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Brevi di oggi

Brevi di oggi

Podcast e TV per i rischi dei blog; cavi tranciati; caccia ai satelliti; Linux militare; complottisti sferzati; regole presidenziali

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il podcast del Disinformatico radiofonico di ieri è disponibile per qualche settimana sul sito della RTSI. Ho parlato del ruolo e delle regole dei blog nel Quotidiano (TSI) di ieri a proposito dell’omicidio insensato di Damiano Tamagni a Locarno.

A proposito della recente vicenda dei cavi primari di trasmissione dati misteriosamente tranciati, qui trovate un grafico molto chiaro e dettagliato (anteprima qui accanto) della distribuzione e dell’importanza di questi cavi in tutto il mondo.

Per coloro che pensano che sia facile ordire cospirazioni senza che nessuno se ne accorga: Satobs.org è il sito degli appassionati di caccia ai satelliti, capaci di rivelare la presenza e le coordinate dei satelliti spia di tutti i paesi. Ebbene sì, i satelliti sono visibili da terra, spesso a occhio nudo e persino di giorno (googlate “iridium flare” o guardate direttamente i filmati qui). C’è un bell’articolo in merito sul New York Times (registrazione gratuita), che risponde molto bene all’obiezione che avranno molti: non è pericoloso per la sicurezza nazionale rivelare a tutti le coordinate dei satelliti militari? La risposta è che se sono in grado di farlo degli hobbisti con un binocolo, un cronometro e un bel po’ di matematica, sono certo in grado di farlo i cinesi (o l’avversario di turno).

La prossima volta che qualcuno vi dice “Linux non lo usa nessuno”, citategli i militari USA, che lo stanno facendo (con qualche problema di integrazione).

Ogni tanto qualche voce si leva a dire le cose come stanno sul complottismo: Aldo Grasso scrive sul Corriere, rivolgendosi a Corrado Augias in merito allo spazio offerto su Raitre alle teorie sull’11/9 di Giulietto Chiesa, e le definisce senza mezzi termini “deliranti convinzioni”. La frase è verso a fine dell’articolo.

Consigli d’immagine per presidenti aspiranti e in carica: qualunque cosa facciate, non fatevi mai fotografare mentre indossate gli occhialini 3D. Con Carla Bruni? OK, molto OK. Con un sigaro usato da Monica Lewinski? Passabile, con qualche imbarazzo. Con gli occhialini 3D? Bispluserrato. Non fatelo neanche se siete il presidente iraniano e avete la reputazione di essere l’uomo più serio del mondo. Neanche per guardare un documentario sullo spazio. Mai. Mai. Mai. Perché questo, come mostra il Guardian, è il risultato:

Totally uncool.
Aggiornamenti di sicurezza importanti per Windows, Office, Flash Player, Acrobat, Reader

Aggiornamenti di sicurezza importanti per Windows, Office, Flash Player, Acrobat, Reader

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alla gentile donazione di “giovanni.por*”. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora.

Mettete in preventivo un po’ di tempo oggi per aggiornare i vostri computer: Microsoft ha rilasciato degli aggiornamenti importanti che tappano una cinquantina di falle di sicurezza in Windows e in altri suoi prodotti (.NET, Office, Silverlight) e Adobe ha fatto altrettanto per chiudere una ventina di vulnerabilità in Flash Player, Air, Reader e Acrobat per Windows, OS X e Linux.

Questi aggiornamenti non sono da trascurare: tre sono stati classificati da Microsoft come “critici”, perché consentono di attaccare il computer senza che l’utente debba fare nulla di speciale. Una delle falle corrette, la MS15-044, permette l’attacco informatico semplicemente convincendo l’utente a visualizzare una pagina Web o un documento appositamente confezionato.

Per quanto riguarda il software Adobe, controllate se avete installato Flash usando questo link in italiano: se l’avete installato, verificate di avere la versione indicata nella tabella mostrata dal link. Se necessario, aggiornatevi facendo attenzione a non installare software indesiderato come per esempio Security Scan di McAfee.

Google Chrome, che include una propria versione di Flash, si aggiorna automaticamente al riavvio; in alternativa potete forzare l’aggiornamento facendo clic sulle tre barrette a destra della casella dell’indirizzo e scegliendo la voce Informazioni su Google Chrome.

Se usate Adobe Reader o Acrobat, procuratevi i rispettivi aggiornamenti. Buon divertimento.

Fonti aggiuntive: Microsoft Technet, Krebs On Security.

Com’è installare Linux su un computer a caso oggi?

Com’è installare Linux su un computer a caso oggi?

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “alanati” e “nikber*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Pochi giorni fa ho comprato un laptop (un Acer Aspire E 11 con Windows 8.1) praticamente a caso: i miei unici criteri sono stati il prezzo (era in offerta a meno di 300 franchi, circa 250 euro) e le dimensioni (mi serviva molto piccolo, per cui ho preso un 11,6″ con un touchpad generosamente dimensionato per le mie mani da elefante). L’ho comprato perché mi serve un ultraportatile sacrificabile da portare sempre in borsa con me.

Scrivo molto e il copia-e-incolla è un compagno continuo di digitazione (specialmente quando sto traducendo) e quindi mi serve qualcosa che abbia una vera tastiera, non un tablet, e un copia-e-incolla efficiente. Inoltre a questi prezzi sono anche disposto a sopportare la natura schizofrenica di Windows 8.1, che non ha ancora deciso se vuole essere un sistema operativo a quadratoni di Mondrian oppure fare un’operazione nostalgia mantenendo una grafica anni Novanta che conforta l’utente di lungo corso.

Ho provato a installarvi Linux, anche per vedere quanto è facile (o difficile) farlo oggi rispetto ai tempi eroici di Da Windows a Linux e ottenere una macchina funzionante e funzionale (perlomeno per i miei scopi principali: scrivere, andare online, fare presentazioni) senza dover passare ore a leggere recensioni e tutorial per scoprire quali computer sono perfettamente compatibili con Linux. Avrei preferito trovare un laptop con Linux preinstallato a un prezzo abbordabile, ma è tuttora un miraggio. Questi sono i miei appunti di viaggio linuxiano.

Aggiornamento: visti i commenti iniziali alla prima stesura di questo articolo, ribadisco che si tratta di appunti di viaggio, non di un esperimento scientifico rigoroso. Evitate dunque le flame war, se potete.

L’importanza dei preliminari

Come primo passo, naturalmente, faccio un backup del Windows preinstallato, caso mai vada storto qualcosa durante l’installazione di Linux (o se per caso decido di reinstallarvi Windows). Rimpiango i tempi in cui veniva fornito un DVD d’installazione di Windows, ma oggi i lettori DVD sono assenti in quasi tutti i netbook e ultrabook, e Microsoft (come del resto Apple) si guarda bene dall’offrire un supporto d’installazione o recovery più moderno, tipo una scheda SD o una penna USB, che graverebbero sul costo del laptop. Sul laptop c’è l’utility apposita fornita da Acer (Recovery Management), che include la possibilità di creare un backup dell’installazione di fabbrica su una penna USB da almeno 16 GB.

Intanto che effettuo il backup, scarico la ISO di Linux Ubuntu 14.04.1 LTS a 64 bit. Poi la masterizzo su un DVD usando l’utility integrata in Windows (molto semplice e pratica – un netto passo avanti rispetto al passato).

Installazione vera e propria

Collego un lettore di DVD esterno USB al laptop e vorrei fare semplicemente boot dal DVD, ma questo è un laptop moderno, e quindi ha l’UEFI e il Secure Boot, per cui devo entrare nel setup. Ma come si fa? Una rapida Googlata mi dice che devo spegnere completamente il laptop (non basta fare un riavvio di Windows) e poi riaccenderlo premendo (non continuativamente) il tasto F2 mentre c’è il logo Acer sullo schermo, oppure da Windows fare Shift-Restart – Troubleshoot – Advanced Options – UEFI Firmware settings – Restart.

Nota: ho tentato anche di fare un’installazione dual boot, ma ho fallito miseramente. Nel Setup c’è (in Main) l’opzione di abilitare il menu di boot premendo F12, ma se la abilito mi offre solo l’opzione di fare boot con Windows. Nel Setup c’è anche la voce Boot, che permette di cambiare il Boot priority order, mettendo il DVD al primo posto. Non serve a niente: parte sempre Windows. Grazie tante. In teoria Ubuntu è in grado di gestire il Secure Boot, ma sembra che sia preferibile disabilitarlo se voglio fare un dual boot. Ma quella carognetta del Setup non mi permette di disabilitare il Secure Boot: l’opzione c’è, ma non è selezionabile. E adesso? Dopo un po’ di tentativi scopro che diventa selezionabile solo se è stata impostata nel Setup una password di supervisore. Adorabile. Nel Setup disabilito quindi il Secure Boot e cambio la sequenza di boot, mettendo il DVD al primo posto. Salvo e riavvio. Riparte comunque Windows. Grrr. Provo Shift-Restart – Use a Device – boot da EFI DVD/CDROM. Niente. Per questo ho deciso di purgare Windows dal computer.

Nel Setup, vado nella sezione Boot e cambio il boot mode da UEFI a Legacy. Faccio un riavvio, rientro nel Setup, scelgo la sequenza di avvio (prima il DVD, poi il disco rigido interno), riavvio ancora e… ta-daa! Ubuntu si avvia dal DVD. Finalmente un segnale di vita.

Il guaio è che l’installazione non prosegue oltre la schermata che vedete nella foto qui sopra. Il computer resta inerte. Vado a fare altre cose, sperando che il computer stia in realtà macinando per installare il sistema operativo (mi mancano tanto le lucette di attività del disco di una volta), ma quando torno lo trovo ancora così, in coma.

Spengo e riaccendo, nella migliore tradizione di The IT Crowd, faccio di nuovo boot dal DVD, e accade il miracolo: parte Ubuntu, che mi propone un’installazione di prova o definitiva. Opto per la definitiva e scelgo l’interfaccia in italiano.

Decido di non scaricare gli aggiornamenti durante l’installazione e di installare il software di terze parti (principalmente per il decoder MP3). Non voglio complicare le cose: vediamo se s’installa, tanto per cominciare.

Decido poi di cancellare il disco e di cifrare l’installazione. A questo punto arrivano le richieste tipiche di qualunque sistema operativo: il fuso orario, la lingua della tastiera (nel mio caso, Svizzera francese standard), il nome utente, il nome del computer, la password dell’utente, la cifratura della cartella personale. A differenza di Windows, Ubuntu non mi chiede insistentemente di attivare un account nel cloud di nessuno. Al termine dell’installazione mi chiede un riavvio e basta. Mi dice di togliere il DVD e premere Invio: lo faccio, ma non succede nulla.

Spengo e riaccendo brutalmente: parte Ubuntu, che mi chiede la password di cifratura e poi si blocca. Spengo e riaccendo di nuovo: stavolta va meglio e arrivo alla schermata di login. Il Wi-Fi viene rilevato e mi collego alla rete senza problemi. Mi chiede di aggiornare il supporto per le lingue e poi installo gli aggiornamenti di tutto il resto del software.

Sembra tutto a posto! Firefox e LibreOffice sono già installati e funziona anche Flash per i video. Anche l’audio va. Almeno questo è cambiato rispetto al passato, quando scheda video e audio andavano configurate a mano.

Ma c’è un problema. Quando cerco di spegnere il computer facendo uno shutdown ordinato, Ubuntu si pianta. Quando lo spengo premendo il tasto di spegnimento (non ho altra scelta) e poi lo riaccendo, rimane piantato due volte su tre. Questo è semplicemente inaccettabile, per cui l’esperimento finisce qui (Aggiornamento: c’è un lieto fine). Ve lo racconto com’è andato, senza peli sulla lingua e senza pretese di stabilire un principio generale (qualche mese fa ho messo Ubuntu su un mio vecchio netbook Samsung senza il minimo problema), e ripristino Windows. Sono un sostenitore dei principi del software libero e senza lucchetti, ma c’è un limite al numero di ore che posso spendere per far funzionare un software. No, mi correggo: per cercare di farlo funzionare e poi fallire.

Morale della storia: l’Acer Aspire E11 non è una buona scelta per installarvi Linux, oppure installarlo è un’impresa superiore alle mie capacità e al tempo che posso dedicarvi. Sono passati quattordici anni da quando ho scritto Da Windows a Linux insieme a Odo, e siamo ancora a questo punto. Colpa mia, colpa dei produttori che usano soluzioni tecniche Windows-centriche, certo. Ma all’utente interessa poco di chi è la colpa. Interessa che lo strumento che acquista e sul quale deve lavorare funzioni.

E così Windows cheap and cheerful vince ancora, e quel MacBook Air da 11 pollici che mi guarda dal sito Apple e he costa, sì, tre volte quanto questo laptop Acer ma funziona (col suo OS X proprietario, ma funziona), improvvisamente non sembra più così assurdamente costoso. Il tempo è denaro, dannazione.

2014/11/02: Lieto fine a sorpresa

Dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo, due commentatori (prima prez e poi indipendentemente giovbrunetti) hanno scovato la causa della magagna che mi aveva fatto esaurire la pazienza. Così ci ho riprovato, reinstallando da capo Ubuntu e poi modificando dal Terminale il file /etc/modprobe.d/blacklist.conf, aggiungendogli

blacklist dw_dmac
blacklist dw_dmac_core

e salvando il file. Dopo un riavvio a freddo, lo shutdown e l’avvio di Ubuntu funzionano perfettamente, per cui ora ho un minilaptop Linux e l’esperimento è passato dal fallimento al successo. Grazie!

2014/11/03: Successo? Un momento…

Ho gioito leggermente troppo presto: quando ho iniziato a scrivere un po’ sul laptop, come sto facendo ora per aggiornare questo blog, mi sono accorto di una magagna bizzarra: i tasti freccia su, giù e destra non funzionavano, mentre quello verso sinistra reagiva correttamente. Questo avveniva in tutti i programmi, per cui era chiaramente un problema a livello di sistema operativo.

Una ricerca in Google mi ha permesso di trovare questa soluzione: digitare in un Terminale il comando

sudo dpkg-reconfigure keyboard-configuration

e poi selezionare Acer laptop come modello di tastiera. Piccolo problema: come faccio a selezionare se non funzionano i tasti freccia? Per fortuna ho scoperto che attaccando un mouse potevo muovere la selezione su e giù usando la rotella e poi digitare ripetutamente la lettera A fino a posizionarmi sulla voce che mi interessa.

Ho scelto anche le varie opzioni del layout e poi ho riavviato il laptop. Adesso i tasti freccia funzionano tutti.

ShellShock: falla critica in Linux, Mac OS X e altri sistemi operativi derivati da Unix

ShellShock: falla critica in Linux, Mac OS X e altri sistemi operativi derivati da Unix

L’articolo è stato aggiornato estesamente dopo la pubblicazione iniziale.

C’è una falla seria in innumerevoli server, computer, router, dispositivi connessi a Internet che permette agli aggressori di agire in modo così  devastante che l’ente statunitense NIST ha assegnato a questa vulnerabilità il massimo grado di gravità: dieci su dieci.

Non c’è da stupirsi, dato che la falla, battezzata ShellShock, consente per esempio di prendere il comando di un server Web non aggiornato semplicemente mandandogli un solo comando via Internet.

Secondo l’esperto Robert Graham di Errata Security, ShellShock è sfruttabile per creare un attacco che si autopropaga: “this thing is clearly wormable”. Una sua scansione ha già trovato alcune migliaia di server vulnerabili, e la BBC parla di mezzo miliardo di dispositivi a rischio. È già in circolazione il primo malware basato su ShellShock (Virustotal; Kernelmode.info) e Trustedsec ha pubblicato una dimostrazione di come questa falla può essere usata per attaccare un computer o altro dispositivo Linux vulnerabile che si collega a una rete Wi-Fi ostile.

Niente panico, comunque: gli utenti Windows sono totalmente immuni dalla falla, a meno che abbiano installato software come per esempio Cygwin: il problema, infatti, riguarda i dispositivi che usano sistemi operativi “Unix-like”, come per esempio Linux, Mac OS X o iOS. Al momento i Mac risultano formalmente vulnerabili, ma la falla normalmente non è sfruttabile per attacchi dall’esterno se si usa il Mac come workstation (per chi lo usa come server pubblico è tutta un’altra storia). Inoltre gli antivirus riconoscono già questo genere di malware. Se volete sapere se un sito è vulnerabile, c’è un test innocuo presso Brandonpotter.com.

È comunque fondamentale aggiornare i dispositivi vulnerabili installando la correzione (e anche la correzione della correzione), che è quasi sempre già disponibile: un’operazione relativamente facile per i computer, ma chi aggiornerà router, webcam, termostati, smart TV, stampanti, NAS e altri dispositivi online? Improvvisamente l’Internet delle Cose non sembra più una bell’idea come prima.

In dettaglio

La falla (CVE-2014-6271) risiede in Bash, l’interprete dei comandi di quasi tutti i sistemi operativi Unix e “Unix-like”. Secondo alcune indicazioni, giace indisturbata da circa vent’anni: un fatterello che non mancherà di riaprire il dibattito sui pro e contro dell’open source in termini di sicurezza (sul quale dico subito che la falla è stata scoperta proprio perché il codice sorgente è ispezionabile e che non sappiamo quante altre falle segrete ci sono nel software chiuso). È presente fino alla versione 4.3 inclusa ed è stata resa pubblica da Stephane Chazelas.

Per sapere se un dispositivo che usa Unix o simile (quindi anche un computer Apple) è vulnerabile, provate a digitare in una finestra di terminale questo comando:

env x='() { :;}; echo vulnerabile' bash -c "echo prova"

Se vi compare un messaggio d’errore del tipo bash: warning: x: ignoring function definition attempt
bash: error importing function definition for `x’
, siete a posto. Se invece compare la parola vulnerabile, siete appunto vulnerabili. Se comunque non vi va di attendere che Apple turi la falla, ci sono delle soluzioni non ufficiali qui.

Maggiori dettagli tecnici sono su The Register, Redhat.com, SlashdotArs Technica, e una delle migliori spiegazioni è quella di Troyhunt.com; in italiano c’è Siamogeek.

Podcast del Disinformatico radiofonico

Potete scaricare da qui il podcast della puntata di venerdì scorso del Disinformatico che ho condotto per la Rete Tre della RSI, parlando di Linux Ubuntu per smartphone e tablet, Internet Explorer 8 vulnerabile, soluzioni concrete per comandare il computer con gesti e sguardi, e un metodo per passare facilmente una password Wifi complessa a un ospite Android. La parola di Internet della settimana è data poisoning: la ragione per la quale, per esempio, nelle mappe ci sono vie inesistenti nella realtà.

Linux vs Windows 7: boot

Boot veloce di Windows 7 battuto da Linux

Ho appena comperato un netbook (niente di speciale, un Samsung N150 Plus) con su Windows 7 e l’ho reso dual-boot con Linux (Ubuntu Netbook Edition). Poi ho fatto un paio di prove molto informali di “partenza da fermo”, ossia l’accensione del netbook con caricamento del Writer di OpenOffice.org, che per me è il caso standard di lavoro: il gesto informatico che corrisponde al tirar fuori il taccuino e la penna per poter cominciare a produrre.

Ubuntu e Writer sono pronti in 47 secondi. Windows 7 ci mette 48 secondi solo per partire e poi carica Writer: tempo totale, 1 minuto e 54 secondi. In entrambi casi ho attivato l’autologin. Tutto questo senza tentare ottimizzazioni in entrambi i casi (disabilitando l’auto updater di Java e Acrobat Reader ho ridotto l’avvio di Windows 7 a 1:40, ma il distacco è sempre forte). Niente male per un sistema operativo open source e non ottimizzato.

Linux batte Windows 7 anche nell’altra operazione essenziale di un computer mobile: lo spegnimento veloce. Linux, con Writer aperto, si spegne in 8 secondi. Lo shutdown di Windows 7 nelle stesse condizioni richiede 21 secondi: un tempo accettabile, ma comunque quasi tre volte più lungo.

Però Windows 7 si prende una rivincita: va in standby istantaneamente e ne esce in 7 secondi. Anche Linux va in standby immediatamente, ma non ne esce: s’impalla. Forse è un difetto risolvibile, ma volevo fare un confronto alla pari, senza tweaking e lunghe ricerche in Rete per trovare una possibile soluzione. Ho già perso abbastanza tempo per trovare come disabilitare l’orrida interfaccia Unity di default di Ubuntu Netbook Edition e ripristinare quella standard che non m’ingabbia.

È divertente, ma anche un po’ sconsolante, notare come un sistema operativo che non ha alle spalle un colosso come Microsoft o Apple riesca a fornire prestazioni paragonabili o superiori a quelle del software commerciale. La questione dei tempi di boot, inoltre, non è puramente accademica: è forse la chiave del successo dei tablet e degli smartphone. Nonostante le loro limitazioni di altro tipo, sono pronti subito, cosa essenziale per chi li usa mentre è in movimento.

28/10, Linuxday: a Cinisello ci sono anch’io

Linuxday a Cinisello, parlerò di Topolino e di nastri lunari perduti

Domattina sarò al LinuxDay/OpenDay a Villa Ghirlanda, Cinisello Balsamo, a presentare una relazione sull’obsolescenza dei dati digitali e del pericolo culturale dei formati proprietari e dei sistemi anticopia, facendo alcuni esempi concreti (Topolino e i nastri lunari, appunto).

Se passate da quelle parti, fatevi riconoscere! L’ingresso è gratuito ma è richiesta la registrazione.

Aggiornamento (2006/10/29)

La presentazione e una versione più estesa del testo della mia relazione sono disponibili qui in formato OpenDocument (leggibile con OpenOffice.org, NeoOffice, StarOffice e tutti i programmi conformi a questo standard ISO).

Radio: prova in diretta di Linux

Radio: prova in diretta di Linux

Disinformatico radiofonico: domattina installazione live di Linux. Come va, va!

Domattina la puntata del Disinformatico radiofonico (ore 11, Rete Tre della RTSI, in streaming e podcast) è tutta dedicata a Linux, anche alla luce della notizia che Microsoft accusa Linux di violare 235 suoi brevetti.

Parleremo di queste e altre questioni riguardanti Linux e il software libero mentre facciamo un esperimento in diretta: prendiamo un vecchio laptop generico e proviamo ad installarci Linux. Funzionerà? Riconoscerà tutti i componenti interni ed esterni? Quanto tempo ci vorrà? Avere Linux preinstallato e preconfigurato, come promette Dell, farebbe molta differenza? Lo scopriremo in diretta insieme, senza rete: come va, va. Spero di poter documentare l’installazione con un po’ di foto in tempo (quasi) reale.

In attesa dell’esperimento, vi racconto i preliminari: il laptop (lo vedete nella foto qui accanto) è un Acer Travelmate 230, classe 2003: Celeron 1,7 GHz, 256 MB RAM, 20 GB di hard disk, venduto con Windows XP Pro. Niente wireless, ma soltanto una porta Ethernet, due porte USB, una parallela, un modem interno e due alloggiamenti PCMCIA.

Viste le caratteristiche tecniche non certo vivaci del laptop, ho scelto di sperimentare Xubuntu, una distribuzione light di Linux Ubuntu. Mi sono procurato il CD di installazione di Xubuntu 7.04 scaricandone l’immagine ISO (565 MB) tramite Bittorrent dall’apposito link Bittorrent sul sito di Ubuntu in una mezz’oretta scarsa di download (ah, le gioie della banda larga). Fatto questo, l’ho masterizzato sul mio Mac Mini.

Per gli utenti Mac che non hanno mai masterizzato un’immagine ISO, spiego brevemente la procedura: in Disk Utility (Utility Disco), dal menu Archivio ho scelto Apri immagine disco, e ho selezionato il file ISO appena scaricato; poi ho selezionato l’immagine ISO nell’elenco di Utility Disco e ho cliccato su Masterizza.

Fatto questo, ho spianato il laptop usando il CD bootable di Gparted (so per esperienza che installare sopra un partizionamento fatto da Windows spesso causa problemi), l’ho spento e l’ho messo nella borsa per portarlo in studio insieme a un po’ di carabattole di supporto per la diretta.

Vedremo che succede domattina!

Addendum

Qualche dettaglio sulla procedura di Gparted: si avvia il computer da CD, si sceglie la prima opzione del menu grafico, si sceglie la keymap della lingua desiderata (21 e poi 14 per quella italiana). Si usa Delete sulla o sulle partizioni e poi si clicca Apply per applicare le modifiche. Si conferma cliccando ancora su Apply nella richiesta di conferma. Exit, poi Eject & Reboot.

ROBAM da matti

ROBAM da matti

Proteggersi dai malviventi? Meglio usare una penna o un CD

Ha suscitato un certo clamore la proposta drastica di Brian Krebs, uno degli specialisti in sicurezza informatica del Washington Post. Di fronte alle numerose truffe ai danni di chi usa Internet per gestire il proprio conto bancario o postale, ha suggerito un rimedio drastico: “Non usate Windows quando accedete al vostro conto bancario via Internet”.

La sua considerazione è molto semplice: il comune denominatore dei vari tipi di attacco informatico che ha visto subire da aziende e privati è l’uso di Windows. Per due ragioni fondamentali e interconnesse: Windows è il sistema operativo più diffuso, e quindi il più appetibile per i criminali che sparano nel mucchio sperando di colpire qualcuno a caso, e praticamente tutti i malware, ossia i programmi ostili che scavalcano le protezioni e infettano il computer, sono progettati per attaccare Windows.

Molti di questi malware sono così sofisticati da aggirare le normali misure di sicurezza, come gli antivirus e l’uso di token (generatori tascabili di password temporanee) o il controllo dell’indirizzo IP dal quale proviene la richiesta di transazione bancaria, usando un semplice espediente: il malware si insedia sul computer dell’utente e ne intercetta il traffico in tempo reale.

In questo modo l’utente non si accorge di nulla (almeno fino a quando non si accorge dei soldi che spariscono dal suo conto corrente). Quando si collega al proprio istituto finanziario e digita i codici di accesso, compreso quello temporaneo del token, tutti i dati vengono intercettati dal malware e ritrasmessi istantaneamente al malvivente che l’ha iniettato nel computer.

L’utente legittimo vede una schermata in cui lo si informa che è stato rifiutato l’accesso e quindi ritenta. Ma intanto il malfattore, utilizzando la connessione del PC infetto (quindi con un indirizzo IP approvato), sta operando sul conto corrente tramite i codici intercettati. Nel suo articolo, Krebs fa nomi e cognomi di aziende derubate di centinaia di migliaia di dollari con questa tecnica. Di solito il criminale informatico preleva pochi soldi tante volte, in modo da passare inosservato, ma nei casi più sofisticati all’utente viene mostrata una schermata bancaria fasulla che gli presenta un saldo fittizio del suo conto, che in realtà è stato prosciugato.

Un computer che usa un sistema operativo diverso da Windows (Mac o Linux) sarebbe immune da questi malware più diffusi e quindi ridurrebbe questo genere di rischio, ma non lo eliminerebbe. Occorrerebbe un sistema operativo non infettabile: uno che sia fisicamente protetto contro le alterazioni. In questo senso, lo stimato SANS Technology Institute ha recentemente pubblicato una ricerca intitolata Protecting Your Business from Online Banking Fraud (PDF qui), il cui consiglio numero uno è appunto di adottare un ROBAM (read-only bootable alternative media) come ambiente isolato per le transazioni finanziarie.

Un ROBAM è un sistema operativo separato e autonomo, memorizzato su una penna USB protetta contro la scrittura o su un CD. Quando si vuole effettuare una transazione finanziaria online, il computer viene avviato da questo supporto. In questo modo si è sicuri che il computer parta “pulito” ogni volta. Nessun virus o altro malware presente nel computer (a parte un keylogger fisico) potrebbe agire.

L’idea è semplice e non costosa: ci sono decine di “Live CD” del sistema operativo Linux (ne trovate un elenco qui), che è legalmente scaricabile e gratuito. Basta masterizzarlo o trasferirlo su una penna USB e riavviare il computer da lì. L’avvio è a volte più lento di quello normale, e bisogna abituarsi un momento all’ambiente nuovo, ma è il prezzo che si paga per una maggiore sicurezza.

Il vero problema è che molte banche non hanno ancora colto questi suggerimenti tecnici e quindi hanno siti che accettano soltanto utenti di Internet Explorer, obbligando quindi i correntisti a usare Windows. Ma tentar non nuoce, e potreste trovarvi con una sorpresa piacevole, visto che la resistenza ai browser alternativi a Internet Explorer ormai sta scemando.