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Addio, Mail.app, è stato bello conoscerti. Mavericks ti ha rovinato

Addio, Mail.app, è stato bello conoscerti. Mavericks ti ha rovinato

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2014/06/01.

Da quando ho installato OS X Mavericks sui miei Mac, Mail.app è un totale, assoluto, inammissibile disastro. Mi ha servito lealmente per anni, con la sua ricerca fulminea full-text, ma ora è l’ombra di se stesso. Ho aspettato un po’ che Apple lo sistemasse, ma ho esaurito la pazienza. Per cui da ieri ho smesso di usare Mail.app. Mi mancherà.

Il problema è come sostituirlo. Ho un archivio di posta immenso (circa vent’anni di mail, archiviati e sparsi su vari account Gmail), uso massicciamente filtri, sottocartelle e ricerche, e ricevo tantissima posta. Mi serve un client di posta, perché un’interfaccia webmail è assolutamente insufficiente per gestire un volume del genere sparso su account multipli, e ho bisogno di poter accedere all’archivio anche quando non sono connesso a Internet. E mi serve un client veloce. Non quella cosa comatosa che è ora Mail.app.

Mail.app ci mette interi minuti a visualizzare le mail nuove. Le mail cancellate ricompaiono come se non fossero state mai cancellate (e quelle lette ricompaiono come non lette). Quando tolgo un flag a una mail, il flag continua a essere visualizzato e devo cambiare riga per vedere il vero stato del messaggio. Spesso Mail.app fa girare la ventolina del mio Air come se il laptop dovesse decollare da una portaerei in stile Top Gun. L’ho lanciato quando ho iniziato a scrivere questo post e mi dice che sta scaricando 3813 mail nuove (impossibile) ed è fermo alla quarta.

Siccome a quanto pare non sono il solo che si lamenta di Mail.app, e in particolare dell’abbinamento di Mail.app e Gmail, pubblico qui i miei appunti sparsi di migrazione. Magari possono essere utili a qualcuno.

IMAP innanzi tutto

Un altro momento di delirio di Mail.app.

Per fortuna tutti i miei account di posta sono in IMAP e non in POP. In altre parole, tutta la mail resta sul server ma ne ho una copia locale sincronizzata. Questo mi consente di gestire la mail da qualunque computer o dispositivo, tenendo tutto sincronizzato, e ha il vantaggio che passare a un client di mail differente comporta semplicemente l’immissione dei dati degli account nel client nuovo e la sincronizzazione dell’archivio di mail.

Ovviamente, trattandosi di circa 200.000 mail con relativi allegati, la sincronizzazione completa richiederà un po’ di tempo di download, ma perlomeno non dovrò pregare che il nuovo client sia capace di importare i messaggi dagli archivi generati da Mail.app e in ogni caso potrò usare sia Mail.app, sia qualunque client nuovo anche contemporaneamente e tutto resterà sincronizzato: se cancello un messaggio in un client, verrà cancellato anche nell’altro e nell’archivio online.

Postbox in prova (aggiornamento: prova fallita)

Ho chiesto consiglio a voi, anche via Twitter, e molti mi hanno consigliato Postbox (10 dollari, con 30 giorni di prova gratuita; recensione; altre opzioni). Subito dopo l’installazione mi ha letto automaticamente gli account di Mail.app, con le relative sottocartelle ed etichette, e ha iniziato a scaricare l’archivio di posta, iniziando con gli header dei messaggi della Inbox. Gli header (e poi i contenuti) dei messaggi di una sottocartella di posta vengono scaricati la prima volta che si apre la cartella stessa.

Il primo impatto è piacevole. Se seleziono una porzione di testo di una mail e poi scelgo Reply, Postbox inserisce quel testo come citazione, esattamente come fa Mail (Thunderbird non lo faceva, perlomeno l’ultima volta che l’ho provato). Se devo spostare un gruppo di mail da una cartella a un’altra (anche di un account differente, come faccio per archiviare i messaggi vecchi), Postbox si ricorda dell’ultima cartella verso la quale ho spostato messaggi: molto pratico. Ci sono moltissime scorciatoie a tastiera che velocizzano l’interazione. C’è anche una pratica opzione di risposta veloce direttamente sotto il testo della mail alla quale si vuole rispondere, che però non include una signature.

Per contro, Postbox non preserva i flag di Mail.app e non migra le signature. Inoltre non ha flag evidenti e colorati come Mail.app: o meglio, ce li ha se si va in Preferences – Display, si clicca sulla matita e si sceglie il colore e poi Apply the topic color to the entire row in the message list pane. La ricerca ha qualche bizzarria: per esempio ignora le parentesi quadre e non distingue maiuscole e minuscole, per cui “[Complotti lunari] Nuovo” e “complotti lunari nuovo” per Postbox sono identici. Mail.app gestiva correttamente questa differenza, che per me è molto importante nella gestione dei commenti dei miei blog.

In Accounts Composition ho configurato Postbox per inviare mail in testo semplice (non sopporto la mail in HTML, ma questa è una mia idiosincrasia), disattivando Compose messages in HTML format, e ho scelto di anteporre la citazione alla risposta, di includere la signature anche negli inoltri e di non includere le immagini dei contatti. In General ho attivato Allow Spotlight to search messages per consentire a Spotlight la ricerca nella mail.

Ho poi copiato le signature manualmente da Mail.app: va notato che Postbox non offre signature specifiche per un singolo account, a differenza di Mail.app, ma non è un grosso problema. Fra l’altro, Postbox ha la funzione Responses, molto comoda per rispondere con un testo standard, per esempio agli sciachimisti e ai vari cospiranoici che ogni tanto mi assaltano (in Mail.app usavo le signature per ottenere lo stesso risultato). Si trova in Preferences – Composition.

Una piccola magagna è che se si hanno account multipli sullo stesso provider, Postbox genera messaggi d’errore su alcuni account, parlando di problemi con STARTTLS (“An error occurred sending mail: Unable to establish a secure link with SMTP server smtp.live.com using STARTTLS since it doesn’t advertise that feature. Switch off STARTTLS for that server or contact your service provider.”). Il problema si risolve andando in Preferences – Accounts – Outgoing server ed eliminando i server SMTP doppi.

Un’altra piccola scocciatura di Postbox è la visualizzazione di default dei messaggi in ordine cronologico dal più recente al meno recente: io preferisco l’opposto (il più recente in basso). Inoltre Postbox, di default, quando si cancella una mail non si posiziona sulla mail successiva ma su quella precedente (che però ho già visto): mi tocca invertire l’ordine di visualizzazione a mano per ciascuna cartella (bella menata) e/o andare in Preferences – Advanced – General e scegliere After deleting a message select the Previous Message.

Ho inoltre forzato il download di tutta la mail (non solo degli header) per avere una copia completa, locale e indicizzata del mio archivio di posta: in ciascun account ho scelto Preferences – Accounts – Local storage ho attivato Make the messages in my Inbox available when I am working offline.

Per ora tutto funziona bene: Postbox è veloce e funzionale, per cui mi vedrete rispondere un po’ più assiduamente alle vostre mail. Mi resta ancora da attivare il supporto per la crittografia e l’autenticazione, ma ne parlerò negli aggiornamenti di questo post insieme all’integrazione con Twitter, Dropobox ed Evernote.

Aggiornamento (2014/06/01): Dopo qualche settimana di utilizzo, Postbox ha iniziato a rallentare e avere problemi massicci di sincronizzazione. Così sono passato a Thunderbird, che uso ora da un paio di mesi e, sia pure con qualche stallo momentaneo durante la composizione dei messaggi, sembra reggere.

Recensione: “Rivelazioni” di Massimo Polidoro

Recensione: “Rivelazioni” di Massimo Polidoro

È uscito pochi giorni fa in libreria Rivelazioni, di Massimo Polidoro, amico di lunghissima data (sin dai tempi del feed di Scienza e Paranormale su Fidonet; è lì che ci siamo conosciuti) e compagno di tante avventure nella pseudoscienza. L’ho letto in anteprima d’un fiato: è una sorta di Complottopedia, ottima introduzione a tutte le tesi di complotto e di mistero più ricorrenti nei media, con relativo sbufalamento, ma offre anche un’analisi più profonda del perché queste storie così irrazionali e assurde hanno tanto successo, oggi come in passato, insieme a una miniguida alle tecniche per non farsi fregare dai televenditori di paccottiglia pseudoscientifica.

Mi ha fatto piacere, inoltre, trovare dietro quella copertina a dire il vero un po’ inquietante (ci torno tra poco) numerose chicche, spiegazioni e tematiche che non conoscevo assolutamente: non vi anticipo nulla per non rovinarvi la sorpresa.

Il rischio di un mestiere come quello del debunker è che dopo qualche anno si scivola nel già visto e manca il brivido della novità, ma mi sono divertito a scoprire che là fuori ci sono ancora parecchi misteri che ancora aspettano di essere analizzati con la precisione chirurgica della scienza e del buon senso. Rivelazioni è edito da Piemme è disponibile su carta e come e-book.

Ho scambiato due parole online con Massimo: questo è il distillato della nostra chiacchierata.

Allora, Massimo, dopo i libri collettivi che hai curato e ai quali anch’io ho collaborato, come “11/9 la cospirazione impossibile” e “Complotti, bufale e leggende metropolitane”, esce finalmente un tuo libro interamente dedicato ai complotti svelati, compresi i complotti reali.

Come sai, sono anni che seguo questi argomenti. Avevo accumulato molto materiale e ho pensato che era giunto il momento per raccoglierlo in un unico libro.

Hai scelto il momento giusto, fra interpellanze parlamentari sulle scie chimiche e timori fasulli sui vaccini.

Esatto. Tutte queste idee, per quanto comprensibili perché nascono dalla paura e dall’umanissimo timore di trovarsi in una situazione a rischio, non sono solo idee infondate che incantano chi passa la giornata sul web, ma come ben sai possono provocare reali danni sociali.

Non vaccinare i propri figli perché si crede, sulla base di una ricerca truffaldina di un medico radiato dall’albo, Andrew Wakefield, pagato per dichiarare il falso, che possano provocare l’autismo nei bambini, può avere effetti devastanti. Chi rifiuta di vaccinare i propri figli non solo li espone al rischio di malattie che si ritenevano debellate come il vaiolo, la rabbia o il tetano, ma contribuisce alla diffusione dei virus anche nel resto della popolazione.

Alimentare paure infondate come quella per le scie chimiche, che è l’innocua condensa rilasciata dagli aerei, crea angosce ingiustificate. Senza contare che chi dirige la propria rabbia e protesta verso pericoli immaginari, distoglie l’attenzione da minacce autentiche. Ecco allora perché ho voluto capire con questo libro come nascono e si diffondono le teorie della cospirazione, oltre a indagare, e a smontare dove è il caso, alcune delle più celebri bufale.

Però non scrivi soltanto di complotti, veri o immaginari: il tuo libro ha un respiro più ampio, visto che ti sei prefisso di indagare e raccontare tutto (o quasi tutto) ciò che appare segreto. Parli infatti anche dei segreti di Leonardo e delle strane morti dei divi (non solo star come Michael Jackson o Elvis Presley, ma anche personaggi storici come Tutankhamon, Mozart, Napoleone, Hitler e altri). Parli di tesori nascosti e di codici cifrati. Ma è solo questione di smontare freddamente tutto, o dietro questo “accanimento contro il mistero” (come lo chiamano alcuni) c’è un’emozione che ti spinge?

L’idea della segretezza esercita sempre un grande fascino su tutti, me compreso. Viviamo in un’epoca in cui non sembra esserci più spazio per i segreti, dove le nostre telefonate possono essere ascoltate in ogni istante, i nostri movimenti monitorati passo dopo passo grazie al GPS del telefonino, i nostri gusti e le nostre preferenze rivelate dalla navigazione e dai siti che visitiamo su Internet. E viviamo in un tempo in cui siamo letteralmente bombardati da informazioni e notizie di ogni tipo, trasmesse da ogni sorta di media, a ogni ora del giorno e della notte.

Ma nonostante sembri che tutto sia ormai a portata di mano e non resti più nulla da scoprire, i segreti non solo resistono, ma sanno ancora essere seducenti. Pensa al successo di un romanzo come Il codice da Vinci…

[mio facepalm

…che ha venduto oltre 80 milioni di copie perché prometteva di rivelare segreti “proibitissimi” sulla storia della Chiesa. Che poi si trattasse di ipotesi già note e dimostrate false poco importa: il romanzo è riuscito a scatenare polemiche, proteste e dibattiti capaci di far esplodere una curiosità straordinaria.

Come sai, io vedo quasi quotidianamente i danni che la disinformazione crea sul web e fuori dal web e cerco di contrastarla. Tu che ne pensi? La Rete, invece di diffondere il sapere, è diventata una maledizione che amplifica le cretinate?

Penso che Internet sia uno strumento eccezionale,  ma – e questa è sia la sua fortuna che la sua maledizione – è privo di filtri. Vi si può trovare di tutto, dalle ricerche più serie e scientifiche alle assurdità più clamorose. La difficoltà per chi naviga, dunque, è proprio quella di capire se si trova di fronte alle prime o alle seconde. E non è un compito facile. I personaggi carismatici, che propagandano teorie suggestive, riescono ad avere tanto seguito sia perché rispondono al diffuso bisogno di certezze, sia perché chi va in cerca di certezze difficilmente si fa cogliere dal dubbio. Trovare qualcuno che sembra avere capito tutto del mondo e ci vende la sua teoria impacchettata e infiocchettata per molti rappresenta una tentazione irresistibile perché, parafrasando Pasolini, li libera dalla necessita di affrontare da soli un mondo che altrimenti appare del tutto imprevedibile e quindi poco rassicurante.

Sì, però è preoccupante quando vedi che anche in Parlamento (non solo in quello italiano) c’è chi si beve ogni tipo di sciocchezza, come quelli che credono che il governo americano impianterebbe dei microchip sotto la pelle dei cittadini per spiarli, quelli che credono alle scie chimiche o quelli che sostengono che l’AIDS non esiste o che i vaccini fanno male.

È molto preoccupante, sono d’accordo, ma non dobbiamo pensare che in Parlamento siedano solo le persone più capaci, preparate e intelligenti della nostra società. Ci stanno coloro che vengono votati dai cittadini (o, nel Parlamento votato con l’attuale sistema elettorale, ci stanno coloro che le segreterie dei partiti hanno scelto di sistemare lì). Quindi c’è veramente di tutto, c’è la persona con la terza media, che non sa nemmeno parlare, e c’è il professore universitario. C’è l’ex modella e quello che si fa suggestionare da ogni bufala che passa per la rete. E questi, per quanto sprovveduti, sono pur sempre in buona fede. Poi, però, c’è anche chi alimenta e diffonde le false notizie perché fanno più audience o – ed è pure peggio – perché gli fanno comodo: è molto più semplice distrarre le persone con qualche paura fantasiosa, piuttosto che rimboccarsi le maniche e cercare di risolvere i tanti problemi autentici che attendono risposte.

Una delle domande che mi fanno più spesso è se l’attrazione per tutto ciò che è misterioso continuerà ancora a lungo. Io penso che sia inevitabile e anzi indispensabile. Tu che ne dici?

Sono sicuro che il mistero continuerà all’infinito a incuriosirci perché l’uomo è un animale curioso. E meno male che è così! La curiosità è la molla che ha permesso ai nostri antenati di alzarsi su due gambe per esplorare il mondo che li circondava e, quindi, di evolversi. Proprio per questo Albert Einstein diceva che la più bella esperienza che si possa provare è quella del mistero, culla dell’arte e della scienza.

Ma al mistero, ed è questo il punto, è essenziale avvicinarsi con spirito critico. Farsi domande, chiedersi se qualcosa è vera o se può avere spiegazioni alternative, altrimenti si finisce per accettare tutto e credere a ogni sciocchezza solo perché ci piacerebbe che fosse vera. Chi propaganda il mistero senza fornire gli elementi per scoprire la verità alimenta la credulità ed espone i più deboli a truffe e raggiri. È contro questi propalatori di falsità che sia tu, che io che il CICAP combattiamo, non certo contro chi ci crede.

E con questo ti sei aggiudicato un posto d’onore nelle liste degli occultatori e insabbiatori care a tanti guru del complottismo. Un’ultima domanda. Abbi pazienza, ma non so resistere: mi vuoi dire com’è che hai scelto una copertina così… particolare?

A dire la verità, non è quasi mai l’autore a scegliere titolo e copertina del suo libro, ma l’editore. Editor, ufficio marketing e grafici si mettono insieme e studiano la copertina migliore per ogni libro, quella che più facilmente può catturare l’interesse del lettore. Così è stato anche nel mio caso, anche se puoi immaginare la mia reazione quando l’ho vista la prima volta…

Gìà. Io ho pensato che avessi deciso di darti al crimine per finanziare il CICAP. In effetti è un po’ malandrina. Non è la solita copertina da libro di debunking. Di certo andrà a pescare anche tra i molti che non hanno le idee chiare e che, dopo avere letto il tuo libro, potrebbero ritrovarsi un po’ meno inermi di fronte alle bufale. In effetti è a loro che dobbiamo cercare di fare arrivare le informazioni; è inutile che predichiamo ai convertiti, per così dire. Ma devo anche dire che in questi giorni sul web si sono sprecati i paragoni con il personaggio di “Mistero”, Adam Kadmon, che si presenta per l’appunto con una maschera in viso.

Vero, ma per fortuna dai commenti che ho letto ho visto che l’ironia è stata capita e apprezzata.

Miracolo. Comunque mi assicuri che non vi siete messi d’accordo?

Assolutamente! Non lo conosco e nemmeno so se esiste realmente.

Sì, certo. E poi magari scopriamo che tu e lui siete la stessa persona…

Be’, questo sì sarebbe un vero complotto!

Il nuovo Star Trek in anteprima a Milano e Roma: recensione (senza spoiler)

Il nuovo Star Trek in anteprima a Milano e Roma: recensione (senza spoiler)

Questo articolo è stato scritto inizialmente il 4/6/2013, è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale e vi arriva grazie alle gentili donazioni di “mauroxf*” e “andrea@auli*”.

Star Trek Into Darkness sarà proiettato oggi (4 giugno) in anteprima alle 21, in lingua originale, a Milano e Roma, rispettivamente all’IMAX UCI Cinemas di Pioltello e all’UCI Cinemas Roma Est (con sottotitoli in italiano). Il film uscirà nelle sale il 12 giugno. Io sarò alla proiezione di Milano insieme a un away team di Trekker.

Alla proiezione di Roma sarà presente l’autore di fumetti David Messina, autore di Countdown to Darkness, fumetto prequel del film: è simpaticissimo e sa raccontare il mestiere del fumetto in maniera impagabile. Se potete, non perdetevelo: il film non so come sia, ma David è un grande.

Aggiornamento senza spoiler (2013/06/06)

Ci ho rimuginato un po’ su e l’ho rivisto a Lugano all’anteprima per la stampa stamattina, sempre in inglese. Intendiamoci: Into Darkness è divertente, recitato bene (specialmente da un fantastico Cumberbatch, ma anche da Chris Pine, Zachary Quinto e Simon Pegg), ha effetti visivi molto belli e curati, è pieno di azione e (per chi è riuscito a evitare gli spoiler) ricco di colpi di scena…. ma non è Star Trek. Se l’avessero intitolato, in stile wertmulleriano, Film con astronavi che s’inseguono ed esplodono ed eroi vestiti con magliette colorate che salvano l’universo a suon di cazzotti, sarebbe un gran bel film (a parte i faretti puntati in faccia allo spettatore coi lens flare posticci, veramente fastidiosi). Ma chiamandolo Star Trek si deludono i fan di questa saga. In Into Darkness ci sono in particolare un paio di scene (che non vi anticipo) che causano un gastrospasmo d’orrore fra gli spettatori che conoscono lo Star Trek originale e vedono massacrata una delle cose più amate della serie originale. Non vi dico quale, così soffrirete come ho sofferto io.

Lasciamo stare la trama colabrodo (sulla quale scriverò una recensione con spoiler altrove): ci passerei sopra con affetto, come del resto si è sempre fatto per le incoerenze degli altri Star Trek, se ci fosse in questo film l’ingrediente che ha sempre contraddistinto Star Trek da tanta altra fantascienza, ossia il tema. Da Star Trek ci si aspetta che diverta e intrattenga, ma anche che abbia un tema di fondo che faccia riflettere sulla condizione umana, sull’etica, sulle differenze e sulla meraviglia dell’universo. Qui lo spunto di riflessione non c’è proprio, e non appena viene abbozzato dai dialoghi arriva un’esplosione a interromperlo.

Il dilemma, per i fan duri e puri, è se respingere questa versione alternativa di Star Trek, rimaneggiata in tutto (compresa la natura dei personaggi), un po’ sessista (donne sostanzialmente relegate a damigelle da salvare o contemplare, in particolare con una scena decisamente gratuita), un po’ razzista (gli eroi son tutti belli e bianchi, i traditori e i cattivoni sono quasi tutti scuri), fragorosa e vuota, perché tradisce gli ideali di meraviglia, riflessione e tolleranza del diverso rappresentati da Star Trek, o se abbracciarla comunque perché attira nuovi fan e nuove generazioni: ho visto tanti tweet di chi ha già visto Into Darkness senza sapere nulla dell’universo Trek, l’ha apprezzato e ne è stato invogliato a scoprire tutto il resto della saga, ben più ricca e profonda.

Vale la pena di andare a vederlo al cinema? Dipende. Il 3D, per quanto realizzato in post-produzione, è ben fatto (a parte alcuni movimenti troppo bruschi che impastano l’immagine), non è invadente ed esalta molte delle ambientazioni. Un paio di sequenze, inoltre, sono di puro nerd porn e vanno godute su grande schermo. Se volete passare due ore e rotti a vedere un film d’azione serratissima, Into Darkness non vi deluderà.

Ma non chiamatelo Star Trek.

“Europa Report”: per fare buona fantascienza basta la scienza. Senza mostri

“Europa Report”: per fare buona fantascienza basta la scienza. Senza mostri

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “peggystu*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Vi tolgo subito un dubbio che mi hanno posto in molti a proposito di Europa Report: no, non ci sono mostri. Non ci sono astronauti cattivi. Non c’è un computer malvagio (anche se le citazioni di 2001 Odissea nello spazio ci sono). Non ci sono scazzottate risolutive fra l’Eroe e il Cattivo (Star Trek Into Darkness, ce l’ho con te). Non ci sono fragili damigelle da salvare. Non ci sono viaggi interstellari con motori più veloci della luce. Non ci sono deus ex machina. Non lasciatevi ingannare dal trailer. C’è un pericolo molto più reale e angosciante, che permea tutto il film: l’ostilità indifferente, eterna e inesorabile dell’universo.

Non scambiate Europa Report per un thriller: vi terrà in
tensione fino alla fine, certo, però il suo tema di fondo è un altro. Lo
troverete ben espresso nelle ultime parole del film, per cui non ve lo anticipo in dettaglio, ma è un messaggio pieno del sense of wonder (lo stupore per il meraviglioso) della (fanta)scienza più classica, con una risposta eloquente alla domanda ricorrente in ogni esplorazione ad alto rischio: vale la pena di correre tutti questi rischi? Sì, ne vale assolutamente la pena.

La premessa del film è semplice: ai giorni nostri, una missione spaziale si dirige verso Europa, satellite di Giove, sotto la cui crosta ghiacciata la scienza ipotizza da tempo che ci siano oceani liquidi e ci sia forse vita. L’equipaggio ha il compito di raccogliere e analizzare campioni del suolo per vedere se contengono tracce di questa vita sommersa, portati in superficie attraverso le spaccature della crosta ghiacciata. Ma qualcosa va storto.

Il film è claustrofobico: la sensazione dei tediosissimi mesi di viaggio, da trascorrere rintanati in una minuscola bolla di vita artificiale, senza barare con trucchi fantascientifici come l’ibernazione, è trasmessa molto efficacemente. Inoltre Europa Report è girato quasi interamente usando le telecamere fisse di bordo, quasi documentaristicamente, e anche questo contribuisce molto al realismo e all’immedesimazione. Niente armi laser, niente esplosioni nello spazio. La musica, di Bear McCreary (Battlestar Galactica), sostiene bene la tensione. Ne potete ascoltare un brano qui.

Il problema classico delle scene in assenza di peso, croce di qualunque film di questo genere, è risolto elegantemente senza ricorrere a spiegazioni magiche, ma con un abitacolo rotante, simile a una centrifuga.

Gli esterni e gli interni sono molto realistici e senza concessioni all’estetica: sembrano presi di peso dalla Stazione Spaziale Internazionale. Nelle riprese all’esterno, durante le passeggiate spaziali, non c’è rumore e non ci sono stelle: neppure Kubrick se l’era sentita di rinunciarvi (alle stelle, intendo), ma Europa Report lo fa. E funziona, perché trasforma lo spazio da un firmamento in un abisso pronto a inghiottirti se fai un passo falso.

Il bello di un’ambientazione contemporanea e realistica come questa è che rende subito ben chiaro allo spettatore che non può aspettarsi soluzioni miracolose o soccorsi a sorpresa: se qualcosa va male, va male sul serio, ed è facile che qualcosa vada male anche per una banalità. E questa premessa nel film rende angosciante anche una semplice passeggiata spaziale (il problema capitato recentemente a Luca Parmitano nella realtà, poi, è un esempio arrivato a fagiolo). Ci si rende conto istintivamente che quello che si sta vedendo potrebbe succedere realmente fra qualche anno.

Se devo proprio trovare qualche pecca nelle ambizioni di iper-realismo di Europa Report senza anticipare nulla della trama, ho trovato poco realistiche le escursioni senza cavi di soccorso, senza dispositivi di propulsione d’emergenza come un SAFER (usato oggi sulla ISS) e/o in solitario, e il problema delle radiazioni intorno a Giove è risolto con un po’ di disinvoltura; la larghezza di banda per la trasmissione dei dati dal veicolo spaziale, poi, è decisamente esagerata. E a naso la velocità di rotazione della centrifuga mi pare un po’ bassa per produrre un effetto simile alla gravità terrestre. Ma sono dettagli sui quali sono ben disposto a chiudere un occhio, perché il film nel suo complesso merita davvero. Se non altro per la sua lezione su come si può fare un buon film a basso budget e si può fare buona fantascienza usando soltanto la realtà e senza violare le leggi della fisica.

Aggiornamento: se vi dovessero servire i sottotitoli, sono qui su TV24/7. Grazie a Marco e Massimo per la segnalazione.

Apple Macbook Air: sexy, anoressico, poco pratico

Apple Macbook Air: sexy, anoressico, poco pratico

Laptop ultrasottile di Apple? Farà faville fra gli esibizionisti. Gli altri andranno avanti a produrre

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “oliviero.vi****” e “simone” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Wow. Indubbiamente l’estetica anoressica del nuovo Macbook Air fa colpo. E se la vostra intenzione è far colpo, ci riuscirete. Ma se avete intenzione di lavorare seriamente su un laptop di questo genere, pensateci due volte.

Schermo lucido: i riflessi si vedono persino nel video di presentazione. Niente CD/DVD: per installare o masterizzare ci vuole un’unità a parte oppure un drive di un altro computer, reso disponibile via wifi dopo aver installato sull’host del software apposito (l’ideale per chi ha fretta, insomma). Niente porta ethernet: solo wifi. Certo, 802.11n, ma sempre wifi è; se devo spostare 5 o 6 giga, quanto ci vuole? E se il wifi non c’è? Gli altri, i primitivi, si attaccheranno alle porte ethernet lasciando gli utenti Air a guardare il soffitto.

Una sola, misera porta USB. Un disco rigido più lento di quelli del Macbook e del Macbook Pro (4200 rpm contro 5400). Grafica GMA X3100 a memoria condivisa, come gli altri Macbook. E il processore più lento fra i portatili Apple (Intel Core 2 Duo 1.6/1.8 GHz, contro i 2.0/2.2 GHz dei MacBook “normali” e i 2.2/2.4 GHz dei Macbook Pro). Pago 650 euro in più rispetto al Macbook (che è più veloce) per risparmiare un chilo e perdere otto millimetri di spessore?

Siamo seri. Questa è una macchina sexy per chi va in giro a sfogliare pagine Web, mandare la mail, scrivere testi o fare presentazioni e sa che esibire un oggetto di questo genere è seducente. Tutto il resto è meglio che se lo scordi.

A parte, questo, il vero limite del Macbook Air è che nonostante i componenti eliminati per ridurne la taglia, è ancora troppo grande. Non come spessore, ma come impronta, quando ci si trova incastrati in aereo, in auto o in treno; a 32 x 23 centimetri, è parecchio più grande di un foglio A4, con i problemi d’ingombro che ne conseguono (checché ne dica zio Steve con la trovata dell’infilarlo in una busta durante il Keynote di ieri).

Ormai sta prendendo piede una generazione di subnotebook leggerissimi e di dimensioni davvero esigue, comodissimi da portare in giro. Uno per tutti: il popolarissimo Asus Eee, che costa 300 euro contro i 1700 dell’Air (comprate cinque Eee al prezzo di un Air), misura la metà (22 x 16 cm) pesa quattro etti in meno (920 g contro 1360 dell’Air), ha tre porte USB e una telecamera integrata, ed è anche politically correct perché usa Linux preinstallato (XP in opzione) e quindi fa le stesse cose di base dell’Air con un processore meno potente: scrivere, andare online, e smanettare con i comandi Unix per gestire da remoto i computer dei clienti.

Certo, l’Eee e gli altri subnotebook o UMPC che dir si voglia non hanno il multitouch, almeno per ora, e il multitouch è davvero un modo molto più evoluto e naturale di interagire con un computer. Certo, nell’Eee il disco rigido è molto meno capiente e lo schermo è un 7 pollici contro i 13,3 dell’Air. Ma chi scrive o fa spreadsheet con il computer, quante volte userà il multitouch? Quanto spesso avete sfruttato tutto lo schermo del vostro laptop? Sto scrivendo questo articolo nella finestra di editing di Blogger, che occupa meno di un quarto dello schermo del mio iBook G4. E non posso ingrandirla.

Passo la mia vita a scrivere guardando una porzione miserrima del monitor. Cosa me ne faccio di 13 pollici su un laptop? Ci guardo i film in viaggio, direte voi. Appunto: si stava parlando di produrre con l’Air.

Sorry, Steve. Speravo in una tavoletta multitouch minimalista, da infilare in un angolo dello zainetto, per essere online ovunque senza tanta zavorra. Stavolta passo.

Aggiornamento (2008/01/16)

Dimenticavo un difetto assolutamente non trascurabile del Macbook Air: la batteria non è sostituibile dall’utente. Questa è una cosa che già causa rogne a livello di iPod, figuriamoci in un portatile. The Register confronta EEE e Air.

Avatar. Wow

Avatar. Wow

Avatar, un’assoluta festa per gli occhi

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Grazie alla Rete Tre della RSI stamattina ho visto in anteprima al cinema l’edizione italiana di Avatar di James Cameron.

Sì, la storia è ultra-prevedibile, una vera collezione di cliché, forse intenzionale per raggiungere un pubblico planetario, anche se il messaggio non è da sottovalutare (peccato che molte allusioni si perdano nella traduzione). Ma visivamente Avatar è straordinario.

Il 3D funziona, finalmente, creando profondità e realismo senza dare fastidio ed eccedere in trovate. L’immagine è luminosa e i colori del mondo alieno sono ricchissimi, l’ambientazione è magica e immersiva, l’azione è coreografata da un virtuoso. Gli alieni digitali sono talmente ben fatti che dopo pochi istanti ci si dimentica che sono creazioni computerizzate, e tutte le battute che descrivono Avatar come Balla coi Puffi vengono smentite. Questi personaggi digitali sono vivi. Recitano. La versione aliena del viso di Sigourney Weaver, in particolare, è mozzafiato, e Gollum pare improvvisamente di cartapesta. Neytiri (Zoe Saldana) farà frullare gli ormoni a tutti i furries. E forse non solo a loro.

Decisamente Avatar ridefinisce gli standard della cinematografia e mostra come si combatte la pirateria cinematografica: ridando allo spettatore un’esperienza che non può in alcun modo replicare al di fuori del cinema.

Più tardi vi racconto i dettagli, compresa la visita agli impianti di proiezione digitale 3D. Intanto prenotatevi un biglietto in una sala 3D fatta come si deve (con occhialini attivi, non la robaccia polarizzata) e non prendete nulla di diuretico prima della proiezione.

Lost in translation

Rieccomi. Come dicevo nella minirecensione a caldo qui sopra, Avatar non è un trattato di sociologia e non scontenterà certo i fan dei kaboom rompitimpani e delle scene d’azione, ma ha molti spunti di riflessione. Fra un’esplosione e l’altra c’è spazio per un messaggio ecologico molto chiaro ma non martellante. Alcune allusioni, purtroppo e inevitabilmente, si sono perse nella traduzione italiana. Per esempio, visto lo scempio egoista che gli umani fanno del magnifico, caleidoscopico mondo alieno, non sembra casuale il fatto che il cognome del protagonista sia Sully: in inglese, to sully significa “macchiare, sporcare, danneggiare la purezza di qualcosa“.

La battuta di Sully (Sam Worthington) sulla sua appartenenza al “clan dei Jarhead” sarà stata capita da pochi: jarhead è il termine dello slang militare che indica i Marines degli Stati Uniti. Sarà andata meglio con “Non siete più nel Kansas”, riferimento al Mago di Oz? E da quanti verrà capita la battuta sui metodi spicci del capitano Kirk di Star Trek, riferita alla Serie Classica più che al nuovo film?

Il minerale tanto desiderato dai terrestri si chiama unobtainium: è il termine che si usa, soprattutto in aeronautica e astronautica, per riferirsi ironicamente a un desiderabilissimo materiale dalle proprietà straordinarie, che risolverebbe perfettamente uno specifico problema tecnico ma ha il difettuccio di non esistere. Ha anche un simbolo: Uo.

Un altro aspetto piuttosto controverso, in gran parte perso nel doppiaggio, è che oltre al richiamo visivo evidente alla cultura pellerossa, in originale praticamente tutti gli alieni parlano con voci di persone di colore. La cosa non ha mancato di suscitare polemiche, soprattutto negli Stati Uniti, perché il messaggio del film cambia da un semplice “noi umani siamo devastatori senza scrupoli” e diventa un ben più provocatorio “noi bianchi siamo devastatori”. Hmm…

Senza rivelarvi troppo della trama, ci sono molte altre allusioni all’attualità o alla storia contemporanea: le foglie che fluttuano nel fumo prima del collasso di un oggetto molto importante ricordano le immagini dei fogli di carta che svolazzavano surrealmente prima del crollo delle Torri Gemelle. E stavolta sono gli umani, anzi gli americani – quelli che dovrebbero essere i “buoni” con i quali normalmente ci identifichiamo – a compiere atti di terrorismo.

Il parallelo fra l’invasione di Pandora e quella dell’Iraq è fin troppo evidente, non solo in varie battute ma anche nella questione della sedia a rotelle di Sully: certo, nel 2154 la tecnologia può guarirlo, ma il governo non passa ai propri soldati menomati il top della tecnologia. Costa troppo. Esattamente come ai veterani statunitensi mutilati vengono rifilate protesi d’anteguerra, nonostante ci siano soluzioni ben più moderne. E i soldati sono chiamati a difendere gli interessi di una corporazione anziché quelli della nazione. Completamente perduta, nella traduzione italiana, la citazione dell’espressione “shock and awe” che tanto assurdamente caratterizzò nei media l’attacco all’Iraq e divenne il simbolo dello scollamento dalla realtà di molti militari e politici.

3D e personaggi digitali che funzionano

Usando tecnologie sviluppate appositamente, il regista James Cameron è riuscito a togliere al 3D la sindrome della baracconata e a farlo diventare naturale e arricchente, come il passaggio dal bianco e nero al colore.

Le scene hanno profondità, non rilievo come nei film 3D precedenti: lo schermo sparisce e diventa un’enorme, nitida finestra sull’azione che si svolge oltre lo schermo. Soprattutto è quasi completamente sparito l’odioso effetto “sagoma di cartone” che in passato faceva sembrare che persone e oggetti nei film 3D fossero sagome piatte proiettate su piani differenti. In Avatar gli oggetti e i personaggi (digitali o reali) sono finalmente solidi, tondi, con un effetto estremamente naturale, tanto che ci si dimentica facilmente che il film è in 3D. Quando una tecnologia diventa invisibile, è segno che è matura.

Il rendering dei personaggi digitali e degli ambienti è drasticamente superiore a qualunque tentativo precedente. I pori della pelle, le rugosità e i riflessi, le smorfie d’espressione, lo sguardo degli alieni Na’vi, le trasparenze e i movimenti degli animali fantastici, la loro interazione con gli oggetti e fra di loro, i giochi di luce sono resi in modo sorprendentemente convincente e impossibile da apprezzare attraverso un’immagine statica. Vanno visti in movimento, in 3D e ad alta risoluzione, non in un video di Youtube. Men che meno in una copia pirata scadente. Se piratate Avatar, non avete capito nulla del senso del film.

Storia planetaria di cliché

Avatar è concepito vistosamente per essere comprensibile a un pubblico mondiale di qualsiasi estrazione culturale (non potrebbe essere diversamente, visti i suoi costi): per questo ha un messaggio semplice e universale e una narrazione lineare. Ma questa semplicità è stata ottenuta sacrificando ogni possibile sorpresa nello svolgimento della vicenda. Ogni evento è assolutamente prevedibile; ogni personaggio segue rigorosamente il cliché. Sarebbe bastato qualche guizzo di originalità per farne un capolavoro. Peccato.

Tuttavia la potente, ricchissima creatività visiva delle immagini fa sopportare questa carenza. Per due ore e quaranta ci s’immerge in un mondo diverso. A un prato fiorito mosso dal vento e accarezzato dal tramonto non chiediamo di raccontarci una storia. Lo ammiriamo e basta. Avatar è da prendere così.

Nerd porn: un giro in sala proiezioni 3D

Quella scatoletta rossa che vedete qui accanto, nella mano del gentilissimo proiezionista del Cinestar di Lugano che mi ha concesso di fare una capatina nella sala del proiettore digitale e fare qualche foto, è Avatar 3D. Tutto lì dentro.

Niente pellicola: solo un hard disk che contiene un file cifrato da circa 155 gigabyte, compresso in JPEG2000, in formato 2048 x 858 a 48 fotogrammi al secondo (il doppio di una proiezione 2D). Sull’etichetta, oltre al titolo del film e ai dati tecnici, c’è anche la scritta “Redbird”: il nome in codice usato per non far sapere che si trattava di Avatar durante le prime spedizioni dei dischi alle sale.

Il disco arriva nella scatola imbottita nera che si intravede dietro, sul tavolo, e il proiezionista copia il file al server tramite una normale porta USB. Da lì, una volta sbloccato con la password, che ha scadenza giornaliera, il film viene proiettato tramite un proiettore digitale da 2K (2048 pixel orizzontali) e 5 kW.

Il proiettore è comandato da una postazione sulla quale gira Linux (chiedetevi perché) e che intravedete a destra nella foto qui di fianco. Il proiettore è l’oggetto sopra il rack; il server è quello con le maniglie, dentro il rack.

E per finire

La cosa più brutta di tutto il film? La canzone sui titoli di coda. Pareva Céline Dion che cercava di togliersi di dosso un gatto impigliato nei capelli. Usando una motosega. Al secondo posto, la scomodità degli occhialini per chi ha una canappia ossuta come il sottoscritto. Ma ne vale la pena.

Come dice il critico cinematografico Rogert Ebert, vedere Avatar al cinema fa provare le stesse emozioni che si provavano nel 1977 di fronte a Guerre Stellari: il piacere di uno spettacolo mai visto e la consapevolezza di assistere a un punto di svolta della storia della cinematografia. Buona visione.

Scie chimiche sopra il Maniero Digitale!

Scie chimiche sopra il Maniero Digitale!

Domandina per gli sciachimisti: se io faccio parte del complotto, perché ci sono così tante scie chimiche sopra casa mia?

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Oggi è stata una splendida giornata di sole a Lugano, e così ho colto l’occasione per provare Gawker, un comodo programma per la cattura di fotogrammi temporizzati (time-lapse) tramite webcam per il Mac. Ho fatto anche un piccolo esperimento che non mi risulta sia ancora stato fatto dai sostenitori della teoria delle “scie chimiche”, ossia riprendere un’intera giornata di cielo e osservarla accelerata per vedere l’evoluzione delle scie di condensa prodotte dagli aerei di passaggio.

Questo video spiccio e sporco, accelerato di 100 volte rispetto alla realtà, permette di apprezzare la persistenza delle scie di condensa quando le condizioni in quota sono favorevoli e di notare come il vento le trasporti senza alterarne molto la linearità e senza disperderle granché, cosa che renderebbe assurda e impraticabile qualunque presunta irrorazione “mirata”.

Si nota anche una scia interrotta, che testimonia la non omogeneità delle condizioni dell’atmosfera, e si vedono scie traverse (rispetto alla maggioranza, che si estende parallela all’orizzonte in direzione nord-sud), che secondo certi sciachimisti non possono esistere.

Quello che colpisce di più, nella parte centrale del video, è il vero e proprio plotone di scie parallele che avanza verso la webcam: un fenomeno difficile da rilevare a velocità normale. Mi chiedo se è questa l’origine delle scie parallele che caratterizzano le foto degli sciachimisti: gli aerei non procederebbero per file parallele a formare una presunta griglia, ma volerebbero grosso modo lungo la stessa rotta in tempi differenti e sarebbe il vento a spostare progressivamente le scie.

Il video (ne ho una versione a risoluzione migliore, 640×480) ha l’indicazione del tempo ed è ripreso da un punto geografico conosciuto (casa mia, a queste coordinate) e in una direzione conosciuta (il monte a destra è il San Salvatore). Questo permetterebbe di sapere quali aerei di linea passavano durante la ripresa e di correlare le scie con i voli corrispondenti: un’altra cosa che gli sciachimisti evitano sistematicamente di fare.

Questa è la direzione di ripresa (immagine cliccabile per ingrandirla):

E questa è una mappa delle rotte della zona, risalente al 2008 (immagine cliccabile per ingrandirla):

Come faccio a sapere che sono scie di condensa e non scie chimiche? Semplice: gli sciachimisti dicono che io faccio parte del complotto (con tanto di “impianti bioplasmatici” che proiettano “l’ologramma umano”), quindi è ovvio che sopra casa mia non ci devono essere irrorazioni chimiche.

Cercasi videocamera zoom 70x senza interruzioni

Cercasi videocamera zoom 70x senza interruzioni

Conoscete la Panasonic SDR-26?

Qualche tempo fa ho acquistato una videocamera HD Everio GZ-HD6E della JVC. Funziona molto bene e l’immagine è ottima, ma ha un difettuccio: ogni 18 minuti e 24 secondi interrompe per un istante la registrazione e poi la riprende, perdendosi qualche istante di audio e video. E’ una scocciatura non indifferente, visto che mi serve anche per le riprese delle conferenze (mie e altrui) e delle interviste, nelle quali le riprese lunghe sono indispensabili.

Stavo cercando quindi una seconda videocamera economica, anche non HD, che possa fare da tappabuchi e che effettui riprese ininterrotte di lunga durata, in modo da poter accenderla a inizio conferenza per poi lasciarla girare senza dovermi preoccupare di pause o cambi cassetta o simili.

L’occhio m’è caduto su questo modello non-HD della Panasonic, l’SDR-26, che registra su memoria Flash standard (a differenza dei modelli analoghi di Sony, che usano Memory Stick proprietaria), ha un prezzo ragionevole (circa 340 franchi, ossia 220 euro, in Svizzera) ed esporta direttamente in formato Youtube-compatibile. Con la mia attuale HD, invece, devo effettuare conversioni che allungano i tempi. E il tempo è una delle risorse di cui sono cronicamente a corto, per cui c’è molto materiale che ho girato e non ho mai avuto modo di convertire e pubblicare.

Quel modello, in particolare, mi ha allettato anche per un’altra caratteristica: uno zoom ottico 70x, equivalente a un teleobiettivo da 2600 mm di una fotocamera in formato 35mm. Per darvi un’idea di cosa comporti uno zoom del genere, date un’occhiata a quanto avvicina la Luna.

Uno zoom del genere permetterebbe, per esempio, delle riprese molto interessanti degli “aerei chimici”, a patto di avere la mano ferma oppure, meglio ancora, un treppiedi con una buona testa orientabile.

Qualcuno ha questa videocamera e/o mi sa dire se registra davvero ininterrottamente o soffre anche lei del problema delle pause forzate? Più in generale, le interruzioni periodiche della ripresa sono un difetto diffuso e poco documentato delle videocamere che non usano nastri?

Prova: Internet via rete elettrica

Prova: Internet via rete elettrica

Internet a 220 volt: estendere la rete di casa usando l’impianto elettrico

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni dell’ottimo Silver e di “andrea.raccan****”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

La rete wireless domestica è una gran bella cosa, ma se il vostro maniero digitale è particolarmente ben costruito (con tanto ferro schermante nei solai, per esempio), noterete che il segnale WiFi viaggia molto male e non arriva dappertutto.

E’ quello che è capitato a me, e siccome mi è impossibile trapanare muri per far passare altri cavi e il resto della famiglia è stranamente poco entusiasta dei 30 metri di cavo Ethernet che si snodano lungo i corridoi che ho usato finora, si è imposta una soluzione alternativa: la trasmissione dati lungo i cavi dell’impianto elettrico.

In effetti l’idea è intelligente quanto semplice: le prese elettriche ci sono in ogni stanza di una casa, e tutte le stanze sono collegate ai fili dell’impianto elettrico. Quindi perché non usare gli stessi fili per portare un segnale oltre che la corrente? E’ una tecnica già usata a suo tempo per gli interfoni a onde convogliate.

Ma un conto è portare la voce, che è comprensibile anche se distorta; un altro è portare, che so, dieci megabit al secondo di dati, ossia l’equivalente di una connessione wireless media. Così ero piuttosto scettico in proposito, ma mi sono dovuto ricredere. Nel caso specifico, ho acquistato gli adattatori per trasmissione dati della Devolo (149 franchi, circa 93 euro la coppia), li ho infilati nella presa di corrente, e basta. Senza installazione e senza configurazione, mi sono trovato con la rete domestica ampliata di colpo. Non ho neppure letto il manuale (cosa peraltro difficile, visto che nella scatola non c’è, appunto perché non serve).

Gli adattatori somigliano a degli alimentatori, con qualche LED in più per indicarne il funzionamento, e sono dotati di una porta Ethernet e di una porta USB. Ho collegato un adattatore via Ethernet al router ADSL e l’ho infilato nella presa elettrica più vicina; poi sono andato nella stanza del Maniero Digitale dove da sempre il segnale wireless non arriva, ho attaccato alla presa elettrica l’altro adattatore, vi ho collegato un laptop tramite cavo Ethernet, e mi sono trovato online. Fantastico.

Certo, i quattordici megabit massimi teorici non sono confrontabili con i 54 o 100 di una connessione Wifi o cablata tradizionale (per non parlare delle connessioni gigabit), ma sono più che sufficienti per veicolare Internet a tutti i computer di casa, dovunque ci sia una presa di corrente (cosa di cui i computer hanno comunque bisogno) e per condividere dati e stampanti. Ci sono comunque modelli con velocità di trasmissione anche superiori (per esempio 85 e 200 megabit). Inoltre c’è il vantaggio di intasare meno l’etere con segnali che possono causare interferenze o essere intercettati.

A proposito di interferenze: uno dei dubbi che avevo su questa tecnologia era il suo effetto sugli apparecchi di casa. Dopotutto, applicare una modulazione al segnale elettrico con una frequenza non trascurabile (le specifiche tecniche parlano di 4-20 MHz) poteva ragionevolmente causare qualche disturbo. Ma finora tutto funziona regolarmente, compresi i computer e le lampade al neon e a basso consumo, senza segni di interferenze. Se ci saranno novità, le segnalerò.

Per il momento, direi che la tecnologia di trasmissione dati su cavo elettrico funziona: non va confusa con l’accesso a Internet via cavo elettrico, che si è rivelato finora un fallimento a causa dei disturbi e delle emissioni radio che comportava. Qui si tratta semplicemente di distribuire un segnale digitale nell’ambito dell’impianto elettrico domestico. Di conseguenza, consumi ed emissioni sono fortemente ridotti. Inoltre gli apparecchi di trasmissione adottano uno standard chiamato Homeplug, grazie al quale è possibile combinare anche dispositivi di marche differenti.

Sul versante sicurezza, va notato che il segnale si diffonde anche al di fuori della rete domestica (per esempio, può in certi casi arrivare all’impianto elettrico dei vicini di casa), per cui un vicino ficcanaso potrebbe in teoria procurarsi un adattatore analogo e sniffare i vostri dati in transito. Tuttavia la comunicazione fra questi adattatori è cifrata secondo lo standard DESpro, e la cifratura è attiva di default (a differenza di quella dei dispositivi wireless). L’unico punto debole è che la cifratura adotta una password predefinita e comune, per cui è necessario cambiarla.

Il cambio di password è l’unica operazione vagamente complicata che occorre fare: si scarica il software (Windows, Mac e Linux, e in buon italiano) e si segue la procedura guidata. Prendete nota degli identificativi degli adattatori prima di iniziare la configurazione, visto che sono scritti in una zona dell’adattatore che è visibile soltanto quando è rimosso dalla presa. La configurazione si fa da remoto, senza dover armeggiare con ogni singolo adattatore.

In sintesi: la trasmissione dati via cavo elettrico è una soluzione pratica, pulita e semplice per l’ambito domestico e vale la pena di provarla per risolvere il problema di interconnettere il numero crescente di apparecchi da collegare in rete e a Internet, console di gioco comprese. Costosa, forse, ma certamente meno di quanto lo sia spaccare e riparare un muro per posare un cavo.

Aggiornamento (20061005)

Alcuni lettori segnalano possibili problemi:

  • ugo dice che ha usato sistemi analoghi e ha notato che in un residence piuttosto ampio la connessione era debole nelle stanze più lontane. In particolare, in una stanza gli bastava collegare alla presa l’alimentatore del laptop per mandare in tilt la connessione.
  • adblues (IZ5GSV) segnala che forse questi dispositivi producono interferenze dannose per i radioamatori, ma il problema si pone principalmente per la distribuzione di Internet effettuata tramite cavo elettrico al di fuori degli edifici: secondo questa pagina, i dispositivi che rispettano lo standard Homeplug per creare collegamenti all’interno degli edifici hanno “finestre” di frequenze, che vengono filtrate per lasciarle libere in modo da per evitare problemi coi radioamatori. Se qualche radioamatore nella zona di Lugano vuole passare dalle mie parti a fare qualche test, sono a disposizione.
Post di prova tramite Sony Ericsson P1i

Post di prova tramite Sony Ericsson P1i

Prova pratica: Sony Ericsson P1i con Blogger via wifi

Sono finalmente riuscito a convincere il mio cellulare wifi a parlare con la rete wifi del Maniero Digitale. Questo è un post di prova scritto, illustrato e composto interamente dal cellulare.

Il problema, come al solito in informatica, era nel posto più improbabile: non nel DHCP, non nel WEP o WPA, nemmeno nełla configurazione di rete. Era nell’access point balordo, un vecchio US Robotics, che andava benissimo con tutti gli altri oggetti wifi del Maniero tranne che con il cellulare. Ma questo ovviamente l’ho capito dopo.

Cambiato l’access point con un modello più recente (si fa per dire, un Netgear WG602), il cellulare s’è connesso al primo colpo.

La prima stesura di questo post l’ho fatta usando l’apposito programma da installare sul cellulare, che però è molto limitato: titolo, una sola foto e un solo paragrafo di testo senza effetti.. Poi ho rifinito il testo e l’impaginazione usando la normale interfaccia Web di Blogger. L’intero post, HTML compreso, è stato scritto sulla praticissima quanto compatta tastiera del P1i.

Rassegnatevi a vedere molte fotobloggate nel Disinformatico! Per chi invece non è interessato agli smanettamenti digitali, la foto mostra un oggetto che dovrebbe evocare una certa nostalgia negli appassionati di settore.

Aggiornamento (dal laptop)

Visto l’interesse, ecco una foto di un altro oggetto nostalgico, scattata sempre con il cellulare di cui sopra, in condizioni di luce un po’ disperate (luce notturna tipo “rimetta-a-posto-la-candela” dell’ufficio del Maniero Digitale).

Le immagini sono cliccabili per ingrandirle, ma non aspettatevi miracoli, l’obiettivo è quello di un telefonino.