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“Cyberspionaggio” contro Renzi, Monti, Draghi e “20.000 vittime”: calma un attimo

“Cyberspionaggio” contro Renzi, Monti, Draghi e “20.000 vittime”: calma un attimo

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/01/11 22:20.

I media italiani si sono forse lasciati un po’ prendere la mano sulla notizia dell’arresto di due persone, Giulio Occhionero e Francesca Maria Occhionero, con l’accusa di spiare “politici e istituzioni, anche Renzi, Draghi e Monti” (RaiNews). Sarebbero “circa 20mila le vittime accertate sinora” dalla Polizia postale (RaiNews; Askanews/Cyber Affairs). Secondo AGI, il malware usato dagli accusati “controllava migliaia di politici italiani”.

RaiNews dice che fra gli “account
‘hackerati’… figurano anche quelli di Matteo Renzi, di Mario Monti,
dell’ex governatore della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni; di Piero
Fassino, Ignazio La Russa Mario Canzio e dell’ex comandante della
Guardia di Finanza Saverio Capolupo. Spiati anche Vincenzo Scotti,
Walter Ferrara, Alfonso Papa, Paolo Bonaiuti, l’ex ministro Maria
Vittoria Brambilla, Luca Sbardella, Fabrizio Cicchitto, Daniele
Capezzone, Vincenzo Fortunato, il ministro Paolo Poletti. L’ex
presidente della Regione Campania Stefano Caldoro e il senatore Domenico
Gramazio.”

Ho letto le 46 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare pubblicata da AGI (con un lodevole atto di trasparenza e buon giornalismo digitale) per andare il più possibile alla fonte diretta e diradare la cortina fumogena del passaparola giornalistico. Dalla versione pubblicata manca, stando alla numerazione, la pagina 14 [2017/01/11 18:15: ho verificato che la pagina manca effettivamente e non si tratta di un errore di numerazione].

La pagina mancante (o altri atti che al momento non ho potuto esaminare) potrebbe cambiare molto le mie considerazioni, ma sulla base di quello che è stato pubblicato fin qui segnalo alcuni punti significativi e una correzione a una notizia errata pubblicata dall’Huffington Post.

20.000 vittime? Dipende cosa si intende per “vittime”. L’ordinanza, a pagina 12, parla di “un elenco di 18327 username univoche” di cui però solo 1793 sono “corredate da password”, e parla di “tentativi di infezione, più o meno riusciti”. Sottolineo il “tentativi”. Mi viene il dubbio che alcuni giornalisti abbiano considerato come vittime anche gli account che hanno soltanto subìto un tentativo di intrusione. Se uno username viene citato in questo elenco senza la rispettiva password, è probabile che l’intrusione in quell’account non sia riuscita. Conteggiare anche i tentativi falliti sarebbe ingannevole: con questo criterio, io dovrei considerarmi “vittima” e “hackerato” ogni volta che ricevo una mail con un malware allegato.

Fra l’altro, anche la conoscenza della password non sarebbe garanzia di intrusione riuscita. Se una vittima ha attivato l’autenticazione a due fattori (2FA o “verifica in due passaggi”), la sua password può essere trafugata ma non sarà utilizzabile da un aggressore (con la 2FA possono accedere all’account solo i dispositivi autorizzati dall’utente; gli altri, tipo quelli usati dall’aggressore, vengono bloccati e l’utente viene allertato). Spero e prego che i vari politici citati nelle notizie si siano dotati di 2FA sugli account. Lo so, sono un inguaribile ottimista.

Per contro, la tecnica d’intrusione descritta nell’ordinanza (invio di mail con un allegato contenente  un malware già conosciuto, denominato Eyepyramid, nulla di particolarmente sofisticato ma un semplice strumento di amministrazione remota o RAT) permetterebbe di monitorare da remoto il computer della vittima, se la vittima esegue il malware senza protezioni, e quindi di leggere o esportare la mail anche senza conoscerne la password.

Renzi, Draghi, Monti sono stati violati o no? L’ordinanza è ambigua al riguardo: non dice chiaramente che gli account di questi tre esponenti delle istituzioni sono stati violati come sostengono le fonti giornalistiche. Indica soltanto le date dei tentativi di violazione di questi account, mentre per altri, legati a domini sensibili delle istituzioni come Interno.it, Camera.it, Senato.it, Esteri.it e Giustizia.it “o riconducibili ad importanti esponenti politici” precisa che sono “comprensivi di password”. Manca però la pagina 14, che potrebbe forse fare chiarezza [2017/01/11 18:15 Ho visionato la pagina mancante e, come confermato da AGI, non contiene alcuna indicazione che gli account di Renzi, Draghi o Monti siano stati violati e anzi sembra escluderlo. Attaccati? Sì. Violati? No. Scrive AGI: “la pagina 14 rivela che quell’elenco era sì di persone inserite nel database, ma senza che gli hacker fossero riusciti a violarne gli account”].

Non ho trovato nessuna dichiarazione diretta della Polizia Postale che dica che gli account di Renzi, Monti e Draghi sono stati effettivamente violati, ma solo affermazioni giornalistiche in questo senso: se avete dichiarazioni dirette degli inquirenti che mi sono sfuggite e confermano la violazione specifica, segnalatemele.

L’ordinanza, per contro, specifica chiaramente (a pagina 2) che alcuni dei tentativi di intrusione sono andati a segno e hanno permesso di acquisire “notizie che, nell’interesse politico interno o della sicurezza pubblica devono rimanere riservate”. Vengono citati, a pagina 13, “674 account, 29 dei quali corredati dalla relativa password”, riferibili a politici o imprenditori. Ventinove, non ventimila. Non voglio insomma sminuire la gravità dei reati commessi, ma precisarne l’effettiva entità e portata.

No, l’ENAV non è stata violata. Huffington Post scrive che gli Occhionero “hanno penetrato il 28 aprile 2016, ma già sotto controllo dall’inizio di gennaio – attraverso i computer dell’avvocato Francesco Di Maio, responsabile della sicurezza dell’Enav – l’intero sistema informatico dell’aviazione civile italiana, comprese tutte le comunicazioni relative”. Questa affermazione è stata smentita seccamente da Giovanni Mellini, che lavora nella sicurezza informatica dell’ENAV, in una mail che mi ha inviato e che cito testalmente con il suo permesso: “ENAV ed il suo SOC hanno segnalato al CNAIPIC in maniera responsabile e con evidenze uno 0day assimilabile ad un APT per le azioni istituzionali del caso e non c’è stata alcuna compromissione della nostra rete e nello specifico dell’account di Francesco Di Maio, il mio responsabile.”

Questo corrisponde a quanto dichiarato nell’ordinanza (pagine 1, 2 e 4): gli Occhionero sono indagati specificamente per aver tentato un’intrusione nei sistemi informatici di Francesco Di Maio (responsabile della sicurezza di ENAV) mandandogli il 26 gennaio 2016 “un messaggio di posta elettronica contenente un allegato malevolo (virus informatico EyePyramid), che una volta auto-installato nel sistema informatici [sic] dell’ENAV S.p.A., avrebbe permesso di accedere abusivamente al relativo sistema informatico”. Notate il condizionale “avrebbe”, che indica che l’auto-installazione non è avvenuta. Infatti l’ordinanza chiarisce poi che Di Maio “anziché visualizzarla e scaricarne l’allegato, provvedeva opportunamente ad inviarlo per l’analisi tecnica” a una società di sicurezza informatica.

La questione ENAV è particolarmente importante perché stando alle dichiarazioni del direttore della Polizia Postale e delle Comunicazioni, Roberto Di Legami [2017/01/11 10:55: ora rimosso dall’incarico], e riportate da Askanews/Cyber Affairs, è stata proprio la segnalazione del tentativo di intrusione ai danni dell’ENAV che ha portato alla scoperta delle attività degli Occhionero.

C’è ancora sicuramente molto da scoprire su questa vicenda, visto che i dati rubati erano custoditi negli Stati Uniti e quindi è coinvolta anche l’FBI. Staremo a vedere: nel frattempo, questa vicenda è di certo un monito per chiunque ricopra una carica importante a ricordare che la sicurezza informatica è una cosa seria e che pensare “ma chi vuoi che se la prenda con me” è un errore sul quale i criminali informatici contano quotidianamente.

[2017/01/11 22:20. Questo argomento prosegue in questo articolo]

Fonti aggiuntive: Corriere del Ticino, AGI, Formiche.net, Rainews, Sole 24 Ore, AGI, Il Fatto Quotidiano, Federico Maggi, The  Guardian.

Sgominata la rete internazionale di criminali informatici Avalanche

Sgominata la rete internazionale di criminali informatici Avalanche

Buone notizie, una volta tanto, sul fronte della lotta al crimine informatico. La rete informatica di criminali denominata Avalanche, composta da centinaia di server sparsi per il pianeta messi a disposizione a noleggio dei malviventi per compiere attacchi che hanno colpito fino a mezzo milione di computer al giorno con infezioni, phishing, milioni di mail infette e altre delizie di questo genere, non esiste più.

Il 30 novembre scorso è stata infatti compiuta un’operazione di polizia coordinata a livello internazionale che ha liquidato Avalanche, compiendo cinque arresti, sequestrando 39 server, disattivandone altri 221, perquisendo 37 sedi e chiudendo ben 830.000 siti ostili.

Avalanche era una rete decisamente sofisticata, capace di cambiare ogni cinque minuti gli indirizzi IP associati a un nome di dominio e altre acrobazie anti-tracciamento, secondo la tecnica denominata double fast flux (infografica semplificata; infografica tecnica).

All’operazione hanno collaborato Europol, FBI, Eurojust e altre agenzie di una trentina di paesi, fra cui Armenia, Australia, Austria, Azerbaigian, Belgio, Belize, Bulgaria, Canada, Colombia, Finlandia, Francia, Germania, India, Italia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Romania, Singapore, Stati Uniti, Svezia, Taiwan, Ucraina e Ungheria. L’operazione conclude un’indagine avviata nel 2012 dalla polizia tedesca sulla provenienza di una serie di attacchi di ransomware.

Ovviamente l’eliminazione della rete di controllo e infezione non ripulisce i computer infetti degli utenti che sono finiti fra le vittime di Avalanche, ma già sapere che questa rete sofisticata non danneggerà più nessuno è un consistente passo avanti verso un’Internet più pulita.

Ultimo aggiornamento: 2016/12/03 15:45. Fonti: Europol, Justice.gov, National Crime Agency, Engadget, The Register.

Come spegnere le luci “intelligenti” usando un drone

Come spegnere le luci “intelligenti” usando un drone

Se avete acquistato le lampadine “smart” Hue della Philips, quelle che si possono comandare tramite computer e telefonino, ho una brutta notizia per voi: sono attaccabili a distanza e possono essere usate per disseminare un attacco che si diffonde con una reazione a catena.

Dei ricercatori del Weizmann Institute of Science in Israele e della Dalhousie University in Canada hanno dimostrato, con un articolo tecnico e un test pratico, che il protocollo di comunicazione ZigBee usato da queste lampadine è sfruttabile da un aggressore per inviare alle lampadine un aggiornamento firmware falso e alterato, che poi si diffonde spontaneamente alle lampadine adiacenti, permettendo di controllarle a distanza, per esempio per spegnerle di colpo, lasciando al buio un edificio o un quartiere.

L’attacco è effettuabile senza entrare nell’edificio preso di mira: in una dimostrazione, i ricercatori hanno attivato il reset delle Philips Hue da oltre 150 metri usando apparecchiature comunemente disponibili e sfruttando un drone. In un test il drone ha preso il controllo delle lampadine da 350 metri di distanza, inducendo a lampeggiare secondo il codice Morse con il messaggio “SOS”.

Secondo i ricercatori, un drone che sorvolasse una città muovendosi a zigzag “potrebbe disabilitare tutte le lampadine smart Philips Hue nei centri cittadini nel giro di pochi minuti”.

L’attacco è possibile perché tutte le lampadine Hue usano per gli aggiornamenti firmware la stessa chiave crittografica di sicurezza, che i ricercatori sono stati in grado di scoprire “nel giro di pochi giorni usando […] solo apparecchiature economiche e facilmente reperibili che costano qualche centinaio di dollari”.

Questo consente a un aggressore di creare “un attacco veramente devastante a basso costo […] una singola lampadina infettata con firmware modificato […] può innescare una reazione a catena esplosiva nella quale ciascuna lampadina infetta e sostituisce il firmware di tutte quelle vicine nel raggio di alcune centinaia di metri”. I ricercatori sottolineano che un aggressore potrebbe disabilitare gli ulteriori aggiornamenti, per cui le lampadine “non possono essere recuperate e devono essere buttate via.”

La ZigBee Alliance ha dichiarato che questo difetto è stato risolto e distribuito a tutti i clienti. Non è chiaro come facciano a sapere che tutte le lampadine del mondo sono state aggiornate e non sono più vulnerabili.

Come dice Mikko Hypponen di F-Secure, ogni volta che sentite “smart”, sostituite mentalmente questa parola di marketing con “vulnerabile”. Eviterete di restare letteralmente al buio.

Fonti aggiuntive: Computerworld, PCMag.

Bloccato Koobface, flagello di Facebook

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 2012/01/20 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Koobface, un attacco informatico che imperversa su Facebook sin dal 2008 (il Disinformatico ne aveva parlato in questo articolo), è stato decapitato: i server di comando e controllo hanno smesso di funzionare e i responsabili dell’attacco sono stati identificati mentre stavano cancellando le briciole di Pollicino che hanno maldestramente lasciato nei social network come FourSquare.

Koobface agiva presentandosi sotto forma di annuncio nelle bacheche degli amici su Facebook e si spacciava per un video accattivante: chi vi cliccava sopra per vederlo veniva portato a un sito che imitava Youtube e gli chiedeva di scaricare un aggiornamento per poter vedere il video. L’aggiornamento era in realtà un programma ostile usato dai malfattori per commettere vari reati.

Il blocco di Koobface è il risultato delle indagini effettuate da Facebook e da ricercatori di sicurezza indipendenti, che stanchi del mancato intervento delle forze di polizia locali (quelle di San Pietroburgo) hanno deciso di rendere pubblici i dati dell’indagine, ottenuti sfruttando una falla nella sicurezza dei server dei criminali. Le autorità russe si sono difese dicendo che non hanno indagato sulla gang di Koobface semplicemente perché nessuno glielo ha chiesto.

Fonti: Naked Security, Punto Informatico

Se avete un account su Libero.it, cambiate password e occhio alle truffe

Se avete un account su Libero.it, cambiate password e occhio alle truffe

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Il database che contiene le password degli utenti di Libero.it è stato trafugato. Libero ha mandato un avviso agli utenti, annunciando un “attacco informatico […] con accesso al database che custodisce, in formato criptato, le password dei servizi”. Sulle pagine di aiuto di Libero, invece, nessuna avvertenza.

La prima segnalazione della violazione mi è arrivata da OverSecurity via Twitter e in questo articolo; ormai se ne parla un po’ ovunque (TomsHw, IlPost, ZeusNews) con le consuete raccomandazioni: è meglio cambiare la password del vostro account su Libero.it, se ne avete uno, anche se il database era cifrato (stando perlomeno all’avviso di Libero.it) e quindi non è immediato estrarne le password. Inoltre se avete usato su altri siti la password che usate su Libero.it, cambiatela anche in quei siti.

Da parte mia aggiungo che è meglio fare molta attenzione a qualunque avviso, ricevuto via mail o in altro modo, che invita a cliccare da qualche parte per aggiornare la password di Libero.it: ora che la notizia della violazione è in circolazione, è inevitabile che qualche criminale informatico coglierà l’occasione per fare phishing prendendo di mira gli utenti di Libero.it con falsi messaggi apparentemente provenienti dal servizio clienti. Per cambiare la password accedete a Libero.it digitando a mano il nome del sito. Prudenza.

Aggiornate subito iPhone e iPad: scoperte tre falle gravissime, già sfruttate dai mercenari informatici

Aggiornate subito iPhone e iPad: scoperte tre falle gravissime, già sfruttate dai mercenari informatici

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2016/09/02 21:00.

Se avete un iPhone o un iPad, aggiornate subito il suo iOS in modo da portarlo alla versione 9.3.5. Apple ha infatti distribuito ieri un aggiornamento d’emergenza che risolve ben tre falle gravissime, che sono già sfruttate da anni da operatori senza scrupoli.

Le falle, denominate Trident dagli esperti, consentono di prendere il controllo completo di un dispositivo iOS semplicemente mandandogli un SMS che contiene un link. Se la vittima tocca il link per visitarlo, il dispositivo viene silenziosamente infettato, per cui l’aggressore può intercettare tutte le comunicazioni: messaggi WhatsApp, Viber, Gmail, Facebook, Skype, FaceTime, Calendar, WeChat e altro ancora. Anche telecamera e microfono possono essere accesi da remoto. Se un dispositivo è infettato, l’infezione persiste anche se lo si aggiorna.

La scoperta è stata fatta e annunciata da Citizen Lab e Lookout su segnalazione di Ahmed Mansoor, un difensore dei diritti umani riconosciuto a livello internazionale che risiede negli Emirati Arabi Uniti. Il 10 agosto scorso ha ricevuto degli SMS che gli promettevano segreti importanti sulla tortura dei detenuti nelle carceri degli Emirati se cliccava sui link inclusi nei messaggi. Mansoor ha fiutato la trappola e li ha mandati agli esperti di sicurezza, che hanno ricostruito il funzionamento e l’origine dell’attacco.

La fonte indicata dagli esperti non è la solita banda criminale: questo è un attacco di gran lunga troppo sofisticato. Gli indizi tecnici puntano a NSO Group, una società israeliana e statunitense che crea spyware per governi senza farsi alcuno scrupolo etico e si fa pagare anche un milione di dollari per ogni malware (o 650.000 dollari, più 500.000 dollari di attivazione, per dieci telefonini da sorvegliare, secondo il New York Times). Questo è il genere di mercenari con i quali rischia di dover lavorare chi pensa di usare malware di stato, e questo è il genere di cifre che occorre far pagare ai contribuenti. Il mandante dell’attacco contro Mansoor, presumibilmente, è il governo degli Emirati.

Probabilmente non avete governi nemici che vi stanno attaccando, ma ora che le falle negli iPhone e iPad sono state annunciate e documentate pubblicamente per consentire di risolverle, i criminali informatici di piccolo calibro si daranno da fare per creare attacchi basati su queste stesse falle. Di solito riescono a farlo nel giro di 24-48 ore, per cui non è il caso di rinviare l’aggiornamento.

L’aggiornamento si installa in pochi minuti nella maniera solita: Impostazioni – Generali – Aggiornamento software. Sono aggiornabili tutti i dispositivi Apple recenti: dall’iPhone 4S in su, dall’iPad 2 in su, tutti gli iPad Mini e Pro, e gli iPod touch di quinta e sesta generazione. Chi non può aggiornarsi perché ha un iPhone o iPad molto vecchio resta gravemente vulnerabile se usa il dispositivo collegandolo a Internet e/o alla rete cellulare.

Fonti aggiuntive: Ars Technica, Motherboard.

Attacco coordinato a Corriere.it e Gazzetta.it

Attacco coordinato a Corriere.it e Gazzetta.it

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11:40. Questo era l’aspetto di Gazzetta.it stamattina alle 10:36; il sito è ora inaccessibile. Anche Corriere.it è bloccato. Il Corriere ha twittato di essere sotto attacco. Sembra trattarsi di un dns hijack, secondo i dati raccolti da Luigi Rosa. Aggiungerò qui altre informazioni appena possibile.

13:10. Anche Gazzetta.it ha confermato l’attacco con un post su Facebook. Tutto sta tornando alla normalità: per i dettagli consiglio il riassunto di Luigi Rosa su Siamogeek, che sottolinea alcune assurdità di sicurezza che hanno facilitato questo attacco ai danni di due delle principali testate giornalistiche d’Italia. Immaginate il potere che avrebbe, per esempio sotto elezioni, chi sostituisse il Corriere vero con una copia alterata che contiene notizie di brogli o assegna la vittoria al candidato o al partito sbagliato.

Vi sembra fantascienza? In Ucraina nel 2014 è già successo qualcosa di molto simile quando CyberBerkut violò il sito della commissione elettorale nel giorno delle elezioni presidenziali ucraine: gli aggressori mandarono in tilt gli aggiornamenti in tempo reale e 12 minuti prima della chiusura dei seggi pubblicarono sul sito della commissione l’annuncio (falso) della vittoria del candidato che invece aveva perso (PDF, pag. 56).

Comandi vocali nascosti nei video attivano i telefonini? Calma un attimo

Comandi vocali nascosti nei video attivano i telefonini? Calma un attimo

Sta circolando la notizia che dei ricercatori della Georgetown University e della University of California hanno dimostrato di poter eseguire comandi a distanza sugli smartphone Android e iOS ricorrendo a istruzioni vocali fortemente distorte, diffuse da un altoparlante. Il video è notevole, anche perché i comandi sono incomprensibili all’orecchio umano (perlomeno al mio) ma vengono capiti egregiamente dal telefonino, e hanno una sonorità inquietante.

Il risultato, nel video, è che un comando vocale riesce a far visitare un sito (che potrebbe essere un sito ostile o imbarazzante) e addirittura riesce a mettere il telefonino in modalità aereo: in pratica lo spegne a distanza, rendendo irreperibile il suo proprietario.

Ma la realtà dei fatti non è così semplice ed elegante come mostrato nel video, perlomeno secondo le mie prove. Infatti non sono riuscito a replicare gli effetti descritti facendo ascoltare il video all mio Nexus 5X, sul quale ho Android 6.0.1, che ho impostato andando in Impostazioni – Lingua e immissione – Lingua – English (US) e poi attivando OK Google (Settings – Language and input – Google Voice Typing – “Ok Google” detection – Always on), probabilmente perché questa versione di Android confronta l’audio con i campioni della mia voce che mi ha chiesto e accetta solo la mia voce o una voce molto simile.

L’articolo scientifico originale cita la versione 4.4.2 di Android (oltre alla versione 9.1 di iOS), per cui ho riesumato un vecchio Switel con Android 4.4.2 e l’ho configurato come sopra. Stavolta Google non mi ha chiesto campioni della mia voce e il riconoscimento dei comandi distorti è andato un pochino meglio: il comando “Ok Google” è stato riconosciuto, ma soltanto quando ho riprodotto l’audio mettendo l’altoparlante a ridosso del microfono dello smartphone.

Morale della storia: la dimostrazione dei ricercatori è concettualmente intrigante, perché mostra una vulnerabilità che molti non immaginano, ma in termini realistici le possibilità di eseguire un attacco in questo modo sono piuttosto modeste: serve un Android vecchio, sul quale sia attiva l’opzione OK Google e sia anche stata scelta la lingua corrispondente a quella delle registrazioni audio usate per l’attacco. Inoltre le condizioni audio necessarie sono particolarmente delicate.

In realtà se avete un Android vulnerabile a questo attacco dovreste preoccuparvi del fatto che state usando una versione di Android troppo antica, che vi espone a ben altri attacchi più semplici e probabili. Ma questa è un’altra storia.

Hacking Team, svelata la tecnica d’intrusione

Hacking Team, svelata la tecnica d’intrusione

Ricordate Hacking Team, la controversa società italiana di sicurezza informatica che è stata violata circa un anno fa e i cui dati più riservati sono stati pubblicati in Rete? Molti si sono chiesti come sia stata possibile un’intrusione così vasta, soprattutto ai danni di un’azienda informatica che vive appunto di sicurezza. Ora è stato pubblicato su Reddit un racconto che, stando al suo autore, spiega come sono andate le cose.

L’autore usa lo pseudonimo Phineas Phisher e dice di essere stato lui, da solo, con circa cento ore di lavoro, a scardinare tutta la sicurezza di Hacking Team senza mai mettervi piede, smentendo quindi le ipotesi di un complice interno o di un dipendente infedele. Il sito Web dell’azienda era ben protetto e aggiornato, per cui Phineas ha scelto un’altra strada: ha trovato un dispositivo embedded (forse una telecamera) accessibile via Internet il cui software di base (più correttamente il firmware) era difettoso e vulnerabile. L’intruso ha modificato questo software, trasformando il dispositivo in un accesso nascosto persistente (backdoor).

Da questo dispositivo ha iniziato una lenta scansione della rete interna di hacking e ha trovato un’installazione non protetta del database MongoDB. Poi si è accorto che i dispositivi usati da HackingTeam per i propri backup erano accessibili sulla sottorete locale e così li ha configurati in modo da renderli leggibili via Internet.

Nei backup ha trovato le credenziali di amministrazione, e così si è promosso ad amministratore remoto dei computer di HackingTeam. A quel punto aveva in mano le chiavi di tutto. Ha scaricato tutta la posta di HackingTeam e poi si è accorto che Christian Pozzi, uno degli amministratori dell’azienda, teneva tutte le proprie password in un volume cifrato con TrueCrypt. Phineas ha aspettato che Pozzi aprisse il volume e poi ne ha copiato i file. Da lì ha avuto accesso al codice sorgente dei prodotti dell’azienda e l’ha copiato. Infine ha pubblicato in Rete tutto quanto.

Phineas Phisher, ammesso che il suo racconto sia vero (è perlomeno tecnicamente plausibile), ha anche spiegato la motivazione della sua incursione: dimostrare “la bellezza e l’asimmetria dell’hacking: con cento ore di lavoro, una sola persona può disfare anni di lavoro di un’azienda multimilionaria. L’hacking dà al perdente la possibilità di lottare e vincere”, ponendo fine a quelli che Phisher chiama gli “abusi contro i diritti umani” di Hacking Team.

Fonti aggiuntive: Ars Technica.

L’importanza dell’ortografia: ladri di banca fregati da un refuso

L’importanza dell’ortografia: ladri di banca fregati da un refuso

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2016/05/01 11:55.

Il mese scorso dei criminali informatici non identificati sono riusciti a penetrare nei computer della banca centrale del Bangladesh e a sottrarre le credenziali necessarie per effettuare bonifici. Con queste credenziali hanno poi inviato una quarantina di ordini alla Federal Reserve Bank di New York il 5 febbraio scorso, ottenendo inizialmente il trasferimento di somme ingenti a dei conti di complici nelle Filippine e nello Sri Lanka, per un totale di ben 81 milioni di dollari. Ma poteva andare molto peggio: i ladri avrebbero potuto sottrarre molto di più se non avessero commesso un banale errore di ortografia.

Quando hanno trasmesso il quinto ordine, per un bonifico da 20 milioni di dollari che aveva come beneficiario un’organizzazione non governativa dello Sri Lanka denominata Shalika Foundation, hanno sbagliato a scriverne il nome: hanno infatti scritto Fandation.

Un intermediario presso la Deutsche Bank ha notato l’errore e ha chiesto chiarimenti alla banca del Bangladesh, che ha prontamente bloccato i bonifici rimanenti. Anche la Federal Reserve Bank di New York si è allertata quando ha notato il numero cospicuo di ingenti bonifici simultanei verso conti privati. L’ammontare complessivo dei bonifici tentati era di circa 950 milioni di dollari.

Nonostante il refuso, comunque, un’ottantina di milioni di dollari ha preso il volo e non ci sono tracce dei ladri; parte della refurtiva è stata recuperata. La banca centrale del Bangladesh ha dichiarato di voler fare causa alla Federal Reserve per recuperare un’altra parte dei fondi sottratti.

2016/05/01. C’è un aggiornamento tecnico qui.

Fonti: Reuters/The Hacker News.