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Disinformatico alla radio: falle virali nei documenti Word, la bufala di MSN/Hotmail che chiude e i 10 video più virali

Disinformatico alla radio: falle virali nei documenti Word, la bufala di MSN/Hotmail che chiude e i 10 video più virali

2022/10/30: Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul
sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non
sono più disponibili. Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione
per la consultazione. Ho aggiunto qui accanto uno screenshot di com’era il sito di Rete Tre all’epoca.

La puntata odierna del
Disinformatico alla RSI (Rete Tre,
11.00, ascoltabile anche in streaming) si è
occupata dei temi citati nel titolo: trovate i dettagli qui sotto.

Due gravi falle in Microsoft Word e affini

Basta aprire un documento in formato Word per infettare il proprio computer, e
in uno dei due casi emersi in questi giorni sono a rischio non soltanto gli
utenti Windows, ma anche quelli Mac, a seconda della versione di software che
usano.

Sotto Windows, sono vulnerabili sia Microsoft Word (versioni 2000, 2002, 2003,
XP), sia il Viewer gratuito (versione 2003), sia Works (2004, 2005 e 2006);
sotto Mac, sono a rischio Microsoft Word 2004 per Mac e Microsoft Word 2004 v.
X per Mac, secondo Secunia.
L’avviso ufficiale di zio Bill è
qui.

La seconda falla,
confermata
da Microsoft, riguarda soltanto gli utenti Windows che utilizzano Word 2000,
2002, 2003 e Word Viewer 2003; Word 2007 ne è immune.

In entrambi i casi,
Microsoft consiglia di non aprire o salvare documenti Word ricevuti da
fonti non fidate o ricevuti da fonti fidate ma senza preavviso
. Non è un granché come rimedio, vista l’onnipresenza dei documenti Word e la
diffusissima abitudine di mandarli come allegati di posta.

Una soluzione alternativa potrebbe essere quella di aprire i documenti Word
usando altri programmi, come OpenOffice.org, che sono in grado di leggere e
scrivere nel formato Microsoft, ma finché non vengono divulgati i dettagli
tecnici della falla, non è certo che questa tecnica sia affidabile.

Andy e John avvisano: restano 578 account liberi in MSN

Si presentano con questi nomi i
“direttori di MSN” che ci avvisano
che restano soltanto
“578 posti liberi” nel servizio
MSN/Hotmail di Microsoft, secondo un allarme che sta impazzando in questi
giorni. Ma niente paura, per non perdere il posto ed evitare di pagare il
servizio basta inoltrare l’appello a 18 amici. Sempre che ci crediate.

Ecco il testo dell’appello:

NOI SIAMO ANDY E JOHN I DIRETTORI DI MSN CI SCUSIAMO PER L’INTERRUZIONE
PERO’ MSN NON ESISTERA’ PIU’ PERCHE’ MOLTE PERSONE HANNO TROPPI ACCOUNT MSN
E NOI ABBIAMO SOLTANTO ALTRI 578 POSTI LIBERI. SE VUOI CHE CHIUDIAMO IL TUO
ACCOUNT NON MANDARE QUESTO MESSAGGIO MA SE VUOI CONSERVARLO ALLORA MANDA
QUESTO MESSAGGIO A TUTTI I TUOI CONTATTI.

NON E’ UNO SCHERZO MANDALO, GRAZIE. PER USARE MSN E HOTMAIL, DALL’ESTATE
2006 BISOGNERA’ PAGARE (ANCHE SE LI USI DA TEMPO) MA SE INVII QUESTO
MESSAGGIO A 18 CONTATTI DIVERSI IL TUO OMINO DI MSN DA VERDE DIVENTERA’ BLU
E CIO’ SIGNIFICA CHE PER TE SARA’ GRATIS. SE NON CI CREDI VAI A WWW.MSN.COM
E GUARDA. NON INVIARE LO STESSO MESSAGGIO COPIALO E INCOLLALO IN UNO NUOVO
IN MODO CHE LE PERSONE POSSANO LEGGERLO.

Si tratta di una bufala che, in varie versioni, risale addirittura al 2001
secondo il sito antibufala
Snopes.com. Anche
Sophos segnala la natura bufalina dell’appello, citandone la
versione inglese.
Fra l’altro, l’appello parla di
“estate 2006”, e quindi contiene
direttamente la prova della propria falsità: ma la gente è distratta e inoltra
a tutti senza pensare.

La versione italiana con la questione dei 18 contatti circolava già a fine
luglio 2005, e in quell’occasione la scadenza era agosto 2005: la scadenza è
ovviamente arrivata senza che MSN diventasse un servizio a pagamento.

La Top Ten dei video virali più visti su Internet

Dietro i filmati più visti della Rete ci sono molte sorprese e delle storie a
volte tragiche e a volte comiche: UKTV, una rete televisiva inglese, ha
compilato
le statistiche dei video online più popolari di sempre. Si chiamano
virali non perché contengono virus,
ma perché sono così divertenti o interessanti da indurre gli utenti a
segnalarli agli amici e colleghi, per cui sono contagiosi. Eccone i dettagli,
raccontati durante la diretta radiofonica, con i link a
quasi tutti i filmati (questo è un
blog per famiglie).

10.
The Shining Redux
(50 milioni).

Il capolavoro horror di Stanley Kubrick rimontato e rimusicato per crearne un
provino che lo fa sembrare un film d’evasione sui piccoli drammi e le grandi
gioie della vita di famiglia.

9. Il provino per il Ninja (80 milioni). Un
ragazzo si presenta per un provino come esperto di arti marziali, ma qualcosa
va storto. Molto storto.

8. Il ragazzino disarticolato di Kolla 2001 (200 milioni). Durante
una gara di danza in “stile robot”, arriva un fuoriclasse, David Elsewhere,
che stupisce tutti con il suo momento di gloria online.

6. (ex aequo) I giochi sportivi
“particolari” di Trojan Games (300 milioni).

Una celebre marca statunitense di preservativi inscena delle finte gare di
atletica, con tanto di pubblico e allenatore polemico, ma le “gare” hanno
qualcosa di atipico. Se vi dico che una si intitola
sollevamento pesi pelvico, non devo
dire altro, vero? Niente nudo, ma allusioni inequivocabili. Una campagna
pubblicitaria intenzionale di grande successo.

6. (ex aequo) Come non rubare un pesce a un orso (300 milioni). Effetti speciali e
riprese in stile documentaristico si combinano per una sorpresa che ha reso
popolarissimo lo spot di una marca di salmone.

5. La balena esplosiva (350 milioni). Questa non è una
leggenda metropolitana, anche se per anni si è pensato che lo fosse: il 12
novembre 1970, a Florence (Oregon), si è davvero arenato sulla spiaggia un
capodoglio morto, del peso di otto tonnellate. Per eliminare la carcassa, le
autorità hanno realmente avuto l’idea geniale di usare 500 chili di dinamite.
Fra pezzi puzzolenti di capodoglio che piovono dal cielo sugli spettatori e
auto distrutte dai frammenti più grandi della povera creatura, un giornalista
e il suo cameraman hanno immortalato e autenticato la scena.

4.
Kylie Minogue in lingerie sul toro meccanico (360 milioni).
Concepito come spot per una marca di lingerie, il filmato ha un enorme
successo, dimostrando l’efficacia del cosiddetto
marketing virale: una campagna
pubblicitaria nella quale sono gli utenti a diffondere il video che reclamizza
il prodotto, generando interesse senza la spesa di una campagna di spot
tradizionale.

3.
One Night In Paris (400 milioni).
Un’ereditiera fantastilionaria senza particolari talenti artistici vuole farsi
conoscere e ci riesce, diventando famosa per il fatto di essere famosa (e di
aver pubblicato — o di essersi fatta rubare — un video che mostra le sue
prodezze amorose).
One Night in Paris è decisamente osé,
per cui non lo trovate nei normali circuiti di distribuzione video. Se vi
entusiasma l’idea di un video con Paris Hilton ripresa con l’effetto spettrale
della visione notturna di una telecamera, fatevi consigliare da qualche
smanettone (e magari riflettete sulla vostra triste condizione).

2.
Numa Numa (700 milioni). A dicembre 2004, il
diciannovenne Gary Brolsma si riprende con la webcam mentre mima la canzone
“Dragostea din tei” degli O-zone,
meglio nota come “Numa Numa”.
L’interpretazione folle e scatenata di Gary piace così tanto che il video
viene scaricato e distribuito vertiginosamente, finendo anche sul
New York Times e sulle reti televisive statunitensi. Da lui nasce la
mania degli utenti di pubblicare i propri video di canzoni mimate o (peggio)
ricantate con poco talento ma tanto sentimento (e magari qualche rutto).

1.
Star Wars Kid (900 milioni). A novembre 2002, il
quindicenne canadese Ghyslain Raza si riprende nel laboratorio televisivo
della propria scuola mentre mima le mosse di lotta con le spade laser di
Guerre Stellari usando il manico di un attrezzo da golf. Chiunque
conosca e ami questa saga fantascientifica ha ceduto prima o poi a questa
tentazione, ammettiamolo. La differenza è che il video di Ghyslain finisce in
Rete nell’aprile del 2003 e nel giro di poche settimane viene scaricato
milioni di volte. Il filmato piace così tanto, perché sono buffe le movenze
del ragazzino sovrappeso ma anche perché tocca un tasto molto delicato nella
psiche degli smanettoni della Rete (la malcelata passione per la fantascienza,
spesso oggetto di derisione), che ne vengono preparate e pubblicate numerose
versioni complete di colonna sonora ed effetti speciali. Addirittura viene
promossa una petizione per includere Ghyslain nell’ultimo film della saga di
Guerre Stellari (invano). I fan del video organizzano una colletta e
regalano al ragazzino un iPod e 2600 dollari in buoni spesa. Ma Ghyslain non
la prende bene: fa causa alle famiglie dei compagni di scuola che hanno
diffuso il suo video e chiede 200.000 dollari di risarcimento. La causa si è
poi conclusa con un accordo privato fra le parti.

Fuori classifica, come chicca personale, vorrei segnalare anche
Matrix Ping Pong.

Il podcast della puntata sarà disponibile a breve
qui, dove trovate anche le puntate
precedenti.

Disinformatico radio: Vasco Rossi solo digitale, sistemi anticopia bucati, virus veri e falsi, Joost fa TV via Internet, e altro

Questo articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Va in onda stamattina, come ogni martedì, una nuova puntata del
Disinformatico (Rete Tre della Radio
Svizzera di lingua italiana, dalle 11 alle 12, anche in diretta
streaming e in differita in
podcast. Ecco in anteprima i temi:

  • Musica digitale:
    Vasco Rossi esce con un brano soltanto in formato digitale. Ma occhio alle protezioni anticopia e alle restrizioni d’uso.
  • Musica digitale: le case
    discografiche stanno seriamente valutando l’ipotesi di
    abbandonare i sistemi anticopia
    entro qualche mese. Vincono gli utenti, perdono i discografici che non sono
    al passo coi tempi: troppo bello per essere vero?
  • Virus, attenti alle false notizie via mail:
    circola una serie di virus, sotto forma di allegato all’e-mail, che si
    spaccia per una
    notizia gravissima
    per indurre gli utenti ad aprirlo e infettarsi. Nuovo record di velocità per
    i creatori di virus.
  • Bucati i sistemi anticopia
    di HD-DVD e Blu-Ray
    , i successori ad alta definizione del DVD; già pronti in Rete i film
    rippati, ma occhio al loro peso e
    alle norme di legge.
  • Joost, la televisione via Internet?
    Prime informazioni
    sulla nuova creatura degli inventori di Skype e Kazaa.
  • Antibufala: nuove varianti di
    appelli-bufala contro virus inesistenti
  • ….e se ci sarà tempo, si parlerà della nuova catastrofe-bufala: le “scie
    chimiche”

Aggiornamento: Per l’ascoltatore che chiedeva degli antivirus gratuiti
e/o alternativi a Norton, posso proporre vari nomi: AVG, Antivir, AVP di
Kaspersky, Bitdefender, ClamWin, F-Secure, Nod32, Avast, McAfee. Maggiori
dettagli sono disponibili nel mio libro
L’Acchiappavirus (scaricabile gratis
come PDF).

Purtroppo il tempo è stato tiranno e non c’è stato modo di parlare di scie
chimiche. Ritenterò martedì prossimo, sempre che i Men in Black non mi
stoppino ancora.

I temi del Disinformatico radiofonico di oggi: storia dei virus per Mac, “antivirus” per Facebook, difendersi da Firesheep, parto per strada e medicine alternative bandite dall’UE

Vi anticipo i temi della puntata del Disinformatico radiofonico di oggi, in onda dalle 11 sulla Rete Tre della RSI e ascoltabile in streaming in diretta e come podcast in differita:

Podcast Disinformatico del 2011/09/09 e dibattito TV sull’11/9

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico, dedicata all’allarme su Facebook per “Francesca Capone” (con nuovi settaggi di privacy
di Facebook)
, al
worm di nome “Morto”, ai
13 anni di Google Inc., al
caos di Diginotar
che causa aggiornamenti continui e alla
trappola della falsa messa in regola di Windows piratato.

Per quanto riguarda il complottismo undicisettembrino, segnalo che la
Radiotelevisione Svizzera mi ha
intervistato
nella trasmissione Il Quotidiano; inoltre ho completato il montaggio e
la messa online dei video dell’incontro-dibattito di Lugano, che è disponibile
qui. Buona visione, se non vi siete stancati dell’argomento.

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili. Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la consultazione.

Hai piratato Windows? Paga 100 euro e ti metti in
regola… forse

La
fantasia dei malfattori online è inesauribile e spesso gioca sui
sensi di colpa degli utenti. In passato si sono visti attacchi
informatici che si basavano su finte accuse di pirateria di musica o
film; adesso è il turno di Ransom.AN, che colpisce particolarmente
chi ha una copia pirata di Windows. Un disonesto che punisce un
disonesto, insomma.

Secondo la segnalazione di Panda
Security
,
Ransom.AN arriva attraverso vari canali, come lo spam o lo
scaricamento di software pirata, e fa comparire una schermata nera
con il logo Microsoft e un perentorio avviso in tedesco secondo il
quale è stata rilevata sul computer una copia abusiva di Windows.
L’illecito, dice l’avviso, può essere sanato pagando 100 euro
tramite carta di credito; in caso contrario partirà una denuncia
alla polizia e verranno cancellati dal computer i dati dell’utente.

Chi
ha la coscienza sporca (e anche chi non è sicuro dello stato della
propria licenza di Windows) abboccherà facilmente alla trappola e
finirà su un sito che sembra legato a Microsoft, immettendovi i dati
della propria carta di credito. I malfattori li useranno per
prelevare ben più di 100 euro e poi manderanno un codice di sblocco.

Se
non abboccate, potete comunque scavalcare la richiesta di codice in
modo semplice: il codice è stato infatti divulgato
da
Panda Security insieme alle istruzioni per rimuovere l’infezione.

Perché ci sono continui aggiornamenti di Firefox
e altri programmi?

Nei
giorni scorsi molti utenti hanno notato una raffica insolita di
aggiornamenti di Chrome, Firefox e Thunderbird. Per quanto irritanti,
non vanno ignorati, perché c’è di mezzo una violazione della
sicurezza di Internet che è arrivata a compromettere quasi tutta la
Rete, toccando anche la CIA, il Mossad israeliano e l’MI6 britannico.

Che
sta succedendo? Come segnalato
nella scorsa puntata del Disinformatico, l’olandese Diginotar,
una certification authority, ossia una delle società
abilitate al rilascio dei certificati digitali (i codici che
garantiscono l’identità dei siti e la sicurezza delle comunicazioni
cifrate su Internet), è stata violata e usata per generare dei
certificati fasulli che consentono al possessore di spacciarsi per
Gmail e per altri servizi di Google, intercettando per esempio il
traffico di e-mail degli utenti.

I
produttori di browser hanno reagito al problema pubblicando un
aggiornamento dei propri prodotti, ma è emerso che la violazione di
sicurezza è più ampia di quanto dichiarato inizialmente. I
certificati contraffatti sono, stando agli ultimi conteggi, oltre 500
e permettono di impersonare Mozilla, Yahoo, Skype, Facebook, Twitter,
il servizio di anonimizzazione Tor e anche Windows Update.

Anche
i certificati digitali dei siti del governo olandese risultano
compromessi, e lo stesso vale per quelli dei siti pubblici di CIA,
Mossad e MI6. Da qui l’assoluta necessità di aggiornare i programmi
che usano questi certificati, revocando ogni accettazione di
qualunque certificato firmato Diginotar.

Non
sembra trattarsi di un attacco effettuato attingendo alle ingenti
risorse tecniche di un governo ostile, come alcuni avevano
teorizzato, perché la tecnica di violazione della Diginotar è stata
assolutamente banale. La società, infatti, aveva password facili,
non aveva un antivirus e non aveva installato gli aggiornamenti del
software, secondo un rapporto
della società di sicurezza Fox-IT.

Non
è finita: l’intruso responsabile dell’incursione si è fatto
vivo
dicendo di avere ancora accesso ad altre quattro autorità
di certificazione, per cui il rischio di ulteriori intercettazioni
delle comunicazioni cifrate degli internauti è ancora alto.

Il
sistema dei certificati digitali, che garantisce le transazioni via
Internet dagli anni Novanta, sembra ormai avere il fiato corto e si
pensa a una sua drastica sostituzione. Mozilla non è andata per il
sottile e ha intimato
a tutte le autorità di certificazione usate dai suoi prodotti
(principalmente Firefox e Thunderbird) di certificare entro otto
giorni lo stato di sicurezza dei propri sistemi, avvisando di essere
disposta a "qualunque misura necessaria per garantire la
sicurezza"
dei suoi utenti. Prepariamoci, quindi, a
una nuova ondata di aggiornamenti indispensabili e aumentiamo la
vigilanza sulle nostre transazioni online.

Fonti
aggiuntive: ThreatLevel
,
The
Register
.

L’assegno che fece nascere Google

Sono
già passati tredici anni dal debutto di Google, che ha trasformato
il modo in cui usiamo Internet. Molti utenti non hanno mai visto
com’era la Rete prima dell’avvento di questo motore di ricerca. Ma
com’è nato Google? Con un assegno a una ditta che non esisteva.

È
il 1998. Larry Page e Sergey Brin, studenti all’università di
Stanford, lavorano già da due anni a un motore di ricerca
sperimentale che chiamano inizialmente BackRub (letteramente
"massaggio alla schiena") e poi Google, che è un
gioco di parole sul termine matematico googol che indica il
numero corrispondente a 1 seguito da cento zeri (ma nella Guida
Galattica per Autostoppisti
di Douglas Adams c’era già un
personaggio cibernetico di nome Googleplex).
Faticano, però, a trovare finanziatori per il loro servizio.

Google,
anche se è ancora in versione beta, piace molto agli internauti,
tanto da sovraccaricare la connessione Internet dell’università, e
finalmente attira un investitore speciale: uno dei fondatori della
Sun, Andy Bechtolsheim, che decide di staccare un assegno da 100.000
dollari a favore del progetto a fine agosto del 1998. Solo che
l’assegno è intestato a "Google Inc.", una ditta che Page
e Brin non hanno ancora fondato.

Nessun
problema: il 4 settembre i due studenti, spinti dal bisogno di
trovare il modo d’incassare l’assegno, fondano la Google Inc. in
California, aprono un conto corrente a nome della neonata ditta e vi
versano i soldi di Bechtolsheim. La creazione della società e il
nome prestigioso del primo finanziatore attirano altri investitori, e
il resto è storia. Ma senza quell’assegno a nome di una ditta
fantasma, oggi Internet sarebbe un posto assai diverso.

Fonti:
Google.com
,
Wired
.

Weekend con il "Morto"

C’erano
una volta i worm, ossia i virus capaci di diffondersi da
soli. Oggi sono diventati rari, un po’ perché i sistemi operativi
hanno turato parecchie falle che consentivano ai worm di propagarsi
ma soprattutto perché il crimine informatico preferisce altre
tecniche (come per esempio i trojan).

Ogni
tanto, però, fa capolino uno di questi attacchi vecchio stile.
Stavolta è il turno del worm denominato Morto, che colpisce i
sistemi Windows e si è meritato un livello
di allerta "Grave"
da parte di Microsoft. Una volta che
si è insediato in un computer, tenta di raggiungerne altri sulla
sottorete locale per infettarli.

A
differenza dei suoi predecessori, usa un canale di accesso insolito,
il servizio RDP (Remote Desktop Protocol) usato per la connessione
remota di un computer Windows a un altro, e non sfrutta una
vulnerabilità di Windows ma approfitta del fatto che molti utenti
usano password facili e usano il servizio RDP via Internet senza
precauzioni. Morto non fa altro che tentare le password più comuni:
un metodo banale ma efficace, a giudicare dalla propagazione di
quest’attacco.

Morto
è rilevato dai principali antivirus e crea molto traffico sulla
porta TCP 3389. È predisposto per il comando a distanza da parte del
suo creatore e se riesce a entrare in un computer ne disattiva
l’antivirus.

La
miglior difesa, come sempre, è la prevenzione, che comincia dall’uso
di password robuste. L’elenco di password tentate da Morto è
eloquente: se vi trovate la vostra, è decisamente il caso di
cambiarla.

!@#$%

%u%12

*1234

000000

111

1111

111111

123

123123

123321

12345

123456

1234567

12345678

123456789

1234567890

1234qwer

168168

1q2w3e

1qaz2wsx

369

520520

654321

666666

888888

aaa

abc123

abcd1234

admin

admin123

letmein

pass

password

server

test

user

Fonti:
F-Secure,
Eweek
,
Threatpost
.

Allarme su Facebook per "Francesca Capone"

Sono
arrivate numerose segnalazioni di un allarme circolante su Facebook a
proposito di una “Francesca Capone” che sarebbe pericoloso
accettare come contatto. Ecco un esempio del testo in circolazione:

"URGENTISSIMO!!!
NON ACCETTARE IL CONTATTO: "FRANCESCA CAPONE" DETTA ANCHE
"CHECCA SPAM" PERCHE’ NON E UN UTENTE MA UN VIRUS CHE
FORMATTA IL PC E SE LO ACCETTA ANCHE UNO SOLO DEI TUOI CONTATTI LO
PRENDI ANCHE TU, ED INOLTRE SI APPROPRIERA’ DEI VOSTRI DATI PERSONALI
E DI TUTTE LE PASSWORD. FAI COPIA E INCOLLA E INVIALO ANCHE AI NON IN
LINEA FALLO… PREGO INSERIRE NELLE VOSTRE BACHECHE… GRAZIE. P.S.
LA FONTE ARRIVA DAI CARABINIERI."

Niente
panico: il Gruppo
Anti Bufale
su Facebook segnala che si tratta della “solita
bufala che gira dal 2007 cambiando il nome”
.

Un
appello molto più utile da far circolare riguarda invece le nuove
opzioni di privacy di Facebook. F-Secure
segnala
che se andate nelle impostazioni
sulla privacy,
potete scegliere se quello che mettete su Facebook
è automaticamente pubblico (leggibile da chiunque, anche non
iscritto a Facebook) oppure visibile solo ai contatti o addirittura
non visibile a nessuno come impostazione predefinita. Questo è molto
utile per evitare errori e imbarazzi rendendo inavvertitamente
pubblico qualcosa di compromettente.

Nella
stessa schermata di impostazioni sulla privacy vale la pena di
cambiare anche l’opzione Funzionamento dei tag – Controllo del
profilo
e attivare questo controllo. In questo modo, infatti,
quando vi taggano in una foto o in un post, è necessaria la vostra
approvazione prima che questo contenuto compaia nella vostra bacheca.

Le
foto e i post taggati con il vostro nome compaiono comunque nel
profilo del vostro amico che li pubblica e quindi sono visibili agli
amici comuni, ma perlomeno potete evitare che qualche amico
buontempone faccia comparire nel vostro profilo foto sconvenienti.

Disinformatico radio, podcast del 2011/12/16

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto:

  • L’industria del videogioco conta più di quella del cinema:
    “Call of Duty” batte “Avatar”
    per il minor tempo richiesto per incassare un miliardo di dollari.
  • L”imminente
    debutto della Timeline di Facebook, che rivoluzionerà l’uso di questo social network, nel bene e nel male,
    spingendoci a immettervi non solo il nostro presente ma anche il nostro
    passato; riemergono i vecchi post, con potenziali nuovi imbarazzi.
  • Youhavedownloaded.com permette un facilissimo
    monitoraggio pubblico dei download P2P
    effettuati da chiunque: basta conoscerne l’indirizzo IP. 
  • Con lo stesso monitoraggio si è arrivati alla
    presunta scoperta di download illegali
    effettuati da case cinematografiche, agenzie di riscossione dei diritti
    d’autore e dalla residenza ufficiale del presidente francese Sarkozy.
  • Chicca: la
    prima registrazione sonora, datata 1860, recuperata 140 anni dopo con l’aiuto dell’informatica.

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

Record d’incassi: “Call of Duty” batte “Avatar”

Quale prodotto d’intrattenimento detiene il record per aver guadagnato un
miliardo di dollari d’incassi nel minor tempo? Se avete pensato ad
Avatar, il kolossal digitale 3D di James Cameron, avreste avuto ragione
fino a pochi giorni fa. Nel 2009 questo film raggiunse il traguardo del
miliardo in soli 17 giorni.

Il successo davvero notevole della scommessa di Cameron è stato però
migliorato, appunto, pochi giorni fa. Ma non da un altro film: da un
videogioco. Call of Duty: Modern Warfare 3 ha
raggiunto
il miliardo d’incassi in soli sedici giorni, portando alla Activision, la società produttrice del gioco, ben 30 milioni di giocatori.

Call of Duty: Modern Warfare 3 aveva già stabilito un record vendendo
6,5 milioni di copie nelle prime ventiquattro ore,
incassando
400 milioni di dollari. E non è la prima volta: il predecessore di
Modern Warfare, intitolato Black Ops, aveva portato a casa poco
meno (390 milioni di dollari) nel primo giorno di vendite.

Anche altri titoli di società concorrenti, come il nuovo
Battlefield 3 di Electronic Arts, possono vantare vendite da capogiro:
cinque milioni di copie vendute in una settimana. Electronic Arts, inoltre, sta per
lanciare Star Wars: The Old Republic (in uscita il 20 dicembre), che
promette
incassi altrettando invidiabili. A titolo di confronto, il film che detiene il
record d’incassi del 2011 (Harry Potter e i Doni della Morte, parte 2) ha
totalizzato 1,3
miliardi di dollari, ma ci ha messo cinque mesi.

Il mondo dei videogiochi online
stima
incassi globali di 65 miliardi di dollari per il 2011, in aumento rispetto ai
62,7 dell’anno scorso, e da vari anni ha
sorpassato
l’industria del cinema (27 miliardi) e quella musicale (40 miliardi). La
prossima volta che qualcuno parla di un film dicendo che sembra un videogioco,
potrebbe non essere un termine di paragone negativo. Almeno dal punto di vista
dei soldi.

Fra sette giorni Facebook cambia tutto

Facebook sta per cambiare radicalmente aspetto. Dal 23 dicembre prossimo sarà
attivo automaticamente e obbligatoriamente il Diario (Timeline
in originale), vale a dire un’organizzazione molto più cronologicamente
ordinata dei contenuti. I primi a provare il nuovo aspetto sono stati i
neozelandesi, nei giorni scorsi, e i coraggiosi possono già attivarlo subito
andando alla pagina apposita di Facebook (https://www.facebook.com/about/timeline), che contiene una spiegazione delle nuove funzioni, e cliccando sul tasto
verde “Ottieni il diario” in fondo alla pagina.

Si può scegliere fra un’anteprima privata e la pubblicazione immediata del
nuovo aspetto cliccando su Pubblica ora nell’anteprima stessa. La prima
cosa da fare, visto che la nuova impostazione di Facebook è molto orientata
alle immagini, è scegliere una buona foto di copertina, che sarà visibile a
tutti e comparirà come striscione in testa al profilo dell’utente.

Per il resto, la struttura della pagina è una vera e propria linea temporale,
collocata al centro e ordinata in modo da far comparire per primi gli elementi
più recenti, che sono disposti a destra e a sinistra della linea stessa
secondo uno zigzag che può causare un certo disorientamento iniziale.

In alto a destra c’è poi una cronologia più sommaria, suddivisa in mesi e
anni: l’intento di Facebook è trasformare il profilo di ogni utente nel
deposito pubblico di tutta la storia della sua vita e non solo degli eventi
successivi alla nascita di Facebook. Ognuno valuterà se questo sia un bene o
un male. Maggiori dettagli sono disponibili (in italiano) su
Il Post.

Residenza Sarkozy e major antipirateria colte a scaricare film?

Sembra una notizia troppo ghiotta e ironica per essere vera, ma pare proprio
che qualcuno presso Sony, NBC e Fox sia stato colto a piratare musica e film.
Considerato che l’industria del cinema sta spingendo fortemente per un
inasprimento delle pene per chi scarica, chiedendo poteri straordinari
d’interdizione dei siti e degli utenti colpevoli, da giudicare senza processo,
gli indizi, se confermati, sarebbero decisamente imbarazzanti.

Anche in casa Sarkozy c’è chi pirata, nonostante la legge francese HADOPI
punisca severamente il download illegale. Perlomeno questo è quel che risulta
dalle indagini effettuate usando Youhavedownloaded.com (YHD), un sito che
archivia il traffico dei circuiti peer-to-peer e permette di sapere quali file
sono stati scaricati da uno specifico indirizzo IP.

Il sito Nikopic.com, infatti ha provato a immettere in YHD gli indirizzi IP
62.160.71.0-255, che corrispondono al Palais de l’Élysée, residenza ufficiale
di Sarkozy, e ha
scoperto
che a novembre da quegli indirizzi sono stati scaricati vari film americani e
musica dei Beach Boys.

Secondo
Torrentfreak.com, invece, degli indirizzi IP appartenenti a Sony Pictures, NBC Universal e
Fox avrebbero scaricato materiale illegale: l’intera stagione di un telefilm
(Game of Thrones), della musica trance, un DVD di
Cowboy e alieni, e molto altro.

Anche qualcuno presso Google è stato colto a scaricare una copia abusiva di
Windows 7, e un
sito olandese
ha scoperto che un indirizzo IP dell’agenzia locale di riscossione dei diritti
d’autore Buma/Stemra ha scaricato una copia del telefilm Entourage e
del videogioco Battlefield 3.

La Buma/Stemra ha
replicato
dichiarando che i loro indirizzi IP sono stati falsificati. Tesi tecnicamente
fattibile ma abbastanza improbabile, e comunque molto interessante, perché
d’ora in poi anche chi viene accusato di download illegale potrà difendersi
con la stessa giustificazione.

Che cosa avete scaricato? Youhavedownloaded lo sa

Se usate i circuiti peer-to-peer come Bittorrent e simili per scaricare film
da Internet, sappiate che è facilissimo per chiunque sapere esattamente che
cosa avete scaricato. Non solo per le case cinematografiche, ma anche per i
comuni mortali, per cui se per esempio vi sentite a disagio nell’ammettere di
aver scaricato l’ultima puntata della saga dei vampiri sbrilluccicanti, vi
conviene cambiare strategia di download.

È infatti nato da poco il sito
Youhavedownloaded.com, che sta accumulando un enorme archivio del traffico dei circuiti
peer-to-peer, associando i file scaricati agli indirizzi IP dei loro
scaricatori, ma senza includere altri dati personali. Se visitate il sito vi
esponete automaticamente all’elenco di quali file avete scaricato, sulla base
del vostro indirizzo IP. I dati utilizzati per questo servizio sono
pubblicamente accessibili da sempre, ma ora sono consultabili con estrema
facilità anche dai non esperti. Per sapere che cosa ha scaricato uno specifico
utente è sufficiente conoscerne l’indirizzo IP.

Youhavedownloaded.com, nato some sito puramente dimostrativo per allertare gli
utenti sulla visibilità delle loro attività in Rete, ha finora accumulato dati
su oltre 52 milioni di indirizzi IP e permette anche di sapere quante volte è
stato scaricato uno specifico file. Non è un sistema infallibile, perché per
ora raccoglie solo una parte del traffico dei circuiti peer-to-peer: questo
vuol dire che un indirizzo IP può risultargli “pulito” anche quando non lo è.

Il sito offre anche un “widget” per fare scherzi agli amici e
sottolineare quanto siano in realtà pubbliche le loro navigazioni in Rete: se
pubblicate il widget di Youhavedownloaded.com sul vostro sito, ogni persona
che lo vedrà si troverà elencato tutto quello che è stato scaricato dal suo
indirizzo IP.

Decisamente inquietante, ma attenzione: molti utenti hanno indirizzi IP
dinamici (ossia che cambiano nel tempo), per cui è facile incappare in
attribuzioni errate. Buon divertimento.

La prima registrazione audio? Nel 1859

L’invenzione della registrazione sonora è comunemente attribuita a Thomas
Edison, ma in realtà Edison fu soltanto il primo a trovare un modo pratico sia
per registrare suoni, sia per riprodurli. Prima di lui altri inventori avevano
sviluppato vari congegni che permettevano di registrare audio ma non di
riascoltare la registrazione. Lo scopo di queste registrazioni non
riascoltabili era studiare le forme e le ampiezze delle onde sonore,
rappresentandole graficamente.

Così nel 1860, ben 151 anni fa, il francese Édouard-Léon Scott de Martinville
aveva usato il suo fonautografo per catturare suoni su un foglio di
carta coperto di nerofumo (la finissima fuliggine prodotta dalle lampade a
olio), incidendoli sotto forma linee tracciate in questo nerofumo da una
setola di maiale collegata a una membrana di pergamena che raccoglieva il
suono raccolto da un cilindro o da un corno.

Per inquadrare il periodo: in America iniziava la presidenza di Abramo
Lincoln, in Italia Garibaldi iniziava la spedizione dei Mille e in Francia c’era
Napoleone III. Se si fosse compreso prima il potenziale di queste tecnologie di
registrazione, oggi potremmo avere un incredibile catalogo di registrazioni di
personaggi storici di un secolo e mezzo fa. O anche molto prima, visto che i materiali necessari erano disponibili fin dall’antichità.

Ma ci vollero anni per rendersi conto che quelle tracce grafiche generate dai
suoni potevano essere riconvertite in qualcosa di udibile. Verso il 1870 alcuni
sperimentatori riuscirono a registrare e riprodurre suoni usando una versione
aggiornata della tecnica di Scott, ma poi arrivò il fonografo di Edison e
quelle primissime registrazioni furono dimenticate. Per oltre 140 anni si
pensò che fossero irrecuperabili.

Poi, nel 2008, un gruppo di ricercatori denominato First Sounds è riuscito a
procurarsi una scansione di alta qualità dei fonautogrammi di Scott e ad
analizzarla digitalmente. Il risultato è ascoltabile
qui
o, in versione rallentata per tentare di restituire il timbro originale,
presso
First Sounds. Affascinante.

Podcast RSI – John Lennon restaurato dall’IA: nuove opportunità nell’elaborazione audio su computer

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente presso Disinformatico.info, dove trovate l’originale con i commenti dei lettori.


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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui. Se ho fatto bene i conti, con questa puntata arrivo a quota 800 episodi dal 2006 a oggi. Niente male.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.


[CLIP: Spezzone della voce restaurata di Lennon da “Now and Then”]

La voce di John Lennon, recuperata da un’audiocassetta registrata a casa sua oltre quarant’anni fa e usata per il brano dei Beatles Now and Then appena uscito, stupisce non solo per le emozioni che evoca ma anche per la qualità tecnica del restauro, considerato a lungo impossibile, perché la voce era coperta dal pianoforte suonato dallo stesso Lennon. Questo restauro è ora reso possibile dall’informatica e specificamente dall’intelligenza artificiale.

Dappertutto ci sono discussioni animate su quanto sia “vera” o “falsa” un’operazione di questo genere, ma il clamore intorno a Now and Then è un’ottima occasione per esplorare il mondo ben più vasto del restauro sonoro basato sul software e per scoprire quali meraviglie e nuove possibilità ci offre non solo in campo musicale ma anche in termini di vera e propria archeologia sonora.

Benvenuti alla puntata del 10 novembre 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Sottrazioni e isolamenti

L’elaborazione digitale delle voci dei cantanti ha radici molto lontane: già nel 1975, per esempio, la voce di Alan Parsons veniva trasformata digitalmente da uno dei primi vocoder digitali nel brano The Raven. Adesso non stupisce più nessuno, ma all’epoca tutto questo era molto innovativo.

[CLIP: Spezzone di “The Raven”]

Un altro tipo di elaborazione vocale digitale molto noto, e per alcuni famigerato, è l’Autotune, che corregge le intonazioni e crea effetti di distorsione particolari: è stato introdotto nel 1997 e reso celebre dalla canzone Believe di Cher nel 1998.

[CLIP: Spezzone di “Believe”, con la voce isolata dalla musica]

Oggi il trattamento digitale delle voci in campo musicale conosce mille sfumature ed è disponibile in quasi tutti i programmi per la produzione di musica. Ma si tratta sempre di elaborazione: si parte da una sorgente audio esistente e la si manipola in qualche modo per ottenere un determinato risultato.

L’intelligenza artificiale, però, consente di fare ben di più, vale a dire generare voci che nella realtà non esistono oppure isolare una voce da altri rumori o suoni. È quello che è successo con la voce di Lennon per
Now and Then, che nell’audiocassetta originale era sovrastata dal suono del pianoforte di accompagnamento, impossibile da filtrare con tecniche convenzionali. È così che si è passati da questo…

[CLIP: Spezzone dell’audiocassetta di Lennon]

…a questo:

[CLIP: Spezzone della voce ripulita di Lennon]

in cui il pianoforte è completamente rimosso e la voce sembra registrata da un microfono professionale in studio.

L’isolamento di uno strumento o di un rumore indesiderato tramite software di intelligenza artificiale, specificamente di machine learning, lavora per sottrazione: al software vengono forniti molti campioni dello
strumento o del rumore che si vuole rimuovere, e questo gli permette di riconoscere gli elementi della registrazione che corrispondono a quello strumento o rumore e quindi di sottrarli, lasciando così la voce originale e offrendola pulita per ulteriori elaborazioni.

Questa tecnica di isolamento è oggi liberamente disponibile anche in molte applicazioni, anche online, come Lalal.ai, al quale basta inviare una registrazione digitale per riottenerne, nel giro di qualche decina di secondi, una versione che isola la voce dagli strumenti oppure estrae solo la percussione, le chitarre elettriche o acustiche, il pianoforte e altri strumenti.

Software come questo, e come Magic Dust AI, possono anche rimuovere i rumori di fondo, per esempio da un’intervista in un ambiente affollato e rumoroso, diventando strumenti preziosissimi non solo per
musicisti ma anche per giornalisti e anche per chi ha problemi di udito o più in generale fatica a isolare una conversazione in un ambiente pieno di persone che parlano.

Per esempio, se si addestra un software di machine learning dandogli campioni puliti delle voci di due persone, quel software diventa in grado di isolare le loro singole voci da una registrazione in cui parlano entrambe contemporaneamente, come negli esempi che vi proporrò tra poco, pubblicati dal professor Paris Smaragdis dell’Università dell’Illinois, che ha lavorato al restauro audio del documentario “Get Back” dedicato ai Beatles, realizzato con tecniche simili a quelle utilizzate per recuperare la voce di John Lennon. Queste sono le voci sovrapposte, che parlano in inglese:

[CLIP: voci sovrapposte]

E queste sono le singole voci:

[CLIP: voci separate]

Anche isolare una voce da un rumore di fondo particolarmente invadente è fattibile con ottimi risultati. Sentiamo la registrazione originale e poi la voce estratta dal software:

[CLIP: campione di voce con denoising]

Fin qui si tratta di togliere dei suoni indesiderati lasciando la parte che interessa. Ma si può fare di più. Molto di più.

Restauro troppo creativo?

L’elaborazione del suono tramite intelligenza artificiale può essere sottrattiva, come avete sentito fino a questo punto, ma può anche essere generativa: in altre parole, aggiunge all’originale delle parti mancanti. Per esempio, una registrazione molto vecchia o fatta usando microfoni di bassa qualità può essere elaborata per renderla qualitativamente più gradevole.

Magic Dust AI, per esempio, è in grado di prendere una registrazione fatta con i modestissimi microfoni integrati negli auricolari dei telefonini ed elaborarla per darle una qualità più vicina a quella di un microfono professionale.

Lo stesso principio è utilizzabile anche per i brani musicali. Un altro esempio pubblicato dal professor Smaragdis riguarda la cosiddetta bandwidth expansion, cioè l’espansione della larghezza di banda. Le registrazioni musicali d’epoca perdevano gran parte delle frequenze sonore più basse e più alte, ma con questa tecnica è possibile ricreare quelle frequenze mancanti. Il software viene addestrato dandogli dei campioni musicali equivalenti registrati con qualità migliore, che vengono aggiunti alla registrazione originale.

Per esempio, si prende questo brano musicale registrato in bassa qualità:

[CLIP: brano in bassa qualità]

poi si fornisce al software questo breve campione di strumenti analoghi registrati meglio:

[CLIP: campione strumenti]

e questo è il risultato dell’elaborazione:

[CLIP: risultato]

Il problema di fondo di questa elaborazione generativa è che aggiunge suoni che non erano presenti nella registrazione originale ma probabilmente erano presenti durante l’esecuzione dal vivo e si sono persi. Si tratta insomma di una approssimazione ragionevole, non di una elaborazione certa di un segnale esistente. In questo caso, si può ancora parlare di restauro puro o stiamo sconfinando nell’invenzione, in una sorta di equivalente sonoro del ridare le braccia alla Venere di Milo basandosi sulle braccia di altre statue analoghe?

Non è chiaro, al momento, se la voce di John Lennon sia stata elaborata da un software di questo secondo tipo o se sia stata fatta solo una sottrazione dei suoni indesiderati seguita da un’elaborazione del contenuto sonoro effettivamente esistente. E anche se dovesse trattarsi di elaborazione generativa per ridare ricchezza e corpo alla voce originale, si tratterebbe comunque di un’elaborazione basata su campioni di alta qualità della voce di Lennon, per cui la voce sarebbe comunque la sua. Forse quello che conta è che all’orecchio la voce che si sente in Now and Then sembra proprio quella dello scomparso John Lennon, fresca come se fosse stata registrata ieri, e alla fine l’emozione prevale sulla disquisizione tecnica.

E se schiudiamo le porte al restauro audio generativo diventano possibili scenari inaspettati e recuperi di suoni davvero straordinari.

Archeologia sonora

Il professor Smaragdis ha pubblicato anche altre dimostrazioni di usi inattesi dell’elaborazione dei suoni tramite intelligenza artificiale. Per esempio, il riconoscimento dei suoni può essere usato per l’analisi dei contenuti video, come nel rilevamento dei momenti salienti di un evento sportivo registrato. Normalmente è necessario far scorrere il video registrato fino a trovare l’istante del gol, del punto o dell’azione di gioco importante, ma se un software riconosce suoni come gli applausi o le esclamazioni di gruppo può localizzare automaticamente gli istanti che interessano.

Il machine learning applicato all’audio ha anche applicazioni interessanti nella sicurezza. È molto difficile rilevare automaticamente un evento nelle immagini di una telecamera di sorveglianza se ci si basa appunto
sulle immagini, perché il riconoscimento delle immagini ha un tasso d’errore molto alto. Ma se ci si basa sull’audio, per esempio riconoscendo grida, voci sotto stress o rumori improvvisi, diventa relativamente facile identificare queste situazioni e inviare un avviso automatico che consenta di intervenire più prontamente.

[CLIP: Spezzone di aggressione simulata, usato per testare il sistema]

Ma l’applicazione più affascinante resta l’archeologia sonora. Generando i suoni mancanti, è possibile rendere fruibili registrazioni la cui qualità scadente le relegherebbe nell’oblio, come nel caso delle registrazioni tremolanti e gracchianti degli inizi dell’era del fonografo o dei cilindri di cera, ed è possibile estrarre suoni da fonti quasi inimmaginabili.

Nel 1860, quando negli Stati Uniti iniziava la presidenza di Abramo Lincoln, Garibaldi [in Italia] iniziava la spedizione dei Mille e in Francia c’era Napoleone III, il francese Édouard-Léon Scott de Martinville usò un
apprecchio rudimentale, il fonautografo, per catturare suoni su un foglio di carta coperto di nerofumo, quella finissima fuliggine prodotta dalle lampade a olio. Il suono veniva inciso nel nerofumo usando una setola di maiale collegata a una membrana di pergamena che si muoveva in base al suono raccolto da un cilindro o da un corno. Queste incisioni all’epoca erano impossibili da riascoltare, ma sono state conservate e ricostruite digitalmente già alcuni anni fa, sia pure con un fortissimo fruscio di fondo:

[CLIP: ricostruzione originale]

Ora sono elaborabili anche con l’intelligenza artificiale. E così oggi possiamo sentire, sia pure con una certa fatica, una persona che nel 1860 cantava Au clair de la lune.

[CLIP: versione ripulita]

Con i progressi dell’elaborazione dei suoni che prima venivano considerati irrecuperabili, viene da chiedersi quale sarà la prossima frontiera inattesa del restauro sonoro.

Nel 1969, la rivista scientifica Proceedings of the Institute of Electrical and Electronics Engineers ospitò sulle sue auguste pagine una lettera firmata da un certo R.G. Woodbridge [Acoustic recordings from antiquity], che affermava di aver scoperto registrazioni sonore accidentali sulle superfici di oggetti antichi e in particolare su vasi lavorati sui torni da vasai, in cui il tornio poteva essere immaginato come una sorta di primitivo giradischi e la mano del vasaio come una puntina da incisione sonora molto grossolana.

[Il testo della lettera è dietro paywall, ma Bldblog.com ne ospita qualche estratto, notando che secondo Woodbridge i suoni sarebbero registrati anche nei quadri dipinti a olio e sarebbero riascoltabili tenendo
la puntina di un giradischi in contatto con la superficie del vaso in questione, che viene fatto girare, oppure muovendo la puntina sopra una pennellata di un quadro: “positioned against a revolving pot mounted on a phono turntable (adjustable speed) ‘stroked’ along a paint stroke, etc.” Grazie a questo gesto, “low-frequency chatter sound could be heard in the earphones.”

Woodbridge suggerisce anche applicazioni alternative:“This is of particular interest as it introduces the possibility of actually recalling and hearing the voices and words of eminent personages as recorded in the paint of their portraits or of famous artists in their pictures.” Inoltre descrive un esperimento: “With an artist’s brush, paint strokes were applied to the surface of the canvas using “oil” paints involving a variety of plasticities, thicknesses, layers, etc., while martial music was played on the nearby phonograph. Visual examination at low magnification showed that certain strokes had the expected transverse striated appearance. When such strokes, after drying, were gently stroked by the “needle” (small, wooden, spade-like) of the crystal cartridge, at as close to the original stroke speed as possible, short snatches of the original music could be identified. […] Many situations leading to the possibility of adventitious acoustic recording in past times have been given consideration. These, for example, might consist of scratches, markings, engravings, grooves, chasings, smears, etc., on or in “plastic” materials encompassing metal, wax, wood, bone, mud, paint, crystal, and many others. Artifacts could include objects of personal adornment, sword blades, arrow shafts, pots, engraving plates, paintings, and various items of calligraphic interest.”]

Le sue affermazioni non furono mai verificate, ma di fronte a queste nuove meraviglie del restauro dei suoni la sua proposta sembra un pochino meno fantascientifica. Staremo a vedere; anzi, a sentire.

Podcast RSI – Timori per Temu, blocco delle pubblicità online infettanti, Google “nega” il Kenya

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Pubblicazione iniziale: 2023/11/02. Ultimo aggiornamento: 2023/11/17 8:30.

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: spezzoni di YouTuber che parlano di Temu e spot di Temu]

Pochi giorni fa, mentre stavo facendo lezione di informatica in una scuola, uno studente mi ha chiesto cosa ne pensassi di Temu, la popolarissima app di shopping cinese, e se fosse pericolosa. È un dubbio che hanno in tanti, e le opinioni degli YouTuber sono molto contrastanti. Lo so, le opinioni degli YouTuber probabilmente non sono in cima alla vostra classifica delle fonti informatiche attendibili, per cui ho provato a rispondere alla domanda dello studente consultando gli esperti del settore. In particolare, è stata pubblicata una ricerca tecnica che sembra inchiodare Temu, ma anche così la questione non è proprio chiara come potrebbe sembrare.

Benvenuti alla puntata del 3 novembre 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e tra poco vi parlerò di Temu e anche dello stranissimo consiglio delle agenzie di sicurezza informatica statunitensi che raccomandano di usare gli adblocker, cioè le app che bloccano le pubblicità online, e vi racconterò dell’errore imbarazzante di Google, che addirittura dice in sostanza che il Kenya non esiste.

[SIGLA di apertura]

Temu è un’app pericolosa?

Secondo una ricerca pubblicata a settembre dalla società di sicurezza informatica Grizzly Research, la popolarissima app di shopping cinese Temu sarebbe un malware e spyware estremamente pericoloso. Tutte le app per fare acquisti sono piuttosto invadenti, ma Temu è tutta un’altra storia, stando alle analisi tecniche.

Per esempio, notano i ricercatori, Temu chiede per impostazione predefinita la localizzazione precisa dell’utente in quel momento, cosa che non ha senso se l’utente vuole semplicemente acquistare un prodotto e ha già dato il proprio indirizzo per la spedizione. Se l’app rimane attiva, i gestori di Temu possono tracciare l’utente per tutto il tempo.

Temu, secondo questa ricerca, ha anche un altro comportamento molto pericoloso: la cosiddetta compilazione dinamica. L’app può scaricare da Internet del codice software aggiuntivo e compilarlo, cioè renderlo eseguibile sul dispositivo dell’utente. Questo vuol dire che l’app può superare tranquillamente i controlli di sicurezza di Google Play, per esempio, perché non contiene codice pericoloso, ma una volta installata può scaricare altro codice ed eseguirlo, eludendo completamente le verifiche di sicurezza.

La lista delle caratteristiche pericolose di Temu è molto lunga, secondo questa ricerca, e va detto che i toni di Grizzly Research sono un po’ sensazionalisti e che gli esperti esterni citati da questa ricerca non vengono nominati, ma la sostanza delle asserzioni sembra robusta e ben documentata, anche con il supporto di una società di sicurezza informatica svizzera. E una delle caratteristiche sospette di Temu è stata confermata indipendentemente: è la cosiddetta obfuscation, una tecnica nella quale il software dell’app è scritto in modo intenzionalmente poco chiaro, usando metodi che rendono estremamente difficile capire cosa stia facendo realmente.

Però l’app è ancora disponibile sul Play Store di Google per i dispositivi Android e nell’App Store di Apple, sia pure con una dettagliata elencazione dei dati personali che raccoglie e che sono davvero tanti.

Allo stesso tempo, la piattaforma di commercio elettronico Pinduoduo, legata a Temu, è stata sospesa da Google perché conteneva malware, e pochi giorni fa nel Regno Unito alcune pubblicità su Temu sono state bandite perché mostravano una bambina in bikini “in posa molto adulta”, come dice molto signorilmente la Advertising Standards Authority britannica, e presentavano altre immagini che, sempre secondo l’autorità britannica, “oggettificavano le donne”. Temu ha rimosso l’immagine della bambina, ammettendo che violava le sue regole, ma si è opposta alle altre contestazioni.

Inoltre Apple ha dichiarato che in passato Temu ha violato le regole di privacy, ingannando gli utenti sul modo in cui usa i loro dati, ma la questione è stata poi risolta.

I sospetti sulla sicurezza e la privacy di Temu, insomma, non mancano, per cui è sconsigliabile perlomeno installarla su smartphone usati per lavoro o per altre attività sensibili, ma forse il problema non è solo informatico.

Molte delle recensioni indipendenti di questa app notano che i prezzi dei prodotti sono semplicemente insostenibili, considerato che vengono quasi sempre spediti dalla Cina, e quindi fare shopping su tutte queste app che fanno viaggiare i propri prodotti per decine di migliaia di chilometri ma li fanno pagare una manciata di euro, dollari o franchi ha non solo un probabile impatto informatico, ma anche un indubbio impatto ambientale, che va preso in considerazione.

[Fonti aggiuntive: privacy policy di Temu; Agenda Digitale; Cybersecurity360.it]

Agenzia di sicurezza informatica USA: bloccate le pubblicità, possono trasportare malware

Non capita spesso che un’agenzia di sicurezza governativa includa le parole “installate software che blocchi le pubblicità online” nelle proprie raccomandazioni, ma è quello che si legge in un documento della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency del governo statunitense (Cisa.gov), un’autorità indiscussa nel campo della sicurezza informatica. 

E non è l’unico caso: raccomandazioni analoghe sono state pubblicate anche da un’altra agenzia di sicurezza informatica piuttosto ben conosciuta, la NSA (National Security Agency) statunitense.

Prevengo subito il vostro comprensibile dubbio che queste raccomandazioni siano in qualche modo legate alle decisioni recenti di Facebook e Instagram di offrire anche versioni a pagamento e senza pubblicità e siano una sottile forma di incoraggiamento a pagare per usare questi servizi, soprattutto alla luce della decisione dell’Unione Europea di vietare la raccolta di dati personali per la profilazione pubblicitaria: queste raccomandazioni di CISA e NSA, infatti, risalgono a tempi non sospetti, ossia al 2021 e al 2018, e sono tuttora valide, ma richiedono qualche spiegazione.

Le pubblicità su Internet non sono come quelle che vedete o ascoltate alla radio, alla televisione o sui giornali e nelle riviste: non sono informazioni passive, scelte e approvate manualmente dall’editore. Le pubblicità online sono codice, ossia sono software che può essere eseguito dal vostro smartphone, tablet o computer, e sono spesso inserite nelle pagine del Web e nei social network senza alcun controllo significativo di sicurezza da parte di chi le pubblica. Questa situazione permette agli aggressori informatici di creare quello che in gergo si chiama malvertising, ossia pubblicità che trasportano attacchi informatici.

CISA e NSA segnalano che questa tecnica di attacco è sempre più diffusa, e proprio ieri, 2 novembre, l’azienda di sicurezza informatica Bitdefender ha pubblicato una ricerca su una campagna di crimine online che prende di mira gli account Facebook usando in modo improprio la rete pubblicitaria di Meta, che possiede Facebook. L’obiettivo di questi attacchi è rubare gli account e acquisire dati personali. Se un utente clicca sulle pubblicità create dagli aggressori, scarica automaticamente un malware, chiamato NodeStealer, che ruba dati di mail, wallet di criptovalute e altro ancora.

La pubblicità online diventa un canale di diffusione di malware molto potente, fra l’altro: Bitdefender stima che siano stati almeno 100.000 i download potenziali in questo recente attacco e nota che con un singolo annuncio infettante si possono produrre 15.000 scaricamenti nel giro di 24 ore dal lancio della campagna pseudo-pubblicitaria.

Ci sono vari modi per difendersi da questo tipo di attacco: le autorità e le aziende di sicurezza informatica raccomandano di usare solo browser noti e aggiornati, e suggeriscono inoltre di installare un adblocker, cioè un’app che blocchi tutte le pubblicità. Tuttavia notano che è necessario scegliere gli adblocker con molta cautela, perché queste app vedono tutto il traffico di dati dell’utente (e devono farlo, per poter funzionare) e quindi potrebbero raccogliere dati personali. Inoltre ci sono stati casi di adblocker che hanno accettato pagamenti da alcuni inserzionisti per far passare indisturbate le loro pubblicità.

Un altro rimedio è impostare un filtro sulla propria rete informatica che blocchi il traffico dei siti pubblicitari conosciuti, come fa per esempio il software libero e gratuito Pi-hole, disponibile presso Pi-hole.net e installabile anche su dispositivi a bassissima potenza come i Raspberry Pi. In pratica si ottiene una sorta di scatolotto hardware che filtra e blocca tutti i siti pubblicitari ed è completamente controllabile dall’utente. Installare questi filtri, però, richiede competenze tecniche notevoli: se non le avete, potete chiedere aiuto a una persona esperta di fiducia.

Ne vale la pena: gli spot spariscono e la navigazione diventa molto più veloce, perché viene eliminato il peso delle immagini e dei video pubblicitari. Ma attenzione: molti siti, soprattutto quelli più piccoli, dipendono dalla pubblicità per vivere. Non a caso, YouTube ha avviato una campagna per tentare di bloccare l’uso di adblocker.

Se decidete di bloccare le pubblicità di un sito che trovate utile, insomma, è opportuno compensarlo in modi alternativi, come per esempio un abbonamento o una donazione. E se tutto questo vi sembra troppo complicato, c’è sempre la difesa più semplice: non cliccare mai sulle pubblicità, così non potranno scaricare malware sul vostro dispositivo.

Secondo Google, nessun paese africano inizia con la K

Google è di gran lunga il motore di ricerca più usato al mondo, ma ultimamente i suoi risultati lasciano un po’ a desiderare, tanto che numerosi utenti stanno passando ad alternative come DuckDuckGo.

La differenza è notevole, soprattutto perché DuckDuckGo non fa tracciamento delle attività di ricerca a scopo pubblicitario e non mette in primo piano risultati palesemente falsi, come quello che da qualche tempo sta generando parecchia ilarità fra gli utenti di Google: se chiedete a Google in inglese di dirvi il nome di un paese africano che inizia con la lettera K (sì, so che avete già in mente la risposta), Google risponde mettendo al primo posto un delirio senza senso: dice che “Benché vi siano in Africa 54 paesi riconosciuti, nessuno di essi inizia con la lettera K”, e già così commette un errore imbarazzante, ma poi prosegue dicendo che “quello che più vi si avvicina è il Kenya, che inizia con un suono ‘K’ ma viene effettivamente scritto con un suono ‘K’”.

DuckDuckGo, invece, risponde fornendo semplicemente link a elenchi di nomi di paesi africani, dai quali è facile estrarre quello che inizia con la K.

Perché Google fa un errore così ridicolo? La colpa è dell’azienda, che ha introdotto i cosiddetti snippet in primo piano, che sono risultati che dovrebbero “aiutare gli utenti a trovare più facilmente quello che stanno cercando” e sarebbero “particolarmente utili per le ricerche vocali o su dispositivi mobili”.

Ma questi snippet non stanno funzionando molto bene. A ottobre scorso ho segnalato in questo podcast il caso di Google che spiegava (si fa per dire) come fondere le uova. Anche in questo nuovo caso c’è lo zampino dell’intelligenza artificiale, usata maldestramente, perché Google ha preso questo risultato demenziale da una risposta di ChatGPT pubblicata su Emergent Mind

Ma gli algoritmi di Google non si sono resi conto che quella risposta è stata pubblicata, ed è stata linkata da molti utenti, non perché è corretta, ma perché è ridicolmente sbagliata.

Al momento in cui chiudo questo podcast Google continua a dichiarare che il Kenya non esiste, ma probabilmente anche questo errore sparirà a breve se verrà segnalato da un numero sufficiente di utenti tramite l’apposito link di feedback presente sotto il risultato. Ma per ora sembra che gli utenti si stiano divertendo troppo per segnalare questi e altri errori, e quindi non ci resta che ridere e diffidare dei risultati proposti dagli snippet in primo piano di Google.

Podcast RSI – Auto autonome, nuove leggi in Svizzera ma licenza revocata in USA. Perché?

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.


[CLIP: Audio di Johnny Cab da Atto di Forza (1990)]

Il governo svizzero si affianca a quello tedesco, quello britannico e quello francese gettando le basi giuridiche per consentire la guida autonoma, o almeno fortemente assistita, anche in Europa. Ma nel frattempo negli Stati Uniti è stata revocata la licenza di circolare alle auto autonome di Cruise, un’azienda che gestisce una flotta di robotaxi: automobili senza conducente, nelle quali i passeggeri paganti vengono trasportati in giro per le città. C’è un problema con l’intelligenza artificiale che sta alla base di queste auto che viaggiano da sole? Stiamo per caso adottando leggi troppo permissive?

Sono Paolo Attivissimo, e vi do il benvenuto alla puntata del 27 ottobre 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica e incentrato questa settimana sullo stato dell’arte nella guida autonoma e assistita. Allacciate le cinture!

[CLIP: Audio di Johnny Cab da Atto di Forza (1990)]

[SIGLA di apertura]

Auto autonome: nuove leggi le introducono in Svizzera…

Dal mondo iper-informatizzato della guida autonoma arrivano due notizie apparentemente contraddittorie. Il 18 ottobre scorso il governo svizzero ha pubblicato un’ordinanza che prepara il terreno, dal punto di vista giuridico, per l’introduzione delle automobili a guida assistita o autonoma sulle strade nazionali. Ma intanto negli Stati Uniti, che hanno già introdotto automobili completamente autonome in alcune regioni, la licenza di operare di una delle aziende del settore, Cruise, è stata revocata dalle autorità californiane parlando di “rischio irragionevole per la sicurezza pubblica”.

A prima vista sembra che la Svizzera stia aprendo pericolosamente le strade a una tecnologia che altri paesi hanno già provato e bocciato, ma non è così.

Per chiarire come stanno realmente le cose può essere utile prima di tutto un rapido ripasso della terminologia e della situazione legale di questi veicoli. Si parla di guida autonoma quando il veicolo viaggia senza avere a bordo un conducente e sono i computer di bordo a prendere tutte le decisioni di guida; quando invece il conducente c’è e resta responsabile della condotta del veicolo, si parla di guida assistita.

Molte automobili oggi disponibili sul mercato sono dotate di sistemi di guida assistita, come per esempio la frenata d’emergenza automatica, il mantenimento di distanza dal veicolo che precede o il mantenimento di corsia; esistono anche alcune auto equipaggiate con sistemi di guida autonoma, ma finora hanno circolato in Svizzera “solo con autorizzazioni eccezionali nel quadro di esperimenti”, come nota il recentissimo Rapporto esplicativo sull’ordinanza nazionale sulla guida automatizzata. Lo stesso rapporto sottolinea un altro concetto spesso frainteso: “l’attuale situazione giuridica esclude la possibilità di utilizzare su strada i sistemi di automazione conformemente alla loro destinazione d’uso”, dice, perché “[L]a legge sulla circolazione stradale […] prescrive che il conducente debba costantemente padroneggiare il veicolo […], il che implica nello specifico il divieto di lasciare il volante”. In altre parole, quei sistemi di guida assistita che tecnicamente consentirebbero di togliere le mani dal volante per qualche decina di secondi non sono legalmente utilizzabili in questo modo, come invece molti automobilisti credono di poter fare.

Anche quando il mantenimento di corsia è attivato e l’auto sterza da sola, insomma, allo stato attuale chi guida deve tenere le mani sul volante, deve essere costantemente pronto a intervenire, e la responsabilità della condotta del veicolo è sempre sua. La revisione della legge federale sulla circolazione stradale e questa ordinanza servono a consentire in futuro l’uso legale di assistenti di guida sempre più sofisticati, come sta già avvenendo per esempio nel Regno Unito e in Germania, dove in alcuni casi è possibile togliere le mani dal volante, tenendo però gli occhi sulla strada, ma solo su alcuni tratti autostradali e se si ha un’automobile dotata di assistenza di guida evoluta.

In ogni caso, le prodezze irresponsabili di chi pensa di poter schiacciare un pisolino o leggere il giornale mentre si fa portare dall’auto restano vietate. Anche perché questi sistemi di guida assistita o autonoma di fatto non sono ancora abbastanza maturi, capaci e affidabili tecnicamente da consentire questo tipo di prestazioni, a prescindere dal quadro legale.

L’approccio svizzero e in generale europeo, insomma, è molto prudente. Negli Stati Uniti, in Cina e in altri paesi extraeuropei, invece, circolano già sulle strade di alcune città molte auto a guida altamente assistita e anche flotte di automobili completamente autonome, usate come taxi senza conducente ed equipaggiate con una selva di sensori e computer. Le cose, però, non stanno andando molto bene.

…intanto che vengono bandite in USA? Non proprio

A San Francisco, per esempio, è già possibile da qualche mese chiamare taxi autonomi, privi di conducente e appartenenti ad aziende come Cruise e Waymo, che dopo un periodo di sperimentazione offrono ora corse a pagamento al pubblico.

Uno dei primissimi test pubblici delle auto autonome di Cruise (fonte: YouTube).
Un giro in robotaxi di Waymo regala qualche emozione e non poche sorprese (fonte: YouTube).

Ma il 24 ottobre scorso è arrivata la notizia che il Dipartimento dei Trasporti della California [California Department of Motor Vehicles] ha sospeso la licenza di uno di questi gestori, Cruise, che usa le automobili autonome fabbricate dalla General Motors.

Nei mesi scorsi si sono verificati alcuni incidenti e disagi legati alla circolazione di questi veicoli, che si sono fermati in mezzo alla strada, sono finiti nel cemento fresco di un cantiere stradale, hanno causato ingorghi radunandosi in massa e non hanno dato la precedenza ai mezzi di soccorso, con i quali si sono anche scontrati.

Tutte cose, va detto, che fanno ogni giorno anche moltissimi conducenti umani, senza che nessuno per questo chieda di revocare a tutti gli automobilisti le loro licenze. Gli errori umani, insomma, sono tollerati; quelli dei computer su ruote no.

La licenza di Cruise è stata revocata in seguito a un incidente grave avvenuto il 2 ottobre scorso e causato da un conducente umano, che ha investito un pedone e poi è fuggito. L’investimento ha spinto il pedone nella corsia sulla quale stava viaggiando un’auto autonoma di Cruise, che ha frenato immediatamente, in modo automatico, ma non ha potuto evitare l’impatto con il malcapitato pedone finitole davanti. La persona investita è rimasta intrappolata sotto il veicolo autonomo ed è ora ricoverata con ferite traumatiche multiple.

Fonte: YouTube.
Fonte: YouTube.
Fonte: YouTube.

Ma se l‘incidente è stato causato da un automobilista, cioè da un essere umano, perché è stata revocata la licenza di operare al gestore delle auto autonome?

La risposta si annida nell’annuncio di revoca e nell’ordine sospensivo pubblicati dal Dipartimento dei Trasporti californiano.

Da questi documenti risulta infatti che l’auto autonoma di Cruise, dopo aver frenato fino a fermarsi, intrappolando il pedone al di sotto del veicolo, ha iniziato a muoversi tentando di accostare. L’auto ha percorso così circa sette metri, raggiungendo una velocità di 11 chilometri orari, trascinando con sé il pedone già gravemente ferito. Un errore di comportamento del veicolo davvero grave, che però non è l’unica causa della revoca della licenza.

Infatti secondo il Dipartimento dei Trasporti, i rappresentanti di Cruise hanno mostrato alle autorità le riprese dell’investimento registrate dalle telecamere installate sull’auto autonoma, ma hanno omesso di mostrare le immagini che documentavano questa manovra di accostamento e di trascinamento della povera vittima e non hanno informato il Dipartimento dei Trasporti del fatto che quella manovra era avvenuta. Il Dipartimento dice di essere venuto a conoscenza di questa omissione soltanto grazie a una discussione con “un’altra agenzia governativa” di cui non fa il nome.

Cruise non concorda con questa ricostruzione degli eventi e osserva che se l’auto che ha investito inizialmente il pedone fosse stata autonoma anziché guidata da una persona, avrebbe rilevato ed evitato il pedone, stando alle sue simulazioni. Cruise nota inoltre che l’auto autonoma ha di fatto reagito in 460 millisecondi, cioè più rapidamente della maggior parte dei conducenti umani.

La revoca della licenza, quindi, non è stata causata solo dall’errore del veicolo: vi ha contribuito anche l’omissione di informazioni importanti da parte dei responsabili di Cruise. Mentre il conducente umano ha fatto perdere le proprie tracce, sembra che i rappresentanti dell’azienda di veicoli autonomi abbiano in un certo senso fatto qualcosa di analogo, cercando di far perdere le tracce dell’errore del proprio prodotto.

Il problema, insomma, non è solo la programmazione del software delle auto autonome, che si può sempre riscrivere e migliorare, ma è – come dire – la “programmazione” dei comportamenti dei responsabili di Cruise, che probabilmente è molto più difficile da correggere e rendere più trasparente.

[Dopo la chiusura di questo podcast è arrivata la notizia che Cruise ha sospeso le attività di guida autonoma in tutti gli Stati Uniti e ora le farà circolare soltanto con un supervisore umano a bordo (Wired)]

Nel frattempo, la concorrenza, cioè Waymo, continua a poter operare a San Francisco: segno che le autorità non sono diffidenti verso le automobili autonome in generale, ma diffidano dei responsabili umani delle aziende che le producono e che non sono adeguatamente trasparenti.

[Fonti aggiuntive: Electrek, ABC7news, Techcrunch, Techcrunch. Nota: Cruise ha pubblicato una ricerca secondo la quale i suoi veicoli autonomi sono più sicuri del conducente medio di San Francisco, ma è importante leggere attentamente i criteri della ricerca]

USA vs Europa, approcci differenti, miti da smontare

Le differenze di approccio giuridico alla guida assistita o autonoma nelle varie zone del mondo sono molto marcate, ma le esperienze acquisite in questi anni indicano alcuni princìpi universali che è utile conoscere per evitare equivoci e scelte di acquisto e uso imprudenti o addirittura illegali, suggerite da campagne di marketing a volte un po’ troppo ottimiste e poco chiare.

Per esempio, la guida autonoma di massa in ogni situazione che Elon Musk annunciava come imminente nel 2016 su Twitter per le sue Tesla continua infatti a essere imminente e il conducente di questi veicoli continua ancora oggi a essere legalmente responsabile della loro condotta e deve tenersi pronto a intervenire quando sbagliano, anche negli Stati Uniti.

Uno di questi princìpi universali è che la guida assistita e quella autonoma sono problemi informatici molto più complessi di quello che si immagina comunemente, nonostante l’impiego sempre più massiccio di intelligenza artificiale e di potenza di calcolo, perché l’ambiente in cui si svolgono queste attività è molto più vario, dinamico e ricco di situazioni imprevedibili di quello che si pensa normalmente, specialmente nel caso della guida cittadina.

Una soluzione a questi problemi è semplificare l’ambiente, e infatti i sistemi di guida assistita funzionano già ora piuttosto bene, e vengono offerti da numerose case costruttrici, specificamente sulle autostrade, dove normalmente si ha una singola direzione di marcia, le strisce delle corsie sono ben visibili e non ci sono semafori, incroci, pedoni e ciclisti. Ma basta anche lì un cantiere per mandarli in crisi.

Nel Regno Unito, per esempio, è entrato da poco in commercio il servizio di assistenza alla guida BlueCruise di Ford, nel quale il conducente resta responsabile della condotta del veicolo ma è legalmente autorizzato a togliere le mani dal volante anche per periodi prolungati e può togliere gli occhi dalla strada per qualche secondo, sorvegliato comunque da una telecamera interna che controlla costantemente la direzione del suo sguardo. Tuttavia BlueCruise funziona soltanto sulla rete autostradale di quel paese e il conducente deve tenersi sempre pronto a intervenire se si presenta una situazione che il sistema di guida assistita non è in grado di gestire.

In Germania, negli Stati Uniti e in Cina, invece, è possibile usare Drive Pilot, l’assistente di guida di Mercedes, che è una delle poche case costruttrici che si assume la responsabilità legale in caso di incidenti e offre al conducente un sistema che gli permette di togliere le mani dal volante e anche gli occhi dalla strada. Tuttavia Drive Pilot funziona soltanto su tratti autostradali molto specifici, solo di giorno, fuori dalle gallerie e a velocità ridotta (sotto i 60 km/h), e comunque non consente pennichelle o altre distrazioni importanti, visto che dà un preavviso di soli dieci secondi prima di disattivarsi se rileva una situazione che non è equipaggiato peraffrontare.

Visto che si tratta di gestire oggetti che pesano due tonnellate o più, sono lanciati a velocità elevate in ambienti affollati e portano passeggeri preziosi, è comprensibile che ci sia molta prudenza tecnica e legale intorno a questi sistemi. Lasciando da parte i facili entusiasmi del marketing e degli YouTuber, è proprio il caso di dire che per ora la guida assistita e quella autonoma devono ancora fare molta strada.

Podcast RSI – Addio password, benvenuta passkey?

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: rumore di tastiera vecchio stile con “beep” multiplo di errore di immissione]

Addio, rumorosa e frustrante digitazione di password complicate: Google, Microsoft, Apple e molte altre aziende del settore informatico stanno spingendo gli utenti ad abbandonare le password in favore delle passkey, promettendo maggiore facilità d’uso e sicurezza. Questa facilità e sicurezza, però, si conquistano solo dopo aver imparato cosa sono e come funzionano queste passkey.

La transizione è inevitabile, per cui se volete conoscere questa novità, capire perché è davvero necessaria e adottarla in maniera indolore, o almeno in modo da ridurre il più possibile la scomodità, siete nel posto giusto; state ascoltando la puntata del 20 ottobre 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica e dedicato in questo caso, appunto, alle passkey. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

A partire dal 10 ottobre scorso, Google sta cominciando a chiedere agli utenti di passare dalle password alle passkey [immagine qui sopra]. Microsoft ha incluso il supporto alle passkey nell’aggiornamento di settembre di Windows 11, e Apple lo integra già a partire da iOS 16 e macOS 13.

Nonostante l’assonanza, una passkey è molto differente da una password. La password è una sequenza di caratteri che dobbiamo immettere per accedere a un account o a un servizio. La passkey, invece, non si deve digitare: è un codice custodito in parte sul nostro dispositivo e in parte sul server che gestisce un servizio online. Le due parti sono protette dalla crittografia a chiave pubblica, secondo uno standard aperto adottato da quasi tutte le principali aziende informatiche.

Il vantaggio principale delle passkey è che per accedere a un’app o a un sito non abbiamo più bisogno di digitare una password. Se accediamo usando uno smartphone, è sufficiente sbloccarlo usando il nostro PIN o l’impronta digitale o il riconoscimento facciale (o, per i più paranoici, un cosiddetto token di sicurezza hardware). Se accediamo usando invece un computer, è sufficiente avere il nostro smartphone nelle vicinanze del computer: sul telefono comparirà una richiesta di sblocco, e se la accettiamo il computer verrà autorizzato. Non ci servono più codici supplementari ricevuti via SMS o generati da app separate per l’autenticazione a due fattori.

L’altro vantaggio fondamentale è che le passkey resistono alle tecniche di furto più diffuse, come il phishing o il keylogging. Nel phishing, la vittima viene convinta con l’inganno a immettere la password in un sito che sembra quello reale ma è in realtà una copia gestita dai truffatori; nel keylogging, l’aggressore intercetta tutto quello che scriviamo con la tastiera e quindi riceve anche la password. Ma se usiamo le passkey, non c’è più nulla di intercettabile. Se un sito che usiamo viene attaccato, non è più possibile rubarne l’archivio delle password, perché non c’è: al suo posto ci sono le passkey parziali, che però sono inutilizzabili senza la parte di passkey che risiede sul nostro dispositivo.

Le passkey eliminano anche uno dei pericoli più frequenti delle password: dimenticarsela. Qui non c’è più nulla da dimenticare, perché è tutto memorizzato nel nostro dispositivo. Di conseguenza, viene eliminato anche un altro rischio ricorrente, ossia l’abitudine diffusissima di usare la stessa password dappertutto, col risultato che se un aggressore scopre la password di uno dei nostri account ha automaticamente le password di tutti gli altri. Con le passkey, invece, ogni servizio ha automaticamente una credenziale differente.

Una volta tanto, insomma, siamo di fronte a un’innovazione tecnologica che ci chiede di fare meno cose di prima in cambio di maggiore sicurezza. Ma in pratica, come funziona?

Passkey in pratica: proteggere un account Google

Moltissimi utenti hanno un account Google, per cui descrivere come si migra dalle password alle passkey per il proprio account Google su un computer, tablet o smartphone è un buon esempio generale.

Per prima cosa entrate nel vostro account Google con un browser (per esempio Chrome o Safari), dando la password come consueto. Nella sezione Sicurezza troverete l’opzione Inizia a utilizzare le passkey. Cliccando su Usa passkey verrà creata una passkey per il vostro account Google. Tutto qui.

Da quel momento in poi non avrete più bisogno di digitare la vostra password di Google su quel dispositivo e sarà sufficiente usare il suo sistema di sblocco, che può essere un PIN, un sensore di impronte digitali o una telecamera con riconoscimento facciale.

Per chi ha uno smartphone Android, la passkey di Google normalmente è già stata generata automaticamente e non occorre fare nulla.

Per gli iPhone, invece, è necessario prima attivare il Portachiavi di iCloud e l’autenticazione a due fattori. Se non sono attivi, l’iPhone invita automaticamente ad attivarli. Poi si va nell’account Google, sempre nella sezione Sicurezza, e si clicca su Usa passkey.

La procedura per Windows 11 è sostanzialmente la stessa, con la differenza che si può scegliere dove viene salvata la passkey: sul computer stesso oppure su un altro dispositivo collegato. Se la si salva su un altro dispositivo, per usare la passkey quel dispositivo dovrà essere fisicamente vicino al computer. Se la si salva localmente, per usare la passkey bisognerà digitare il PIN di accesso a Windows oppure usare il riconoscimento facciale o l’impronta digitale.

Per chi usa Linux e ChromeOS, invece, il supporto alle passkey è normalmente limitato a quelle passkey salvate su un dispositivo esterno (per esempio un telefono o una chiave hardware).

Non vi preoccupate se vi perdete qualche passaggio di queste istruzioni effettivamente piuttosto complicate: le trovate descritte in dettaglio presso Disinformatico.info.

È importante ricordare che le passkey normalmente si affiancano alle password e non le sostituiscono; diventano però il primo metodo di autenticazione che viene proposto. Questo vuol dire che per ora è ancora possibile accedere agli account protetti da passkey anche usando le password di quegli account e di conseguenza, le password vanno ancora custodite con attenzione e devono essere ancora robuste e differenti, ma non è più necessario usarle.

L’altra questione importante da ricordare è che al momento molti siti non supportano ancora le passkey. Fra quelli che le supportano ci sono per esempio 1Password, Amazon, Okta, PayPal, Shopify, Kayak, iCloud, eBay, Uber, Adobe, Nintendo, TikTok e GitHub, ma a volte lo fanno solo in alcuni paesi [dopo la chiusura di questo podcast si è aggiunto anche WhatsApp su Android]

Non c’è comunque bisogno di rincorrere le notizie e gli aggiornamenti: se un sito o un’app inizia a supportare le passkey, il vostro dispositivo ve lo segnalerà automaticamente la prossima volta che vi accederete. In ogni caso, un elenco aggiornato dei siti che adottano le passkey è disponibile presso Passkeys.directory, mentre l’elenco dei dispositivi e browser supportati è presso il sito Passkeys.dev.

Le paure più frequenti

Le passkey sono un concetto nuovo, a differenza delle password, per cui è comprensibile che ci sia una certa riluttanza mista a diffidenza e che circolino molte preoccupazioni. Per esempio, si teme che se si perde il dispositivo sul quale risiede una passkey di un account diventi impossibile accedere a quell’account, ma in realtà si può continuare ad accedervi tramite la tradizionale password, almeno per ora, e si possono sempre usare i codici di recupero d’emergenza che ogni utente prudente dovrebbe aver salvato.

Un’altra ansia frequente è che se un aggressore si impossessa di uno smartphone sul quale risiedono delle passkey e quello smartphone è stato sbloccato dall’utente, l’aggressore avrà così accesso diretto agli account gestiti dalle passkey. Ma non è così, perché se ci proverà gli verrà chiesto di nuovo di far leggere l’impronta digitale o eseguire il riconoscimento facciale o immettere il PIN.

Alcuni utenti giustamente sensibili alla privacy sono contrari alle passkey perché richiedono di fornire un’impronta digitale o una scansione del proprio volto al gestore del servizio di passkey. Ma in realtà questi dati biometrici non lasciano mai il dispositivo dell’utente, e se si usa già il sensore d’impronte o la telecamera per sbloccare il telefono tanto vale usarlo anche per le passkey. In ogni caso, se non si vogliono fornire al dispositivo né impronte né immagini del proprio volto, ci si può sempre autenticare usando la password di sblocco del dispositivo, che vale anche per le passkey.

Altri utenti non si fidano di Apple, Microsoft o Google e quindi non vogliono che la parte segreta della passkey, quella che risiede sul dispositivo dell’utente, venga trasmessa a queste aziende quando si fa la sincronizzazione dei dati o quando si copia una passkey da un dispositivo a un altro. Anche questa preoccupazione, però, è infondata, perché in realtà la parte segreta della passkey non viene mai trasmessa in forma utilizzabile da terzi, perché è crittografata end-to-end, e anche se queste aziende o altre organizzazioni fossero capaci di superare questa crittografia non potrebbero usare le passkey senza essere fisicamente vicine al dispositivo dell’utente.

Insomma, le passkey sono una tecnologia nascente ma robusta e pensata bene per le esigenze degli utenti comuni, che comprensibilmente vogliono un sistema di autenticazione semplice da usare ma resistente agli attacchi. Ed è chiaro, dalle storie quotidiane di password perse, dimenticate o rubate e di account violati o irrecuperabili, che il sistema tradizionale scricchiola da tempo sotto il peso della sua complessità eccessiva. Vale quindi la pena di provare ad abituarsi adesso alla comodità di autenticarsi semplicemente appoggiando un dito su un sensore. È sicuramente meglio che avere la stessa password dappertutto e avere come password il nome seguito dall’anno di nascita.

Non lo fa più nessuno, vero? Vero?

Fonti aggiuntive: TechCrunch, Google, Ars Technica.

Podcast RSI – Vaccinarsi contro le fake news: il “prebunking”

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: Audio di uno degli attacchi di Hamas]

Il recente attacco di Hamas in Israele ha scatenato una nuova ondata di disinformazione sui social network, tanto che l’Unione Europea ha inviato una lettera di monito a X, il social nework un tempo noto come Twitter, avvisando che la sua mancata rimozione delle fake news su questo terribile tema rischia di essere in violazione delle leggi europee. Ma tutti i social network sono da sempre bacino fertile per le informazioni false e pubblicare le smentite sembra essere inutile.

Due università britanniche, però, propongono un’altra soluzione: la cosiddetta teoria dell’inoculazione. Una sorta di “vaccinazione” contro le fake news, un’azione preventiva che permetterebbe alle persone di diventare più resistenti alla disinformazione in generale e di respingerla, come avviene con le malattie. Il procedimento che descrivono è semplice e indolore, e si può eseguire in tanti modi, anche attraverso giochi online e persino tramite un podcast come questo.

Benvenuti alla puntata del 13 ottobre 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

X e i social non fanno abbastanza contro le fake news

Pochi giorni fa Thierry Breton, Commissario per il mercato interno dell’Unione Europea, ha inviato una lettera aperta a Elon Musk, avvisandolo che il suo social network, noto per anni come Twitter e ora chiamato X, viene usato per diffondere disinformazione e contenuti illegali, violenti e terroristici dopo l’attacco di Hamas a Israele e che nonostante le segnalazioni fatte anche dalle autorità X non ha rimosso prontamente questi contenuti, come è invece richiesto dalle leggi europee e in particolare dal Digital Services Act, entrato in vigore a novembre scorso. Una inadempienza continuata potrebbe portare a sanzioni economiche considerevoli contro X e anche alla sospensione del servizio in Europa (BBC).

[Bretton ha inviato analoga intimazione a Meta (RSIReuters); dopo la chiusura del podcast ha inviato a X anche richiesta formale in base al DSA]

Questo monito fa il paio con un recente rapporto dell’Unione Europea che indica che la disinformazione è più prevalente su X che sugli altri social network (Ars Technica).

Questa piaga, insomma, continua a diffondersi e le azioni prese fin qui non sembrano essere state efficaci nel contrastarla. Le notizie false viaggiano velocissime, ma le loro smentite non riescono a fare altrettanto: il cosiddetto debunking, ossia la spiegazione pubblica e documentata delle bugie diffuse dalle fake news, pare poco efficace.

Per citare Jonathan Swift, le falsità volano, mentre la verità le rincorre zoppicando (“Falsehood flies, and the Truth comes limping after it”, in The Examiner, 1710). Se vi ricordavate questa citazione in una forma differente, qualcosa del tipo “una bugia fa mezzo giro del mondo nel tempo che ci mette la verità a infilarsi le scarpe”, e ve la ricordate attribuita a Mark Twain, confermate involontariamente questo fenomeno, perché Twain non ha mai detto nulla del genere, come hanno scoperto gli esperti di Quote Investigator, ma la falsa attribuzione continua a girare nonostante la smentita sia pubblicamente disponibile da tempo.

Un recente lavoro delle università britanniche di Cambridge e Bristol propone invece un approccio preventivo, che consiste nel dare alle persone gli strumenti per riconoscere facilmente i sintomi tipici dei tentativi di disinformazione e quindi, in un certo senso, dare loro gli “anticorpi” digitali necessari per contrastare la malattia della disinformazione. I ricercatori etichettano questo approccio con un nome molto formale, ossia teoria dell’inoculazione, attingendo proprio al lessico medico delle vaccinazioni, ma a volte usano anche un termine più conciso, ossia prebunking: in pratica, un debunking preventivo.

Il lavoro di queste università è disponibile presso il sito Inoculation.science, e sulla rivista Science Advances è stato pubblicato nel 2022 un articolo scientifico (Psychological inoculation improves resilience against misinformation on social media) che spiega come funziona il prebunking e dimostra che è efficace.
Vediamo insieme quali sono i suoi ingredienti e come metterli in pratica.

Il vaccino anti-fake news

La teoria dell’inoculazione psicologica, per citarla con il suo nome completo, non è una novità: viene già studiata da una sessantina d’anni e si basa su due componenti fondamentali. Il primo è un preavviso emotivo, che dice che sta per arrivare un attacco a un’idea alla quale crediamo e ci mette in guardia; il secondo è una microdose indebolita di disinformazione, che contiene già una smentita preventiva.

Per esempio, si può diffondere un preavviso emotivo che segnali che ci sono persone che cercheranno di convincerci che la Terra è piatta e poi si possono spiegare le prove della rotondità della Terra e indicare quali sono gli errori di ragionamento dei terrapiattisti.

Il limite di questo approccio è che la smentita è specifica, un po’ come i vaccini biologici. Questo tipo di inoculazione rende quindi più resistenti a una singola tesi alternativa. Ma ogni giorno nascono e si diffondono nuove tesi di complotto, e servirebbe un numero infinito di inoculazioni psicologiche mirate.

Così, i ricercatori propongono oggi una nuova versione di questo metodo: invece di tentare di smontare preventivamente ogni singola teoria di complotto o diceria falsa, suggeriscono di concentrarsi sul riconoscimento delle tecniche di manipolazione e sulle strategie retoriche usate abitualmente dalla disinformazione di ogni genere. Questo permette di usare una singola “vaccinazione” generalista che vale per tutte le situazioni, offrendo una resistenza ad ampio spettro alle notizie false.

Per mettere alla prova questo approccio, i ricercatori hanno creato dei brevi video che presentano cinque tecniche di manipolazione che si incontrano spesso nella disinformazione.

  • La prima tecnica è il linguaggio emotivo. Le ricerche mostrano che l’uso di parole emotivamente cariche aumenta il potenziale di diffusione di un messaggio, specialmente se queste parole evocano sentimenti negativi come la paura, il disprezzo o l’indignazione. Per esempio, il titolo “Aumenta la disoccupazione giovanile” è una descrizione neutra di un fatto e lascia relativamente indifferenti. Ma “Giovani sempre più angosciati e senza lavoro” ha un impatto emotivo molto più forte.


  • La seconda tecnica è l’incoerenza, cioè l’uso di due o più argomentazioni che non possono essere tutte vere e si contraddicono. Per esempio, i terrapiattisti sostengono che gli scienziati nascondono la verità sulla forma della Terra, ma poi citano quegli stessi scienziati quando dicono qualcosa che sembra sostenere la teoria della Terra piatta. La maggior parte della gente non nota queste incoerenze se non viene abituata a cercarle.


  • La terza tecnica di manipolazione usata dalla disinformazione e descritta dai ricercatori è la falsa dicotomia o falso dilemma, che consiste nel presentare due alternative come se fossero le uniche possibili e nascondere il fatto che in realtà quelle alternative non si escludono a vicenda e che ci sono anche altre soluzioni. In uno dei loro video, i ricercatori citano come esempio Star Wars e in particolare Anakin Skywalker e il suo celebre “Se non sei con me, sei il mio nemico!”, rivolto al suo mentore e maestro Obi-Wan Kenobi [CLIP: Anakin vs Obi-Wan, da La vendetta dei Sith]. È una falsa dicotomia, perché non essere d’accordo non vuol dire per forza essere nemici; si può anche criticare una persona alla quale si vuole bene. E infatti Obi-Wan risponde perfettamente: “Soltanto un Sith vive di assoluti”.


  • Al quarto posto delle tecniche adoperate dai seminatori di fake news c’è l’indicazione del capro espiatorio: dare la colpa di un problema comune a qualcuno, o a un gruppo di persone, che non c’entra nulla. I ricercatori citano South Park – Il Film, in cui i genitori indignati decidono che i comportamenti antisociali dei loro figli sono colpa del Canada [CLIP: brano della canzone Blame Canada tratta dal film], ma la storia e la cronaca sono piene, purtroppo, di esempi tragici di questo genere.


  • Quinta, ma non ultima, è la tecnica dell’attacco ad hominem, ossia prendere di mira la persona che propone un’argomentazione invece di discutere la validità o meno di quello che dice. È un metodo classico, che serve per sviare l’attenzione dal vero tema e dirigerla contro un individuo. È vero che la credibilità di chi propone un messaggio a volte può essere pertinente, come nell’esempio, proposto dai ricercatori, di un fabbricante di sigarette che dovesse presentare uno studio che sostiene che il fumo non fa male, ma di solito gli attacchi ad hominem si concentrano su qualche caratteristica della persona che non c’entra nulla con l’argomento, magari un attributo fisico o la sua nazionalità.


Oltre ai video, i ricercatori hanno anche realizzato dei giochi online che simulano le attività sui social network e insegnano ai giocatori a riconoscere queste tecniche di manipolazione. L’obiettivo, insomma, è allenare le persone a notare i sintomi tipici dei tentativi di influenzarle. La speranza è che se questi sintomi vengono notati, verranno neutralizzati.

Sembra un’idea interessante, ma funziona davvero?

Risultati del prebunking

I ricercatori hanno messo alla prova la propria teoria in due modi: hanno presentato a gruppi di soggetti questi video di inoculazione, che mettevano in guardia contro queste tecniche di manipolazione, oppure dei video neutri, e poi hanno proposto a questi soggetti degli esempi di post nello stile di Twitter/X e Facebook. Alcuni di questi post usavano le tecniche segnalate; altri no. Un esperimento analogo è stato realizzato anche su YouTube, con una campagna pubblicitaria ad ampio raggio che ha raggiunto oltre cinque milioni di persone.

I dati di entrambi i test indicano che chi è stato inoculato contro le tecniche di disinformazione migliora la propria capacità di riconoscere le situazioni che usano queste tecniche, diventa più abile nel distinguere i contenuti affidabili da quelli inattendibili e tende a condividere meno contenuti ingannevoli rispetto a chi non ha ricevuto questa inoculazione.

Nell’esperimento fatto su YouTube, quindi in condizioni meno da laboratorio e più vicine alla realtà dei social network, il riconoscimento delle tecniche è aumentato in media del 5%; non è tantissimo, ma i ricercatori notano che il costo di una campagna di inoculazione contro le fake news fatta in questo modo è modestissimo (circa 5 centesimi per ogni visualizzazione del video), per cui sembra che valga la pena di fare l’investimento, soprattutto se si riesce a convincere i social network a sostenere almeno in parte i costi di una campagna socialmente utile.

Il prebunking fatto sui sintomi generici della disinformazione, invece di affrontare le singole teorie, ha anche un altro vantaggio importante oltre al suo ampio spettro di efficacia: evita di prendere di petto una visione del mondo emotivamente radicata e di creare una situazione di rifiuto e chiusura.

Soprattutto nelle tesi complottiste, infatti, la credenza non si basa solo sulle informazioni false, ma si fonda anche sulle emozioni legate a quelle informazioni e al senso di appartenenza a un gruppo che condivide quella credenza e quelle emozioni. Chiunque abbia un amico o un familiare rapito dalle tesi di cospirazione si riconosce esattamente in questa descrizione. Cercare di smontare una situazione del genere correggendo solo le informazioni sbagliate non funziona, perché la correzione diretta viene vista come un attacco frontale al proprio sistema di valori e quindi viene respinta in blocco. Un prebunking indiretto, nel quale ci si limita a far notare certe incongruenze di contorno, ha più possibilità di fare lentamente breccia.

Dato che è molto difficile sradicare credenze basate sulla disinformazione, la ricerca si sta insomma orientando verso metodi che aiutino le persone a resistere alla disinformazione in partenza, preventivamente, e questo approccio di inoculazione, ispirato dalla medicina e mirato a far crescere nelle persone gli “anticorpi mentali” generalisti che permettano di riconoscere e neutralizzare i tentativi di manipolazione emotiva più diffusi, sembra una strada promettente contro le teorie complottiste e le forme di disinformazione presenti e future.

Resta ancora da capire quali siano i canali e i messaggeri più efficaci per la comunicazione di questi anticorpi, quanto duri l’effetto dell’inoculazione e se ci sia un effetto anche su chi è già stato colpito dal virus della disinformazione. Ma questo approccio sicuramente costa poco, la prima dose l’avete già ricevuta tramite questo podcast, e l’unico effetto collaterale è un’opinione pubblica che si fa manipolare meno facilmente. Tutto sommato, sembra un rischio accettabile.