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Niente Panico RSI – Puntata del 2026/03/02

Questa è la registrazione del programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Fra i temi di questa puntata:

  • allineamenti planetari e pseudoscienza (con riferimento alle notizie di un presunto grande allineamento di pianeti il 28 febbraio scorso);
  • anniversari e ricorrenze, da Charlie Chaplin a Howard Carter;
  • curiosità dal mondo dello spettacolo e della fantascienza;
  • la missione Artemis II e le sfide della NASA;
  • la ricorrenza del primo volo di prova dell’aereo supersonico di linea franco-britannico Concorde, il 2 marzo 1969.

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/02/23

Questa è la registrazione della puntata di oggi programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera dalle 9 alle 10. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Fra i temi di oggi:

  • Perché gli spaghetti si spezzano sempre in tre pezzi: la fisica della frattura spiegata attraverso gli studi di Feynman e dell’MIT.
  • Dario Bressanini si presenta: chimico, docente e divulgatore noto per smontare bufale scientifiche e alimentari.
  • La dieta termodinamica: dimagrire significa deficit energetico, spiegato con fisica e chimica.
  • Fake news: più colpevoli i diffusori che chi le subisce; fondamentale verificare le fonti.

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/02/09

Questa è la registrazione della puntata del 9 febbraio 2026 di Niente Panico, il programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

In questa puntata abbiamo avuto come ospite telefonico l’egittologo Mattia Mancini, autore del blog di divulgazione egittologica Djed Medu, che ha spiegato molti dei presunti misteri che riguardano l’antico Egitto e in particolare la teoria secondo la quale le piramidi di Giza sarebbero allineate con le stelle della cintura di Orione. Ha anche chiarito come mai il piazzamento degli obelischi egizi in vari paesi europei e negli Stati Uniti in tempi tecnologicamente meglio attrezzati, alla fine dell’Ottocento, richiese più tempo di quello impiegato dagli egizi nonostante la disponibilità di gru e di potenza motrice: fu principalmente colpa della necessità di trasportare in nave e della burocrazia.

Febbraio 1923 – La prima benzina al piombo

A febbraio del 1923, 103 anni fa, una stazione di rifornimento a Dayton, in Ohio, vendette il primo gallone di benzina al piombo. Thomas Midgley Jr., dei laboratori di ricerca della General Motors, aveva scoperto che aggiungere alla benzina del piombo tetraetile migliorava le prestazioni dei motori a scoppio. Midgley non presenziò all’evento perché si stava riprendendo da un grave avvelenamento da piombo.

Lui e il suo superiore, Charles Kettering (che aveva brevettato il motorino d’avviamento elettrico nel 1911), avevano volutamente ignorato i pericoli per la salute derivanti dal piombo. Sapevano anche che gli stessi miglioramenti delle prestazioni dei motori si potevano ottenere con l’etanolo, molto meno pericoloso. Ma l’etanolo non era brevettabile e quindi non poteva generare gli stessi profitti del piombo tetraetile.

Esporsi al piombo ha effetti sul sistema nervoso, su quello cardiovascolare e su quello immunitario, e produce anche problemi comportamentali e di apprendimento nei bambini. Si stima che l’abbandono della benzina al piombo abbia evitato 1,2 milioni di morti l’anno. Un’azienda britannica e statunitense, la Innospec, continuò a vendere piombo tetraetile come additivo per la benzina fino al 2010, decenni dopo che i danni del piombo tetraetile erano stati assodati oltre ogni dubbio. In quell’anno l’azienda ammise in tribunale di aver corrotto funzionari indonesiani e iracheni per poter continuare a vendere questo veleno [Car and Driver; CNN; Unep; The Conversation].

Febbraio 1996 – Prima vittoria di un computer contro un campione mondiale di scacchi

Il 10 febbraio 1996, a Philadelphia, dopo tre ore di gioco, il campione del mondo di scacchi Garry Kasparov, considerato uno dei più grandi giocatori della storia, perde la prima partita di un torneo di sei contro Deep Blue, un computer di IBM.

Kasparov vince il torneo, ottenendo tre vittorie e due patte, ma quella sua sconfitta iniziale è la prima di un campione mondiale da parte di un computer avvenuta durante un torneo regolamentare, nel quale ogni giocatore ha due ore di tempo per fare 40 mosse, due altre per effettuare le 20 successive, e un’altra ora per concludere la partita. È una tappa fondamentale nell’evoluzione dell’intelligenza artificiale e smonta il mito della supremazia della mente umana nel gestire la complessità e sofisticazione di questo gioco.

Una rivincita nel 1997 contro un Deep Blue migliorato si conclude con la sconfitta del campione umano: Kasparov vince la prima partita, Deep Blue la seconda, e le tre successive finiscono in patta. La sesta partita viene vinta dal computer [History.com].

Podcast RSI – Bitchat: messaggi senza Internet, senza rete cellulare e senza padroni

Questo è il testo della puntata del 9 febbraio 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio di bordo di un aereo di linea, con annuncio in inglese]

Immaginate di essere in aereo, in volo per qualche destinazione lontana. Vorreste chattare con i vostri compagni di viaggio e mandare loro alcune foto e informazioni per pianificare il vostro itinerario, ma loro sono seduti alcune file davanti a voi e l’aereo è strapieno. A bordo non c’è Internet, e se anche ci fosse, tramite Wi-Fi, i suoi costi sarebbero proibitivi.

Ma siete stati previdenti, e così potete comunicare quanto vi pare con i vostri amici, senza Internet, senza Wi-Fi e senza rete cellulare. Ciliegina sulla torta, le vostre comunicazioni sono cifrate e non vengono lette da nessun gestore di social network per profilarvi o per nutrire qualche intelligenza artificiale avida di testi scritti da esseri umani.

[CLIP: audio di bordo di un aereo di linea, con annuncio in inglese]

E se atterrate in qualche Paese che sorveglia le comunicazioni sui social network o sulle reti cellulari, potete comunque comunicare fra di voi a distanza senza poter essere intercettati.

L’app che fa tutte queste cose in apparenza impossibili esiste, e si chiama Bitchat. Potete scaricarla e installarla anche subito sul vostro smartphone Android o iOS.

Benvenuti alla puntata del 9 febbraio 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Oggi vediamo come è possibile mandare messaggi senza Internet, senza rete cellulare, e senza filtri o padroni. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Questa storia inizia ai primi di luglio del 2025. Jack Dorsey, cofondatore del social network che una volta si chiamava Twitter, annuncia e pubblica su Internet la prima versione di Bitchat, un’app che permette di mandare messaggi testuali e vocali oppure foto senza Wi-Fi, senza Internet, senza server centrali, senza chiedere numeri di telefono o mail, e in forma anonima e cifrata. Non c’è neanche bisogno di creare un account.

Bitchat riesce a fare queste cose per esempio in caso di blackout o calamità che mettono fuori uso la rete di telefonia mobile e in zone nelle quali non c’è copertura cellulare oppure è pericoloso, vietato o troppo costoso usare Internet o il Wi-Fi. Ci riesce perché a differenza delle app di messaggistica tradizionali come WhatsApp, Telegram, Signal o Threema, Bitchat usa una cosiddetta peer-to-peer wireless mesh network, ossia una rete paritaria magliata senza fili.

Traducendo dal gergo tecnico, la rete che interconnette i telefonini fra loro con Bitchat è composta esclusivamente dagli smartphone stessi, che si parlano via Bluetooth, senza aver bisogno di un server centrale, di connessioni a Internet o altro.

Ogni cellulare che usa Bitchat riceve i segnali Bluetooth e i messaggi Bitchat degli altri telefonini che hanno installato quest’app e sono nelle vicinanze. Questi messaggi vengono trasmessi, ricevuti e inoltrati tramite queste connessioni Bluetooth dirette e possono saltare da un telefono all’altro, protetti dalla crittografia, in una sorta di catena di Sant’Antonio, fino a raggiungere l’utente desiderato.

Usare Bitchat è di una semplicità disarmante: si scarica l’app dal Play Store o dall’App Store, la si installa e poi le si dà il permesso di usare e tenere attivo il Bluetooth, cosa che già fa chiunque abbia degli auricolari senza filo.

Fatto questo, ci si trova già collegati alla rete locale di tutti gli utenti Bitchat nelle vicinanze. Non viene chiesto nulla: nessuna mail, nessun numero telefonico, e l’app è gratuita e oltretutto open source. Il suo codice sorgente è liberamente ispezionabile e altrettanto liberamente modificabile.

Esteticamente, Bitchat è un’app spartana fino in fondo: la sua schermata principale è praticamente vuota e persino il suo font è volutamente semplice e a spaziatura fissa, come quello delle macchine per scrivere o dei vecchi computer. In alto c’è l’indicazione del nome dell’utente su Bitchat, che è di solito anon seguito da quattro cifre. Volendo è personalizzabile con un semplice tocco. Poi è indicato il canale al quale si è collegati, che per la rete locale è #mesh, seguito dal numero di utenti presenti su quel canale. Toccando questo numero compare l’elenco degli utenti e si può scegliere quello con il quale si desidera chattare o scambiare messaggi vocali o foto.

Non compare nessuna informazione personale degli utenti e non c’è nessuna foto del profilo, e tutto questo è intenzionale. Bitchat è pensato per proteggere la riservatezza e la sicurezza delle persone e per consentire lo scambio anonimo di messaggi effimeri, come spiega il documento programmatico pubblicato da Jack Dorsey. I messaggi, in forma cifrata, vengono custoditi solo sui singoli telefonini, scompaiono dopo l’invio o la consegna e non toccano mai un’infrastruttura centralizzata. In caso di emergenza, toccando tre volte in sequenza l’icona dell’app vengono cancellati tutti i dati.

È tutto molto bello, ma non è il caso di mollare WhatsApp e simili, almeno per il momento.


Bitchat funziona, ma il suo limite principale sta proprio nella sua caratteristica centrale: l’uso del Bluetooth come canale di comunicazione primario. Questa tecnologia, nella sua diffusissima versione a basso consumo energetico o Bluetooth Low Energy, presente in quasi tutti gli smartphone, ha una portata teorica massima all’aperto di una settantina di metri.

Questo vuol dire che se non avete altri utenti Bitchat entro questa distanza, non potete usare Bitchat per scambiare messaggi senza usare Internet. E c’è anche un limite al numero di salti da un cellulare all’altro che può fare un messaggio nel tentativo di propagarsi fino alla propria destinazione senza appoggiarsi a Internet. Questo limite è sette, e questo significa che una rete locale di Bitchat, anche nelle migliori condizioni, ha una portata massima di circa mezzo chilometro. In condizioni reali la portata effettiva può aggirarsi sui duecento metri.

Tuttavia se alcuni dei telefoni che fanno parte della rete locale si spostano, per esempio facendo la spola fra vari luoghi, diventano dei “postini” digitali, che possono recapitare anche su grandi distanze i messaggi che custodiscono, anche se in questo caso la consegna ovviamente non è istantanea.

Per compensare questa limitazione, Bitchat si è evoluto rispetto al suo debutto di sei mesi fa e ora include anche la possibilità di comunicare con utenti lontanissimi, anche in altri continenti. In questo caso si appoggia a Internet in maniera classica [tramite Wi-Fi o rete dati cellulare] e comunica mediante il protocollo aperto Nostr.

In altre parole, Bitchat funziona benissimo per comunicare privatamente da una stanza all’altra in una casa, in una cabina d’aereo, su un autobus, in treno, in alta montagna o allo stadio [o in nave], ma su grandi distanze torna a dover dipendere da Internet e da una connessione dati di telefonia mobile. Può essere un complemento prezioso alle app di messaggistica tradizionali, ma non un loro sostituto, almeno per ora.

C’è però anche un’altra situazione nella quale Bitchat funziona particolarmente bene e può addirittura salvare vite: le manifestazioni e le adunate di protesta, nelle quali un numero molto elevato di utenti si trova in uno spazio limitato e quindi ci sono moltissimi smartphone nelle vicinanze che possono passarsi i messaggi di Bitchat. Spesso le autorità di alcuni Paesi tentano di impedire il coordinamento dei manifestanti disattivando localmente la rete cellulare o l’accesso a Internet. Ma Bitchat non ha bisogno di questi servizi e quindi continua a funzionare anche in caso di oscuramenti della rete.

Non è un caso che ci siano state decine di migliaia di scaricamenti di Bitchat in relazione alle proteste in Madagascar e in Nepal a settembre 2025 e in Uganda e Iran a gennaio 2026. In questi Paesi le autorità spesso impongono il blocco di Internet nel tentativo di sabotare le comunicazioni fra cittadini. E Bitchat non è la prima app di questo genere: una dozzina d’anni fa numerosi cittadini in Iraq e a Hong Kong usarono un software chiamato FireChat che si basava appunto sul Bluetooth e sulla creazione di reti locali temporanee costituite da smartphone per comunicare tra loro nonostante gli interventi di censura e i blackout delle telecomunicazioni tradizionali imposti dalle autorità.

Le prossime versioni di Bitchat potrebbero includere l’opzione di creare interconnessioni tra telefonini usando il Wi-Fi, nella sua forma denominata Wi-Fi Direct. Questo aumenterebbe moltissimo la portata di Bitchat, consentendo distanze considerevolmente maggiori fra i telefoni che formano una rete locale, anche se ci sono alcune questioni di sicurezza intrinseche in questa tecnologia che andranno risolte se Bitchat vuole tenere fede alle proprie ambizioni di software a prova di intrusioni e censure.

In un momento storico nel quale si parla sempre più seriamente della necessità strategica di una sovranità digitale europea e nel quale la dipendenza da software e social network gestiti da miliardari statunitensi fortemente politicizzati fa sentire il proprio peso politico ed economico, è particolarmente allettante e letteralmente rivoluzionaria l’idea di un sistema di comunicazione senza padroni, senza pubblicità, gratuito, senza licenze capestro, senza schedatura degli utenti, liberamente ispezionabile e modificabile, e orientato a proteggere gli utenti dalle ingerenze e violenze governative, come quelle che stanno avvenendo per esempio in Iran e a Minneapolis.


La cronaca amara di questi giorni purtroppo rende inevitabile questo accostamento di luoghi che un tempo sarebbe sembrato assurdo e surreale, e l’informatica fa parte di questa cronaca, perché Apple ha scelto di rimuovere dal suo App Store le app che permettevano di segnalare legalmente la presenza degli agenti dell’ICE, l’agenzia statunitense dell’immigrazione, quelli che hanno ucciso per strada, senza alcuna giustificazione, cittadini innocenti come Renée Good e Alex Pretti. Questa rimozione la dice lunga sulle scelte di campo dei giganti del settore informatico e sull’urgenza crescente di svincolarsi dal loro controllo sui nostri dispositivi digitali.

Resta però il problema che anche l’app più salvaprivacy del mondo non serve a nulla se non la usa nessuno e tutti restano ancorati ai social network commerciali per pigrizia o per convenienza. Bitchat è stata scaricata alcuni milioni di volte, ed è vero che siamo a pochi mesi dal suo debutto, ma di fatto la mappa mondiale dei suoi utenti pubblici resta desolantemente vuota, e quei pochi che ci sono si aggirano chiedendo soprattutto “C’è nessuno?” in varie lingue.

Può sembrare strano che un’app così orientata alla riservatezza abbia una mappa mondiale degli utenti, ma è così. Bisogna infatti chiarire che Bitchat perde in parte le proprie protezioni quando la si usa per chat su grande distanza via Internet. Gli utenti restano anonimi, le loro comunicazioni vengono instradate, in modo molto protetto e poco tracciabile, tramite il sistema Tor e i messaggi diretti a un singolo utente restano cifrati. Però i messaggi Bitchat destinati a canali lontani sono pubblici per impostazione predefinita e per necessità, visto che devono essere leggibili da chiunque partecipi a un canale.

Per capire bene questa differenza importante fra uso locale e uso via Internet di Bitchat si può andare a consultare una delle mappe pubbliche degli utenti, come quella disponibile in forma aggiornata in tempo reale presso Bitchatexplorer.com. Lì si possono vedere gli utenti che stanno utilizzando Bitchat per comunicazioni a lunga distanza e si possono leggere le loro conversazioni pubbliche.

[Un’altra mappa interattiva aggiornata è disponibile presso Bitmap.lat]

Schermata di BitchatExplorer.com.

Per scegliere un canale di Bitchat basta digitarne il nome nella casella apposita di Bitchatexplorer.com: non occorre aprire account o altro. Il flusso dei messaggi pubblici in quel canale compare sullo schermo. Si tratta di messaggi rivolti a chiunque frequenti lo specifico canale, non di messaggi privati.

I canali sono geolocalizzati, nel senso che sono associati a una località o a una regione più o meno ampia. Per esempio, ogni utente di Bitchat ha dei canali predefiniti, chiamati isolato, quartiere, città, provincia, regione, che coprono un raggio variabile da 200 metri nel caso dell’isolato a 1250 chilometri nel caso della regione, e il mondo è mappato con estrema precisione tramite nomi di canali chiamati geohash. Più è lungo il nome del canale, più è precisa la sua localizzazione, e bastano otto caratteri per indicare un singolo edificio in qualunque parte del pianeta, come spiegato interattivamente presso geohash.softeng.co.

Tutto questo può sembrare complicato, ma in sintesi basta ricordare due cose: la prima è che solo gli utenti che vediamo quando scegliamo il canale #mesh sono raggiungibili senza usare Internet e tutti gli altri richiedono una connessione a Internet come le app normali. La seconda è che i messaggi rivolti ai canali sono pubblici ma anonimi, mentre quelli diretti, rivolti a un singolo utente, sono privati oltre che anonimi.

Prenderà piede Bitchat? Dipende da noi utenti. L’esperienza insegna che di solito la convenienza temporanea prevale sulla sicurezza a lungo termine, ma il fatto che in alcuni Paesi particolarmente travagliati questa app sia stata scaricata prima del prevedibile oscuramento governativo di Internet permette di sperare in bene. Tenere Bitchat a disposizione accanto alle app di messaggistica tradizionali non costa nulla e in emergenza o in casi particolari può tornare molto utile. Ma soprattutto il semplice fatto che esista un’app di questo tipo dimostra che un’altra Internet, libera e al servizio dei cittadini, è ancora possibile.

Fonti aggiuntive

Jack Dorsey made an encrypted Bluetooth messaging app, The Verge, 2025/07/08

Bitchat, come funziona l’app di messaggistica che non ha bisogno di internet, Wired.it, 2025/07/09

Jack Dorsey floats specs for decentralized messaging app that uses Bluetooth, The Register, 2025/07/08

Jack Dorsey launches a WhatsApp messaging rival built on Bluetooth, CNBC, 2025/07/07

Former Twitter CEO launches messaging app that doesn’t need WiFi or mobile data, Euronews, 2025/07/08

Apple Took Down These ICE-Tracking Apps. The Developers Aren’t Giving Up, Wired.com, 2025/10/09

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/02/02

Questa è la registrazione della puntata del 2 febbraio 2026 di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Fra i temi di questa puntata segnalo una mia micro-intervista a Carolyn Seymour, la protagonista di Survivors (I Sopravvissuti), storico telefilm britannico degli anni Settanta che immaginava una pandemia devastante e i suoi effetti su un piccolo gruppo di sopravvissuti.

Inesperti diventano diagnosti abilissimi di tumori in due settimane

Hannah Fry, matematica e divulgatrice scientifica britannica, racconta un esperimento molto particolare effettuato nel 2015. Un team di scienziati ha selezionato un gruppo di 16 principianti assoluti e ha deciso di provare a insegnare loro come diagnosticare il cancro al seno sulla base di vetrini di patologia. L’obiettivo era semplice e ben delimitato: fare in modo che al termine del periodo di formazione questi inesperti fossero in grado di esaminare questi vetrini e stabilire rapidamente se mostrassero tumori maligni o benigni.

Normalmente ci vogliono anni per diventare un patologo a tutti gli effetti, ma questi dilettanti, che non avevano mai diagnosticato alcun tipo di cancro prima di allora, hanno ottenuto risultati sorprendentemente buoni. Dopo solo due settimane di formazione sono riusciti a identificare correttamente circa l’85% dei vetrini.

Già questo è sorprendente, ma quello che colpisce ancora di più di questo studio è l’identità di questi valutatori di vetrini: non si trattava di studenti di medicina o di persone prese dalla strada, ma di piccioni.

La ricerca scientifica è Pigeons (Columba Livia) as Trainable Observers of Pathology and Radiology Breast Cancer Images. I piccioni avevano un piccolo schermo sul quale appariva l’immagine di un vetrino di patologia e beccavano da un lato se pensavano che mostrasse un tumore maligno e dall’altro lato se pensavano che fosse benigno, ricevendo una piccola ricompensa se avevano indovinato.

Ovviamente questi uccelli non avevano cognizione del concetto di tumore: si basavano semplicemente sul riconoscimento degli schemi. A furia di ricevere premi, notavano gli schemi (strutture, colori, forme) che portavano a una ricompensa e li distinguevano da quelli che invece non erano seguiti da un premio.

È emerso che non tutti i piccioni sono ugualmente intelligenti in questo senso: l’articolo parla infatti di un esemplare che non capiva bene cosa stesse succedendo e anche alla fine del test continuava a beccare lo schermo in modo casuale.

Ma la cosa più interessante di tutte è un’altra: se si esclude quell’uccello, si scopre che singolarmente i piccioni ottenevano l’85% di successi, ma se si combinavano i voti di tutti gli uccelli insieme l’accuratezza delle loro valutazioni saliva al 99%, paragonabile al tasso di successo di un patologo esperto.

Invece di costruire immensi datacenter avidi di corrente elettrica e acqua, non potremmo semplicemente dar da mangiare a qualche piccione?

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/01/26

Questa è la registrazione della puntata del 26 gennaio 2026 di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Fra i tanti temi che abbiamo toccato cito:

Podcast RSI – Utenti dell’IA di Musk generano ogni ora oltre 6000 immagini di donne e bambini denudati. Musk le monetizza

Ultimo aggiornamento: 2026/01/16.

Questo è il testo della puntata del 12 gennaio 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata. Mi scuso per la quantità di note che ho inserito nel testo, ma era necessario documentare e citare in dettaglio molto materiale che non era in alcun modo presentabile in un podcast.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi. Ricordo che da oggi il podcast assume cadenza mensile e verrà pubblicato il secondo lunedì del mese.


Sono Paolo Attivissimo. Vorrei avvisare che questa puntata tocca un tema estremamente delicato, legato alla violenza e agli abusi su donne e bambini. Vi chiedo di ascoltarla e condividerla responsabilmente.

[CLIP: voce di Ashley St. Clair, tratta da un’intervista rilasciata al Guardian e pubblicata in parte su Instagram]

Questa è la voce di una donna che racconta che su X, il social network di Elon Musk, gli utenti hanno preso una sua foto in cui era completamente vestita e hanno ordinato a Grok, l’intelligenza artificiale di Musk, di svestirla e metterla in microbikini. E poi hanno chiesto sempre a Grok di creare immagini in cui era piegata in avanti e in altre pose e di generare video in cui lei si toccava il seno e ballava. Tutto, s’intende, senza il consenso della donna, e con l’intento preciso di causarle disagio e umiliazione.

Grok non ha fatto una piega e ha generato tutto il materiale richiesto dagli utenti. Da settimane, quest’intelligenza artificiale diretta da Elon Musk sta ubbidientemente generando immagini e video di abusi e violenze su donne e bambini, al ritmo stimato di seimila immagini l’ora [Bloomberg]. Le persone colpite sono migliaia.*

* Il Times segnala per esempio il caso di una discendente di sopravvissuti all’Olocausto che è stata bersagliata da aggressori online usando Grok per generare una sua immagine in bikini davanti ad Auschwitz. Altri bersagli frequenti sono le donne impegnate in politica [Eliot Higgins], le giornaliste e Kate Middleton [Katu.com].

Nell Fisher, l’attrice quattordicenne che interpreta Holly Wheeler nella stagione finale di Stranger Things, è un’altra delle vittime di questi utenti. Immagini sintetiche che la raffigurano in abbigliamenti e in situazioni che non è opportuno descrivere qui vengono richieste intenzionalmente dagli utenti e fatte circolare impunemente sul social network X. E Grok, senza esitazioni, le genera [Yahoo News; Axios].

Segnalare e chiederne la rimozione è sostanzialmente inutile. La donna che avete sentito all’inizio di questo podcast è Ashley St. Clair, madre di uno dei figli di Elon Musk. Neppure lei è stata ascoltata [Guardian su Archive.is]. Le sue immagini, comprese alcune foto di quand’era bambina, continuano a circolare sul social network del suo ex partner in versione denudata e manipolata dall’intelligenza artificiale per aggiungere lividi, mutilazioni e altri abusi sessuali.*

* L‘esperto Kevin Beaumont e il Guardian mostrano alcuni esempi di come Grok riceve ordini espliciti di aggiungere lividi o sangue e sorrisi forzati alle foto di donne o di svestirle o mostrarle legate e imbavagliate o imbrattate con fluidi corporali e li esegue.

Gli addetti del social network X sono perfettamente al corrente della situazione, ma non fanno nulla di concreto per rimediare. Anzi, da qualche giorno X addirittura monetizza questi contenuti, offrendo a pagamento la possibilità di generarli.

Questa è la puntata del 12 gennaio 2026 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane – in questo caso inquietanti – dell’informatica.

[SIGLA di apertura]


Grok è un’intelligenza artificiale generativa, in grado di produrre immagini e video sintetici praticamente indistinguibili dalle riprese reali. È sviluppata e gestita da xAI, un’azienda fondata da Elon Musk, la stessa che gestisce X, il social network che una volta si chiamava Twitter. Grok è integrata in questo social network e permette agli utenti di alterare e manipolare con estrema facilità qualunque immagine pubblicata su X. È anche disponibile in versione più potente su un sito dedicato e in un’app omonima.

Su Internet esistono molti altri servizi analoghi, come quelli offerti da Meta, OpenAI e Google, ma Grok ha una particolarità: ha il cosiddetto spicy mode, o “modalità salace”, che permette di generare contenuti per adulti che le altre intelligenze artificiali popolari si rifiutano di produrre. Questa modalità è stata introdotta intenzionalmente ad agosto 2025 [Techradar.com].

Gli utenti, altrettanto intenzionalmente, hanno cominciato a usare questa modalità per generare contenuti molto espliciti, scambiandosi trucchi e tutorial su come eludere le già scarse restrizioni impostate in Grok. Esistevano già, ed esistono tuttora, altre intelligenze artificiali specializzate nel produrre immagini esplicite, ma si tratta di prodotti di nicchia, complessi da usare e configurare. Offrirne una di uso facilissimo, e farlo oltretutto su un social network che conta circa mezzo miliardo di utenti, ha sostanzialmente rimosso questa barriera d’ingresso,* facendo diventare la creazione di immagini di abusi un fenomeno di massa, facilmente accessibile a qualunque bullo, ex partner, molestatore, misogino.**

* “X's innovation - allowing users to strip women of their clothing by uploading a photo and typing the words, "hey @grok put her in a bikini" - has lowered the barrier to entry.” [Reuters].
** Bloomberg nota che X è diventato uno dei siti più popolari per la generazione di immagini “nudificate” da parte degli utenti tramite l’intelligenza artificiale.

E così da settimane gli utenti del social network X stanno generando migliaia di immagini non consensuali di donne, uomini e bambini svestiti o nudi, a volte in posizioni inequivocabili. Un test [Wired.com] condotto dal sito Wired ha trovato oltre 15.000 immagini sintetiche sessualizzate, create dagli utenti nell’arco di due ore.*

* Copyleaks documenta alcuni esempi di queste immagini e dei prompt che gli utenti stanno usando per denudare soprattutto le donne.

Avrete notato che sto usando spesso la parola utenti. È una scelta precisa, perché molte delle notizie che riguardano questo problema dicono che “Grok ha generato” le immagini di abusi su donne e minori, ma questo è profondamente ingannevole [BBC: “Elon Musk’s Grok AI appears to have made child sexual imagery, says charity”]. Fa sembrare che questi contenuti intollerabili siano piovuti dal cielo, capitati quasi per caso, come effetti collaterali, ma non è così. Queste immagini e questi video derivano dal fatto che una persona ha intenzionalmente usato Grok per crearli.

Dire che “Grok ha generato immagini pedopornografiche” è sbagliato e fuorviante come dire che “un coltello ha ucciso una persona”. Non è lo strumento informatico che decide spontaneamente di produrre immagini di donne abusate e torturate. È una persona, in carne e ossa, un individuo ben preciso, che coscientemente sceglie di impartire a Grok queste istruzioni terribili.

E ci sono altre persone che condividono quei contenuti, persone che li ritengono addirittura divertenti e gratificanti, e persone che scelgono di usarli per umiliare qualcuno. È tutto molto, molto intenzionale, consapevole, voluto. E soprattutto ci sono persone che decidono che è opportuno continuare a mettere a disposizione strumenti che consentono tutto questo e non rimuovere le immagini di abusi, neanche quando vengono segnalate.

Questo non è un problema tecnologico. È un problema umano. È Elon Musk che ha deciso di introdurre la “modalità salace”. È Elon Musk che ha deciso di tagliare drasticamente il numero dei moderatori, rendendo inutile qualunque segnalazione [SiliconRepublic.com]. Ed è sempre Elon Musk che ha deciso che, di fronte alle notizie degli abusi commessi dagli utenti sfruttando Grok, la cosa migliore da fare non era rimuovere del tutto quest’intelligenza artificiale e correggerla, come farebbe qualunque azienda di fronte a un prodotto che si rivela pericoloso o tossico.*

* Quando una versione precedente di Grok ha cominciato ad autodefinirsi “MechaHitler” e a rigurgitare deliri di antisemitismo e neonazismo, a luglio 2025, il comportamento è stato invece corretto molto prontamente da xAI [NPR]. 

Musk, invece, ha deciso di rendere Grok, così com’è, accessibile solo agli utenti a pagamento all’interno di X.

In altre parole, di fatto Elon Musk sta monetizzando gli abusi su donne e bambini. In altre parole, se paghi, puoi commettere facilmente tutti gli abusi che vuoi, senza che ci siano conseguenze.


Gli utenti a pagamento di X sono pochi, quindi si può avere l’impressione che il problema a questo punto sia diventato di nicchia. Ma in realtà non è affatto scomparso.

L’intervento di Musk per limitare l’accesso a Grok è avvenuto dopo che alcuni governi, come quello britannico, quello indiano, quello francese e quello malese [Time], avevano dichiarato che il social network X rischiava di dover essere vietato e bloccato in quanto facilitatore e disseminatore di pedopornografia e di messaggi di odio, brutalità e discriminazione [Guardian; Ofcom].* Molte testate hanno annunciato l’arrivo di questa limitazione come se fosse la fine della crisi, ma l’app Grok continua tuttora a generare contenuti illegali gratuitamente per tutti.**

* Malesia e Indonesia hanno dichiarato di aver limitato l’accesso a Grok rispettivamente il 10 e 11 gennaio 2026 [BoingBoing].
** Il materiale generato dalla versione web di Grok è ancora più estremo di quello generato dal chatbot di Grok su X [Wired]: “One photorealistic Grok video, hosted on Grok.com, shows a fully naked AI-generated man and woman, covered in blood across the body and face, having sex, while two other naked women dance in the background. The video is framed by a series of images of anime-style characters. Another photorealistic video includes an AI-generated naked woman with a knife inserted into her genitalia, with blood appearing on her legs and the bed. Other short videos include imagery of real-life female celebrities engaged in sexual activities, and a series of videos also appear to show television news presenters lifting up their tops to expose their breasts”.

A questo punto di questa triste vicenda è importante fare una precisazione per togliere un dubbio molto diffuso. Capita spesso di imbattersi nell’obiezione che creare immagini pornografiche sintetiche di minori non faccia male a nessuno perché, si dice, dopotutto si tratta di fantasie. Manca una vittima concreta.

Ma non è così. La produzione di questi contenuti li normalizza, in un certo senso li sdogana, associa questi orrori a un “ma dai che male c’è”, e già questa è una china pericolosissima. Inoltre rende infinitamente più difficili le indagini degli inquirenti sui casi di abusi reali su minori, perché oggi diventa necessario appurare se ogni singola immagine in possesso di una persona incriminata sia sintetica o ritragga invece un bambino realmente esistente. La persona che commette abusi può nascondere le immagini reali in una selva di foto artificiali. Trovare quelle reali diventa un problema peggiore del proverbiale ago in un pagliaio: semmai è come cercare un ago in una catasta di spilli. E per complicare ulteriormente la situazione, la persona accusata può tentare di difendersi dicendo che sono rappresentazioni di fantasia.

Ma la legge è molto chiara su questa questione. A novembre 2025, il Tribunale federale ha stabilito che immagini o video pornografici che mostrano adulti ringiovaniti digitalmente, secondo una tecnica tipica di questo settore, il de-aging, sono comunque inequivocabilmente illegali. Il Codice penale, dal 2014, punisce non solo la pornografia che coinvolge minori reali ma anche quella che rappresenta minori generati artificialmente, di solito ricorrendo all’intelligenza artificiale [RSI.ch; sentenza 6B 122/2024]. Principi analoghi valgono anche in molti altri Paesi.*

* Per esempio il Regno Unito, dove a giorni entrerà in vigore una legge che vieta proprio il tipo di contenuti resi possibili dal modo in cui è stato impostato Grok [BBC].

A queste leggi si aggiungono quelle che impongono alle piattaforme social di intervenire in tempi brevi dopo ogni segnalazione e di fornire canali efficienti ed efficaci per la rimozione di contenuti illegali di questo genere. Un esempio molto influente è il Take It Down Act statunitense, che però non è ancora in vigore: sarà attivo da maggio del 2026 [Gizmodo].

La situazione attuale, infatti, è tutta a favore dell’indifferenza da parte dei grandi social network. X, in particolare, non ha un ufficio stampa e risponde a tutte le richieste di prese di posizione da parte della stampa con un muro di silenzio* o, peggio ancora, con un post generato da Grok, che in quanto intelligenza artificiale non è formalmente in grado di rappresentare nulla e nessuno.**

* O con la risposta standard “Legacy media lies”, come è successo a Reuters quando ha contattato xAI a proposito di questa vicenda.
** A conferma del ruolo assolutamente centrale di Elon Musk nella gestione di Grok e X, Musk stesso ha postato su X che chiunque critichi X per questa situazione sta “cercando scuse per una censura” [BBC]. Musk è la stessa persona che nel 2022 ha censurato i giornalisti che lo criticavano e ha rimosso l’account X @elonjet che pubblicava la localizzazione del suo jet privato [Disinformatico].

L’account X Safety, che dovrebbe in teoria rappresentare la posizione dell’azienda sulle questioni di sicurezza, si è limitato a postare che “chiunque usi o induca Grok a generare contenuti illegali subirà le stesse conseguenze come se avesse caricato contenuti illegali”, ma non si è assunto alcuna responsabilità per il fatto di aver reso possibile generare quei contenuti illegali.

Anche Ashley St. Clair, la madre di uno dei figli di Musk citata in apertura, è stata ignorata, e per di più le è stato revocato l’account premium su X. E resta da vedere se il Dipartimento di Giustizia statunitense sia disposto ad avviare un’azione legale contro le aziende di Elon Musk, vista la sua vicinanza all’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump.


I difensori più appassionati dei progressi dell’intelligenza artificiale obiettano spesso che vicende come questa sono incidenti di percorso lungo la strada verso un radioso futuro, come se si trattasse di effetti collaterali inevitabili, ma non è così. Gli esperti del settore spiegano che se Elon Musk volesse, potrebbe far correggere Grok in maniera relativamente semplice [Ars Technica].

Infatti le linee guida di sicurezza di Grok, che sono pubbliche [GitHub], consentono di capire come mai Grok permette la creazione di immagini inaccettabili di minori mentre gli altri prodotti analoghi riescono a evitarla quasi completamente.

Il problema sta nel fatto che queste linee guida vietano sì a Grok di accettare richieste o prompt degli utenti che lascino trasparire chiaramente l’intento di generare immagini di abusi su minori, ma queste stesse linee guida includono anche l’ordine esplicito di “presumere buone intenzioni” quando vengono chieste immagini di donne giovani.

È semplicemente assurdo, irresponsabile e incosciente pensare di “presumere buone intenzioni” quando qualcuno chiede di generare immagini di bambini in pose esplicite o usando eufemismi, come se al mondo non ci fossero persone malintenzionate.

E c’è di peggio. Queste stesse linee guida includono anche queste parole: “non ci sono restrizioni sui contenuti sessuali di fantasia con adulti che hanno temi cupi o violenti”. Queste sono parole scelte appositamente da qualcuno. Non sono spuntate per caso. Rimuoverle o riformularle renderebbe molto più difficile generare contenuti illegali. Se non vengono rimosse o riscritte, questa è una scelta intenzionale.

Una scelta intenzionale che per ora rimane impunita, sia a livello legale, sia a livello commerciale. Perché in questa vicenda ci sono anche altri due protagonisti che potrebbero fare la differenza: si chiamano Apple e Google.*

* Ci sono anche i payment processor, le aziende come Visa e Mastercard, che rendono possibili i pagamenti a X che permettono agli utenti di avere la versione premium di Grok. Normalmente queste aziende vietano qualunque app che possa anche solo lontanamente essere usata per scopi pornografici. Finora non hanno fatto nulla a proposito di Grok e X.

Normalmente, infatti, quando un’app genera contenuti illegali o anche solo in odore di illegalità, l’app viene rimossa prontamente dall’App Store e da Google Play.* Di fatto viene impedito così che possano aggiungersi altri nuovi utenti. Ma nel caso dell’app di X e di quella di Grok, stranamente, questo non è ancora successo. Dovremmo chiederci perché, visto che se non succede, Apple e Google diventano di fatto facilitatori di questa mostruosità e rischiano di dimostrare ancora una volta che le leggi, per i supermiliardari e per i prepotenti, sono solo un fastidio da scavalcare.**

* Andò così per esempio per Tumblr a novembre 2018, perché gli utenti vi stavano caricando immagini di nudi di minori che non venivano riconosciute dai filtri automatici del sito [BBC].
** Ars Technica nota che per Google Play, quello che fa Grok è un caso specificamente contemplato dalle sue regole di divieto, che dicono che non sono ammesse “app che contengono o promuovono contenuti associati a comportamenti da predatori sessuali o distribuiscono contenuti sessuali non consensuali“ e specificano che sono vietate le “app che dicono di svestire le persone” e i “contenuti e comportamenti che tentano di minacciare o sfruttare le persone in maniera sessuale, come [...] contenuti sessuali non consensuali creati tramite deepfake o tecnologie simili”. Più chiaro di così non si può, ma Grok continua a essere disponibile su Google Play.

Ma ci sono due cose che noi semplici cittadini digitali possiamo fare concretamente. La prima è smettere di usare X, sia per postare, sia per leggere i contenuti altrui. Non significa eliminare il proprio account, perché questo comporterebbe il rischio che qualcun altro ne prenda il nome (un’altra idea geniale di Musk che va contro ogni buona regola informatica). Significa semplicemente non usarlo.

La seconda cosa è fare una cordiale richiesta alle autorità, ai media, alle aziende: visto che X alimenta di fatto la generazione di immagini di abusi di ogni genere, perché siete ancora presenti su X? La vostra presenza assidua, la vostra pubblicazione di contenuti, incoraggia le persone a frequentare questo social network per informarsi e gli conferisce una patente di autorevolezza e di importanza che sta dimostrando sempre di più di non meritare.

Le alternative non mancano: da Bluesky a Mastodon a Threads, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Proviamo dunque a scegliere, invece di aspettare che qualcuno lo faccia per noi.

2026/01/16

L’account @safety di X annuncia che sono state “implementate misure tecnologiche” per impedire che Grok accetti richieste di svestire persone reali e che sono state introdotte restrizioni geografiche “nelle giurisdizioni nelle quali questi contenuti sono illegali”. Queste misure arrivano soltanto dopo settimane di proteste e segnalazioni e la loro efficacia non è stata ancora confermata indipendentemente. Inoltre va notata la precisazione “persone reali. Come se svestire quelle immaginarie, comprese i bambini, fosse ancora accettabile.

Fonti aggiuntive

Malaysia and Indonesia block Grok over deepfake sexual abuse material, BoingBoing, 2026-01-12.

UK probes X over Grok CSAM scandal; Elon Musk cries censorship, Ars Technica, 2026-01-12.

xAI silent after Grok sexualized images of kids; dril mocks Grok’s “apology”, Ars Technica, 2026-01-02.

Elon Musk’s X must be banned, Disconnect.blog, 2026-01-08.

Inside the Grok CSAM scandal and how brands have faced ‘weaponised political pressure’ to spend with X, TheMediaLeader.com, 2026-01-07.

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/01/12

Questa è la registrazione della puntata del 12 gennaio 2026 di Niente Panico, il programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Ecco qualche dettaglio su alcuni dei temi che abbiamo trattato durante la puntata.

Cani capaci di imparare le parole come un bimbo di 1 anno e mezzo

Un articolo pubblicato sul numero di Science dell’8 gennaio scorso (Dror, Shany et al., “Dogs with a large vocabulary of object labels learn new labels by overhearing like 1.5-year-old infants”) descrive il fenomeno dei cani denominati Gifted Word Learners, che si può tradurre come superapprenditori di parole: animali capaci di imparare nuovi vocaboli semplicemente ascoltando passivamente le conversazioni dei loro padroni.

In una serie di esperimenti, i ricercatori dell’Università di Medicina Veterinaria di Vienna e del Dipartimento di Etologia della Eötvös Loránd University (ELTE), a Budapest (Ungheria), hanno dato ai cani dei giocattoli che i loro padroni hanno nominato in conversazioni non rivolte a loro. I cani sono stati poi in grado di identificare i giocattoli usando i loro nomi con un tasso di successo nettamente superiore al caso anche se non erano mai stati insegnati loro direttamente i nomi in questione.

Queste osservazioni suggeriscono che alcuni cani possano avere capacità sociocognitive paragonabile a quelle dei bambini molto piccoli e confermano che molti animali hanno capacità di comprensione linguistica a vari livelli.

Chiude MTV, nasce online MTV Rewind

L’8 gennaio 1981 debuttava MTV: un canale televisivo in stereofonia che mandava soltanto musica, video musicali, con dei deejay, anzi dei VJ, che presentavano i brani. Un’idea che all’epoca era completamente innovativa ed ebbe un successo enorme. Ma oggi MTV fondamentalmente non c’è più.

Al suo posto però, se avete nostalgia di questo fenomeno storico, c’è un suo simulatore su un sito che si chiama MTV Rewind (wantmymtv.vercel.app/player.html): contiene circa 30.000 video, esattamente come se fosse un canale di MTV, e include anche la storica registrazione storica del primo giorno di MTV.

Podcast RSI – In caso di blackout, le auto “autonome” di Waymo paralizzano il traffico

Questo è il testo della puntata del 22 dicembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.

Questa è l’ultima di quest’anno; la prossima verrà pubblicata il 12 gennaio 2026. Con l’anno nuovo, questo podcast diventerà un appuntamento mensile: troverete una nuova puntata ogni secondo lunedì del mese.


[CLIP: audio di clacson a San Francisco durante il blackout]

Sabato scorso, 20 dicembre, un blackout parziale ha colpito alcune zone di San Francisco, in California. Cose che càpitano, ogni tanto, con le solite conseguenze: ma stavolta ce n’è stata una in più, inattesa e decisamente sgradita: moltissimi taxi senza conducente di Waymo si sono fermati di colpo in mezzo alle strade e agli incroci, contribuendo enormemente a ingorgare il traffico natalizio già messo a dura prova dallo spegnimento di molti semafori.

Questa è la storia del tallone d’Achille di queste auto supertecnologiche e delle sue implicazioni sull’introduzione della guida robotica sulle strade di tutto il mondo.

Benvenuti alla puntata del 22 dicembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Questa è l’ultima puntata dell’anno; la prossima sarà pubblicata il 12 gennaio 2026. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Il 20 dicembre scorso un incendio divampato nel pomeriggio presso una sottostazione elettrica a San Francisco ha causato un blackout che ha colpito circa un terzo della città californiana, che conta circa ottocentomila abitanti. Vari quartieri sono rimasti al buio per diverse ore, e si prevede che il guasto non verrà completamente risolto per alcuni giorni.

L’interruzione dell’erogazione della corrente elettrica ha spento i semafori e forzato la sospensione di molte corse della metropolitana leggera e dei tram. Il traffico, già intenso in condizioni normali, è andato in crisi, ma questa crisi è stata peggiorata da un fattore nuovo e inatteso: la paralisi dei taxi “autonomi” di Waymo.

I social network sono pieni di video che mostrano queste auto senza conducente ferme agli incroci, con le quattro frecce lampeggianti, incapaci di proseguire o almeno di accostare e farsi da parte per lasciar passare il traffico dei veicoli normali.

In un video*, per esempio, si vedono tre Waymo ferme una accanto all’altra, che occupano tutte e tre le corsie di un’arteria cittadina principale. Dietro di loro, una colonna interminabile di altri veicoli. Alcuni conducenti di queste altre auto invadono la corsia opposta, cercando di aggirare le Waymo che fanno barriera, ma pochi metri più in là si trovano davanti una quarta Waymo, ferma in mezzo all’incrocio, che getta ulteriore scompiglio.

* Molti dei video pubblicati sono ripresi di sera, segno che il problema con le Waymo è durato per ore, visto che il blackout è iniziato intorno alle 14 locali [“The SFFD received a call about the fire at 2:16 p.m. on Saturday”, San Francisco Standard].

Scene come questa si sono viste in gran parte della città, sulle cui strade circolano circa 800 [TheLastDriverLicenceHolder.com] di queste automobili formalmente autonome. Waymo ha sospeso temporaneamente il proprio servizio taxi, riprendendolo nella serata di domenica.

Le auto di un’altra azienda che ha puntato moltissimo sulla guida autonoma, cioè Tesla, hanno continuato a funzionare: il loro sistema di assistenza alla guida non ha subìto interruzioni durante il blackout. Ma va chiarito che questo sistema è meno evoluto e richiede per legge la presenza a bordo di un conducente umano pronto a intervenire e legalmente responsabile della condotta del veicolo, e questa regola vale non solo per le Tesla private ma anche nel caso della manciata di cosiddetti “Robotaxi” che l’azienda di Elon Musk sta sperimentando in varie città statunitensi. Waymo, invece, gestisce una flotta di taxi completamente privi di conducente a bordo. Si tratta, insomma, di due situazioni molto differenti.

Ma allora come mai il sistema più sofisticato ha fallito?


La risposta a questo apparente paradosso è che le auto di Waymo, quando incontrano una situazione che non sono in grado di gestire autonomamente, inviano una chiamata di aiuto a un conducente umano, pardon, un fleet response agent nel gergo di Waymo, che riceve dall’auto immagini in diretta di quello che vedono le telecamere esterne del veicolo e una rappresentazione grafica tridimensionale degli oggetti e delle persone che i sensori di bordo stanno rilevando. Questo conducente remoto può dare ordini all’auto su come affrontare la specifica situazione oppure può teleguidarla direttamente nei casi più impegnativi. Questo dettaglio, poco conosciuto ma molto importante, è documentato da Waymo sul proprio sito.

Il problema è che questo invio massiccio di informazioni e questa teleguida dipendono dalla rete cellulare, che durante un blackout può smettere di funzionare, per esempio perché le antenne della rete non sono alimentate autonomamente oppure perché tantissimi cittadini stanno cercando di usare la trasmissione dati via cellulare, visto che il Wi-Fi su rete fissa non va a causa dell’interruzione della corrente elettrica.

In altre parole, il piano B delle Waymo in caso di blackout dipende completamente da una risorsa che proprio durante un’interruzione di corrente rischia di non esserci.

Inoltre le auto di Waymo non sono in grado di adattarsi alle situazioni: se affrontano un incrocio gestito da un semaforo e quel semaforo è fuori uso o spento, non sono capaci di considerarlo come un incrocio non regolato da semafori, nel quale valgono semplicemente le regole della precedenza. Sono infatti in grado di operare solo su strade che sono state mappate e descritte molto dettagliatamente: non riescono a determinare come comportarsi usando solo le regole generali della circolazione stradale e osservando la segnaletica e la situazione locale del momento. Hanno bisogno di un aiuto esterno, e quando questo aiuto esterno viene a mancare fanno giustamente la cosa meno pericolosa: si fermano dovunque si trovino, in attesa che intervenga un conducente remoto.

Ma ovviamente, in caso di blackout è probabile che quasi tutte le auto Waymo della zona colpita perdano contemporaneamente la connessione con il centro di controllo e quindi si fermino tutte per aspettare un operatore umano che le guidi. E siccome l’azienda non ha un operatore per ogni singola auto, si forma una coda di attesa intanto che gli operatori disponibili affrontano e smaltiscono man mano le singole situazioni.

Il sistema di guida semiautonoma adottato da Waymo ha insomma due vulnerabilità fondamentali: dipende da una connessione che può venire a mancare proprio quando serve di più e non è in grado di affrontare una crisi che coinvolga un numero elevato di veicoli simultaneamente.

Queste vulnerabilità, fra l’altro, non spuntano dal nulla a sorpresa. Non solo erano ampiamente prevedibili semplicemente osservando l’architettura del sistema, ma erano già accadute concretamente entrambe pochi mesi fa. Una Waymo, infatti, era rimasta paralizzata di fronte a un semaforo impazzito e un’altra si era fermata in mezzo alla strada a Austin, in Texas, durante un blackout, e la stessa cosa era successa anche in altre occasioni.*

* E una Waymo, ai primi di dicembre, si è inserita in un fermo di polizia in corso.

Sembra assurdo che un’azienda valutata 110 miliardi di dollari non abbia saputo prevedere questi ostacoli. E infatti li ha previsti, ma ha semplicemente scaricato il costo dei disagi conseguenti sui cittadini. E intanto lavora in perdita secca.


La tecnologia di Waymo, infatti, è molto costosa. Una Jaguar I-PACE elettrica come quelle usate da Waymo costa circa 150.000 dollari al pezzo, a causa della quantità di sensori e computer che devono essere aggiunti al veicolo di base per renderlo semi-autonomo: tredici telecamere, quattro sensori LIDAR, sei radar, ricevitori audio esterni, telecamere termiche e processori in grado di elaborare l’enorme quantità di dati raccolta ogni secondo da tutti questi dispositivi.

A questi costi, ovviamente, si aggiungono gli stipendi per il personale: quello che guida i veicoli quando il sistema di bordo non è in grado di farlo, quello che si occupa della manutenzione e della pulizia delle auto, quello amministrativo, e così via: 2500 dipendenti. E poi c’è il costo dei depositi nei quali le auto restano parcheggiate quando sono in attesa di clienti.

Con circa duemila veicoli sparsi in varie città, Waymo dichiara di effettuare circa 300.000 corse a settimana, che valgono circa sei milioni di dollari. Gli incassi annui sono insomma di poco superiori ai 300 milioni di dollari: una goccia nell’oceano della dozzina di miliardi spesi dal 2015 a oggi [Forbes 2025]. L’unica speranza di guadagno è aumentare a dismisura il numero di questi veicoli e ridurne i costi. Infatti i piani di Waymo prevedono il passaggio a modelli di auto più economici e a sensori meno cari e una rapida espansione ad almeno quindici città statunitensi e prossimamente anche in altri paesi, per esempio a Londra e a Tokyo.

Waymo può permettersi di lavorare in perdita per anni perché ha le spalle coperte da Alphabet, la holding che possiede anche Google. E così ha chiesto recentemente altri 15 miliardi di dollari per finanziare la propria espansione. Ma non si sa se sarà mai più conveniente un veicolo autonomo superequipaggiato rispetto a un’auto normale dotata di un tassista umano a bordo, che funziona anche in caso di blackout.

Nel frattempo, quelle due vulnerabilità continuano a restare senza soluzione. E questa è una tendenza comune a tanti colossi del settore hi-tech, dove conta soltanto crescere, senza consolidare le fondamenta, ossia le infrastrutture altrui che sfruttano per alimentare questa crescita, col risultato di costruire soluzioni sempre più complesse ma sempre più precarie, scaricando sulla collettività eventuali malfunzionamenti o effetti collaterali.

Il risultato è quello che una celeberrima vignetta di Randall Munroe, noto ai più come xkcd, descrive così bene: l’intera infrastruttura informatica moderna è rappresentata da una sorta di torre di Jenga sorretta in un angolo da “un progetto che un tizio in Nebraska mantiene dal 2003 senza che nessuno lo ringrazi”. Lo abbiamo visto a novembre scorso, quando un automatismo mal pensato di Cloudflare ha messo in ginocchio mezza Internet, e lo avevamo visto a luglio 2024, quando un aggiornamento di CrowdStrike aveva bloccato otto milioni e mezzo di computer di banche, borse, ospedali, aeroporti, sistemi di pagamento, emittenti televisive e tanti altri servizi vitali in tutto il mondo.

Se i piani di Waymo e degli altri giganti della tecnologia proseguono come stanno procedendo adesso, e se le amministrazioni pubbliche continuano a concedere a queste aziende di sfruttare il suolo pubblico come laboratorio sperimentale, uno dei prossimi blackout informatici potrebbe essere rappresentato da un’immagine molto simbolica e memorabile: il robotaxi smarrito, col suo fragile concentrato di supersensori, software e ambizioni che lampeggia immobile in mezzo alla strada, mentre pedoni, automobilisti e tassisti in carne e ossa gli girano rassegnatamente intorno lanciando colorite maledizioni.

Il problema non è la tecnologia: è la gente alla quale incautamente affidiamo il suo sviluppo.

Fonti

SF blackout: Richmond resource center opened; Waymo back in operation, San Francisco Standard, 2025

Four way stop versus $100 billion valuation, Jwz.org, 2025

Waymo Stats 2025: Funding, Growth, Coverage, Fleet Size & More, The Driverless Digest, 2025

Waymo Is A Trillion-Dollar Opportunity. Google Just Needs To Seize It, Forbes, 2025

Waymo halts service during massive S.F. blackout after causing traffic jams, Mission Local, 2025

Waymo suspends service amid widespread blackout-related disruption, San Francisco Standard, 2025

Waymos are bricked at stoplights, Reddit, 2025

Creating Waymo traffic, Reddit, 2025

Frozen Waymos backed up San Francisco traffic during a widespread power outage, The Verge, 2025

Waymo’s driverless cars froze all over SF during the blackout, BoingBoing, 2025

Waymo resumes robotaxi service in San Francisco after blackout chaos — Musk says Tesla car service unaffected, CNBC, 2025

Mass power outages affect 130,000 in San Francisco and disrupt traffic, The Guardian, 2025

Blackout elettrico, robotaxi fermi: la fragilità della guida autonoma, Quattroruote, 2025

Podcast RSI – Ricerca in Google peggiorata apposta. Come rimediare

Ultimo aggiornamento: 2025/12/30 10:55.

Questo è il testo della puntata del 15 dicembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Se avete la sensazione che la ricerca in Google non sia più quella di una volta, quella che trovava al primo colpo quello che cercavate, siete in buona compagnia.

Ormai da qualche tempo, se si cerca qualcosa con Google non si ottiene più direttamente il risultato desiderato: oggi si riceve prima di tutto una sintesi generata da un’intelligenza artificiale, che è spesso sbagliata e fuorviante, poi si ottengono dei risultati sponsorizzati, poi arriva l’elenco delle ricerche correlate fatte da altri utenti, poi vengono visualizzati dei prodotti pubblicizzati, e solo a questo punto Google propone finalmente il risultato desiderato. O almeno qualcosa che gli somiglia, perché di solito servono due o tre tentativi.

Questo peggioramento delle prestazioni è reale. Cosa più importante, è intenzionale.

Benvenuti alla puntata del 15 dicembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e vi racconto perché Google ha scelto consapevolmente di funzionare peggio, e soprattutto come possiamo rimediare.

[SIGLA di apertura]


Uno studio condotto dal gruppo di ricerca tedesco Webis nel 2024 [Is Google Getting Worse? A Longitudinal Investigation of SEO Spam in Search Engines, Advances in Information Retrieval. 46th European Conference on IR Research (ECIR 2024), Lecture Notes in Computer Science, March 2024, Springer; Opensearchfoundation.org; Webis.de (PDF); ACM.org] conferma un’impressione condivisa da molti utenti: le ricerche fatte con Google non sono più efficaci come una volta e stanno peggiorando da qualche anno.

Secondo questo studio, la colpa di questo declino è l’enorme quantità di contenuti di bassa qualità che vengono ottimizzati dagli esperti di marketing per comparire nei risultati di Google più in alto rispetto ai contenuti effettivamente utili. Il fenomeno riguarda anche anche motori di ricerca rivali, come Bing e DuckDuckGo, stando a questi ricercatori.

Ma c’è anche chi punta il dito verso la dirigenza di Google, accusandola di aver deciso cinicamente di seguire la strada del peggioramento allo scopo di massimizzare i profitti. Esperti del settore come Cory Doctorow [Medium.com; CBC Radio] e Edward Zitron [Wheresyoured.at] indicano anche una persona che sarebbe specificamente colpevole di questo stato di cose: l’informatico Prabhakar Raghavan [Wikipedia; Techspot.com], che è oggi Chief Technologist di Google e ha diretto per alcuni anni il settore pubblicità e commercio dell’azienda e poi anche quello della ricerca.

Zitron basa la propria accusa sulle mail interne di Google rese pubbliche dall’inchiesta antitrust del Dipartimento di Giustizia statunitense sul colosso della ricerca online. Nel 2019, spiega Zitron, la crescita del numero di ricerche fatte dagli utenti tramite Google era sostanzialmente stagnante, e il settore pubblicità lanciò un allarme: bisognava trovare un modo per indurre gli utenti a fare più ricerche e più clic sulle inserzioni.

Ogni volta che un utente cerca qualcosa in Google, infatti, gli viene mostrata della pubblicità, per la quale Google incassa denaro dagli inserzionisti; se l’utente non solo vede l’inserzione ma ci clicca anche su, Google incassa di più. Ma Google era già all’epoca di gran lunga il motore di ricerca più usato al mondo, per cui non era possibile aumentare il numero di ricerche fatte reclutando nuovi utenti.

La prima soluzione scelta da Google nel 2019 fu rendere le inserzioni meno differenti dai risultati veri e propri, eliminando il colore verde del testo che contrassegnava le pubblicità e proseguendo una tendenza, in corso da anni, che annacquava sempre di più la differenza visiva fra contenuti visualizzati a pagamento e risultati effettivamente desiderati dall’utente.

Per dirla in altre parole, Google fece man mano in modo che fosse più facile per l’utente cliccare per errore su uno spot invece di cliccare su un risultato genuino, e lo fece nonostante nel 2013 si fosse già presa un richiamo da parte della Commissione Federale per il Commercio statunitense (la Federal Trade Commission).

Un grafico pubblicato da Searchengineland.com mostra eloquentissimamente questo progressivo deterioramento.

Grafico che mostra l'evoluzione della segnalazione e dell'evidenziazione degli annunci pubblicitari su Google dal 2007 al 2019, evidenziando i cambiamenti nel design e nel posizionamento degli annunci nel motore di ricerca.
Evoluzione dell’aspetto delle pubblicità in Google dal 2007 al 2019. Credit: SearchEngineLand.

Nel 2007, per esempio, le inserzioni su Google comparivano su sfondo colorato e i risultati veri venivano invece mostrati su sfondo bianco. Nel 2013 lo sfondo era scomparso, sostituito da un bordo e da un’iconcina che indicava che si trattava di una pubblicità. Nel 2020 l’unica differenza visiva rimasta era costituita da un’etichettina che in inglese era composta da due sole lettere: “AD”, abbreviazione di “advert”, ossia “pubblicità”. Oggi tutti questi avvertimenti sono svaniti e distinguere un risultato reale da un’inserzione è quasi impossibile.

La seconda soluzione adottata da Google per aumentare gli introiti fu letteralmente peggiorare le proprie prestazioni, seguendo una logica ineccepibile ma spettacolarmente cinica.


La strategia di peggioramento intenzionale scelta dalla dirigenza di Google sembra in apparenza un autogol, ma in realtà ha perfettamente senso, perlomeno dal punto di vista degli azionisti dell’azienda. Se il motore di ricerca funziona bene e fornisce al primo colpo il risultato desiderato dall’utente, quell’utente è contento, però ha visto una sola bordata di pubblicità.

Ma cosa succederebbe se il motore di ricerca funzionasse meno bene e gli fornisse il risultato soltanto al secondo o terzo tentativo? Vedrebbe il doppio o il triplo di inserzioni. E così gli incassi di Google aumenterebbero massicciamente. Questa è l’idea geniale che, secondo Doctorow e Zitron, fu adottata da Prabhakar Raghavan alcuni anni fa e ha portato alla situazione attuale.

Normalmente peggiorare la qualità di un servizio indurrebbe gli utenti a cercare delle alternative, ma nel caso di Google all’atto pratico non ce ne sono. Grazie anche agli accordi commerciali con i produttori di smartphone, Google è il motore di ricerca predefinito su quasi tutti i dispositivi mobili del mondo, compreso l’iPhone. Google paga una ventina di miliardi di dollari ogni anno ad Apple per questo piazzamento di assoluto favore.

Inoltre la stragrande maggioranza degli utenti non sa come cambiare il motore di ricerca predefinito e spesso non sa neanche che esistono alternative, per cui di fatto Google può permettersi di peggiorare il proprio servizio senza subire alcuna conseguenza negativa. Anche perché le autorità antitrust statunitensi che dovrebbero intervenire si limitano da anni a scrivere letterine di fermo rimprovero.

Google, insomma, è come un albergatore che possiede l’unico hotel in una località e quindi può permettersi di aumentare i prezzi quanto gli pare o di fornire un servizio scadente e al risparmio, perché tanto i clienti non hanno scelta. E lo stesso cinico ragionamento vale anche per i suoi fornitori e per il suo personale: può decidere lui quanto e quando pagarli, perché non hanno nessun altro a cui possono vendere i loro prodotti e servizi.

Questa strategia, che l’esperto Cory Doctorow definisce coloritamente enshittification o immerdificazione, funziona benissimo, tanto è vero che viene adottata anche da altri colossi del settore informatico e tecnologico.

Amazon, per esempio, ha iniziato vendendo prodotti sottocosto e con la spedizione gratuita per gli abbonati ad Amazon Prime. Una volta consolidata la clientela, il numero di fornitori che usavano Amazon per vendere i propri prodotti è aumentato vertiginosamente, e a quel punto l’azienda di Jeff Bezos ha iniziato a chiedere commissioni sempre più alte a questi fornitori, tanto che nel 2023 oltre il 45% del prezzo di vendita dei prodotti finiva in tasca ad Amazon.

Audible, che controlla oltre il 90% del mercato degli audiolibri, inizialmente offriva agli autori dal 20% al 40% degli incassi, ma ora usa un complesso e fumoso sistema di redistribuzione degli introiti e di restituzione degli audiolibri, per cui ai pesci piccoli arriva una miseria e solo i grandi nomi ricevono lauti compensi; anzi, ai grandi arriva anche una quota degli incassi delle vendite dei piccoli. Gli utenti non sanno che esiste questo meccanismo e pensano che quello che pagano per un audiolibro vada in buona parte all’autore, ma non è così [Medium.com, 2025; Authorsguild.org, 2022].

Inoltre Audible, che è di proprietà di Amazon, impone sistemi anticopia su tutti gli audiolibri che distribuisce, per cui un utente che dovesse decidere di smettere di usare Audible perderebbe tutti i libri che ha pagato. L’azienda, quindi, tiene in pugno sia gli autori, sia i consumatori.

Ma almeno nel caso di Google noi utenti possiamo fare subito qualcosa di concreto contro questo modo di operare.


Questo qualcosa si chiama SearXNG [pronuncia: surk-sing o searching], ed è facilissimo da usare (a differenza del suo nome, che è complicatissimo da pronunciare): basta installarlo oppure, ancora più semplicemente, visitare uno dei siti che lo offre via Web e immettere lì quello che si vuole cercare.

Si ottengono risultati puliti e precisi, senza deliranti e inaffidabili aiutini forniti da energivore intelligenze artificiali, senza risultati sponsorizzati da scansare, senza inserzioni mascherate, e senza regalare dati personali a mega-aziende o a nessuno. E SearXNG non costa nulla, perché è un servizio gestito dagli utenti per gli utenti, non è in mano a fantastiliardari discutibili ed è basato su software aperto e libero.

SearXNG è un cosiddetto metamotore di ricerca. In sostanza, passa la vostra richiesta a una rosa di motori di ricerca commerciali, che includono Google, Bing, DuckDuckGo e molti altri, e restituisce a voi i risultati. Fa da filtro salvaprivacy e impedisce a questi motori di acquisire informazioni su di voi e di collezionare la cronologia delle vostre ricerche.

Potete scegliere fra tanti siti che lo forniscono: l’elenco completo e aggiornato si trova presso Searx.space, e trovate una guida completa e dettagliata in italiano presso Devol.it. Se usate un sito europeo, i vostri dati personali beneficiano delle protezioni offerte dalla normativa GDPR.

Provarlo non costa nulla, e se vi piace potete poi impostarlo come motore di ricerca predefinito in qualunque browser seguendo le apposite istruzioni. Potete anche configurarlo in modo da selezionare i motori di ricerca che più vi interessano e le categorie che desiderate, come immagini, video, contenuti presenti sui social network, musica e altro ancora.

Può sembrare paranoico ed eccessivo ricorrere a soluzioni come questa per evitare di essere profilati commercialmente, ma è ormai chiaro che il problema non è più puramente di natura commerciale. Il corso attuale della politica statunitense significa infatti che i dati che affidiamo ad aziende di quel Paese possono essere usati contro di noi molto concretamente.

Lo dimostra per esempio un recente avviso, pubblicato ai primi di dicembre sul Federal Register, che è l’equivalente statunitense della gazzetta ufficiale. Questo avviso annuncia [Rsi.ch; BBC] l’intenzione di chiedere a chiunque voglia visitare gli Stati Uniti di fornire la cronologia* delle sue attività sui social network sull’arco degli ultimi cinque anni se proviene da un Paese che è esentato dal visto, come Australia, Regno Unito, Svizzera, Francia, Germania e altri. Verranno chiesti anche i numeri di telefono usati negli ultimi cinque anni e gli indirizzi e-mail degli ultimi dieci, insieme a informazioni sui familiari, come per esempio i loro nomi, numeri di telefono, data e luogo di nascita e indirizzo di residenza.

*  Numerosi lettori mi hanno segnalato un articolo de Il Post del direttore, Francesco Costa, che sembra contraddire quello che ho detto e scritto nel podcast e minimizzare l’effettiva pericolosità di questa misura proposta. Ma a pagina 9 l’annuncio del Federal Register riporta testualmente quanto segue (grassetti aggiunti da me): "In order to comply with the January 2025 Executive Order 14161 (Protecting the United States From Foreign Terrorists and Other National Security and Public Safety Threats), CBP is adding social media as a mandatory data element for an ESTA application. The data element will require ESTA applicants to provide their social media from the last 5 years." Cosa si intenda con “their social media from the last 5 years" è da chiarire, ma io lo interpreterei in maniera molto estensiva, perché non è una richiesta di fornire i nomi degli account social, ma di fornire i “media”, ossia i contenuti di quegli account.

Costa dice anche che “Non risulta che in questi anni l’inclusione degli account social fra le moltissime informazioni personali che è sempre stato necessario fornire [...] abbia determinato comportamenti repressivi simili a quelli che l’amministrazione Trump ha attuato contro alcune persone che erano già nel paese, come gli studenti filopalestinesi espulsi per il loro attivismo”.

Ma va notato che i visti di sei persone non statunitensi sono stati revocati in seguito ai loro commenti fatti sui social network a proposito dell’uccisione del commentatore di estrema destra Charlie Kirk [The Guardian, 2025/10/14]. Inoltre è già accaduto che turisti di vari Paesi si siano visti negare l’ingresso negli Stati Uniti di recente “sulla base di contenuti trovati nei dispositivi mobili” [The Times, 2025/12/11]. Che tutto questo, come dice Costa, non sia successo “in questi anni” non fornisce alcuna garanzia per il futuro.

In aggiunta, il Dipartimento di Stato USA ha dato istruzioni al proprio personale di rifiutare le richieste di visti, soprattutto del tipo H-1B (visti di lavoro temporanei), di persone che lavorano nel fact-checking e nella moderazione di contenuti, dichiarando che si tratta di forme di “censura” dell’asserita libertà di parola degli statunitensi [Npr.org, 2025/12/11].

L‘amministrazione Trump sta inoltre cercando di vietare a cinque ricercatori europei l’ingresso o la residenza negli USA, accusandoli di essere “censori stranieri” che vogliono imporre restrizioni nei social network [Scripps News, 2025/12/29].

In questa lista manca per ora la cronologia delle ricerche online, ma viene il dubbio che non sia una dimenticanza perché la storia completa di tutto quello che abbiamo mai cercato in Google ce l’hanno già. Ricorrere a soluzioni come SearXNG è quindi un piccolo ma positivo passo nella direzione giusta, verso la sovranità digitale che la cronaca ha trasformato da fantasia idealista in necessità assolutamente concreta.

Fonti aggiuntive

Perché è necessario e urgente liberarsi di Google – e come cominciare a farlo, Wumingfoundation.org, 2020.

Quickstart for SearXNG, Elest.io.

SearXNG enjoyers, how do you do it?, Privacyguides.net, 2022.

SearXNG, Wikipedia.org, 2025.

Welcome to SearXNG, Searxng.org, 2025.

Setting Up SearXNG, Snee.la, 2024.

How to Get AI Out of Your Google Search Results, Therevelator.org, 2025.

Just Want Links in Google Search Results Instead of AI Overviews? Here’s How to Do It, Cnet.com, 2025.