Vai al contenuto

Radio: paura Wifi, crack di Vista, Ratzinger vs Google

Disinformatico radio stamattina: in arrivo il panico da Wifi, Vista craccato più facile di XP, il Vaticano molestato da Google, addio alle audiocassette

Stamattina alle 11 ci sarà il consueto appuntamento con l’edizione radio del Disinformatico, in onda in diretta sulla Rete Tre della Radio Svizzera di lingua italiana, ricevibile anche in streaming in tempo reale (Real Audio) e in differita come podcast. Ecco i temi di oggi:

  • preparatevi alla paranoia da Wifi: i soliti incompetenti lanciano allarmi sulle radiazioni elettromagnetiche emesse dalle connessioni Internet senza fili.
  • Windows Vista craccato, e in una forma ancora più semplice di quella di XP, ma questo non è certo un bene.
  • Lezione magistrale di Internet al Vaticano: la protesta contro la possibile messa in onda i Italia di un documentario della BBC sugli abusi di minori da parte di religiosi si rivela un clamoroso autogol quando gli utenti della Rete pubblicano il documentario, sottotitolato in italiano, su Google Video.
  • Addio alle audiocassette: spariranno presto dal mercato per obsolescenza. Breve storia di questo supporto, che diede il via all’informatica hobbistica di massa.
Video BBC “bandito” dal Vaticano spopola in Rete

Video BBC “bandito” dal Vaticano spopola in Rete

Vaticano vs Google; vince Google. Anzi no, vince la libertà d’informazione

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “sara-f****” e “felipardovino”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Nota di chiarimento: questo articolo non è un’invettiva contro la Chiesa Cattolica, come alcuni potrebbero pensare nella foga della polemica di questi giorni. Se la prende con l’ottusità di chi, nelle istituzioni laiche come in quelle religiose di ogni genere (non soltanto cristiane — penso a Scientology), pensa ancora di avere il diritto di decidere cosa proibire a un adulto di vedere o leggere, e soprattutto pensa di averne ancora la capacità tecnologica. Capacità rimossa grazie a Internet, ma che rischia di ritornare se s’impongono i lucchetti digitali del DRM.

Aggiornamento (2007/05/26): Il video è stato rimosso da Google Video nella versione linkata in questo articolo, ma è tuttora reperibile altrove digitandone il titolo.

Sex Crimes and the Vatican è il titolo del video più popolare del momento su Internet: un video che Avvenire definisce “infame calunnia”. E’ un documentario della BBC, prodotto dalla celeberrima redazione d’inchiesta di Panorama (nulla a che vedere con l’omonima testata cartacea italiana), che raccoglie testimonianze di pedofilia e abusi sessuali all’interno della Chiesa Cattolica.

Il documentario afferma anche l’esistenza di un documento segreto, il cosiddetto Crimen Sollicitationis, che definirebbe le procedure per la gestione degli scandali pedofili coinvolgenti esponenti della Chiesa. Sex Crimes and the Vatican dice che questo documento segreto impone il giuramento del silenzio alla vittima minore, al sacerdote che si occupa del procedimento e agli eventuali testimoni.

Non entro nel merito della questione, se non per dire che l’“infame calunnia” non si può smontare a colpi di censura preventiva chiedendo di bloccarne la messa in onda (in Anno Zero di Michele Santoro). L’Indice dei Libri Proibiti, signori miei, è un tantinello démodé. Nel ventunesimo secolo, le notizie false non si nascondono e non si smentiscono invocando istericamente il principio d’autorità: si sbufalano pubblicamente presentando i fatti e lasciando che siano i lettori a decidere chi ha torto e chi no. La BBC ha torto? Si mostri dove. Se il reportage è una bufala, si faccia il debunking, insomma. Internet è fatta apposta.

Aggiornamento: il debunking (o perlomeno un chiarimento tecnico) è arrivato, sotto forma di questo articolo di Massimo Introvigne e questo articolo di Sandro Magister, con informazioni e link al testo originale del documento contestato. La trascrizione dell’inglese del documentario fornita dalla BBC è qui e contiene dichiarazioni non trascurabili di consulenti di diritto canonico e di ex monaci che sembrerebbero confermare la tesi della BBC, nonché le parole di fuoco di Frank Keating, capo della commissione d’inchiesta della Chiesa sugli scandali pedofili in USA.

E’ importante distinguere fra la questione del Crimen, che è materia di interpretazione del diritto canonico, e i fatti terribili descritti e documentati nel programma: è del resto quello che fa l’arcivescovo cattolico Vincent Nichols nella sua protesta alla BBC (pubblicata dalla BBC stessa). La pagina web dedicata dalla BBC al programma fa notare che anche una commissione governativa britannica è arrivata alla conclusione che “una cultura della segretezza e il timore dello scandalo ha portato alcuni vescovi ad anteporre gli interessi della Chiesa Cattolica alla sicurezza dei bambini”. Questa non è una frase di un giornalista, ma di un rapporto ufficiale governativo.

La BBC nota anche che “Il Vaticano ha rifiutato le reiterate richieste di Panorama di rispondere a qualunque dei casi presentati nel filmato”. Il documentario non è stato certo gradito dalla Chiesa Cattolica, ma risulta secondo nella classifica dei più apprezzati dai telespettatori, per quel che può valere l’opinione pubblica.

Ripeto: non voglio entrare nella querelle e fornisco questi link soltanto per informazione.

Le regole sono cambiate, anche se molti (religiosi e laici) non l’hanno ancora capito. Oggi la censura, il divieto fatto agli adulti di vedere una trasmissione TV, specialmente se proveniente da una testata di indubbia reputazione come la BBC, sono percepiti come un tentativo arrogante di decidere sopra la testa delle persone e di gettare al vento il diritto alla libera informazione che è una delle (poche) conquiste sociali di cui si può andare fieri. Ogni tentativo di bandire un’informazione non fa altro che attirare l’interesse su di essa e costituisce un autogol spettacolare per gli aspiranti censori (come ben sappiamo).

Senza diritto all’informazione non c’è modo di valutare liberamente tutti gli aspetti di un problema, sentire entrambe le campane (se mi passate il gioco di parole) e decidere autonomamente. Se si è tenuti all’oscuro, resta soltanto lo spazio per le decisioni preconfezionate dalle autorità di turno, da una parte e dall’altra delle fatiscenti barricate ideologiche. Come direbbe Orwell, per chi ambisce al potere l’ignoranza è forza, la libertà è schiavitù.

Oggi c’è Internet; non ci sono più le frontiere e non siamo più obbligati a dipendere dai ghiribizzi delle emittenti televisive nazionali per informarci. C’è il satellite; e c’è Google Video, dove chiunque può diventare testata televisiva e può far circolare il materiale che i media tradizionali non passano. Le persone comuni, oggi, hanno in casa le risorse tecniche che consentono di prendere un filmato controverso come quello della BBC, digitalizzarlo, tradurlo (sia pure con qualche imprecisione), sottotitolarlo e diffonderlo al mondo.

Al momento in cui scrivo, Sex Crimes and the Vatican è già stato visto da quasi mezzo milione di spettatori. Eppure, nelle stanze dei bottoni, personaggi sempre meno influenti ma inconsapevoli della loro progressiva irrilevanza si accapigliano per prendere decisioni di messa in onda che, di fronte a questi numeri, sanno tanto di chi litiga su come chiudere la stalla dopo che i buoi non solo sono scappati da tempo, ma hanno capito che non hanno più bisogno dell’elemosina dell’allevatore per procurarsi da mangiare.

E’ per casi come questo che m’inquieta l’incessante avanzare del DRM. Con i lucchetti digitali del DRM sarà possibile impedire la visione dei programmi sgraditi ai potenti con la stessa sottile efficienza di una dittatura digitale. E questo è un futuro sempre più vicino, se non ci impegniamo tutti a contrastarlo.

Google Street View, ipnotico guardone

Google Street View, ipnotico guardone

Google vi porta a passeggio virtualmente per le città, ma non è un po’ troppo ficcanaso?

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “mauro.o****” e “anotari”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Google ha lanciato il 25 maggio una nuova estensione del proprio servizio di mappe, denominato Google Street View. Se usate Google Maps, potete esplorare in tre dimensioni le città di New York, San Francisco, Miami, Denver e Las Vegas a livello stradale, “guardando” a destra e a sinistra. Si vedono le vetrine dei negozi, le case, il traffico, le vedute panoramiche dai ponti… ed è proprio lì il problema. Si vede troppo.

La nuova funzione è assolutamente ipnotica, perché sembra di volare invisibili fra la gente e ha un’utilità indubbia per chi vuole orientarsi in una città che si accinge a visitare o vuole dare indicazioni a qualcuno per farsi trovare. Ma il dettaglio estremo con il quale sono mostrate le immagini (riprese da una serie di automobili dotate di un gruppo di fotocamere) pone anche dei problemi di privacy non indifferenti.

Certo, le immagini non sono in tempo reale, e Google offre la possibilità di far oscurare dettagli indesiderati, ma come si fa a sapere di essere stati ripresi? Per esempio, questo fantasma che si scaccola sarà contento di essere stato colto in flagrante? E queste persone colte a visitare negozi per adulti o a scavalcare un’inferriata in modo sospetto? O questa colta a orinare per strada?

La qualità delle immagini di Google Street View è tale che sembra quasi di sbirciare nelle case degli altri. Essendo immagini acquisite dalla strada, sono perfettamente legali, ma non mancano di destare perplessità in molti utenti. Per esempio, come racconta il New York Times, Mary Kalin-Casey ha scoperto che le immagini della propria abitazione a Oakland, in California, riprendevano persino il suo gatto Monty.

Aggiornamento: il link a Monty è stato disattivato poche ore dopo che avevo scritto l’articolo. Una foto di Monty è su Boing Boing, che ha anche un’immagine delle auto con fotocamere usate per generare le foto di Google Street View.

Si sono già scatenate le classifiche delle chicche in Google Street View, come quella di Wired, e ci si diverte anche con i curiosi effetti della composizione automatica delle panoramiche, come lo sbarco di E.T. (con testa aliena che spunta e raggio laser inceneritore) o l’incredibile microcefalo. Ma man mano che si estende la portata del servizio, mi sa che si estenderanno anche le polemiche. Potrebbe essere l’occasione per una discussione seria sulla validità degli attuali diritti alla privacy e sull’intrusività della sorveglianza, anche per chi non ha nulla da nascondere.

Novità Openoffice.org

Novità Openoffice.org

OpenOffice.org: versione 2.3, IBM si allea, Aqua alpha per Mac

Questo articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Grandi novità per chi usa OpenOffice.org e sostiene i formati liberi, in particolare il formato OpenDocument, lo standard ISO 26300 utilizzato da OpenOffice.org e da un numero crescente di programmi.

E’ uscita la versione 2.3 di OpenOffice.org, per Windows, Linux, Solaris, FreeBSD e Mac. Le novità più significative sono riassunte qui in italiano: eliminate alcune vulnerabilità, potenziata la gestione delle estensioni (simili a quelle di Firefox, che permettono di aggiungere facilmente funzioni supplementari in maniera modulare, tipo l’esportazione automatica a Google Docs), una riscrittura completa della creazione assistita di grafici, e affinamenti alle funzioni di spreadsheet e scrittura. La versione italiana è scaricabile qui.

E’ sceso in campo anche il peso massimo IBM, che ha presentato pochi giorni fa Lotus Symphony, suite gratuita basata su Openoffice.org, disponibile per Windows e Linux, e contribuirà allo sviluppo di OpenOffice.org.

Google, da parte sua, offre gratuitamente nel Google Pack StarOffice, altra variante di OpenOffice.org realizzata da Sun, e aggiunge a Google Docs la funzione di generazione di presentazioni in forma collaborativa.

A questo punto abbiamo tre grandi nomi dell’informatica che supportano attivamente il formato libero OpenDocument: Sun, Google, IBM. Con prodotti sia gratuiti, sia a pagamento, che garantiscono l’accesso dell’utente ai propri documenti senza dover dipendere da un singolo produttore, grazie appunto all’adozione di un formato standard ed esente da royalty.

Dall’altra parte c’è Microsoft, con il suo formato OOXML che non riesce ad essere approvato come standard ISO (ecco il comunicato ufficiale ISO in proposito). I tempi stanno davvero cambiando.

OpenOffice.org Aqua per Mac: niente X11, niente peso di Java

Sul versante Mac, è disponibile una versione Aqua per Mac. Non richiede X11, non è pesante e lenta come NeoOffice, ed è disponibile sia per processori Intel, sia per processori PPC. Attenzione: è software alpha, ed è indicato a chiare lettere che non va usato in ambiente di lavoro ma solo per sperimentazione, quindi prendetelo con le pinze.

Io lo sto provando, e finora sta comportandosi molto bene: veloce e scattante anche sul mio iBook G4 di tre anni fa, sia pure con qualche inciampo. Ecco alcuni dei bachi che ho trovato fin qui:

  • come vedete nell’immagine, i menu sono ancora rudimentali nella grafica (ma funzionano)
  • l’apertura di documenti dal Finder e il trascinamento dell’icona del documento sull’icona di OOo non funzionano (questo credo sia il difetto peggiore, fin qui)
  • il trascina-e-molla per spostare una parola o un paragrafo non va
  • ogni volta che si aggiorna una cella di uno spreadsheet, OOo si ferma a ricalcolare per vari secondi
  • l’assegnazione delle funzioni ai tasti non è modificabile
  • perlomeno sul Mac Intel, ci sono occasionali problemi di refresh della finestra e di gestione di alcuni font.

Nonostante tutto, per i documenti più semplici il programma sembra comportarsi adeguatamente, considerato che è appunto una alpha. Per chi ha fretta e/o ha un Mac sul quale NeoOffice è sonnolento e OpenOffice.org/X11 è una croce per gli occhi, la versione Aqua è un piacevole sollievo; speriamo che cresca presto e diventi stabile e pulita.

Conferenza italiana di OpenOffice.org

La Terza Conferenza Italiana di OpenOffice.org, la prima organizzata sotto l’egida dell’Associazione PLIO, si terrà a Firenze il 25 ottobre. Tutti i dettagli sono sul sito dell’associazione. Verranno presentate relazioni sullo stato del progetto, casi di successo nell’adozione di OpenOffice.org, e le caratteristiche della versione 2.3. Chi volesse contribuire con relazioni ed esperienze può contattare il PLIO per proporre presentazioni.

Google Buzz un po’ ficcanaso, come impostarlo

Google Buzz un po’ ficcanaso, come impostarlo

Buzz, Google copia l’idea da Twitter e il rispetto per la privacy da Facebook

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “1Axya1” e “alessiobea” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Ieri è comparsa nella mia interfaccia Web su Gmail una nuova opzione: Buzz. Google Buzz è la risposta di Google, presentata pochi giorni fa, a Twitter e Facebook: si va su Gmail, si clicca sull’opzione Buzz (se c’è; arriverà gradualmente a tutti gli account Google) e compare una finestrella nella quale immettere un messaggio, un’immagine o un video, che verrà immediatamente condiviso con gli utenti che sono stati definiti “amici” dai misteriosi meccanismi automatici di Google.

È tutto automatico e non c’è nulla da installare: Buzz sceglie persino gli amici per voi. Quando ho cliccato su Buzz per la prima volta ho scoperto che (a mia insaputa) già stavo seguendo le Buzzate di sei persone e che quaranta follower erano già in posizione per seguire le mie (inesistenti) Buzzate. La cosa, per dirla tutta, non m’è piaciuta.

Sono andato a documentarmi un po’ e ho scoperto che ci sono un po’ di problemi di privacy con Google Buzz, segnalati per esempio da Gizmodo e Business Insider: gli “amici” vengono scelti da Google sulla base degli utenti con i quali ho scambiato il maggior numero di e-mail o messaggi in chat. I suoi criteri sono un po’ nebulosi, perché dei sei “amici” che mi ha proposto di seguire ne conosco solo uno.

Già a questo punto avrei avuto da obiettare, perché io scambio parecchia mail anche con gente che non mi è affatto amica (i vari complottisti, ufologisterici, paranormalisti, sciachimisti, spammer e altri simpatici personaggi della Rete). Ma pazienza, perché posso sempre modificare la lista degli “amici”. L’ho fatto subito, prima ancora di mandare la prima Buzzata. Fra l’altro, il pulsante OK nella pagina non serve ad attivare Buzz: si limita a chiudere la pagina delle impostazioni di Buzz.

I veri problemi di privacy riguardano la lista dei miei “amici”: stando alle fonti sopra citate, infatti, la lista è automaticamente pubblica per chiunque guardi il mio profilo su Google o Blogger (qui o qui), se io non modifico le impostazioni predefinite.

Un momento. Saranno pure fatti miei chi sono o non sono i miei amici e le persone alle quali scrivo di più, giusto? Trovarsi l’elenco spiattellato in pubblico non è molto cortese da parte di Google. Non ho dato a Google il permesso di far sapere al mondo con chi corrispondo. Già così ho una focosa rete di ficcanaso che cerca in tutti i modi di farsi i fatti miei, e non certo per amore sbocciato a Sanremo. Figuriamoci se voglio rendere loro la vita più facile.

Non ho niente da nascondere, ma come ben sa chiunque segua le questioni di privacy in Rete, non è questione di nascondere: è il sacrosanto diritto a farsi i fatti propri senza che altri ci mettano il naso e saltino a conclusioni sbagliate. E come giornalista ho scambi di corrispondenza per i quali mi è stata chiesta la riservatezza. Trovare pubblicati gli indirizzi delle persone che mi hanno mandato informazioni confidenziali non sarebbe molto elegante.

Ho controllato subito: prima di Buzzare, nel mio profilo non c’era nessuna lista di “amici”. Bene. Ho provato a Buzzare ed è comparso quest’invito. Notate la scritta piccina piccina: “Il tuo profilo include il tuo nome, la tua foto, le persone di cui segui gli aggiornamenti e quelle che seguono i tuoi.”

Per il bene della scienza, ho cliccato su Salva profilo e continua, poi mi sono precipitato a vedere il mio profilo aggiornato. Ebbene sì: a questo punto conteneva due link in più, che portavano all’elenco dei miei follower (Google Buzz li chiama così anche in italiano; “seguaci” pareva forse un po’ morboso) e dei miei “amici” che seguo via Buzz. Erano link visibili non solo a me, quando faccio login al mio account Google, ma a qualunque altro utente Google (non erano visibili a chi visita il profilo senza aver fatto login a Google). Questo conferma le segnalazioni di Gizmodo e Business Insider. Decisamente è il caso di seguire le loro indicazioni e mettere il bavaglio a quella portinaia garrula che è Google Buzz. Ecco come ho fatto.

Ho cliccato sul mio nome nella pagina di impostazioni di Buzz e poi sul link al mio profilo Google. Nel mio profilo, ho cliccato su Modifica il profilo e ho disattivato la casella Visualizza l’elenco delle persone di cui seguo gli aggiornamenti e delle persone che seguono i miei aggiornamenti. Suvvia, Google, ci voleva tanto a lasciarla disattiva per default?


In fondo alla pagina ho cliccato su Salva modifiche. A questo punto il mio profilo indica che i follower e i followati (orrido neologismo, scusatemi, ma è sempre meglio che buzzurri) sono visibili solo a me. Andando a visitare il mio profilo da un altro account Google, l’elenco dei seguiti e seguaci non è più visibile a tutti.

Adesso che questa magagna è risolta, com’è Buzz? Lo provo un po’, poi vi racconto.

11:40

L’arrabbiatura degli utenti si dev’essere fatta sentire: Google ha già annunciato cambiamenti importanti alla visibilità e alla trasparenza delle impostazioni di Buzz, che diverranno attive nelle prossime ore.

Non dimenticate, inoltre, che in fondo alla pagina delle impostazioni di Gmail c’è anche l’opzione Disattiva Buzz.

Sentenza Google, niente panico

Sentenza Google, niente panico

Sentenza contro Google per il video del disabile: facciamo il punto, senza agitarci troppo?

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il tribunale di Milano ha condannato a sei mesi di carcere, con pena sospesa, tre dirigenti di Google Italy (David Carl Drummond, George De Los Reyes e Peter Fleischer) per violazione della privacy in seguito a un video pubblicato su Google Video che mostrava un ragazzo autistico picchiato da alcuni giovani, risultati poi essere studenti di un istituto tecnico torinese. Assolto invece il responsabile europeo di Google Video, Arvind Desikan, accusato di diffamazione. La notizia fa il giro del mondo (Japan Today; WAToday; China Post di Taiwan). Google s’indigna.

Vuol dire che d’ora in poi in Italia i fornitori di servizio sono responsabili dei contenuti pubblicati dagli utenti? La libertà della Rete è in pericolo? Non proprio.

I fatti risalgono al 2006. Il video incriminato viene registrato a maggio e pubblicato su Google Video l’8 settembre. Vi resta per due mesi (fino al 7 novembre) e viene visto 5500 volte prima di essere rimosso. I media cominciano ad occuparsene il 12 novembre, dopo che il video è stato eliminato.

Qualunque considerazione su questi fatti è menomata da un problema di fondo: non si conoscono, per ora, le motivazioni della sentenza, che verranno depositate entro tre mesi. Per cui si possono fare alcune congetture, definire alcuni punti fermi e poco più.

La prima cosa da tenere presente è che, secondo Manlio Cammarata, una sentenza di primo grado, come quella di cui si parla, “non costituisce un precedente vincolante per i giudici che dovessero pronunciarsi su casi analoghi”. Quindi non c’è da attendersi una raffica di provvedimenti giudiziari analoghi.

La seconda è che la legge italiana (articoli 14-15-16 del decreto legislativo n. 70/2003) e le leggi dell’Unione Europea (e in USA il Communications Decency Act) dicono chiaramente che un fornitore di un servizio come Google Video o Youtube non è responsabile dei contenuti immessi dagli utenti se si limita a veicolarli. Un po’ come le Poste non sono responsabili se qualcuno le usa per mandare una lettera minatoria. Scatta una responsabilità legale in sede civile solo se il fornitore non rimuove prontamente i contenuti illeciti.

Questa, come segnala anche l’ex garante per la privacy italiano Stefano Rodotà su Repubblica, potrebbe essere una delle motivazioni della sentenza: forse Google non è stata pronta nel rimuovere il video a seguito di una segnalazione e quindi potrebbe esserci un “comportamento omissivo”. Ma è una congettura. Secondo la BBC, Google ha detto di aver rimosso il video non appena le è stato segnalato, addirittura due ore dopo aver ricevuto la notifica dalla Polizia secondo la Associated Press, che dice che gli avvocati dell’accusa hanno criticato invece l’inefficacia del sistema che permette agli utenti di segnalare video illeciti: il video era entrato nella classifica dei “più divertenti” ed aveva ricevuto oltre 800 commenti.

La terza è che le caratteristiche stesse della Rete, e soprattutto i numeri in gioco, negano qualunque possibilità pratica di filtraggio preventivo o controllo dei contenuti da parte del fornitore del servizio. Gli utenti pubblicano ogni giorno molti più video di quanti Google ne possa esaminare e valutare (su Youtube vengono pubblicate venti ore di video ogni minuto) e immettono in Rete molti più post di quanti Facebook ne possa controllare. Ci vorrebbe un esercito di sorveglianti: e chi li paga? E chi controlla il loro operato? Proprio per questo la legge si basa (non solo in Italia) sull’idea della non responsabilità dei meri “prestatori di servizio”. E la legge non è cambiata nottetempo, per cui per ora le cose stanno come prima.

Cosa più interessante, quand’anche si cambiasse la legge, ci sarebbe il problema tecnico non banale di impedire l’accesso dall’Italia a Youtube, Facebook, Vimeo e tutti i servizi analoghi, compresi i blog. Significherebbe far precipitare l’Italia ai livelli dell’Afghanistan, isolandola dal resto del mondo. Uno scenario un tantino irrealistico, visto che ci sono di mezzo un bel po’ di soldi (l’oscuramento di Youtube e simili causerebbe un crollo dell’uso di Internet in Italia e ridurrebbe il fatturato degli operatori telefonici), per cui è decisamente prematuro impanicarsi paventando censure imminenti. Il problema è che leggo commenti di politici secondo i quali invece una censura preventiva sarebbe tecnicamente fattibile e soprattutto sarebbe cosa buona e giusta. Per parafrasare un detto un po’ scurrile, siamo tutti sysadmin con il router degli altri.

Aspettare di conoscere i fatti prima di rigurgitare slogan non sembra essere granché di moda. Ne riparliamo quando saranno pubblicate le motivazioni.

Aggiornamento

Giuseppe Vaciago, uno degli avvocati di Google al processo in questione, è intervistato da Elvira Berlingieri su Apogeonline.

A proposito di “cosa buona e giusta” segnalo questa perla dell’Osservatore Romano: “La sentenza di Milano va nella giusta direzione: servono regole; i motori di ricerca e i provider hanno responsabilità penali.” Davvero? La legge a quanto risulta dice di no, e per ora vale la legge, che piaccia o no. Ma se qualcuno vuole introdurre il principio che i dirigenti di un fornitore di servizio sono responsabili di quello che fanno i loro utenti, forse non ha considerato che questo significherebbe arrestare il Papa se un cristiano ruba.

Addio a Google Buzz

Addio a Google Buzz

Come mollare Google Buzz

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Foto: The Smothering di Miss Aniela.

Parere personale: Google Buzz è una perdita di tempo. L’ho tenuto attivo per alcuni giorni, nei quali ho ricevuto una gragnuola incoerente di mail che segnalavano commenti sparsi per l’universo che mi riguardavano. Proprio quello che mi serviva: un altro canale da monitorare e al quale dovrei rispondere. Mi spiace, ma la vita è troppo breve. Per cui adieu Buzz.

Sono andato alla pagina Web del mio account Gmail e ho cliccato, in fondo alla pagina, su Disattiva Buzz. Poi, nella schermata successiva, ho cliccato ancora su Disattiva Buzz, dopo aver letto con attenzione il monito di Google: “Questa operazione disattiva Google Buzz in Gmail ed elimina il tuo profilo Google e i tuoi post di Buzz. Inoltre disconnette gli eventuali siti collegati e interrompe gli aggiornamenti delle persone che segui.”. Sì. Sì. Se voglio seguire qualcuno, ci penso a manina, grazie. Non farà Web 2.0, ma è più efficiente che fare lo slalom nel fiume di notifiche e cancellare le mail che mi avvisano di ogni cambiamento nello stato esistenziale delle persone che ho provato a seguire. Non che siano persone noiose: semplicemente c’erano troppi input.

Quante cose nuove e interessanti ho scoperto seguendo amici e colleghi via Buzz? Esattamente una. Non importa quale. Probabilmente ne avrei scoperte di più se avessi avuto giornate di 48 ore in cui seguire questo fiume di link. Non le ho. Il rapporto segnale/rumore è un po’ troppo basso per i miei gusti. Ho cliccato su Salva modifiche. Però il mio profilo Google non è stato eliminato come diceva l’avviso.

Sarà. Se avete suggerimenti, i commenti sono a vostra disposizione. Intanto non mi sento più Buzzurro.

Il prossimo che chiuderò sarà Twitter.

Google e ricerche in ordine di tempo

Google e ricerche in ordine di tempo

Ricerche cronologiche in Google

Uno dei problemi di Google è che i risultati delle ricerche non vengono ordinati per data, per cui è facile imbattersi in pagine di Internet che contengono dati obsoleti.

Anzi, siccome uno dei criteri di Google per collocare una pagina Web in cima ai suoi elenchi di risultati è il numero di altre pagine che la linkano, più una pagina è vecchia e più ha avuto tempo per essere linkata, e quindi è abbastanza comune che i primi risultati di Google siano pagine vecchiotte.

Da maggio 2009 è però possibile ordinare cronologicamente i risultati: si può andare nella pagina della ricerca avanzata oppure scegliere l’interfaccia in inglese, nel qual caso compare l’opzione Show Options, cliccando sulla quale si può scegliere se visualizzare le pagine recenti, quelle delle ultime 24 ore, dell’ultima settimana o dell’ultimo anno oppure selezionare un intervallo di date.

E’ importante notare che la “datazione” delle singole pagine usata da Google non corrisponde necessariamente alla data di creazione o aggiornamento della pagina specifica: è la data in cui Google ha trovato la pagina e l’ha indicizzata. Non è un criterio perfetto, ma è una buona approssimazione. I risultati sono poi ordinabili per data cliccando su Sorted by date.

Se vi interessano le ricerche cronologiche, potete anche provare questa funzione sperimentale di Google, chiamata News Timeline (newstimeline.googlelabs.com), applicabile ai siti di notizie, ai blog e ad altre categorie di fonti. Il servizio sembra avere qualche problema, anche perché non mi pare di essere stato citato da Time del 14 settembre scorso, ma è comunque un’opzione interessante in più:

Google Street View nei guai in Svizzera

Google Street View nei guai in Svizzera

Street View di Google è troppo ficcanaso per la Svizzera, stop a nuove immagini

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Hanspeter Thür, formalmente noto come IFPDT o incaricato federale della protezione dei dati e della trasparenza ma comprensibilmente ribattezzato familiarmente “Mister Dati”, ha chiesto venerdì scorso che il servizio Street View di Google sia ritirato da Internet: la privacy dei cittadini non è sufficientemente garantita come promesso. Google, dopo un incontro con Mister Dati, ha sospeso la pubblicazione delle immagini dettagliate delle strade di nuove località.

Google ha da poco messo online le immagini prese dal livello della strada di varie città svizzere (Basilea, Berna, Losanna, Ginevra, Zurigo, Winterthur e altre località più piccole), consentendo vere e proprie passeggiate virtuali per le vie.

Anche altre località, comprese Lugano, Bellinzona e Locarno nel Canton Ticino dove si trova il mio Maniero Digitale, dovrebbero essere fotografate, o lo sono già state, dalle automobili attrezzate di Google, secondo la tabella di marcia pubblicata dal colosso dei motori di ricerca.

Nelle sue FAQ (in tedesco e francese), Mister Dati spiega che di per sé Google Street View non viola le norme svizzere sulla privacy se rispetta le condizioni negoziate con le autorità federali. Il problema è che sembra proprio che non sempre le rispetti o riesca a rispettarle, a giudicare dalle foto pubblicate da siti come 20minuten.ch.

Infatti il software automatico che dovrebbe riconoscere e mascherare i dettagli riconoscibili delle persone, come concordato con Mister Dati, non funziona sempre e fioccano le contestazioni di chi è ripreso per strada e immortalato magari non al meglio della propria presentabilità o in attività piuttosto private, come riferisce la Berner Zeitung.

Se vi scoprite colti in flagrante delicto su Street View, non mandate contestazioni alle autorità federali, ma rivolgetevi direttamente a Google: su ogni schermata di Street View c’è il link Report a problem che permette di segnalare volti non oscurati o altre violazioni delle regole, e Mister Dati ha predisposto una lettera standard di richiesta di oscuramento o rimozione. Google ha dichiarato che le richieste verranno soddisfatte in poche ore.

Ma il Disinformatico è sempre dalla parte degli utenti, per cui se non vi fidate della prontezza di reazione di Google e non vi va di passare la vita a percorrere virtualmente le vie di tutte le città alla ricerca di vostre foto, se vedete le auto di Google potete fare quello che dice Mister Dati: “notare questi veicoli ben visibili e comportarvi di conseguenza”. Ecco quindi un potente kit di oscuramento garantito dei volti: stampatelo e tenetelo a portata di mano da mettere davanti al viso.

Versione soft.

Versione hardcore per mandare in crisi il software di riconoscimento dei volti e terrorizzare i complottisti.

Fonti: Ticino News, Berner Zeitung, Swissinfo.ch, Ars Technica, Expatica.com, Slashdot.