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Viviamo nel futuro: allevatori di maiali usano jammer GPS per difendersi dai droni infettanti delle gang

Viviamo nel futuro: allevatori di maiali usano jammer GPS per difendersi dai droni infettanti delle gang

Questa è probabilmente la notizia più cyberpunk dell’anno: secondo il South China Morning Post, in Cina ci sono bande criminali che usano droni per bombardare gli allevamenti di maiali con materiale infettante portatore di influenza o peste suina africana.

Gli allevatori si trovano così costretti a vendere la carne di maiale a prezzi stracciati a queste bande, che la rivendono spacciandola per sana.

Un’azienda proprietaria di questi allevamenti, la Heilongjiang Dabeinong Agriculture & Pastoral Foods, nel nordest della Cina, ha tentato una difesa altrettanto tecnologica, installando un jammer per interferire con i segnali GPS di geolocalizzazione usati dai droni per arrivare a destinazione con il loro carico contaminante.

Ma il jammer ha avuto conseguenze inattese: oltre a disorientare i droni dei criminali, ha interferito con i sistemi di localizzazione ADS-B degli aerei di linea che andavano e venivano dall’aeroporto di Harbin. Le autorità hanno ordinato all’azienda suinicola di consegnare il jammer.

Viviamo nel futuro: semplicemente non nel futuro che avevamo desiderato.

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Attivare un assistente vocale di nascosto con un laser

Attivare un assistente vocale di nascosto con un laser

Siri, Alexa, Facebook Portal e Google Home, i popolari assistenti vocali, sono vulnerabili a un attacco che sembra preso di peso da un film di fantascienza: è sufficiente puntare un raggio laser modulato (anche invisibile, se negli infrarossi) su un punto preciso dei dispositivi che incorporano questi assistenti per prenderne il controllo e impartire comandi vocali silenziosi e potenzialmente pericolosi, come “acquista questo prodotto” oppure “spegni tutte le luci e sblocca la porta d’ingresso”.

Il punto preciso da colpire corrisponde ai microfoni incorporati in questi assistenti. Questi microfoni, realizzati in tecnologia MEMS (sta per Micro-ElectroMechanical Systems), sono misteriosamente sensibili alla luce laser.

I ricercatori, composti da esperti in Giappone (University of Electro-Communications, Tokyo) e presso la University of Michigan, hanno dimostrato di essere in grado di prendere il controllo di questi assistenti anche attraverso una finestra e persino stando in un altro edificio a 70 metri di distanza dal bersaglio.

L’attrezzatura necessaria non è particolarmente complicata o costosa, e l’unica difesa attualmente disponibile è piazzare i propri assistenti vocali lontano da qualunque finestra che dia sull’esterno. Oppure fare direttamente a meno di questi assistenti.

L’attacco è particolarmente interessante non solo per la sua modalità da film, ma anche perché scavalca uno dei limiti finora presenti negli attacchi informatici a questi dispositivi, ossia la necessità per il malfattore di introdursi in casa per poterli usare in modo improprio.

Gli assistenti vocali, infatti, sono concepiti per avere la massima facilità d’uso, per cui rispondono a qualunque voce e non chiedono quasi mai password di conferma prima di eseguire i comandi. Ma i loro microfoni hanno una portata che si limita al volume dell’abitazione, per cui normalmente questa assenza di protezioni non è un problema, salvo che il “malfattore” sia un membro della famiglia (un bambino, per esempio) oppure una persona invitata in casa.

Con questa tecnica, denominata Light Commands, questo limite non c’è più. I dettagli sono raccontati presso LightCommands.com.

Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

Le parole di Internet: Warshipping

Le parole di Internet: Warshipping

Il prefisso war- (letteralmente “guerra”) è molto popolare in informatica per indicare le tecniche di attacco. Da tanti anni esiste il wardialing: l’uso di strumenti informatici per comporre numeri telefonici in modo massiccio e intensivo, per esempio per fare la scansione di un blocco di numeri e scoprire a quali rispondeva il pigolio di un fax o di un modem.

Il wardialing era particolarmente popolare sui numeri verdi, perché non costava nulla e si scoprivano cose interessanti, come il numero verde italiano dell’FBI. O perlomeno un numero verde al quale una voce molto professionale rispondeva dicendo “FBI headquarters”. Ho riappeso senza approfondire.

Con l’avvento del Wi-Fi è nato il wardriving: la tecnica di girare per le vie di una città, di solito in auto, o nelle vicinanze di un’azienda bersaglio con un laptop dotato di software che cerca le reti Wi-Fi aperte (senza password) e ne registra i nomi e le coordinate. Nel lontano 2006 un wardriving in giro per Lugano fu uno dei miei primi servizi per la Radiotelevisione Svizzera. Questo genere di scansione si fa non solo per motivi ostili ma anche per sensibilizzare l’utenza al rischio di lasciare accesso libero a tutti, e infatti oggi trovare un Wi-Fi senza password è raro.

Ora arriva un termine nuovo: warshipping. Lo ha coniato il gruppo di hacking X-Force di IBM, nel corso della conferenza Black Hat che si sta tenendo a Las Vegas, e descrive una variante del wardriving.

Il wardriving ha il difetto che la scansione va fatta aggirandosi nei dintorni del bersaglio o per una città, e questo può dare nell’occhio e non consente di entrare negli edifici per scoprire Wi-Fi interni vulnerabili non captabili da fuori. Soluzione: usare la posta.

Il warshipping (“spedizione ostile”) consiste infatti nello starsene comodamente a casa, magari addirittura in un altro paese, ma spedire per posta all’azienda bersaglio un pacco contenente tutto il necessario per effettuare la scansione delle reti Wi-Fi interne. Con l’elettronica di oggi, questo significa un oggetto composto da una batteria da telefonino, da un piccolo processore e da un trasmettitore Wi-Fi e 3G, che costa meno di cento dollari.

Essendo spedito per posta, magari all’attenzione di qualche dipendente di cui si è scoperto il nome con una banale ricerca su LinkedIn o nell’organigramma pubblicato sul sito aziendale, il dispositivo di warshipping viene accolto all’interno dell’azienza e vi rimane alcune ore prima di essere consegnato. Se poi il dispositivo è nascosto in un doppio fondo della scatola di consegna, la scatola può rimanere in azienda a lungo prima di essere smaltita.

Durante queste ore il dispositivo può rilevare tutte le reti Wi-Fi interne e ascoltarne il traffico, mandandone i dati all’aggressore tramite la rete cellulare. Il dispositivo può anche creare una rete Wi-Fi il cui nome è identico a quello della rete aziendale vera e convincere i dipendenti a collegarsi alla rete falsa dando le proprie password di accesso, e il gioco è fatto. A quel punto gli aggressori possono sferrare un attacco profondo e persistente.

Come si mitiga questo rischio? Lo spiega SecurityIntelligence: fra le sue sette raccomandazioni spiccano quelle di non accettare che i dipendenti ricevano pacchi in ufficio oppure di tenere ogni pacco in arrivo in un’area sicura dell’azienda, trattandolo come se fosse un visitatore esterno, e di educare i dipendenti a non connettersi a reti Wi-Fi che si comportano in modo anomalo.

Fonti aggiuntive: The Register, TechCrunch.

Rapporto MELANI: lo stato dell’arte degli attacchi informatici in Svizzera

Rapporto MELANI: lo stato dell’arte degli attacchi informatici in Svizzera

È uscito il ventottesimo rapporto semestrale della Centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione (MELANI) della Confederazione Svizzera, che descrive i principali incidenti informatici accaduti in Svizzera e all’estero nel secondo semestre del 2018 ed è un’ottima guida informativa per chiunque si occupi di sicurezza e voglia esempi concreti per capire le realtà dei rischi informatici. Il rapporto è disponibile anche in italiano.

Contiene davvero di tutto: dai blackout tramite dispositivi IoT all’evoluzione dell’estorsione-bluff che diceva di averti ripreso mentre guardavi video pornografici e chiedeva soldi per non diffondere il video; dalle tecniche usate dai ladri informatici per entrare negli account Office 365 e alterare le coordinate bancarie nelle fatture, in modo che le aziende facciano bonifici pensando di pagare i fornitori ma i soldi finiscano nei conti gestiti dai criminali, all’attacco informatico (fallito) al sistema automatico di gestione dell’approvvigionamento idrico di Ebikon, vicino a Lucerna. Buona lettura.

Sgominata banda internazionale di criminali informatici: 41.000 vittime, 100 milioni di dollari sottratti

Sgominata banda internazionale di criminali informatici: 41.000 vittime, 100 milioni di dollari sottratti

Dieci uomini sono stati incriminati negli Stati Uniti ed Europol riferisce che altri procedimenti sono stati avviati in Georgia, Moldavia e Ucraina in relazione al “furto organizzato e automatizzato di informazioni personali e finanziarie sensibili di decine di migliaia di persone” (Hot for Security), saccheggiando circa 100 milioni di dollari da oltre 41.000 vittime.

Le indagini hanno messo in luce la struttura del cybercrime as a service, ossia la tendenza a organizzare il crimine informatico con gli stessi schemi dei servizi legittimi.

Il capobanda, a Tbilisi, in Georgia, ha noleggiato l’accesso a un malware creato da uno sviluppatore situato a Orenburg, in Russia. Il malware, denominato GozNym, rubava le credenziali per le operazioni bancarie via Internet dai computer delle vittime.

Lo stesso capobanda ha poi reclutato online altri criminali per pubblicizzare il “servizio” di furto di credenziali e specialisti in crittografia (uno dei quali era situato in Moldavia) per cifrare il malware in modo che non venisse rilevato dagli antivirus.

Degli spammer (uno dei quali era a Mosca) hanno poi inviato centinaia di migliaia di mail di phishing alle possibili vittime. Queste mail sembravano normali comunicazioni commerciali e contenevano un allegato o un link infettante. Se il destinatario cliccava sul link, il suo computer veniva portato a un sito ostile, gestito da bulletproof hoster (che offrivano siti non raggiungibili o bloccabili dalle autorità e dagli esperti informatici) che conteneva una versione eseguibile di GozNym, che veniva scaricata sul computer della vittima per prenderne il controllo.

Infine entrava in gioco un casher, ossia uno specialista che accedeva ai conti bancari delle vittime grazie alle credenziali rubate da GozNym ed effettuava bonifici verso conti correnti controllati da complici.

Contrariamente a quello che molti pensano, il crimine informatico non è gestito da dilettanti, e questo caso lo dimostra molto chiaramente. Proteggiamoci usando non solo un buon antivirus ma anche comportamenti sicuri, come l’uso di app fornite dalla propria banca al posto di un browser e soprattutto un po’ di sana paranoia.

Studente usa una chiavetta USB killer sui computer del suo college

Studente usa una chiavetta USB killer sui computer del suo college

Forse non tutti sanno che esistono delle cosiddette “chiavette USB killer”: dei dispositivi a forma di chiavetta USB che emettono una potente scarica elettrica in grado di danneggiare irreparabilmente un computer nel quale siano stati inseriti.

Queste chiavette contengono dei condensatori che si caricano usando la corrente del dispositivo nel quale sono inserite e poi si scaricano di colpo, sovraccaricando le linee dati con una scossa a tensione elevata (fino a 220 V).

Lo sapeva di certo il ventisettenne Vishwanath Akuthota, oggi ex studente del College of Saint Rose ad Albany, nello stato di New York. In tribunale si è infatti dichiarato colpevole di aver distrutto o tentato di distruggere ben 66 computer del suo campus, per un valore di alcune decine di migliaia di dollari, usando appunto su di essi una chiavetta USB killer a febbraio di quest’anno.

Akuthota rischia ora fino a dieci anni di carcere e una sanzione di circa 250.000 dollari, oltre a dover risarcire i danni che ha causato.

Le ragioni del gesto dell’ex studente sono ignote, mentre è invece ben nota la straordinaria tecnica investigativa usata dagli inquirenti per dimostrare la colpevolezza di Akuthota: l’ex studente si è videoregistrato con il suo iPhone mentre inseriva la chiavetta nei computer. Un piano ben studiato, insomma.

I dettagli del caso sono stati pubblicati dal Dipartimento di Giustizia, dall’FBI e dal Dipartimento di Polizia di Albany.



Fonti aggiuntive: The Register, The Verge.

Asus, utenti attaccati tramite aggiornamenti di sistema; come rimediare

Un attacco informatico molto strano ha colpito i computer Windows di Asus tramite gli aggiornamenti dei driver e del firmware. Qualcuno ha preso il controllo dei server di aggiornamento e ha iniettato nel sistema di aggiornamento del malware che si è propagato poi ad alcune migliaia di computer degli utenti. L’analisi dell’attacco è ancora in corso, ma sembra che il bersaglio sia un numero ristrettissimo (circa 600) di computer di questa marca.

Se volete saperne di più e soprattutto scaricare e usare il software predisposto da Asus per la verifica contro questo attacco, potete leggere il comunicato dell’azienda e queste info di Tripwire, Graham Cluley e Motherboard.

Storia di un attacco informatico a un gestore di bancomat: quanto conta la psicologia

Storia di un attacco informatico a un gestore di bancomat: quanto conta la psicologia

Ultimo aggiornamento: 2019/01/28 22:20.

Redbanc, la società che gestisce la rete interbancaria dei bancomat in Cile, è stata attaccata, probabilmente da intrusi legati a un governo straniero, con una tecnica che è meglio conoscere per evitare di esserne vittima.

Tutto è cominciato con un annuncio su LinkedIn che offriva posti di lavoro per sviluppatori. Un dipendente di Redbanc ha risposto all’annuncio e ha tenuto un colloquio preliminare via Skype con l’azienda che aveva pubblicato l’offerta di lavoro. Durante il colloquio, gli interlocutori hanno inviato via Skype al dipendente un link a un file denominato ApplicationPDF.exe. Il dipendente lo ha aperto.

Il nome del file faceva pensare a un modulo da compilare, e in effetti sullo schermo del dipendente è comparsa una finestra di dialogo nella quale immettere i suoi dati, ma si trattava in realtà di un malware, PowerRatankba, descritto in dettaglio dalla società di sicurezza informatica Flashpoint.

Il dipendente ha eseguito il malware su un computer collegato alla rete di Redbanc, dandogli così la possibilità di esplorare in lungo e in largo la rete aziendale. Dopo qualche tempo la sicurezza interna dell’azienda ha scoperto l’intrusione e l’ha bloccata, ma ha dovuto annunciare pubblicamente il misfatto, con grave imbarazzo e una pessima figura.

L’aspetto interessante di questo attacco è il canale usato per recapitare il malware: se fosse stato il solito allegato a una mail, probabilmente il dipendente si sarebbe insospettito, perché ormai è noto che gli allegati alle mail possono essere pericolosi. Ma un colloquio via Skype ha invece stabilito un rapporto personale e ha messo il dipendente sotto pressione psicologica: chi se la sentirebbe, durante un colloquio per un possibile nuovo impiego, di esprimere dubbi sulla credibilità dell’azienda interlocutrice e rifiutarsi di compilare un modulo? Tutto questo ha abbassato le difese del malcapitato.

Siate prudenti, specialmente se lavorate in un settore vitale come quello dei sistemi bancari.

Violato il sito dell’Ordine Ligure dei Giornalisti

Violato il sito dell’Ordine Ligure dei Giornalisti

Stamattina, grazie a una segnalazione, ho visto che il sito dell’Ordine Ligure dei Giornalisti (www.odg.liguria.it) era in queste condizioni:

Era non solo esplorabile in lungo e in largo da chiunque, ma probabilmente anche modificabile, a giudicare da quest’altra schermata:

Volevo avvisare i gestori del sito, ma non avevo i loro contatti, così sono andato su Archive.org alla ricerca di una versione del sito non alterata e l’ho trovata:

Quando li ho chiamati al telefono, erano consapevoli che il sito “non funziona[va]” e il responsabile informatico era già stato allertato.

Ora il sito è come vedete qui sotto e quindi ne posso parlare:

Non si sa nulla degli aggressori, delle loro tecniche (anche se gli esperti mi dicono che si tratta di un classico WSO e che ci sono ancora vulnerabilità residue) o dei danni causati dall’attacco.

Il fatto che si tratti di un sito di giornalisti può indurre una certa preoccupazione, di questi tempi, ma può anche darsi che sia semplicemente un attacco fatto a caso. Il fatto che il sito fosse (a quanto sembra) accessibile e modificabile da chiunque, e violato in modo così apertamente visibile, fa pensare a un attacco dilettantesco e casuale più che a un’incursione mirata. Se avete informazioni in proposito, contattate la Polizia Postale.

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Telecamere via Internet vulnerabili, alcune mandano da sole i video a qualcun altro

Telecamere via Internet vulnerabili, alcune mandano da sole i video a qualcun altro

Non è la prima volta che parlo di telecamere IP vulnerabili perché mal configurate dagli utenti che non ne cambiano le ridicolissime password predefinite o vendute con falle di sicurezza che permettono a un intruso di intercettare le immagini trasmesse. Un esempio classico arriva dalla Shenzhen Gwelltimes Technology Co., Ltd, un’azienda che produce telecamere da connettere a Internet vendute con vari marchi (tipo FREDI) e ricche di falle imbarazzanti.

Le password predefinite sono “123” e l’app Yoosee consente di gestire le telecamere senza dover cambiare queste password; le telecamere sono numerate in sequenza, per cui un aggressore può sfogliarle tutte semplicemente cambiando un numero nel link pubblico. I risultati sono inevitabili, come racconta Jamie Turman, una madre della South Carolina: ignoti hanno preso il controllo della sua telecamerina IP, usata per tenere d’occhio il figlio Noah, spiando la donna e seguendola mentre si spostava nella stanza del bambino. Si è accorta che la telecamera cambiava posizione, puntando esattamente la zona dove lei regolarmente allattava il figlio.

Questo tipo di intrusione, però, richiede che un intruso si dia da fare per trovare le telecamere vulnerabili e le violi. Ci sono marche che fanno di più: la Swann Security ha messo in commercio una di queste telecamere che manda spontaneamente i video agli sconosciuti, senza che loro debbano fare nulla.

Lo ha segnalato la BBC, e la Swann si è giustificata dicendo che due esemplari della loro telecamera sono stati fabbricati per errore con lo stesso identificativo e comunque gli utenti si sarebbero dovuti accorgere che qualcosa non quadrava quando la telecamera, durante il pairing, ha avvisato che era già abbinata a un account. Il problema dovrebbe essere stato circoscritto, ma la figuraccia probabilmente no.

Fonti aggiuntive: Engadget, Bleeping Computer, BoingBoing.

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