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Attenti a Bad Rabbit, il “coniglio malefico”

Attenti a Bad Rabbit, il “coniglio malefico”

Da qualche giorno è in circolazione un nuovo attacco informatico, denominato dai suoi creatori Bad Rabbit, che si basa sullo schema consueto del ransomware: la vittima si trova con il computer bloccato e con i propri dati cifrati e inaccessibili, e per riaverli deve pagare un riscatto.

L’attacco ha fatto vittime principalmente in Russia e Ucraìna, ma ci sono segnalazioni anche in altri paesi, come Germania, Turchia, Polonia e Corea del Sud. L’agenzia di stampa russa Interfax, l’aeroporto internazionale di Odessa e la metropolitana di Kiev hanno subìto a lungo la paralisi causata da questo ransomware, insieme a molte altre organizzazioni.

Le vittime si infettano perché girando su Internet si imbattono in siti che visualizzano un falso avviso di aggiornamento di Adobe Flash. In realtà il finto aggiornamento è il malware Bad Rabbit, che viene così installato sui computer di chi cade nella trappola.

L’infezione ha effetto soltanto sui sistemi Windows ed è in grado di diffondersi da un computer all’altro della rete locale, per cui in un’azienda basta che se ne infetti uno per mettere a rischio tutti gli altri.

Difendersi è abbastanza semplice: ignorate le richieste di qualunque sito che vi chiede di aggiornare Flash, e andate invece al sito autentico di Adobe Flash per vedere se davvero avete bisogno di aggiornarlo. Inoltre i principali antivirus, se aggiornati, riconoscono e bloccano Bad Rabbit. Se non usate Windows, Bad Rabbit non ha effetto diretto su di voi, ma può averlo sui servizi che usate, se sono basati su Windows.

La prevenzione è fondamentale, anche perché al momento non risulta che ci sia il modo di decifrare i dati una volta che sono stati cifrati da Bad Rabbit e pagare il riscatto, oltre a essere sconsigliabile perché incentiva i criminali a fare altri attacchi, non offre nessuna garanzia che i dati vengano sbloccati. Quindi fate un backup dei vostri dati e tenetelo scollegato dalla rete; installate gli aggiornamenti dei vostri sistemi operativi e delle applicazioni andando presso i loro siti ufficiali; e usate password di rete non ovvie, perché Bad Rabbit conosce quelle più diffuse.

Fonti: ZDNet, BleepingComputer, TechCrunch, Sophos.

Promemoria: se lavori per la sicurezza nazionale, non usare “admin:admin” come login e password

Promemoria: se lavori per la sicurezza nazionale, non usare “admin:admin” come login e password

Credit: Twitter/@stilgherrian.
La foto dell’aggressore
è puramente simbolica.

Se pensate di aver combinato un disastro informatico, consolatevi: è difficile che possa essere peggiore di quello combinato da un’azienda che collabora con il Dipartimento della Difesa australiano.

Stando a quanto pubblicato dal Sydney Morning Herald, l’azienda, di cui non viene fatto il nome ma è descritta come una società del settore aerospaziale con una cinquantina di dipendenti, si è fatta sottrarre circa 30 gigabyte di dati tecnici delicatissimi e dettagliati riguardanti i costosissimi nuovi caccia F-35, gli aerei di sorveglianza P-8 Poseidon, varie navi militari e munizioni di precisione.

Fra i tanti dati sottratti dagli sconosciuti incursori c’è, secondo le testimonianze raccolte, persino uno schema delle nuove navi della marina australiana così dettagliato da mostrare la disposizione delle postazioni in plancia.

L’azienda aveva una sola persona responsabile per la sicurezza informatica, non c’erano le normali misure di protezione (niente DMZ), non venivano installati gli aggiornamenti di sicurezza e la password di amministratore su tutti i server era la stessa. I servizi dell’azienda affacciati a Internet avevano ancora le password predefinite, ossia admin:admin e guest:guest. Gli intrusi sono entrati sfruttando una falla per la quale l’aggiornamento correttivo era disponibile da dodici mesi e sono rimasti nei sistemi informatici per tre mesi, saccheggiandoli, fino a quando le autorità australiane sono state allertate e sono intervenute.

Nonostante queste lacune evidenti, l’azienda era stata comunque certificata per trattare documenti governativi riservati a livello ITAR. Se vi siete mai chiesti come fanno le spie a rubare informazioni nel mondo reale, ora lo sapete: non servono tecniche da Mission: Impossible. Siamo in buone mani.

Fonti aggiuntive: ZDnet, Tripwire, ABC.

Microsoft, aggiornamenti di sicurezza importanti risolvono attacco già in corso

Microsoft, aggiornamenti di sicurezza importanti risolvono attacco già in corso

Il più recente aggiornamento di sicurezza per chi usa software Microsoft è piuttosto massiccio: risolve una sessantina di falle che riguardano Internet Explorer, Edge, Windows, Office, Skype e altro ancora. È consigliabile installare questo aggiornamento appena possibile, anche perché una delle falle corrette viene già sfruttata attivamente per attacchi informatici.

La falla in questione, la CVE-2017-11826, riguarda quasi tutte le versioni di Microsoft Office e permette a un aggressore di prendere il controllo del computer della vittima semplicemente mandando alla vittima un file Office appositamente confezionato e convincendola ad aprirlo.

Per esempio, potreste trovarvi con il computer infettato semplicemente perché avete ricevuto una mail con un allegato Word che sembrava provenire da un amico o da un cliente e avete aperto l’allegato con Word non aggiornato: una tecnica classica, che in questo caso non è ipotetica ma molto concreta, dato che sono già stati segnalati attacchi che la sfruttano e campioni di documenti infettanti.

Uno di questi, rilevato a fine settembre, mostra bene cone funzionano in concreto questi attacchi: l’aggressore ha preso di mira un numero limitato di bersagli, in modo da limitare il rischio di essere scoperto dai sistemi sentinella degli antivirus; ha creato un documento in formato RTF che a sua volta conteneva un file docx di Word. Il testo del documento era costruito su misura per essere allettante per le vittime, inducendole ad aprirlo. Una volta aperto, il documento installava un trojan con controllo remoto per rubare dati sensibili alle vittime, andando a caccia di tutti i file nei formati più diffusi usati per documenti, presentazioni e immagini (doc, docx, pdf, ppt, xls, eml, jpg, png e altri ancora) per poi inviarli via Internet al centro di comando e controllo dell’aggressore. Un sistema perfetto per procurarsi informazioni da sfruttare in seguito per attacchi mirati ai dipendenti, per esempio per convincerli a effettuare trasferimenti di denaro verso conti che sembrano quelli dei fornitori ma appartengono in realtà ai truffatori.

Conviene quindi aggiornare i prodotti Microsoft, se li usate, avere un antivirus aggiornato e comunque usare prudenza (per esempio un prodotto alternativo come Libreoffice) nell’aprire gli allegati di qualunque provenienza.

CCleaner di Avast conteneva software spione: come rimediare

CCleaner di Avast conteneva software spione: come rimediare

Ultimo aggiornamento: 2017/09/24 21:30.

CCleaner è un’applicazione molto popolare per l’ottimizzazione dei computer Windows e Mac e dei dispositivi Android, che vanta circa 130 milioni di utenti ed è stata acquisita recentemente dalla società di sicurezza informativa Avast. Ma è emerso che alcune versioni contenevano un malware decisamente pericoloso, concepito per infiltrarsi nelle reti informatiche aziendali e prenderne il controllo.

I ricercatori della Talos Intelligence (Cisco) hanno scoperto che la versione 5.33 di CCleaner, quella regolarmente distribuita e firmata digitalmente dall’azienda, era infetta. Chi scaricava CCleaner per aggiornarlo scaricava quindi anche il malware, che eludeva i controlli di sicurezza di base perché appunto l’aggiornamento era garantito dal produttore. Gli utenti colpiti sarebbero circa 2,3 milioni.

Più specificamente, chiunque abbia scaricato la versione 5.33.6162 di CCleaner oppure la versione 1.07.3191 di CCleaner Cloud, disponibili dal 15 agosto al 13 settembre scorso, dovrebbe ripristinare i propri dispositivi partendo da una copia di sicurezza. Aggiornare CCcleaner o cancellarlo non basta, dicono gli esperti di Talos/Cisco. La versione 5.34 non è pericolosa.

L’attacco, secondo le analisi, è particolarmente sofisticato e prendeva specificamente di mira grandi nomi come Intel, Google, Epson, Akamai, Samsung, Sony, VMware, HTC, Linksys, D-Link, Microsoft e Cisco, per cui si sospetta un tentativo di spionaggio industriale, forse appoggiato da un governo nazionale, effettuato infettando utenti a caso confidando che alcuni di loro avrebbero poi portato l’infezione nelle proprie aziende.



Fonti: Gizmodo, Graham Cluley, Talos, Avast.

Attacco informatico al casinò tramite.... l’acquario?

Attacco informatico al casinò tramite…. l’acquario?

Il Comandante Adama di Battlestar Galactica aveva capito tutto: le interconnessioni fra computer sono un tallone d’Achille.

La CNN racconta uno dei casi più bizzarri di attacco informatico degli ultimi tempi, messo a segno sfruttando un’interconnessione decisamente inconsueta: un acquario.

Un casinò situato in America settentrionale, di cui non è stato reso noto il nome, è stato oggetto di un’incursione informatica mirata a rubare dati. Per aggirare la sicurezza informatica del casinò, gli aggressori hanno attaccato il suo acquario smart, che era connesso a Internet per nutrire automaticamente i pesci e mantenere le condizioni ambientali adatte per i suoi ospiti.

Purtroppo l’acquario non era ben protetto informaticamente, per cui gli aggressori ne hanno preso il controllo e poi hanno usato i suoi sistemi e le sue connessioni per accedere alla rete informatica interna del casinò, trovare altri sistemi vulnerabili e penetrare più a fondo nella rete. Hanno poi utilizzato l’acquario anche per trasmettere verso la Finlandia i dati rubati, perlomeno finché non sono stati scoperti e bloccati.

Morale della storia: mai collegare a Internet dispositivi che non siano strettamente indispensabili. E se proprio sono indispensabili, collegarli usando una rete separata.

Wannacry una settimana dopo; il punto della situazione

Wannacry una settimana dopo; il punto della situazione

Ultimo aggiornamento: 2017/05/20 20:40. 

È passata una settimana dall’inizio di uno degli attacchi informatici più pesanti degli ultimi anni: il ransomware Wannacry, che ha fatto danni in tutto il mondo. Ne ho già parlato in questo articolo, ma riassumo qui le novità di questi primi sette giorni di quella che si annuncia come una convivenza a lungo termine con una serie di attacchi molto potenti.

Prima di tutto, sono a disposizione le istruzioni ufficiali su come difendersi da Wannacry fornite rispettivamente dalla Polizia di Stato italiana e dal GovCERT svizzero. In sintesi: se avete un Windows recente e aggiornato con le patch di sicurezza probabilmente non avrete problemi.

È importante sottolineare ancora una volta che questo malware, a differenza degli attacchi di ransomware abituali, si diffonde attraverso le condivisioni aperte incautamente verso Internet, senza richiedere l’apertura di allegati ricevuti via mail.

Un ricercatore, Adrien Guinet di Quarkslab, ha trovato che su Windows XP la chiave di decrittazione dei dati è a volte recuperabile se non si spegne il computer dopo l’infezione, ma XP è uno dei sistemi meno colpiti. Sulla base del suo lavoro è stato approntato WanaKiwi, un software di recupero che a quanto pare funziona anche su Windows 7, Vista, Server 2003 e Server 2008.

Un altro aspetto importante è che la vulnerabilità sta toccando anche dispositivi medicali, come quelli radiologici della Siemens:

Gli incassi in Bitcoin dei criminali informatici vengono monitorati da vari account Twitter, come @actual_ransom, e intorno a metà giornata erano arrivati a quasi 91.000 dollari suddivisi in poco meno di 300 pagamenti. Una miseria, rispetto ai danni causati, ma soprattutto una cifra intoccabile, visto che sarà difficilissimo che qualcuno accetti bitcoin provenienti dai portafogli dei criminali, che a questo punto hanno probabilmente alle calcagna gli esperti informatici dei servizi di sicurezza di mezzo pianeta.

Resta valida la raccomandazione di non pagare il riscatto, perché i criminali devono rispondere manualmente a ogni singola vittima e quindi i tempi di risposta sono lunghissimi a causa del numero elevato di vittime. 

Circolano già le prime teorie sull’identità di questi criminali, e qualcuno punta il dito verso la Corea del Nord per via di alcune analogie nel codice del malware usato, ma è decisamente poco per formulare accuse attendibili. Bruce Schneier è cautamente scettico.

In Svizzera il bilancio ufficiale è molto modesto, anche se Angelo Consoli sospetta che non tutto sia stato messo in luce adeguatamente. Per sapere quali e quanti sono i siti colpiti è possibile fare una prima ricognizione sommaria usando semplicemente Google per trovare i siti che espongono a Internet pagine Web cifrate da Wannacry, i cui file hanno quindi l’estensione wcry, come in questo esempio:

intitle:”index of” “WNCRY” site:.ch

Per cercare in altri paesi o domini di primo livello basta sostituire ch con il dominio corrispondente (per esempio it o fr o com). In Svizzera, per esempio, emerge Cash-Xpress, il cui sito pre-attacco è archiviato qui presso Archive.org e oggi versa in condizioni molto tristi:

Per una scansione più profonda occorrono altre tecniche: per esempio, si può usare Shodan per cercare i sistemi che hanno lasciato aperta verso Internet la porta 445 (un requisito per essere infettabili via Internet), dando i parametri port:445 country:ch (dove ovviamente al posto di ch si può specificare un altro paese oppure non specificare nulla e ottenere una mappa come quella mostrata in cima a questo articolo).

Combinando i dati raccolti da Shodan con questo script per nmap si può verificare quali di questi siti imprudentemente aperti sono effettivamente vulnerabili a Wannacry (perché usano Windows e non hanno installato gli aggiornamenti di Microsoft). Prima di farlo, naturalmente, verificate attentamente la legalità di effettuare una scansione di questo genere.

Secondo dati che mi sono stati forniti da chi ha fatto questo genere di scansione, al 15/5 c’erano in Svizzera circa 3000 indirizzi IP con porta 445 (SMB) aperta verso Internet e ancora ieri una trentina di questi erano vulnerabili a Wannacry; in Italia al 18/5 c’erano circa 15.000 indirizzi con porta 445 aperta, dei quali 247 ieri risultavano vulnerabili a Wannacry. I dati completi di questa scansione, con i domini corrispondenti agli indirizzi IP attaccabili, sono a disposizione delle autorità di sicurezza informatica dei rispettivi paesi qualora li trovassero utili: basta chiedermeli.

Intanto viene segnalato un altro malware che sfrutta la falla di Windows usata da Wannacry:

La tempesta, insomma, non è ancora passata e già si parla della prossima ondata: fra i grimaldelli informatici sottratti all’NSA ci sono infatti altri malware, come per esempio EsteemAudit, che si propaga in modo analogo a Wannacry attraverso le connessioni condivise di sistemi Windows non aggiornati (Financial Times; Fortinet).

Mikko Hyppönen di F-Secure spiega molto bene la dinamica di funzionamento e diffusione di Wannacry in questo video:

Malware per Mac travestito da comunicazione del fisco svizzero

Malware per Mac travestito da comunicazione del fisco svizzero

Settaggi alterati da OSX/Dok.
Credit: CheckPoint Software

Rischia di fare parecchi danni in Svizzera il nuovo malware per Mac segnalato dalla società di sicurezza informatica Checkpoint Software: non solo perché molti utenti Apple pensano di non essere vulnerabili agli attacchi informatici, a differenza di chi usa Windows ed è abituato a ritenersi attaccabile, ma anche perché usa un trucco molto efficace: finge di essere una comunicazione ufficiale delle autorità fiscali svizzere.

Il malware, denominato OSX/Dok, è molto sofisticato: è apparentemente autenticato da un certificato digitale, si adatta alla lingua utilizzata dal Mac dell’utente ed è efficace su  tutte le versioni di Mac OS X. Si diffonde via mail sotto forma di un allegato in formato ZIP che, se aperto ed eseguito, modifica il funzionamento del computer installando un nuovo certificato root e dirottando tutto il traffico attraverso un proxy server.

In questo modo i suoi gestori possono intercettare praticamente tutte le comunicazioni della vittima, comprese quelle cifrate tramite SSL. Quando ha finito la propria opera, il malware si autocancella dal computer infettato, che rimane modificato e vulnerabile.

Per sapere se si è stati colpiti da un attacco di questo genere si può andare nelle impostazioni dei proxy (nelle Preferenze di Sistema) e controllare che non siano state alterate. Per fare prevenzione è opportuno dotarsi di un buon antivirus e tenerlo costantemente aggiornato, ma soprattutto è necessario che gli utenti non aprano ed eseguano gli allegati inattesi.

Wikileaks rivela il “cacciavite sonico” della CIA per colpire i Mac

Wikileaks rivela il “cacciavite sonico” della CIA per colpire i Mac

Wikileaks ha pubblicato un altro lotto dei documenti riservati che illustrano le tecniche di intrusione informatica sviluppate e utilizzate dalla CIA, come raccontavo il 10 marzo scorso.

Questo nuovo lotto rivela varie forme di attacco specifiche per i computer della Apple. Una, in particolare, è decisamente intrigante, perché usa un accessorio apparentemente innocuo del Mac: l’adattatore Ethernet per le porte Thunderbolt, usato per connettere il computer a una rete cablata. Un oggetto che normalmente si attacca a un computer senza alcuna esitazione e senza pensare a possibili pericoli.

Ma la CIA ha trovato il modo di modificare questi adattatori per scavalcare le protezioni del Mac e installare dei programmi ostili. Chicca per i fan di Doctor Who: questa tecnica viene chiamata dalla CIA Sonic Screwdriver, ossia “cacciavite sonico”, come lo strumento multiuso usatissimo dal Dottore nella serie TV britannica. Un’altra testimonianza che gli informatici della CIA sono dei grandi appassionati di fantascienza.

Niente panico, comunque: questa tecnica funzionava solo sui MacBook costruiti fra fine 2011 e la metà del 2012, e Apple ha rilasciato da tempo degli aggiornamenti del firmware di questi computer che risolvono il problema. Inoltre va sottolineato che questo attacco richiedeva un accesso fisico al computer preso di mira e quindi non era sfruttabile via Internet, ma resta intrigante l’idea di usare le periferiche e gli accessori di un computer per attaccarli.

Un altro aspetto da notare, per chi pensa che queste fughe di notizie siano dannose o inutili perché rivelano tecniche che solo la CIA sarebbe capace di sviluppare, è che questa modalità di attacco è stata in realtà sviluppata da informatici indipendenti ed è stata poi copiata dalla CIA: qualcosa di molto simile era stato infatti presentato al raduno statunitense di esperti Black Hat nel 2012 dall’informatico che si fa chiamare semplicemente snare.



Fonte: Ars Technica.

Violazioni di massa di account Twitter in corso: prendete precauzioni

Violazioni di massa di account Twitter in corso: prendete precauzioni

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Da qualche ora è in corso una serie di violazioni di account Twitter in tutto il mondo. Sembrano violazioni fatte a caso e in maniera automatica, al ritmo di qualche decina al minuto. Sono coinvolti anche account molto popolari e verificati, da Italotreno a Eni a Forbes a Boris Becker a Justin Bieber.

Le prime indicazioni suggeriscono un possibile nesso con l’uso dell’applicazione TwitterCounter.

Per farvi un’idea della portata delle violazioni, potete seguirle in tempo reale qui su Twitter. 

Cose da fare: 

1. Guardate se avete Twittercounter fra le vostre applicazioni: https://twitter.com/settings. Se sì, revocate il suo accesso.

2. Attivate la verifica in due passaggi: https://twitter.com/settings/account. Abilitate sia Verifica le richieste d’accesso, sia Richiedi informazioni personali per reimpostare la password.

3. State calmi 🙂

2017/03/15 16:10. Intorno alle 10 di stamattina Twittercounter ha confermato di essere la fonte involontaria del problema.

Fonti aggiuntive: CNBC.

Quei titoloni su Draghi, Renzi e Monti “hackerati” sono una bufala: colpa di una pagina mancante

Quei titoloni su Draghi, Renzi e Monti “hackerati” sono una bufala: colpa di una pagina mancante

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi (Paypal/ricarica Vodafone/wishlist Amazon) per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/01/12 10:45.

Ieri c’è stato un delirio collettivo di titoli di testate giornalistiche che dichiaravano senza alcun dubbio che gli account di mail di Draghi, Renzi e Monti erano stati violati da Giulio e Maria Francesca Occhionero, colpiti da ordinanza di custodia cautelare nell’ambito del caso denominato EyePyramid. Ma queste dichiarazioni sono (almeno per ora) basate sul nulla: o meglio, sul fatto che nella versione circolante ieri dell’ordinanza di custodia cautelare per gli Occhionero mancava una pagina.

La pagina in questione era la 14, come segnalavo ieri, ed è una pagina cruciale: senza di essa, infatti, l’ordinanza sembra includere degli account di Matteo Renzi e di Mario Draghi fra quelli violati (“674 account, 29 dei quali corredati dalla relativa password”):

Stamattina ho scritto che la mancanza di quella pagina poteva trarre in inganno, e poco dopo Agi.it ha pubblicato una descrizione della pagina mancante, che spiega che l’elenco di pagina 15 (quello con i nomi di Renzi e Draghi) riguarda “account presenti nel database, benché privi di password (sottolineatura presente nell’originale). L’ordinanza completa (inclusa la pagina 14) è stata pubblicata oggi qui su Agi.it grazie al lavoro di Matteo Flora.

Senza password, i nomi degli account non valgono nulla e la mancanza della password sembrerebbe indicare che questi account non sono stati affatto violati. Il Fatto Quotidiano scrive oggi che “Nei confronti degli ex presidenti del Consiglio Matteo Renzi e Mario Monti, nonché del presidente della Bce Mario Draghi c’è stato solo un tentativo, ma non l’accesso, alle caselle di posta elettronica.” Dello stesso tenore è anche questo articolo di Agi.it.

Finora non sono emersi altri documenti d’indagine che dichiarino che gli account di Draghi, Renzi e Monti siano stati violati, per cui i titoli giornalistici che li descrivono come “spiati” sembrano decisamente infondati, prematuri ed eccessivi. Altre cariche dello Stato, comunque, sembrano effettivamente essere state violate e il tentativo di attaccare l’ENAV c’è stato, sempre stando all’ordinanza di custodia cautelare, per cui gli Occhionero sono in ogni caso accusati di reati informatici molto gravi.

La notizia, insomma, c’è ma si sgonfia notevolmente. Molte testate giornalistiche hanno dato l’impressione che queste tre personalità di spicco fossero state attaccate con successo e spiate per anni: ora tutto indica che non è affatto così.

Segnalo, per chiudere, il sunto della situazione realizzato da Stefano Zanero.