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RSI – Niente Panico 2024/04/29

È a vostra disposizione la puntata di questa settimana di Niente Panico, il programma radiofonico che
conduco insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina alle 11, in diretta alla RSI, in aggiunta al consueto
podcast del Disinformatico:

streaming

(si apre in una finestra separata) e

download.

Qui sotto trovate l’embed.

Questi sono gli argomenti di questa puntata, che include anche la musica:

  • Antibufala: la pioggia a Dubai non è colpa del “cloud seeding” o delle “scie chimiche” (Butac.it)
  • Perché si dice “bufala”
  • Donne dimenticate dalla scienza: Marthe Gautier
  • Il video virale (falso) secondo il quale il governo francese vorrebbe accelerare i parti delle donne francesi in modo da liberare gli ospedali per le Olimpiadi (NewsGuard, paywall)
  • Truffe telefoniche a nome della polizia
  • Ricadute di frammenti spaziali: 1973, precipita sulla terra la Salyut 2
  • Casi reali di persone colpite da meteoriti e come riconoscere un meteorite
  • Interviste improbabili con Character.ai: Rudolf Nureyev

RSI – Niente Panico 2024/04/22

È a vostra disposizione la puntata di questa settimana di Niente Panico, il programma radiofonico che
conduco insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina alle 11, in diretta alla RSI, in aggiunta al consueto
podcast del Disinformatico:

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Questi sono gli argomenti di questa puntata, che include anche la musica ma è troncata e dura circa 28 minuti invece della consueta ora:

  • Donne dimenticate dalla scienza: Rosalind Franklin
  • Interviste improbabili con Character.ai: Leonardo da Vinci
  • Intelligenza artificiale nel giornalismo: trascrizione con Whisper
  • Pseudo-album di Taylor Swift su Spotify creato con l’intelligenza artificiale; musica sintetica con Mubert
  • Chiediamo a ChatGPT come eliminare le intelligenze artificiali

RSI – Niente Panico 2024/04/08

Ho ripreso a fare un programma radiofonico in diretta alla RSI, in aggiunta al
consueto podcast del Disinformatico: si intitola Niente Panico e
lo conduciamo io e Rosy Nervi. La prima puntata è disponibile
qui in streaming
(si apre in una finestra separata) e come
download qui. Qui sotto trovate l’embed.

Questi sono gli argomenti di questa puntata leggermente fetish, che
include anche la musica:

  • Gli strani piedi di Roger Federer e compagna su Instagram: mistero risolto
    con Wikifeet
  • La copertina con due piedi sinistri di Sofia Goggia su Sette, il settimanale del Corriere della Sera: come riconoscere le
    foto sintetiche
  • Tinder Swindler e le truffe sui siti di incontri
  • Uno strano caso di truffa ai danni dei feticisti dei piedi
  • Deepfake come difesa personale antistalker: la vicenda di Sika Moon
  • Programmi e app per sostituire, ringiovanire o ritoccare il volto
  • Donne dimenticate della scienza: Hedy Lamarr, l’attrice inventrice
  • La lingua più corta del mondo (col minor numero di parole): Toki Pona (sito ufficiale; Wikipedia; Traduttore; Robwords)

RSI – Niente Panico 2024/04/15

La seconda puntata di Niente Panico, il nuovo programma radiofonico che
conduco insieme a Rosy Nervi in diretta alla RSI in aggiunta al consueto
podcast del Disinformatico, è disponibile
qui in streaming
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download qui. Qui sotto trovate l’embed.

Questi sono gli argomenti di questa puntata, che include anche la musica:

  • La traduzione italiana dell’autobiografia dell’astronauta lunare Michael
    Collins (Carrying the Fire)
  • Il film Fly Me to the Moon che prende in giro i complottisti
  • La lettura della poesia di Collins e di quella di sua moglie
  • Perché il delfino ha le branchie ne Il vecchio e il mare
  • Rose Villain aggredita con i deepfake; tatuaggi come tecnica di
    difesa
  • La crisi d’immagine di Fedez e Ferragni
  • Influencer virtuali
  • Non usare il termine revenge porn
  • Deepfake per truffe
  • Interviste improbabili con Character.ai: Dante
    Alighieri
  • Donne dimenticate dalla scienza:
    Eunice Newton Foote

Podcast RSI – Quando un diritto diventa un reato: app di tracciamento del ciclo mestruale, rischio di persecuzione governativa

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify
e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: La scena del dazio dal film “Non ci resta che piangere” (1984)]

Questa scena, tratta dal film “Non ci resta che piangere” del 1984, è diventata simbolo di tante assurdità e cecità burocratiche. È un esempio decisamente ironico, e forse per raccontarvi la storia strana di informatica di questa settimana avrei dovuto citare qualche brano della serie TV distopica Il racconto dell’ancella, perché questa è la storia di un’app legata alla riproduzione umana ed è una storia che risponde perfettamente a una domanda che viene fatta spessissimo a chi si occupa di privacy e sicurezza digitale: “Ma che male c’è a dare qualche dato personale a un’app? Cosa vuoi che se ne facciano? Io non ho niente da nascondere”.

Siamo nel 2024, e negli Stati Uniti, non in un paese totalitario, le app di monitoraggio dell’ovulazione vengono usate per tracciare in massa la fertilità femminile, anche dai datori di lavoro, e per incriminare le donne che risultano sospette solo perché hanno un ciclo mestruale irregolare. Un dato che sembrava così innocuo è di colpo diventato potenziale indizio di reato.

Benvenuti alla puntata del 31 maggio 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e vorrei avvisarvi che questa puntata tocca temi molto delicati riguardanti la riproduzione e la sessualità.

[SIGLA di apertura]

Benvenuti a Gilead

Questa storia comincia con una segnalazione su Reddit, ad aprile scorso, di un’app per il monitoraggio del ciclo mestruale di nome Ovia (App Store; Google Play), che ha iniziato da poco, dice la segnalazione, a chiedere in quale stato risiede l’utente, perché quest’informazione è necessaria per poter continuare a usare l’app.

Dato che la fisiologia umana fondamentale non varia in base ai confini di stato, viene spontaneo chiedersi come mai ci sia bisogno di specificare lo stato di residenza in quest’app. È una domanda che coinvolge le decine di milioni di persone che nel mondo usano app di questo genere, come BabyCenter, Clue, My Calendar o Flo, per tenere traccia del proprio ciclo o di quello dei familiari.

Nel 2019 l’app Ovia era stata criticata (Washington Post) perché condivideva i dati di salute dei suoi utenti con i loro datori di lavoro. Lo faceva, e lo fa tuttora, in forma aggregata e anonimizzata, certo, ma soprattutto in un’azienda piccola risalire alle identità precise delle persone alle quali si riferiscono i dati di salute è piuttosto banale, specialmente per situazioni molto palesi come una gravidanza, che è solo uno dei dati raccolti da quest’app.

I datori di lavoro possono infatti sapere quanti dipendenti hanno avuto gravidanze a rischio o parti prematuri e possono vedere le principali informazioni di natura medica cercate dalle utenti, i farmaci assunti, l’appetito sessuale, l’umore, i tentativi di concepimento, il tempo medio necessario per ottenere una gravidanza e i tipi di parto precedenti. Tutti dati immessi dalle persone, incoraggiate a farlo dai buoni spesa, circa un dollaro al giorno, offerti dall’app.

L’azienda che ha sviluppato l’app, Ovia Health, dice che tutto questo consente alle aziende di “minimizzare le spese sanitarie, scoprire problemi medici e pianificare meglio i mesi successivi” e aggiunge che la sua app “ha permesso alle donne di concepire dopo mesi di infertilità e ha anche salvato le vite di donne che altrimenti non si sarebbero rese conto di essere a rischio”.

Anche altre app dello stesso genere sono state criticate fortemente da Consumer Reports, una influentissima associazione statunitense di difesa dei consumatori, e da associazioni di attivisti tecnologici come la brasiliana Coding Rights, perché non tutelavano affatto la riservatezza delle persone, per esempio permettendo l’accesso ai dati sanitari altrui a chiunque conoscesse l’indirizzo di mail della persona presa di mira oppure passando direttamente i dati mestruali a Facebook.

Uno studio del 2019, pubblicato dal prestigioso British Medical Journal, ha rilevato che il 79% delle app relative alla salute disponibili nel Play Store di Google condivideva con terzi i dati sanitari degli utenti.

C’è un nome per questo sfruttamento commerciale dei dati sanitari delle donne: femtech. Alcune stime indicano che il mercato femtech, che “include le app di tracciamento mestruale, nutrizionale e di benessere sessuale”, potrebbe valere fino a 50 miliardi di dollari entro il 2025 (Washington Post).

Già così lo scenario era piuttosto orwelliano, ma il 2 maggio 2022 è successo qualcosa che ha trasformato una sorveglianza invadente in una trappola inquietante.

Da diritto a reato

In quella data, infatti, la stampa ha reso pubblica una bozza di parere della Corte suprema statunitense che indicava che il diritto costituzionale all’aborto, vigente in tutto il paese da quasi cinquant’anni, sarebbe stato eliminato, come è poi appunto avvenuto. Nel giro di pochi mesi, numerosi stati americani hanno vietato l’aborto quasi completamente, in qualunque circostanza, senza eccezioni per violenza sessuale o incesto e anche se la vita della donna è in pericolo (CNN).

In altre parole, un atto che per mezzo secolo era un diritto è diventato di colpo un reato. E altrettanto di colpo, i dati accumulati dalle app di tracciamento mestruale sono diventati potenziale indizio o prova di reato, come hanno fatto notare sui social network varie persone esperte di sicurezza informatica, come Eva Galperin, della Electronic Frontier Foundation o l’attivista e avvocato Elizabeth McLaughlin, che hanno consigliato esplicitamente di smettere di usare queste app e di cancellare tutti i dati.

Il rischio che quei dati vengano usati contro le utenti, infatti, è decisamente concreto. Anche prima di quel grande scossone del 2022, era già capitato che funzionari governativi statunitensi che sostenevano idee antiabortiste si procurassero dati provenienti da queste app. Nel 2019 l’ex direttore tecnico sanitario del governo del Missouri, Randall Williams, aveva fatto redigere uno spreadsheet che tracciava le mestruazioni delle donne che avevano visitato le sedi di Planned Parenthood, una organizzazione no-profit che fornisce assistenza alla procreazione pianificata (CNN). E lo stesso anno il direttore del programma di reinsediamento dei rifugiati, Scott Lloyd, attivista contro l’aborto, aveva dichiarato di aver tracciato i cicli mestruali delle giovanissime migranti nel tentativo di impedire che abortissero (Harper’s Bazaar).

È facile pensare che queste siano situazioni estreme che si verificano negli Stati Uniti e che non potrebbero mai capitare qui da noi grazie ai paletti imposti alle aziende dal GDPR e dalla Legge federale sulla protezione dei dati, ma secondo Lee Tien, consulente legale della Electronic Frontier Foundation, anche le aziende europee sono soggette alle procedure legali statunitensi grazie a vari trattati internazionali, e quindi è possibile che i dati personali di un’app di tracciamento sanitario europea possano essere comunque richiesti da un’azione legale che parte dagli Stati Uniti (KFF Health News).

Sono situazioni come questa che fanno dire agli esperti di sicurezza informatica, come Mikko Hyppönen, che argomentare che non c’è da preoccuparsi per queste raccolte di massa di dati personali, perché tanto siamo cittadini onesti e non abbiamo niente da nascondere, semplicemente “non ha senso”.

Non ha senso perché un dato, una volta rilasciato, è rilasciato per sempre, e non abbiamo idea se un dato che oggi non è problematico lo sarà invece in futuro. Un altro esempio in questo senso arriva sempre dagli Stati Uniti, ma in un campo che a prima vista sembra completamente differente: i sistemi di lettura automatica delle targhe dei veicoli.

Diffusissimi fra le forze di polizia e anche fra le aziende, questi sistemi memorizzano oltre un miliardo di passaggi di veicoli ogni mese. L’intento originale era usarli per tracciare i veicoli coinvolti in reati, cosa difficilmente criticabile, ma come fa notare la rivista Wired, questi sistemi possono anche tracciare i veicoli che attraversano un confine di stato, per esempio per portare una persona in uno stato in cui l’aborto è ancora legale. E dato che le targhe sono per definizione esposte al pubblico, non occorre un mandato per procurarsi i dati raccolti da questi lettori automatici (EFF; The Guardian).

Come dice Hyppönen, “possiamo forse fidarci dei nostri governi attuali… ma ci fidiamo ciecamente di qualunque possibile governo futuro, di un governo che potremmo avere fra cinquant’anni?”

[CLIP: citazione di Mikko Hyppönen, tratta da un TEDx Talk del 2011: “And while we might trust our governments right now […], do we blindly trust any future government, a government we might have 50 years from now?”]

Resistenza digitale

La segnalazione su Reddit dalla quale è partita questa storia è diventata virale ed è stata accompagnata da ulteriori avvisi di altri utenti, pubblicati direttamente nelle pagine di download dell’app di tracciamento mestruale in questione per mettere in guardia chi la scarica. Il consiglio ricorrente, in questi avvisi, è non solo di non usare questa app, ma di non usare nessuna app che raccolta dati legati alla sfera intima e di tornare ai vecchi sistemi cartacei: il calendario o l’agendina di una volta, insomma. La paura, infatti, è che una donna che ha un ciclo irregolare possa essere identificata erroneamente come una persona che ha abortito e venga quindi accusata di un reato che non ha commesso, con tutto quello che ne consegue.

Certo, oggi siamo tutti abituati a fare qualunque cosa tramite app, ma la comodità di avere tutto nello smartphone ha un prezzo, e quel prezzo può cambiare in qualunque momento, difficilmente a favore di noi utenti.

Nel frattempo, grazie alle segnalazioni di questo problema è nata una forma di resistenza informatica molto particolare: numerose persone di ogni orientamento stanno scaricando queste app, il cui uso è solitamente gratuito, e le stanno adoperando per tracciare qualunque evento ciclico tranne le mestruazioni. L’intento è riempire di dati fasulli e incomprensibili gli archivi delle aziende che gestiscono queste app, in modo da contaminare il loro database, fargli perdere valore commerciale e impedire agli algoritmi predittivi di funzionare correttamente.

Visto il numero elevatissimo di utenti, questo tipo di sabotaggio probabilmente non sarà molto efficace dal punto di vista pratico e diretto, ma aiuterà a far conoscere il problema e a far capire perché le leggi sulla privacy dei dati sembrano una scocciatura ma sono in realtà così importanti. Servono, in sostanza, a evitare che si passi dal non avere nulla da nascondere al non avere più nulla da nascondere.

Podcast RSI – ChatGPT ha copiato la voce di Scarlett Johansson? Il Grande Saccheggio dell’IA

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: voce di Scarlett Johansson da “Her”]

Questa è la voce dell’attrice Scarlett Johansson dal film del 2013 Her, o Lei nella versione italiana, nel quale interpreta un’intelligenza artificiale che dialoga a voce, usando toni molto umani e seducenti, con i suoi utenti tramite i loro smartphone. Praticamente quello che fa realmente oggi la versione più recente di ChatGPT.

E questa, invece, è una delle voci inglesi di ChatGPT:


[CLIP: voce di Sky da ChatGPT]

Se notate una forte somiglianza, non siete i soli. Questa voce è così simile a quella di Scarlett Johansson che l’attrice ha dichiarato di essere “scioccata, arrabbiata e incredula”, perché “la voce era così simile alla mia che i miei amici più stretti e le redazioni dei giornali non sapevano percepire la differenza” (X/La Regione), e così ora ha incaricato dei legali di investigare sulla vicenda, mentre OpenAI, la società che gestisce ChatGPT, ha rimosso la voce contestata.

Questa è la storia di come l’idea futuribile di un film romantico e visionario è diventata realtà in poco più di un decennio, ma è anche la storia di come le aziende che producono intelligenze artificiali si stanno arricchendo immensamente agendo in zone grigie legali e attingendo al lavoro e alle immagini altrui senza dare alcun compenso, in un grande saccheggio che va accettato, dicono queste aziende, in nome del progresso. E i saccheggiati siamo tutti noi, non solo le celebrità.

Benvenuti alla puntata del 24 maggio 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Lei e OpenAI, storia di un corteggiamento (professionale)

Questa storia inizia a settembre 2023, quando Sam Altman, CEO di OpenAI, l’azienda di intelligenza artificiale conosciutissima per il suo ChatGPT, ha chiesto all’attrice Scarlett Johansson se era interessata a prestare la sua voce, dietro compenso, alla versione 4.0 di ChatGPT. Johansson ha rifiutato l’offerta, ha detto, “dopo aver riflettuto molto e per ragioni personali”.

Due giorni prima della presentazione al pubblico di ChatGPT 4.0, Altman ha contattato l’agente dell’attrice chiedendo di riprendere in considerazione l’offerta. Prima ancora che iniziasse qualunque trattativa, ChatGPT 4.0 è stato rilasciato con una serie di voci che permettono agli utenti di dialogare in modo molto naturale con questo software semplicemente conversando.

Una di queste voci, denominata Sky, colpisce particolarmente sia per i suoi toni estremamente naturali, spiritosi e vivaci, al limite del flirt continuo con l’utente, sia per il fatto che somiglia davvero parecchio alla voce di Scarlett Johansson.

Se avete visto il film Lei in italiano, avrete apprezzato la voce e il talento della doppiatrice Micaela Ramazzotti…

[CLIP: voce di Micaela Ramazzotti che interpreta Samantha in Lei]

ma vi sarete persi quella altrettanto memorabile di Johansson e quindi la somiglianza con la voce di ChatGPT non sarà così immediatamente evidente. Però indubbiamente la voce di Sky è molto, molto vicina a quella dell’attrice statunitense. E Altman non ha fatto mistero del fatto che il film Lei è una delle sue ispirazioni centrali, dichiarando pubblicamente che lo considera “incredibilmente profetico” e che ha azzeccato in pieno la rappresentazione del modo in cui oggi le persone interagiscono con le intelligenze artificiali.

Inoltre il 13 maggio scorso, poco dopo la presentazione al pubblico della voce di ChatGPT che ricorda così tanto quella di Johansson, Altman ha pubblicato un tweet contenente una sola parola: her. Il titolo originale del film.

L’attrice ha dato incarico a dei legali, che hanno chiesto formalmente a OpenAI di fornire i dettagli esatti di come hanno creato la voce denominata Sky. L’azienda ha risposto che la voce non è stata generata partendo da quella di Scarlett Johansson, ma appartiene a un’attrice assunta tempo addietro dall’azienda. Il Washington Post ha contattato l’agente di questa attrice, sotto anonimato per ragioni di sicurezza personale, e ha visionato documenti e ascoltato i provini registrati dall’attrice, e risulta che la sua voce calda e coinvolgente è identica a quella di Sky.

OpenAI ha anche pubblicato una cronologia dettagliata degli eventi, dicendo che a maggio 2023 aveva selezionato cinque voci di attori e attrici e successivamente aveva contattato Johansson proponendole di diventare la sesta voce di ChatGPT accanto alle altre, compresa quella di Sky, ma Johansson aveva cordialmente respinto la proposta una settimana più tardi tramite il suo agente.

Le voci degli altri attori sono state integrate in ChatGPT il 25 settembre scorso, dice OpenAI, e sono passati circa otto mesi prima che OpenAI ricontattasse Johansson il 10 maggio scorso, proponendole di diventare una futura voce aggiuntiva di ChatGPT, in occasione del lancio della nuova versione del prodotto. Il 19 maggio, pochi giorni dopo le dichiarazioni di Johansson, l’azienda ha disattivato la voce di Sky, dice, “per rispetto verso le preoccupazioni [dell’attrice]”.

Sembra insomma che si tratti solo di un caso di tempismo poco felice e di incomprensione, ma resta un problema: quello che ha fatto OpenAI, ossia creare una voce che molti trovano estremamente somigliante a quella di Johansson e guadagnarci parecchi soldi, è lecito?

Imitare non è lecito se l’intento è ingannare

Secondo gli esperti interpellati da varie testate giornalistiche, come il Washington Post o The Information, scegliere per il proprio prodotto una voce che somiglia molto a quella di una celebrità, specificamente in questo caso di una celebrità nota per aver interpretato proprio il ruolo della voce di un prodotto analogo, in un film molto conosciuto, e giocare sul fatto che molti utenti paganti di ChatGPT penseranno che si tratti davvero della voce di Johansson, rischia di essere comunque illegale, anche se l’azienda non ha effettivamente clonato la voce dell’attrice ma ha assunto una persona differente però somigliante.

Ci sono dei precedenti piuttosto importanti in questo senso, che risalgono a molto prima del boom dell’intelligenza artificiale. Quando non esisteva ancora la possibilità di usare campioni di registrazioni della voce di una persona per generarne una replica digitale si usavano gli imitatori in carne e ossa.

Per esempio, nel 1986 uno spot televisivo della Ford usò una imitatrice al posto della cantante Bette Midler come voce per un brano, Do You Wanna Dance di Bobby Freeman, che Midler aveva cantato. Midler era stata contattata per chiederle se fosse disposta a cantare nello spot, e lei aveva rifiutato. È così l’agenzia pubblicitaria incaricata dalla Ford, la Young & Rubicam, fece cantare la canzone a una corista di Bette Midler, Ula Hedwig.

Il parallelo con la vicenda di Scarlett Johansson e OpenAI è evidente, ma c’è una differenza importante: nel caso di Bette Midler, l’agenzia diede alla corista l’istruzione specifica di imitare la cantante. Midler fece causa, e vinse, ricevendo 400.000 dollari di risarcimento.

Anche il cantante Tom Waits si è trovato al centro di un caso di imitazione a scopo pubblicitario. Nel 1990 la ditta Frito-Lay usò un imitatore per inserire in un suo spot, dedicato alle patatine di mais, una voce che somigliasse a quella di Waits. L‘azienda fu condannata a pagare due milioni e mezzo di dollari.

Anche il chitarrista Carlos Santana, nel 1991, fece causa a un’azienda, la Miller Beer, per aver assunto un imitatore: non della sua voce, ma del suo stile di suonare la chitarra, in modo da poter usare il suo celeberrimo brano Black Magic Woman in uno spot televisivo. La disputa fu risolta in via stragiudiziale.

In sostanza, stando agli esperti, non importa se OpenAI ha assunto un sosia vocale di Scarlett Johansson o se ha proprio clonato la sua voce usando l’intelligenza artificiale: quello che conta è che ci fosse o meno l’intenzione di assomigliare alla voce di Johansson. Per il momento ci sono notevoli indizi indiretti di questa intenzione, ma manca una prova schiacciante: una richiesta esplicita di imitare la celebre attrice. Che fra l’altro per ora non ha avviato formalmente una causa.

Ma comunque vadano le cose nella disputa fra OpenAI e Scarlett Johansson, il problema dello sfruttamento gratuito dell’immagine, della voce o delle creazioni altrui da parte delle aziende di intelligenza artificiale rimane e tocca non solo gli attori e gli autori, ma ciascuno di noi.

Il Grande Saccheggio

Le intelligenze artificiali, infatti, hanno bisogno di enormi quantità di dati sui quali addestrarsi. Se devono riconoscere immagini, devono addestrarsi usando milioni di fotografie; se devono elaborare testi o generare risposte testuali, devono leggere miliardi di pagine; se devono generare musica, hanno bisogno di acquisire milioni di brani. Ma molte di queste immagini, di questi testi e di questi brani sono protetti dal diritto d’autore, appartengono a qualcuno. Se un’azienda usa contenuti di terzi senza autorizzazione per guadagnare soldi, sta commettendo un abuso.

La fame di contenuti delle intelligenze artificiali sembra inesauribile e incontenibile, e le aziende non sembrano curarsi troppo del fatto che i loro software saccheggino le dispense intellettuali altrui.

Gli esperti, infatti, hanno trovato il modo di rivelare che quasi tutti i principali software di intelligenza artificiale contengono i testi integrali di libri, riviste e quotidiani. A dicembre scorso il New York Times ha avviato una causa contro OpenAI e Microsoft per violazione del diritto d’autore, dato che ChatGPT e Bing Chat hanno dimostrato di essere capaci di produrre contenuti praticamente identici a milioni di articoli del Times, sfruttando la fatica cumulativa dei giornalisti della testata senza permesso e senza compenso.

Anche gli scrittori George RR Martin (celebre per il Trono di spade) e John Grisham, insieme a molte altre firme celebri, hanno avviato una lite con OpenAI, perché è emerso che ChatGPT ha incamerato e usato i testi integrali dei loro libri per migliorare le proprie capacità. Accusano OpenAI testualmente di “furto sistematico di massa”.

E non è solo un problema degli autori. Nella loro fame irrefrenabile, le intelligenze artificiali ingeriscono qualunque testo e cercano sempre contenuti nuovi, e le aziende non si fanno scrupoli a fornirglieli da qualunque fonte. Per esempio, Slack, una popolarissima piattaforma di chat e collaborazione aziendale, ha annunciato che usa le conversazioni degli utenti per addestrare la propria intelligenza artificiale, senza chiedere il loro consenso preventivo. Grok, l’intelligenza artificiale di X o Twitter, legge tutti i post pubblici degli utenti. Meta ha dato in pasto alla propria intelligenza artificiale un miliardo di post su Instagram, Google fa leggere alla propria intelligenza artificiale le mail degli utenti di Gmail, e Microsoft usa le chat con Bing per addestrare il proprio software. Nel campo delle immagini, Midjourney e OpenAI sono in grado di ricreare scene di film e videogiochi, dimostrando così di essere stati addestrati usando questi contenuti sotto copyright. Così fan tutti, insomma.

Ma nessuno di noi, quando ha aperto la propria casella Gmail o il proprio profilo Instagram, tempo fa, aveva immaginato un futuro nel quale le sue conversazioni, le sue foto, i suoi video sarebbero stati usati in massa per addestrare software che, se pungolati correttamente, rigurgitano brani interi di queste conversazioni.

E le aziende del settore dicono spavaldamente che tutto questo non solo va bene e che non c’è da preoccuparsi: dichiarano che è addirittura necessario, perché secondo loro è “impossibile” addestrare le grandi intelligenze artificiali senza attingere a opere vincolate dal diritto d’autore. Lo ha dichiarato specificamente OpenAI in una comunicazione formale alla Camera dei Lord britannica a dicembre scorso.

Ma c’è anche chi traduce quella comunicazione formale in parole molto più concise e taglienti, come l’esperto di intelligenza artificiale e professore emerito alla New York University Gary Marcus, che riassume la questione così: “Non possiamo diventare favolosamente ricchi se non ci permettete di rubare, quindi fate in modo che rubare non sia reato, e non fateci neanche pagare diritti di licenza! Certo, Netflix paga miliardi l’anno in diritti, ma noi non dovremmo essere tenuti a farlo!”

OpenAI vale attualmente circa 80 miliardi di dollari e ha triplicato il proprio valore in meno di dieci mesi.

Podcast RSI – Svizzera, rapporto federale: raddoppiano gli incidenti informatici. Come rimediare (seconda parte)

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Ultimo aggiornamento: 2024/05/17 9:05.

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: audio tratto da “Mr. Robot”: “Che stai facendo di preciso?” “Sto hackerando l’FBI”]

Hackerare l’FBI può sembrare il desiderio proibito di ogni criminale informatico, ed è sicuramente una frase ad effetto che colpisce, come dimostra bene questo spezzone tratto dalla serie televisiva Mr. Robot, ma in realtà al criminale medio conviene dedicarsi a bersagli meno ambiziosi ma più remunerativi: alberghi, piccole aziende, e anche ospedali.

Questo è lo scenario che emerge dalla lettura del nuovo rapporto semestrale dell’Ufficio federale della cibersicurezza svizzero o UFCS, che è scaricabile anche in italiano, illustra le tecniche di attacco più diffuse sul territorio nazionale e propone soluzioni di difesa, per fare prevenzione, e di supporto, per i casi in cui la difesa non basta.

Benvenuti alla puntata del 17 maggio 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica.

Io sono Paolo Attivissimo, e nella puntata precedente ho raccontato le statistiche salienti e le principali tecniche di attacco informatico citate in questo rapporto semestrale. In questa puntata provo invece a raccontarvi i rimedi proposti dal rapporto, che ciascuno di noi può adottare per migliorare la propria sicurezza informatica.

[SIGLA di apertura]

Svizzera, colabrodo digitale?

Sul piano della cibersicurezza, in Svizzera si riscontrano attualmente le seguenti sfide principali:

  • elevata vulnerabilità dell’economia, delle autorità, degli istituti di formazione e della popolazione nel ciberspazio;
  • insufficiente capacità di reazione in caso di ciberincidenti e crisi di rilevanza sistemica;
  • scarsa maturità dei prodotti e dei servizi digitali in termini di cibersicurezza e assenza di meccanismi di controllo della qualità;
  • comprensione non abbastanza avanzata della problematica della cibersicurezza da parte degli ambienti economici, in seno alla società e a livello politico;
  • mancanza di trasparenza e insufficienza di dati per una corretta valutazione delle dichiarazioni in materia di cibersicurezza e per la definizione di corrispondenti misure politiche ed economiche;
  • scarsa protezione degli attori non contemplati tra le infrastrutture critiche;
  • zone grigie giuridiche e coordinamento lacunoso degli strumenti per la cibersicurezza tra autorità e operatori privati.”

Parole di fuoco, e mi affretto a chiarire che non sono parole mie: sono tratte testualmente dalla pagina iniziale della Strategia dell’Ufficio federale della cibersicurezza UFCS, un documento scaricabile dal sito dell’amministrazione federale e pubblicato il 6 maggio scorso. 

 

Lo stesso documento riporta inoltre dei numeri davvero notevoli:

Negli ultimi anni il numero di segnalazioni di ciberincidenti che hanno provocato danni è aumentato di circa il 30 per cento l’anno. Il numero di segnalazioni provenienti da infrastrutture non critiche è quasi triplicato negli ultimi dodici mesi. Nel 2023 l’UFCS ha elaborato 187000 segnalazioni di phishing e ha identificato e chiuso in Svizzera 8223 siti web utilizzati per operazioni di phishing. Nel quadro di diverse centinaia di segnalazioni, l’UFCS ha individuato la presenza di malware presso infrastrutture critiche, provvedendo alla loro eliminazione in collaborazione con le aziende colpite. In media ogni 40 ore l’UFCS riceve una segnalazione concernente un’infezione da malware e una relativa richiesta di supporto per la gestione dell’incidente.

Il resto del documento ha un tono più positivo, con una sorta di chiamata alle armi basata su quattro pilastri, ossia:

  • rendere comprensibili le minacce informatiche

  • mettere a disposizione strumenti di prevenzione degli attacchi informatici

  • ridurre i danni di questi attacchi

  • e aumentare la sicurezza dei prodotti e dei servizi digitali.


La sicurezza informatica viene descritta dal documento come “un compito congiunto della politica, dell’economia, delle scuole universitarie e della società”, con buona pace di chi ancora pensa che sia un compito che riguarda solo i tecnici e gli smanettoni.

Questa nuova visione si rispecchia anche, e molto concretamente, in questa nuova veste di ufficio federale presso il Dipartimento della difesa, della protezione della popolazione e dello sport; l’UFCS dal primo gennaio 2024 subentra al Centro nazionale per la cibersicurezza, che faceva parte del Dipartimento federale delle finanze, e diventa il “centro di competenza della Confederazione per le ciberminacce”.

Quelle parole pesanti iniziali, che sembrano dipingere la Svizzera come un colabrodo digitale, vengono però mitigate nel rapporto semestrale più recente da Florian Schütz, direttore dell’Ufficio federale della cibersicurezza, che sottolinea che [i]n un confronto internazionale, la Svizzera si colloca a metà classifica”. C’è insomma chi sta molto peggio, ma anche chi sta molto meglio.

Vediamo cosa si può fare concretamente per salire in questa classifica, partendo da un caso molto concreto: le truffe alberghiere legate a Booking.com.

L’UFCS spiega la tecnica di attacco delle false mail di Booking.com

Nella seconda metà del 2023 molte persone sono state colpite da una particolare truffa riguardante le prenotazioni di alberghi, nella quale il messaggio dei truffatori arrivava davvero da Booking.com, tanto che era disponibile anche nell’app e nel sito web di questo noto intermediario online, ed era stato realmente spedito dall’albergo dove era stata fatta la prenotazione.

Il messaggio avvisava che la prenotazione fatta dalla vittima rischiava di essere annullata perché la carta di credito del cliente non era stata verificata con successo. Per tentare una nuova verifica si doveva cliccare su un link cortesemente fornito, ed era qui che scattava la truffa: il link portava a un sito il cui nome somigliava a quello di Booking.com e che chiedeva di immettere i dettagli della carta di credito. Se la vittima non se ne accorgeva, forniva i dati della sua carta ai malviventi. Ne avevo parlato nel podcast del 17 novembre 2023.

Il rapporto dell’UFCS getta finalmente luce sulla tecnica usata dai criminali per mettere a segno il loro attacco: riuscivano a farsi dare le credenziali d’accesso dell’account Booking.com dell’albergo usando vari metodi di persuasione per “indurre il personale dell’albergo a cliccare su un link e installare un programma nocivo”.

Per esempio, dice il rapporto, si faceva credere che un ospite fosse stato ricattato con immagini pornografiche che si presumeva fossero state scattate nella camera dove soggiornava. Il mittente concedeva due giorni all’hotel per chiarire la questione e scoprire il colpevole, altrimenti sarebbe stato ritenuto complice. Quale prova dell’accaduto, l’intera documentazione del caso sarebbe stata archiviata, secondo i criminali, in un file scaricabile tramite un link indicato nell’e-mail. Cliccando sul link, però, veniva scaricato un malware che registrava tutti i dati d’accesso disponibili e li trasmetteva ai truffatori, permettendo a loro di visualizzare le prenotazioni attuali dell’albergo effettuate tramite le varie piattaforme online come Booking.com.

È incredibile, e piuttosto imbarazzante, che ancora adesso ci siano sistemi informatici che possono essere infettati semplicemente cliccando su un link e che ci siano persone che sul posto di lavoro aprono gli allegati eseguibili ricevuti, senza il minimo controllo di sicurezza. E infatti il rapporto dell’UFCS raccomanda, soprattutto agli alberghi, che “si trovano a dover aprire molti documenti trasmessi dagli ospiti”, di non dimenticare mai che“I file eseguibili non devono […] essere aperti per nessuna ragione” e raccomanda anche di “pensare a una strategia che permetta di tenere i computer destinati alla comunicazione con gli ospiti separati dal resto della rete”: la cosiddetta segmentazione della rete. Semplici comportamenti preventivi, che non sono certo una novità ma che continuano a non essere adottati.

Eppure le risorse informative per tenersi aggiornati sulle minacce informatiche e sulle procedure ottimali per ridurle o eliminarle non mancano.

Risorse e tecniche per contrastare il crimine informatico

Il rapporto semestrale dell’Ufficio federale della cibersicurezza elenca moltissimi siti che offrono informazioni chiare e dettagliate, senza gergo tecnico, per migliorare la sicurezza informatica di tutti. Siti come Cybercrimepolice.ch, Ebanking – ma sicuro, il sito della Prevenzione Svizzera della Criminalità, iBarry.ch, S-u-p-e-r.ch e altri ancora, di cui trovate tutti i link presso Disinformatico.info.

L’UFCS tocca inoltre un altro tasto dolente della sicurezza informatica: quando un sito viene attaccato o è in pericolo, spessissimo è molto difficile trovare le informazioni di contatto del suo responsabile della sicurezza per avvisarlo della situazione, e questo fa perdere tempo prezioso a chi vorrebbe appunto avvisare del rischio informatico. A volte queste informazioni di contatto non sono nemmeno pubblicate.

L’Ufficio federale della cibersicurezza propone una soluzione semplice e standardizzata a questo problema, che si chiama Security.txt. In sostanza, i gestori dei siti sono invitati a creare un documento di testo contenente le informazioni di contatto per le questioni di sicurezza e a renderlo pubblicamente consultabile. Tutto qui. Questo documento ha un nome standard, cioè appunto security.txt, ed è messo a disposizione in una cartella altrettanto standard del sito, vale a dire .well-known.

In questo modo chi deve lanciare un allarme su un qualsiasi sito colpito da un attacco o a rischio di attacco può andare a colpo sicuro e può raggiungere direttamente il responsabile della sicurezza informatica di qualunque sito, senza perdere tempo in ricerche e soprattutto senza disperarsi a cercare di spiegare al centralinista o a varie altre persone non addette ai lavori i dettagli tecnici di un attacco informatico prima di riuscire finalmente a parlare con la persona giusta.

Secondo quanto rilevato dall’UFCS”, a oggi “in Svizzera applicano questo standard già alcune migliaia di siti ma, considerato che i siti attivi sono milioni” c’è “ancora margine di miglioramento. L’UFCS invita le imprese, le organizzazioni e le amministrazioni presenti sul territorio nazionale ad applicare questo standard di sicurezza”, notando che questo standard è in corso di adozione anche presso l’amministrazione federale: se volete vedere un esempio pratico di questo modo di indicare rapidamente le coordinate di contatto, potete visitare www.admin.ch/.well-known/security.txt. L’UFCS ha anche predisposto una guida apposita sulla comunicazione delle vulnerabilità per le organizzazioni e le imprese.

Dal documento di strategia emerge anche un altro aspetto importante di questo Ufficio federale: non si limita a fornire istruzioni e chiedere che gli utenti facciano i loro compiti, ma (cito) “assiste le vittime nella gestione degli eventi fornendo loro consulenza tecnica nonché assistenza sul piano organizzativo. A seconda del potenziale di danno, le prestazioni di supporto spaziano dalla semplice consulenza fino alla gestione integrale della crisi informatica (protezione tecnica e ripristino compresi)”. Naturalmente “le prestazioni dell’UFCS sono fornite ai privati in via sussidiaria”, per cui chi ha le risorse per gestire in proprio la sicurezza è tenuto a farlo, ma le tante piccole imprese che fanno perennemente fatica a stare al passo con le novità di sicurezza informatica possono avere un supporto concreto e coordinato.

L’importante, come sempre, è il primo passo: capire che la sicurezza informatica non è un gioco e non è il problema di qualcun altro, ma ci tocca tutti.

Podcast RSI – Svizzera, rapporto federale: raddoppiano gli incidenti informatici. Come rimediare (prima parte)

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: Descrizione di un hackeraggio da “Mr. Robot”]

I toni drammatici di un telefilm come Mr. Robot, dal quale è tratto questo spezzone, possono sembrare fantasiosi ed esagerati, ma non sono poi così tanto lontani dalla realtà degli attacchi informatici.

Le tecniche descritte da questa serie sono infatti realistiche, anche se c’è qualche licenza narrativa per esempio sui tempi di esecuzione, e sappiamo che sono realistiche perché i resoconti reali degli addetti ai lavori raccontano di un mondo sommerso di attacchi veri, sferrati contro aziende e infrastrutture, da cui solo ogni tanto affiora nella cronaca qualche episodio particolarmente sensazionale.

Fra questi resoconti c’è quello semestrale dell’Ufficio federale della cibersicurezza svizzero o UFCS, di cui è appena stata pubblicata una versione aggiornata scaricabile, riferita al secondo semestre del 2023, che contiene dati, statistiche, esempi di casi concreti e tantissime risorse utili da conoscere per evitare di diventare uno di quei dati e di entrare a far parte di quelle statistiche.

Ma è scritto in linguaggio piuttosto tecnico, e a pochi verrà in mente di leggersi quaranta pagine fitte di un testo intitolato, in modo molto pragmatico ma poco accattivante, Rapporto semestrale 2023/II (luglio-dicembre) – Sicurezza delle informazioni – La situazione in Svizzera e a livello internazionale. L’ho fatto io per voi, e così posso raccontarvi le cose più importanti da sapere per essere pronti alle nuove sfide di sicurezza informatica. E se avete pensato che sicuramente ci sarà di mezzo l’intelligenza artificiale, non avete torto.

Benvenuti alla puntata del 10 maggio 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Tecniche classiche in aumento, ma cala il ransomware

Per capire correttamente questo rapporto è necessario partire da una premessa che ci riguarda tutti: i suoi dati si basano sulle segnalazioni degli attacchi, fatte alle autorità, ossia all’Ufficio federale della cibersicurezza, da chi li ha subiti. I numeri del rapporto, insomma, non rappresentano tutti i “ciberincidenti”, per usare la terminologia del documento, ma soltanto quelli segnalati.

Questo vuol dire che le segnalazioni sono importantissime per gli addetti ai lavoro, contrariamente a quello che molti pensano, cioè che sia inutile informare le forze dell’ordine di un attacco subìto, perché tanto le speranze di ottenere la punizione dei colpevoli sono minime. Sì, è vero che i criminali informatici risiedono quasi sempre all’estero, in paesi nei quali sanno che non verranno perseguiti, e quindi è improbabile avere giustizia o riavere i soldi o i dati sottratti con la frode informatica, ma segnalare gli attacchi serve per consentire agli esperti di sapere quali sono le tecniche più frequenti e quindi per concentrare i loro sforzi dove c’è maggiore bisogno, per “poter avvisare la popolazione e le imprese in caso di un’escalation della minaccia”, come dice appunto il rapporto, e a volte serve anche per scoprire tecniche inedite.

È importante anche distinguere le segnalazioni dalle denunce: le segnalazioni sono molto più semplici da fare. Il rapporto consiglia di farle online, presso l’apposita pagina dell’Ufficio Federale della Cibersicurezza oppure presso il sito Antiphishing.ch. Trovate i nomi e i link a tutte queste fonti presso Disinformatico.info.

Detto questo, i numeri delle segnalazioni sono impressionanti: nel secondo semestre del 2023 ne sono state inviate oltre 30.000, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2022. L’aumento, dice il rapporto, è causato soprattutto dalle truffe, sotto forma di “offerte di lavoro fraudolente” e “chiamate fasulle a nome della polizia”.

Le offerte di lavoro fasulle sono state diffuse soprattutto tramite WhatsApp e hanno seguito uno schema piuttosto complicato che però illustra bene il livello di sofisticazione dei criminali. Chi rispondeva a queste offerte riceveva infatti un elenco di mandati, per esempio redigere recensioni di prodotti, in cambio di un compenso versato su una piattaforma online gestita dai truffatori. Ma“il numero di mandati disponibili” dice il rapporto “si azzerava rapidamente. Per accelerare l’attività e non dover aspettare, la piattaforma dava la possibilità di generare a pagamento nuovi mandati. Per pochi dollari si potevano così acquistare 50 nuovi mandati di recensione” spiega sempre il rapporto, aggiungendo che “Il guadagno promesso, che a sua volta avrebbe dovuto essere accreditato sulla piattaforma, superava di molto i costi, per cui la vittima pensava che valesse la pena utilizzare quel modello. La brutta sorpresa arrivava quando si voleva incassare il guadagno accumulato. Il gestore della piattaforma richiedeva delle tasse per il versamento del guadagno finché la vittima si accorgeva che si trattava di una truffa.”

Le prese di contatto fasulle a nome della polizia, invece, erano a volte sotto forma di mail nelle quali si comunicava alla vittima che era “ritenuta colpevole di un grave reato (in genere legato alla pornografia minorile)” e che l’unico modo per evitare un’azione penale era versare una somma di denaro. Ma i criminali hanno anche effettuato raffiche di telefonate automatiche, nelle quali una voce sintetica diceva di rappresentare un’autorità di polizia e informava la vittima che per esempio i dati del suo conto corrente privato erano emersi in relazione a un dato reato e che per avere ulteriori informazioni doveva premere il tasto 1. Se la vittima lo faceva, la chiamata veniva inoltrata a un sedicente “operatore” che le chiedeva di scaricare un software di accesso remoto, che poi permetteva al criminale di insinuarsi nel computer o nel telefono cellulare per accedere alle credenziali di e-banking della vittima e usarle per inviare soldi dal conto della vittima a quello dei truffatori.

La classifica delle tecniche criminali più frequenti prosegue citando la cosiddetta “truffa del CEO”, cioè quella in cui gli aggressori fingono di essere un membro importante di un’azienda e contattano uno dei dipendenti di quell’azienda per convincerlo a inviare urgentemente del denaro a un conto bancario controllato dai truffatori, dicendo che si tratta di un pagamento necessario per concludere un grosso accordo commerciale.

Si colloca in alto in classifica anche la tecnica in cui i criminali riescono a manipolare le fatture ricevute da un’azienda, per esempio alterando le loro coordinate di pagamento in modo da dirottare i soldi su un conto ancora una volta gestito dai truffatori.

Tutte queste forme di attacco sono in aumento, mentre sono in diminuzione gli attacchi di ransomware ai danni delle imprese, ossia quelli nei quali i criminali chiedono denaro per sbloccare i computer aziendali di cui hanno preso il controllo oppure per non disseminare i dati aziendali di cui si sono impadroniti.

Ma non sono mancati i tentativi di inganno basati sull’intelligenza artificiale.

Se ti hanno filmato nudo, dì che è un deepfake: IA nel crimine online

Il rapporto dell’Ufficio federale di cibersicurezza (o UFCS) nota che nel 2023 i criminali hanno iniziato a usare l’intelligenza artificiale nei loro attacchi. Per ora, dice il rapporto, non si tratta ancora di un uso sistematico ma solo di “tentativi con cui i truffatori cercano di sondare cosa sia possibile o redditizio”.

In alcuni di questi tentativi segnalati, l’intelligenza artificiale è stata usata “per creare foto o video compromettenti allo scopo di ricattare la vittima. Basta che i criminali siano in possesso di filmati o fotografie del tutto innocenti registrate o scattate personalmente dalla vittima in precedenza o magari accessibili a tutti su Internet. Da questi video innocui l’IA crea filmati pornografici o immagini di nudo”, ossia dei deepfake. L’UFCS “ritiene che questa forma di estorsione crescerà vertiginosamente negli anni a venire”, ma nota anche che l’esistenza dei deepfake è ampiamente conosciuta dal grande pubblico e quindi questa forma di ricatto potrebbe risultare inefficace perché anche chi è stato realmente ripreso dai criminali in video compromettenti potrebbe dire tranquillamente che si tratta di una ripresa fabbricata con l’intelligenza artificiale.

I video falsi generati con l’intelligenza artificiale sono stati usati dai criminali anche in un’altra forma, facendo dire in video a persone famose, come politici o grandi imprenditori, raccomandazioni di investimenti in criptovalute che erano in realtà fraudolenti.

Un altro esempio interessante di uso criminale dell’intelligenza artificiale viene segnalato dal rapporto dell’UFCS notando che varie imprese hanno segnalato di aver ricevuto “telefonate da loro presunti dipendenti che, con voce perfettamente simulata, si sarebbero informati su questioni aziendali interne o avrebbero disposto l’esecuzione di pagamenti. I dipendenti in questione, tuttavia, erano completamente ignari di queste telefonate, che con tutta probabilità vengono generate tramite deepfake”, cioè con voci sintetiche generate usando campioni di quelle reali.

Il rapporto cita anche un caso molto particolare nel quale si sospetta l’uso dell’intelligenza artificiale: sono state segnalate mail truffaldine, in apparenza provenienti da banche, scritte in svizzero tedesco, forse con lo scopo di sembrare più realistiche e familiari, perché in effetti è facile pensare che sia improbabile che un criminale informatico che sta in chissà quale paese lontano sappia scrivere in una lingua così locale. Ma l’UFCS nota che nel mondo degli affari svizzero “si utilizza di prassi il tedesco standard” e che “[u]na presunta e-mail ufficiale proveniente da una banca e scritta in dialetto tenderebbe a insospettire la vittima piuttosto che convincerla a cliccare sul relativo link”. I criminali, in questo caso, hanno insomma preso un granchio.

Tuttavia c’è un altro settore del crimine informatico in cui ha molto senso usare il dialetto: “le truffe legate ai piccoli annunci […]. Questo stratagemma infonde fiducia nella vittima, dando l’impressione che acquirente e venditore provengano dalla medesima regione (linguistica)”. Sono già stati osservati i primi casi di annunci online fraudolenti scritti in buon svizzero tedesco, presumibilmente usando software di traduzione basati sull’intelligenza artificiale, per cui l’uso di questa forma di comunicazione non deve far abbassare la guardia, e sapere questo fatto è il primo passo verso la prevenzione degli attacchi.

Torna il “voice phishing”

Il rapporto dell’Ufficio federale di cibersicurezza si sofferma poi sull’impennata di segnalazioni di una tecnica di attacco solitamente rara: il voice phishing, ossia l’ottenimento delle credenziali di sicurezza di una vittima attraverso una telefonata fatta a voce, in tempo reale, dai criminali.

Verso la fine dell’anno scorso sono stati segnalati molti casi di chiamate “da parte di sedicenti impiegati di banca, che facevano credere di voler bloccare un pagamento fraudolento. In alcuni casi il numero di telefono visualizzato corrispondeva persino a quello ufficiale della banca: si tratta in realtà di un numero che, attraverso la tecnica dello «spoofing», viene falsificato dai truffatori per farlo sembrare credibile.” Conviene insomma sapere che il numero di telefono del chiamante che vedete sullo schermo del vostro telefono non è affatto una garanzia di autenticità, come invece pensano in molti.

Ma l’astuzia dei criminali non si limita alla falsificazione del numero del chiamante. In alcuni casi, segnala il rapporto dell’UFCS, il finto impiegato di banca “consigliava di telefonare immediatamente alla divisione antifrode della Polizia cantonale e comunicava altresì il numero da chiamare”, dice il rapporto. Una cortesia spiazzante, che di certo non fa pensare che l’interlocutore sia un criminale, ma c’è l’inghippo: il numero che veniva fornito non era quello della divisione antifrode ma era anch’esso gestito dai malviventi.

L’altro ingrediente spiazzante usato dai truffatori è l’apparente conoscenza della banca usata dalla vittima. È capitato anche a me di ricevere una di queste telefonate, nella quale la truffatrice (era una voce femminile) diceva che c’era un problema sul mio conto bancario e citava proprio la banca presso la quale ho un conto. Come fanno i criminali ad avere queste informazioni?

In realtà non le hanno, spiega il rapporto dell’UFCS: “gli aggressori si spacciano per impiegati di una grande banca, visto che la probabilità che la vittima vi abbia effettivamente un conto è statisticamente più alta”. In altre parole, tirano a indovinare e spesso ci azzeccano. E se sbagliano, dice il rapporto, “nel corso della telefonata cercano di scoprire quale sia l’istituto bancario della vittima e quindi richiamano poco tempo dopo, ma questa volta a nome della banca «giusta».”

E le loro astuzie non finiscono qui: l’UFCS cita infatti il caso di una vittima alla quale il sedicente impiegato di banca ha chiesto se negli ultimi giorni avesse predisposto un pagamento di una somma consistente a favore di una specifica persona, di cui il finto impiegato ha citato nome e cognome. La vittima conosceva effettivamente quella persona: come facevano i truffatori ad avere un’informazione così precisa e apparentemente rassicurante?

L’UFCS ha scoperto che “sia il nome che il numero di telefono della vittima e del presunto destinatario erano comparsi in una presentazione pubblica che i due avevano effettuato insieme in passato. Questo dimostra che gli aggressori spulciano sistematicamente Internet alla ricerca di informazioni che possono poi sfruttare per attacchi di social engineering mirati.”

Il social engineering è quella tecnica di attacco informatico che si basa sul conquistare la fiducia della vittima mostrando di conoscere informazioni che in apparenza solo un vero impiegato di banca o di un’azienda potrebbe avere. Ma le nostre vite sono sempre più pubbliche e condivise, grazie anche alla quantità di informazioni che noi stessi riversiamo nei social network, e i criminali sanno come trovarle e sfruttarle contro di noi. Anche qui, sapere che i criminali non pescano a caso ma anzi spesso si studiano bene la vittima è il primo passo verso la prevenzione.

Il rapporto dell’UFCS prosegue con la descrizione di molti altri tipi di attacco, anche a livello internazionale e in situazioni di guerra, e con le raccomandazioni su come difendersi bene. Ma queste sono storie che meritano di essere raccontate per bene in una puntata a parte.

Podcast RSI – Smart TV blocca Windows, antivirus che infetta, Corea del Nord nei cartoni di Amazon

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[CLIP: Inno nazionale nordcoreano]

Riconoscete questo inno nazionale? È quello di un paese che ha 26 milioni di abitanti e possiede in tutto circa trenta siti Internet. Sì, avete sentito bene: trenta. È la Corea del Nord, che è al centro di due delle tre storie strane dal mondo informatico di questa puntata del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato appunto alle notizie e alle storie insolite dell’informatica. La terza storia, invece, riguarda le smart TV che fanno impazzire i PC Windows e soprattutto i loro utenti, creando guasti misteriosi. Benvenuti alla puntata del 3 maggio 2024. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

La smart TV che fa impazzire i PC Windows

Le cosiddette “smart TV”, ossia praticamente ogni modello di televisore recente, non sono affatto televisori nel senso tradizionale del termine. Non sono più apparecchi passivi, che ricevono un segnale via cavo o via etere e lo presentano sullo schermo: sono veri e propri computer, carrozzati come se fossero televisori, e quindi hanno tutti i pregi ma anche tutte le magagne dei computer. Solo che spesso ce ne dimentichiamo: li compriamo, sempre più grandi, più nitidi, li colleghiamo a Internet, e non ci pensiamo più.

Ci ha dovuto pensare, e ha dovuto farlo a lungo, Priscilla Snow, che è una musicista e audio designer che vive a Montreal, in Canada e racconta la sua strana avventura in un post su Cohost.org. Il suo PC Windows faceva le bizze in maniera insolita: le impostazioni video erano inaccessibili, un’interfaccia per una tastiera MIDI aveva smesso di funzionare, le schede di acquisizione video avevano problemi a connettersi, e altre cose di questo genere. Tutti malfunzionamenti di un tipo che ogni utente Windows conosce bene: quello che compare senza motivo e a volte scompare o si risolve senza motivo, e si sopporta perché…. perché i computer sono fatti così. Un riavvio, una reinstallazione di un driver, e passa la paura.

Priscilla Snow narra il suo caso come un racconto giallo, spiegando che a un certo punto le è scomparsa dal PC la Taskbar, cioè la barra delle applicazioni, cosa che le rendeva praticamente impossibile usare il computer, per cui ha proceduto alla maniera solita: ha aggiornato i driver e riavviato il PC.

La barra delle applicazioni è tornata, ma sei giorni dopo il problema si è ripresentato pari pari. A quel punto, esasperata dalla lunga serie di magagne, è andata a caccia di soluzioni e ha trovato su Reddit una discussione che descriveva gli stessi sintomi capitati a un altro utente Windows, che ne dava la colpa alla sua smart TV della marca Hisense.

Indovinate di che marca era la smart TV di Priscilla.

Secondo le informazioni pubblicate dall’altro utente Windows su un forum di supporto tecnico di Microsoft, i televisori di questa marca si annunciano continuamente sulla rete locale come se fossero nuovi dispositivi con un identificativo sempre differente (tecnicamente generano degli UUID casuali per i servizi di rete UPNP), e Windows diligentemente aggiunge tutti questi nuovi identificativi alle proprie liste di dispositivi.

Ma a furia di aggiungere dispositivi ogni qualche minuto, queste liste diventano enormi e ingestibili e Windows comincia a malfunzionare. Ovviamente non dice qualcosa di utile tipo “la lista dei dispositivi è troppo grande e va vuotata”, ma manifesta sintomi che mai e poi mai un utente normale collegherebbe a una smart TV che ha chiari problemi di identità e continua a cambiare nome.

Per risolvere il problema è necessario cancellare faticosamente centinaia di chiavi dal Registro di Windows e poi disabilitare la configurazione automatica dei dispositivi di rete nelle impostazioni di Windows. La musicista trasformatasi in detective del PC lo ha fatto e tutto ha ripreso a funzionare perfettamente. Una soluzione alternativa è non collegare mai la smart TV della Hisense alla rete locale ma darle una connessione separata oppure, meglio ancora, non comprarla affatto, dice.

Morale della storia: conviene sempre collegare alla rete di lavoro solo i dispositivi strettamente indispensabili e isolare tutti gli altri, e bisogna ricordare che a volte i problemi di Windows non sono colpa di Windows ma di altri dispositivi che non verrebbe mai in mente di considerare colpevoli. Oltre che studiare informatica, bisogna studiare anche le tecniche del tenente Colombo.

Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

Se l’infezione arriva tramite l’antivirus

Molti pensano che gli antivirus siano tutti uguali e scelgono il primo che trovano, magari quello preinstallato sul computer o quello proposto dal negoziante al momento dell’acquisto del computer. Ma non è sempre così, e la scelta va fatta con attenzione, evitando soprattutto di fidarsi di pubblicità o inviti che si incontrano online, perché l’antivirus è uno dei pochi software che per necessità deve avere il controllo totale del computer o del dispositivo in generale e quindi è in una posizione di potere molto speciale, ed è molto vulnerabile. È una posizione di cui qualcuno potrebbe approfittare.

È infatti emerso che eScan, un servizio antivirus basato in India, ha diffuso i propri aggiornamenti usando un metodo non sicuro (cioè il vecchio protocollo HTTP al posto del moderno HTTPS protetto dalla crittografia) e non ha protetto questi aggiornamenti con una firma digitale che li avrebbe autenticati, e ha continuato a farlo per cinque anni.

Due errori davvero dilettanteschi, che hanno permesso a degli aggressori informatici di sostituire gli aggiornamenti autentici con delle versioni modificate, che installavano sui computer degli utenti di questo antivirus una backdoor, ossia un programma che dava pieno accesso remoto nascosto a quei computer.

In pratica gli utenti di eScan credevano di scaricare un antivirus che li proteggeva e invece scaricavano un malware che li infettava e che in alcuni casi usava i loro computer e la loro bolletta elettrica per generare criptovalute a favore degli aggressori, probabilmente legati al governo nordcoreano, che ha generato miliardi di dollari di criptovalute usando malware installato sui dispositivi di vittime inconsapevoli (Ars Technica).

La scoperta di questo difetto imbarazzante di eScan è stata annunciata da un’altra azienda del settore, Avast (o come dicono molti àvast), a fine aprile, ed è stata confermata dalle autorità informatiche nazionali indiane. Ora eScan ha risolto il problema, ma il danno sui computer dei suoi utenti resta.

E il modo migliore per eliminarlo è usare un altro antivirus, sperando naturalmente di non cadere dalla padella nella brace.

La Corea del Nord fa soldi illeciti con i cartoni animati di Amazon

C’è un paese che ha 26 milioni di abitanti e circa trenta siti Internet in tutto. È la Corea del Nord, dove pochissime persone possono usare Internet e quelle poche possono farlo solo per un’ora per volta e devono avere accanto qualcuno che approva la loro attività ogni cinque minuti, secondo le testimonianze raccolte da Wired.com.

Gli studiosi che scandagliano la minuscola presenza Internet di questo paese hanno scoperto una stranezza: degli animatori nordcoreani collaborano di nascosto alla produzione di serie televisive animate di Amazon e Max, eludendo le sanzioni internazionali e portando valuta estera preziosa al governo locale.

La scoperta è stata fatta grazie a un errore delle impostazioni di sicurezza di un sito nordcoreano, come descritto dettagliatamente in un rapporto liberamente scaricabile presso 38north.org. L’errore permetteva a chiunque, anche senza password di accesso, di osservare il traffico di dati su questo sito, che era un server per servizi cloud, uno dei tanti usati per lo scambio di dati dagli utenti informatici nordcoreani, che normalmente non hanno accesso diretto a Internet.

Tenendo d’occhio questo server maldestramente esposto, i ricercatori hanno notato che ogni giorno vi compariva una serie di file che includevano bozzetti e istruzioni particolareggiate di lavorazione non per armi o per altre cose tipicamente associate al governo nordcoreano, ma per cartoni animati, comprese serie popolari come Invincible di Amazon o Octonauts della BBC e molte altre.

A quanto pare, insomma, le case di produzione occidentali, a furia di subappaltare i progetti, finiscono per affidarsi a fornitori cinesi, che a loro volta subappaltano a ditte nordcoreane, aggirando così le sanzioni internazionali che vietano collaborazioni di questo tipo. Queste case di produzione dicono di essere inconsapevoli di questa situazione.

Lo scopo, secondo gli esperti osservatori dell’Internet nordcoreana, è portare soldi nelle casse dello stato e finanziare le sue ambizioni militari. Si sapeva già che i criminali informatici del paese usano attacchi legati alle criptovalute per guadagnare denaro per il regime e che gli informatici nordcoreani si fanno assumere dalle aziende statunitensi e di altri paesi come lavoratori remoti fingendo di essere giapponesi (Japan Times) o cinesi (Treasury.gov) e poi girano i propri compensi al governo. Ora salta fuori che guardando un cartone animato su Amazon c’è il rischio di finanziare le armi di una dittatura. Viviamo decisamente in tempi interessanti e surreali.

Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

Podcast RSI – Perché l’intelligenza artificiale ci seduce? Lo spiega l’esperto mondiale Bruce Schneier

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Ultimo aggiornamento: 2024/04/28 22:20.

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[CLIP: Discussione finale fra HAL e David Bowman da “2001 Odissea nello spazio” (1968)]

È facile considerare l’intelligenza artificiale come nient’altro che l’ennesima novità tecnologica, uno strumento informatico in più, un ausilio al quale ci abitueremo presto. Nessuno si è agitato o ha proclamato la catastrofe sociale per l’introduzione del controllo ortografico o del riconoscimento vocale. Quindi perché così tanto clamore, e in alcuni casi panico, proprio intorno all’intelligenza artificiale?

L’esperto di sicurezza informatica Bruce Schneier, autore di numerosi libri sulle tematiche digitali e membro del direttivo della Electronic Frontier Foundation, una delle associazioni di punta nella tutela dei diritti digitali, ha pubblicato un saggio, intitolato AI and Trust, nel quale spiega molto bene questa anomalia partendo da un concetto sociale, non tecnologico: la fiducia. E spiega perché noi, come esseri umani, siamo particolarmente vulnerabili alla natura seducente dell’intelligenza artificiale.

Le sue parole sono al centro della puntata del 26 aprile 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Benvenuti. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Premessa: due tipi di fiducia da distinguere

“La fiducia”, dice Bruce Schneier, “è essenziale per la società. Gli esseri umani, come specie, tendono a fidarsi gli uni degli altri.” Prendiamo un mezzo pubblico o camminiamo per strada dando per scontato di poterci fidare del conducente di quel veicolo e del fatto che non verremo aggrediti dai passanti. La fiducia è l’impostazione di default della società, per così dire.

E ci sono due tipi di fiducia: quella interpersonale, basata sulla conoscenza diretta di una persona, e quella sociale, basata sui meccanismi e sulle regole condivise che inducono le persone a comportarsi mediamente in modo affidabile. “Il sistema non è perfetto”, nota ovviamente Schneier: “ci saranno sempre persone che abusano della nostra fiducia, ma il fatto che la maggior parte di noi sia affidabile per la maggior parte del tempo è sufficiente. […] Le leggi e le tecnologie di sicurezza sono sistemi di fiducia che ci obbligano a comportarci in modo affidabile”, consentendo società più grandi e complesse e permettendo la cooperazione tra sconosciuti.

Da qui in poi vi riporto in sintesi le parole chiarissime di Bruce Schneier, tradotte con il suo permesso. La traduzione integrale del suo saggio è disponibile presso Disinformatico.info.


A causa dell’ampiezza e della complessità della società, abbiamo sostituito molti dei rituali e dei comportamenti tipici della fiducia interpersonale con meccanismi di sicurezza che garantiscono affidabilità e prevedibilità, ossia la fiducia sociale. Ma poiché usiamo lo stesso termine “fiducia” per entrambi
[i tipi], li confondiamo regolarmente. E quando lo facciamo, commettiamo un errore di categorizzazione. Lo facciamo continuamente: con i governi, con le organizzazioni, con i sistemi di tutti i tipi, e soprattutto con le aziende. Possiamo pensare a loro come amiche, quando in realtà sono servizi. Le aziende non sono morali; sono immorali, nella misura in cui la legge e la loro reputazione gliela fanno passare liscia.

Di conseguenza, le aziende si approfittano regolarmente dei loro clienti, maltrattano i loro lavoratori, inquinano l’ambiente e fanno pressioni per modificare le leggi in modo da poter fare queste cose ancora di più.

Sia il linguaggio che le leggi,
dice Schneier, rendono facile commettere questo errore di categorizzazione. Usiamo la stessa grammatica per le persone e le aziende. Immaginiamo di avere rapporti personali con i marchi. Diamo alle aziende alcuni degli stessi diritti che diamo alle persone.

Alle aziende piace che commettiamo questo errore di categoria (lo commette anche Schneier, scherzosamente, usando questo concetto di piacere). Piace perché traggono profitto quando pensiamo a loro come amiche. Utilizzano mascotte e testimonial. Hanno account sui social media, e questi account hanno una propria personalità. Si riferiscono a loro stesse come se fossero persone. Ma non sono nostre amiche: le aziende non sono in grado di avere questo tipo di relazione.

Stiamo per commettere lo stesso errore di categorizzazione con le intelligenze artificiali: le considereremo nostre amiche quando non lo sono.

La seduzione dell’IA, spiegata

A questo punto del suo saggio, Bruce Schneier nota che le intelligenze artificiali del prossimo futuro saranno controllate dalle aziende, che le useranno per raggiungere l’obiettivo di massimizzare il profitto. Non saranno nostre amiche: nel caso migliore saranno servizi utili. Più probabilmente, ci spieranno e cercheranno di manipolarci.

Questa non è una novità. La sorveglianza e la manipolazione sono il modello di business di Internet. I risultati delle vostre ricerche in Google sono preceduti da link che qualcuno ha pagato per mostrare. I vostri feed di Facebook e Instagram sono pieni di post sponsorizzati. Le ricerche su Amazon restituiscono pagine di prodotti i cui venditori hanno pagato per essere piazzati in quelle pagine.

Questo è il modo in cui funziona Internet. Le aziende ci spiano mentre utilizziamo i loro prodotti e servizi. I broker di dati acquistano i dati di sorveglianza dalle aziende più piccole e creano dossier dettagliati su di noi. Poi rivendono queste informazioni a queste e altre aziende, che le combinano con i dati raccolti da loro per manipolare il nostro comportamento, al servizio dei loro interessi e a spese dei nostri interessi.

Utilizziamo tutti questi servizi come se fossero nostri agenti, che lavorano per noi. In realtà, sono agenti doppiogiochisti, che lavorano segretamente anche per i loro proprietari aziendali. Ci fidiamo di loro, ma non sono degni di fiducia. Non sono amici, sono servizi.

Non sarà diverso con l’intelligenza artificiale, e il risultato, secondo Bruce Schneier, sarà molto peggiore, per due motivi.

Il primo motivo è che questi sistemi di intelligenza artificiale saranno più relazionali. Converseremo con loro, utilizzando il linguaggio naturale. E così attribuiremo loro spontaneamente delle caratteristiche simili a quelle umane.

Questa natura relazionale renderà più facile il lavoro di questi doppiogiochisti. Il vostro chatbot vi ha consigliato una particolare compagnia aerea o un hotel perché è davvero l’offerta migliore, in base alle vostre particolari esigenze, o perché l’azienda di intelligenza artificiale ha ricevuto una tangente da quei fornitori? Quando gli avete chiesto di spiegare una questione politica, ha orientato la sua spiegazione verso la posizione dell’azienda, o del partito politico che le ha dato più soldi? L’interfaccia conversazionale aiuterà a nascondere le loro intenzioni.

Il secondo motivo di preoccupazione è che queste intelligenze artificiali saranno più intime. Una delle promesse dell’intelligenza artificiale generativa è un assistente digitale personale, che agisce come vostro rappresentante verso gli altri e come maggiordomo con voi. Questo richiede un’intimità maggiore rispetto a un motore di ricerca, a un provider di e-mail, a un sistema di archiviazione cloud o a un telefono. Desidererete che questo assistente sia con voi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e che si istruisca costantemente su tutto ciò che fate. Sarete voi a volere che sappia tutto di voi, in modo da poter lavorare nel modo più efficace per vostro conto.

E questo assistente vi aiuterà in molti modi. Noterà i vostri stati d’animo e saprà cosa suggerirvi, anticiperà le vostre esigenze e lavorerà per soddisfarle. Sarà il vostro terapeuta, life coach e consulente relazionale.

Vi verrà spontaneo considerarlo un amico: vi rivolgerete a lui in linguaggio naturale, e lui farà lo stesso con voi. Se è un robot, avrà un aspetto umanoide o almeno simile a un animale. Interagirà con tutta la vostra esistenza, proprio come farebbe un’altra persona.

Il suo uso del linguaggio naturale è decisivo, in questo caso, perché siamo portati automaticamente a pensare agli altri che parlano la nostra lingua come persone, mentre a volte abbiamo problemi a trattare come persone chi parla una lingua diversa dalla nostra.

Prosegue Schneier:


[…] Vorrete fidarvi di questo assistente, che userà i vostri stessi modi di fare e riferimenti culturali, avrà una voce convincente, un tono sicuro e un modo di fare autorevole. La sua personalità sarà ottimizzata esattamente su ciò che vi piace e a cui reagite. Si comporterà in modo affidabile, ma non sarà affidabile. Non sapremo come è stata addestrata, quali sono le sue istruzioni segrete o i suoi pregiudizi, accidentali o intenzionali.

Sappiamo però che queste intelligenze artificiali vengono create con costi enormi, per lo più in segreto, da aziende che massimizzano il profitto per il proprio beneficio.

Non è un caso che queste intelligenze artificiali aziendali abbiano un’interfaccia simile a quella umana. Non è inevitabile: è una scelta progettuale. Le si potrebbe progettare per essere meno personali, meno simili all’essere umano, più dichiaratamente dei servizi, come i motori di ricerca. Le aziende che stanno dietro queste intelligenze artificiali […] sfrutteranno il fatto che le scambiamo per amiche, e potremmo non avere altra scelta che usarle.

Chi ci darà una IA affidabile?

A volte, infatti, non abbiamo altra scelta che fidarci di qualcuno o qualcosa perché è potente, spiega Bruce Schneier. Siamo costretti a fidarci della polizia locale, perché è l’unica autorità di polizia in città. Siamo costretti a fidarci di alcune aziende, perché non ci sono alternative valide […]. Ci troveremo nella stessa posizione con le intelligenze artificiali: non avremo altra scelta che affidarci ai loro processi decisionali.

E la confusione fra amico e servizio aiuterà a mascherare questa disparità di potere. Dimenticheremo quanto sia potente l’azienda che sta dietro l’intelligenza artificiale, perché ci fisseremo sulla “persona” che pensiamo che l’intelligenza artificiale sia.

Schneier elenca poi alcuni modi in cui le intelligenze artificiali possono fallire.

C’è la frode vera e propria, in cui l’intelligenza artificiale sta effettivamente cercando di rubarvi qualcosa. C’è il più prosaico errore di competenza, in cui pensate che questa intelligenza artificiale sia più esperta di quanto non sia realmente, perché si comporta ostentando sicurezza. C’è l’incompetenza, quando si crede che l’intelligenza artificiale sia in grado di fare qualcosa che non è in grado di fare. C’è l’incoerenza, quando ci si aspetta erroneamente che una intelligenza artificiale sia in grado di ripetere i propri comportamenti. E c’è l’illegalità, quando si confida, erroneamente anche qui, che l’intelligenza artificiale rispetti la legge.

Tutto questo vuol dire che abbiamo bisogno di un’intelligenza artificiale affidabile, di cui si conoscano il comportamento, i limiti e l’addestramento [nel podcast ho detto “formazione,” che è sbagliato: qui si intende proprio il training] i cui pregiudizi siano compresi e [vengano] corretti, di cui si capiscano gli obiettivi e che non tradirà segretamente la vostra fiducia a favore di qualcun altro.

Secondo Schneier,

[…] il mercato non fornirà spontaneamente queste cose, perché le aziende massimizzano i profitti, a spese della società. E gli incentivi del capitalismo di sorveglianza sono troppo forti per resistere. Sono invece i governi a fornire i meccanismi di base per la fiducia sociale, che è essenziale per la società. Pensiamo al diritto contrattuale, alle leggi sulla proprietà, alle leggi che proteggono la vostra sicurezza personale e a tutte le norme di salute e sicurezza che vi permettono di salire su un aereo, mangiare al ristorante o acquistare un farmaco senza preoccupazioni.

I governi possono fare tutto questo per l’intelligenza artificiale. Abbiamo bisogno di leggi sulla trasparenza dell’intelligenza artificiale: quando viene utilizzata, come viene addestrata, quali pregiudizi e tendenze ha. Ci servono leggi che regolino la sicurezza dell’intelligenza artificiale e della robotica e dicano quando è permesso che l’intelligenza artificiale abbia un impatto sul mondo. Abbiamo bisogno di leggi che impongano l’affidabilità dell’intelligenza artificiale, il che significa la capacità di riconoscere quando queste leggi vengono infrante. E servono sanzioni sufficientemente elevate da incentivare un comportamento affidabile.

Molti Paesi stanno valutando leggi sulla sicurezza delle intelligenze artificiali – l’Unione Europea è la più avanti – ma secondo Schneier si sta commettendo un errore cruciale: si cerca di regolamentare le intelligenze artificiali e non gli esseri umani che vi stanno dietro.

[…] Se vogliamo un’intelligenza artificiale affidabile, dobbiamo richiedere controllori dell’intelligenza artificiale affidabili. Abbiamo già un sistema per queste cose: i fiduciari. […] Medici, avvocati, commercialisti… sono tutti agenti di fiducia. Hanno bisogno di un accesso straordinario alle nostre informazioni e a noi stessi per svolgere il loro lavoro, e quindi hanno ulteriori responsabilità legali per agire nel nostro migliore interesse. Hanno una responsabilità fiduciaria nei confronti dei loro clienti.

Abbiamo bisogno della stessa cosa per i nostri dati. L’idea di un fiduciario dei dati non è nuova, ma è ancora più vitale in un mondo di assistenti di intelligenza artificiale generativi.

Modelli di IA pubblici

Secondo Schneier serve anche un’altra cosa: quelli che lui definisce modelli di intelligenza artificiale pubblici

Sistemi costruiti dal mondo accademico, da gruppi non profit [nel podcast ho detto “no-profit”, ma è sbagliato] o dal governo stesso, che possono essere posseduti e gestiti dai singoli individui. Non si tratta di un modello di intelligenza artificiale aziendale che il pubblico è semplicemente libero di utilizzare. Non è un modello di intelligenza artificiale aziendale che il governo ha concesso in licenza. Non è nemmeno un modello open source che il pubblico è libero di esaminare e modificare. Un modello pubblico è un modello costruito dal pubblico per il pubblico. Richiede una responsabilità politica, non solo una responsabilità di mercato, dice Schneier.

Ciò significa apertura e trasparenza, abbinate alla capacità di rispondere alle richieste del pubblico. Dovrebbe anche essere disponibile, quest’intelligenza artificiale, a chiunque per costruirci sopra. Ciò significa accesso universale, e costituisce una base per un libero mercato delle innovazioni nell’intelligenza artificiale. Tutto questo sarebbe un contrappeso all’intelligenza artificiale di proprietà delle aziende.

Il saggio di Schneier si conclude con questa riflessione:


Non potremo mai trasformare le intelligenze artificiali in nostri amici, ma possiamo trasformarle in servizi affidabili e non doppiogiochisti. Però possiamo farlo solo se il governo lo impone. Perché lo scopo del governo è creare fiducia sociale […]. Nella misura in cui un governo migliora la fiducia generale nella società, ha successo. E nella misura in cui non lo fa, fallisce. […] Abbiamo bisogno che il governo limiti il comportamento delle aziende
[nel podcast ho detto “Abbiamo bisogno di un governo per limitare il comportamento delle aziende”] e delle intelligenze artificiali che le aziende costruiscono, distribuiscono e controllano. Il governo deve imporre sia prevedibilità che affidabilità.


È così che possiamo creare la fiducia sociale di cui la società ha bisogno per prosperare.

– Bruce Schneier, AI and Trust, dicembre 2023