Vai al contenuto

Podcast RSI – Google fonde le uova, MrBeast sotto attacco e altri inciampi dell’intelligenza artificiale

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: spezzone del finto spot di MrBeast]

L’intelligenza artificiale produce risultati notevolissimi nella generazione e nel riconoscimento di immagini, nell’analisi di dati e testi e nell’elaborazione di suoni, come nel caso delle voci sintetiche che sentirete qua e là in questo podcast, ma non sempre le cose vanno così lisce come viene raccontato da tanti annunci commerciali pieni di entusiasmo in questo settore.

La voce che avete appena sentito, per esempio, sembra quella di MrBeast, lo YouTuber più seguito del mondo, ma è in realtà un falso che gli sta causando parecchi guai. Intanto macOS fa pasticci attivando automaticamente una funzione che fa comparire fuochi d’artificio e palloncini festosi anche nel mezzo di riunioni video serissime; gli esperti dimostrano che una delle difese più gettonate contro le immagini false online è sostanzialmente inutile; e l’intelligenza artificiale fa dire a Google che le uova si possono fondere e altre sciocchezze che è meglio conoscere e capire per non farsi ingannare.

Benvenuti alla puntata del 6 ottobre 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica, e in questo caso agli inciampi che l’intelligenza artificiale subisce quando non viene supervisionata adeguatamente e quando chi la usa ne è così innamorato che non pensa alle sue conseguenze. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

macOS e i palloncini a sorpresa

Sono un terapeuta e quindi è poco professionale che mi compaiano all’improvviso dei palloncini mentre il mio cliente sta parlando di un suo trauma”. Scrive così, in un forum di assistenza tecnica di Zoom, una delle vittime dell’ultimo aggiornamento di macOS, denominato Sonoma, che ha introdotto le cosiddette Reazioni automatiche: in pratica, se fate alcuni gesti specifici con le mani davanti alla telecamera di un Mac recente durante una videoconferenza o una videochiamata, quei gesti faranno partire automaticamente delle animazioni sovrapposte alla vostra immagine e inserite anche dietro di voi grazie all’intelligenza artificiale.

I palloncini di cui si lamenta il terapeuta, per esempio, compaiono se si fa il gesto di vittoria o di pace, con l’indice e il medio che formano una V e il palmo rivolto verso l’osservatore.

Tutti i gesti sono elencati in una pagina apposita del sito di Apple, ma il problema è che Apple ha deciso che era una buona idea attivare automaticamente questa nuova funzione a tutti gli utenti, senza avvisarli, per cui molte persone si sono trovate in imbarazzo, durante riunioni, consulti medici o altre videochiamate piuttosto delicate, quando sono comparsi a sorpresa palloncini, coriandoli, fuochi d’artificio, raggi laser, cuoricini e altre frivolezze facilmente fuori luogo, generate dal riconoscimento automatico delle immagini di macOS Sonoma.

Oltretutto questi malcapitati utenti non sono riusciti a capire cosa avesse prodotto questi effetti speciali indesiderati, perché non si sono resi conto che stavano gesticolando e che a un certo punto le loro mani avevano assunto una delle posizioni riconosciute automaticamente da macOS. Anzi, non sapevano nemmeno che Apple avesse attivato questa funzione.

Per evitare gaffe, come quella che è successa a me, fortunatamente in una videoriunione informale, bisogna cliccare in macOS sull’icona verde a forma di telecamera che compare sulla barra menu quando un’applicazione sta appunto usando la telecamera, e poi cliccare sul pulsante verde Reazioni in modo che diventi grigio.

Sembra insomma che Apple si sia innamorata così tanto di questa nuova funzione da dimenticarsi una delle regole principali del software: quando si introduce una novità importante, bisogna avvisare gli utenti e soprattutto renderla opt-in, ossia lasciarla disattivata e proporla agli utenti anziché imporla a sorpresa.

Tom Hanks e MrBeast travolti dai deepfake

MrBeast, lo YouTuber più seguito del pianeta, con 189 milioni di iscritti, è famoso per i suoi video sempre più costosi, spettacolari e assurdi in cui regala auto o altri beni a sorpresa oppure offre premi molto ingenti. Qualcuno ha deciso di approfittare della sua fama creando uno spot pubblicitario su TikTok in cui MrBeast, in voce e in video, diceva di offrire un iPhone 15 Pro a 10.000 spettatori in cambio di due dollari.

[CLIP: falso spot di MrBeast]

Ma si trattava di un deepfake talmente ben fatto che ha superato i controlli di TikTok ed è stato pubblicato, rimanendo online per alcune ore. Il paradosso è che questo deepfake è stato realizzato usando l’intelligenza artificiale per simulare la voce e il volto di MrBeast e anche TikTok usa l’intelligenza artificiale, insieme a dei moderatori umani, per vagliare le pubblicità. In altre parole, l’intelligenza artificiale dell’inserzionista disonesto ha battuto quella di TikTok. Il fatto che MrBeast pubblichi davvero video in cui fa regali costosi ha reso plausibile l’offerta dello spot fraudolento, e i controllori umani non si sono fermati a verificare la cosa più elementare, ossia la fonte dello spot, che non era legata affatto a MrBeast.

Anche il notissimo attore Tom Hanks è stato vittima di un deepfake pubblicitario fraudolento che promuoveva su Internet un’assicurazione dentistica usando la sua voce e il suo volto. Le due celebrità hanno usato i propri canali social per mettere in guardia gli utenti, ma è chiaro, come scrive anche MrBeast, che “questo è un problema serio” e che c’è da chiedersi se le piattaforme social siano “pronte a gestire la crescente diffusione dei deepfake” ingannevoli, adottando controlli più efficaci, o se hanno intenzione invece di continuare a scaricare sugli utenti i danni della loro disinvoltura e tenersi i profitti che ne derivano. Sembra infatti davvero strano che queste aziende così ipertecnologiche non siano capaci di fare una cosa così semplice come verificare le credenziali dei loro inserzionisti.

Fonti: TechCrunch, Gizmodo, Ars Technica.

Il watermarking, “filigrana” contro i falsi dell’IA, non funziona

Una delle soluzioni proposte più spesso per arginare il fenomeno delle immagini sintetiche indistinguibili da quelle reali è il cosiddetto watermarking: l’inserimento obbligatorio di indicatori visibili o comunque rilevabili tramite software in tutte le immagini generate dall’intelligenza artificiale.

Molte aziende del settore, come Meta, Amazon, Google e OpenAI, hanno sottoscritto impegni a usare varie tecnologie, incluso in particolare il watermarking, per contrastare la disinformazione. L’idea di fondo è che le immagini sintetiche vengano riconosciute e contrassegnate come false in tempo reale, man mano che vengono generate o pubblicate.

Per esempio, un’immagine sintetica inviata a Instagram per la pubblicazione verrebbe riconosciuta e modificata dal social network per inserirvi un indicatore, una sorta di filigrana digitale che verrebbe rilevata dall’app di Instagram presente sui dispositivi degli utenti. L’app potrebbe così avvisare gli utenti che stanno guardando un’immagine non reale. A fine agosto scorso, Google ha presentato SynthID, un software che promette di fare proprio questo lavoro di identificazione e marcatura.

Ma gli esperti hanno già trovato il modo di rimuovere facilmente questi indicatori, usando paradossalmente proprio l’intelligenza artificiale. Una delle loro tecniche consiste nell’aggiungere all’immagine del cosiddetto rumore digitale casuale per distruggere il watermark e poi nel ricostruire l’immagine usando metodi ben noti nel settore per eliminare il rumore aggiunto in precedenza. Nei loro test sono riusciti a rimuovere con successo uno dei watermark più robusti, RivaGAN, in oltre il 90% delle immagini.

Un altro metodo ancora più insidioso è lo spoofing, in cui un aggressore inietta in un’immagine reale un indicatore che la contrassegna come sintetica, creando confusione e danno reputazionale a chi ha realizzato o diffuso l’immagine: in pratica, fa credere al pubblico che un’immagine vera sia in realtà falsa e che chi l’ha pubblicata sia un bugiardo.

La conclusione degli addetti ai lavori, insomma, è che nonostante le promesse dei grandi nomi commerciali di Internet il watermarking è inaffidabile e rischia di creare più confusione che benefici, rendendo inutile anche questo tentativo di meccanizzare la fiducia, che sembra essere un tema ricorrente di questo periodo in informatica. Forse la fiducia va conquistata usando approcci meno automatizzati ma più collaudati e comprensibili anche per i non tecnici, come la provenienza di un’immagine, ossia la reputazione e l’attendibilità di chi l’ha prodotta e di chi l’ha diffusa e pubblicata.

Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

Secondo Google le uova si possono fondere: l’ha detto Quora, che l’ha letto su ChatGPT

Già da qualche tempo gli esperti avvisano di non usare ChatGPT, Bing Chat e altre intelligenze artificiali testuali come strumenti per la ricerca di informazioni, perché tendono a generare risposte fantasiose e inaffidabili a causa di un problema noto come allucinazione o confabulazione. Per cercare informazioni attendibili, dicono, bisogna usare i motori di ricerca. Ma c’è un problema: i motori di ricerca stanno cominciando a integrare nei loro risultati anche le pseudoinformazioni generate dalle intelligenze artificiali e stanno quindi perdendo la propria affidabilità.

Uno degli esempi più chiari e comici di questa tendenza è arrivato pochi giorni fa, quando un utente che si fa chiamare Tyler Glaiel ha notato che la risposta breve o snippet in primo piano di Google alla domanda “è possibile fondere le uova” era “Sì, si può far fondere un uovo. Il modo più comune è riscaldarlo usando un fornello o un forno a microonde.”

Giusto per chiarezza e per evitare equivoci, no, le uova non si possono fondere, come si fonde il cioccolato, il metallo o il ghiaccio applicando calore. Se si applica del calore a un uovo, la sua struttura chimica cambia. Se il calore è sufficientemente intenso, l’uovo si cuoce, non si fonde.

La risposta di Google è quindi sbagliata, e Google l’ha presa da Quora, un sito molto popolare nel quale gli utenti pubblicano domande e risposte su qualunque argomento. L’ha presa da lì perché Quora fa in modo di comparire in cima ai risultati di Google (cioè fa la cosiddetta search engine optimization o SEO). Ma la risposta di Quora è clamorosamente sbagliata, perché da qualche tempo Quora integra nelle risposte fornite dagli utenti anche quelle generate dall’intelligenza artificiale, e la frase sulla possibilità di fondere un uovo è stata generata usando ChatGPT, secondo quello che dichiara Quora.

Ma in realtà Quora non usa la versione più recente di ChatGPT; ne usa una versione vecchia che notoriamente produce risultati molto inaffidabili ed è addirittura sconsigliata dal produttore, OpenAI.

In altre parole, la risposta sbagliata di Google non è di Google, ma è di Quora, che a sua volta l’ha presa da ChatGPT.

L’errore ora è stato corretto, ma il metodo usato da Quora e da Google per fornire risposte alle ricerche degli utenti è pericolosamente inattendibile. Cosa anche peggiore, molte risposte generate da intelligenze artificiali vengono lette e assorbite da Google, creando un circolo vizioso che peggiora l’attendibilità del motore di ricerca.

A volte, fra l’altro, questo circolo vizioso è del tutto involontario: per esempio, il testo di questo podcast e tutti gli articoli che parlano di questa vicenda delle uova che si fondono contengono ovviamente la risposta sbagliata alla domanda “è possibile fondere le uova?”, perché la citano per raccontarla e smentirla, ma questi testi verranno letti da Google e dalle intelligenze artificiali, che quindi rileveranno che molti siti contengono la frase “si può far fondere un uovo”, senza capire che viene citata per avvisare che è sbagliata, e pertanto la considereranno attendibile e significativa e la presenteranno come risposta a chi cerca informazioni sull’argomento, amplificandola ulteriormente.

Ed è così che nonostante le migliori intenzioni una bugia diventa una verità apparentemente certificata, per mancanza di supervisione da parte di un’intelligenza reale.

Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

—-

Morale della storia, anzi delle storie che avete appena ascoltato: l’intelligenza artificiale è un ottimo strumento, ma ha bisogno di essere affiancata dall’intelligenza umana, che la deve sorvegliare per farla lavorare bene e salvarla quando inciampa o raggiunge i propri limiti. Ma questo affiancamento umano costa, e troppo spesso l’adozione dell’intelligenza artificiale viene vista invece come un’occasione per tagliare le spese, infischiandosene delle conseguenze, invece di offrire un servizio migliore. E i risultati, purtroppo, si vedono.

Podcast RSI – Dropshipping, sextortion, cryptoscam: risposte agli ascoltatori su trappole e truffe

logo del Disinformatico

Ultimo aggiornamento: 2023/10/17 16:40.

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes (per ora mancano alcune puntate recenti), Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.


[CLIP: spezzoni di YouTuber che parlano di dropshipping]

Dropshipping, sextortion, cryptoscam: tre termini al centro di tre richieste di ascoltatori di questo podcast. Tre tipi di attività online che molto spesso hanno conseguenze dolorose, e a volte devastanti, per chi vi rimane coinvolto.

Benvenuti alla puntata del 29 settembre 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e proverò a spiegare cosa si nasconde dietro queste parole nuove e insolite e come gestirne i pericoli.

[SIGLA di apertura]

Dropshipping, cos’è e cosa si rischia

Mi hanno scritto numerosi genitori, raccontando che i loro figli molto giovani chiedono di poter iniziare un’attività di dropshipping. Ragazzi e ragazze parlano di guadagni facili e cospicui, ispirandosi agli spot che vedono nei social e ai tutorial che trovano su YouTube, e i genitori spesso sono scettici all’idea di affidarsi ai consigli di sconosciuti forse non del tutto disinteressati, temono che un’attività del genere possa distogliere dallo studio e dal tempo libero, e spesso non hanno ben chiaro cosa sia questo dropshipping.

Cominciamo dalle basi: il dropshipping consiste nel vendere via Internet prodotti di vario genere, comprati sempre via Internet da vari fornitori all’ingrosso. La differenza principale rispetto alla compravendita tradizionale è che nel dropshipping il venditore non riceve la merce in un proprio magazzino per poi spedirla al compratore, ma ordina al fornitore di spedire direttamente la merce a quel compratore e guadagna sulla differenza fra il prezzo a cui vende e il prezzo a cui compra.

Il fatto che non serva disporre di un magazzino e spendere in anticipo per avere scorte di prodotti da vendere rende questa attività particolarmente adatta al lavoro da casa online e allettante per gli aspiranti imprenditori.

In sé il dropshipping non è illegale, se fatto bene. Il problema è riuscire a farlo bene, evitandone i rischi. Per esempio, il venditore, cioè il dropshipper, che molto spesso sarebbe un minorenne, è legalmente responsabile di un prodotto che non gli passa mai per le mani ma di cui deve garantire la qualità promessa. Se per caso il fornitore spedisce un prodotto difettoso o addirittura fraudolento o contraffatto, o non lo spedisce del tutto, è il venditore-dropshipper che ne deve rispondere e lo deve rimborsare, con tutte le conseguenze e i costi legali che ne possono derivare.

Il dropshipper deve inoltre spendere in pubblicità per farsi conoscere e trovare clienti, deve lottare contro la concorrenza degli altri dropshipper, deve creare un sito-catalogo nel quale offrire i prodotti, e deve pagare le tasse e rispettare tutti gli obblighi di legge. Tutte cose che hanno costi non trascurabili e richiedono tempo e impegno, con il rischio costante che dopo tutta la sua fatica i clienti decidano di tagliarlo fuori e risparmiare, comprando dalla concorrenza oppure direttamente dal fornitore. 

Infatti per i clienti non è difficile scoprire chi è quel fornitore, per esempio cercando in Google l’immagine o la descrizione testuale del prodotto offerto, che spessissimo è la stessa sul sito del dropshipper e sul sito del fornitore. Inoltre i clienti sanno riconoscere i segnali tipici di un sito di dropshipping: le foto della “sede aziendale” prese da siti di immagini stock, le offerte ad alta pressione del tipo “compra questo orologio entro 4 ore 17 minuti e 15 secondi per avere lo sconto dell’80%!!” e le testimonianze più o meno inventate dei clienti soddisfatti, tipo “Maria ha appena comprato questa felpa ed è contentissima!”.

Le speranze di vendita e i margini di guadagno, insomma, rischiano di essere molto bassi per il dropshipper, e basta qualche contestazione da parte di clienti insoddisfatti per intaccare quei margini. Chi fa veramente soldi con il dropshipping è chi fornisce i prodotti e i servizi, come il sito-catalogo, il software di gestione delle compravendite, le agenzie pubblicitarie, le consulenze tecniche. Nomi come AliExpress, Shopify, Oberlo.

E poi ci sono, purtroppo, i truffatori. Gente senza scrupoli che fa pubblicità al dropshipping e lo presenta come un modo facile per fare soldi senza essere esperti e standosene comodi a casa. Gente che però chiede soldi, per esempio per far avere all’aspirante dropshipper un elenco di fornitori affidabili (che in realtà sono solo prestanome), oppure per entrare in un circolo di “affiliati” che promettono di far aumentare le vendite in cambio di un compenso fisso, oppure ancora per partecipare a costosi “seminari” che promettono di insegnare tecniche per ottimizzare il proprio sito e per vendere con successo.

In sintesi: come per qualunque offerta online, anche per il dropshipping bisogna studiare bene e informarsi sui rischi prima di investirci tempo e denaro, senza farsi abbagliare dalle promesse di facili guadagni spesso presentate su YouTube, e ricordandosi sempre che se fossero davvero facili, quei guadagni li farebbero in tanti. Studiare il dropshipping, insomma, è una buona occasione per esercitarsi a capire le complicazioni di un’attività professionale; praticarlo, invece, rischia di essere una lezione di commercio molto salata.

Il mio consiglio è di non dire seccamente “no” agli entusiasmi dei figli, ma di proporre di esplorare insieme tutte le sfaccettature di questa forma di commercio, creando un business plan, facendo una tabella di costi e ricavi, trovandosi una nicchia di mercato esclusiva, informandosi sulle leggi e facendo ricerche, prima di fare qualunque investimento di denaro. Magari alla fine non se ne farà nulla, e magari invece qualcuno diventerà un grande imprenditore, ma di sicuro si porterà a casa conoscenze ed esperienze utili per qualunque lavoro futuro. Compresa la lezione più importante di tutte: in qualsiasi corsa all’oro, quelli che fanno sicuramente soldi sono sempre i venditori di picconi.

Fonti aggiuntive: Centro Europeo Consumatori Italia; Euroconsumatori.org; Michigan.gov.

Attenzione ai “servizi di recupero criptovalute”

[Immagine tratta da Lexica.art]

La seconda richiesta di aiuto di questo podcast arriva da Luca, che mi scrive che suo padre che è caduto vittima di una truffa online: alcuni anni fa aveva fatto un piccolo investimento di poche centinaia di euro con un trader che poi era sparito nel nulla. 

L’anno scorso è stato contattato da persone che dicevano di far parte di una società di recupero portafogli digitali che poteva aiutarlo a recuperare il suo investimento, che nel frattempo era aumentato di valore a un centinaio di migliaia di euro. 

Il padre di Luca, in un periodo economicamente delicato, ha iniziato a versare migliaia di euro in bitcoin a wallet sconosciuti, per sbloccare questa cifra, finché la famiglia se ne è accorta ed è intervenuta. Ma alcuni mesi dopo il padre è caduto di nuovo nella trappola e ha ricominciato a fare transazioni tramite bitcoin per cercare di recuperare quei soldi persi.

A questa storia fa eco quella di Max, un cui amico (che chiamerò Giorgio) è stato contattato su WhatsApp qualche mese fa da una donna che gli aveva scritto per errore, sbagliando numero di telefono. Dall’equivoco era nata una lunga conversazione amichevole, nella quale lei gli aveva raccontato qualcosa della sua vita: la sua passione per le arti marziali usate per l’autodifesa delle donne, il suo lavoro nella gestione delle criptovalute, e lui aveva ricambiato raccontando qualcosa della propria vita. I due si erano scambiati qualche foto, scrivendosi per giorni e tenendosi compagnia a vicenda con piccole chiacchiere quotidiane sulla cucina, la religione, il lavoro, le vacanze, i film preferiti.

Lei a un certo punto gli ha proposto di fare un piccolo investimento in un sito Web dedicato alle criptovalute, ma senza fretta, seguendo i suoi consigli, e le cose sono andate bene, con buoni guadagni iniziali, che Giorgio ha reinvestito. Alla fine, dopo aver versato circa 20.000 euro, ha provato a incassare quei guadagni, ed è lì che sono cominciati i problemi: con mille scuse, il sito ha rifiutato di ridargli i soldi. A quel punto Giorgio ha cercato su Internet qualcuno che potesse aiutarlo a riottenere il proprio denaro, e ha trovato molti servizi di recupero di investimenti pronti ad assisterlo in cambio di un anticipo.

Sono due storie di truffe che rivelano un secondo livello di inganno che sta mietendo molte vittime in questo periodo anche dalle nostre parti: i falsi servizi di recupero di denaro. Chi è incappato nel primo livello di truffa cerca online qualche esperto nella speranza di riavere i propri soldi, e facilmente trova sedicenti “hacker etici” che dicono di poterlo aiutare, ovviamente in cambio di una parcella, che però stranamente non sono disposti a detrarre dal denaro che dicono di essere così bravi a recuperare.

Infatti sono in realtà altri truffatori, che approfittano della situazione disperata per togliere altri soldi alla vittima già in crisi. In alcuni casi, questi secondi truffatori sono in combutta con i primi e arrivano addirittura a fingere di essere rappresentanti delle autorità inquirenti che vogliono restituire il maltolto alle vittime, ma per farlo, guarda caso, hanno bisogno di un anticipo.

Purtroppo in casi come questi la strategia più prudente è semplicemente troncare le comunicazioni, segnalare la vicenda alla polizia (quella vera), presumere che i soldi dati ai primi truffatori siano persi per sempre, e leccarsi le ferite prima che peggiorino. Qualunque presa di contatto da parte di persone e organizzazioni che dicono di poter recuperare il denaro va vista con grandissimo sospetto, specialmente se si parla di mandare altri soldi per “coprire le spese” oppure di fare hacking per recuperare le somme bloccate. Ma l’imbarazzo e la disperazione di chi è stato truffato rendono molto difficile una scelta così lucida. Siate prudenti, e se avete amici o familiari che considerate a rischio, parlatene con loro. La prevenzione aiuta.


2023/10/17. Mi stanno arrivando così tante segnalazioni di persone che sono state vittime di questa tecnica di truffa che ho dovuto preparare un testo di risposta standard. Se può esservi utile, usatelo anche voi per rispondere a chi vi chiede consiglio:

Sì, decisamente sei stato coinvolto in una truffa. Probabilmente nulla di quello che hai visto online è reale: né le identità delle persone, né i guadagni.

Hai affidato i tuoi soldi a dei professionisti del raggiro. Il mio consiglio tecnico, sulla base di casi analoghi, è di considerarli persi per sempre.

Puoi denunciare in polizia, se vuoi; è utile a fini statistici, ma non ti aspettare che la polizia abbia le risorse per indagare. I casi come questo sono numerosissimi.

ATTENZIONE: verrai probabilmente contattato da qualcuno che ti dirà che è in grado di farti riavere il denaro. Non crederci: è un complice dei truffatori.

Mi spiace doverti dare questo parere.

“Sono entrato in videochat con una bella ragazza, ora mi ricatta con le mie immagini intime, cosa devo fare?” 

[Immagine tratta da Lexica.art]

È l’una e mezza di notte: squilla il telefono, e una voce angosciata mi chiede aiuto. È un ragazzo che è appena stato vittima di una sextortion: è stato contattato online da una bella ragazza sconosciuta, che in videochiamata su un social network si è esibita spogliandosi e gli ha proposto di fare altrettanto. Lui lo ha fatto, ma poi ha scoperto che la ragazza disinibita era solo un’esca pilotata da un criminale, che ora lo ricatta pretendendo soldi per non pubblicare la registrazione di quello che ha fatto il ragazzo davanti alla telecamera.

È un copione classico, che però continua a fare vittime, per cui è il caso di ripassare i consigli degli esperti su come comportarsi quando è troppo tardi per parlare di prevenzione e ci si rende conto di essere finiti in una trappola del genere.

Prima di tutto, non pagate: è inutile e la Prevenzione Svizzera della Criminalità lo sconsiglia esplicitamente, spiegando che “pagare il riscatto non garantisce che le immagini o i filmati non siano pubblicati comunque. Inoltre, spesso, l’estorsione continua anche dopo il primo pagamento con la pretesa di una somma superiore.”
Conviene invece interrompere subito i contatti, cancellarli dalla lista degli amici e non rispondere a nessun messaggio proveniente dal ricattatore. Se il video è stato pubblicato, contattate la piattaforma social che lo ospita e chiedetene immediatamente la rimozione. Queste piattaforme sono molto sensibili al problema e di solito agiscono molto rapidamente.

La Prevenzione Svizzera della Criminalità raccomanda inoltre di raccogliere tutti i mezzi di prova, “le immagini e i filmati oggetto dell’estorsione, i dati di contatto dei ricattatori e della donna, tutti i messaggi ricevuti da costoro (sequenze di conversazione via chat, e-mail ecc.), le indicazioni per il versamento del riscatto” e poi sporgere denuncia, dato che l’estorsione “è un reato perseguibile d’ufficio” e quindi “la polizia è tenuta a avviare le indagini non appena viene a conoscenza di un caso”.

Video della Prevenzione Svizzera della Criminalità (2020).

[Il sito della PSC dice testualmente: “La sextortion comporta sempre un tentativo di estorsione nei confronti della persona filmata. Dato che l’estorsione ai sensi dell’articolo 156 CP è un reato perseguibile d’ufficio, la polizia è tenuta a avviare le indagini non appena viene a conoscenza di un caso”]

Andare a denunciare una situazione del genere, specialmente se si è giovanissimi e magari in una situazione familiare poco aperta a queste questioni, è difficile. Ma se può essere di conforto, si tratta di comportamenti molto diffusi e soprattutto non punibili dalla legge. La Prevenzione Svizzera della Criminalità, infatti, precisa sul suo sito che “la giustizia persegue i reati e non le debolezze umane”, e qui l’unico reato è quello commesso dai criminali che stanno compiendo l’estorsione.

Alle raccomandazioni delle autorità posso aggiungere qualche suggerimento dettato dall’esperienza, visto che richieste di aiuto di questo genere mi capitano spesso. Il primo suggerimento è che rendere privati i propri profili social è utile, ma non conviene chiuderli completamente.

Il secondo, più importante, è che il punto debole dei criminali è che se resistete alle loro richieste di pagamento, il vostro video intimo per loro non vale più nulla e diventa anzi una perdita di tempo. Inoltre sanno che se lo pubblicano su una piattaforma social, verrà rimosso molto rapidamente dai filtri automatici e il loro account verrà bloccato e dovranno aprirne un altro. E se pubblicano il video altrove, a quel punto è ovviamente inutile che paghiate il riscatto, per cui normalmente si limitano a minacciare la pubblicazione. Dato che di solito hanno molte vittime di cui si stanno occupando contemporaneamente, è molto probabile che se opponete resistenza vi lasceranno perdere, senza pubblicare il video neppure per ripicca. A modo loro, sono professionisti, e non hanno tempo da perdere con gesti inconcludenti. Se considerate tutte queste cose, diventa più facile rendersi conto di essere tutto sommato in una posizione di forza, nonostante le apparenze.

E giusto per dare un’idea di quanto siano cinici e di quanto sia inutile pagare nella speranza di eliminare i video, vi segnalo un caso recentissimo che mi è capitato: un altro ragazzo, oggi ventunenne, è stato contattato da dei criminali che hanno minacciato di pubblicare un suo video intimo ottenuto con questo inganno anni prima da altri truffatori. Il ragazzo all’epoca aveva pagato, ma i criminali, invece di distruggere il video, lo hanno rivenduto ad altri malviventi, aggiungendo guadagno al guadagno. Il nuovo tentativo di estorsione, comunque, è stato respinto.

[NOTA: queste raccomandazioni valgono specificamente nel caso di criminali che agiscono a scopo di estorsione. Purtroppo esistono anche persone che usano la stessa tecnica per ricattare persone molto giovani e indurle a sottoporsi ad abusi personali durante incontri diretti con i ricattatori, come in questo caso britannico in cui un uomo di 24 anni si è finto una ragazzina sui social network, adescando ragazzi da 11 a 16 anni e facendosi mandare immagini intime che minacciava di diffondere se le vittime non assecondavano le sue richieste]

Dato che questi comportamenti riguardano fasce d’età sempre più giovanili, non è mai troppo presto per parlarne in famiglia e mettere in guardia contro questo genere di ricatto, messo in atto con ragazze molto convincenti che sono complici dei criminali. Anche qui, la prevenzione è sicuramente meglio della cura, e magari evita una telefonata di panico all’una e mezza di notte.

Fonti aggiuntive: Polizia Cantonale del Canton Ticino, Centro nazionale per la cibersicurezza NCSC, Prevenzione Svizzera della Criminalità, BBC.

Podcast RSI – Las Vegas sotto attacco, bitcoin rubati e rischi con Google Authenticator

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

NOTA: questa puntata al momento è disponibile solo sul sito della RSI ma non sulle altre piattaforme podcast.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: audio dal trailer di Ocean’s Thirteen (2007)]

Il film Ocean’s Thirteen di Steven Soderbergh racconta la vicenda immaginaria di un attacco a un casinò di Las Vegas, basato in gran parte sull’elusione dei suoi controlli di sicurezza computerizzati. Nella fantasia hollywoodiana, questo richiede una gigantesca scavatrice sotterranea e varie altre diavolerie, acrobazie e seduzioni.

Nella realtà, invece, le cose vanno molto diversamente. Sì, perché in questo momento la MGM Resorts, proprietaria di alcuni dei più celebri casinò di Las Vegas, è sotto attacco da parte di un gruppo di informatici che da due settimane ha reso inservibili i sistemi di prenotazione online e di pagamento elettronico, le chiavi elettroniche delle camere e i bancomat, creando il caos, ed è riuscito a forzare la disattivazione di molte slot machine gestite dalla MGM Resorts, non solo a Las Vegas ma anche in gran parte degli alberghi della catena in altre località. Le perdite economiche, i disagi per gli ospiti e il danno d’immagine sono incalcolabili.

[Jason Koebler è andato a Las Vegas e ha documentato anche fotograficamente la situazione dei casinò colpiti]

A differenza della versione cinematografica, questo attacco non ha richiesto trivelle, acrobati o George Clooney: è bastata una telefonata. E non è la prima volta che succede.

Questa è la storia assurda e spettacolare di questo attacco informatico, ricca di lezioni di sicurezza che si applicano a qualunque azienda, grande o piccola, e preziosa per conoscere lo stato dell’arte del crimine online e imparare a difendersene.

Benvenuti alla puntata del 22 settembre 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Pochi giorni fa una cliente dell’MGM Grand, un albergo di lusso a Las Vegas di proprietà della catena MGM Resorts, è entrata nella camera sbagliata perché le chiavi elettroniche dell’hotel non funzionavano correttamente. Il personale è stato costretto a distribuire migliaia di chiavi fisiche sostitutive. La cliente ha postato su TikTok un video che mostra che molte slot machine dell’albergo sono state spente.

Altri clienti dell’MGM Grand hanno scoperto di avere le prenotazioni annullate, non sono riusciti a fare check-in o pagare con le carte di credito, e sono stati costretti ad andare in cerca di bancomat al di fuori dell’albergo per procurarsi contanti per pagarsi da mangiare. I telefoni interni e il servizio TV nelle camere sono diventati inservibili.

Il sito principale della catena, Mgmresorts.com, è stato bloccato e ha iniziato a mostrare solo un invito a contattare telefonicamente il servizio clienti. Lo stesso caos ha colpito altri alberghi e casinò della MGM Resorts nella stessa città e in tutti gli Stati Uniti (BBC), costringendo il personale a lavorare con carta e penna. A distanza di due settimane, le prenotazioni online sono ancora inaccessibili e i disagi per i clienti continuano (Kevin Beaumont su Mastodon).

Screenshot del sito MGMresorts.com alle 9 del mattino del 22 settembre 2023.

Il 12 settembre la MGM Resorts ha pubblicato sul sito della SEC, la Securities and Exchange Commission, l’ente federale statunitense che vigila sulle borse, un avviso che parla molto diplomaticamente di una “questione di sicurezza informatica che riguarda alcuni sistemi dell’Azienda”. Ma la realtà è assai meno diplomatica.

La MGM Resorts è stata vittima di un attacco informatico, messo a segno usando una tecnica classica, descritta brutalmente su X (il social network un tempo noto come Twitter) da alcuni alleati degli aggressori con queste parole: “Per compromettere MGM Resorts, il gruppo ransomware ALPHV è semplicemente andato su LinkedIn, ha trovato un dipendente, e poi ha chiamato l’helpdesk. Un’azienda valutata 33 miliardi e 900 milioni di dollari è stata sconfitta da una telefonata di dieci minuti.”

Screenshot del post di vx-underground.

La telefonata in questione è stata preparata con molta cura dagli attaccanti. Secondo le informazioni rese pubbliche fin qui, l’helpdesk aziendale di MGM Resorts sarebbe stato vulnerabile perché “per ottenere un reset della password, i dipendenti dovevano fornire solo informazioni personali di base, come il nome e cognome, il loro numero identificativo in azienda e la data di nascita” (Bloomberg, paywall). Tutte informazioni facili da ottenere andando semplicemente su un sito come LinkedIn, dove le persone pubblicano curriculum, dati anagrafici e situazione di lavoro, senza rendersi conto che in questo modo forniscono ai criminali il primo appiglio necessario per scavalcare il muro della sicurezza informatica.

Armati di queste informazioni, gli aggressori avrebbero appunto contattato l’helpdesk per i dipendenti di MGM Resorts, spacciandosi per uno di quei dipendenti e convincendo l’addetto all’helpdesk a fare un reset della password del dipendente impersonato. Sarebbero poi entrati nella rete informatica dell’azienda usando questa password. Si sa per certo che hanno usato dei normali software di accesso remoto e la consueta VPN aziendale per fingere di essere quel dipendente, e che hanno lanciato un malware remoto, riuscendo a entrare nel sistema nel giro di cinque ore e sfuggendo ai controlli per otto giorni, fino al 10 settembre scorso. La loro incursione ha costretto gli addetti di MGM Resorts a spegnere gran parte della propria rete informatica interna per tentare di contenere l’attacco, scatenando appunto grande confusione (Financial Times).

Potrebbe essere una sottile forma di umorismo, o forse no, ma su Snagajob è comparsa questa offerta di lavoro urgente per un sysadmin Red Hat Linux a Las Vegas, con inizio immediato il 21 settembre, per “aiutare l’MGM Grand Casino a creare il suo nuovo ambiente informatico dopo il recente attacco ransomware”.

Attacchi come questi sono l’incubo di ogni addetto alla sicurezza informatica, perché fanno leva su due fattori incontrollabili: le dimensioni dell’azienda, che portano ad avere una rete informatica vasta e molte persone autorizzate ad accedervi che non si conoscono fra loro, e la psicologia umana, le cui fragilità sono ben note in questo campo e sono universali.

Questo caso, però, è diverso dal solito, non solo per la scala dell’attacco e per il bersaglio così vistoso, ma anche perché i criminali hanno sfruttato una risorsa non informatica molto particolare.

Parli come me, mi fido di te

Sulla scena virtuale del crimine sono arrivati l’FBI, il governatore dello stato del Nevada Joe Lombardo, e numerosi consulenti di sicurezza informatica in aggiunta a quelli già impiegati dalla MGM Resorts. Questi esperti hanno indicato i probabili colpevoli dell’attacco: un gruppo noto come “Scattered Spider” (letteralmente “ragno diffuso”), che ha già effettuato intrusioni informatiche di questo tipo a scopo di estorsione, con la tecnica classica del ransomware, che consiste nel rubare o bloccare dati sensibili della vittima e poi chiedere denaro per non pubblicarli o per sbloccarli. Il gruppo ha poi rivendicato pubblicamente l’attacco in un’intervista al Financial Times.

Scattered Spider ha avuto successo perché le procedure di sicurezza del bersaglio erano troppo deboli e verificavano le identità usando soltanto dati personali facilmente reperibili, ma soprattutto perché molti dei membri del gruppo parlano inglese come madrelingua. Secondo gli esperti, infatti, il gruppo è composto da persone molto giovani che risiedono negli Stati Uniti e in Europa, e la loro competenza linguistica e culturale rende molto credibili le loro telefonate in cui simulano di essere dipendenti di aziende statunitensi. Questo li distingue nettamente dagli altri gruppi criminali operanti nello stesso settore, che sono prevalentemente russofoni e quindi farebbero molta fatica a spacciarsi plausibilmente al telefono per un dipendente americano.

MGM Resorts non è l’unico gestore di casinò preso di mira da attacchi di questo tipo. Poche settimane fa la Caesars Entertainment Inc., quella del celebre Caesar’s Palace, è stata oggetto di un’intrusione analoga, per la quale è stato chiesto un riscatto per non pubblicare i dati trafugati. L’azienda dichiara di “aver preso misure per garantire che i dati rubati vengano cancellati dall’attore non autorizzato, anche se non possiamo garantire questo risultato”. Traduzione: è stato pagato un riscatto di alcune decine di milioni di dollari, secondo gli addetti che hanno seguito la vicenda (Wall Street Journal).

Se vi state chiedendo come mai sono stati scelti come bersaglio i casinò, la ragione non è certo legata a scelte etiche dei criminali, che hanno chiarito molto cinicamente che se un’azienda ha soldi, la attaccheranno, in qualunque settore sia. Le uniche eccezioni, dicono, sono ospedali e aeroporti, perché si rischia troppo il carcere e l’accusa di terrorismo. Siamo insomma ben lontani dai ladri gentiluomini di Ocean’s Thirteen e di tanta tradizione cinematografica.

Ci sono almeno tre lezioni fondamentali che si possono trarre dalla spietatezza di questi attacchi: la prima è che pubblicare su LinkedIn, Crunchbase e simili il nome dell’azienda nella quale si lavora, e in quale ruolo ci si lavora, è una pessima abitudine che andrebbe abbandonata, magari sostituendola con un’indicazione generica del tipo di azienda o del suo settore.

La seconda è che gli aggressori attaccheranno qualunque punto debole: per esempio prenderanno di mira le procedure di verifica di identità, che non devono basarsi quindi su dati personali facilmente reperibili, oppure colpiranno i sistemi informatici ausiliari ma indispensabili, come quello degli impianti antincendio o quello delle prenotazioni, oppure quello di un fornitore esterno, che sono meno difesi.

La terza lezione è che i vari sistemi informatici di un’azienda non devono fidarsi l’uno dell’altro, perché se lo fanno è sufficiente violarne uno per avere accesso agli altri e si produce un effetto domino che paralizza l’intera azienda. Nel caso della MGM Resorts, appunto, il caos è stato causato dal fatto che sono stati gli addetti alla sicurezza a spegnere molti sistemi, per evitare che gli aggressori li raggiungessero. Ovviamente creare un sistema aziendale nel quale non ci sono barriere interne è molto più facile e offre anche una grande efficienza, ma in caso di attacco quell’efficienza diventa una costosa debolezza. Ed è così che può bastare una telefonata ben studiata per far crollare un’azienda miliardaria.

Ma c’è anche una quarta lezione, che arriva da un caso diametralmente opposto a questo.

Quando la MFA non è MFA

Retool è una società californiana che sviluppa software, con un paio di centinaia di dipendenti in tutto: l’esatto contrario del colosso MGM Resorts. Ma anche Retool è stata attaccata pochi giorni fa: l’aggressore ha iniziato l’attacco inviando degli SMS ai dipendenti, spacciandosi per un collega in difficoltà e chiedendo ai destinatari di cliccare su un link dall’apparenza innocua per risolvere un presunto problema di stipendi.

Un solo dipendente è caduto nella trappola, ma è bastato. Il link, infatti, portava a una pagina di login fasulla, nella quale il dipendente ha immesso le proprie credenziali, dandole così all’aggressore.

Fin qui nulla di speciale, ma a questo punto, come racconta Retool sul proprio sito, il criminale ha telefonato al dipendente, fingendo di essere quel collega in difficoltà e ne ha simulato la voce con un software apposito, dimostrando anche di conoscere la planimetria della sede, i nomi di molti colleghi e le procedure interne dell’azienda. La voce è stata riconosciuta dalla vittima e l’ha convinta ad abbassare le proprie difese e a dare un singolo codice temporaneo di autenticazione a due fattori a quel falso collega al telefono.

Quel codice ha permesso all’aggressore di aggiungere un proprio dispositivo al sistema di autenticazione aziendale e da lì acquisire il controllo di ben ventisette account di clienti di Retool nel settore delle criptovalute. Uno di questi clienti è stato così derubato di circa 15 milioni di dollari.

Di solito l’autenticazione a due fattori viene presentata come una soluzione di sicurezza estremamente efficace, e normalmente lo è, ma in questo caso ha fallito, e secondo Retool la colpa è di Google, perché la sua app di autenticazione, Google Authenticator, da qualche tempo spinge gli utenti a sincronizzare nel cloud una copia dei codici di autenticazione. Questo è considerato pericolosissimo dagli esperti, perché vuol dire che se qualcuno prende il controllo di un account Google, ottiene accesso anche ai codici di autenticazione di tutti i siti gestiti tramite Authenticator. Il dipendente di Retool che è stato ingannato aveva attivato questa sincronizzazione, e questo è un problema che tocca tutti gli utenti di Authenticator, grandi e piccoli.

Se usate Google Authenticator e avete attivato, come tanti, la sincronizzazione dei codici nel cloud e adesso vorreste disattivarla, aprite l’app, cliccate sull’icona del profilo e scegliete Utilizza senza un account. Ma tenete presente che se il dispositivo sul quale avete Authenticator si guasta o viene perso, non avrete più modo di riottenere i codici di autenticazione. Anche in informatica, comodità e sicurezza sono spesso in contrasto tra loro.

Questi casi di attacchi informatici molto sofisticati, con voci clonate, ricognizione del bersaglio, sfruttamento di una vulnerabilità poco considerata e un bottino ingentissimo, dimostrano che il crimine informatico non va assolutamente sottovalutato. Un recentissimo rapporto di swissVR, Deloitte e dell’Università di Lucerna rileva che il 45% delle grandi aziende svizzere è stata vittima di un attacco informatico e che di queste vittime il 42% ha subìto un danneggiamento delle proprie attività; il 18% delle aziende con meno di 50 dipendenti è stata oggetto di attacchi importanti. Il Centro Nazionale per la Cibersicurezza ha documentato oltre 34.000 attacchi solo nel 2022: il triplo rispetto al 2020. Eppure il 30% delle imprese svizzere non ha nemmeno nominato un gruppo interno per la gestione degli incidenti informatici (Swissinfo; Swissinfo). Viene da chiedersi se per caso quel 30% stia aspettando che la lezione di sicurezza informatica arrivi direttamente da George Clooney in persona.

[CLIP: audio dal trailer di Ocean’s Thirteen (2007)]

Fonti aggiuntive: Engadget, Dark Reading, BitDefenderTechCrunch, The Hustle, The Hacker NewsArs Technica.

Podcast RSI – Confederazione e fediverso: perché il governo svizzero è su Mastodon, e perché è così importante?

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.


I rami del fediverso (da Joinfediverse.wiki).

[CLIP: Il “boop” di notifica di default di Mastodon]

Il 12 settembre scorso è stata presentata formalmente l’istanza Mastodon del governo federale svizzero: la Confederazione entra nel fediverso. Dietro questi termini tecnici, magari poco familiari per molti utenti di Internet, c’è una novità decisamente importante per la protezione dei dati dei cittadini e per la sovranità delle comunicazioni di qualunque paese.

Molti governi e molte istituzioni, infatti, usano i social network per comunicare con i cittadini, ma questo significa che i cittadini sono costretti a iscriversi ai social network e quindi cedere dati personali, ma soprattutto significa che c’è qualcuno — il gestore del social network — che quando gli pare può interferire nelle comunicazioni e può anche interromperle. Non è un’ipotesi fantasiosa, visto quello che è successo con Twitter, o X come vuole farsi chiamare adesso, dove molti account governativi e di testate giornalistiche sono stati silenziati o limitati da quando Elon Musk ha preso il controllo di questo social network. Ma esiste un’alternativa.

Questa alternativa è il tema della puntata del 15 settembre 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Benvenuti. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

La Cancelleria federale svizzera ha annunciato il 12 settembre di aver aperto una cosiddetta istanza su Mastodon. Traduco subito: un’istanza è, in sintesi, un computer collegato a Internet, sul quale è installato un software che gli permette di funzionare come un piccolo social network completamente autogestito, per la diffusione di notizie e la discussione fra utenti in un formato simile a Twitter ma senza le intemperanze e la profilazione commerciale di Twitter.

Questo software è gratuito, è open source, cioè liberamente installabile e ispezionabile, e adotta un formato standard di comunicazione, per cui gli utenti di quel mini-social network, ossia di quella istanza, possono comunicare anche con gli utenti di tutte le altre istanze che usano lo stesso standard, ovunque nel mondo. Uno dei software più popolari in questo campo si chiama Mastodon.

Non c’è una grande organizzazione centrale che controlla tutto, non c’è un singolo padrone commerciale: ogni istanza si autogoverna, come se fosse un’isola, e comunica con le altre, in un sistema federato. L’insieme delle istanze, ossia l’arcipelago delle isole, si chiama fediverso: l’universo dei sistemi federati. Nel caso del governo federale svizzero, l’istanza, ossia il mini-social network autogestito, si chiama Social.admin.ch. È online in questo momento ed è visitabile con qualunque dispositivo, come qualsiasi altro sito di Internet. Non occorre iscriversi per consultarlo.

Per ora ci trovate poco, visto che si tratta di un esperimento pilota, oltretutto appena iniziato, ma il portavoce del Consiglio federale, André Simonazzi, è già attivo: lo trovate a @gov@social.admin.ch. E sono già operativi gli account del Dipartimento federale degli affari esteri (@EDA_DFAE@social.admin.ch, in inglese @swissmfa@social.admin.ch), del Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca (@WBF_DEFR@social.admin.ch) e del Dipartimento federale dell’interno (@EDI_DFI@social.admin.ch). Trovate i loro indirizzi Mastodon su Disinformatico.info o su social.admin.ch/directory.

Se visitate l’istanza Mastodon del governo svizzero, o qualunque altra istanza dello stesso tipo, c’è una differenza importante di cui probabilmente non vi accorgerete finché qualcuno non ve la farà notare: manca l’onnipresente, estenuante richiesta di accettare i cookie. Manca per una ragione molto semplice e molto importante: le istanze non fanno profilazione, non raccolgono dati personali e non hanno bisogno di cookie ficcanaso. Questa è la differenza fondamentale tra i social network tradizionali, come Facebook, Instagram, TikTok o X/Twitter, e le istanze del fediverso: le istanze rispettano automaticamente le leggi sulla protezione dei dati, rilevano solo i dati strettamente necessari per la gestione ed escludono esplicitamente la vendita e il commercio di dati degli utenti.

È per questo che le istanze di Mastodon e simili sono così allettanti per la comunicazione a livello governativo:

  • sono gestite direttamente dal governo, senza dazieri o intermediari magari stranieri che potrebbero decidere in qualunque momento di bloccare tutto;

  • non obbligano i cittadini e gli utenti a consegnare dati personali ad aziende che li vendono;

  • evitano che le istituzioni pubbliche facciano indirettamente promozione dei vari social network commerciali e incoraggino i cittadini a usarli e a diventarne utenti sorvegliati;

  • e offrono garanzie di autenticazione senza dover pagare per avere “bollini blu” o consegnare scansioni di documenti di identità a chissà chi.

Le istanze, insomma, offrono un modo rispettoso della sovranità e della privacy per raggiungere la popolazione, che soprattutto nelle fasce più giovani sarebbe difficilmente raggiungibile attraverso altri canali.

Ma i vantaggi del fediverso non riguardano solo i governi; valgono anche per le testate giornalistiche, le emittenti radiotelevisive, le scuole e le aziende, e per i rispettivi utenti. Cioè noi.

Fedigoverno, ma non solo

Fedigov.eu è un sito che raduna informazioni e risorse per facilitare la transizione di governi, aziende e istituzioni verso questi software privi di controllori. Un’esigenza sempre più pressante, visto che le nuove leggi europee sulla protezione dei dati non si conciliano con la passione vorace dei social network per farsi i fatti nostri, come è successo con Threads di Meta, che non è operativo in Europa perché è troppo ficcanaso e non può rinunciare ad esserlo, perché è così che fa soldi.

Intanto X/Twitter, sotto la gestione di Elon Musk, ha iniziato a ridurre la circolazione dei post delle testate giornalistiche che non vanno a genio al nuovo proprietario o ha rallentato intenzionalmente i link ai loro siti: è successo ai danni di Reuters, del New York Times, di Substack e dei social network concorrenti Facebook e Bluesky a metà agosto scorso, e nel 2022 Twitter aveva bloccato del tutto i link a Mastodon. Tutti questi comportamenti sono stati interrotti dopo che sono stati rivelati dagli esperti (New York Times; Washington Post), ma pochi giorni fa la società di analisi del traffico social NewsWhip ha pubblicato dati che sembrano indicare un crollo delle condivisioni su X degli articoli del New York Times, giornale che Elon Musk dichiara pubblicamente di disprezzare.

Per fare un esempio, quando l’ex presidente statunitense Barack Obama ha condiviso su X una serie di articoli del Times, quelle condivisioni hanno raggiunto meno di un milione di utenti di X. Ma quando Obama ha condiviso articoli di altre testate, i suoi post sono stati visti da quasi 13 milioni di utenti (Semafor.com). Sono episodi che rivelano il potere di controllo dei social network commerciali e privati sulla circolazione delle informazioni e rivelano soprattutto la natura capricciosa di questo controllo.

Alcune testate giornalistiche sono già corse ai ripari, aprendo account nel fediverso perché quelli che hanno su Twitter o altri social network vengono limitati in vari modi dai gestori di quei social network. La BBC, per esempio, ha avviato un esperimento simile a quello del governo svizzero presso Social.bbc, e lo stesso hanno fatto molte testate giornalistiche internazionali, il governo olandese (social.overheid.nl) e l’Unione europea (social.network.europa.eu).

Nel fediverso, infatti, non ci sono i cosiddetti algoritmi social, quei complicati e oscuri meccanismi in base ai quali certi contenuti vengono fatti circolare più di altri. Nei sistemi federati è l’utente che sceglie cosa vuole vedere e chi vuole seguire. Non c’è pubblicità, non c’è tracciamento e si può comunicare facilmente,con gli amministratori, nella propria lingua, in caso di problemi. Non ci sono censure, perlomeno finché si rispettano le regole di moderazione dell’istanza dove si è aperto l’account. E non c’è niente da pagare, visto che tutto si regge sul volontariato e sulle donazioni degli utenti.

Inoltre nel fediverso non c’è solo Mastodon, pensato per la condivisione di notizie e brevi testi come alternativa a Twitter. Ci sono anche sostituti di Instagram, come Pixelfed, e di YouTube, come Peertube, tutti interconnessi e basati sugli stessi principi e sullo stesso standard di interoperabilità, denominato ActivityPub. Anche qui, niente richieste assillanti di cookie, niente pubblicità, niente algoritmi che decidono per noi cosa dobbiamo leggere o vedere.

Ma allora perché non siamo già tutti su Mastodon?

Mastodon, pochi ma buoni

Secondo i dati pubblicati dall’account automatico Mastodon Users (@mastodonusercount@mastodon.social), su Mastodon ci sono oggi poco più di quattordici milioni di account. Un numero in crescita costante, ma comunque modestissimo rispetto alle centinaia di milioni di account X/Twitter o ai tre miliardi e passa di Meta.

[2023/09/15 13:55 Poco dopo la chiusura del podcast è stato annunciato che l’istanza Mastodon.social ha appena superato il milione e mezzo di iscritti]

È quindi molto probabile che i vostri amici non siano su Mastodon. Non ci sono per un’ottima ragione: non è lì che trovano i loro amici, che sono invece tutti sui social network commerciali e da lì non si muovono per la stessa ragione: non vogliono andare via dal social in cui si trovano i loro amici. Siamo, in un certo senso, ostaggi gli uni degli altri. Questo fenomeno si chiama network effect, effetto rete, o anche effetto carrozzone, ed è tipico di qualunque prodotto o servizio di rete: il suo valore per gli utenti aumenta man mano che aumenta il numero degli utenti, e viceversa. Per fare un esempio, è inutile avere un fax se nessun altro ha più un fax, come è inutile essere su Telegram se tutti gli amici sono su WhatsApp.

Per spezzare questo stallo ci sono due modi fondamentali: rendere il prodotto nuovo compatibile con quello vecchio, come è successo per esempio con la telefonia mobile, che permetteva sin da subito di chiamare numeri della rete fissa esistente e viceversa, oppure rendere il prodotto nuovo così interessante, e quello attuale così frustrante, da spingere gli utenti a superare la naturale resistenza al cambiamento.

Gli account su Mastodon sono pochi, ma quei pochi sono costituiti da numerosissime testate giornalistiche, radio e TV, bot informativi automatici, istituzioni e adesso anche governi. Se usate i social network per informarvi presso fonti di questo tipo, allora su Mastodon troverete già un buon numero di account interessanti da seguire. Se siete su Twitter, potete usare Fedifinder per trovare automaticamente gli equivalenti su Mastodon degli account che seguite su Twitter.

Sul versante frustrazione non occorre fare nulla: molti utenti di spicco hanno già abbandonato Twitter, rendendolo meno appetibile, e la gestione di Elon Musk sembra voler fare di tutto per rendere difficile la vita di chi resta. Un recente test ha indicato che l’86% di un campione di post indiscutibilmente dedicati all’odio, al negazionismo dell’Olocausto, all’esaltazione del nazismo e al suprematismo bianco non è stato rimosso da X neanche dopo che è stato segnalato; X ha risposto a questa critica con una parziale smentita. Inoltre, secondo Media Matters, X ha pubblicato inserzioni pubblicitarie di grandi marche accanto a contenuti di antisemitismo, fra cui spiccano accuse esplicite di coinvolgimento di Israele e degli ebrei negli attentati dell’11 settembre 2001. Comprensibilmente, molti utenti non ci tengono a frequentare un ambiente del genere e cercano alternative dove i contenuti di odio vengano gestiti correttamente.

Come entrare in Mastodon, senza panico

Iscriversi a Mastodon non è difficile, ma richiede un passo in più che forse è poco intuitivo rispetto alla normale iscrizione a un social network commerciale: bisogna scegliere per prima cosa l’istanza dove aprire l’account, e solo a quel punto si può scegliere il nome dell’account. È un po’ come quando si apre un account di mail: bisogna selezionare prima quale fornitore usare e poi decidere il nome dell’utente.

Per scegliere l’istanza si può andare a Joinmastodon.org/servers e fare una selezione, per esempio per lingua o area geografica, in modo da avere assistenza e moderazione nella propria lingua, oppure si può chiedere consiglio a qualcuno che è già su Mastodon. In ogni caso, se si cambia idea in seguito si può sempre traslocare su un’altra istanza senza perdere nulla.

Fatto questo, si sceglie il nome del proprio account e si scelgono gli account da seguire, che hanno un formato strano: chiocciola-nome utente – chiocciola – istanza. Per esempio, io su Mastodon sono @ildisinformatico@mastodon.uno.

[2023/09/17 17:55: Rispondo qui a una domanda che è emersa nei commenti e che probabilmente verrà posta da altri commentatori: ho scelto Mastodon.uno per avere un responsabile che parli italiano, conosca il contesto italiano e conosca la mia reputazione professionale, così se ci sono problemi o se segnalo qualcosa tutto si risolve più efficientemente. Ma se non sapete che pesci pigliare, potete scegliere l’istanza di default, che è Mastodon.social]

Tutto qui; il resto si impara strada facendo. Non è neanche indispensabile scaricare e installare un’app apposita: basta usare un browser qualsiasi, anche se le varie app permettono un uso più efficiente e flessibile.

Certo, Mastodon non è per ora il posto per chi aspira ai grandi numeri o a diventare influencer: per quello ci sono i social network commerciali, e comunque si può anche tenere il piede in due scarpe, come fanno molti utenti, molte organizzazioni e molti governi, compreso quello svizzero. Ma se si cerca gente interessante da leggere o servizi d’informazione utili da seguire, e se si vuole provare il piacere un po’ ruspante di usare Internet così com’era stata concepita in origine, con software e servizi creati dagli utenti per gli utenti, senza gestori miliardari dispotici e capricciosi e senza algoritmi che amplificano l’odio, Mastodon e tutto il fediverso sono un’occasione ghiotta, anche per ricordare, come dice l’autore e attivista informatico Cory Doctorow (@pluralistic@mamot.fr), che Internet può essere molto più che “cinque siti web giganti, pieni di screenshot degli altri quattro”.

[Nota: la frase è stata probabilmente coniata da Tom Eastman su Twitter il 3 dicembre 2018 e in originale è “I’m old enough to remember when the Internet wasn’t a group of five websites, each consisting of screenshots of text from the other four.”]

Podcast RSI – Cronaca di una truffa online “made in Switzerland”

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

2023/09/12: La RSI ha disabilitato gli embed e quindi quelli presenti nei miei articoli hanno smesso di funzionare. Li sto togliendo man mano, sostituendoli con i link diretti; portate pazienza.

[CLIP: Raffica di suoni di notifica di WhatsApp su iPhone]

Il truffatore mi sta tempestando di messaggi su WhatsApp. Ovviamente non sa che sta conversando con me: crede di avere a che fare con una delle sue vittime. Vittime che hanno perso decine di migliaia di dollari o euro, o franchi svizzeri nel caso che sto per raccontarvi, in un raggiro che parte da un’offerta di lavoro online e ha una particolarità che lo distingue dalle truffe online abituali: i criminali operano all’interno dello stesso paese in cui risiedono le loro vittime.

Di solito, invece, c’è di mezzo una frontiera, in modo da complicare le indagini, ma nel caso tuttora in corso che mi è stato segnalato tutto avviene in Svizzera, e per incompetenza o spavalderia i truffatori usano numeri di telefono locali, di cui è facile identificare i titolari. È una tecnica di inganno ben strutturata, che è meglio conoscere e far conoscere per evitare di finire nella sua complessa e costosa ragnatela.

Benvenuti alla puntata dell’8 settembre 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Tutta la vicenda prende il via alla fine di agosto 2023. Trattandosi di una storia che ha anche dei risvolti legali ancora aperti, nel raccontarla cambierò i nomi delle persone e di alcuni dei luoghi e siti coinvolti, lasciando comunque intatta la sostanza della tecnica della truffa.

[per la stessa ragione non posso pubblicare il nome del sito truffaldino e dell’agenzia]

La vittima, che chiamerò Mario e risiede in Svizzera, viene contattata su WhatsApp da una persona che si presenta come rappresentante di un’agenzia che gli offre un lavoro: una situazione frequente e assolutamente normale, soprattutto per una persona come Mario, che come tante altre ha un profilo professionale pubblico su LinkedIn proprio per ricevere offerte lavorative. L’agenzia, fra l’altro, è piuttosto ben conosciuta, e nei siti antitruffa come Scamadviser o Trustpilot gode di ottima reputazione fra le aziende che si occupano di recensire prodotti.

Il lavoro proposto consiste nell’aiutare altre aziende a migliorare i risultati di vendita facendo compravendite di prodotti in cambio di una provvigione. Per rassicurare Mario, l’agenzia gli propone di aprire un account di prova per una settimana e gli affianca una persona che non solo lo guida e lo assiste, ma deposita anche sull’account del denaro dell’agenzia, da usare per le compravendite. Mario esegue diligentemente i compiti che gli vengono assegnati e alla fine del periodo di prova risulta che ha guadagnato quasi mille dollari di provvigioni. Tutto si svolge online, sul sito dell’agenzia, che per ovvie ragioni non posso nominare qui, e via WhatsApp.

Mario vede che il meccanismo funziona e quindi apre un account effettivo, sul quale carica una piccola cifra in criptovaluta, che ogni sera gli viene effettivamente restituita, insieme alle provvigioni guadagnate, depositandola sul suo conto presso Binance.com, che è estranea al raggiro.

Fino a questo punto, insomma, Mario ha incassato più di quanto abbia investito. I suoi soldi sono rientrati sul suo conto Binance: non sono numeri fittizi di un conto altrettanto fittizio sul sito dei criminali, come avviene spesso. E su WhatsApp entra in contatto con altri collaboratori dell’agenzia, che è un nome di spicco nel suo settore, e tutti sono molto contenti dei guadagni che stanno ottenendo. Sono pareri rassicuranti, resi ancora più credibili dal fatto che i numeri di telefono visibili su WhatsApp di queste persone sono nazionali: hanno il prefisso locale 022, che corrisponde a Ginevra, non a qualche nazione lontana.

Ma se gli incassi di Mario sono maggiori dei suoi investimenti, allora dove sta la truffa?

La truffa del “retail rating boost”

I truffatori hanno costruito attentamente la propria trappola. In realtà non rappresentano affatto una nota agenzia affidabile, ma hanno creato un sito falso che replica il nome e la grafica di quell’agenzia e lo hanno reso quasi invisibile ai principali motori di ricerca per non attirare attenzioni indesiderate.

Vanno in giro su siti come LinkedIn e guardano i profili delle persone in cerca di lavoro, selezionando quelle che hanno maggiori probabilità di diventare vittime, in base alla situazione lavorativa, all’età e ad altri fattori. Da quei profili estraggono i numeri di telefono e poi contattano le persone via WhatsApp.

Se la persona contattata accetta la proposta e apre un account presso il sito dei truffatori, i criminali inizialmente la mettono a proprio agio e le fanno fare piccole compravendite che hanno successo [questo tipo di truffa viene a volte chiamato retail rating boost scam o boosting sales scam]. Come ulteriore rassicurazione, fanno fare alla vittima anche un certo guadagno. Tutto sembra andare per il meglio, e anzi arriva la grande occasione: una compravendita molto importante, che promette provvigioni altrettanto importanti.

Alla vittima viene quindi chiesto di procedere come al solito, ossia anticipando la cifra, qualche migliaio di dollari, e poi arriva un’occasione ancora più grande, per la quale va versato un altro anticipo, cosa che le vittime fanno spesso, perché hanno visto che il sistema funziona e le provvigioni promesse sono arrivate. È a questo punto che scatta la trappola: i criminali continuano a rilanciare, offrendo compravendite sempre più impegnative, finché la vittima non ha più soldi da inviare.

A quel punto i soldi inviati, decine di migliaia di dollari, euro o franchi, non tornano più indietro, e se la vittima contesta, i truffatori rispondono accusandola di non aver rispettato le regole del contratto, che prevedono un numero minimo di transazioni prima che vengano erogate le provvigioni. In realtà sono tutte scuse, il “contratto” è carta straccia e i criminali non hanno la minima intenzione di restituire il maltolto.

Il “contratto” (l’ho reso intenzionalmente illeggibile per non identificare il sito; l’importante è la sua brevità, decisamente sospetta).

A Mario è andata esattamente così: ha eseguito gli acquisti iniziali come richiesto, e tutto è andato liscio. Ma poi gli è arrivato un cosiddetto “package”, una serie di tre acquisti di importo superiore a quello presente sul suo account ma con provvigioni promesse molto elevate. Ha versato qualche migliaio di dollari in criptovaluta per colmare la differenza e ha completato le prime due transazioni. Poi ne è arrivata un’altra, che richiedeva circa diecimila dollari di versamento, li ha racimolati e li ha inviati. Ma a quel punto è arrivato un altro “package”, che avrebbe richiesto un anticipo di altri quindicimila; Mario ha protestato e i truffatori gli hanno risposto che senza questo ulteriore versamento non avrebbe ricevuto le sue spettanze, come previsto dal contratto.

Mario non ha più rivisto il proprio denaro e ha sporto denuncia alla polizia, raccontando tutti i dettagli della vicenda, che poi ha raccontato a me, sperando che la storia di quello che è successo a lui possa essere di aiuto, e di monito, a qualcun altro.

In chat con i truffatori

Quello che colpisce in questa truffa, oltre al danno economico ingente subìto dalla vittima, è l’uso di numeri di telefono nazionali, ai quali corrispondono persone reali, non bot. Me ne sono accorto perché esaminando il codice HTML pubblico del sito dei truffatori ho trovato il link al loro “servizio clienti”, che in teoria sarebbe appunto accessibile solo a chi ha un account, ossia alle vittime, e ho iniziato una conversazione via WhatsApp con uno degli “agenti” del sito truffaldino, che ha dato risposte decisamente umane e non preprogrammate alle mie domande, intenzionalmente molto differenti da quelle gestibili da un eventuale sistema automatico.

Queste persone reali, con numeri di telefono di rete fissa nella zona di Ginevra, sono tutte complici? Oppure nel gruppo WhatsApp dei collaboratori ci sono anche altre vittime che ancora non si sono accorte di essere finite in una truffa? Lo appureranno, si spera, le indagini delle autorità, che non dovrebbero avere particolari difficoltà a rintracciare gli intestatari di quei numeri. Se non altro, qui non c’è l’ostacolo abituale di doversi rivolgere a forze di polizia di altri paesi.

Nel frattempo, ho segnalato il nome del sito dei truffatori a Google, a Microsoft e ad altri servizi di protezione degli utenti, come Netcraft e Antiphishing.ch, in modo che chi usa Chrome, Firefox, Edge e altri browser riceva automaticamente un vistoso avviso se cerca di collegarsi a quel sito.

Poche ore dopo la mia segnalazione, il sito dei truffatori è stato etichettato da Google come pericoloso e ora mostra questa schermata a chi usa Google Chrome e i vari servizi di protezione che si appoggiano a Google. La voce si è sparsa in fretta.

Ho poi contattato il registrar, ossia la società che gestisce il nome di dominio usato dai truffatori, per avvisarla della situazione. I criminali probabilmente riapriranno un altro sito entro pochi giorni, ma nel frattempo qualche vittima, forse, avrà evitato la trappola.

[aggiornamento: guardando l’HTML del sito dei truffatori ho anche trovato un link a un servizio di chat commerciale, contenente quello che sembrava un identificativo numero di cliente. Ho contattato i gestori del servizio di chat, spiegando la situazione, e hanno detto che si tratta effettivamente di un ID di un ex cliente, di cui hanno ancora i dati; hanno aggiunto che sono disposti a fornire tutti i dati dell’ex cliente dietro richiesta formale delle autorità]

[altro aggiornamento (2023/09/08 14:40): i criminali hanno riaperto con un altro nome di dominio. Ho segnalato anche quello]

Sono piccoli gesti di contrasto che ogni utente di Internet può fare e che collettivamente rendono un po’ più difficile la vita ai criminali. Trovate i link per fare queste segnalazioni presso Disinformatico.info.

Ma c’è anche un altro gesto di contrasto utile che chiunque può fare: raccontare agli amici, ai familiari e ai colleghi truffe come questa, come raccomanda anche il sito della Prevenzione Svizzera della Criminalità, per mettere in guardia chi potrebbe incapparvi perché comprensibilmente fa fatica a immaginare che ci possano essere criminali dall’aria così rispettabile, così premurosi e pazienti, con numeri di telefono nazionali e addirittura disposti a dare dei soldi inizialmente alla vittima per poi rubargliene molti di più in seguito. E non c’è da vergognarsi o da sentirsi stupidi: questi truffatori sono professionisti e sanno esattamente come mettere sotto pressione le persone e approfittare della loro fiducia.

E non hanno pietà: mentre registro questo podcast, stanno ancora tormentando Mario dicendogli che i suoi soldi sono ancora lì, e che se li rivuole deve racimolare altri soldi da versare per completare il contratto, facendo se necessario una colletta fra amici e parenti o chiedendoli anche a uno strozzino. Quando Mario li ha avvisati che si sarebbe rivolto alla polizia, hanno risposto che questo avrebbe violato la clausola di confidenzialità del contratto e hanno minacciato di citare lui, la vittima, in giudizio.

In attesa di un intervento delle autorità, si può solo fare prevenzione. Se un’offerta online sembra un po’ troppo remunerativa, se non richiede competenze professionali specifiche, e soprattutto se esige che il lavoratore paghi il presunto datore di lavoro invece del contrario, è fondamentale mantenere i nervi saldi e non cedere alla pressione psicologica e alla speranza di aver trovato la soluzione per i propri problemi finanziari o lavorativi. Tutte cose facili da dire quando si esaminano queste situazioni dall’esterno, ma molto meno facili da fare quando ci si è in mezzo, e l’emozione è un macigno. Siate prudenti.

Podcast RSI – Quando l’intelligenza artificiale dà voce a chi non ce l’ha

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.


[CLIP: Dialogo fra Ann e il suo partner]

Quella che avete sentito non è la classica conversazione fra un utente e il suo assistente vocale. La voce femminile che risponde non è quella standard di Alexa, Siri o Google: è quella, sintetica, di Ann, una donna che ha perso la capacità di parlare in seguito a un ictus ma che ora può di nuovo comunicare a voce semplicemente pensando di parlare, grazie a una rete di sensori applicati al suo cervello e grazie all’intelligenza artificiale, che è l’unica tecnologia capace di interpretare la complessa attività dei neuroni e tradurla in suoni usando oltretutto la voce originale della persona.

È una delle tre storie di intelligenza artificiale che dà voce a chi non ce l’ha della puntata del primo settembre 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Le altre due riguardano l’idea di usare l’intelligenza artificiale per decodificare il linguaggio degli animali e uno strano esperimento di collage acustico in cui la voce di Elvis Presley, morto nel 1977, canta le parole diBaby Got Back di Sir Mix-A-Lot, classe 1992, sulle note di Don’t Be Cruel, classe 1956. Lasciamo stare un momento il perché di una creazione del genere, perché è molto più importante il come, che potrebbe decidere le sorti di tutto il mondo musicale nei prossimi anni.

Benvenuti. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

L’IA che ridà la voce captando le parole pensate

Restituire la voce a chi l’ha persa per malattia è ora possibile, perlomeno in alcuni casi specifici. Lo annunciano, con molta dovuta cautela, due articoli scientifici (A high-performance speech neuroprosthesis; A high-performance neuroprosthesis for speech decoding and avatar control) pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature, che raccontano le storie di Ann e Pat, due donne che avevano perso la capacità di parlare a causa della scleròsi laterale amiotrofica e di un ictus. Entrambe hanno una caratteristica particolare: non possono più articolare parole, ma ricordano perfettamente come si fa.

Ann e Pat si sono offerte volontarie per farsi impiantare dei sensori che rilevano l’attività dei neuroni delle aree del cervello associate ai movimenti facciali. Quando pensano di parlare, questi sensori captano i segnali di questa attività immaginata e li passano, attraverso un connettore, a un computer sul quale gira un software di intelligenza artificiale che li interpreta, riconoscendo i movimenti pensati, e poi riconosce anche quali suoni verrebbero prodotti da quei movimenti. Questi suoni, o fonemi, vengono infine convertiti in parole, che nel caso di Pat vengono mostrate su uno schermo, mentre nel caso di Ann vengono pronunciate da un sistema di sintesi vocale che usa campioni della sua voce tratti dal video del suo matrimonio e pilota un avatar digitale su uno schermo.

I risultati sono notevolissimi. Pat è in grado di comunicare alla velocità media di 62 parole al minuto e Ann arriva a 78, stracciando i record precedenti dei vecchi sistemi, che si fermavano a circa 15 parole al minuto. Per fare un paragone, una conversazione vocale normale procede a circa 160 parole al minuto, come il podcast che state ascoltando. Fra l’altro, i loro pensieri privati sono al sicuro: il software funziona solo quando Pat e Ann immaginano specificamente di parlare.

[Video: https://www.youtube.com/watch?v=iTZ2N-HJbwA]

Le apparecchiature presentate dai ricercatori in questi articoli sono ingombranti e richiedono alcuni mesi di addestramento, oltre a un delicato intervento chirurgico per impiantare i sensori, che poi tendono a spostarsi e richiedono frequenti ricalibrazioni, e il tasso di errore è ancora significativo. Ma l’idea stessa che basti ascoltare i segnali elettrici di meno di trecento neuroni per riconoscere una funzione complessa come parlare, e che sia possibile usare il software di intelligenza artificiale per decodificare questi segnali e captare parole pensate, è assolutamente affascinante e promettente. Il principio, impensabile dieci anni fa, è stato ormai dimostrato in pratica; ora si tratta di perfezionare e miniaturizzare questa tecnologia.

[Fonti aggiuntive: UCSF.edu; Ars Technica]

Si può usare l’IA per capire i linguaggi degli animali?

Ormai da qualche tempo i vari software di intelligenza artificiale sono in grado di fornire traduzioni automatiche passabili da una lingua all’altra, almeno per i concetti elementari, espressi senza ambiguità, e da sempre chi ha un rapporto stretto con un animale ne riconosce i suoni caratteristici e viceversa molti animali hanno dimostrato di riconoscere una vasta gamma di suoni emessi da noi umani e di avere un sistema di comunicazione sofisticato.

Sarebbe possibile usare l’intelligenza artificiale per creare un traduttore che capisca per esempio il gattese, il delfinese o il cincese? Sì, perché le cince, a quanto risulta dalle ricerche, hanno una comunicazione sonora incredibilmente complessa e flessibile, e ce l’hanno anche i cani delle praterie, con vocalizzi specifici per comunicare concetti complessi come “la donna con la maglietta blu è tornata”.

A prima vista insegnare a un’intelligenza artificiale un linguaggio animale non sembra un problema insormontabile. Esistono software di traduzione fra lingue umane straordinariamente differenti per suoni o struttura, come il cinese e l’islandese, e il metodo tipico di addestramento di un’intelligenza artificiale consiste in sostanza nel prendere tantissimi dati di una lingua e dell’altra, quello che si chiama in gergo un corpus, e poi lasciare che il software trovi gli schemi e le correlazioni. Il successo esplosivo dei traduttori automatici, dopo decenni di fallimenti dei software di traduzione basati su vocabolari e regole di sintassi e grammatica, è dovuto in gran parte a questo approccio: dai a un’intelligenza artificiale un corpus di qualche petabyte di dati e ti tirerà fuori qualcosa di interessante. E procurarsi qualche milione di ore di registrazioni di “conversazioni” di gatti, delfini o cince non sembra particolarmente difficile.

Ma in realtà non è così semplice. Per addestrare un modello linguistico servono anche altri due elementi. Il primo è una comprensione almeno elementare delle correlazioni fra le due lingue: un cosiddetto corpus parallelo, una sorta di Stele di Rosetta che faccia da ponte e indichi come si dice per esempio “cibo”, “sole”, “pericolo” nelle due lingue. Senza questo corpus parallelo l’intelligenza artificiale può riuscire lo stesso a fornire traduzioni accettabili, ma con molta più fatica.

Il secondo elemento è la cosiddetta struttura concettuale latente. Come spiega Noah Goodman, professore di psicologia, informatica e linguistica alla Stanford University in una recente intervista a Engadget, nel tradurre da una lingua umana a un’altra diamo per scontato che certi concetti, come per esempio “uomo” o “donna”, esistano in entrambe. Non possiamo darlo per scontato nelle lingue degli animali, per i quali magari la distinzione fra uomini e donne è irrilevante come lo è per noi la differenza fra alligatori e coccodrilli, e senza questa struttura concettuale il problema si complica.

Tuttavia c’è una speranza: se i suoni degli animali vengono registrati in modo multimodale, ossia includendo anche il contesto, con informazioni come le condizioni ambientali, l’ora e il periodo dell’anno, la presenza di prede o predatori, allora è possibile usare l’intelligenza artificiale come ponte linguistico fra umani e animali. Lo si sta già tentando per esempio con i delfini, raccogliendo le posizioni relative dei singoli esemplari insieme ai loro suoni, e un esperimento del 2017 è riuscito a decodificare tramite l’intelligenza artificiale il lessico abbastanza limitato delle conversazioni delle scimmie note come callìtrice o marmosetta con un’accuratezza del 90 per cento.

Ma per il momento in generale i dati a disposizione sono troppo pochi e le risorse di calcolo scarseggiano. Nel prossimo futuro aumenteranno inevitabilmente, per cui la sfida è solo rinviata e chi sperava di portarsi a
casa un collarino o un’app che traducesse esattamente cosa sta cercando di dirci Fido o Felicette dovrà aspettare ancora un bel po’.

Il vero problema, non tecnico, è che forse non abbiamo molta voglia di sentirci dire dagli animali cosa pensano di noi e di quello che facciamo a loro.

I cantanti clonati con l’IA non sono sotto il vincolo del copyright?

[CLIP: “Elvis” canta Baby Got Back, https://www.youtube.com/watch?v=IXcITn507Jk]

La voce è quella di Elvis Presley, la musica è quella del suo brano classico Don’t Be Cruel del 1956, ma le parole sono quelle di Baby Got Back, un brano di Sir Mix-A-Lot che risale al 1992, quindici anni dopo la morte di Elvis.

Ovviamente il Re del Rock’n’Roll non può aver previsto i testi di Sir Mix-A-Lot e quindi la sua voce deve essere stata sintetizzata. Ma di preciso come si fa a ottenere un risultato del genere? Avrete già intuito che c’è di mezzo l’intelligenza artificiale, ma c’è anche moltissimo lavoro umano, e questo è molto importante per il futuro della musica in generale.

Il brano interpretato dal finto Elvis Presley è stato realizzato da Dustin Ballard, titolare del canale YouTube
There I Ruined It e non nuovo a ibridazioni musicali di questo genere. Per prima cosa ha dovuto registrare il brano cantando lui stesso, con la sua voce, imitando lo stile ma non le tonalità di Elvis, e poi ha dato questa registrazione in pasto a un particolare modello di intelligenza artificiale dedicato alla conversione delle voci cantate, che è diversa dalla conversione del parlato. La parte strumentale, invece, è stata realizzata in una comune applicazione per la composizione di basi musicali.

Il convertitore, però, ha bisogno di campioni accuratamente selezionati della voce che deve produrre, e quindi è necessario prima di tutto procurarsi una serie molto ampia di registrazioni di alta qualità di quella voce, isolate dagli strumenti musicali di accompagnamento, cosa non proprio facile da ottenere. Su Discord ci sono comunità dedicate specificamente alla creazione di modelli vocali di persone famose, e Dustin Ballard ha usato uno di questi modelli, realizzato da Michael van Voorst, per la sua canzone dimostrativa.

Il risultato può piacere o non piacere, ma dimostra molto chiaramente che oggi è possibile creare a basso costo versioni di canzoni interpretate da voci sintetiche ispirate a quelle di cantanti celebri del passato o del presente, con tutte le implicazioni legali che ne conseguono. È abbastanza intuitivo che sia illecito o almeno discutibile usare la voce di qualcun altro senza il suo permesso, ma è meno intuitivo il paradosso del fatto che questa versione sintetica è libera di circolare, mentre quella originale, quella Don’t Be Cruel del 1956, è vincolata dal copyright e se tentate di condividerla su YouTube verrà bloccata dai filtri antipirateria su ordine della Universal Music Group. Rischiamo di essere sommersi dai cloni canori gratuiti, usabili senza problemi su YouTube o TikTok, mentre gli originali a pagamento sono sotto chiave e finiscono in disuso perché i video che li usano anche solo in sottofondo a una festa vengono bannati.

L’esperimento di Dustin Ballard rivela anche un’altra questione sulla quale ci sarà molto da discutere: il ruolo dell’intervento umano nelle creazioni sintetiche di questo genere. Il mese scorso una giudice federale statunitense ha stabilito che le illustrazioni generate dall’intelligenza artificiale, come per esempio quelle di Midjourney, non possono essere protette dalle leggi sul diritto d’autore, perché in queste produzioni manca completamente la mano umana. “La creatività umana è il sine qua non al centro della tutelabilità tramite copyright”, ha scritto nella sentenza.

Ma nel caso dell’Elvis sintetico la mano umana c’è eccome, e c’è anche la voce umana usata come punto di partenza, oltre alla scelta creativa di abbinare quella voce a quel brano e a quel testo. E nelle immagini sintetiche c’è l’intervento umano, che consiste nel comporre il testo del prompt, ossia della serie di istruzioni date all’intelligenza artificiale per guidarla nella generazione dell’immagine.

Per esempio, è un atto creativo sufficiente chiedere a un software di generare un’illustrazione dicendogli
“Fai un dipinto di Tom Cruise vestito da marinaretto, a figura intera, mentre cavalca un unicorno pezzato muscoloso e rampante, sotto la pioggia, nello stile di Caravaggio”? In fin dei conti, contiene una serie di scelte umane forse discutibili ma sicuramente ben precise, un po’ come un collage prende pezzi di opere
altrui ma li rimonta secondo le scelte del suo ideatore.

Immagine generata dalla versione gratuita di Stable Diffusion con il prompt “A painting of Tom Cruise dressed as a sailor riding a muscular rampant dappled unicorn in the rain, in the style of Caravaggio”.
Immagine generata da Lexica.art con lo stesso prompt.
Immagine generata da Bing Image Creator con lo stesso prompt.
Immagine generata da DALL-E con lo stesso prompt.

Dove stia il limite non è ancora chiaro, ma i tribunali verranno chiamati sempre più spesso a deciderlo, man mano che le possibilità offerte dall’intelligenza artificiale si estenderanno. In attesa di queste decisioni,
non ci resta che ascoltare un’altra delle creazioni, se così è lecito chiamarle, di Dustin Ballard e del suo software: la voce sintetizzata e inconfondibile di Johnny Cash che canta Barbie Girl a modo suo.

[CLIP di “Johnny Cash” https://www.youtube.com/watch?v=HyfQVZHmArA]

[Qualche altro esempio extra podcast, se questo non vi è bastato]

 

Podcast RSI – Story: Come hackerare un satellite legalmente, e perché

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Nota tecnica: Le dichiarazioni degli intervistati sono state rimontate solo per chiarezza e brevità. Le interviste sono state effettuate via Zoom e il loro testo è stato trascritto inizialmente usando Whisper per poi rivederlo manualmente.


Il video della premiazione alla DEF CON. A 6:20 viene fatto l’annuncio della
vittoria. A 34:30 viene mostrata l’immagine catturata.

[CLIP: “Congratulations to team Mhackeroni”]

Siamo a Las Vegas, ed è il 13 agosto 2023. L’annuncio che avete appena sentito non riguarda la premiazione di qualche artista musicale emergente. I vincitori sono degli informatici, e sono stati appena premiati per aver preso il controllo di un satellite militare. Questi informatici fanno parte di un gruppo di hacker etici italiani che si fa chiamare “Mhackeroni”.

Questa è la storia di come è possibile hackerare legalmente un satellite in orbita, senza finire in carcere ma anzi ricevendo un premio, ed è anche la storia di come e perché si fa un hackeraggio del genere, raccontata con l’aiuto di due dei protagonisti diretti.

Benvenuti alla puntata del 25 agosto 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Ogni anno a Las Vegas si tiene la DEF CON, una delle più famose conferenze di sicurezza informatica internazionali. Dal 2020 la DEF CON include Hack-A-Sat, una sfida che consiste nel violare i sistemi di sicurezza informatica di un satellite e prenderne il controllo. Negli anni passati questa sfida si è svolta in un ambiente simulato, oppure usando un esemplare fisico di satellite ben fermo sulla Terra, sul tavolo degli organizzatori.

Ma quest’anno l’obiettivo è comandare un satellite reale e operativo, che sta orbitando intorno alla Terra.

Prima che a qualcuno venga il panico perché immagina una sfida fra hacker sconsiderati che si mettono a pasticciare con i tanti satelliti che volteggiano sopra le nostre teste, rischiando magari di farli precipitare o di scatenare una guerra mondiale, vale la pena di chiarire che non c’è nessun pericolo di questo genere. Ce lo spiega Mario Polino, ricercatore al Politecnico di Milano, dove si occupa di sicurezza informatica. Polino è il capitano di Mhackeroni, il gruppo che ha vinto pochi giorni fa il primo premio di questa sfida.

POLINO: Il controllo principale del satellite è rimasto sempre comunque agli organizzatori. Ed è stato progettato in modo che comunque loro fossero in grado di recuperarne il controllo e quindi in ogni caso la quantità di danni che potevano essere fatti erano estremamente limitati, mi verrebbe da dire praticamente zero. Ci sono una serie di precauzioni che sono state prese, per esempio non ha modo di spostarsi di orbita attivamente, quindi anche qualora tu avessi il controllo di quel satellite non puoi spostarlo, mandarlo a schiantarsi da qualche parte, non è fisicamente possibile. Quello di cui avevamo controllo era per esempio l’assetto, quindi provare a ruotarlo per puntarlo in una direzione o l’altra, poi a bordo aveva una fotocamera, dove potevamo scattare delle fotografie, che sono relativamente innocue, e non c’era niente che poteva in qualche modo rendere il satellite un pericolo.

Notate che Mario Polino parla di “satellite”, al singolare. Il bersaglio spaziale della sfida Hack-a-Sat, infatti, è molto specifico. Si chiama Moonlighter ed è stato costruito e lanciato nello spazio appositamente per questa competizione informatica, che è gestita congiuntamente dall’Aeronautica militare e dalla Space Force degli Stati Uniti. Ed è per questo che il tentativo di violare i sistemi informatici di questo specifico satellite è non solo legale ma è addirittura incoraggiato e premiato dai militari che hanno lanciato Moonlighter.

Moonlighter è un cubesat che ha una massa di circa 5 kg e misura 34 x 11 x 11 cm. Con i pannelli solari aperti misura 50 x 34 x 11 cm. È fabbricato dalla Aerospace Corporation in collaborazione con il US Space Systems Command e l’Air Force Research Laboratory. È entrato in orbita,portato dalla missione CRS-28 di SpaceX, il 5 luglio 2023 ed è stato rilasciato dopo una breve visita alla Stazione Spaziale Internazionale (Spaceforce.mil).

La sfida Hack-A-Sat è insomma completamente diversa dagli attacchi informatici non autorizzati ai satelliti, come quello che ha colpito le stazioni a terra del sistema di trasmissione dati satellitare Viasat a fine marzo 2022, all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, e ha usato i satelliti di Viasat per iniettare malware nei modem degli utenti. Hack-A-Sat serve a studiare come prevenire questi attacchi: è una sorta di esercitazione militare che coinvolge anche i civili. A patto di essere fra i civili capaci di fare queste cose, s’intende.

Come si diventa hacker satellitari

Ma come si fa a partecipare a una competizione internazionale del genere, e come si viene invitati? È più semplice di quanto verrebbe spontaneo pensare: nessuna visita a casa da parte dei Men in Black, nessuna indagine di polizia sui candidati, e pochissima burocrazia. Viene semplicemente pubblicato su Internet un annuncio, insieme a un regolamento, e se si vuole si partecipa liberamente alle selezioni preliminari.

POLINO: Nella community esistono delle liste di competizioni, e quindi fra le competizioni c’era questa, che aveva un nome interessante. Poi esplorando la competizione sembrava molto divertente, perché era diversa, aveva un tema diverso.

Superare le selezioni, però, non è facile, come racconta Dario Petrillo, studente magistrale all’università La Sapienza a Roma e membro di Mhackeroni dal 2018.

PETRILLO: È molto diretta la cosa, iscrivi il team sulla piattaforma, quando ci sono le qualifiche, fai le qualifiche. Nel nostro caso ci siamo organizzati, ci siamo visti tutti quanti in presenza al laboratorio NECST, al Politecnico di Milano. I primi tre anni non passi, perché è quello che è successo a noi. Però poi, quando effettivamente vai abbastanza bene in classifica, passi alla fase successiva e ti organizzi per le finali. Non è molto complesso partecipare, è più complesso risolvere le challenge.

Se si superano le challenge, ossia le prove di qualifica, le regole sono sorprendentemente semplici anche quando si arriva a manipolare il satellite.

POLINO: Esiste un regolamento che è implicitamente accettato quando si partecipa alla competizione e la cui violazione implica la squalifica. Per le qualifiche non c’è nessun danno che può essere fatto, non c’è accesso al satellite, sono delle challenge messe a disposizione su dei server a disposizione per la competizione, quindi non c’è rischio in quel caso. Per la finale, invece, in cui abbiamo avuto accesso al satellite, comunque non ci sono stati grandi passaggi formali, praticamente la lista dei nomi dei partecipanti, che abbiamo fornito a loro. In realtà è molto semplice partecipare.

Mario Polino e Dario Petrillo parlano di challenge, di prove informatiche da superare. Ma in cosa consistono esattamente queste prove? È come nei film, dove c’è immancabilmente da scoprire all’ultimo secondo la password del satellite per salvare il mondo dai cattivi? Beh, una volta tanto, in un certo senso sì.

POLINO: C’era una challenge sulla password del satellite [ride], quella con cui abbiamo vinto tra l’altro, però è un pochino più complesso. Prima di accedere a un satellite ci sono n layer di comunicazione, con n livelli di cifratura, e quindi la password del satellite di per sé come nel film non esiste, ok? Esistono delle password che proteggono alcuni tipi di accesso e una delle challenge era trovare la password.

Il programma che fa la verifica si trova sul satellite; quello che abbiamo fatto, che bisognava fare, sostanzialmente era sfruttare le tempistiche di computazione per il calcolo della password. Sostanzialmente, quando hai due password e devi verificare che sono uguali, un modo sbagliato per scrivere il confronto è quello di verificare, carattere per carattere, se le due password sono uguali. Questa verifica cambia il tempo di esecuzione in base al numero di caratteri corretti che hai trovato finora. Si può provare il primo carattere e contare il tempo di computazione. Appena il tempo di computazione diventa un po’ più lungo, vuol dire che il primo carattere è stato indovinato e puoi passare a cercare il secondo.

Questa cosa sui laptop normali si fa e non è neanche troppo difficile e lì la challenge è stata farla sul satellite, con un processore di cui avevamo pochissime informazioni, quindi non potevamo testarlo, praticamente con pochissimi tentativi, perché il numero di finestre, il numero di comandi che riuscivamo a mandare erano estremamente limitati.

C’è anche un altro esempio di queste challenge che sembra preso di peso dalla finzione cinematografica: prendere il controllo della telecamera a bordo del satellite, puntarla in modo da inquadrare una zona precisa della Terra, far scattare un’immagine e scaricarla.

Cose da James Bond, con la differenza che Bond non saprebbe neanche da che parte cominciare, perché per queste cose non servono muscoli esuberanti e battutine seducenti, ma matrici di orientamento e quaternioni, come spiega Dario Petrillo:

PETRILLO: Sembra una stupidaggine, in realtà puntare un satellite non è per niente banale, perché siamo dovuti impazzire dietro a quaternioni, matrici di orientamento e così via. Avevamo un ragazzo nella squadra che fa questo, studia, credo, aerospaziale; questa cosa ci ha salvato. Infatti abbiamo ottenuto una foto che non ha preso i punti, purtroppo, perché era di poco fuori. L’obiettivo era quello di avere uno di questi punti importanti al centro della foto. Bisognava essere entro 100 chilometri di distanza, noi eravamo a 150. Siamo la squadra che ci è andata più vicina, però, quindi di questo comunque sono contento.

A queste difficoltà matematiche si sono aggiunte quelle fisiche: ben diversamente da quello che accade di solito nella finzione narrativa, attaccare un satellite reale, non più simulato ma in volo nello spazio a circa 28.000 chilometri l’ora, comporta tutta una serie di restrizioni.

Il banco di prova a 28.000 km/h

PETRILLO: Avevamo quattro ground station, quindi quattro antenne sparse sulla superficie della Terra, che potevamo utilizzare. Quando il satellite era sopra una di queste antenne ci si poteva parlare, quando il satellite era da qualche altra parte, buio completo. È capitato di avere una finestra di 12 ore in cui il satellite non era
raggiungibile.

Dodici ore non sono poche, considerato che il tempo complessivo a disposizione per l’attacco era circa due giorni, e gli imprevisti non sono mancati.

PETRILLO: Nel primo giorno abbiamo avuto varie finestre di comunicazione. La prima purtroppo l’abbiamo persa, perché non ci siamo organizzati bene, non avevamo i comandi pronti in tempo, il satellite è passato e non gli abbiamo mandato nulla. E poi abbiamo avuto altre quattro o cinque finestre nella prima giornata, in cui abbiamo effettivamente mandato comandi, ricevuto risposte e ottenuto i primi punti. Il secondo giorno ha avuto due finestre in cui insomma eravamo più organizzati, abbiamo mandato tutto quello che avevamo.

Passare dalla simulazione teorica di laboratorio alla realtà è stato insomma un bel banco di prova, che ha permesso di ricreare realisticamente e comprendere meglio i limiti, i tempi e le pressioni psicologiche di un attacco effettivo di una forza ostile.

Lanciare un satellite appositamente per una competizione tra informatici di tutto il mondo può sembrare un metodo molto complicato e costoso per fare ricerca e una forma di apertura molto insolita per un’organizzazione militare. Non sarebbe sufficiente far tentare un attacco a un gruppo di propri militari esperti mentre un altro gruppo fa difesa, come si fa nelle esercitazioni militari tradizionali? No, e Mario Polino spiega perché è necessario coinvolgere persone esperte esterne:

POLINO: Allora, l’obiettivo in generale è quello di avvicinare la community hacking alla community space; sono due mondi abbastanza diversi, con dei mindset abbastanza diversi e abbiamo tanto da imparare l’un l’altro. Ci sono delle vulnerabilità che sono o state osservate in passato o sono l’idea di qualcuno che pensa che possa succedere, quindi viene implementata la challenge con questo task, con questa idea, e poi si osserva come un gruppo di hacker, di persone molto motivate, riescono a sfruttare quella vulnerabilità e che cosa riescono ad ottenere. La parte interessante è che può succedere che il modo con cui si risolve la challenge non è quello atteso da chi l’ha sviluppata.

E infatti la validità di questo approccio è stata dimostrata quando il gruppo Mhackeroni ha fatto qualcosa che gli organizzatori non si aspettavano. Ce lo spiega Dario Petrillo:

PETRILLO: È successo per una challenge; l’obiettivo era quello di far pensare al satellite di essere in una posizione diversa da quella in cui era, corrompendo i dati che gli arrivavano dal GPS. La nostra soluzione è stata quella di mandare dei comandi particolari al ricevitore GPS in modo da fargli trasmettere una posizione completamente sbagliata. La soluzione degli organizzatori era più complessa.

Mario Polino aggiunge dei dettagli che chiariscono perfettamente cosa voglia dire “mindset diversi”, culture informatiche differenti, e spiegano perché questo tipo di competizione sia così utile: un aggressore vede sempre le cose in modo differente da un difensore e spesso trova soluzioni che il difensore non avrebbe nemmeno immaginato.

POLINO: L’idea degli organizzatori era modificare la calibrazione e poi fare un sacco di conti complessi per arrivare al risultato [ride]. Il GPS in realtà ti permetteva di entrare in modalità demo e impostare i numeri che volevi tu e tutti quanti hanno fatto la seconda, ovviamente.

E così un gruppo di hacker etici italiani si è portato a casa il primo premio della competizione; al secondo posto si è piazzata una squadra polacca e al terzo è arrivato un gruppo statunitense. Qual è la lezione generale che ci si porta a casa dopo una sfida del genere, e che implicazioni ha per noi comuni mortali questo duello digitale?

POLINO: La competizione di per sé ha messo in risalto il fatto che se sei un’azienda, una nazione, che sviluppa un satellite, devi tener conto di quali sono le potenziali vulnerabilità e come gestirle. Non che non lo facessero già prima, ma è difficile avere una visione d’insieme di sistemi molto complessi. Quindi quando si mette una persona esterna a guardare sistemi complessi troverà il modo più semplice per ottenere il risultato. La mia speranza è che questo tipo di approccio, di avere una persona esterna che guarda le cose per ottenere risultati, sia sempre più utilizzato anche in questo contesto, anche perché il satellite va su, gli aggiornamenti sono molto limitati, quando hai un sistema che sta in piedi per vent’anni bisogna fare un po’ più di attenzione.

Gioia e curriculum

Lasciando da parte un momento il risultato tecnico, c’è anche un risvolto emotivo non trascurabile nel partecipare a un vero hackeraggio satellitare in competizione con altre squadre. Che effetto ha fatto ottenere risultati in un ambiente reale sui membri del gruppo Mhackeroni?

POLINO: Sono tutti entusiasti del risultato, ovviamente. Io, onestamente [ride], faccio ancora fatica, nonostante sia passata almeno una settimana, a realizzare [ride] quello che abbiamo fatto. Durante la competizione, in realtà, noi abbiamo giocato due competizioni in parallelo, quindi abbiamo saputo della vittoria mentre eravamo completamente presi dall’altra competizione, ed eravamo increduli. Abbiamo chiesto conferma più volte [ride] per essere sicuri del risultato, perché eravamo comunque presi dall’altra competizione. Vedi passare una foto in cui siamo primi e dici “Ma è vera questa roba? Qualcuno ha fatto un fotomontaggio”. Poi, quando abbiamo confermato che era reale, siamo esplosi e [abbiamo] cominciato a saltare di gioia.

E oltre alle emozioni ci sono anche i benefici professionali. Poter mettere nel proprio curriculum di aver superato le difese di un satellite militare statunitense non è da tutti, e queste competizioni servono proprio per stimolare nuovi talenti. Mario Polino e Dario Petrillo andranno in giro a dire “Ciao sono Mario, ciao sono Dario, nella vita facciamo gli hacker di satelliti”?

POLINO: Il diritto di fare branding di questa cosa ce lo siamo guadagnati, quindi [ride] io lo dirò. D’altra parte, almeno io personalmente, continuo con il mio lavoro. Già un po’ mi… avevo iniziato a interessarmi alla security dei satelliti di per sé, quindi è un altro tassello rispetto alle cose che già facevo prima.

PETRILLO: Beh, diciamo, anche per me, alla fine adesso riprende un po’ il lavoro alla tesi oppure altre competizioni e così via, però ogni tanto c’è la cosa di “ho hackerato un satellite” che fa scena.

E quindi via, verso nuove avventure informatiche. L’anno prossimo ci sarà quasi sicuramente un’altra gara Hack-A-Sat. Se qualcuno che ascolta questo podcast vuole provarci, adesso forse ha le idee più chiare su come funziona una competizione di questo genere, come ci si accede e cosa ci si fa concretamente. In bocca al lupo!

Fonti aggiuntive: The Register, Wired.it, Cybersecurity News, Politico.

Podcast RSI – Story: L’attacco dei cloni vocali

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: Yoda: “Cominciata la guerra dei cloni è” da “Star Wars – L’Attacco dei Cloni”]

Non è la prima volta che questo podcast si occupa di voci clonate. Ad aprile scorso avevo raccontato la vicenda del brano Heart on My Sleeve, creato con le voci sintetiche di Drake e The Weeknd, e gli esempi di clonazione di voci di personaggi famosi, usati per le truffe, ormai non si contano, come nel caso recente del falso video di Elon Musk che sembra promuovere una truffa basata sulle criptovalute. Ma sono quasi sempre voci in inglese, e soprattutto sono le voci degli altri.

Che cosa succede, e come ci si sente, quando la voce clonata è invece in italiano, e non è quella di qualcun altro ma è la propria, e la si ascolta mentre pronuncia perfettamente parole mai dette? E quali sono le implicazioni sociali e di sicurezza di questa tecnologia, che oggi produce risultati praticamente indistiguibili dall’originale?

Questa è la storia di come ho clonato la mia voce, usando un servizio commerciale aperto a chiunque, e di come oggi dobbiamo imparare a non fidarci più non solo dei nostri occhi con i deepfake, ma anche delle nostre orecchie.

Benvenuti alla puntata del 4 agosto 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo. O forse sono il suo clone. Ascoltate attentamente, e provate a vedere se riuscite a capire quando sto parlando realmente io e quando invece affido questo podcast al mio clone.

[SIGLA di apertura]

Parto subito con una premessa importante: clonare bene la voce di qualcuno non è facile, come molti pensano. Certo, ci sono numerosi software e servizi online facilmente accessibili, ai quali si può affidare una breve registrazione della voce di qualcuno, senza alcun controllo di identità, e ottenerne in pochi minuti un clone abbastanza somigliante al quale far dire qualunque cosa, come ha fatto recentemente il programma Falò della Radiotelevisione Svizzera, clonando voce e immagine del conduttore Michele Galfetti.

[CLIP: Audio di Galfetti clonato]

Ma c’è comunque qualcosa di robotico e piatto nei cloni fatti in questo modo. Sono sufficienti a ingannare un ascoltatore distratto, permettono di fare qualche burla su TikTok e consentono anche di creare truffe come quella che sfrutta la voce di Elon Musk, citata prima, o quella, molto in voga in questo periodo, della falsa telefonata di un familiare che chiede urgentemente soldi per tirarsi fuori da un guaio. Ma ascoltando con attenzione queste voci ci si accorge che sono in qualche modo artificiali.

Per ottenere un clone vocale credibile, come quello che state ascoltando qua e là in questo podcast in alternanza con la mia voce reale, serve molto di più: servono soldi, tempo, e tanti campioni di voce puliti, che non sono facili da ottenere. E poi ci sono controlli di sicurezza difficili da superare.

I soldi servono per acquistare un account professionale su una delle tante piattaforme di clonazione vocale, come Resemble o Speechify o Elevenlabs, che è quella che ho usato per questo esperimento. Per poter clonare bene una singola voce bisogna spendere una ventina di dollari al mese; per clonarne di più i prezzi salgono molto in fretta.

Poi servono i campioni della voce da clonare, e ne servono tanti e di ottima qualità. Non basta piazzare un microfono vicino a qualcuno per qualche minuto per rubargli la voce. Servono almeno trenta minuti di audio molto pulito, senza rumori di fondo, per ottenere risultati accettabili, e le voci migliori richiedono tre ore di campioni. Procurarsi così tante registrazioni pulite non è facile, a meno che si tratti della voce di qualcuno che parla spesso in pubblico, davanti a un buon microfono, come appunto un conduttore radiofonico o un podcaster.

E anche così, ci sono delle limitazioni: la voce clonata avrà infatti lo stesso tono che hanno le registrazioni usate per crearla. Se i campioni provengono da discorsi in pubblico, avranno il tono di chi parla ad alta voce a degli ascoltatori; se provengono da una conversazione privata, avranno un tono più sommesso e intimo, e non ci sarà modo di cambiarlo. Io ho usato le registrazioni della mia voce fatte per le puntate precedenti di questo podcast, per cui il tono risultante è quello ottimale per produrre un clone da podcast, ma non potrei usare questa voce sintetica per, che so, recitare una poesia.

Gli ostacoli non sono finiti. Bisogna anche armarsi di pazienza, perché una volta inviati i campioni al servizio di clonazione, bisogna aspettare che vengano elaborati, e questo può richiedere anche giorni o settimane. Nel mio caso è passato quasi un mese. E nell’attesa si continua a pagare.

Resta un ultimo ostacolo: dopo aver inviato al servizio i campioni della voce, bisogna anche che quella stessa voce legga in tempo reale una frase generata a caso dal servizio nella lingua scelta. Questa è una misura di sicurezza molto importante, per evitare gli abusi facilmente immaginabili: in pratica questo controllo impedisce di clonare la voce di qualcun altro senza il suo permesso e impersonarlo, perché la persona da clonare deve essere presente in carne e ossa per pronunciare la frase di sicurezza.

E a proposito di abusi, bisogna tenere presente che quando si usa un servizio di clonazione vocale online si affida ai gestori di quel servizio tutto il necessario per clonare la propria voce all’infinito. È un potere che non va dato alla leggera, soprattutto se il servizio appartiene a un social network il cui modello commerciale è proprio acquisire tutti i dati possibili sui propri utenti.

Una volta fatto tutto questo, non resta che aspettare.

Il clone apprendista e l’attore disoccupato

Quando finalmente arriva la voce clonata, bisogna imparare a impostarla e a farla parlare in modo naturale. E qui emerge un aspetto leggermente inquietante di questi servizi: alcuni, come appunto Elevenlabs, spiegano che hanno notato che la voce sintetica diventa più emotiva se invece di darle semplicemente il testo da leggere, così com’è, le si prepara una premessa che descriva il tono da usare, come se si trattasse dei dialoghi di un libro.

Se la premessa dice cose come “Paolo parla con voce emozionata e confusa”, l’intelligenza artificiale del software di sintesi vocale usa questi suggerimenti per plasmare il tono della voce generata. Ma neanche i gestori di questi servizi sanno di preciso come funzioni tutto questo e lo ammettono abbastanza candidamente, precisando che ci sono trucchi che sembrano funzionare, ma non sempre, a discrezione dell’intelligenza artificiale. E se si genera ripetutamente lo stesso testo, si ottengono risultati differenti ogni volta. Altri servizi usano un approccio più manuale, nel quale si possono muovere dei cursori e inserire dei comandi nel testo per dare istruzioni sull’enfasi da dare alle varie parole.

[L’intonazione e le pause di tutte le parti pronunciate dalla mia voce clonata sono state scelte automaticamente dal software; io mi sono limitato a dare a Elevenlabs il testo che state leggendo, precedendolo con una breve premessa di descrizione emotiva]

Poi c’è il problema della pronuncia delle sigle e dei nomi propri: cose che una speaker professionista leggerebbe correttamente senza batter ciglio, come per esempio “www” in un indirizzo Web, vanno scritte foneticamente, altrimenti si otterranno risultati imbarazzanti. A volte bisogna addirittura ricorrere all’alfabeto fonetico internazionale, quello con i simboli strani che vedete spesso nei vocabolari, e comporre le parole lettera dopo lettera, provando e riprovando fino a ottenere la pronuncia corretta. Con uno di questi software di sintesi vocale ho speso qualche ora solo per insegnargli a pronunciare correttamente la singola parola webinar, che si ostinava a pronunciare webìnar o webinàr.

Insomma, ottenere un buon risultato non è una passeggiata, e chiunque pensi che questi servizi possano sostituire in fretta e con poca spesa uno speaker professionista, o peggio ancora un doppiatore, rischia di rendersi conto ben presto che senza una persona esperta che le addomestichi, queste voci sintetiche danno risultati mediocri, e quindi si finisce per pagare comunque qualcuno, ossia il tecnico che sa come comandare la voce. Se la voce in questione non appartiene a qualche strapagata e irreperibile celebrità, il risparmio di tempo e di denaro rischia di essere modesto.

C’è da dire, però, che se si riesce a superare tutta questa serie di limitazioni l’effetto di sentire la propria voce che dice cose mai dette è per molti sconcertante, perché la voce sintetica professionale ha davvero la stessa timbrica, le stesse cadenze, le stesse pause e intonazioni di quella originale. Clonando la mia voce ho provato la sensazione inaspettatamente viscerale e profonda di aver perso il controllo di qualcosa di profondamente mio, una sorta di violazione digitale, un distacco dalla realtà. Una realtà sempre più fragile, perché ora non possiamo più accettare come prova una registrazione della voce di qualcuno, se quella registrazione non ha una fonte attendibile, preferibilmente multipla, e indipendente. Le persone accusate di aver detto cose incriminanti potranno negare di averle dette e affermare che le registrazioni che le inchiodano sono false. O almeno insinuare facilmente il dubbio che lo siano.

Queste sensazioni hanno reso molto chiaro anche il problema attualissimo alla base dello sciopero degli attori a Hollywood: le grandi case di produzione spingono affinché attori e attrici firmino contratti in base ai quali le loro voci possano essere digitalizzate una sola volta, pagate una sola volta e poi riutilizzate all’infinito, con ovvie conseguenze per la sussistenza dei proprietari di quelle voci.

Alcuni hanno già accettato, come James Earl Jones, la straordinaria voce originale di Darth Vader nella saga di Star Wars. Per sopraggiunti limiti di età, l’attore novantaduenne ha già ceduto da tempo alla Disney i diritti sulla propria voce, che viene ora clonata da Respeecher per le più recenti serie della saga. Anche Hollywood viene rivoluzionata dall’arrivo dell’intelligenza artificiale.

Nuove libertà di tempo e di lingua

Una volta superato lo sconcerto iniziale, comunque, ci si rende conto in fretta che questi servizi di clonazione vocale, se ben regolamentati, offrono opportunità positive straordinarie.

Per esempio, una persona che per malattia perdesse la propria voce potrebbe riprendere a parlare con quella voce attraverso un apparato di sintesi vocale, invece di avere una voce robotica e impersonale. Oppure si potrebbe recuperare la voce di chi non c’è più: immaginate, giusto per dire, le poesie di Ungaretti lette dalla voce di Ungaretti stesso, o le avventure di Maigret lette da Simenon. Un attore che deve dare una voce molto particolare a un personaggio rischia di rovinarsi le corde vocali [pensate a Andy Serkis con Gollum] se lo fa a lungo; la cosiddetta clonazione speech-to-speech gli permette invece di registrare solo un campione della voce speciale e poi recitare con la sua voce normale. Lo stesso vale per un’attrice che deve adottare un accento particolare: può recitare normalmente, senza che lo sforzo di mantenere l’accento interferisca con la sua capacità recitativa e senza rischiare il ridicolo; ci penserà il software a darle l’accento perfetto.

[Un altro esempio di applicazione è sottinteso nello spezzone di audio iniziale del podcast: la voce doppiata di Yoda ne L’attacco dei Cloni è diversissima da quella che ha nella trilogia originale, perché è cambiato il doppiatore, come capita spesso nel doppiaggio, per cui gli attori e i personaggi non hanno sempre la stessa voce, con un effetto molto fastidioso. La clonazione speech-to-speech risolverebbe il problema]

Ci sono ovviamente complicate questioni legali da risolvere e regole da ripensare e riscrivere in tutto questo, ma le prospettive di superare le barriere del tempo e della malattia sono affascinanti.

Un’altra sorpresa del mio piccolo esperimento di clonazione vocale è che il software è in grado di usare i campioni della mia voce in una lingua, nel mio caso l’italiano, per generare del parlato in altre lingue. Per esempio, questo sono io che do il benvenuto a questo podcast in francese, tedesco, spagnolo, polacco, portoghese e hindi, tutte lingue nelle quali è meglio che io non mi cimenti dal vero.

[CLIP: campioni di voce multilingue generata di Paolo]

Tutte queste novità e possibilità possono disorientare e preoccupare, ma se vengono affrontate con prontezza e senza pregiudizi, regolamentandole per tempo, possono essere l’inizio di nuove forme di lavoro e di creatività. E come noi consideriamo assolutamente normale sentire la voce incorporea di una persona lontana attraverso il telefonino, probabilmente chi nasce oggi troverà altrettanto normale parlare con un clone vocale dei propri amici e colleghi, e forse non gli sembrerà neppure importante la differenza fra clone e originale. Almeno fino al momento in cui vorrà passare dallo speech-to-speech al cheek to cheek.

Come riconoscere il mio clone

Se vi state chiedendo quali parti di questo podcast sono state pronunciate realmente da me e quali dalla mia voce clonata, provate a riascoltarlo in cuffia: le parti reali sono spostate leggermente a sinistra, mentre quelle sintetiche sono traslate altrettanto leggermente a destra. Oppure provate a notare la differenza di accento fra la mia voce vera e quella generata.

Vi ringrazio di aver seguito questa puntata un po’ particolare del podcast Il Disinformatico, una produzione della RSI Radiotelevisione svizzera, che si prende una breve pausa estiva e tornerà venerdì 25 agosto con una nuova puntata al solito indirizzo web, www.rsi.ch/ildisinformatico, e su tutte le principali piattaforme podcast, dove sono a vostra disposizione anche le puntate precedenti.

Come consueto, i link e le fonti di riferimento sono pubblicati presso Disinformatico.info. E se avete commenti, correzioni o segnalazioni, potete scrivermi una mail all’indirizzo paolo.attivissimo@rsi.ch. A presto.

Podcast RSI – Story: TETRA:BURST, la falla segreta e voluta delle radio di polizia e militari

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.


[CLIP: Suoni radio]

Da quasi trent’anni uno dei sistemi di radiocomunicazione più usati al mondo, adottato dalle forze di polizia, dalle grandi aziende, dai gestori di infrastrutture critiche e dai servizi di sicurezza e protezione civile, ha una falla informatica che consente ascolti e intercettazioni delle comunicazioni, teoricamente criptate, e interferenze nei comandi di gestione degli impianti.

La falla non è il risultato di un errore: è stata inserita intenzionalmente, e i venditori di questa tecnologia lo sapevano ma hanno taciuto. 

Questa è la storia di come un gruppo di ricercatori è riuscito a scoprire l’esistenza di questa falla, superando la barriera di segretezza che la circondava, e a convincere i centri nazionali di cibersicurezza ad agire in segreto per correggerla. Ed è anche la storia del perché chi sapeva è stato zitto.

Benvenuti alla puntata del 28 luglio 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

È il primo gennaio del 2021. Un gruppo olandese di analisti di sicurezza informatica che va sotto il nome di Midnight Blue [immagine qui sopra] inizia a studiare la crittografia del sistema TETRA, quello usato per proteggere le comunicazioni radio delle forze di polizia [per esempio in Italia, in Belgio e nei paesi della Scandinavia], dei servizi di emergenza, dei militari e delle agenzie di intelligence di molti paesi, oltre che di molti operatori commerciali per il settore industriale e delle infrastrutture, per esempio negli oleodotti e nelle reti ferroviarie ed elettriche.

Si tratta di uno standard sviluppato negli anni Novanta del secolo scorso dall’ente di normazione europeo ETSI [European Telecommunications Standards Institute], che include quattro diversi algoritmi di crittografia. Il primo, denominato TEA1, è destinato alle applicazioni commerciali, per esempio per gli impianti radio usati nelle infrastrutture critiche europee, ma viene usato anche da alcune forze di polizia.

Il secondo algoritmo, TEA2, è riservato per l’uso in Europa da parte della polizia, dei servizi di emergenza, dei militari e delle agenzie di intelligence (la Svizzera usa uno standard differente, che però ha un nome molto simile: TETRAPOL).

Il terzo, che come avrete probabilmente intuito si chiama TEA3, è riservato invece per le forze di polizia e i servizi di emergenza al di fuori dell’Europa, nei paesi considerati “amici” dell’Unione Europea. Il quarto algoritmo, TEA4, è praticamente inutilizzato.

Lo standard TETRA è pubblico, ma gli algoritmi no: vengono forniti solo sotto accordo di riservatezza, e chi vende apparati di questo tipo è tenuto a usare misure di protezione che rendano difficile estrarre e analizzare questi algoritmi. 

Nella crittografia, però, la presenza di questo tipo di protezione è considerata spesso un sintomo di debolezza. Una delle regole di base della crittografia, infatti, è il cosiddetto Principio di Kerckhoffs, enunciato dall’omonimo crittografo olandese addirittura alla fine del 1880, che dice in sostanza che la sicurezza di un sistema di crittografia non deve dipendere dal tenere segreto il modo in cui funziona, ossia il suo algoritmo. Il sistema in sé deve poter cadere in mano nemica senza causare problemi; solo le sue chiavi crittografiche devono restare segrete.

Ma molto spesso, nella sicurezza non solo informatica, si pensa che tenere segreto il funzionamento delle misure di protezione sia un ingrediente fondamentale della sicurezza, e che a volte basti solo questo. Questo modo di pensare oggi viene chiamato comunemente security through obscurity, o “sicurezza tramite segretezza”, e purtroppo si è visto che in molte occasioni la segretezza e il divieto di analizzare un sistema sono in realtà delle scuse per non rivelare le malefatte o i difetti del prodotto. È successo, per esempio, per il GSM e per il GPRS.

È quindi comprensibile che i ricercatori di Midnight Blue siano stati attratti da un sistema crittografico così diffusamente utilizzato, oltretutto in contesti molto delicati, e tenuto segreto per quasi tre decenni. E così i ricercatori si sono procurati una radio della Motorola che usa lo standard TETRA ed è commercialmente disponibile. Trascorrono quattro mesi nel tentativo di localizzare ed estrarre gli algoritmi dall’area protetta del dispositivo, la sua cosiddetta secure enclave, nel firmware dell’apparato. E alla fine ci riescono.

La rivincita di Kerckhoffs

I ricercatori comunicano a Motorola le tecniche che hanno usato per scavalcare le protezioni messe dall’azienda, affinché Motorola possa rimediare, e poi iniziano ad analizzare gli algoritmi che erano rimasti segreti per così tanto tempo.

E qui arriva la prima, grossa sorpresa: nell’algoritmo TEA1, quello per uso commerciale, c’è un difetto intenzionale, una cosiddetta backdoor, che riduce la lunghezza della sua chiave dagli 80 bit ufficiali a soli 32 bit. Una chiave così corta è l’equivalente di usare una password di tre cifre, e infatti gli esperti di Midnight Blue riescono a scavalcarla in meno di un minuto usando un normale laptop. Questo consentirebbe di decifrare le trasmissioni di dati e di ascoltare le conversazioni fatte dalle forze di polizia o dagli altri utenti di questa versione del sistema TETRA.

La seconda sorpresa è che questo difetto intenzionale è in realtà noto alle industrie del settore e ad alcuni governi. Lo testimonia una comunicazione confidenziale del governo statunitense, risalente al 2006 e resa pubblica da Wikileaks, nella quale si nota che l’azienda italiana Finmeccanica voleva vendere dei sistemi TETRA a due forze di polizia municipali iraniane e che il governo degli Stati Uniti aveva espresso la propria opposizione al trasferimento di tecnologie così sofisticate, ricevendo però rassicurazioni sul fatto che gli apparati avrebbero avuto una chiave crittografica lunga “meno di 40 bit”. Non è chiaro se il cliente della commessa, che valeva sei milioni e mezzo di euro, fosse al corrente del fatto che gli veniva venduta una tecnologia menomata e soprattutto facilmente intercettabile. Anche le informazioni segrete rivelate da Edward Snowden indicano che i servizi segreti britannici intercettavano le comunicazioni TETRA in Argentina nel 2010. 

 

La terza sorpresa è che esiste un difetto tecnico che tocca tutti e quattro gli algoritmi nella fase di sincronizzazione e che consente di intercettare le comunicazioni e i messaggi e anche di trasmettere messaggi falsi, usando una trasmittente appositamente modificata che costa poche migliaia di euro o franchi.

Tutti questi difetti sono rimasti nello standard per più di due decenni perché gli esperti indipendenti non potevano ispezionarne liberamente gli algoritmi. Questo conferma il principio che la sicurezza basata sulla segretezza non è affidabile, rende difficile le verifiche indipendenti e rende invece facile tenere nascosti eventuali difetti o sabotaggi intenzionali. Kerckhoffs aveva ragione.

Verso la fine del 2021 i ricercatori di Midnight Blue si trovano così in una posizione molto delicata. Sono riusciti a scoprire falle molto importanti in un sistema di radiocomunicazione usato in moltissimi paesi, nelle situazioni più critiche, da imprese, polizie e soccorritori. A questo punto hanno un problema: come riuscire ad avvisare tutti senza far trapelare queste falle e senza farle cadere nelle mani di chi potrebbe sfruttarle per sabotare infrastrutture, intercettare comunicazioni sensibili o seminare il caos?

Rivelazioni d’agosto

Il 14 dicembre 2021 gli esperti di Midnight Blue contattano per la prima volta il centro nazionale per la cybersicurezza del loro paese e lo informano delle loro scoperte. A gennaio 2022 iniziano gli incontri con i rappresentanti delle forze di polizia, dei servizi di sicurezza, dell’ETSI e dei fabbricanti degli apparati TETRA, e a febbraio il centro nazionale per la cybersicurezza olandese distribuisce un avviso tecnico solo agli addetti ai lavori. L’ETSI, intanto, corregge il difetto di sincronizzazione pubblicando uno standard aggiornato a ottobre 2022 e crea tre nuovi algoritmi sostitutivi, anche questi segreti.

I fabbricanti creano degli aggiornamenti del firmware, ma la falla nell’algoritmo TEA1 non è rimediabile con uno di questi aggiornamenti: bisogna proprio cambiare algoritmo in ogni singolo dispositivo e bisogna sospendere l’erogazione del servizio durante questo cambiamento, cosa spesso impraticabile nel caso di infrastrutture essenziali.

Il 24 luglio scorso, infine, il problema viene reso pubblico, sperando che nel frattempo gli utenti di questi sistemi li abbiano aggiornati. Il 9 agosto prossimo i dettagli tecnici delle ricerche svolte da Midnight Blue verranno pubblicati presso Tetraburst.com, dove per ora c’è solo una sintesi della situazione insieme ad alcuni video dimostrativi e ai link delle numerose conferenze di sicurezza internazionali nelle quali i ricercatori presenteranno i risultati delle loro indagini e renderanno pubblici gli algoritmi finora segreti.

Chiunque usi sistemi TETRA, insomma, dovrà verificare che siano stati applicati tutti gli aggiornamenti di sicurezza, altrimenti le comunicazioni che crede siano protette saranno in realtà facilmente intercettabili. E intanto, ancora una volta, la mancanza di trasparenza ha ostacolato la sicurezza invece di rinforzarla e ha creato un’illusione di sicurezza che è stata sfruttata da alcuni governi per spiare gli altri per decenni (come nel caso dello scandalo della Crypto AG, risalente al 2020). 

Conviene ricordarsi tutto questo la prossima volta che qualcuno ci propone un prodotto di sicurezza, anche al di fuori del campo informatico, e ci racconta che non può discutere i dettagli di come funziona perché quei dettagli sono e devono restare segreti, altrimenti addio sicurezza: è una foglia di fico che il buon Auguste Kerckhoffs aveva già tolto più di un secolo fa. 

 

Fonte (con molti dettagli tecnici in più): Wired.com.

Podcast RSI – Copie digitali dei defunti, Threads contro Twitter contro Mastodon, addio a un grande hacker

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.


[CLIP: Video di Re;memory]

Il signor Lee sapeva che gli restava poco da vivere ed era preoccupato per sua moglie, che sarebbe rimasta sola, e così le ha lasciato il suo gemello digitale. Pochi mesi dopo la sua morte, la moglie è andata a trovarlo. “Tesoro, sono io. È passato molto tempo” le ha detto. 

Sembra l’inizio di una puntata di Black Mirror, ma è invece l’inizio di un video commerciale che promuove i servizi molto concreti di un’azienda coreana che offre griefbot: repliche digitali interattive, audio e video, delle persone decedute.

Benvenuti alla puntata del 21 luglio 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e in questo podcast vi racconterò i dettagli di questi griefbot e dei loro usi inattesi, insieme alle ultime novità riguardanti lo scontro fra Threads e Twitter e la storia di uno degli hacker più famosi di sempre, Kevin Mitnick.

[SIGLA di apertura]

Griefbot e intelligenze artificiali

La visionaria serie televisiva distopica Black Mirror ha ormai una lunga tradizione di previsioni tecnologiche che qualche anno dopo si avverano. Dieci anni fa, nella puntata Be Right Back (Torna da me nella versione italiana), aveva immaginato un servizio online che raccoglieva tutte le informazioni pubblicate sui social network da una persona defunta e tutti i suoi messaggi vocali e video e li usava per creare un avatar che, sullo schermo dello smartphone, parlava esattamente come quella persona e aveva il suo stesso aspetto.

Con l’arrivo di ChatGPT e delle altre tecnologie di intelligenza artificiale, quest’idea è diventata fattibile, e ha un nome tecnico, griefbot, che combina il termine inglese “grief” (cioè “lutto”), con “bot”, vale a dire “programma o agente automatico”.

Già alcuni anni fa erano stati realizzati in Russia, Canada, Stati Uniti e Cina dei griefbot elementari, capaci di scrivere messaggi e di chattare online imitando più o meno lo stile e, in alcuni casi, anche la voce di una persona defunta, e proprio un anno fa in questi giorni Amazon proponeva di dare al suo assistente vocale Alexa la voce di un familiare deceduto. Ma questi griefbot erano abbastanza limitati come fedeltà delle loro conversazioni e non erano in grado di mostrare interazioni video.

Ora, però, l’azienda coreana Deepbrain AI, che produce assistenti virtuali e conduttori sintetici per telegiornali, offre anche queste interazioni su schermo, tramite Re;memory, un servizio che permette alle persone di dialogare anche in video con chi non c’è più.

A differenza dei griefbot realizzati fin qui, che si basano sui dati lasciati dalla persona deceduta, Re;memory si appoggia a suoni, immagini e dati forniti appositamente e preventivamente. Chi vuole lasciare ai posteri un proprio avatar interattivo deve farsi videoregistrare per circa sette ore, durante le quali avviene un colloquio dettagliato, il cui contenuto viene poi usato per fornire a un’intelligenza artificiale una serie di campioni audio e video e di informazioni personali sulle quali basare l’avatar che replicherà l’aspetto fisico e la voce della persona.

I familiari potranno incontrare l’avatar, e interagirvi in vere e proprie conversazioni, recandosi in apposite sedi, dove vedranno l’immagine della persona su un grande schermo, a grandezza naturale, seduta comodamente in poltrona, che parla e si muove in risposta alle loro parole.

Nel video promozionale del servizio, che costa circa 10.000 dollari e si paga anche ogni volta che lo si usa, si vede che l’avatar dialoga per esempio con la figlia di un defunto, rispondendo a senso alle sue parole e creando in lei una forte commozione anche se il tono dell’avatar è poco dinamico e molto pacato, perché il software si basa solo sui campioni registrati in queste sedute apposite, che comprensibilmente non sono ricolme di entusiasmo.

Re;memory non è l’unico griefbot sul mercato: aziende come Hereafter AI offrono avatar più vivaci, ma solo in versione audio, che dialogano con i familiari e sono anche in grado di citare storie e aneddoti del passato della persona scomparsa.

L’avvento di questi fantasmi digitali era facilmente prevedibile, ma come capita spesso queste nuove possibilità, concepite con uno scopo di conforto ben preciso, hanno anche delle applicazioni meno facili da anticipare.

Per esempio, nulla vieta, almeno dal punto di vista tecnico, di creare un avatar di una persona e di usarlo mentre quella persona è ancora in vita, al posto di quella persona. Immaginate un adolescente che passa moltissimo tempo al telefonino a dialogare con i propri amici e si rende conto che preferisce interagire con gli avatar di quegli amici, che sono meno impulsivi e più socievoli e non sono mai stanchi o scocciati, e comincia a preferirli agli amici in carne e ossa. Per citare il futurologo Ian Beacraft in un suo recente intervento pubblico, una sfida dei genitori di domani non sarà decidere quanto tempo è giusto lasciare che i propri figli stiano online, ma decidere quanti dei loro amici possano essere sintetici.

[CLIP: Beacraft che dice “as many of you with kids, the challenges aren’t going to be about how much time they spend on their digital devices but deciding how many of their friends should be synthetic versus organic”]

Oppure immaginate uno stalker che si crea un avatar della persona dalla quale è ossessionata, attingendo ai testi, ai video e ai messaggi vocali pubblicati sui social network da quella persona. Tutti quei dati che abbiamo così disinvoltamente condiviso in questi anni verranno custoditi tecnicamente, e verranno protetti legalmente, contro questo tipo di abuso? Non si sa.

Ma ci sono anche delle applicazioni potenzialmente positive: una persona molto timida o che ha difficoltà di relazione o si trova a dover affrontare una conversazione molto difficile potrebbe per esempio esercitarsi e acquisire fiducia in se stessa usando un avatar interattivo. In ogni caso, è ormai chiaro che la frontiera delle persone virtuali è stata aperta e non si chiude.

Fonte aggiuntiva: Engadget.

Threads vs Twitter

Non capita spesso di sentire che un social network impedisce intenzionalmente ai propri utenti di frequentarlo più di tanto, ma è quello che succede da qualche tempo su Twitter. Proprio mentre sto preparando questo podcast mi è comparso l’avviso che ho “raggiunto il limite giornaliero di visualizzazione di post” e mi è stato proposto di abbonarmi “per vedere più post giornalmente”

La limitazione è stata decisa ai primi di luglio ufficialmente per contenere il cosiddetto data scraping, ossia la copiatura su vasta scala dei contenuti pubblicati dagli utenti, però è anche un modo per incoraggiare gli utenti a pagare per abbonarsi.

Queste limitazioni sono insolite e non piacciono né agli utenti né agli inserzionisti, perché ovviamente impediscono agli utenti di vedere le loro pubblicità, eppure anche Threads, il rivale di Twitter creato da Meta e rilasciato in fretta e furia pochi giorni fa in versione incompleta, ha dovuto prendere una misura analoga per difendersi dagli attacchi degli spammer. Anche in questo caso, ci stanno andando di mezzo anche gli utenti onesti che sfogliano tanto il servizio.

Threads ha ovviamente anche una limitazione ben più forte per noi utenti dell’Europa continentale. Ufficialmente, infatti, l’app non è disponibile per chi risiede in Europa, salvo nel Regno Unito, perché acquisisce dati personali in modi incompatibili con le principali norme europee. Questo blocco fino a pochi giorni fa era aggirabile in vari modi, ma ora è stato reso più robusto: molti di coloro che riuscivano a usare Threads dall’Europa passando attraverso una VPN si sono visti comparire un messaggio di errore e non possono più postare messaggi ma solo leggere quelli degli altri.

Nel frattempo, anche senza gli utenti europei, Threads ha battuto ogni record di velocità di adozione di un servizio online, raggiungendo i primi 100 milioni di iscritti complessivi nel giro di una settimana dal suo debutto e superando anche il primatista precedente, ChatGPT, che ci aveva impiegato due mesi. Ma dopo l’entusiasmo iniziale, il numero di utenti attivi giornalmente su Threads si è dimezzato rispetto all’inizio, scendendo da 49 milioni [nel podcast per errore dico 40] a circa 24, ossia poco meno di un quinto di quelli di Twitter. La strada per rimpiazzare Twitter come fonte di notizie in tempo reale è insomma ancora lunga.

Nonostante il calo molto significativo, Threads rimane comunque enorme rispetto a Mastodon, altra piattaforma simile a Twitter, caratterizzata dalla sua indipendenza federata e dal fatto che non raccoglie dati personali, come fanno invece Threads e Twitter. Il confronto è particolarmente significativo perché Meta, proprietaria di Threads, ha avviato formalmente presso il World Wide Web Consortium, uno dei principali enti di standardizzazione di Internet, la procedura di adozione dello standard ActivityPub, lo stesso usato da Mastodon e da tanti altri servizi analoghi, e questo in teoria permetterebbe agli utenti di Mastodon di interagire con quelli di
Threads e viceversa. Ma molti degli amministratori delle varie istanze di Mastodon, le “isole” che compongono questa piattaforma federata, non vedono di buon occhio l’arrivo di un colosso commerciale come Threads, che li potrebbe travolgere sommergendole di traffico, e stanno già pensando di bloccare o defederare Threads. Altri, invece, sperano che la popolarità di Threads possa dare maggiore visibilità a questo ideale di libera migrazione e interoperabilità proposto da ActivityPub e da Mastodon.

Twitter, da parte sua, non se la passa bene economicamente. Il suo proprietario, Elon Musk, aveva detto in un’intervista recente che Twitter era a un passo dal generare profitti e che gli inserzionisti che erano scappati dopo la sua acquisizione della piattaforma stavano tornando, ma pochi giorni fa ha invece dichiarato che i ricavi pubblicitari sono scesi del 50%. E su Twitter grava anche il debito di 13 miliardi di dollari che Musk ha usato per acquistare questa piattaforma a ottobre 2022. Quel debito sta costando circa un miliardo e mezzo di dollari l’anno, e il bilancio rimane in rosso nonostante i licenziamenti massicci e, a quanto risulta perlomeno dalla ventina di cause avviate contro Twitter, nonostante le bollette non pagate e i compensi di liquidazione ai dipendenti licenziati che non sono stati corrisposti. Non è chiaro quanto possa ancora durare Twitter in queste condizioni. Se non avete ancora fatto una copia dei vostri dati pubblicati su Twitter, forse è il caso di cominciare a pensarci.

Storia di un hacker

È il 1979. Un ragazzino di sedici anni riesce a farsi dare il numero telefonico di accesso ad Ark, il sistema informatico sul quale la Digital Equipment Corporation, uno dei grandi nomi dell’informatica dell’epoca, sta sviluppando il suo nuovo sistema operativo. Il ragazzino entra nel sistema e si copia il software. Per questo reato trascorre un mese in carcere e resta per tre anni in libertà vigilata. Verso la fine del periodo di sorveglianza, riesce a entrare nei computer della società telefonica Pacific Bell che gestiscono le segreterie telefoniche e per i successivi due anni e mezzo si rende irreperibile, usando telefoni cellulari clonati per nascondere la sua localizzazione e violando numerosi sistemi informatici.

Il ragazzo viene inseguito a lungo dall’FBI, che lo arresta nel 1995 per una lunga serie di reati informatici, e trascorre cinque anni in carcere. 

Ma questa non è la storia di un criminale informatico qualunque, perché l’allora nascente Internet insorge in sua difesa. Il sito Yahoo, popolarissimo in quel periodo, viene violato e ospita un messaggio che chiede la scarcerazione del giovane hacker. Lo stesso succede al sito del New York Times [13 settembre 1998]. La rivista informatica 2600 Magazine, lettura fondamentale degli hacker di allora, distribuisce un adesivo con due semplici parole che faranno la storia dell’informatica: FREE KEVIN.

Fonte: Wikipedia.
Fonte: Kevin Kopec.

Quel ragazzo, infatti, è Kevin Mitnick, uno degli hacker più famosi e temuti della storia dell’informatica, e la punizione inflittagli dalle autorità viene vista da molti informatici come eccessiva e gonfiata dalle pressioni dei media, anche perché le tecniche di penetrazione usate da Mitnick sono spesso elementari e basate più sulla persuasione delle persone (il cosiddetto social engineering) e sull’inettitudine delle aziende in fatto di protezione dei dati e di sicurezza dei sistemi che su chissà quali acrobazie informatiche, e Mitnick ha avuto accesso a tantissimi sistemi ma non ne ha tratto grande profitto economico.

Kevin Mitnick viene rilasciato nel 2000, con il divieto di usare qualunque sistema di comunicazione diverso dal telefono fisso, e diventa un affermatissimo consulente informatico, che insegna le proprie tecniche di social engineering agli addetti alla sicurezza di moltissime aziende in tutto il mondo. Scrive alcuni dei libri fondamentali della sicurezza informatica, come The Art of Deception, in italiano L’arte dell’inganno, e The Art of Intrusion, che diventa L’arte dell’intrusione in italiano, e racconta il proprio punto di vista sulle sue scorribande informatiche nel libro The Ghost in the Wires, altra lettura obbligatoria per chiunque voglia fare sicurezza informatica seriamente, tradotta in italiano con il titolo Il fantasma nella rete.

Una delle sue caratteristiche, oltre alla fama mondiale nel suo campo, è il suo biglietto da visita: è realizzato in lamina di metallo, fustellata in modo da formare dei grimaldelli che sono funzionanti e adatti per aprire la maggior parte delle serrature. 

Mentre preparo questo podcast, il New York Times, quello violato tanti anni fa dai sostenitori di Kevin Mitnick, ha pubblicato la notizia della sua morte a 59 anni in seguito alle complicanze di un tumore pancreatico. Lascia la moglie Kimberley, che aspetta da lui il primo figlio. E qualcuno, su Twitter, si augura caldamente che l’inferno e il paradiso abbiano installato l’autenticazione a due fattori. Kevin is free.