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Perché mai mi dovrebbero rubare la rubrica degli indirizzi mail?

Perché mai mi dovrebbero rubare la rubrica degli indirizzi mail?

Fonte: Squawker.org.

Ultimo aggiornamento: 2018/05/28 17:30.

Una delle domande che mi capitano più spesso nelle mie conferenze pubbliche sulla sicurezza informatica di base riguarda l’incomprensione dei moventi dei criminali informatici.

Perché dovrei preoccuparmi più di tanto di proteggere il mio account social o di e-mail, mi chiedono, visto che non contiene nulla di compromettente o da nascondere? Mal che vada, se me lo rubano me ne creo un altro, tanto è gratis.

La risposta è che non si tratta di avere qualcosa da nascondere, ma di avere qualcosa da proteggere. Proteggere contro gli usi inaspettati che ne può fare un criminale informatico anche solo leggermente inventivo. Vi racconto un caso che mi è capitato di recente.

Ho ricevuto una chiamata di una signora che aveva ricevuto una mail da un conoscente, che chiamerò Mario, redatta con uno stile e un linguaggio insoliti. La signora si è accorta dell’anomalia e si è insospettita, per cui non ha aperto l’allegato alla mail ma ha chiamato direttamente Mario chiedendogli se avesse inviato lui quella mail. Mario ha risposto di no e ha aggiunto, perplesso, che stava ricevendo lo stesso genere di segnalazioni e di domande da molti suoi amici e colleghi.

Era insomma chiaro che un criminale informatico aveva ottenuto accesso alla mail di Mario e stava usando questo accesso per tentare un attacco più ampio. Non gli interessava affatto leggere le mail del conoscente, che è la cosa che viene in mente a tutti quando si pensa a una violazione di un account di posta, ma voleva semplicemente accedere alla rubrica degli indirizzi di Mario, per usarla come trampolino dal quale infettare i suoi contatti.

Questi contatti, infatti, avrebbero ricevuto una mail-trabocchetto dall’indirizzo di Mario, ossia da qualcuno che conoscono e di cui si fidano, e quindi buona parte di loro si sarebbe fidata ciecamente della mail e avrebbe aperto l’allegato al messaggio, esponendosi quindi al rischio d’infezione da parte del malware contenuto nell’allegato.

Questa è una tecnica frequentissima nel settore: il criminale si procura da prima un appiglio modesto e poi lo usa per lanciare un attacco più profondo, che gli consente di monetizzare l’appiglio iniziale. Il malware nell’allegato, infatti, era un ransomware, per cui al criminale sarebbe bastato mettere a segno, fra i tanti utenti presenti nella rubrica di Mario, una o due infezioni per ottenere un riscatto di qualche centinaio di euro.

In altre parole, dobbiamo proteggere i nostri account con password robuste e differenziate (e, se possibile, con l’autenticazione a due fattori) non soltanto per proteggere noi stessi, ma anche per proteggere i nostri amici, colleghi, familiari e conoscenti. Non dimentichiamocelo.

Videocitofono online un po' troppo pettegolo

Videocitofono online un po’ troppo pettegolo

La sicurezza dei campanelli o videocitofoni digitali è ancora tutta da inventare: si tratta di oggetti indubbiamente utili, perché consentono di vedere chi c’è alla porta tramite lo smartphone, sia quando siamo in casa sia quando siamo lontani da casa, come ho raccontato di recente, ma essendo connessi a Internet è importante assicurarsi che non abbiano difetti di progettazione che consentano a un malintenzionato di abusarne via Internet.

The Information segnala il caso del “campanello smart” della Ring, azienda acquisita di recente da Amazon per un miliardo di dollari: un uomo di Miami, in Florida, Jesus Echezarreta, dopo aver chiuso la relazione con il proprio partner, ha cambiato la password di questo campanello, eppure l’ex partner è riuscito comunque a scaricare video dal dispositivo e persino a farlo suonare nel cuore della notte. Tutto tramite smartphone.

L’azienda ha risolto questa falla a gennaio scorso, ma il difetto di progettazione era grave: se un utente era già connesso al campanello tramite l’app, il software del Ring gli consentiva di restare connesso anche dopo un cambio di password. Una progettazione intelligente, invece, avrebbe obbligato tutti a riconnettersi. È un po’ come cambiare la serratura alla porta di casa e poi scoprire che si apre anche usando le chiavi di quella vecchia.

Anche dopo la correzione apportata da Ring, comunque, i test indicano che un utente resta collegato anche fino a ventiquattro ore dopo il cambio di password. Se state pensando di installare questi dispositivi, valutate bene a chi affidarne l’accesso.

MELANI fa il punto degli attacchi informatici in Svizzera

MELANI fa il punto degli attacchi informatici in Svizzera

MELANI, la Centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione del governo svizzero, ha pubblicato a fine aprile scorso il suo ventiseiesimo rapporto (PDF) sui principali incidenti informatici del secondo semestre 2017.

Le sempre più frequenti e corpose fughe di dati, come quella epica che ha colpito Yahoo e quelle che hanno coinvolto Swisscom e Dvd-shop.ch, sono uno dei temi principali del rapporto, insieme agli attacchi a sistemi di controllo industriali.

Ci sono stati anche attacchi importanti a dispositivi medici, come gli stimolatori cardiaci, decisamente interessanti per chi si occupa di sicurezza, ma spicca sorprendentemente il fatto che vecchi malware per attacchi a conti bancari come Downadup/Conficker “rimangono i software dannosi più diffusi in Svizzera, nonostante da oltre 10 anni esista una patch per la falla di sicurezza che sfruttano.” Dieci anni. Suvvia, gente, aggiornatevi.

Ingannare Siri, Alexa, Google Assistant con comandi vocali nascosti

Ingannare Siri, Alexa, Google Assistant con comandi vocali nascosti

I dispositivi digitali dotati di riconoscimento vocale hanno una caratteristica che per molti utenti è inaspettata: “sentono” e “capiscono” in maniera molto differente da come lo facciamo noi. Di conseguenza, suoni che per noi non hanno senso, o non sono neanche udibili, possono essere usati per mandare a questi dispositivi dei comandi nascosti.

Un gruppo di studenti universitari statunitensi ha ampliato le ricerche iniziate nel 2016 e ora ha dimostrato di essere in grado di nascondere comandi vocali all’interno del rumore bianco, un particolare tipo di fruscio, simile a quello che si capta sintonizzando una radio su una frequenza dove non c’è una stazione che trasmette. L’orecchio umano sente solo fruscio, appunto, ma i sistemi di riconoscimento vocale captano i comandi e li eseguono. Nel video, un iPhone bloccato viene indotto a comporre un numero telefonico usando questa tecnica.

I ricercatori dicono di essere stati in grado di attivare Google Now per mettere il telefono in modalità aereo e di manipolare il sistema di navigazione di un’auto della Audi, di indurre uno smartphone a visitare un sito pericoloso, a fare una foto o inviare un messaggio.

Altri studiosi hanno dimostrato di poter creare frasi che al nostro orecchio sembrano dire una cosa ma che vengono interpretate in tutt’altro modo da questi dispositivi (un esempio semplice: cocaine noodles viene interpretato come OK Google), oppure canzoni che contengono messaggi “subliminali” (stavolta sul serio, non come nella leggenda metropolitana).

Questo genere di attacco è prevenibile evitando di tenere costantemente aperto il microfono dei dispositivi, cosa peraltro consigliabile anche per altre ragioni.

Ci risiamo: circola un nuovo messaggio che blocca WhatsApp

Ci risiamo: circola un nuovo messaggio che blocca WhatsApp

Credit: Sophos.

Circola un allarme per un messaggio che, se visualizzato da WhatsApp sia su Android, sia su iOS, porta alla paralisi l’applicazione e obbliga a riavviarla. Alcuni giornali dicono addirittura che il messaggio distrugge fisicamente i telefoni, ma non è vero: cosa non si fa per qualche clic pubblicitario.

Il messaggio riesce a mandare in crash WhatsApp perché contiene, oltre al testo normale, anche migliaia di caratteri di controllo che dicono “scrivi da sinistra a destra” e subito dopo “scrivi da destra a sinistra”, come richiesto per alcune lingue.

In attesa che venga rilasciato un aggiornamento di WhatsApp che corregga questa vulnerabilità, non fatevi prendere dal panico: se ricevete il messaggio (che può avere un testo qualsiasi, non solo quello indicato dagli articoli che lanciano l’allarme in modo esagerato), riavviate il telefono o l’app e cancellate il messaggio. Quando arriverà l’aggiornamento correttivo dell’app, installatelo subito.

Cosa più importante, non mandate questo messaggio ai vostri amici pensando che sia divertente. Non lo è, non vi fa diventare hacker e c’è il rischio che qualcuno vi denunci per danneggiamento e chieda risarcimenti per l’intervento di assistenza tecnica di ripristino dell’app, come è accaduto per il carattere telugu che bloccava i dispositivi iOS a febbraio scorso.

Le parole di Internet: cryptojacking

Le parole di Internet: cryptojacking

Ne avevo parlato la settimana scorsa nel Disinformatico radiofonico, ma c’è una novità: se avete notato che il vostro computer, tablet o telefonino rallenta, diventa molto caldo o fa partire le proprie ventole quando visitate un sito, fate molta attenzione, perché forse state facendo diventare ricco qualche criminale informatico. E può succedere anche visitando siti di ottima reputazione, come Youtube e persino alcuni siti governativi.

La moda del momento in campo criminale, infatti, è il cosiddetto cryptomining o cryptojacking, ossia l’inserimento, nelle pagine dei siti Web, di istruzioni che prendono il controllo del dispositivo del visitatore e gli fanno eseguire i complessi calcoli matematici che generano le criptovalute, come per esempio i Bitcoin, e depositano questo denaro virtuale nei conti dei truffatori. In pratica i criminali usano i nostri dispositivi per fare soldi per loro.

A prima vista può sembrare che per noi utenti questo sia un raggiro innocuo che non ci costa nulla, ma in realtà il surriscaldamento di smartphone e tablet li fa invecchiare precocemente e può anche danneggiarli, mentre lo sforzo di calcolo aggiuntivo imposto ai computer aumenta il loro consumo di energia elettrica e quindi pesa sulla nostra bolletta.

La novità è che pochi giorni fa è stato messo a segno un attacco di cryptojacking particolarmente audace e diffuso: alcune migliaia di siti governativi, principalmente in lingua inglese, sono stati manipolati dagli aggressori informatici per fare in modo che contenessero istruzioni che facevano generare criptovalute (Monero) ai visitatori. Fra i siti colpiti spiccano quello della sanità britannica, quello ufficiale dei tribunali statunitensi (UScourts.gov) e, ironicamente, quello dell’autorità per la protezione dei dati del Regno Unito (Information Commissioner’s Office (ICO)).

Invece di attaccare questi siti uno per uno, gli ignoti aggressori hanno attaccato uno dei loro fornitori, Browsealoud, i cui servizi informatici (i cosiddetti script) vengono inseriti direttamente nei siti in questione e vengono eseguiti quando un utente visita anche solo la pagina iniziale di uno di questi siti; poi hanno modificato le istruzioni di questi script in modo da aggiungere la generazione delle criptovalute, e hanno aspettato che gli utenti visitassero i siti colpiti. In sostanza, infettando un fornitore sono riusciti a infettare automaticamente tutti i siti clienti di quel fornitore.

Per fortuna la reazione degli esperti d’informatica è stata molto rapida e il fornitore infetto è stato isolato ed escluso, ma il successo di quest’incursione ispirerà sicuramente molti emuli, che potranno colpire per esempio attraverso un altro tipo di fornitore molto diffuso: gli inserzionisti pubblicitari.

Difendersi da questo abuso è per fortuna abbastanza semplice: un buon antivirus riconosce questo genere di attacco e lo blocca, sia sugli smartphone e tablet sia sui computer. Inoltre lo sfruttamento illecito dei nostri dispositivi termina quando smettiamo di visitare un sito infetto e chiudiamo il programma di navigazione, non lascia sui dispositivi virus o altri elementi informatici pericolosi e non ruba dati personali. Ma è comunque un furto, se non altro di energia elettrica, che arricchisce qualcuno alle nostre spalle e incoraggia i criminali a violare i siti per infettarli. Conviene quindi fare prevenzione, intanto che gli esperti predispongono soluzioni.

Ma intanto è già partita la moda successiva: la rivista online Salon.com ha deciso che chi la visita usando un adblocker per bloccare le pubblicità potrà accedere ai suoi articoli solo se acconsente all’uso del suo computer, tablet o telefonino per generare criptovalute.

Bancomat russi violabili premendo Shift cinque volte

Bancomat russi violabili premendo Shift cinque volte

Quando si pensa a violazioni informatiche di bancomat o sportelli bancari automatici in generale, ci si immagina di solito chissà quali abilità e diavolerie tecniche. Ma a volte queste cose sono incredibilmente facili, soprattutto quando chi realizza questi dispositivi non pensa a fondo alla sicurezza.

Prendete per esempio la banca russa Sberbank: i suoi bancomat usano ancora Windows XP. Funziona, che bisogno c’è di aggiornarlo? Windows XP ha sedici anni e ormai non è più supportato da Microsoft, a parte gli aggiornamenti che coprono gravi emergenze, e Microsoft consiglia di usare Windows 10 per ATM per queste applicazioni delicate, ma fa niente.

Secondo quanto raccontato da Techworm.net (che cita il blog russo Habrahabr), questi sportelli bancari automatici erano violabili semplicemente premendo il tasto Shift sulla tastiera, come mostra questo video.

Il Windows XP installato su questi bancomat, infatti, aveva abilitata l’opzione Sticky Keys (Tasti permanenti nella versione italiana), che fa parte degli ausilii per chi ha problemi di accessibilità: quando il sistema chiede di premere due tasti contemporaneamente (per esempio per digitare una lettera maiuscola o comporre un carattere speciale), con quest’opzione si possono premere i due o più tasti in sequenza, quindi anche con una mano sola.

Per richiamare questa funzione basta premere il tasto Shift cinque volte in rapida successione. A questo punto compare la Taskbar e il menu Start, e questo significa che su un bancomat con schermo tattile come quelli di Sberbank è possibile accedere a Windows e prenderne il controllo.

Lo scopritore della falla ha registrato il video dimostrativo e poi è stato responsabile: ha chiamato subito la banca per avvisare del problema e non ne ha approfittato. Ma altri avrebbero potuto farlo, anche compiendo solo un sabotaggio molto banale: sarebbe bastato togliere dallo schermo la schermata del programma di gestione delle transazioni per rendere inservibile quel bancomat alla stragrande maggioranza degli utenti.

E detto fra noi, anche sapendo come riportare un bancomat alla schermata standard, mi guarderei bene dall’inserire la mia carta di credito in un aggeggio che manifesta una vulnerabilità colossale del genere.

La banca ha successivamente corretto la falla e ringraziato il suo scopritore con un regalo molto generoso (si fa per dire): un’agenda e un portafogli.

Smart TV sempre più ficcanaso

Smart TV sempre più ficcanaso

Molte Smart TV hanno falle di sicurezza che le rendono attaccabili via Internet e raccolgono di nascosto i dati personali degli utenti, secondo i test della rivista di statunitense di difesa dei consumatori Consumer Reports.

Il problema riguarda in generale tutte le Smart TV, ma tocca in particolare i modelli di Samsung e quelli di altre marche che usano la piattaforma Roku (per esempio Hisense, Hitachi, Insignia, Philips, RCA e Sharp), che secondo Consumer Reports sono difettosi al punto che “un criminale informatico relativamente inesperto potrebbe far loro cambiare canale, riprodurre contenuti offensivi o alzare il volume […] via Internet”. Questo, agli occhi di un utente non esperto, darebbe l’impressione che il televisore sia guasto o posseduto e potrebbe causare disagi non trascurabili per esempio se il volume viene alzato al massimo o se viene sintonizzato un canale di violenza o pornografia.

La rivista precisa che queste vulnerabilità non consentono di spiare gli utenti o di rubare informazioni personali e che l’attacco richiede che il proprietario della TV venga convinto a visitare un sito apposito o a scaricare un’app confezionata dagli aggressori usando un telefonino o un laptop che è connesso a Internet tramite la stessa rete Wi-Fi usata dalla TV. Convincere gli utenti a fare queste cose è facile, con trucchi come il classico phishing tramite messaggio social o mail oppure con le pubblicità contenenti codice ostile annidate nei siti Web più disparati.

Non è tutto: queste Smart TV raccolgono montagne di dati sui loro proprietari e sulle loro abitudini d’uso e le mandano alle aziende produttrici, che si prendono il diritto di fare sostanzialmente quello che vogliono con questi dati grazie alle clausole annidate nelle condizioni d’uso del dispositivo.

Per ora l’unico modo di evitare questo problema, a parte non comprare una Smart TV e non connetterla a Internet, è cambiarne le impostazioni mangiaprivacy. Ma così facendo si perdono, senza alcuna motivazione tecnica, anche tutte le funzioni avanzate di questi televisori che li rendono appunto “smart”. Ma prossimamente la nuova normativa europea GDPR dovrebbe rendere estremamente illegali queste raccolte di dati personali e quindi è probabile che i fabbricanti cambieranno il modo di funzionare dei loro prodotti.

Spiava le persone attraverso le webcam dei Mac: bloccato e incriminato

Spiava le persone attraverso le webcam dei Mac: bloccato e incriminato

Credit: Patrick Wardle.

Phillip Durachinsky, un ventottenne residente in Ohio, è stato incriminato come autore di un malware per Mac che ha usato per oltre un decennio per spiare migliaia di vittime. Ha iniziato a farlo quando aveva quattordici anni.

Il malware, denominato Fruitfly, gli consentiva di prendere il controllo dei computer Apple che infettava, registrando dalla webcam e dal microfono, guardando cosa c’era sullo schermo, comandando mouse e tastiera e scaricando file. Ne avevo parlato a luglio del 2017, quando i dettagli del caso erano ancora riservati.

Durachinsky, secondo l’atto di incriminazione, ha usato questo suo malware per infettare e spiare migliaia di computer, rubando dati personali, informazioni bancarie, password e informazioni intime delle vittime, compresi moltissimi bambini: gli atti parlano di “milioni di immagini”. Per questo è accusato anche di produzione di pedopornografia.

Fra l’altro, Durachinsky aveva programmato Fruitfly in modo da mandargli un avviso se una delle vittime infettate digitava parole associate alla pornografia. Il suo intento, insomma, era molto chiaro.

Le intrusioni di Durachinsky sono andate avanti indisturbate per più di dieci anni: Fruitfly è stato scoperto soltanto l’anno scorso dalla società di sicurezza Malwarebytes. All’epoca Apple aveva rilasciato un aggiornamento di sicurezza per bloccare Fruitfly, ma nessuno sapeva chi fosse il suo mandante o creatore. Gli utenti che avevano aggiornato i propri Mac erano al sicuro, ma chi non si era aggiornato ed era infetto con Fruitfly continuava ad essere spiato.

Nei mesi successivi Patrick Wardle, ex dipendente NSA che oggi lavora per la Digita Security e offre strumenti di sicurezza gratuiti per Mac, ha analizzato il malware e ha scoperto come prenderne il controllo (ha trovato i nomi di dominio di riserva usati da Fruitly per comunicare con il suo padrone in caso di emergenza e li ha registrati a proprio nome, ricevendo così i dati inviati dal malware).

Wardle è riuscito a intercettare le comunicazioni fra i Mac infettati e il gestore del malware, scoprendo chi erano le vittime, e ha avvisato l’FBI, mostrando agli agenti i dettagli tecnici delle proprie scoperte. Le indagini hanno poi portato all’identificazione e all’incriminazione di Durachinsky.

Il problema è ora risolto: Fruitfly è stato disattivato e il suo autore non è più in grado di nuocere. Ma il ricercatore di sicurezza che ha snidato Durachinsky non ha parole tenere per Apple, che a suo dire era “concentrata anche sulla prospettiva di un’attenzione mediatica negativa”, rivelando “un esempio sorprendente di quali siano le priorità di Apple… Non è colpa di Apple se questo malware è entrato in tutti questi Mac… è imperativo che gli utenti Mac comuni siano consapevoli che esistono questi hacker malati e perversi che prendono di mira le loro famiglie, ma abbiamo Apple che spinge continuamente questa propaganda di marketing che dice che i Mac sono incredibilmente sicuri. Ma l’effetto collaterale è che gli utenti Mac diventano ingenui o eccessivamente fiduciosi”.

Morale della storia: i “virus” per Mac esistono e chiunque può esserne bersaglio. Meglio non credere troppo alle parole del marketing e attrezzarsi con un po’ di sana diffidenza e con un buon antivirus. Anche su Mac.

Mirai, avevano infettato 500.000 dispositivi online: ora sono rei confessi

Mirai, avevano infettato 500.000 dispositivi online: ora sono rei confessi

I responsabili di Mirai, uno degli attacchi informatici più vasti del 2016 sono stati identificati e arrestati e ora sono rei confessi.  Rischiano vari anni di carcere negli Stati Uniti.

A ottobre dell’anno scorso un enorme attacco DDOS nei confronti di Dyn, una società di servizi DNS, ha reso inaccessibili per moltissimi utenti alcuni dei siti più frequentati di Internet, come Amazon, Reddit, Netflix, Twitter, Soundcloud, Spotify, Etsy e Github. L’attacco era stato sferrato usando circa 500.000 dispositivi connessi a Internet: non computer o telefonini, ma telecamere di sorveglianza, videoregistratori digitali e router di utenti comuni, di cui gli aggressori avevano preso il controllo.

I rei confessi, secondo i documenti delle autorità statunitensi, sono il ventunenne Paras Jha, del New Jersey, e i suoi complici Josiah White (20 anni), della Pennsylvania, e Dalton Norman (21 anni) della Louisiana.

Jha e White avevano creato una società, la Protraf Solutions, che forniva servizi anti-DDOS. I due hanno stimolato le vendite dei propri servizi sferrando attacchi DDOS contro vari siti e poi contattandoli per chiedere denaro per interrompere gli attacchi o per vendere servizi di protezione che (ovviamente) solo loro potevano fornire. Norman invece usava una rete di dispositivi violati per commettere altri reati, come clic fraudolenti sulle pubblicità per generare incassi illeciti.

I tre sono stati assicurati alla giustizia, ma il codice del loro malware è in circolazione a disposizione di chiunque voglia usarlo per ripetere imprese criminose come queste.

L’uso dei dispositivi dell’Internet delle Cose per compiere reati informatici è sempre più frequente grazie al fatto che non è ancora diffusa l’abitudine di metterli in sicurezza o di considerarli vulnerabili. Mentre gli utenti si sono a malincuore rassegnati a usare antivirus e tenere aggiornati telefonini e computer, raramente pensano di dover applicare aggiornamenti di sicurezza ad altri dispositivi connessi alla Rete o a impostarli in modo meno insicuro. Queste sono le principali raccomandazioni del Department of Homeland Security statunitense sul tema:

  • le password predefinite di qualunque dispositivo connesso devono essere cambiate, perché sono facilmente reperibili online;
  • vanno installati gli aggiornamenti di sicurezza appena possibile;
  • lo Universal Plug and Play va disabilitato nei router se non è strettamente necessario;
  • i dispositivi vanno acquistati da aziende che hanno una buona reputazione di sicurezza.

Fonti aggiuntive: Cnet, Tripwire.