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Furti di dati personali, ma che male può capitare? Questo

Furti di dati personali, ma che male può capitare? Questo

In occasione di incursioni informatiche che rendono pubblici dati personali, come è capitato di recente con vari portali di ricerca di lavoro in Italia e in Ticino, capita spesso di sentire utenti liquidare l’incidente con un’alzata di spalle e l’obiezione “Cosa vuoi che se ne facciano dei miei dati personali? Non c’è niente di compromettente”.

In realtà i criminali informatici hanno un uso perfetto per questi dati personali: creare false mail infettanti perfettamente credibili, alle quali la vittima abbocca. La maggior parte dei messaggi-esca dei truffatori, quelli che fingono di provenire da banche o da servizi online e invitano a cliccare su un link per mettere in regola il proprio account o a scaricare un allegato contenente virus, è facilmente riconoscibile: è scritta in italiano traballante (o addirittura in altre lingue), è intestata a un generico “gentile utente” e contiene espressioni che una banca o un servizio online difficilmente userebbe. L’utente riconosce la trappola e cancella il messaggio senza seguirne le istruzioni.

Ma i furti di dati personali consentono di fabbricare mail di phishing estremamente personalizzate. Una falsa mail di un’agenzia di riscossione crediti, o di un corriere di spedizioni che vi avvisa di un pacco da ritirare, che riporti il vostro nome, cognome e indirizzo di casa o di lavoro ha buone probabilità di sembrare abbastanza credibile da stuzzicare la vostra curiosità e farvi aprire l’allegato. E a quel punto il danno è fatto.

Questa è la tecnica letale usata da un attacco informatico segnalato da Naked Security: una mail-trappola che riporta nome e cognome della vittima insieme al suo indirizzo postale e porta le sue vittime a scaricare un finto documento che è in realtà un ransomware per Windows, denominato Maktub, che blocca i dati delle vittime con una password complicatissima e poi chiede un riscatto in denaro per fornire questa password.

Per evitare di finire in trappole come queste conviene adottare una regola generale: non cliccare mai su un link in un messaggio di questo genere e non scaricare e aprire eventuali allegati, ma usare un altro canale (per esempio una telefonata) per verificare che il messaggio sia autentico, cliccando o aprendo solo dopo che questo controllo ha dato esito positivo.

Ashley Madison: dati cercabili, ipocriti illustri, analisi tecnica, vite in pericolo

Ashley Madison: dati cercabili, ipocriti illustri, analisi tecnica, vite in pericolo

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Sono già disponibili vari siti Web, come Ashleymadisonleaked.com, Trustify.info, Ashley.cynic.al, che permettono di fare ricerche all’interno dei dati trafugati. Ce n’è persino uno che localizza i vari account su una mappa di Google come quella mostrata qui accanto.

Intanto emergono gli ipocriti illustri: Josh Duggar, celebrità televisiva statunitense che si presenta come paladino dei valori del matrimonio e della famiglia ed è stato messo a capo di un gruppo conservatore di lobbying, ha ben due account a pagamento su Ashley Madison, nei quali descrive dettagliatamente le proprie preferenze e disponibilità per una relazione extraconiugale.

IncludeSecurity.com ha pubblicato una dettagliatissima analisi tecnica dei dati, senza dati individuali, che è preziosa per chiunque s’interessi di informatica forense.

Per molti questa enorme fuga di dati altamente sensibili è fonte di ironia o di ilarità di fronte all’incoscienza di chi usa il proprio indirizzo di mail di lavoro o la propria carta di credito per registrarsi presso un sito d’incontri intimi segreti, e le storie degli adulteri angosciati sono educative per chi non ha ancora capito quanto è grave il problema della privacy nell’era dei dati in Rete. Ma in molti casi il rischio non è soltanto quello di trovarsi umiliati pubblicamente.

Per esempio, CNN fa notare che l’adulterio è una violazione grave del codice militare statunitense, per cui chi ha usato un indirizzo .mil potrebbe avere problemi ben più gravi di un coniuge furibondo, e che ci sono molti paesi nei quali una relazione omosessuale, come quelle delineate nei dati sottratti ad Ashley Madison, è punita con la morte: Afganistan, Iran, Mauritania, Nigeria, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. E in almeno uno di questi paesi ci sono utenti di Ashley Madison presumibilmente autentici, visto che i loro dati sono associati alla loro carta di credito.

C’è poco da scherzare, come indica un appello (ovviamente non verificabile) pubblicato in Rete da un omosessuale saudita che ha usato Ashley Madison per cercare partner durante gli anni trascorsi negli Stati Uniti e che ora risiede in Arabia Saudita e teme per la propria vita:

In traduzione:

Sono un uomo gay (single), di un paese dove gay=pena di morte, che sta per essere smascherato su Ashley Madison; come posso chiedere lo status di rifugiato?

Vengo dall’Arabia Saudita, dove l’omosessualità comporta la pena di morte. Negli ultimi anni ho studiato in America e in quel periodo ho usato Ashley Madison: quel sito Web è stato hackerato e gli hacker intendono pubblicare i nomi di ogni utente. Sono single; l’ho usato perché sono gay. Il sesso gay è punibile con la morte nella mia patria e quindi volevo tenere estremamente discreti i miei incontri (AM prometteva di avere sistemi che garantivano la riservatezza).

Ora sono di nuovo nel Regno e sembra che la lista di Ashley Madison possa essere pubblicata da un giorno all’altro. Sono quasi riuscito a racimolare soldi sufficienti per un biglietto aereo; non credo che sarà mai sicuro tornare, dato che ci sono prove incontrovertibili (immagini, chat) su AM che sono gay. Dove dovrei andare per avere la migliore speranza di ottenere lo status di rifugiato? E come faccio a chiederlo?

Pubblicati 10 GB di dati personali del sito di tradimenti Ashley Madison

Pubblicati 10 GB di dati personali del sito di tradimenti Ashley Madison

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Lo so che tutti quelli che decidono di essere infedeli al proprio partner credono di essere troppo furbi per essere mai scoperti, ma ci vuole un tipo di furbizia davvero speciale per fare le corna rivolgendosi a un sito Web al quale affidare la propria carta di credito e quindi la propria vera identità. Cosa mai potrebbe andare storto?

Devono averlo pensato in molti fra i 37 milioni di diversamente furbi che si sono affidati al sito Ashley Madison, un servizio “leader mondiale negli appuntamenti per persone sposate per incontri discreti” (come recita il suo banner, evidenziando il “discreti”). E infatti puntualmente il sito è stato violato e i dati degli utenti sono stati trafugati, con un ultimatum insolito alla Avid Life Media, proprietaria di Ashley Madison: chiudete il sito (e il suo consociato Established Men, dedicato a “collegare ragazze attraenti a benefattori generosi e di successo”) o pubblicheremo tutti i dati dei vostri clienti. Lo si è saputo il 21 luglio scorso.

Ashley Madison ed Established Men non sono stati chiusi, e ora, a quanto pare, i dati trafugati sono stati pubblicati su Internet e sono accessibili tramite Tor in siti come questo: circa 10 gigabyte (compressi; 35 giga dopo lo scompattamento) di mail, profili di membri, transazioni di carte di credito e altri dati estremamente sensibili, compresi organigrammi aziendali e altri documenti.

I nomi degli utenti possono ovviamente essere falsi, per cui l’esistenza di un profilo intestato a una certa persona non significa necessariamente che quella persona abbia davvero creato un account presso il sito (anche perché Ashley Madison non verificava gli indirizzi di mail degli utenti); ma se i dati includono anche le transazioni delle carte di credito, l’identità è difficile da negare e per gli avvocati divorzisti è festa grande. Anche chi vive di ricatti sarà particolarmente felice della stupidità degli utenti di questi siti. Se poi, come capita spesso, gli utenti hanno adoperato la stessa password su Ashley Madison e altrove, alla festa si aggiungeranno anche i ladri di account.

Gli intrusi, che si fanno chiamare Impact Team, hanno motivato la propria azione dicendo che Ashley Madison è un sito fraudolento: “una truffa con migliaia di falsi profili femminili… il 90-95% degli utenti reali è costituita da maschi”, scrivono, invitando gli utenti a fare causa alla Avid Life Media per averli ingannati.

C’è di più: Ashley Madison si faceva pagare 19 dollari dagli utenti per il privilegio di disiscriversi e di cancellare i loro dati (che includono informazioni molto personali come i dettagli delle loro preferenze sessuali), e già questo è discutibile, ma i file trafugati indicano che in realtà i dati non venivano affatto eliminati.

Tweet reale di Ashley Madison.

Divorzi e ricatti a parte, i dati sono estremamente interessanti come spaccato delle abitudini degli utenti. Per esempio, secondo le prime indagini, ci sarebbero circa 15.000 indirizzi .gov o .mil, il che significherebbe che ci sono utenti così stupidi da usare il proprio indirizzo di mail di lavoro governativo o militare per iscriversi a un sito d’incontri. Le password sono cifrate con bcrypt, ma dubito che resisteranno a lungo.

Morale della storia: su Internet come nella vita reale, non affidate a terzi sconosciuti i vostri segreti. Non ne avranno mai la cura che ne avreste voi. E mettendoli online facilitate immensamente il lavoro a chiunque sia interessato a rubarli. Se li custodite voi, per quanto li custodiate male, per rubarveli devono avercela con voi abbastanza da entrarvi materialmente in casa o in ufficio.

8:50

I dubbi sull’autenticità dei dati pubblicati sono stati chiariti: i file sono stati autenticati. Gli account pubblicati sono circa 33 milioni (completi di nome utente, nome e cognome e hash della password; 28 milioni si dichiarano uomini, 5 si dichiarano donne); ci sono dati parziali riguardanti indirizzi d’abitazione, numeri di telefono e carte di credito, 9.6 milioni di transazioni e 36 milioni di indirizzi di mail. Le preferenze sessuali di ciascun utente sono descritte in maniera estremamente dettagliata, con ben 62 categorie. Ci sono anche gli account PayPal usati dai dirigenti di Ashley Madison (completi di password), schemi dettagliati dell’infrastruttura dell’azienda, e altro ancora. I dati sono stati raccolti l’11 luglio scorso.

Emerge molto chiaramente l’assurda disinvoltura dei gestori della sicurezza di Ashley Madison, che tenevano attivi sette anni di transazioni di carte di credito e avevano password di PayPal corte, ripetute e facili (avid1906 su cinque account, keithx22 su due, per esempio).

Un’analisi degli account con indirizzi .mil o .gov è qui.

Un altro bell’esempio d’incoscienza degli utenti: migliaia si sono registrati usando il proprio indirizzo di mail presso Facebook, per cui è banale associare il loro profilo a Ashley Madison al loro profilo Facebook.

Stanno già nascendo i siti che permettono di fare ricerche all’interno dei file trafugati, come per esempio Washeonashleymadison.com, che è già stato diffidato e ha interrotto il servizio. Mikko Hypponen di F-Secure consiglia di usare Haveibeenpwned.com per essere notificati in caso di violazioni del proprio account di mail.

Va ribadito che la presenza di un semplice indirizzo di mail negli archivi di Ashley Madison non è prova di colpevolezza (per esempio c’è chi vi ha trovato quello apparente di Tony Blair): chiunque poteva registrarsi al sito usando una mail di fantasia o altrui. Se invece insieme al nome ci sono i dati della carta di credito, l’identità si fa molto più credibile.

Altri aggiornamenti sono qui.

Fonti aggiuntive: The Register, Ars Technica, Fusion.net, Hydraze.org, Wired, Ars Technica, Wired.

Smascherati sette anni di attacchi informatici dalla Russia

Smascherati sette anni di attacchi informatici dalla Russia

Si sente spesso parlare degli attacchi di spionaggio informatico governativo o filogovernativo provenienti dalla Cina o dagli Stati Uniti, ma di quelli che partono dalla Russia si dice poco o nulla. Una recentissima ricerca pubblicata in inglese dalla società di sicurezza informatica F-Secure svela finalmente una parte significativa di questo mondo poco conosciuto.

La ricerca, intitolata The Dukes (i duchi) dal nome assegnato dai ricercatori ai malware coinvolti, ripercorre ben sette anni delle attività di un gruppo di spie informatiche che secondo F-Secure sono al servizio della Federazione Russa e raccolgono “dati di intelligence a supporto delle decisioni politiche estere e di sicurezza”.

I Dukes attaccano principalmente governi, ministeri, agenzie e aziende di paesi esteri in Asia, Africa, Medio Oriente, Europa e America, organizzazioni legate al terrorismo ceceno e gruppi russofoni dediti al commercio illegale di stupefacenti.

Colpisce molto la relativa semplicità delle tecniche usate: gli attacchi sfruttano per lo più lo spear phishing, ossia mail confezionate con cura su misura per lo specifico bersaglio allo scopo di indurlo a cliccare sui link o sugli allegati presenti nei messaggi e infettarlo, ma in almeno un caso è stato sfruttato anche un nodo russo della rete di anonimizzazione Tor iniettando malware nei file scaricati dagli utenti.

Fra gli strumenti sviluppati dall’organizzazione di guerra informatica c’è per esempio PinchDuke, che ruba password e identità su Yahoo, Google Talk e Mail.ru e attacca Outlook, Thunderbird e Firefox tramite un documento Word o Acrobat; c’è GeminiDuke, un malware di ricognizione che esplora le reti Windows per preparare successivi attacchi; c’è CosmicDuke, che registra le digitazioni e cattura schermate degli utenti infettati; e c’è CloudDuke, che accede ai dati delle vittime tramite il cloud, specificamente quello di Microsoft OneDrive.

Come fa F-Secure a sapere che questi malware sono di origine russa e legati almeno per intenti al governo russo? Lo indica il tipo di bersaglio preso di mira, che coincide con quelli di interesse per questo governo, la lingua russa usata per i messaggi d’errore presenti nei campioni di malware catturati, e l’uso di marcatori temporali riferiti all’ora standard di Mosca.

Anche la cronologia degli attacchi è molto illuminante: per esempio, prima dell’inizio della crisi in Ucraina i Dukes iniziarono a compiere attacchi di spear phishing usando finte mail di enti governativi dell’Ucraina per raccogliere informazioni. Inoltre la lunga durata nel tempo, il modo di agire con impunità e il coordinamento preciso, senza conflitti con altri malware, sembrano indicare un’organizzazione ben finanziata e strutturata che difficilmente potrebbe operare in Russia senza avere perlomeno l’approvazione del governo locale.

In mezzo a questa guerra di spie ci siamo inevitabilmente noi tutti, come vittime collaterali ma anche spesso come bersagli, perché vengono prese di mira non solo le grandi organizzazioni ma anche i loro dipendenti e affiliati alla ricerca dell’elemento debole che porti il malware dentro il cuore informatico del bersaglio. Conoscere le tecniche sorprendentemente banali usate spesso dalle spie informatiche ci permette di difenderci meglio dai loro attacchi. Per esempio, non aprire gli allegati senza adeguate protezioni e gestire le password con criterio invece di avere un atteggiamento facilone sarebbe già un ottimo passo avanti.

Fonti aggiuntive: Ars Technica.

Un videogioco di guerra? No, il grafico in tempo reale degli attacchi informatici

Un videogioco di guerra? No, il grafico in tempo reale degli attacchi informatici

Molti utenti hanno una percezione offuscata del fatto che gli attacchi informatici avvengono in continuazione e non soltanto quando ne parlano i mezzi d’informazione. È una lotta incessante che interessa tutti in tutto il mondo.

La società di sicurezza informatica Norse ha predisposto una mappa mondiale animata che mostra in tempo reale gli attacchi informatici in corso: è decisamente illuminante e anche un po’ ipnotica. E questi sono soltanto gli attacchi rilevati: ce ne sono altri che sfuggono a questo tracciamento istantaneo. Trovate la mappa presso map.norsecorp.com.

Nella tabella che accompagna la mappa vengono indicati l’origine, la destinazione e il tipo di attacco, con tanto di nomi e cognomi.

Come è possibile un monitoraggio del genere, e se esiste questa possibilità non si può sfruttarla per bloccare gli attacchi? Non è così semplice, purtroppo. Il monitoraggio si basa su una serie di honeypot gestiti dall’azienda, ossia computer che sembrano far parte della rete attaccata ma sono in realtà semplici sorveglianti del traffico. E dalla sorveglianza all’azione legale il passo è molto lungo, specialmente se l’attacco ha origine dall’estero.

Fonte: Siamogeek.

Ashley Madison: nuova serie di dati trafugati, analisi degli account ticinesi

Ashley Madison: nuova serie di dati trafugati, analisi degli account ticinesi

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alla gentile donazione di “m.sabbat*”. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2015/08/23 17:30.

2015/08/21 10:30. Poche ore fa è stato rilasciato un altro Torrent di dati che a quanto pare provengono dal sito Ashley Madison. L’annuncio è stato pubblicato sulla rete Tor. Nel nuovo lotto di dati ci sono le mail di Noel Biderman, CEO di Avid Life Media, che è proprietaria di AM; il codice sorgente del sito e delle app per smartphone; e molti dati interni dell’azienda. La disponibilità di questi dati faciliterà il lavoro di devastazione di qualunque aspirante aggressore (ammesso che a questo punto resti qualcosa da devastare, anche se l’azienda sembra voler continuare a operare). Non sembra esserci nulla di interessante dal punto di vista tecnico in questa nuova serie di dati.

Intanto in Canada è partita la prima class action contro l’azienda per non aver tutelato i dati personali degli utenti. I gestori di Ashley Madison sono in piena modalità panico: stanno addirittura ricorrendo alla censura tramite le leggi sul copyright (DMCA) per rimuovere i tweet che la citano. Ma ormai il danno è fatto: le rivelazioni hanno dimostrato che c’è un enorme numero di account falsi e quindi la credibilità dell’azienda (anche in termini di custodia dei dati sensibili dei clienti) ne esce a pezzi.

Fra gli utenti di AM ci sono membri dello staff della Casa Bianca, secondo Time. Su Dadaviz.com c’è una notevole serie di grafici basati su analisi dei dati trafugati: ripartizioni per paese rispetto alla popolazione, proporzione uomini/donne, stato coniugale dichiarato, numero di utenti che hanno usato il proprio indirizzo di mail governativo (ci sono 11 italiani) o di lavoro.

Ieri ho partecipato al servizio della Radiotelevisione Svizzera sulla vicenda Ashley Madison: il video è qui in streaming. Dall’analisi del primo lotto di dati pubblicati, alla quale accenno nel servizio, emerge che ci sono in tutto circa 50 account che indicano una località del Canton Ticino come indirizzo fisico, insieme a un indirizzo di mail, al nome e cognome e alle ultime quattro cifre della carta di credito. In alcuni casi è stato usato l’indirizzo di mail del luogo di lavoro e/o ci sono altri dati personali reperibili facilmente sui social network. C’è un addebito di oltre 15.000 dollari sul quale sto indagando (ho contattato la persona per segnalare la possibile frode ai suoi danni). Le località ticinesi dichiarate dagli utenti, spesso indicando anche la via e il numero civico, sono una trentina (Arzo, Bellinzona, Cadempino, Camorino, Canobbio, Carabbia, Castel San Pietro, Chiasso, Cimo, Cugnasco, Figino, Lamone, Locarno, Losone, Lugano, Maggia, Manno, Massagno, Melano, Minusio, Monte Carasso, Morcote, Muralto, Pambio-Noranco, Paradiso, Quartino, Riva San Vitale, S. Pietro, Salorino, San Vittore, Sorengo, Vacallo).

2015/08/23 17:30

È partita una class action da oltre mezzo miliardo di dollari contro Ashley Madison. La riferisce la BBC, dicendo che due studi legali canadesi hanno avviato l’azione legale per conto di tutti i cittadini canadesi che sono stati colpiti dalla violazione della riservatezza dei propri dati. “In molti casi gli utenti avevano pagato un importo supplementare per far rimuovere dal sito tutti i propri dati e ora hanno scoperto che quelle informazioni sono invece rimaste intatte e ora sono state rese pubbliche”.

Fonti aggiuntive: Ars TechnicaThe Register.

Sito dell’Accademia della Crusca violato con scritte pro-islamiste

Sito dell’Accademia della Crusca violato con scritte pro-islamiste

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/08/09 15:20.

Questo è l’aspetto attuale di Accademiadellacrusca.it, il sito ufficiale dell’Accademia della Crusca. Nello screenshot ho bloccato l’esecuzione del contenuto Flash. Il sito è in queste condizioni almeno dalle 9:47 GMT di oggi, perché anche la copia cache in Google (che attualmente risale a quell’ora) è nelle stesse condizioni. Su Zone-h.org l’annuncio di defacement risale alle 12:41 di ieri.

Gli amministratori del sito, a quanto pare, tardano a risolvere il defacement, anche se l’account Twitter dell’Accademia dice che “I tecnici stanno lavorando sul problema” e che l’attacco risale a ieri. Grazie a @vanniat66 per la segnalazione.

Lo stesso autore di defacement se l’è presa ieri anche con http://www.wallstreetenglishlucca.it, http://www.wallstreetenglishbari.it e http://www.wallstreetenglishpisa.it, che ospitano varie versioni della stessa pagina inserita dall’aggressore.

2015/08/09 15:20

Il sito dell’Accademia è stato ripristinato. I siti della Wall Street restano violati.

Com’è la sicurezza dei siti scolastici italiani? Imbarazzante

Com’è la sicurezza dei siti scolastici italiani? Imbarazzante

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Questo è l’aspetto del sito Scuolafratellicervi.gov.it alle 9:54 italiane di stamattina:

Come mai? Ce lo dice la cache di Google, che attualmente custodisce l’aspetto che aveva il sito stamattina alle 4:36 GMT:

Intanto Scuolesuperioridizagarolo.gov.it è messo peggio: tuttora ospita il contenuto inserito dagli intrusi. È così da almeno due giorni.

Stessa brutta figura per liceoclassicoclaudioeliano.gov.it, che da ieri è nelle condizioni mostrate qui sotto:

Lasciando perdere il contenuto politico di queste violazioni, se questi siti sono in queste condizioni, vuol dire che:

a) non se n’è accorto nessuno perché non li visita nessuno, e allora sono uno spreco di denaro;
b) i loro amministratori non sono in grado di sistemarli prontamente, per cui sono incapaci;
c) entrambi i casi a) e b) contemporaneamente

23:00. I siti Scuolafratellicervi.gov.it e Scuolesuperioridizagarolo.gov.it sono tornati al loro aspetto normale, senza alcuna informazione sulla violazione subita. Invece liceoclassicoclaudioeliano.gov.it ha ora l’aspetto mostrato qui sotto:

Alla lista dei siti scolastici italiani violati si è aggiunto brevemente anche www.icopera.gov.it, che era nelle stesse condizioni dei precedenti (con la schermata “Hacked by Moroccanwolf”) oggi alle 11:10, ma è già stato ripristinato.

Password patetiche nei siti di Polizia e Giustizia italiani: sberleffo alle leggi sulla privacy

Password patetiche nei siti di Polizia e Giustizia italiani: sberleffo alle leggi sulla privacy

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/07/28 20:35.

È stata rivendicata via Twitter alcuni giorni fa una violazione di vari siti collegati alla Polizia e alla Giustizia italiana (immagine qui accanto), accompagnata dalla pubblicazione di database contenenti dati sensibili provenienti dai siti violati: nomi, indirizzi e numeri di telefono di persone delle forze dell’ordine o legate al settore.

Lasciamo stare le ragioni dell’intrusione: già è imbarazzante che abbia avuto successo, ma la vera vergogna è quello che ha messo in luce, ossia la gestione pateticamente inetta della sicurezza.

Come segnala Luigi Rosa su Siamogeek,

Le password sono tutte in chiaro oppure codificate in MD5 senza salt. In un paio di database nel campo password c’è l’hash MD5, uno spazio e poi la password in chiaro tra parentesi. In più di un esempio la tabella degli amministratori ha le password in chiaro e quella degli utenti ha le password in MD5. Molte password in MD5 sono uguali al nome dell’utente oppure banali (ovvero se vengono trascritte in un motore di ricerca appare la pagina con l’equivalente in chiaro).

E le password usate sono da mettersi le mani nei capelli:

numeri nel formato ggmmaaaa, nomi di città, nomi di persone e parole come passamontagna, meccaemedina, 69cazzo69, Password, 123, polizia, Soloio.

Sì, c’è persino l’immancabile uso di password come password. Luigi segnala anche che ci sono chiari segni di “tentativi di hackeraggio pregresso”. Complimenti.

Mi associo alle sante parole di Luigi:

Le leggi sulla tutela dei dati personali (dette anche “leggi sulla privacy”) dovrebbero, appunto, servire a tutelare i dati personali da questo tipo di intrusioni, non ad obbligare i cittadini e le aziende private a firmare e conservare tonnellate di carta inutile.

Tutti i dettagli sono nell’articolo completo su Siamogeek.

Correzione: avevo scritto inizialmente che la rivendicazione era stata pubblicata oggi, ma in realtà era stata pubblicata alcuni giorni fa e solo oggi l’ho ricevuta tramite un retweet. Ho corretto il testo.

Basta un Wi-Fi ostile per mandare in tilt un iPhone o iPad

Basta un Wi-Fi ostile per mandare in tilt un iPhone o iPad

Parrebbe impossibile che un semplice segnale Wi-Fi possa mandare in crash uno smartphone, ma è così: i ricercatori della società di sicurezza Skycure hanno presentato pochi giorni fa la dimostrazione di come si può rendere inservibile qualunque dispositivo iOS recente (tipicamente iPhone e iPad) che usi iOS 8, semplicemente facendolo finire nel raggio d’azione di un’antenna Wi-Fi. Il telefonino o tablet entra in un ciclo di avvio e spegnimento continuo dal quale non c’è modo di uscire (a parte allontanarsi dall’antenna del Wi-Fi).

La trappola consiste in un certificato SSL alterato, inviato via Wi-Fi ai dispositivi iOS, che induce le app e iOS stesso ad andare in crisi. La difesa, a prima vista, sembra ovvia: basta non collegarsi ai Wi-Fi sconosciuti. Ma c’è un problema: i dispositivi iOS sono programmati in modo da connettersi automaticamente alle reti Wi-Fi che hanno certi nomi (per esempio attwifi per chi compra un abbonamento della società telefonica statunitense ATT).

Basta usare uno di questi nomi per la rete Wi-Fi ostile e i dispositivi vi si connetteranno automaticamente, andando in crash e riavviandosi talmente in fretta che non ci sarà modo di accedervi e spegnere il Wi-Fi. Immaginate cosa potrebbe fare un attacco del genere per esempio a Wall Street o in un centro commerciale o un ristorante: zittirebbe tutti gli iPhone, ma probabilmente farebbe imprecare rumorosamente i loro proprietari.

L’attacco è selettivo per i dispositivi iOS; gli Android e Windows Phone ne sono immuni. Skycure sta già collaborando con Apple per risolvere il difetto, ma nel frattempo è prudente tenere spento il Wi-Fi del proprio telefonino quando non si è vicini alla propria rete Wi-Fi fidata.