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Podcast RSI – Story: La beffa dei cookie rifiutati

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Ultimo aggiornamento: 2024/04/25 8:35.

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: Voce sintetica che legge tediosamente un avviso di cookie]

Se provate a cliccare su “Rifiuto” quando un sito vi chiede se accettate o rifiutate i cookie, due siti su tre in Europa ignoreranno la vostra richiesta. Quella irritantissima, onnipresente finestrella che da anni compare quando visitiamo un sito per la prima volta sembra essere insomma una totale perdita di tempo. Perlomeno questo è il risultato di un esperimento svolto recentemente da un gruppo di ricercatori del Politecnico federale di Zurigo su un campione di quasi centomila siti popolari europei.

Questa è la storia dei cookie, del perché esistono, del motivo per cui siamo assillati da queste richieste di accettarli o rifiutarli, e di questa ricerca che a quanto pare mina alla base la loro esistenza.

Benvenuti alla puntata del 19 aprile 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Cookie, biscottini che vengono da lontano

Cookie, che in inglese americano vuol dire letteramente “biscotto”, è un termine informatico che arriva dagli anni Ottanta del secolo scorso, quando lo si usava nei sistemi UNIX per indicare un pacchetto di dati ricevuto da un programma e restituito intatto al sistema informatico che glielo aveva mandato.

La stessa idea fu adottata anche per Internet e in particolare per il Web: nel 1994, ossia trent’anni fa, i cookie furono usati per la prima volta da uno dei primissimi browser, Netscape (ve lo ricordate?). Servivano per sapere se un utente aveva già visitato il sito di Netscape in precedenza. Il cookie era, ed è tuttora, semplicemente un file che viene scritto sul computer dell’utente dal sito visitato da quell’utente e contiene delle informazioni che quel sito può leggere in un secondo momento. Per esempio, se un utente fa una serie di acquisti su un sito, il contenuto del carrello della spesa virtuale può essere salvato in un cookie, così se cade la connessione l’utente non deve ricominciare tutto da capo.

All’epoca, trent’anni fa, l’esistenza dei cookie era sconosciuta alla maggior parte degli utenti. I cookie erano soltanto una soluzione tecnica, per addetti ai lavori: una delle tante che venivano sviluppate in quel periodo frenetico di evoluzione di Internet. Ma un articolo del Financial Times [This bug in your PC is a smart cookie, 12/2/1996] ne parlò ampiamente a febbraio del 1996, facendo notare le implicazioni di privacy dell’uso dei cookie e scatenando l’interesse dell’opinione pubblica.

L’articolo del Financial Times che portò i cookie alla ribalta.

Da quel debutto lontano i cookie hanno fatto molta strada, e sono diventati utilissimi per ricordare per esempio le preferenze di lingua o di aspetto di un sito, in modo da non doverle tediosamente reimpostare ogni volta che si visita quel sito, ma sono diventati anche una delle forme di tracciamento più usate su Internet per la profilazione commerciale degli utenti. Quelle implicazioni di privacy accennate tre decenni fa si sono avverate, insomma, e oggi i grandi operatori commerciali e le agenzie pubblicitarie usano i cookie per pedinare virtualmente gli utenti e osservare i loro interessi di navigazione. Oltre il 90% dei siti web traccia gli utenti e raccoglie dati personali.

Il rischio di abuso era troppo alto, e così nel corso degli anni sono state emesse varie direttive europee sulla privacy digitale che hanno fatto scuola anche in buona parte del resto del mondo. È il caso, per esempio, della direttiva ePrivacy del 2002 e in particolare del GDPR, entrato in vigore nel 2018. Ed è a quel punto che sono comparse in massa nei siti le finestre di richiesta di accettare o rifiutare i cookie.

Il GDPR, infatti, ha imposto ai siti di informare gli utenti del fatto che venivano tracciati e di come venivano tracciati tramite i cookie, e la finestra di richiesta (tecnicamente si chiama cookie notice) ha risolto quest’obbligo. Perlomeno dal punto di vista dei siti. Dal punto di vista degli utenti, invece, questa finestra incomprensibile, con i suoi discorsi su “cookie tecnici, cookie di funzionalità, cookie di profilazione e pubblicità mirata”, è stata percepita principalmente come una scocciatura, anche perché alla fine per poter usare i siti era quasi sempre necessario accettare questi benedetti cookie e quindi c’era ben poca scelta concreta.

E così siamo diventati un po’ tutti bravi cliccatori automatici del pulsante “Accetta tutti”, ma in sostanza non è cambiato nulla e continuiamo a essere profilati nelle nostre navigazioni.

Ricerca: il 65% dei siti web probabilmente ignora la richiesta di rifiuto dei cookie

L’articolo dei ricercatori del Politecnico di Zurigo, disponibile presso Usenix.org, spiega il metodo usato per documentare con i dati quello che molti utenti sospettano da tempo: i ricercatori hanno adoperato il machine learning, una particolare branca dell’intelligenza artificiale, per automatizzare il processo di interazione con queste richieste di cookie dei siti. Questo ha permesso di estendere la ricerca a ben 97.000 siti fra i più popolari, scelti fra quelli che si rivolgono principalmente a utenti dell’Unione Europea, includendo siti scritti in ben undici lingue dell’Unione.

Con questo approccio, i ricercatori hanno potuto inoltre includere vari tipi differenti di avviso per i cookie e hanno potuto distinguere addirittura i vari tipi di cookie richiesti, ossia quelli necessari per il funzionamento del sito (i cosiddetti cookie tecnici) e quelli usati dai pubblicitari per tracciare i visitatori del sito (i cosiddetti cookie di profilazione), e sono riusciti anche a distinguere l’uso conforme o non conforme di questi cookie.

In pratica, il software sviluppato dai ricercatori ha interagito con gli avvisi per i cookie di questi siti nello stesso modo in cui lo avrebbe fatto una persona, ossia riconoscendone il testo e agendo di conseguenza, adattandosi alle singole situazioni, cliccando su “Accetto” o “Rifiuto” a seconda dei casi e acquisendo una copia dei cookie lasciati dal sito per verificare quali dati venivano acquisiti nonostante il rifiuto. Questo è il tipo di ricerca per il quale l’intelligenza artificiale risulta efficace e rende fattibili studi che prima sarebbero stati impossibili o assurdamente costosi.

I risultati, però, sono sconsolanti: oltre il 90% dei siti visitati con il software scritto dai ricercatori contiene almeno una violazione della privacy. Ci sono violazioni particolarmente vistose, come la mancanza totale di un avviso per i cookie nei siti che usano i cookie per la profilazione dei visitatori, che secondo i ricercatori si verifica in quasi un sito su tre, ossia il 32%.

Il 56,7% dei siti esaminati non ha un pulsante che consenta di rifiutare i cookie ma ha solo un pulsante per accettarli. I siti che hanno questo pulsante di rifiuto e fanno profilazione commerciale tramite cookie nonostante l’utente abbia rifiutato la profilazione sono il 65,4%. Fra i siti che usano i cookie di profilazione, uno su quattro, ossia il 26%, non dichiara di farlo.

Un altro dato interessante che emerge da questa ricerca è che i siti più popolari sono quelli che hanno la maggior probabilità di offrire un avviso per i cookie e un pulsante per rifiutarli e che maggiormente dichiarano di profilare gli utenti, ma sono anche i siti che tendono a ignorare maggiormente il rifiuto degli utenti o a presumere un consenso implicito. In altre parole, dicono i ricercatori, “i siti popolari mantengono una facciata di conformità, ma in realtà rastrellano più dati degli utenti di quanto facciano i siti meno popolari.”

Che si fa?

È facile pensare che a questo punto i ricercatori abbiano in sostanza stilato un enorme elenco di siti inadempienti, da portare subito in tribunale o di fronte a un’autorità per la protezione dei dati, ma non è così. A differenza di molte altre ricerche condotte usando software di intelligenza artificiale, in questa viene messo molto in chiaro che una procedura automatica di questo tipo ha un rischio di falsi positivi troppo elevato, circa il 9%, e che quindi le segnalazioni fatte dall’intelligenza artificiale andrebbero controllate una per una. In altre parole, il metodo in generale funziona e permette di valutare la scala del problema, ma non è sufficientemente preciso da poter puntare automaticamente il dito sui singoli siti che non rispettano le norme.

Questo non vuol dire che tutta questa ricerca sia inutile all’atto pratico perché tanto non consente di intervenire. Anzi, lo scopo dei ricercatori è fornire per la prima volta uno strumento che finalmente consenta una “analisi su vasta scala, generale e automatizzata, della conformità degli avvisi per i cookie”, ben più ampia di tutti gli studi precedenti, e che permetta quindi una vigilanza maggiore di quella attuale, che è manuale, per identificare i violatori delle norme.

La vigilanza manuale ha già colpito parecchie volte. Per esempio, i ricercatori notano che l’agenzia francese per la protezione dei dati, il CNIL, ha multato Amazon per 35 milioni di dollari perché elaborava dati personali senza aver prima ottenuto il consenso dell’utente e segnalano anche che lo stesso CNIL ha multato Google e Facebook, rispettivamente per 150 e 90 milioni di euro, perché non fornivano un pulsante di rifiuto ma solo quello di accettazione dei cookie e chiedevano agli utenti di andare nelle impostazioni per rifiutare i cookie.

Anche con i controlli puramente manuali, insomma, le sanzioni arrivano, ma a quanto pare sono ancora moltissimi i siti che preferiscono rischiare le multe e sperano di farla franca perché le probabilità di essere scoperti sono state finora scarse e un’eventuale multa veniva messa in conto come semplice costo operativo. Ma questa tecnica proposta dei ricercatori potrebbe cambiare la situazione.

Staremo a vedere, e nel frattempo continueremo a cliccare.

Podcast RSI – Story: Deepfake fra plagio, abuso e autodifesa

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Ultimo aggiornamento: 2024/04/18 8:30.

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Deepfake. È la parola usata per indicare la tecnica informatica che permette di sostituire il volto di una persona con un altro, in foto e in video, usando l’intelligenza artificiale, in maniera molto realistica. Così realistica che, se il deepfake è fatto bene, la maggior parte delle persone non si accorge affatto che si tratta di un volto sostituito.

Per molti utenti, deepfake è sinonimo di molestia, di truffa, ma per altri invece è un’occasione di lavoro, di scoperta della propria personalità, e addirittura di protezione personale.

Benvenuti alla puntata del 12 aprile 2024 del Disinformatico, che stavolta racconta due casi molto differenti di applicazione di deepfake che spaziano dal plagio alla molestia fino all’autodifesa, e presenta le nuove regole di Meta per la pubblicazione di deepfake e immagini sintetiche in generale. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Influencer virtuali in crescita ma sotto attacco deepfake

Pochi mesi fa, a dicembre 2023, vi ho raccontato la mia esplorazione del fenomeno delle cosiddette influencer virtuali: persone che non esistono, le cui immagini e i cui video sono generati dall’intelligenza artificiale. Identità che sono pilotate da persone reali che scelgono le loro pose, il loro vestiario e le loro apparizioni sui social network.

Una delle più celebri influencer virtuali è la spagnola Aitana Lopez, gestita da un’agenzia di moda di Barcellona: oggi ha oltre 300.000 follower su Instagram (@fit_aitana) e fa guadagnare i suoi creatori tramite i contratti pubblicitari e la vendita di foto piccanti su piattaforme per adulti come Fanvue.

L’idea dell’influencer virtuale, quasi sempre al femminile (anche se c’è qualche raro, timido tentativo al maschile), piace molto al mercato: costa molto meno di una modella o di una influencer in carne e ossa, non si lamenta delle ore di lavoro o dei vestiti scomodi, non si stanca, non invecchia, non ingrassa e non ha spese di trasferta. Se una campagna pubblicitaria ha bisogno di un volto o di un corpo che attirino l’attenzione o semplicemente indossino un certo prodotto, può rivolgersi a questi personaggi sintetici a basso costo e alta efficienza. Nessuno del pubblico si accorgerà che si tratta di immagini generate dall’intelligenza artificiale.

Creare questi personaggi virtuali è abbastanza semplice: ero riuscito anch’io a creare un clone molto realistico di Aitana Lopez, con l’aiuto di una coppia di persone esperte di grafica digitale. La parte difficile è guadagnarci qualcosa, cercando sponsor o contratti pubblicitari e scansando le offerte truffaldine di una selva di sedicenti promotori che si fanno pagare promettendo di farti avere tanti follower (tutti falsi). Ho chiuso il mio esperimento senza rimetterci soldi, ma ho continuato a seguire gli sforzi di chi mi aveva aiutato e che ora comincia a vedere i primi guadagni. Qualche foto per la copertina di un CD o di una playlist di una band emergente, qualche illustrazione per piccoli eventi, qualche fotografia sexy venduta online, tanti contenuti pubblicati diligentemente tutti i giorni, e i follower, soprattutto su Instagram, alla fine arrivano, anche nel mercato di lingua italiana, al di qua e al di là della frontiera.

Profili sintetici come Francesca Giubelli (11.000 follower), Rebecca Galani (15.000 follower) o Ambrissima (37.000 follower) vengono intervistati virtualmente dai media generalisti come se fossero persone reali, e spostano opinioni e creano discussioni, anche su temi impegnativi come il clima o i diritti umani, proprio come se fossero persone reali. Non hanno i numeri dei grandi influencer reali, certo, ma in compenso costano molto meno e soprattutto non fanno gaffe e non causano imbarazzi ai loro sponsor con le loro vicende sentimentali. Aspettatevi, insomma, che nei prossimi mesi siano sempre più presenti e numerosi gli influencer virtuali le cui immagini sono generate con l’intelligenza artificiale.

Stanno nascendo anche le prime community di influencer virtuali in lingua italiana, come Aitalia.community, i cui membri si scambiano trucchi e consigli tecnici e di marketing e si sono dati un “manifesto etico” di trasparenza, che esige per esempio che i contenuti sintetici siano sempre dichiarati come tali, a differenza di alcuni settimanali blasonati che spacciano per autentiche delle foto talmente ritoccate da dare due piedi sinistri alle persone ritratte.

[Nota: Aitalia mi ha precisato di definirsi “la prima community di AI models, influencers e talents etici a livello globale” e “la prima a redarre il manifesto etico condiviso con l’internazionale” (nel senso delle “community nate fuori dai confini italiani, come AVA Models e Virtual factors”)]

Al primo punto di questo manifesto c’è il divieto dei deepfake non consensuali. Moltissimi artisti digitali che creano e curano belle immagini di modelle e modelli virtuali si vedono infatti plagiare il lavoro da operatori senza scrupoli, che scaricano in massa le immagini prodotte da questi artisti, sostituiscono i volti dei loro personaggi usando la tecnica del deepfake, senza permesso e senza compenso, e così riusano a scrocco la fatica altrui ripubblicandola sui propri profili social, che spesso hanno un seguito maggiore di quello degli artisti originali.

È un nuovo tipo di pirateria dei contenuti, ed è un problema che tocca anche le modelle e i modelli in carne e ossa. Nelle varie piattaforme social, infatti, abbondano i profili che hanno centinaia di migliaia di follower, con i relativi guadagni, ottenuti pubblicando le foto o i reel, ossia i video, di persone reali, quasi sempre donne, e sostituendone i volti per spacciarli per immagini create da loro. Lo segnala per esempio un articolo su 404media, facendo nomi e cognomi di questi sfruttatori della fatica altrui.

Molti creatori di contenuti si stanno difendendo usando il watermarking, ossia la sovrimpressione di scritte semitrasparenti per identificare l’autore originale dell’immagine sintetica o reale, ma i software di intelligenza artificiale riescono spesso a cancellare queste sovrimpressioni.

Se state pensando di fare l’influencer virtuale o reale perché vi sembra un lavoro facile, o di promuovere la vostra arte online, mettete in conto anche il rischio della pirateria. E se pensavate che fare la modella o il modello fosse uno dei pochi lavori non influenzati dall’intelligenza artificiale, devo darvi una delusione: a parte forse marmisti e pizzaioli, non si salva nessuno.

Salva dallo stalking grazie al deepfake: Sika Moon

Dalla Germania arriva un caso molto particolare di uso positivo della tecnica del deepfake, segnalato in un’intervista pubblicata da Die Tageszeitung e dedicata a una giovane donna che si fa chiamare Sika Moon e pubblica e vende online le proprie foto e i propri video per adulti. Questo è il suo lavoro a tempo pieno, e le sue attività sulle varie piattaforme social sono seguite in media da circa 4 milioni di persone al mese, dandole guadagni mensili che lei definisce “stabilmente a cinque cifre”.

Anche il suo lavoro è stato toccato dall’intelligenza artificiale. Per cinque anni ha lavorato pubblicando sulla piattaforma Onlyfans, mostrando il suo vero volto, ma delle esperienze di stalking che definisce “terribili” l’hanno costretta a proteggersi ricorrendo all’anonimato, ottenuto in questo caso facendo un deepfake a sé stessa. Il viso della donna in questione, infatti, nelle foto e nei video è generato con l’intelligenza artificiale, ed è differente dal suo, ma è talmente realistico che pochi si accorgono della manipolazione. Ora ha cambiato piattaforma, perché Onlyfans rifiuta i contenuti generati sinteticamente.

Questo deepfake, insomma, le ha permesso di evitare che il suo lavoro fosse sabotato dagli stalker e le consente di proseguire la propria attività in sicurezza. È un tipo di uso positivo di questa tecnologia che non riguarda solo chi vuole proteggersi da persone pericolosamente invadenti ma vale anche, per esempio, per chi vive in un ambiente in cui è considerato reato, tipicamente solo per le donne, mostrare il proprio volto oppure è comunque necessario coprirlo o mascherarlo per non farsi identificare, per provare in sicurezza esperienze altrimenti impossibili. Un deepfake, insomma, è una maschera che però lascia passare tutta l’espressività di un viso.

Inoltre, sempre grazie all’intelligenza artificiale, Sika Moon può comunicare con i propri fan direttamente nella loro lingua. Ha infatti fatto clonare la propria voce e quindi può ora inviare messaggi vocali ai suoi follower parlando ogni volta nella loro rispettiva lingua.

Nell’intervista, Sika Moon segnala inoltre un altro fenomeno interessante che riguarda le immagini generate dall’intelligenza artificiale: in molte culture l’idea stessa che una fotografia di una persona possa essere creata sinteticamente è inconcepibile o fa molta fatica a essere accettata. In fin dei conti, una foto è una foto, un disegno è un disegno. Solo il computer permette di creare in grandi quantità disegni che sembrano fotografie. “La gente in India, nei paesi africani e in quelli arabi di solito non lo capisce affatto”, spiega Sika Moon, nonostante il suo profilo dichiari chiaramente che molte sue immagini sono completamente generate dall’intelligenza artificiale. E quello che dice corrisponde anche alla mia esperienza nel seguire le attività di altre persone che fanno lo stesso lavoro di Sika Moon appoggiandosi all’informatica per le proprie immagini.

Tutto questo sembra indicare che l’impatto culturale dell’IA sarà differente nei vari paesi del mondo. In quelli tecnologizzati verrà probabilmente attutito dalla familiarità con la tecnologia, ma in altri sarà molto più destabilizzante. Forse sarebbe opportuno tenerne conto, per non creare una nuova forma di inquinamento digitale da esportare.

Nuove regole di Meta per i contenuti sintetici

La stragrande maggioranza delle foto, dei video e degli audio generati dall’intelligenza artificiale circola sui social network ed è lì che ha il maggiore impatto. Ma allora perché i social network non fanno qualcosa per impedire la diffusione di fake news, inganni e manipolazioni che usano l’intelligenza artificiale?

La risposta a questa domanda è che in realtà i social fanno qualcosa, ma quello che fanno è inadeguato, perché la tecnologia si evolve talmente in fretta che le regole scritte per esempio dal gruppo Meta per uniformare la gestione dei contenuti sintetici da parte di Facebook, Instagram e Threads risalgono a soli quattro anni fa ma sono completamente obsolete. Nel 2020 i contenuti realistici generati dall’intelligenza artificiale erano rarissimi e si temeva soprattutto la manipolazione dei video. Da allora, invece, sono emerse le immagini sintetiche realistiche producibili in massa e anche i contenuti audio falsi e creati artificialmente.

E così Meta ha presentato le sue nuove regole con un comunicato stampa il 5 aprile scorso: prossimamente smetterà di censurare direttamente i contenuti “innocui” generati dall’intelligenza artificiale e a partire da maggio applicherà un’etichetta di avviso a una gamma più vasta di contenuti video, audio e di immagini se rileverà che sono stati creati o manipolati adoperando l’intelligenza artificiale o se chi li pubblica li indicherà spontaneamente come generati usando questa soluzione.

Mentre finora le regole bandivano soltanto i video realizzati o alterati con l’intelligenza artificiale che facevano sembrare che una persona avesse detto qualcosa che non aveva detto, ora verranno etichettati anche i video modificati per attribuire a una persona un comportamento o un gesto che non ha commesso. Da luglio, inoltre, Meta smetterà di censurare i contenuti generati che non violano le regole su argomenti come le interferenze elettorali, il bullismo, le molestie, la violenza e l’istigazione. In sostanza, ci saranno meno rimozioni e più etichettature di avvertimento.

Tuttavia c’è il problema che al momento attuale Meta si affida agli indicatori standard per riconoscere le immagini sintetiche. Molti software per la generazione di immagini, come quelli di Google, OpenAI, Microsoft, Adobe, Midjourney e Shutterstock, includono nelle proprie immagini un indicatore visibile o rilevabile digitalmente, una sorta di bollino che le marca come sintetiche, e Meta usa solo questo indicatore per sapere se un’immagine è alterata oppure no; non fa nessun altro controllo. Di conseguenza, un creatore ostile può quindi generare immagini o video senza indicatori, o togliere questi indicatori da contenuti esistenti, che non verranno riconosciuti ed etichettati da Meta come sintetici.

Per colmare almeno in parte questa lacuna, Meta offrirà agli utenti la possibilità di etichettare volontariamente i contenuti generati con l’intelligenza artificiale e applicherà penalità a chi non usa questa etichettatura. Ma è chiaro che chi vuole ingannare o disseminare disinformazione non aderirà certo a questo volontariato e potrà farla franca anche con le nuove regole. Come al solito, insomma, i social network fanno troppo poco, troppo tardi.

Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

Podcast RSI – WhatsApp abbassa l’età limite, navigazione anonima che non lo è, Playmate come standard tecnico

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Quattro anni di azione legale negli Stati Uniti hanno documentato quello che per molti sarà un tradimento informatico: la navigazione in incognito di Google Chrome è in realtà tutt’altro che in incognito, e Google ha tracciato per anni le visite particolarmente sensibili che si fanno quando si usa questo modo di navigare nel Web. Intanto WhatsApp si prepara a cambiare di nuovo il limite minimo di età per usarlo, facendolo scendere da 16 a 13 anni anche in Europa. Se volete sapere perché WhatsApp finora ha avuto un limite di età così alto nel nostro continente e perché ora di colpo lo abbassa, siete nel posto giusto.

Benvenuti alla puntata del 5 aprile 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e oltre a queste notizie vi porto la strana storia di una foto di Playboy che è diventata uno standard tecnico per gli informatici. No, non sto scherzando. Cominciamo!

[SIGLA di apertura]

La navigazione in incognito non è in incognito

Uno dei miti più tenaci e durevoli fra gli utenti di Internet è l’idea che la navigazione in incognito sia, appunto, in incognito. Il nome di questa modalità di navigazione nel Web è infatti molto ingannevole e viene spesso frainteso.

La navigazione in incognito o anonima o privata, come la chiamano i vari browser, è in realtà semplicemente un modo per visitare siti senza lasciare tracce sul dispositivo che state usando. Non rimane memoria nella cronologia di navigazione, non vengono salvati cookie o file temporanei su quel dispositivo, tablet, computer o telefonino che sia. Ma i siti che visitate si ricordano eccome della vostra visita e sono perfettamente in grado di identificarvi. In particolare, è in grado di identificarvi Google, se navigate usando il suo browser Chrome.

È quello che emerge da una class action avviata nel 2020 negli Stati Uniti contro Google, i cui atti sono stati ora pubblicati: l’azienda ha concordato, non senza opporre grandissima resistenza per quattro anni, appunto, che cancellerà miliardi di dati raccolti mentre gli utenti di Chrome usavano la navigazione in incognito e probabilmente pensavano di navigare in modo anonimo, cullati da un falso senso di sicurezza.

L’azione legale prevede anche che Google aggiorni gli avvisi informativi che compaiono quando si attiva la navigazione in incognito. Questi avvisi dovranno dire molto chiaramente che Google raccoglie dati dai siti visitati, a prescindere dalla modalità di navigazione, in incognito o meno, e che i siti e le app che includono i servizi di Google scambiano in ogni caso informazioni con Google.

Sul versante tecnico, Chrome dovrà bloccare i cookie di terzi nella navigazione in incognito, visto che li usava per tracciare gli utenti durante questo tipo di navigazione su siti non appartenenti a Google, e dovrà anche oscurare parzialmente gli indirizzi IP per impedire la cosiddetta reidentificazione: quella che permette di riassociare dati di navigazione apparentemente anonimi agli utenti che li hanno generati.

Gli effetti di questa azione legale si faranno sentire in tutto il mondo con i prossimi aggiornamenti di Chrome. Noi utenti non dobbiamo fare altro che aspettare questi aggiornamenti e installarli.

Ma nel frattempo resterà a molti l’amaro in bocca, perché solitamente la navigazione in incognito si usa proprio per visitare i siti di cui non si vuole lasciare traccia.

In realtà la navigazione in incognito serve per una sola cosa: per usare il dispositivo di qualcun altro senza lasciarvi tracce, per esempio per consultare la propria mail usando il computer di qualcun altro. A parte questo, la navigazione in incognito è sostanzialmente inutile per difendere la propria privacy.

Per navigare veramente in incognito servono ben altre soluzioni: applicazioni come il browser Tor, per esempio. Ma questa è un’altra storia.

WhatsApp, il limite di età scenderà a 13 anni

Dall’11 aprile prossimo l’età minima consentita per l’uso di WhatsApp scenderà da 16 a 13 anni anche in tutta Europa, allineandola al resto del mondo. Il cambiamento era stato annunciato a febbraio scorso e serve, secondo WhatsApp, a “garantire un requisito di età minima coerente a livello globale.” Dicono così. Il cambiamento si applica a tutta la “Regione europea”, come la chiama WhatsApp, e questa regione include i paesi dell’Unione Europea e anche la Svizzera.

Il limite di età di 16 anni era stato introdotto per l’Europa nel 2018, innalzandolo da 13, per rispettare le normative dell’Unione Europea, in particolare il regolamento generale sulla protezione dei dati o GDPR, che obbliga le aziende a fare “sforzi ragionevoli” (dicono così) per verificare l’età e ottenere il consenso dei genitori per gli utenti sotto i 16 anni. In pratica, WhatsApp ha preferito alzare il limite formale di età piuttosto che mettere in funzione un complesso sistema di verifica (BBC). Ma adesso le nuove garanzie sulla protezione dei dati dei minori legate all’introduzione di un’altra norma, il Digital Services Act, permettono di tornare al limite precedente.

In ogni caso, il limite formale era ed è tuttora ampiamente ignorato, come nota Pro Juventute, segnalando che del resto “non ci sono conseguenze legali per i minori di 16 anni che utilizzano WhatsApp” perché “secondo il diritto svizzero, mentire sull’età non è un reato punibile.”

Tuttavia dichiarare un’età non corretta viola i termini di servizio di WhatsApp, e quindi l’azienda potrebbe limitare o bloccare l’uso dell’app qualora si accorgesse che l’utente ha mentito. Cosa che succede spesso, quando l’utente che si era iscritto anni fa a WhatsApp mentendo sull’età cerca in seguito di cambiare il proprio anno di nascita indicato nell’app, per allinearlo alla realtà: WhatsApp può accorgersi che l’account era stato aperto quando l’utente non aveva ancora l’età compatibile con le sue regole e quindi bloccare quell’account.

Va anche detto, soprattutto per i genitori confusi da tutti questi cambiamenti dei limiti di età dei vari social network, che la scelta dei 13 o 16 anni viene fatta da WhatsApp solo nel proprio interesse, per mettersi in regola con le norme, e non certo per tutelare i minori, per cui questo limite di età non va considerato come una linea guida per decidere se lasciare che i figli usino questo social network.

Fonti aggiuntive: ADNKronos, Dday.it, Laleggepertutti.it, WhatsApp, TechCrunch, WhatsApp.

Lena: la foto di Playboy che divenne standard tecnico

Siamo nell’estate nel 1973, alla University of Southern California, dove un ricercatore in campo informatico sta cercando un’immagine da usare come riferimento per i suoi test di digitalizzazione. Roba assolutamente sperimentale per l’epoca. Per la conferenza tecnica che sta preparando gli serve un’immagine su carta patinata che includa un volto umano da scansionare. Guarda caso, arriva qualcuno con una copia di Playboy

Viene strappata la parte superiore del paginone centrale della rivista, che raffigura una giovane donna che indossa solo un cappello e una piuma viola, nello stile tipico di Playboy , e ne viene fatta la scansione con i metodi primitivi di allora: lo scanner è uno di quelli per le telefoto, quelli che richiedono che l’immagine venga montata su un cilindro rotante, e la scansione viene fatta nei tre colori primari, a una risoluzione di 100 linee per pollice, pochissimo per gli standard di oggi. I dati risultanti vengono poi elaborati con un minicomputer Hewlett Packard 2100. Questo procedimento complicato produce un’immagine da soli 512×512 pixel, che oggi fa sorridere ma che per l’epoca è un risultato davvero notevole.

Il ricercatore sceglie solo la porzione dell’immagine che include le spalle nude e il volto della donna, perché questa porzione ha un contrasto elevato e una notevole ricchezza di dettagli che la rendono ideale per i test dei sistemi di elaborazione delle immagini. O perlomeno è questa la giustificazione ufficiale per l’uso del volto di una Playmate in un mondo quasi esclusivamente maschile come quello dell’informatica degli anni Settanta.

Sia come sia, la soluzione improvvisata piace e diventa popolare, per cui altri ricercatori iniziano a usare questa foto come campione di riferimento per valutare i propri programmi di compressione ed elaborazione delle immagini. In breve tempo quella fotografia di Playboy diventerà lo standard tecnico di tutto il campo nascente della fotografia digitale e verrà pubblicata in moltissimi articoli tecnici nelle riviste di settore nei decenni successivi. Sarà ancora in uso quasi quarant’anni dopo, nel 2012, quando un gruppo di ricercatori di Singapore dimostrerà di essere capace di stampare a colori immagini microscopiche, larghe come un capello [50 micrometri, ossia 5 centesimi di millimetro] e userà proprio questa foto come dimostrazione.

Se oggi abbiamo GIF, JPEG, PNG e tanti altri formati per la trasmissione di immagini lo dobbiamo anche a quest’improvvisazione californiana, fatta oltretutto in violazione del copyright e poi accettata di buon grado, una volta tanto, dall’editore della rivista, che di solito è severissimo.

Ma chi è la ragazza in questione? È nota fra i ricercatori semplicemente come “Lena” o “Lenna”, ma la rivista dalla quale fu prelevata la sua immagine la presentò come Lenna Sjööblom, Playmate di novembre 1972. Il suo vero nome è Lena [una N sola] Forsén, e all’epoca lavorava come modella.

Non capita spesso che una foto di una Playmate diventi uno standard tecnico, ma è andata così. Tuttavia le sensibilità sono cambiate rispetto a mezzo secolo fa e in effetti questa foto ha contribuito allo stereotipo della donna oggetto in un campo nel quale le donne, pur avendo fatto la storia dell’informatica, non venivano ben viste come colleghe dagli informatici di sesso maschile. Inoltre l’associazione con il marchio Playboy strideva in un ambiente accademico.

E così le riviste del prestigioso gruppo Nature hanno iniziato a rifiutarla già nel 2018. E la IEEE Computer Society, una delle associazioni più famose e influenti del settore a livello mondiale, ha annunciato pochi giorni fa che dal primo aprile 2024 non accetta più articoli scientifici che usino questa fotografia. La foto verrà rimpiazzata da altre immagini standard già in uso, chiamate Cameraman, Mandril o Peppers [esempio], ma se vi capita di consultare qualche articolo d’informatica d’epoca e vi chiedete chi sia la graziosa fanciulla che spicca nelle pagine piene di grafici e tabelle, ora sapete chi è e conoscete la sua strana storia.

Fonti aggiuntive: Wikipedia, Ars Technica.

Podcast RSI – Novità da Meta: interoperabilità, accuse di intercettazione dei rivali, il gioco nascosto dentro Instagram

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Da pochi giorni Threads, l’app di messaggistica di Meta, permette di scambiare messaggi anche con chi non ha Threads: è insomma diventata interoperabile, e anche WhatsApp e Messenger stanno abbattendo le barriere di compatibilità. È una rivoluzione silenziosa nel modo in cui usiamo Internet. Ma non è l’unica notizia che ci arriva da Meta: c’è un’azione legale, negli Stati Uniti, che accusa i massimi dirigenti di Meta di aver violato le leggi sulla concorrenza e sulla riservatezza delle comunicazioni pur di riuscire ad acquisire dati sulle attività del rivale Snapchat.

Benvenuti alla puntata del 29 marzo 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica e in particolare, questa volta, a notizie che arrivano da Meta, come quella del giochino nascosto nell’app di Instagram. Se vi interessa sapere come attivare questo gioco, magari per stupire gli amici, restate in ascolto. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Meta entra davvero nel fediverso

Immaginate di poter usare una sola app per postare contemporaneamente su tutti i social network e per scambiare messaggi con chiunque usi un social diverso da quello che usate voi. Da WhatsApp potreste scrivere a chi sta su Messenger o Mastodon e viceversa, per esempio. Invece di tenere sul telefono tante app di messaggistica differenti e doversi ricordare che Mario è su Telegram e Piera sta su Snapchat e saltare in continuazione da un’app all’altra, potreste semplicemente scegliere una di queste app e usarla per comunicare con tutti.

Sarebbe bello, e sta cominciando a diventare realtà. Meta ha annunciato pochi giorni fa che la sua app Threads è ora in grado di scambiare messaggi con qualunque social network che usi lo standard ActivityPub, come per esempio Mastodon. E su un binario differente, anche WhatsApp e Messenger stanno diventando interoperabili con le app di messaggistica di altri gestori: in altre parole, stanno diventando capaci di scambiare messaggi con utenti che usano piattaforme differenti, a condizione che usino il protollo standard Signal o un suo equivalente.

Nel caso di Threads, questa interoperabilità è già attiva adesso per gli utenti che abbiano più di 18 anni, abbiano profili pubblici e abbiano account basati negli Stati Uniti, in Canada o in Giappone; gli altri paesi seguiranno a breve. È una funzione opzionale: per attivarla occorre andare nelle impostazioni dell’account Threads, leggere la spiegazione di cos’è il fediverso, e poi cliccare sul pulsante di attivazione. Per WhatsApp e Messenger, invece, bisognerà aspettare che i gestori delle altre piattaforme sottoscrivano gli accordi tecnici con Meta. Ma a parte questo, sembra che tutto sia pronto. Anche in questo caso sarà il singolo utente a decidere se attivare o meno questa possibilità di comunicare con una sola app verso piattaforme di messaggistica differenti.

Questo crollo dei muri di incompatibilità che per anni hanno tenuto in ostaggi gli utenti, che erano costretti a usare una specifica piattaforma e app, non avviene per caso. È merito della pressione dell’Unione Europea sui grandi social network, applicata anche tramite la nuova legge europea, il Digital Markets Act o DMA, entrato da poco in vigore, che obbliga Meta e gli altri gestori a diventare compatibili tra loro e abbattere questo ostacolo alla libera concorrenza.

Ci vorrà ancora parecchio tempo prima che si arrivi all’interoperabilità completa, anche perché ci sono ostacoli tecnici notevoli da superare, ma la tendenza è ormai chiara e inarrestabile, con una notevole semplificazione una volta tanto a favore di noi utenti.

Fonte aggiuntiva: TechCrunch.

Se sei su Snapchat, YouTube o Amazon, forse Facebook ti ha spiato

Un’azione legale in corso negli Stati Uniti ha rivelato che Facebook aveva un progetto segreto concepito per sorvegliare gli utenti del rivale Snapchat, che poi si è esteso a coprire anche YouTube e Amazon. La vicenda risale al 2016, quando Snapchat stava avendo un boom di utenti e Mark Zuckerberg, allora CEO di Facebook (oggi Meta), voleva a tutti i costi informazioni sul traffico di dati degli utenti di Snapchat, le cosiddette analytics, per capire i motivi del successo del concorrente e sviluppare prodotti che potessero arginarlo. Ma queste informazioni non erano disponibili, perché Snapchat usava la crittografia per proteggere il proprio traffico di dati.

Così la società Onavo, acquisita da Facebook tre anni prima, fu incaricata di sviluppare una soluzione a questo problema: un kit che veniva installato sui dispositivi iOS e Android per intercettare il traffico prima che venisse crittografato, usando un attacco di tipo man in the middle tipicamente adoperato dai malintenzionati.

Questo kit fu distribuito da altre aziende come se fosse un loro prodotto, con un loro marchio distinto, in modo che fosse difficile ricollegare i vari prodotti alla singola fonte, ossia Onavo. Inoltre a volte gli utenti più giovani di Snapchat venivano pagati fino a 20 dollari al mese ciascuno per accettare di installare questi kit spioni, presentati agli utenti come se fossero delle VPN, sotto il nome di Onavo Protect: questo comportamento fu segnalato pubblicamente dal sito TechCrunch e denunciato dalla commissione australiana per la concorrenza e poco dopo Facebook chiuse il progetto, che era stato attivato nel 2016 per intercettare il traffico di Snapchat e poi era stato esteso a YouTube nel 2017 e ad Amazon nel 2018, creando anche certificati digitali falsi per impersonare server fidati di queste aziende e decifrare i dati sul traffico degli utenti, passandolo a Facebook.

L‘azione legale attualmente in corso chiarirà colpe e responsabilità dal punto di vista tecnico e giuridico, ma le dichiarazioni interne degli addetti ai lavori di Facebook, rese pubbliche dagli atti della class action intentata da utenti e inserzionisti pubblicitari, sembrano piuttosto inequivocabili.

Non riesco a pensare a una sola buona ragione per dire che questa cosa è a posto”, aveva scritto per esempio in una mail interna Pedro Canahuati, all’epoca responsabile principale per l’ingegneria di sicurezza di Facebook. I responsabili della sicurezza dell’azienda, insomma, erano contrari a questo tipo di comportamento, ma furono scavalcati.

Oltre alla prassi discutibilissima di presentare un software di sorveglianza dicendo che si tratta solo di una VPN, cioè di una cosa che gli utenti interpretano come un prodotto che protegge la privacy delle loro attività online, c’è anche il problema che secondo gli inserzionisti pubblicitari Facebook approfittò dei dati intercettati usando questo software, per imporre costi di inserzione ben più alti di quelli che avrebbe potuto chiedere in un mercato non alterato. Tutte cose da ricordare la prossima volta che Meta fa promesse di privacy ai suoi tre miliardi e mezzo di utenti.


Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

Il giochino nascosto in Instagram

E per finire, una piccola chicca che forse alcuni di voi conoscono già: negli ultimi aggiornamenti dell’app di Instagram c’è un gioco nascosto, che richiama un po’ i vecchi videogiochi come Breakout o Pong. C‘è un emoji che si muove sullo schermo e c’è in basso un cursore scuro da usare con un dito per parare quell’emoji ed evitare che cada, facendolo rimbalzare il più a lungo possibile sullo schermo. Man mano che riuscite a continuare queste parate, l’emoji si muove sempre più velocemente.

Per accedere a questo giochino nascosto bisogna inviare un messaggio diretto a qualcuno, scrivendo in quel messaggio un singolo emoji, quello con il quale desiderate giocare. Magari è il caso anche di avvisare la persona a cui mandate questo messaggio che non state mandand emoji a caso. Dopo averlo inviato, toccate l’emoji e si avvierà il gioco. Un altro modo per rivelare il gioco è cliccare su un emoji inviato da qualcun altro tramite messaggio diretto. A quanto pare il gioco non è ancora disponibile a tutti gli utenti, per cui provate e vedete cosa succede. Buon divertimento!

Fonte: TechCrunch.

Podcast RSI – Story: Dietro le quinte delle truffe sugli investimenti in criptovalute

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[CLIP: voce di donna complice dei truffatori che parla con una delle vittime: “Nice to see you, I will message on WhatsApp, OK?”]

Pig butchering: letteralmente, “macellazione del maiale”. È il nome spietato che viene usato dai criminali informatici per indicare un particolare tipo di truffa online basata su un misto di belle ragazze, criptovalute, false app e soprattutto call center organizzatissimi dove lavorano migliaia di persone. Se siete stati contattati da qualcuno che vi offre metodi rapidi per fare soldi con Bitcoin e simili e avete cominciato a fidarvi perché vi sono davvero arrivati dei soldi sul vostro conto corrente, fate attenzione: è quasi sicuramente una truffa.

Questa è la storia di un caso concreto di pig butchering, portato alla luce da un esperto del settore, che mostra l’incredibile sofisticazione raggiunta da queste bande criminali organizzate e rivela dove si trovano le loro sedi operative e le tecniche usate per ingannare le vittime.

Benvenuti alla puntata del 22 marzo 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo: un po’ giù di voce, come potete sentire.

[SIGLA di apertura]

Lo schema della truffa

Da alcuni anni su Internet è facile imbattersi in una truffa che è particolarmente crudele già a partire dal suo nome: viene chiamata pig butchering, ossia “macellazione del maiale”, perché è così che i criminali vedono le proprie vittime. I truffatori selezionano i propri bersagli usando le informazioni che trovano sui social network: età, situazione sentimentale, foto. Scelgono le persone che non hanno un partner e che mostrano nelle fotografie sui social un’età adulta e suggeriscono una certa disponibilità economica significativa perché mostrano per esempio la loro auto, il loro abbigliamento o le immagini dei loro viaggi.

Una volta scelta la vittima, i criminali la circuiscono con il metodo ormai tristemente classico del romance scam o truffa sentimentale: si presentano come uomini o donne molto attraenti, intrecciano una lunga relazione a base di messaggi e foto, senza chiedere nulla di insolito, diventano conoscenti di lunga data e si conquistano la fiducia del bersaglio con parole affettuose e una presenza costante e piacevole.

L’inganno scatta solo dopo settimane o anche mesi di corteggiamento, ma a differenza della truffa classica, nella quale il criminale finge di avere bisogno di soldi temporaneamente per tirarsi fuori da un guaio burocratico o di salute, nel pig butchering non c’è nessuna richiesta di denaro, almeno inizialmente, e questo fa abbassare ancora di più le difese psicologiche delle vittime.

A un certo punto il truffatore, ormai diventato uno di famiglia per la sua vittima, “rivela” a quella vittima di aver fatto un ottimo investimento in criptovalute e le propone di fare altrettanto, dandole tutte le istruzioni necessarie su come versare i soldi per aprire un conto. Ma l’investimento non esiste, il conto è una finzione gestita dal truffatore o da suoi complici, e i soldi investiti dalla vittima non verranno mai restituiti integralmente.

Fin qui lo schema è abbastanza noto, anche se c’è sempre qualcuno che non lo conosce e ci casca perdendo somme ingenti, a giudicare dalle telefonate e dalle mail che mi arrivano continuamente: ma grazie all’esperto di truffe informatiche Jim Browning possiamo andare oltre questo schema astratto e vedere concretamente dove e come lavorano questi criminali.

Dentro la sede dei criminali

Browning ha infatti pubblicato su Youtube un’inchiesta in cui mostra come funziona in dettaglio questa truffa, con immagini girate all’interno degli edifici dove lavorano migliaia di persone che passano la giornata a cercare online vittime da sedurre e derubare in tutto il mondo.

Se vi siete mai chiesti come facciano le persone a cadere in queste trappole, la ragione principale è che sono costruite in maniera estremamente professionale, assumendo persino delle modelle in carne e ossa per fare le conversazioni online con le vittime.

Nel caso descritto da Browning, la sede dei criminali è un grande complesso di edifici ad alcuni chilometri dal centro di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Otto palazzine di otto piani occupate in buona parte da un esercito di imbroglioni, così numeroso che è stato necessario installare un’antenna cellulare mobile apposita per gestire tutto il loro traffico telefonico. Browning indica l’indirizzo preciso, perché tanto sa benissimo che entro pochi giorni questi professionisti del crimine avranno già traslocato altrove.

Questi edifici sono pieni di postazioni dotate di computer, sui quali sono installate le app di vari siti di incontri per persone in cerca di compagnia. È questo il serbatoio iniziale dal quale i truffatori pescano le proprie vittime, usando delle VPN per fingere di essere in un paese insospettabile e così eludere i controlli dei gestori di questi siti di incontri.

Il copione di chi lavora a queste postazioni è sempre lo stesso: fingere di essere una persona facoltosa e attraente che ha uno stile di vita molto dispendioso, esibito tramite foto e video eloquenti. I gestori della truffa gli affidano un personaggio preciso e dettagliato e gli forniscono un software che traccia altrettanto dettagliatamente l’andamento di ciascun tentativo di raggiro.

Dopo aver agganciato la vittima su un sito di incontri, facendo per esempio con lui o con lei delle chat romantiche o erotiche, il criminale cerca sempre di portare la conversazione fuori da questi siti, che sono monitorati contro le truffe, e invita a proseguirla su WhatsApp o su Telegram, dove non c’è nessuna salvaguardia.

La conversazione prosegue in maniera inizialmente innocente, con un po’ di chiacchiere per presentarsi e magari qualche foto di qualche piatto consumato in un ristorante costoso ed esotico. Il truffatore dice di lavorare nel settore della finanza, e a un certo punto si offre di condividere alcuni dei suoi trucchi per fare soldi. Un’offerta molto generosa da fare a un perfetto sconosciuto, e questo dovrebbe insospettire, ma l’inganno è costruito così bene che il sospetto passa in fretta.

I truffatori, spiega Browning, adoperano un’app chiamata Hello World Pro, che è capace di gestire varie sessioni Telegram e WhatsApp contemporaneamente e traduce la conversazione dall’inglese, che è la lingua solitamente parlata dal criminale, verso la lingua della vittima. C’è anche un gruppo Telegram usato da tutti i truffatori della banda per comunicare con i propri capi e i propri colleghi.

Gli operatori di questi call center professionalissimi sono in molti casi dei migranti, che vengono sfruttati dai gestori, che sono cinesi. I contratti sono in inglese e cinese; tutti i computer sono impostati in cinese e anche le reti Wi-Fi usate nei call center hanno nomi cinesi. Gli operatori lavorano e vivono come schiavi e i loro datori di lavoro sequestrano i loro passaporti.

Le dimensioni di questa organizzazione, una delle tante del suo genere, sono impressionanti. Browning riesce a procurarsi la planimetria degli edifici in cui si svolge la truffa e nota che ci sono oltre cinquanta stanze per piano, ciascuna stanza è occupata da quattro operatori, e ci sono otto piani per ciascuno dei quattro edifici coinvolti. Probabilmente qui lavorano oltre mille persone, reclutate tramite il passaparola dicendo che si tratta di un lavoro di marketing regolare.

Solo dopo che il lavoratore firma il contratto e inizia a lavorare si rende conto che si tratta di una truffa, con tanto di copione dettagliato di una quindicina di pagine, che si articola su vari giorni, fatto apposta per conquistare man mano la fiducia della vittima. Gli operatori vengono pagati a commissione: se non riescono a reclutare vittime non prendono soldi e vengono licenziati e rimpiazzati da altri disperati in cerca di lavoro.

Tutta questa organizzazione, però, serve solo per gestire il primo livello della truffa, perché la trappola è ancora più complessa.

Trappola professionale

Per riuscire a convincere una persona ad affidare a uno sconosciuto i propri soldi, magari i risparmi di una vita, è necessario costruire una situazione di fiducia, e per farlo i gestori della truffa assumono anche modelle in carne e ossa, donne attraenti reali, e organizzano videochiamate fra queste donne e le vittime, guidandole anche qui con un copione, per far vedere che la persona con la quale le vittime stanno chattando esiste veramente.

[CLIP: voce di donna complice dei truffatori che parla in videochiamata in diretta con una delle vittime: “Nice to see you, I will message on WhatsApp, OK? OK, thank you, bye bye, gracias”]

Browning riesce anche a mostrare una di queste modelle grazie a delle riprese effettuate da un lavoratore pentito.

[CLIP: voce di donna che parla in inglese a un interlocutore nel call center]

Lei dice senza troppi giri di parole che le sue uniche alternative erano fare la escort o fare video per le piattaforme di pornografia e siccome non voleva che la sua famiglia la vedesse su un sito a luci rosse ha scelto questa carriera. E così si presta a conquistare la fiducia di gente che, grazie a lei, perderà tutti i propri soldi.

Nella fase successiva del raggiro, la modella invita la vittima a iscriversi a un servizio legittimo di compravendita di criptovalute, come per esempio Binance. I gestori della truffa le mettono a disposizione screenshot già pronti, con freccine esplicative chiarissime, per spiegare alle vittime esattamente come procedere. È tutto molto, molto professionale e rassicurante.

È solo a questo punto che scatta la trappola vera e propria. Browning spiega che i truffatori chiedono alla vittima di scaricare un’app di compravendita di criptovalute, che è accompagnata da precisi video tutorial su YouTube che spiegano come usarla e da recensioni che ne confermano in apparenza la bontà e affidabilità totale. Ma l’app, i tutorial e le recensioni sono tutte parte della finzione: i gestori si intascano subito i soldi investiti dalla vittima e non fanno altro che mostrare un saldo fittizio sullo schermo del telefonino.

Fra l’altro, molti di questi truffatori invitano le vittime a reclutare altre persone, in un classico schema a piramide, col risultato che può capitare che la proposta di iscriversi a questo raggiro ci arrivi da un amico di cui ci fidiamo e che è caduto nella trappola. Attenzione, quindi, anche agli amici che ci promettono rendimenti mirabolanti.

Un altro modo usato dai truffatori per rendersi credibili è restituire alle vittime una parte del denaro che hanno investito. Sì, i soldi arrivano davvero, e vanno veramente sul conto della vittima presso una banca regolare. Ma non sono mai tutti quelli affidati ai criminali.

Ci possono essere molte variazioni a questo schema generale, ma il principio di fondo è che una persona molto attraente, solitamente una giovane donna, vi contatta su WhatsApp o in un sito di incontri e dopo un po’ vi incoraggia a investire i vostri soldi in qualche affare online che probabilmente non avete mai sentito nominare. Se lo fate e poi cercate di farvi ridare il vostro denaro, salterà fuori che il bonifico è in attesa di approvazione o ci sarà qualche altra scusa, e non rivedrete mai tutti i soldi che avete inviato.

Se vi riconoscete in questa descrizione, troncate i rapporti con i truffatori, e non mandate loro altri soldi sperando che vi ridiano quelli già dati: sono persi. Segnalate la vicenda alla polizia, che ne ha bisogno a fini statistici, e non fidatevi di sedicenti società di recupero di criptovalute che vi contatteranno promettendo di farvi riavere i vostri risparmi se solo anticipate le spese: sono complici dei truffatori. E se conoscete qualcuno che si trova in questa situazione, avvisatelo che è caduto in una trappola estremamente professionale, e preparatevi al fatto che non vi crederà.

Vista la provenienza specifica dei capibanda, è proprio il caso di dire che si tratta di uno schema crudelissimo a scatole cinesi, in cui l’unico modo per vincere è non partecipare. Fate attenzione, e mettete in guardia amici e colleghi.

Niente podcast del Disinformatico questa settimana

È mancato improvvisamente Roberto Faro, fratello di Elena, mia moglie, e siamo in modalità di crisi per gestire la situazione. Roberto lavorava alle Poste di Pavia: lo segnalo qui nella speranza di raggiungere grazie a Google i suoi molti amici e familiari che non siamo riusciti a contattare.

La data dei funerali non è ancora stata definita, in attesa che si risolvano alcune formalità mediche. Ho dovuto annullare la puntata di questa settimana del podcast.

Gli appuntamenti di Bologna restano invariati.

Podcast RSI – Le IA danno voce a vittime di stragi e imbarazzano le aziende, Avast spiona

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: Joaquin che parla]

Questa è la voce di Joaquin Oliver, un diciassettenne morto in una sparatoria di massa negli Stati Uniti, che racconta al passato i dettagli di come è stato ucciso. Una voce resa possibile dall’intelligenza artificiale nella speranza di muovere i cuori dei politici statunitensi sulla questione annosa del controllo delle armi da guerra.

È una delle storie della puntata del primo marzo 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica: le altre notizie riguardano un software di intelligenza artificiale che ha dato informazioni sbagliate a un cliente di una compagnia aerea canadese, facendogli perdere parecchi soldi, e quando il cliente ha contestato il fatto la compagnia ha risposto che lei non era responsabile delle azioni della sua intelligenza artificiale. Non è andata finire molto bene, soprattutto per il software. E poi c’è la scoperta che Avast, un noto produttore di applicazioni per tutelare la sicurezza informatica e la privacy, ha in realtà venduto a oltre cento aziende i dati degli utenti che diceva di proteggere. Anche in questo caso la storia non è finita bene, ma contiene una lezione interessante.

Benvenuti a questo podcast. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Air Canada e il suo chatbot “responsabile delle proprie azioni”

L’intelligenza artificiale ormai è dappertutto, e quindi qualche caso di applicazione maldestra è normale e inevitabile. Quello che non è normale è l’applicazione arrogante. Questa vicenda arriva dal Canada, dove la compagnia aerea Air Canada ha pensato di adottare l’intelligenza artificiale per rispondere automaticamente alle domande dei clienti sul proprio sito di prenotazioni di voli.

Uno di questi clienti, il signor Moffatt, si è rivolto a questo sistema di risposta automatica tramite chat per chiedere informazioni sulle tariffe speciali riservate ai voli prenotati all’ultimo momento a causa di lutti in famiglia, visto che aveva appena saputo del decesso della nonna.

Il sistema di chat o chatbot gestito dall’intelligenza artificiale gli ha fornito informazioni dettagliate su come procedere alla richiesta di riduzione del prezzo del biglietto, spiegando che questa richiesta andava inviata alla compagnia aerea entro tre mesi dalla data di rilascio del biglietto, compilando l’apposito modulo di rimborso. Istruzioni chiare, semplici e non ambigue. Ma completamente sbagliate.

In realtà il regolamento di Air Canada prevede che le richieste di riduzione debbano essere inviate prima della prenotazione, e quindi quando il signor Moffatt ha poi chiesto il rimborso si è sentito rispondere dal personale della compagnia che non ne aveva diritto, nonostante il chatbot di Air Canada gli avesse detto che lo aveva eccome. La conciliazione amichevole è fallita, e così il cliente fuorviato dall’intelligenza artificiale ha portato la compagnia aerea dal giudice di pace. Ed è qui che è arrivata l’arroganza.

Air Canada, infatti, si è difesa dicendo che il cliente non avrebbe mai dovuto fidarsi del chatbot presente sul sito della compagnia aerea e ha aggiunto che, cito testualmente dagli atti, “il chatbot è un’entità legale separata che è responsabile delle proprie azioni”.

Che un software sia responsabile delle proprie azioni è già piuttosto surreale, ma che la compagnia prenda le distanze da un servizio che lei stessa offre e oltretutto dia la colpa al cliente per essersi fidato del chatbot senza aver controllato le condizioni di rimborso effettive è una vetta di arroganza che probabilmente non ha precedenti nella storia degli inciampi delle intelligenze artificiali, e infatti il giudice di pace ha deciso pienamente in favore del cliente, dicendo che la compagnia è responsabile di tutte le informazioni presenti sul proprio sito: che siano offerte da una pagina statica o da un chatbot non fa alcuna differenza, e i clienti non sono tenuti a sapere che il chatbot potrebbe dare risposte sbagliate.

A quanto risulta il chatbot è stato rimosso dal sito della compagnia, che fra l’altro aveva dichiarato che il costo dell’investimento iniziale nell’intelligenza artificiale per l’assistenza clienti era stato largamente superiore al costo di continuare a pagare dei lavoratori in carne e ossa. La speranza era che l’intelligenza artificiale riducesse i costi e migliorasse l’interazione con i clienti, ma in questo caso è successo l’esatto contrario, con l’aggiunta di una figuraccia pubblica non da poco. Una lezione che potrebbe essere preziosa anche per molte altre aziende che pensano di poter risparmiare semplicemente sostituendo in blocco i lavoratori con un’intelligenza artificiale esposta al pubblico senza adeguata supervisione.

Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

Avast ha fatto la spia, dice la FTC

Avast (o a-VAST, secondo la pronuncia inglese corretta, che però in italiano non usa praticamente nessuno) è un nome molto noto nel campo della sicurezza informatica, in particolare per i suoi antivirus. Ma è emerso che mentre diceva pubblicamente di proteggere la privacy dei propri clienti in realtà stava vendendo i loro dati a oltre cento aziende.

Secondo le indagini e la decisione della Federal Trade Commission, l’agenzia federale statunitense di vigilanza sul commercio, fra il 2014 e il 2020, mentre Avast dichiarava pubblicamente che i suoi prodotti avrebbero impedito il tracciamento delle attività online di chi li usava, in realtà collezionava le informazioni di navigazione dei propri utenti e le rivendeva tramite Jumpshot, un’azienda acquisita da Avast che nel proprio materiale pubblicitario rivolto alle aziende si vantava di poter fornire loro una visione privilegiata delle attività di oltre cento milioni di consumatori online in tutto il mondo, compresa la capacità, cito, di “vedere dove vanno i vostri utenti prima e dopo aver visitato il vostro sito o quello dei concorrenti, e persino di tracciare quelli che visitano uno specifico URL”, ossia una specifica pagina di un sito.

Anche se Avast e Jumpshot hanno dichiarato che i dati identificativi dei singoli utenti venivano rimossi dalle loro raccolte di dati, secondo la FTC i dati includevano anche un identificativo unico per ogni singolo browser. La stessa agenzia federale ha documentato che questi dati venivano acquistati da varie aziende, spesso con lo scopo preciso di abbinarli ai dati raccolti in altro modo da quelle aziende, ottenendo così un tracciamento individuale tramite dati incrociati.

Fra i clienti di Jumpshot c’erano pezzi grossi come Google, Microsoft e Pepsi, e le indagini giornalistiche hanno rivelato che i clienti potevano acquistare dati che includevano le consultazioni di Google Maps, le singole pagine LinkedIn e YouTube, i siti pornografici visitati e altro ancora. La FTC ha appurato che fra i miliardi di dati raccolti da Avast c’erano orientamenti politici, informazioni di salute e finanziarie, link a siti di incontri (compreso un identificativo unico per ogni membro) e informazioni sull’erotismo in cosplay.

La FTC ha ordinato ad Avast di pagare 16 milioni e mezzo di dollari, da usare per risarcire i consumatori, e le ha imposto il divieto di vendere dati di navigazione futuri e altre restrizioni. Nel frattempo, però, l’azienda ha chiuso Jumpshot nel 2020 ed è stata acquisita da Gen Digital, che possiede anche Norton, Lifelock, Avira, AVG e molte altre aziende del settore della sicurezza informatica.

Gli antivirus e i prodotti per la protezione della navigazione online sono fra i più delicati e importanti per un utente, perché per loro natura vedono tutto il traffico di chi li usa, e quindi l’utente compie un gesto importante di fiducia nei confronti di chi fa questi prodotti. Scoprire che uno di questi produttori non solo non proteggeva dalla sorveglianza pubblicitaria ma addirittura la facilitava e ci guadagnava è un tradimento del patto sociale fra produttori di software per la sicurezza e privacy da un lato e gli utenti dall’altro: io ti lascio vedere tutto quello che faccio, ma tu mi devi proteggere da chi vuole spiarmi e non devi essere tu il primo fare la spia. Anche perché una volta raccolti e rivenduti, i dati personali non si possono revocare e non c’è risarcimento che tenga.

Per Avast questa decisione della FTC è un danno reputazionale non da poco, perché quando un’azienda in una posizione così delicata tradisce la fiducia degli utenti e se la cava con una sanzione tutto sommato leggera per un budget da multinazionale, è inevitabile pensare che se lo ha fatto una volta potrebbe rifarlo. Se usate Avast come antivirus o come prodotto per la protezione della vostra sicurezza informatica o privacy, potrebbe valere la pena di esplorare qualche alternativa.

Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

Le voci dei morti nelle sparatorie telefonano ai politici americani

Questa non è una storia facile da raccontare, perché parla delle persone uccise nelle sparatorie di massa tragicamente frequenti negli Stati Uniti. Questa è la voce di Joaquin Oliver, una di queste persone.

[CLIP: voce di Joaquin]

Joaquin spiega che sei anni fa frequentava la scuola di Parkland, in Florida, dove il giorno di San Valentino del 2018 morirono molti studenti e docenti, uccisi da una persona che usava un’arma da guerra. Lui fu una delle vittime, eppure la sua voce racconta i fatti al passato.

La sua voce è infatti sintetica: la sua parlata, la sua intonazione, il suo timbro di giovane studente diciassettenne sono stati ricreati con l’intelligenza artificiale di Elevenlabs partendo dai campioni della sua voce reale pubblicati sui social network e registrati nei suoi video, e così ora Joaquin, ucciso da un’arma da fuoco, è una delle tante voci ricreate con questa tecnica dopo stragi di questo genere che telefonano ai politici chiedendo loro di risolvere il problema delle stragi armate negli Stati Uniti.

L’idea di far chiamare i decisori politici dalle voci delle persone uccise è dei genitori di Joaquin, Manuel e Patricia, che hanno lanciato pochi giorni fa il progetto The Shotline: un sito, Theshotline.org, che ospita le voci ricreate delle persone morte nelle sparatorie di massa e permette ai visitatori di inviare al loro rappresentante politico locale, scelto indicando il numero di avviamento postale, una telefonata automatica, in cui una di queste voci chiede leggi più restrittive sulle armi. Finora le telefonate fatte da Theshotline.org sono oltre ottomila.

I familiari delle vittime possono compilare un modulo per inviare le voci di chi è stato ucciso dalle armi a The Shotline, in modo che possano aggiungersi a quelle esistenti.

Ricevere una telefonata da una persona morta, che ti racconta con la propria voce come è morta e dice che bisogna trovare modi per impedire le stragi commesse usando armi da guerra, è forse un approccio macabro e strano a questo dramma incessante, ma come dicono i genitori di Joaquin, se è necessario essere inquietanti per risolverlo, allora ben venga l’inquietante.

Podcast RSI – Sora genera video sintetici perfetti in HD

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CLIP: “Hai mai messo in dubbio la natura della tua realtà?” dalla serie TV Westworld]

Riprendo questa frase emblematica, tratta dalla serie televisiva di fantascienza Westworld, a distanza di poco meno di un anno da quando l’ho citata per la prima volta in questo podcast. Era la fine di marzo 2023 e stavo raccontando la novità dell’arrivo dei primi generatori di immagini tramite intelligenza artificiale capaci di produrre immagini praticamente indistinguibili dalle foto reali, che erano un salto di qualità tecnica enorme rispetto alle immagini da fumetto o da videogioco di prima.

Undici mesi dopo, dalle immagini sintetiche fotorealistiche, che erano già uno shock non solo tecnologico ma anche e soprattutto culturale, siamo già arrivati ai video realistici generati dai computer e indistinguibili dai video reali.

OpenAi ha infatti presentato Sora, un software di intelligenza artificiale capace di generare video fotorealistici, in alta definizione, lunghi fino a un minuto. E qualcuno già parla di collasso della realtà mediatica [Ars Technica], perché se non possiamo più credere alle foto e nemmeno ai video, che sembravano impossibili da falsificare, e se possiamo generare qualunque ripresa video semplicemente descrivendola a parole, la fiducia già traballante nei mezzi di comunicazione finisce a pezzi, travolta da fiumi di video falsi a supporto dell’ondata di fake news, e tutta una serie di mestieri rischia di diventare inutile. A cosa servono fotografi, operatori di telecamere, scenografi, attrezzisti e gli stessi attori se chiunque, con un computer di media potenza, può ricreare qualunque scenografia e qualunque volto in qualunque situazione?

Benvenuti alla puntata del 23 febbraio 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Il 15 febbraio scorso OpenAI, la società che sta dietro ChatGPT e molti altri prodotti di enorme successo basati sull’intelligenza artificiale, ha annunciato il suo nuovo software Sora con una serie di video che hanno comprensibilmente lasciato moltissimi a bocca aperta e con quel brivido di fascino e disorientamento che si prova quando ci si rende conto di essere di fronte a un cambiamento epocale, a qualcosa che non trasforma solo la tecnologia ma rischia di trasformare l’intera società.

Se non avete ancora visto questi video di Sora, guardateli: li trovate presso Openai.com/sora. Sono effettivamente impressionanti. Per esempio, in uno di questi video una donna elegantemente vestita passeggia di notte per le vie di Tokyo, sull’asfalto bagnato che riflette perfettamente la scena, e anche nei suoi occhiali c’è il riflesso dell’ambiente. Una sequenza che avrebbe richiesto trasferte, permessi di ripresa, addetti alle luci, costumisti, truccatori, e ovviamente una modella o un’attrice, si genera oggi interamente al computer, semplicemente dicendo la seguente frase in inglese:

Una donna elegante cammina lungo una via di Tokyo piena di insegne al neon animate con colori caldi. Indossa una giacca di pelle nera, un vestito rosso lungo e stivali neri, e porta una borsetta nera, occhiali da sole e rossetto rosso. Cammina con aria sicura di sé e con disinvoltura. La strada è bagnata e riflettente, creando un effetto specchio sulle luci colorate. Circolano numerosi pedoni”*

* In originale:
A stylish woman walks down a Tokyo street filled with warm glowing neon and animated city signage. She wears a black leather jacket, a long red dress, and black boots, and carries a black purse. She wears sunglasses and red lipstick. She walks confidently and casually. The street is damp and reflective, creating a mirror effect of the colorful lights. Many pedestrians walk about.

Chiunque lavori nel mondo dei media sta probabilmente avendo una crisi di panico all’idea di essere sostituito di colpo da una macchina, a tariffe e con velocità di realizzazione con le quali non può assolutamente competere. E non sostituito fra qualche anno, come sembravano indicare i primi, timidi esperimenti di video sintetici di undici mesi fa, ma subito, quando non ci si è ancora ripresi dallo sconquasso delle immagini sintetiche che hanno eliminato il lavoro di tanti fotografi, anche se Sora non è ancora pubblicamente disponibile come lo è invece ChatGPT e lo stanno provando solo alcuni artisti visivi e realizzatori di film.

Che la rivoluzione dei video sintetici fosse nell’aria e sarebbe arrivata prima o poi era chiaro a tutti; che sarebbe arrivata così in fretta probabilmente se lo aspettavano in pochi. Ma è successo.

O almeno così sembra dai commenti di molti addetti ai lavori e del pubblico a questo annuncio di OpenAI. Ma se proviamo a scremare il sensazionalismo dei primi e le paure dei secondi viene a galla una situazione piuttosto differente. Forse ce la possiamo cavare con un panico controllato.

La valle inquietante

Una delle prime cose che si notano in questi video dimostrativi, una volta superato lo shock iniziale, è che manca l’audio, che a quanto pare Sora non è ancora in grado di generare sincronizzandolo con le immagini. Ma l’audio si può sempre generare in seguito, usando tecniche tradizionali, come il doppiaggio o il foley, il lavoro dei rumoristi.

L’altra particolarità di questi video sintetici di OpenAI è la fluidità dei movimenti delle persone e degli animali, che risulta leggermente dissonante rispetto alla realtà. In altri di questi video dimostrativi, un gatto e un cane corrono e saltano, ma c’è qualcosa che non va nei loro movimenti: sono quasi perfetti, ma è un quasi che rompe completamente l’illusione.

Il nostro cervello ha milioni di anni di esperienza e di evoluzione su cui contare per il riconoscimento dei movimenti delle persone e degli animali familiari, e per ora i video sintetici, a differenza delle foto sintetiche, sono nel pieno della cosiddetta uncanny valley o valle inquietante, ossia quella teoria, proposta dal professore di robotica Masahiro Mori ben 54 anni fa, nel 1970, secondo la quale un oggetto animato produce una risposta emotiva favorevole se non somiglia affatto a un essere umano o a un animale reale oppure se è assolutamente identico a quello reale, ma produce invece repulsione, inquietudine e rifiuto se è molto simile ma non identico all’originale. Quella zona di quasi-somiglianza è la Valle Inquietante, situata fra i due pianori della credibilità.

I personaggi digitali di Toy Story, per esempio, funzionano emotivamente perché non hanno la pretesa di essere persone reali: sono giocattoli e quindi i loro movimenti possono essere innaturali e anche caricaturali senza causare disagio o disorientamento. Gli animali sintetici fantastici di Avatar e di altri film risultano credibili perché non abbiamo alcun termine di paragone con la realtà. Invece gli animali fotorealistici del remake del Re Leone o della Sirenetta, o anche l’Indiana Jones ringiovanito del Quadrante del Destino, per quanto siano il frutto di immense fatiche di tecnici e animatori, spesso stentano a convincerci: basta un minimo movimento innaturale per spezzare la magia, l’empatia e l’immedesimazione.

La terza anomalia di questi video di OpenAI emerge soltanto se si ha l’occhio estremamente allenato e ci si sofferma sui dettagli: alcune persone sullo sfondo appaiono dal nulla e poi svaniscono, e la donna che cammina per le vie di Tokyo a un certo punto inverte le proprie gambe. Tutte cose che al primo colpo d’occhio non verranno notate da nessuno, specialmente se la scena fa parte di una sequenza che ha un montaggio molto dinamico, ma sono cose che rendono questi video inadatti a un uso per un film o un telefilm di qualità.

Il quarto aspetto insolito di Sora è la sua fisica, ossia il modo in cui gli oggetti si comportano. Uno dei video rilasciati da OpenAI mostra un bicchiere appoggiato su un tavolo. Di colpo il liquido rosso contenuto nel bicchiere attraversa il vetro del bicchiere e si spande sul tavolo, senza motivo, mentre il bicchiere fa un salto altrettanto senza motivo, si inclina e poi ricade sul tavolo flettendosi, cosa che un bicchiere di vetro non farebbe mai.

Da questo e altri esempi risulta chiaro che Sora non permette ancora di sostituire in tutto e per tutto il lavoro manuale delle persone, ma produce già ora risultati sufficienti per le riprese generiche. Martin Scorsese o Christopher Nolan non hanno motivo di preoccuparsi, perché realizzano prodotti finemente cesellati, ma Sora mette invece a repentaglio tutto il mondo delle riprese stock, ossia degli spezzoni generici che vengono realizzati e venduti per esempio per creare i video industriali o promozionali o le panoramiche e le riprese ambientali nei telefilm.

Nicchie e autenticità

Se lavorate in questi settori, insomma, conviene che impariate in fretta come funzionano questi software e li adottiate, perché o ci si adatta o si perisce. Oppure si trasforma il proprio mestiere, trovando una nicchia specialistica che il software non riesce a coprire.

E questa nicchia c’è: anche se OpenAI sottolinea orgogliosamente, nel documento tecnico che ha rilasciato insieme ai video, che Sora migliora semplicemente aggiungendovi potenza di calcolo e che quindi certe limitazioni di oggi potrebbero svanire domani, chi si occupa già di immagini sintetiche fisse sa che è relativamente facile ottenere un’immagine che somiglia grosso modo a quella desiderata, ma convincere un’intelligenza artificiale a creare esattamente un’immagine che avevamo in mente è difficilissimo, e questo sembra essere un limite intrinseco del suo modo di generare immagini, che non dipende dalla potenza di calcolo e non è rimediabile semplicemente spendendo altri gigadollari in hardware.

L’intelligenza artificiale, insomma, sta trasformando anche questo settore lavorativo, come ha già fatto per tanti altri, dalla scrittura alla traduzione alla musica alla grafica, ma in questo caso specifico ha anche un effetto molto più perturbante a livello sociale.

Se già adesso Midjourney o Stable Diffusion stanno mettendo in crisi l’informazione permettendo di produrre immagini sintetiche che vengono spacciate per vere, alimentando la propaganda, le truffe e la produzione di fake news a basso costo, possiamo solo immaginare cosa succederà quando anche i video che vengono pubblicati online dovranno essere considerati inattendibili perché potrebbero essere stati generati dall’intelligenza artificiale. Non potremo più credere a niente di quello che vediamo sullo schermo e dovremo diffidare di tutto, con il rischio di sprofondare nell’apatia.

Fra l’altro, questo vuol dire non solo fake news, ma anche per esempio che i sistemi di riconoscimento facciale usati da molti servizi e da molte banche online o dai sistemi di controllo degli accessi potranno essere beffati e in alcuni casi lo sono già.

Ma in realtà c’è già una soluzione a questo rischio: il primo passo è definire delle autorità di certificazione dell’autenticità dei video. Se un video viene depositato presso uno o più enti indipendenti, che ne garantiscano l’integrità attraverso strumenti matematici appositi, che esistono già e vengono già applicati in altri settori, come quello giudiziario per esempio per garantire l’integrità delle registrazioni audio e video degli interrogatori, allora si può stare tranquilli che quel video è reale.

Inoltre si può sempre ricorrere alla catena delle garanzie: se un video viene pubblicato da una testata giornalistica affidabile ed è stato girato da un reporter affidabile, allora ci si può ragionevolmente fidare. Mai come oggi, insomma, il giornalismo può avere un ruolo chiave nell’arginare lo tsunami delle fake news.

Ma per avere questo ruolo è indispensabile imporre standard di verifica nelle redazioni che oggi, purtroppo, spesso scarseggiano. Si prende a volte la prima immagine trovata su Internet chissà dove e la si sbatte in prima pagina; si spacciano spezzoni di videogiochi per scene dai fronti di guerra; e così via.

Non è solo un problema redazionale del giornalismo: le immagini sintetiche vengono pubblicate senza controllo anche da riviste scientifiche irresponsabili. Un caso recentissimo e particolarmente memorabile ci è stato regalato dalla rivista Frontiers in Cell and Developmental Biology, che ha pubblicato in un suo articolo una illustrazione scientifica dei genitali di un ratto vistosissimamente generata dall’intelligenza artificiale. Lo si capiva dalle didascalie, che erano parole senza senso, e lo si capiva soprattutto dalle dimensioni colossalmente impossibili dei testicoli del superdotato roditore.

Nessuno ha controllato, né i ricercatori autori dell’articolo né i redattori, e così l’articolo scientifico è stato pubblicato con l’immagine sintetica. La rivista ha così perso ogni credibilità perché è stata colta clamorosamente in fallo.

Se vogliamo sfruttare i benefici dell’intelligenza artificiale senza farci travolgere dai rischi, non ci servono mirabolanti tecnologie o gadget salvifici per rivelare quando un’immagine o un video sono sintetici, come chiedono in molti. Ci basta creare una filiera di autenticazione e controllo, gestita da esseri umani competenti, con procedure redazionali rigorose, e abituarci all’idea che d’ora in poi tutto quello che vediamo muoversi sullo schermo rischia di essere falso se non è stato verificato da questa filiera.

In altre parole, ci basta cambiare metodo di lavoro, e questa è una decisione che non dipende né dalla potenza di calcolo né dalla tecnologia, ma dipende dalla nostra volontà. Il modo in cui reagiremo alla sfida dell’intelligenza artificiale sarà un perfetto indicatore della nostra intelligenza naturale.

Fonte aggiuntiva: Mashable.

Podcast RSI – Antibufala: Flipper Zero non è un gadget per “hackerare tutto”

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Le proposte dell’algoritmo di YouTube alla ricerca “flipper zero italiano”.

[CLIP: Voci di YouTuber italiani (uno, due, tre) che parlano del Flipper Zero]

Se sfogliate YouTube noterete che moltissimi video parlano di questo strano oggetto tascabile chiamato Flipper Zero e lo presentano come uno strumento in grado di “hackerare tutto”, dalle auto ai semafori ai cancelli elettrici. Pochi giorni fa il governo canadese ha deciso di vietarne l’importazione, la vendita e l’uso per combattere “la piaga dei furti di auto”.

Beh, ho qui uno di questi Flipper Zero, l’ho provato e non è in alcun modo uno strumento per rubare auto. Di certo non manipola i semafori, e anche la sua capacità di scoprire password di Wi-Fi e aprire casseforti e porte di alberghi è stata raccontata in modo… decisamente fantasioso. La realtà è molto diversa e meno sensazionale. Ma allora perché non è più in vendita in molti negozi online e il governo canadese lo vuole bandire?

Questa è la storia del Flipper Zero, ma più in generale è la storia del conflitto fra chi difende il diritto di esplorare apertamente i limiti della tecnologia per diffondere cultura e conoscenza, migliorare la sicurezza e smascherare i venditori di soluzioni insicure, e chi vuole vietare tutto perché ha paura di ogni oggetto tecnologico.

Benvenuti alla puntata del 16 febbraio 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Flipper Zero, le cose da sapere

Vado spesso nelle scuole a fare lezioni di sicurezza e privacy informatica, e in ogni classe c’è sempre qualche studente o studentessa che durante la lezione nota e osserva con particolare interesse e fascino il telecomando che tengo in mano e che uso per gestire la mia presentazione, e lo indica emozionato ai propri compagni.

Fascino, interesse e emozione non sono parole che normalmente si associano a un telecomando per computer, ma questo non è un telecomando qualsiasi: è un Flipper Zero, un piccolo dispositivo elettronico multifunzione tascabile che, perlomeno secondo quello che raccontano molti YouTuber, sarebbe una sorta di vietatissimo grimaldello universale in grado di “hackerare” praticamente qualunque cosa.

Vorrei subito rassicurare i genitori e i docenti che seguono questo podcast: non vi preoccupate, non uso il mio Flipper Zero per violare i telefonini dei vostri figli o studenti o per rubare la password del Wi-Fi. A scuola lo uso semplicemente come telecomando per il mio computer, perché nonostante sia un prodotto amatoriale è molto più stabile e affidabile dei normali telecomandi commerciali e perché so che catturerà l’attenzione, e quell’attenzione mi permetterà di comunicare meglio i concetti di sicurezza e privacy digitale che sono chiamato a insegnare.

Flipper Zero è molto di più di un telecomando: è in grado di leggere, duplicare e emulare i dispositivi RFID e NFC incorporati in molti oggetti elettronici, dalle carte di credito alle tessere delle camere d’albergo, è capace di leggere i microchip di identificazione degli animali e di ricevere e registrare segnali radio, e può duplicare anche molte chiavi elettroniche usate per aprire porte o gestire accessi. Ha un ricevitore e un emettitore a infrarossi che gli permette di fare da telecomando universale e un ricetrasmettitore Bluetooth per collegarsi senza fili ad altri dispositivi. Inoltre è espandibile grazie a schede elettroniche esterne. 

In altre parole, è una specie di coltellino svizzero per informatici, inventato da Alex Kulagin e Pavel Zhovner nel 2019, finanziato tramite una campagna su Kickstarter e basato su software aperto, ossia open source, pubblicando anche i suoi schemi elettronici per massima trasparenza. Con tutti i suoi sensori, ricevitori e trasmettitori programmabili e la possibilità di collegare schede elettroniche esterne, è un gioiello di versatilità per chiunque sia interessato a studiare il funzionamento dei dispositivi informatici e le loro comunicazioni senza fili.

Non è un oggetto a buon mercato, visto che oggi costa intorno ai 160 franchi, e soprattutto non è facile da trovare, anche perché molti grandi negozi online si rifiutano di tenerlo in catalogo. Ad aprile 2023 Amazon ha vietato le vendite di Flipper Zero perché secondo l’azienda si tratterebbe di un dispositivo in grado di clonare carte di credito e altre tessere. L’anno scorso in Brasile le spedizioni di Flipper Zero sono state bloccate e sequestrate dall’agenzia nazionale per le telecomunicazioni, e ora in Canada le autorità vogliono bandire questo dispositivo perché verrebbe “usato per commettere reati”.

La versione francese del post su Twitter/X del governo canadese che parla del divieto riguardante i Flipper Zero.

In Svizzera non sembrano esserci problemi o restrizioni, almeno per ora, visto che ho acquistato il mio esemplare tramite importazione standard.

Questo oggetto, insomma, viene considerato pericoloso da alcune autorità e molti YouTuber mostrano come usarlo per aprire porte e addirittura comandare semafori. Ma dal punto di vista tecnico tutta questa fama è in realtà una bufala.

Capacità reali, video irreali

Le prodezze che vengono mostrate da tanti video su YouTube sono in realtà frutto di montaggi o messinscene: Flipper Zero è stato progettato appositamente in modo da non poter fare cose particolarmente pericolose. Per esempio, non è fisicamente in grado di leggere i dati crittografici delle carte di credito e quindi non può clonarle: può solo acquisirne per contatto il numero e la data di scadenza, cosa che può fare qualunque persona semplicemente guardando una carta di credito o appoggiandola contro molti smartphone recenti. Lo stesso vale per i biglietti dei mezzi di trasporto: può copiarli, ma non può generarli.

Flipper Zero non è in grado di comandare i semafori e la sua sezione a infrarossi è semplicemente un telecomando universale per televisori e altri apparecchi, come quelli acquistabili in qualunque negozio di elettronica. Questo vuol dire che questo dispositivo tascabile può effettivamente accendere e spegnere televisori, condizionatori, videoproiettori e altri dispositivi elettronici e può cambiarne il canale o regolarne il volume, per esempio, ma queste non sono certo dimostrazioni di chissà quale potere informatico: sono cose che appunto chiunque può fare con un normale telecomando universale, che nessuno considera pericoloso.

Le cose cambiano per la sua parte radio: questo dispositivo è in effetti in grado di registrare i segnali degli apricancelli standard e ripeterli, e questo significa che in teoria potrebbe essere usato per aprire un cancello senza autorizzazione. Ma in pratica, oltre a tutti i problemi di legalità di un atto del genere, usare un Flipper Zero in questo modo richiederebbe l’accesso a uno dei telecomandi originali oppure una lunga sessione di tentativi alla cieca fino a trovare il codice dello specifico apricancello. Inoltre il suo asserito potere di trovare le password dei Wi-Fi funziona soltanto se la password è una parola del dizionario, e se un malintenzionato ha queste mire può semplicemente usare un normale personal computer sul quale ha installato Wireshark o altri programmi analoghi. In altre parole, non ne vale la pena.

Probabilmente la cosa peggiore che un Flipper Zero può realmente fare è paralizzare gli iPhone tramite un sovraccarico (o denial of service) del segnale Bluetooth, ma solo nel caso degli iPhone che non sono stati aggiornati dai loro proprietari, visto che Apple ha rilasciato un aggiornamento correttivo a dicembre 2023.

Anche la sua capacità di consentire i furti d’auto, come affermato dalle autorità canadesi, è in realtà stata gonfiata dalle spettacolarizzazioni pubblicate dai TikToker e dagli YouTuber per ottenere più ascolti. È vero che un Flipper Zero può essere usato per memorizzare il segnale inviato dal telecomando della chiave all’auto e quindi aprirne le portiere, ma questo segnale cambia ogni volta, secondo il principio dei cosiddetti rolling code. Di conseguenza, bisognerebbe procurarsi la chiave originale dell’auto, azionarne il telecomando mentre la chiave è fuori dalla portata radio dell’auto, registrare il segnale e il relativo codice usa e getta con il Flipper Zero e poi usare questo dispositivo per trasmettere all’auto il segnale registrato, e comunque non sarebbe possibile avviare l’automobile.

Divertente e educativa, come dimostrazione, ma assolutamente inutile come strumento per i ladri professionisti di auto, che infatti non usano affatto apparecchi limitati come questo ma sfruttano dei ben più sofisticati ripetitori radio: uno viene messo all’esterno della casa della vittima, ad alcuni metri da dove si trovano presumibilmente le chiavi, ossia solitamente nell’ingresso, vicino alla porta di casa; l’altro ripetitore radio viene appoggiato all’auto, facendo quindi credere al veicolo che la chiave sia vicina e quindi debbano aprirsi le portiere, come ho raccontato già sette anni fa in una puntata di questo podcast [e in versione aggiornata anche nel 2022 qui]. Se volete ridurre il rischio di questo tipo di furto, non lasciate le chiavi dell’auto nelle vicinanze della porta di casa.

L’accanimento canadese contro il Flipper Zero, insomma, è tecnicamente infondato, frutto della poca conoscenza dell’argomento da parte dei governanti e delle esagerazioni fatte da chi pubblica video sensazionali per fare soldi: questo dispositivo è troppo limitato per fare danni reali. Ma allora, se è troppo limitato, a cosa serve esattamente?

Imparare l’hacking

Il Flipper Zero è nato con lo scopo specifico di dare agli hobbisti e agli appassionati uno strumento semplice e ragionevolmente economico per studiare il modo in cui funzionano i sistemi di trasmissione di dati, sempre più presenti nelle nostre vite, dagli RFID agli NFC al Bluetooth al Wi-Fi, e per capire se i prodotti che acquistiamo sono realmente sicuri e ben progettati.

Se una tessera elettronica o una chiave di un’auto o una serratura elettronica sono attaccabili con un dispositivo di base come un Flipper Zero, il problema non è il Flipper Zero: è il fabbricante della tessera, auto o serratura, che sta usando tecnologie obsolete e insicure, vecchie di venti e più anni nel caso delle auto, e continua a farlo perché nessuno ha modo di accorgersene.

Smascherare questo approccio incosciente alla sicurezza è un gesto socialmente utile, e impedire agli appassionati e agli studenti di imparare la vera sicurezza rendendo difficile l’accesso a dispositivi come Flipper Zero non fa altro che frenare i ricercatori di sicurezza informatica e le persone ben intenzionate che vorrebbero diventare ricercatori di sicurezza, mentre i malviventi continuano ad agire indisturbati usando tutt’altre apparecchiature.

Siamo insomma ancora una volta di fronte a un caso di quello che gli esperti chiamano security theater o “teatrino della sicurezza”: un problema preoccupa l’opinione pubblica, che quindi chiede che la politica faccia qualcosa, e la politica risponde facendo qualcosa, preferibilmente qualcosa di costoso e vistoso, che in realtà non risolve affatto il problema ma dà l’impressione che qualcosa sia stato fatto. Tutti sono soddisfatti, ma il problema rimane.

Se state pensando che questo modo di fare non si applica solo all’informatica, avete perfettamente ragione. Il termine security theater fu infatti coniato dall’esperto di sicurezza Bruce Schneier nel 2003, per il suo libro Beyond Fear, non per questioni informatiche, ma per descrivere alcune misure di sicurezza aeroportuale introdotte dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Ma questa è decisamente un’altra storia.

Fonti aggiuntive: El Pais, Ars Technica, Quotidiano Motori.

Podcast RSI – Bufala sugli spazzolini elettronici, deepfake in diretta per furti, risorse contro la sextortion

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Immagine generata da DALL-E di ChatGPT con il prompt “draw me a cartoon army made of angry electric toothbrushes marching in rows”.

[CLIP: Rumore di spazzolino elettronico in uso]

Tre milioni di spazzolini da denti elettronici hackerati e usati per sferrare un attacco informatico a un’azienda svizzera: lo hanno scritto molte testate giornalistiche, anche specializzate, ma è una bufala. Come mai ci sono cascati in tanti? Ed è plausibile un attacco del genere?

Circola anche la notizia di un altro attacco informatico in odor di bufala: l’ufficio di Hong Kong di una multinazionale avrebbe ricevuto una videochiamata in cui numerosi dipendenti e il direttore finanziario erano in realtà impostori digitali realizzati in diretta, che hanno dato istruzioni ai colleghi reali di fare dei bonifici urgenti un po’ speciali. Ed è così che hanno preso il volo circa 25 milioni di dollari. Mancano i riscontri, ma questo tipo di attacco è tecnicamente plausibile e potrebbe colpire qualunque azienda, per cui è meglio sapere che perlomeno esiste.

E infine una novità tutta in italiano per la difesa contro i bullismi, i ricatti e le estorsioni di chi minaccia di diffondere foto intime di qualcuno, specialmente se minore: esiste un modo facile e gratuito per segnalare alle piattaforme online una foto o un video intimi senza dovergliene mandare una copia.

Benvenuti alla puntata del 9 febbraio 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Antibufala: attacco informatico con gli spazzolini da denti

Nei giorni scorsi moltissime testate giornalistiche nazionali e internazionali hanno diffuso ampiamente la notizia di un attacco informatico effettuato tramite tre milioni di spazzolini da denti elettronici ai danni di un’impresa elvetica, dichiarando per esempio che “Quello che sembra uno scenario da film hollywoodiano è realmente accaduto” e che il sito dell’impresa è crollato sotto l’attacco ed è rimasto “paralizzato per quattro ore”; i danni ammonterebbero a “milioni di franchi” (Swissinfo). Gli spazzolini in questione sarebbero stati infettati con del malware Java installato da criminali e sarebbero stati indotti a visitare in massa e ripetutamente il sito dell’azienda presa di mira, creando un DDOS o distributed denial of service. Ma la storia è una bufala, e nessun attacco del genere è mai avvenuto.

La notizia falsa è stata pubblicata dalla Aargauer Zeitung e dai giornali ad essa associati (Luzerner Zeitung, copia d’archivio) in una intervista a un dirigente della filiale svizzera di Fortinet, una società statunitense specializzata in sicurezza informatica, molto nota nel settore. In realtà l’attacco informatico tramite spazzolini da denti è uno scenario ipotetico, come ha chiarito successivamente Fortinet, dichiarando che è stata fatta confusione fra scenari reali e scenari immaginati.

La bufala si è diffusa ed è diventata virale perché la storia aveva tutti gli ingredienti giusti per essere giornalisticamente accattivante: riguardava un oggetto familiare usato in maniera insolita, evocava una paura molto diffusa, quella degli attacchi informatici, e citava un numero sensazionale e facile da ricordare e da mettere in un titolo. Era così intrigante che anche molte testate semispecialistiche del settore informatico l’hanno pubblicata dandola per buona e fidandosi della fonte apparente, che sembrava essere Fortinet, mentre gli esperti esprimevano pubblicamente forti dubbi sulla credibilità tecnica dello scenario raccontato ma venivano puntualmente ignorati.

Allarme rientrato, insomma: non buttate via il vostro spazzolino da denti elettronico per paura che sia stato “hackerato” da malviventi. Nessuna azienda svizzera è stata paralizzata da un’orda di spazzolini e la notizia è, ripeto, una bufala.

Ma potrebbe accadere davvero una cosa del genere? Quasi sicuramente no. Gli spazzolini da denti elettronici non si connettono direttamente a Internet* ma si collegano solo agli smartphone, tramite Bluetooth, per cui uno spazzolino in sé, anche se “hackerato” installandogli del software malevolo, non potrebbe visitare un sito Web e quindi non sarebbe possibile paralizzare un sito facendolo visitare a ripetizione da milioni di spazzolini da denti.

* Nei commenti a questo articolo, però, un lettore segnala che esiste almeno una marca di spazzolino elettronico la cui base si collega al Wi-Fi locale, per cui in teoria si potrebbe infettare la base (non lo spazzolino, che comunica via Bluetooth con la base) per indurla a contattare un sito diverso da quello predefinito dal software standard installato dal produttore.

Infettare informaticamente uno spazzolino elettronico, invece, è plausibile. Proprio Fortinet, già quasi dieci anni fa, ha dimostrato come era possibile “hackerare” uno di questi oggetti tramite la sua app di controllo, ma gli effetti dell’attacco si limitavano a spegnere e accendere lo spazzolino, farlo andare più velocemente o disattivarlo. Si tratta insomma di esperimenti puramente dimostrativi, che mettono in luce un principio tecnico generale che purtroppo non è una bufala: molti dei dispositivi che colleghiamo a Internet non hanno protezioni adeguate contro gli attacchi informatici, oppure le hanno ma gli utenti non le attivano, e quindi è davvero possibile infettarli in massa e usarli per attaccare un sito.

Non è teoria: è già successo, per esempio nel 2019, quando il malware denominato Mirai è riuscito a infettare milioni di dispositivi connessi a Internet, dalle stampanti alle telecamere di sicurezza ai dispositivi di monitoraggio per neonati, sfruttando il fatto che moltissimi utenti lasciavano attive le loro password predefinite, che sono pubblicate nei manuali, e questo malware ha ordinato a questi dispositivi di visitare tutti contemporaneamente uno specifico sito Internet, paralizzandolo. Ma si trattava di dispositivi connessi direttamente a Internet, non di spazzolini, i cui dati passano attraverso uno smartphone, e comunque i criminali informatici oggi hanno a disposizione metodi di attacco ben più efficaci ed efficienti di un’infezione di massa di spazzolini smart.

Questa vicenda degli spazzolini, insomma, è fasulla ed è un caso da manuale di passaparola giornalistico in cui tutti citano tutti e nessuno controlla perché la storia è troppo accattivante, ma è comunque un buon pretesto per fare l’inventario dei nostri oggetti digitali e controllare che siano aggiornati e che la loro password per collegarsi a Internet non sia ancora quella predefinita dal costruttore, magari una simpatica e attaccabilissima sequenza “1234”.

Deepfake in diretta usati per rubare 25 milioni di dollari? Forse

In questi giorni sta circolando anche un’altra notizia sensazionale a proposito di un attacco informatico, e anche qui ci sono dubbi su come siano andate le cose realmente. La testata giornalistica South China Morning Post ha segnalato che l’ufficio di Hong Kong di un’azienda multinazionale, di cui non viene fatto il nome, sarebbe stato raggirato per circa 25 milioni di dollari con un inganno molto sofisticato.

Gli aggressori, secondo la testata, hanno creato una copia digitale, animata in tempo reale, delle sembianze e della voce del direttore finanziario dell’azienda e di altri dipendenti e l’hanno usata durante una videoconferenza di gruppo, nella quale questi impostori digitali hanno dato istruzioni di pagamento speciali a uno o più dipendenti.

I truffatori sono riusciti a creare queste copie fedeli e realistiche di queste persone usando come fonte i video e le registrazioni audio pubblicamente disponibili che le ritraggono e usando appositi software per fare in modo che ogni gesto e parola dei truffatori venisse convertito istantaneamente in un gesto o in una parola di questi cloni digitali.

Sempre secondo la testata giornalistica, la polizia di Hong Kong sta indagando sul caso e per questo il nome dell’azienda non è stato reso pubblico. Uno dei dipendenti che ha effettuato i pagamenti, ben 15 bonifici su cinque conti bancari differenti a Hong Kong, ha avuto qualche dubbio sulla richiesta di provvedere a questi versamenti, ma la presenza in video e in voce di quelli che sembravano essere il direttore finanziario e altri dipendenti lo ha indotto a fidarsi.

A differenza dell’attacco informatico tramite spazzolini da denti, questa notizia non ha nulla di tecnicamente implausibile. Esistono da tempo software pubblicamente disponibili, come SwapFace, DeepFaceLive e Swapstream, che sono in grado di sostituire in tempo reale il volto di una persona con quello di un altro con una qualità sufficiente a ingannare la maggior parte delle persone, specialmente durante le videochiamate, quando la risoluzione del video è spesso molto limitata. Inoltre una ricerca recente indica che gli attacchi di questo genere sono aumentati di oltre sette volte nella seconda metà del 2023 rispetto al semestre precedente e vengono usati per ingannare i sistemi di verifica online dell’identità usati da molti servizi di pagamento e di commercio.

Chiaramente, a prescindere dall’autenticità o meno di questa notizia, non ci si può più fidare di un video o di una voce, neppure in diretta, per autenticare la persona che si ha davanti sullo schermo. Servono altri metodi, come per esempio frasi di sicurezza concordate, oppure domande alle quali solo la persona vera è in grado di rispondere, oppure ancora chiavi crittografiche personali, da scambiare durante un incontro faccia a faccia per potersi poi autenticare in seguito nelle videochiamate. E ovviamente serve personale addestrato, che sia stato informato che esiste il rischio che le persone che vede muoversi e parlare sullo schermo potrebbero essere sintetiche.

Fonti aggiuntive: TripwireArs Technica.

Meta, nuovi strumenti contro la sextortion

Una foto intima che finisce in mani ostili è sempre un dramma, specialmente nel caso di minori. Ci si trova ricattati o minacciati da criminali sconosciuti o da ex partner sentimentali e non si sa a chi rivolgersi per risolvere il problema. Adesso c’è un aiuto in più contro questo reato, ossia contro la cosiddetta sextortion: esiste un modo semplice, discreto e gratuito, ora anche in lingua italiana, per segnalare ai principali social network una propria foto intima che si teme possa essere messa in circolazione da qualcuno.

Questo aiuto è offerto da Meta, la società che coordina Facebook, Instagram, Threads e WhatsApp [comunicato stampa]; lo avevo preannunciato in una puntata precedente di questo podcast, circa un anno fa, e da pochi giorni è finalmente disponibile appunto anche in italiano oltre che in una ventina di altre lingue. Il sito al quale rivolgersi si chiama Take It Down, ossia “rimuovila o rimuovilo”, ed è raggiungibile presso takeitdown.ncmec.org.

Il servizio funziona in maniera molto pratica, risolvendo una delle preoccupazioni principali di chi si trova in questa situazione: di solito ci si aspetta che il primo passo per ottenere la rimozione da Internet di una foto o di un video di natura intima sia inviare una copia di quella foto o di quel video alle autorità, e questo causa comprensibilmente disagio e imbarazzo.

Ma Take It Down lavora in un altro modo: le immagini e i video non lasciano mai il dispositivo della vittima e non vengono mai trasmessi a nessuno. Il servizio, infatti, assegna una sorta di impronta digitale unica, chiamata valore hash, a ciascuna immagine e ciascun video selezionato dalla vittima, e le piattaforme online possono utilizzare e disseminare questo valore hash per riconoscere quell’immagine o video se circola sui loro servizi, quindi Threads, Facebook e Instagram, e anche sui siti partecipanti, che al momento sono Onlyfans, Pornhub, TikTok, Yubo, Snap, Clips4sale e Redgifs.

Questa assegnazione viene fatta eseguendo un programma apposito sul dispositivo della vittima, ossia di solito sul suo telefonino, quindi senza che nessuno veda o riceva le immagini. L’unica informazione che lascia il telefonino è un codice numerico (il valore hash, appunto) dal quale non è possibile ricostruire l’immagine o il video. Massima discrezione, insomma.

In pratica il servizio di aiuto funziona così: la vittima visita il sito takeitdown.ncmec.org usando un dispositivo sul quale ci sono le immagini che vuole far rimuovere. Lì trova la parola cliccabile Inizia; cliccandoci sopra viene chiesto se la richiesta riguarda immagini di minorenni o di maggiorenni, visto che per i maggiorenni c’è un servizio separato, chiamato StopNCII.org, che funziona allo stesso modo. Fatto questo si può cliccare su Selezionate le foto/i video.

Meta ha inoltre attivato anche in italiano una pagina apposita con le istruzioni su come segnalare minacce e condivisioni di immagini intime senza autorizzazione e con informazioni sulle misure prese da Meta per avvisare i minori quando un account potenzialmente sospetto tenta di seguirli o di interagire con loro.

Si spera sempre che questi servizi non siano necessari, ma se ci si trova nei guai è bello sapere che c’è una soluzione.

Fonte aggiuntiva: TechCrunch.