Questo è il testo della puntata del 9 febbraio 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.
[CLIP: audio di bordo di un aereo di linea, con annuncio in inglese]
Immaginate di essere in aereo, in volo per qualche destinazione lontana. Vorreste chattare con i vostri compagni di viaggio e mandare loro alcune foto e informazioni per pianificare il vostro itinerario, ma loro sono seduti alcune file davanti a voi e l’aereo è strapieno. A bordo non c’è Internet, e se anche ci fosse, tramite Wi-Fi, i suoi costi sarebbero proibitivi.
Ma siete stati previdenti, e così potete comunicare quanto vi pare con i vostri amici, senza Internet, senza Wi-Fi e senza rete cellulare. Ciliegina sulla torta, le vostre comunicazioni sono cifrate e non vengono lette da nessun gestore di social network per profilarvi o per nutrire qualche intelligenza artificiale avida di testi scritti da esseri umani.
[CLIP: audio di bordo di un aereo di linea, con annuncio in inglese]
E se atterrate in qualche Paese che sorveglia le comunicazioni sui social network o sulle reti cellulari, potete comunque comunicare fra di voi a distanza senza poter essere intercettati.
L’app che fa tutte queste cose in apparenza impossibili esiste, e si chiama Bitchat. Potete scaricarla e installarla anche subito sul vostro smartphone Android o iOS.
Benvenuti alla puntata del 9 febbraio 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Oggi vediamo come è possibile mandare messaggi senza Internet, senza rete cellulare, e senza filtri o padroni. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Questa storia inizia ai primi di luglio del 2025. Jack Dorsey, cofondatore del social network che una volta si chiamava Twitter, annuncia e pubblica su Internet la prima versione di Bitchat, un’app che permette di mandare messaggi testuali e vocali oppure foto senza Wi-Fi, senza Internet, senza server centrali, senza chiedere numeri di telefono o mail, e in forma anonima e cifrata. Non c’è neanche bisogno di creare un account.
Bitchat riesce a fare queste cose per esempio in caso di blackout o calamità che mettono fuori uso la rete di telefonia mobile e in zone nelle quali non c’è copertura cellulare oppure è pericoloso, vietato o troppo costoso usare Internet o il Wi-Fi. Ci riesce perché a differenza delle app di messaggistica tradizionali come WhatsApp, Telegram, Signal o Threema, Bitchat usa una cosiddetta peer-to-peer wireless mesh network, ossia una rete paritaria magliata senza fili.
Traducendo dal gergo tecnico, la rete che interconnette i telefonini fra loro con Bitchat è composta esclusivamente dagli smartphone stessi, che si parlano via Bluetooth, senza aver bisogno di un server centrale, di connessioni a Internet o altro.
Ogni cellulare che usa Bitchat riceve i segnali Bluetooth e i messaggi Bitchat degli altri telefonini che hanno installato quest’app e sono nelle vicinanze. Questi messaggi vengono trasmessi, ricevuti e inoltrati tramite queste connessioni Bluetooth dirette e possono saltare da un telefono all’altro, protetti dalla crittografia, in una sorta di catena di Sant’Antonio, fino a raggiungere l’utente desiderato.
Usare Bitchat è di una semplicità disarmante: si scarica l’app dal Play Store o dall’App Store, la si installa e poi le si dà il permesso di usare e tenere attivo il Bluetooth, cosa che già fa chiunque abbia degli auricolari senza filo.
Fatto questo, ci si trova già collegati alla rete locale di tutti gli utenti Bitchat nelle vicinanze. Non viene chiesto nulla: nessuna mail, nessun numero telefonico, e l’app è gratuita e oltretutto open source. Il suo codice sorgente è liberamente ispezionabile e altrettanto liberamente modificabile.
Esteticamente, Bitchat è un’app spartana fino in fondo: la sua schermata principale è praticamente vuota e persino il suo font è volutamente semplice e a spaziatura fissa, come quello delle macchine per scrivere o dei vecchi computer. In alto c’è l’indicazione del nome dell’utente su Bitchat, che è di solito anon seguito da quattro cifre. Volendo è personalizzabile con un semplice tocco. Poi è indicato il canale al quale si è collegati, che per la rete locale è #mesh, seguito dal numero di utenti presenti su quel canale. Toccando questo numero compare l’elenco degli utenti e si può scegliere quello con il quale si desidera chattare o scambiare messaggi vocali o foto.
Non compare nessuna informazione personale degli utenti e non c’è nessuna foto del profilo, e tutto questo è intenzionale. Bitchat è pensato per proteggere la riservatezza e la sicurezza delle persone e per consentire lo scambio anonimo di messaggi effimeri, come spiega il documento programmatico pubblicato da Jack Dorsey. I messaggi, in forma cifrata, vengono custoditi solo sui singoli telefonini, scompaiono dopo l’invio o la consegna e non toccano mai un’infrastruttura centralizzata. In caso di emergenza, toccando tre volte in sequenza l’icona dell’app vengono cancellati tutti i dati.
È tutto molto bello, ma non è il caso di mollare WhatsApp e simili, almeno per il momento.
Bitchat funziona, ma il suo limite principale sta proprio nella sua caratteristica centrale: l’uso del Bluetooth come canale di comunicazione primario. Questa tecnologia, nella sua diffusissima versione a basso consumo energetico o Bluetooth Low Energy, presente in quasi tutti gli smartphone, ha una portata teorica massima all’aperto di una settantina di metri.
Questo vuol dire che se non avete altri utenti Bitchat entro questa distanza, non potete usare Bitchat per scambiare messaggi senza usare Internet. E c’è anche un limite al numero di salti da un cellulare all’altro che può fare un messaggio nel tentativo di propagarsi fino alla propria destinazione senza appoggiarsi a Internet. Questo limite è sette, e questo significa che una rete locale di Bitchat, anche nelle migliori condizioni, ha una portata massima di circa mezzo chilometro. In condizioni reali la portata effettiva può aggirarsi sui duecento metri.
Tuttavia se alcuni dei telefoni che fanno parte della rete locale si spostano, per esempio facendo la spola fra vari luoghi, diventano dei “postini” digitali, che possono recapitare anche su grandi distanze i messaggi che custodiscono, anche se in questo caso la consegna ovviamente non è istantanea.
Per compensare questa limitazione, Bitchat si è evoluto rispetto al suo debutto di sei mesi fa e ora include anche la possibilità di comunicare con utenti lontanissimi, anche in altri continenti. In questo caso si appoggia a Internet in maniera classica [tramite Wi-Fi o rete dati cellulare] e comunica mediante il protocollo aperto Nostr.
In altre parole, Bitchat funziona benissimo per comunicare privatamente da una stanza all’altra in una casa, in una cabina d’aereo, su un autobus, in treno, in alta montagna o allo stadio [o in nave], ma su grandi distanze torna a dover dipendere da Internet e da una connessione dati di telefonia mobile. Può essere un complemento prezioso alle app di messaggistica tradizionali, ma non un loro sostituto, almeno per ora.
C’è però anche un’altra situazione nella quale Bitchat funziona particolarmente bene e può addirittura salvare vite: le manifestazioni e le adunate di protesta, nelle quali un numero molto elevato di utenti si trova in uno spazio limitato e quindi ci sono moltissimi smartphone nelle vicinanze che possono passarsi i messaggi di Bitchat. Spesso le autorità di alcuni Paesi tentano di impedire il coordinamento dei manifestanti disattivando localmente la rete cellulare o l’accesso a Internet. Ma Bitchat non ha bisogno di questi servizi e quindi continua a funzionare anche in caso di oscuramenti della rete.
Non è un caso che ci siano state decine di migliaia di scaricamenti di Bitchat in relazione alle proteste in Madagascar e in Nepal a settembre 2025 e in Uganda e Iran a gennaio 2026. In questi Paesi le autorità spesso impongono il blocco di Internet nel tentativo di sabotare le comunicazioni fra cittadini. E Bitchat non è la prima app di questo genere: una dozzina d’anni fa numerosi cittadini in Iraq e a Hong Kong usarono un software chiamato FireChat che si basava appunto sul Bluetooth e sulla creazione di reti locali temporanee costituite da smartphone per comunicare tra loro nonostante gli interventi di censura e i blackout delle telecomunicazioni tradizionali imposti dalle autorità.
Le prossime versioni di Bitchat potrebbero includere l’opzione di creare interconnessioni tra telefonini usando il Wi-Fi, nella sua forma denominata Wi-Fi Direct. Questo aumenterebbe moltissimo la portata di Bitchat, consentendo distanze considerevolmente maggiori fra i telefoni che formano una rete locale, anche se ci sono alcune questioni di sicurezza intrinseche in questa tecnologia che andranno risolte se Bitchat vuole tenere fede alle proprie ambizioni di software a prova di intrusioni e censure.
In un momento storico nel quale si parla sempre più seriamente della necessità strategica di una sovranità digitale europea e nel quale la dipendenza da software e social network gestiti da miliardari statunitensi fortemente politicizzati fa sentire il proprio peso politico ed economico, è particolarmente allettante e letteralmente rivoluzionaria l’idea di un sistema di comunicazione senza padroni, senza pubblicità, gratuito, senza licenze capestro, senza schedatura degli utenti, liberamente ispezionabile e modificabile, e orientato a proteggere gli utenti dalle ingerenze e violenze governative, come quelle che stanno avvenendo per esempio in Iran e a Minneapolis.
La cronaca amara di questi giorni purtroppo rende inevitabile questo accostamento di luoghi che un tempo sarebbe sembrato assurdo e surreale, e l’informatica fa parte di questa cronaca, perché Apple ha scelto di rimuovere dal suo App Store le app che permettevano di segnalare legalmente la presenza degli agenti dell’ICE, l’agenzia statunitense dell’immigrazione, quelli che hanno ucciso per strada, senza alcuna giustificazione, cittadini innocenti come Renée Good e Alex Pretti. Questa rimozione la dice lunga sulle scelte di campo dei giganti del settore informatico e sull’urgenza crescente di svincolarsi dal loro controllo sui nostri dispositivi digitali.
Resta però il problema che anche l’app più salvaprivacy del mondo non serve a nulla se non la usa nessuno e tutti restano ancorati ai social network commerciali per pigrizia o per convenienza. Bitchat è stata scaricata alcuni milioni di volte, ed è vero che siamo a pochi mesi dal suo debutto, ma di fatto la mappa mondiale dei suoi utenti pubblici resta desolantemente vuota, e quei pochi che ci sono si aggirano chiedendo soprattutto “C’è nessuno?” in varie lingue.
Può sembrare strano che un’app così orientata alla riservatezza abbia una mappa mondiale degli utenti, ma è così. Bisogna infatti chiarire che Bitchat perde in parte le proprie protezioni quando la si usa per chat su grande distanza via Internet. Gli utenti restano anonimi, le loro comunicazioni vengono instradate, in modo molto protetto e poco tracciabile, tramite il sistema Tor e i messaggi diretti a un singolo utente restano cifrati. Però i messaggi Bitchat destinati a canali lontani sono pubblici per impostazione predefinita e per necessità, visto che devono essere leggibili da chiunque partecipi a un canale.
Per capire bene questa differenza importante fra uso locale e uso via Internet di Bitchat si può andare a consultare una delle mappe pubbliche degli utenti, come quella disponibile in forma aggiornata in tempo reale presso Bitchatexplorer.com. Lì si possono vedere gli utenti che stanno utilizzando Bitchat per comunicazioni a lunga distanza e si possono leggere le loro conversazioni pubbliche.
[Un’altra mappa interattiva aggiornata è disponibile presso Bitmap.lat]

Per scegliere un canale di Bitchat basta digitarne il nome nella casella apposita di Bitchatexplorer.com: non occorre aprire account o altro. Il flusso dei messaggi pubblici in quel canale compare sullo schermo. Si tratta di messaggi rivolti a chiunque frequenti lo specifico canale, non di messaggi privati.
I canali sono geolocalizzati, nel senso che sono associati a una località o a una regione più o meno ampia. Per esempio, ogni utente di Bitchat ha dei canali predefiniti, chiamati isolato, quartiere, città, provincia, regione, che coprono un raggio variabile da 200 metri nel caso dell’isolato a 1250 chilometri nel caso della regione, e il mondo è mappato con estrema precisione tramite nomi di canali chiamati geohash. Più è lungo il nome del canale, più è precisa la sua localizzazione, e bastano otto caratteri per indicare un singolo edificio in qualunque parte del pianeta, come spiegato interattivamente presso geohash.softeng.co.
Tutto questo può sembrare complicato, ma in sintesi basta ricordare due cose: la prima è che solo gli utenti che vediamo quando scegliamo il canale #mesh sono raggiungibili senza usare Internet e tutti gli altri richiedono una connessione a Internet come le app normali. La seconda è che i messaggi rivolti ai canali sono pubblici ma anonimi, mentre quelli diretti, rivolti a un singolo utente, sono privati oltre che anonimi.
Prenderà piede Bitchat? Dipende da noi utenti. L’esperienza insegna che di solito la convenienza temporanea prevale sulla sicurezza a lungo termine, ma il fatto che in alcuni Paesi particolarmente travagliati questa app sia stata scaricata prima del prevedibile oscuramento governativo di Internet permette di sperare in bene. Tenere Bitchat a disposizione accanto alle app di messaggistica tradizionali non costa nulla e in emergenza o in casi particolari può tornare molto utile. Ma soprattutto il semplice fatto che esista un’app di questo tipo dimostra che un’altra Internet, libera e al servizio dei cittadini, è ancora possibile.
Fonti aggiuntive
Jack Dorsey made an encrypted Bluetooth messaging app, The Verge, 2025/07/08
Bitchat, come funziona l’app di messaggistica che non ha bisogno di internet, Wired.it, 2025/07/09
Jack Dorsey floats specs for decentralized messaging app that uses Bluetooth, The Register, 2025/07/08
Jack Dorsey launches a WhatsApp messaging rival built on Bluetooth, CNBC, 2025/07/07
Former Twitter CEO launches messaging app that doesn’t need WiFi or mobile data, Euronews, 2025/07/08
Apple Took Down These ICE-Tracking Apps. The Developers Aren’t Giving Up, Wired.com, 2025/10/09

Sbaglio o è necessario avere sempre anche il GPS attivo? Sono su Android
Non necessario ma consigliato, se ho capito bene.
se non erro sugli android “recenti” bluetooth scan funziona se attivi anche “location”, non sono più separabili, quindi per funzionare deve per forza essere attivo “location”
Il permesso location non implica che l’app acceda al GPS. È giusto una sicurezza in più per l’utente, un avviso sul fatto che accedendo al bluetooth è teoricamente possibile determinare la sua posizione, con l’aiuto di un database di device/posizioni.
Sì, altrimenti la configurazione non può procedere. L’anonimato dell’utente è in parte preservato ma la riconducibilità al dispositivo su cui gira l’app rimane inevitabile a causa della localizzazione GPS e, probabilmente, dall’indirizzo Bluetooth (il MAC) inviato nella rete mesh per scoprire e farsi scoprire (che è poi lo stesso “difetto” presente in Briar).
Al momento, l’unica app che offre l’anonimato più robusto possibile (Tor, modalità offline per altri utenti, più profili…) senza rischi di leak hardware è Cwtch.
Se i malintenzionati protagonisti dei disordini di Torino degli ultimi mesi avessero usato questo sistema, non sarebbero stati identificati. Come anche il tifoso del sasso contro il parabrezza dell’autobus, preso perché hanno controllato i suoi ultimissimi messaggi whatsapp. I social sono fondamentali soprattutto a ridosso degli eventi criminosi per far comunicare i malintenzionati. Questo è un ottimo strumenti da questi punti di vista.
Io non capisco perché si debba sempre pensare subito all’uso illegale di qualunque strumento salvaprivacy invece di pensare a quelli positivi e leciti.
Vorrei inoltre ricordare che prima che ci fossero i social e i dispositivi digitali, le forze di polizia erano comunque capaci di effettuare indagini e scoprire colpevoli.
Mah… che tu capisca o meno, cambia poco nella testa di un malintenzionato che possa intuire un vantaggio rispetto a ciò che gli offre il mondo.
Conosco capacità e abilità delle forze dell’ordine, ci ho pure lavorato per un periodo. E ti posso assicurare, se già non lo sai, che i social sono una fonte abbondante di informazioni investigative e basso costo di energie varie…
Attenzione: io non ho parlato esclusivamente volutamente di “scoprire’, perché spesso i social sono molto utili a ricostruire movimenti e comunicazioni, collocare persone o cose… Non necessariamente bisogna pensare alle forze dell’ordine che usano i social solo per scoprire.
Sinceramente questo tuo commento mi lascia molto perplesso. Io ho fatto semplici osservazioni su dati di fatto che racconti.
Io non ho negato l’utilità di cui parli bene e ampiamente nel podcast, non ho negato gli aspetti positivi e leciti, e sarebbe stato inutile e ridondante osservarlo nuovamente in un commento. Non ho criticato il sistema o le tue conclusioni…
Booh 🤣😅😁
Ovviamente lo so. Come so che la mafia non usa i social, eppure le forze di polizia riescono a fare indagini lo stesso. Certo non hanno la pappa pronta offerta dal tracciamento social; diciamo che i social sono stati un grande aiuto, ma la festa prima o poi finisce.
Ma ripeto: di fronte a un’app del genere, perché fissarsi sui suoi usi illeciti dimenticando quelli leciti? Dobbiamo bandire i coltelli da cucina perché vengono usati (anche) per uccidere? Aboliamo i telefoni perché possono essere usati per fare minacce o telefonate di allarmi-bomba? Aboliamo WhatsApp perché ha la crittografia end-to-end?
Rispondo alla tua domanda, anche se lo avevo già fatto chiaramente: perché avevi già spiegato tutto tu, tranne quella questione. Sarei stato ridondante nel scrivere che la privacy è preservata e che giova a molti utenti, perché lo hai spiegato molto bene tu. Di solito sei molto preciso, puntuale e obbiettivo nel descrivere “pros and cons” delle cose di cui parli.
Di fatto ho solamente osservato cose che normalemente sei tu ad osservare per primo, soprattutto se trattano di metodi comunicativi che si possono prestare agli usi più svariati.
Personalmente non credo si tratti di “pappa pronta”, mi sembra un’osservazione superficiale. Dal mio punto di vista è un arma in più per eventuali malintenzionati: un tipo di comunicazione locale che non lascia traccia, in ambito teroristico e di ordine pubblico potrebbe essere addirittura un buon incentivo a delinquere.
In questo specifico caso di questo articolo, “mi fa strano” questo tuo atteggiamento rispetto a questa questione: di solito sei molto più attento e puntuale. Sembra quasi, e sottolineo sembra quasi, (quindi non “è”, ma “sembra”) più una questione personale verso chi dice qualcosa di diverso.
Anche i pizzini, dunque aboliamo la carta.
Addirittura un “incentivo a delinquere”. Allora che facciamo con WhatsApp? Quattro miliardi di persone usano un’app che ha la crittografia totale; gli inquirenti non possono leggere i messaggi. Aboliamo WhatsApp?
No, è semplicemente una profonda avversione per discorsi fatti senza riflettere sulle implicazioni di quello che viene detto.
Caro Paolo, mi dispiace dirlo, poi mi dispiace perché mi bannerei, ma stai davvero scadendo, irmai almeno da un decennio a questa parte: hai sollevato una polemica su una questione lapalissiana solo per non meglio precisate questioni personali…
Roby, no.
La polemica non l’ho sollevata io e non ho “questioni personali” con te. Semplicemente, come ti ho scritto, ho poca pazienza con chi non riflette sulle implicazioni delle proprie affermazioni.
Ti ho chiesto più volte se, seguendo il tuo ragionamento che le applicazioni non monitorabili dalle autorità siano un “incentivo a delinquere”, dobbiamo bandire anche WhatsApp. Non ho visto risposte da parte tua.
Non rispondo a quella domanda per diversi motivi: il primo è che io non ho minimamente accennato a vietare qualcosa, dove lo avrei scritto o lasciato intendere? Sei tu che lo hai ipotizzato, a me non importa vietare nulla. Il secondo motivo è che quella domanda è benaltrismo.
Ti spiego un’altra volta: la mia osservazione è che nel tuo articolo non si accenna minimamente ad eventuali usi improri, relativi fra l’altro a situazioni sotto i riflettori di questi tempi, cosa che di solito fai puntualmente in maniera obbiettiva e a 360 gradi. In seguito aggiungo anche che non ha senso rimarcare i lati positivi dal momento che fai l’articolo proprio per quello, sarebbe insulso dal mio punto di vista, sarebbe come tu dicessi: “oh, questi l’han fatta bella per salvaguardare la privacy” e io rispondo “ma sai che le cose che hai scritto vanno bene per salvaguardare la privacy”.
In questo contesto la tua domanda non ha senso.
Poi, non è che se rispondo alla domanda cambia il fatto che tu non ne parli nell’articolo 😀
La polemica, a dire il vero, parte quando, alla mia osservazione, ti infastidisci per qualcosa che a te non piace che gli altri pensino (oppure dimmi tu cosa devo scrivere per non fraintendere le tue seguenti parole, perchè quando uno risponde “Io non capisco perché si debba sempre pensare subito all’uso illegale di qualunque strumento salvaprivacy invece di pensare a quelli positivi e leciti.” a uno che dice “guarda, potrebbe essere così, però non ne parli”, sinceramente a me sembra polemica).
Coltello, whatsapp, carta per pizzini non c’entrano nulla, sembrerebbero quasi “strawma arguments” 😉
Se tu avessi davvero formulato così le tue parole, non saremmo qui a discuterne. Ma pazienza.
Il tizio con il giacchetto rosso non mi pare sia stato arrestato grazie alle comunicazioni telematiche.
Oppure i manifestanti pacifici non implicati avrebbero potuto avvisare della presenza di soggetti violenti. E’ uno strumento neutro. Può essere utilizzato bene o male.
Non parlo solo di “prendere”: si tratta di recuperare informazioni in base a chi comunica con chi e quando. Fossi un malvivente, mi strofinerei le manine
Fossi una donna iraniana che vuole comunicare liberamente, mi strofinerei le manine.
Fossi un dissidente russo che vuole resistere a Putin, mi strofinerei le manine.
Fossi un cittadino americano che lotta contro i soprusi dell’ICE, mi strofinerei le manine.
Francamente non capisco perché vedi solo il lato negativo. Ma non insisto ulteriormente.
Forse nell’articolo è scritto e io non l’ho capito. Ma se “qualcuno” entra in possesso del cellulare da cui i messaggi sono partiti e arrivati, quanto la comunicazione è “sicura”? Per il mittente e per i vari destinatari.
Da quello che ho capito, i messaggi sono effimeri per default. Inoltre facendo tre tap sull’icona dell’app si vuota la memoria.
Quindi in pratica stai giustificando la sorveglianza di massa dei social. E non scrivere che “sei stato frainteso”.
Già, perché per sorvegliare una “persona sospetta” prima devi avere la “persona sospetta”….
Non hai capito, e sì, forse hai frainteso, mi stai mettendo in bocca parole mai dette.
ti spiego: c’è un tafferuglio, tipo quel genio di un tifoso che ha ucciso l’autista tirando un sasso contro un autobus: guardando i cellulari agganciati alla zona di dove è stato tirato il sasso, hanno incrociato i dati e hanno ottenuto informazioni sulle persone coinvolte.
In questo caso il sospetto può essere sospettato per molti motivi, tipo è già noto per chissà quali altri casini. Quindi: chi c’era alla partita di calcio? Eh c’era tizio… ok, proviamo a vedere dov’era il suo cellulare all’ora del lancio del sasso… ah non era a casa o fuori dallo stadio, bensì vicino allo svincolo dell’autostrada…
Esempio generico invece: durante una manifestazione pacifica in piazza, dei facinorosi fanno danni a cose e persone. Un facinoroso viene beccato e si guarda con chi era in contatto nei momenti precedenti, incrociando i dati si ottengono informazioni da gerificare, su possibili complici e organizzatori.
I social sono un prodotto della democrazia e del capitalismo, i social mi fanno ca**re, ma non posso non osservare che siano una fonte inesauribile di informazioni. Un’ente di pubblica sicrezza sarebbe sciocco a non sfruttare le informazioni che la gente immette volantariamente nei social per usare un prodotto di cui sopra…
Ad ogni modo, l’umanità non ha speranze.
A un amico hanno rubato la borsa e la sua carta di credito è stata usata in un distributore di sigarette. Si potevano visionare le telecamere di sorveglianza per identificare il colpevole, ma non è stato fatto.
Non capisco perché io debba rinunciare ulteriormente alla mia privacy quando non si usano gli strumenti già disponibili.
In ultima analisi e in senso lato: democrazia e capitalismo hanno permesso tutto ciò.
Ah quindi non solo giustifichi la sorveglianza di massa ma anche le dittature comuniste. Tutto chiaro. Sei ancora in Italia?
E chi ha parlato di giustificare. Ovviamente sono storture, prodotte dalla democrazia insieme al capitalismo, il tutto sfrenato.
Non giustifico niente. È un’osservazione: la democrazia ed il capitalismo hanno portato al mondo occidentale che conosciamo, ma non ho detto che sia giusto o sbagliato così…
Non giustifico le dittature comuniste, dove lo avrei fatto? E perché solo quelle comuniste scusa? Da cosa lo avresti dedotto? Ci sono e ci sono state terribili dittature anche non comuniste.
No, perché? Pensi che in larga scala tra centinaia di persone possa funzionare davvero? Io credo che funzioni solo in ambienti ristretti…
Appunto, in ambineti ristretti: rapinatori che gestiscono un colpo, i facinorosi mescolati ad una pritesta pacifici, terroristi sul luogo di un attentato… comunicare solo nel luogo desiderato senza lasciare traccia è l’ambizione di ogni malvivente.
E anche di ogni dissidente.
E anche di ogni cittadino onesto che ha il sacrosanto diritto di comunicare in privato.
Sì, Paolo, è ovvio 😀 lo hai scritto molto bene nell’articolo, perché continui a ripeterlo? Sei ridondante.
Ti ho già spiegato perché, ma vedo che stai ignorando le mie spiegazioni e le mie domande. Nessun problema. Chiudo la discussione.
Non ho ignorato nulla, ti ho spiegato a mia volta i motivi per cui scrivo quello che scrivo, ma vedo che ignori le risposte che ti dò alle tue domande e le spiegazioni. Io non chiudo, sempre disponibile.
1. Non le ignoro. Semplicemente segnalo che sono sbagliate.
2. Grazie, ma non ho altro da aggiungere.
Cosa ci sarebbe di sbagliato nell’osservare che nel tuo articolo non si parla di una cosa che è comunque del tutto valida e consistente?
Non hai segnalato che ho detto cose sbagliate, hai solo detto cose divee, tipo “solo quello sai vedere” (implicimante condividendo ciò che dico, per logica). E poi hai solo ripetuto cose già scritte molto bene nell’articolo, tipo “se tu dici che lo possono usare i malviventi, io dico che lo usano le donne iraniane o i cittadini in guerra”.
Nel punto 1 dici una cosa che non si è mai verificata 😀
Roby,
per quel che mi riguarda la conversazione è chiusa. Per favore non insistere ulteriormente nella polemica. Grazie.
Forse l’hanno prima preso e poi l’hanno “inchiodato” alle sue responsabilità ulteriorimente controllando il suo smartphone.
Ho letto anche gli altri tuoi messaggi, ma continuo a non capire quale sia esattamente il punto della tua obiezione.
Che Bitchat possa essere usato in modo malevolo è un’eventualità. Come lo è per qualunque altro strumento. Questo, però, non dimostra che verrà (o verrebbe se si diffondesse) usato male né che l’uso prevalente sarà illecito.
Se la tua tesi è semplicemente che “potrebbe essere usato per delinquere”, stai affermando un’ovvietà.
Trova uno strumento che non possa essere usato per fare del male, se non ci riesci, allora il tuo argomento non distingue Bitchat da qualsiasi altra tecnologia.
interessante, grazie.
qualche anno fa avevo scaricato due app simili, Briar che funziona con Bluetooth e wifi e e Bridgefy, con l’intenzione di usarli
come in montagna durante le escursioni, in caso di necessità.
Purtroppo erano ancora poco diffuse, quindi in assenza di altri utenti nelle vicinanze, inutilizzabili.
In questo caso, il fatto che ne esista una nuova (probabilmente incompatibile) non è una cosa positiva: si introduce maggiore frammentazione, e in assenza di uno standard, con tante app incompatibili fra loro in circolazione non si avrà mai una diffusione sufficiente di nessuna di esse.
spero di non dire una fesseria, ma… come lavorerebbero in zone senza cellulare come escursioni in montagna?
Se sei in un posto isolato in montagna senza cellulare, lo sono anche le persone cui sei vicino. A meno che ti aspetti che uno di loro abbia un telefono con connessione satellitare. E la connessione BT ha un raggio limitatissimo.
Interessante.
La app ha scarso valore perché è utilizzata da troppo pochi utenti.
Se sarà usata da un numero sufficiente, una massa critica, avrà successo.
A quel punto cosa impedirebbe a Dorsey di cederla ad un musk?
Quanto sarebbe utile in quel caso in termini di privacy e sicurezza?
Non è cedibile, è open source.
Se cedono il marchio è più che sufficiente, poi l’app diviene a mano a mano chiusa perché “riscritta”, c’è il fork certo ma se milioni di persone hanno installato BitChat continuano ad usare BitChat, non iniziano ad usare FreeBitChat perché è passata di mano 🙁
Vuoi dire che se raggiungesse, ad esempio, il miliardo di utenti, non potrebbe cederla?
Certo, essendo open source, il giorno dopo chiunque potrebbe fare un fork (o come si chiama). Ma quello che vale è la platea di utenti, non il software in sè.
O intendi che, essendo open source, quindi controllabile ed ispezionabile, sarebbe comunque sicura?
Direi di no. Una volta messo nel public domain non si può cambiare idea e revocare. Non è più sua e quindi non può cederla.
Soprattutto quello che conta è essere basata su protocolli aperti e quindi replicabili da chiunque senza chiedere permessi.
Per l’esattezza, una volta messo un progetto in public domain si può tranquillamente cambiare idea e distribuirlo con una licenza diversa. Ci sono stati dei casi di software open source in cui l’autore a un certo punto ha deciso di chiudere l’accesso al sorgente e di distribuire le versioni successive come software proprietario (un esempio: MenuetOS)
Quello che l’autore non può fare è impedire a chi ha già scaricato la versione in public domain di ridistribuirla, o di realizzare un fork (nell’esempio di MenuetOS è stato realizzato un fork ancora open source chiamato KolibriOS)
In pratica, ciò potrebbe funzionare solo se la nuova versione portasse migliorie talmente significative da giustificare il passaggio, e se nessuno sviluppatore indipendente fosse in grado di apportare migliorie equivalenti sul fork open source. Questo sarebbe possibile se ad esempio venissero inclusi pezzi importanti di codice proprietario. Nel caso di BitChat, se qualcuno aggiungesse un algoritmo di cifratura proprietario, ad esempio, tale fork diventerebbe software proprietario (la licenza attuale di BitChat lo permette): e nessuno potrebbe realizzare un software equivalente partendo dai codici sorgenti pubblicati, perché gli mancherebbe il pezzo di codice proprietario aggiunto.
Quindi, sì, è possibile per l’autore realizzarne una versione proprietaria, e per sviluppatori di terze parti sviluppare una fork proprietaria. Poi, se un miliardo di utenti ha la versione open, è da vedere quanti si terranno quella, e quanti passerebbero a quella proprietaria. Ma prima bisogna arrivare ad avere un miliardo di utenti, e la vedo molto difficile.
Grazie delle precisazioni. Però ti riferisci a versioni successive: quelle sono da considerare come prodotti separati (derivati ma separati). La versione messa in public domain resta in public domain.
L’ho scaricata e secondo me vale il consumo di spazio e batteria, sperando che qualcun altro si unisca.
Anche nell’open source ci sono stati casi, per quanto di nicchia (io ho presente applicazioni per programmatori ignote al grande pubblico, come ElasticSearch e Redis), in cui il principale autore ha deciso che da una certa versione in poi il software passava sotto una licenza proprietaria: in quei casi le vecchie versioni restano ancora open, e le comunità possono fare dei progetti fork per portarne avanti lo sviluppo (nei casi che ho citato sopra, rispettivamente OpenSearch e Valkey), ma senza più il “nome famoso” a promuoverlo e/o senza più aziende danarose a dare una mano (poi nei due casi che ho citato, gli autori hanno fatto voltagabbana e ora offrono ANCHE un’edizione open source accanto a quella commerciale… come lo chiamiamo? openwashing? 🤣).
Nel caso di Bitchat però vedo che il software è rilasciato nel pubblico dominio, quindi non c’è un “padrone”, come funziona in questo caso?
https://github.com/permissionlesstech/bitchat/blob/main/LICENSE
p.s. hmmm però qua dice che la versione Android invece è sotto licenza MIT:
https://github.com/permissionlesstech/bitchat-android/blob/main/LICENSE.md
Il termine esatto, quando lo stesso software ha una versione open source ed una proprietaria, è “dual licensing”. Si usa spesso questa soluzione per le librerie, o per i tool di sviluppo (compilatori, o simili): tipicamente la licenza open source è la GPL, che consente di usare il codice solo all’interno di progetti open source, così chi sviluppa software libero può farlo senza problemi, chi vuole sviluppare un software proprietario deve pagare, acquistando l’altra licenza.
Grazie! Ma mi sono espresso male, non mi riferivo al dual licensing in generale, ma ai casi specifici di prodotti come ElasticSearch e Redis e del “balletto” composto da questi passi:
il che ritengo sia una strategia di marketing e non certo una manifestazione di ammmore per l’open source, per questo mi sono “inventato” il termine openwashing (“inventato” tra virgolette perché scopro ora che esiste già, anche se si riferisce ad altrohttps://en.wikipedia.org/wiki/Openwashing )
Non ho capito se wi-fi direct funziona come sto per proporre, ma comunque ecco la mia proposta: su base volontaria (e magari se si possiede una connessione non buttabile giù come una satellitare) si potrebbe attivare la modalità relay, per spedire messaggi fuori dalla mesh o ricevere messaggi da altre mesh, magari appoggiandosi alla rete tor, con un protocollo peer-to-peer tra i relay. In pratica il proprio dispositivo farebbe da ponte tra le varie mesh. Basterebbe un solo dispositivo relay in una data mesh, per connettere l’intera mesh a tutte le altre mesh mondiali in cui c’è almeno un relay…
Domanda da profano curioso: Si potrebbe usare l’antenna cellulare invece del bluetooth per inviare messaggi direttamente ai dispositivi vicini?
Direi che legalmente è discutibile. Le comunicazioni sulle frequenze cellulari sono fortemente regolamentate.