restano ancorati ai social network commerciali per pigrizia o per convenienza. Bitchat è stata scaricata alcuni milioni di volte, ed è vero che siamo a pochi mesi dal suo debutto, ma di fatto la mappa mondiale dei suoi utenti pubblici resta desolantemente vuota, e quei pochi che ci sono si aggirano chiedendo soprattutto “C’è nessuno?” in varie lingue.

Può sembrare strano che un’app così orientata alla riservatezza abbia una mappa mondiale degli utenti, ma è così. Bisogna infatti chiarire che Bitchat perde in parte le proprie protezioni quando la si usa per chat su grande distanza via Internet. Gli utenti restano anonimi, le loro comunicazioni vengono instradate, in modo molto protetto e poco tracciabile, tramite il sistema Tor e i messaggi diretti a un singolo utente restano cifrati. Però i messaggi Bitchat destinati a canali lontani sono pubblici per impostazione predefinita e per necessità, visto che devono essere leggibili da chiunque partecipi a un canale.

Per capire bene questa differenza importante fra uso locale e uso via Internet di Bitchat si può andare a consultare una delle mappe pubbliche degli utenti, come quella disponibile in forma aggiornata in tempo reale presso Bitchatexplorer.com. Lì si possono vedere gli utenti che stanno utilizzando Bitchat per comunicazioni a lunga distanza e si possono leggere le loro conversazioni pubbliche.

[Un’altra mappa interattiva aggiornata è disponibile presso Bitmap.lat]

Schermata di BitchatExplorer.com.

Per scegliere un canale di Bitchat basta digitarne il nome nella casella apposita di Bitchatexplorer.com: non occorre aprire account o altro. Il flusso dei messaggi pubblici in quel canale compare sullo schermo. Si tratta di messaggi rivolti a chiunque frequenti lo specifico canale, non di messaggi privati.

I canali sono geolocalizzati, nel senso che sono associati a una località o a una regione più o meno ampia. Per esempio, ogni utente di Bitchat ha dei canali predefiniti, chiamati isolato, quartiere, città, provincia, regione, che coprono un raggio variabile da 200 metri nel caso dell’isolato a 1250 chilometri nel caso della regione, e il mondo è mappato con estrema precisione tramite nomi di canali chiamati geohash. Più è lungo il nome del canale, più è precisa la sua localizzazione, e bastano otto caratteri per indicare un singolo edificio in qualunque parte del pianeta, come spiegato interattivamente presso geohash.softeng.co.

Tutto questo può sembrare complicato, ma in sintesi basta ricordare due cose: la prima è che solo gli utenti che vediamo quando scegliamo il canale #mesh sono raggiungibili senza usare Internet e tutti gli altri richiedono una connessione a Internet come le app normali. La seconda è che i messaggi rivolti ai canali sono pubblici ma anonimi, mentre quelli diretti, rivolti a un singolo utente, sono privati oltre che anonimi.

Prenderà piede Bitchat? Dipende da noi utenti. L’esperienza insegna che di solito la convenienza temporanea prevale sulla sicurezza a lungo termine, ma il fatto che in alcuni Paesi particolarmente travagliati questa app sia stata scaricata prima del prevedibile oscuramento governativo di Internet permette di sperare in bene. Tenere Bitchat a disposizione accanto alle app di messaggistica tradizionali non costa nulla e in emergenza o in casi particolari può tornare molto utile. Ma soprattutto il semplice fatto che esista un’app di questo tipo dimostra che un’altra Internet, libera e al servizio dei cittadini, è ancora possibile.

Fonti aggiuntive

Jack Dorsey made an encrypted Bluetooth messaging app, The Verge, 2025/07/08

Bitchat, come funziona l’app di messaggistica che non ha bisogno di internet, Wired.it, 2025/07/09

Jack Dorsey floats specs for decentralized messaging app that uses Bluetooth, The Register, 2025/07/08

Jack Dorsey launches a WhatsApp messaging rival built on Bluetooth, CNBC, 2025/07/07

Former Twitter CEO launches messaging app that doesn’t need WiFi or mobile data, Euronews, 2025/07/08

Apple Took Down These ICE-Tracking Apps. The Developers Aren’t Giving Up, Wired.com, 2025/10/09