Venerdì scorso (4 aprile 2025) uno spettacolare ammaraggio nelle acque dell’Oceano Pacifico (non nuove a rientri sulla Terra di navicelle spaziali statunitensi, tra cui quelle indimenticabili delle missioni lunari Apollo) ha concluso la breve ma storica missione della Dragon “Resilience” con a bordo quattro astronauti non professionisti.
Chi ha assistito alle fasi finali del rientro in diretta televisiva sul canale ufficiale della NASA non ha saputo trattenere le emozioni, tanto era la chiarezza delle immagini trasmesse in 4K.
Subito dopo l’ammaraggio, avvenuto alle 18:19 ora italiana, i quattro astronauti, una volta issata la navicella sulla piattaforma di recupero, sono riusciti ad uscire autonomamente dalla Dragon, anche se con qualche comprensibile difficoltà ma sorridenti: anche questo era uno dei tanti esperimenti compresi nel breve volo durato tre giorni, 14 ore e 32 minuti.
Durante il volo a bordo della “Resilience” nella missione “Fram-2”, così denominata in onore della nave norvegese che effettuò i primi viaggi pionieristici nell’Artico e in Antartide tra il 1893 e il 1912, l’imprenditore cinese ma naturalizzato maltese Chun Wang, la regista norvegese Jannicke Mikkelsen, l’esploratore australiano Eric Philips e l’ingegnere tedesca Rabea Rogge, oltre ad aver sorvolato i poli dall’orbita terrestre (per primi nella storia dell’esplorazione spaziale umana), hanno compiuto più di venti esperimenti scientifici. I più importanti: la prima radiografia del corpo umano nello spazio, lo studio della regolazione del glucosio in microgravità e la possibile coltivazione dei funghi in un ambiente di microgravità.
Una immagine dalla Dragon “Resilience” durante un sorvolo di un polo terrestre.
Lo “splashdown” della Dragon nelle acque dell’Oceano Pacifico al termine di una missione di quasi quattro giorni in orbita polare.
Venerdì scorso sono stato ospite della trasmissione Patti Chiari della Radiotelevisione Svizzera per parlare di due tipi di truffa che sono diventati molto diffusi: il furto di denaro tramite codici QR ingannevoli e il furto di auto tramite le rispettive app di gestione.
La puntata è visionabile qui oppure qui sotto (salvo georestrizioni che mi segnalano alcuni commentatori):
Aggiungo qualche link utile per inquadrare meglio i due casi:
Il test per sapere se siete in grado di riconoscere un messaggio fraudolento
La pagina di Tesla che spiega (in italiano) come funziona l’autenticazione a due fattori (o autenticazione a più fattori, come la chiama Tesla) sulle sue auto (e anche sulla mia)
Sottolineo, per maggiore chiarezza, che l’autenticazione a due fattori non va confusa con il PIN di sblocco dell’auto, il cosiddetto PIN to Drive. L’autenticazione protegge l’accesso all’account usato per gestire l’auto tramite l’app; il PIN di sblocco protegge l’auto contro il furto perché è un PIN che va digitato sullo schermo dell’auto, nell‘abitacolo, per consentirne la guida.
Domani, 5 aprile 2025, ricorre il cinquantesimo anniversario della prima missione spaziale con rientro d’emergenza durante le fasi del lancio.
Il disastro sfiorato accade durante l’inizio dell’ascesa verso gli strati alti dell’atmosfera della Soyuz 18 (successivamente ribattezzata Soyuz 18-A), a bordo della quale si trovano Vasili Lazarev e Oleg Makarov. Obiettivo della diciassettesima missione di una Soyuz con equipaggio è il raggiungimento e l’aggancio al laboratorio Salyut 4, che si trova in orbita dal 26 dicembre 1974 ed è già stato visitato dal precedente equipaggio della Soyuz 17.
Il lancio avviene la mattina del 5 aprile 1975 dal Cosmodromo di Baikonur, nel Kazakistan, allora facente parte all’Unione Sovietica (diventerà indipendente nel 1992 dopo lo scioglimento dell’URSS); Lazarev e Makarov sono alla loro seconda impresa spaziale, avendo già volato insieme durante la missione Soyuz 12 nel settembre del 1973.
L’inizio del volo verso gli alti strati dell’atmosfera fila liscio come l’olio, ma al momento previsto per la separazione del secondo stadio, ormai esaurito, dal terzo, quattro minuti e 48 secondi dopo il decollo e ad una quota di 145 km, il distacco non avviene nella maniera corretta: il motore del terzo stadio, indispensabile per raggiungere l’orbita terrestre, si accende quando il secondo stadio è ancora agganciato ad esso.
Fortunatamente la spinta del motore del terzo stadio spezza gli agganci che ancora tengono uniti i due veicoli; a questo punto la forte sollecitazione fa deviare pericolosamente il complesso spaziale dalla prevista traiettoria di volo. A causa del guasto tecnico, e avendo rilevato l’anomalia, il sistema di guida automatico della Soyuz attiva il programma di “abort”: l’interruzione di emergenza durante una fase di lancio. È la prima volta nella storia della esplorazione spaziale umana che questo accade.
Al momento dell’avaria, la “torre di salvataggio” collocata all’estremità del razzo A-2 era già stata sganciata ed è quindi necessario attivare il motore principale della Soyuz, separando dapprima il veicolo dal terzo stadio e successivamente dal modulo orbitale e quello di servizio.
Avvenuto ciò, il ritorno verso la Terra della navicella è alquanto drammatico: essendo accelerata fortemente la sua discesa, i due cosmonauti subiscono una decelerazione di 21,3 g invece dei 15 g previsti per queste situazioni di emergenza. Fortunatamente, nonostante il sovraccarico di pressione alla quale viene sottoposta la Soyuz, a pochi chilometri dal suolo i paracadute si dispiegano perfettamente, frenando la navicella e garantendo il ritorno sulla Terra dei due cosmonauti dopo soli 21 minuti e 27 secondi di volo.
Tutto bene dunque per i cosmonauti; i due rientrano a terra sani e salvi, come rilanciano le principali fonti giornalistiche sovietiche nel dare notizia al paese e al mondo dell’avvenuto incidente. Ma a dispetto delle dichiarazioni ufficiali, come ricorda il sito Almanacco dello Spazio di Paolo Attivissimo alla data 5 aprile, i guai di Lazarev e Makarov non sono finiti: la capsula cade su un pendio innevato e rotola verso uno strapiombo alto 150 metri, finché i paracadute s’impigliano nella vegetazione e trattengono il veicolo spaziale.
L’equipaggio si trova immerso nella neve alta fino al petto e a -7 °C, per cui indossa l’abbigliamento termico d’emergenza. Inizialmente teme di essere finito in territorio cinese, in un momento in cui i rapporti fra Unione Sovietica e Cina sono molto ostili, e quindi si affretta a distruggere i documenti riguardanti un esperimento militare che si sarebbe dovuto svolgere durante la missione.
In realtà l’atterraggio è avvenuto in territorio sovietico, a sud-ovest di Gorno-Altaisk, circa 830 km a nord del confine con la Cina e a circa 1500 km dalla base di lancio, ma i cosmonauti non lo sanno fino a quando viene conseguito il contatto radio con un elicottero di soccorso, il cui equipaggio li informa sul luogo di atterraggio. Lazarev e Makarov sono in patria, ma la zona è talmente impervia che non vengono recuperati fino all’indomani.
Inizialmente le autorità sovietiche dichiarano che i cosmonauti non hanno subito lesioni, ma emergerà poi che Lazarev ha subito traumi a causa dell’elevatissima decelerazione. Makarov, invece, tornerà a volare con le Soyuz 26, 27 e T-3.
La censura sovietica nasconde la serietà dell’incidente all’opinione pubblica nazionale fino al 1983: all’indomani del lancio i giornali russi si limitano a scrivere in seconda pagina, con un titolo piccolo e blandissimo (“Comunicato dal centro di controllo del volo”) che lo fa passare pressoché inosservato, che “durante il percorso del terzo stadio del razzo i parametri della traiettoria hanno deviato da quelli prestabiliti e un meccanismo automatico ha fatto interrompere il volo, distaccando la cabina spaziale in modo che scendesse a terra. L’atterraggio morbido è avvenuto a sud-ovest di Gorno-Altaisk (Siberia occidentale). I servizi di ricerca e soccorso hanno ricondotto al cosmodromo i due cosmonauti, che stanno bene”.
Gli Stati Uniti, invece, vengono avvisati sommariamente il 7 aprile, dopo il recupero dell’equipaggio, ma chiedono maggiori chiarimenti, perché sono in corso i preparativi per una storica missione spaziale congiunta fra russi e americani, l’Apollo-Soyuz Test Project, che dovrà decollare tre mesi dopo.
Nella storia dei voli spaziali umani dal 1961, a tutto il mese di marzo 2025, ci sono stati altri tre “abort”, interruzioni improvvise di un volo con equipaggio poco dopo il lancio. A quel primo della Soyuz 18-A si sono aggiunte altre due missioni sovietiche/russe: Soyuz T-10A (settembre 1983) e Soyuz MA-10 (ottobre 2018). Anche in questi casi i cosmonauti a bordo sono rientrati a terra sani e salvi. Ben più tragico l’unico “abort” di una missione della NASA, l’esplosione della navetta Shuttle “Challenger” dopo 73 secondi dal lancio, con la morte dei sette astronauti a bordo.
I due sfortunati cosmonauti della missione Soyuz 18-A Oleg Makarov (a sinistra nella foto) e Vasili Lazarev. (fonte: Spacefacts).
La notizia del fallimento del lancio della Soyuz a pag. 12 del quotidiano con uscita pomeridiana Stampa Sera, datato 7 aprile 1975 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
Il mancato raggiungimento in orbita della Soyuz di Makarov e Lazarev nell’edizione del mattino de “La Stampa” dell’8 aprile 1975 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
Massimo Polidoro, amico e collega da una vita, mi ha invitato a partecipare al suo Gomitolo Atomico e ne è venuta fuori una bella chiacchierata sulla scienza, lo spazio, la vita (extraterrestre) e tutto quanto (cit.), parlando anche di Niente panico, per ora, la traduzione italiana dell’autobiografia dell’astronauta lunare Fred Haise di Apollo 13 (edita da Cartabianca Publishing). Il link diretto alla puntata su YouTube è questo.
Autocorrezioncella: il motto della missione Apollo 13 è Ex Luna, Scientia, non ex astris scientia come dico nel podcast.
Puntuale sulla tabella di marcia è partita dal Centro spaziale Kennedy questa notte, quando in Italia erano le 03:46 di martedì primo aprile 2025, la navicella spaziale Dragon “Resilience” con a bordo due uomini e due donne. Il distacco è avvenuto dalla storica rampa di lancio 39-A, la stessa che ha visto partire le missioni umane verso la Luna nel corso del programma Apollo negli anni sessanta e settanta del secolo scorso.
La partenza, come sempre quando si tratta di un lancio notturno, è stata spettacolare e per alcuni istanti il propellente che usciva dal primo stadio del Falcon IX ha illuminato a giorno il cielo buio della Florida. Nello stato orientale americano erano infatti le 21:46.
Il volo di ”Fram 2” è una novità storica per l’astronautica: nessuna missione umana nello spazio aveva fino ad ora sorvolato i poli terrestri. I quattro astronauti non professionisti a bordo di “Resilience” (Chun Wang, imprenditore e finanziatore della spedizione, la regista norvegese Jannicke Mikkelsen, la ricercatrice tedesca Rabea Rogge e l’australiano Eric Philips, esperto guida nelle esplorazioni polari), sono i primi a viaggiare in orbita intorno alla Terra con una inclinazione di 90 gradi, consentendo un sorvolo da un’altezza superiore ai 400 chilometri dei poli Nord e Sud del nostro pianeta.
Da ricordare che oltre alle osservazioni e allo studio delle due regioni polari verrà effettuata all’interno della Dragon una serie di esperimenti scientifici sugli effetti della microgravità sul corpo umano e verrà realizzata, per la prima volta, una radiografia su un essere umano nello spazio.
Il rientro a Terra della Dragon “Resilience” è previsto per la giornata di venerdì 4 aprile dopo cinque giorni di permanenza nello spazio.
Questo è il testo della puntata del 31 marzo 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
Il crepitio dei tasti di un programmatore che scrive codice per comporre un programma è probabilmente uno dei suoni più caratteristici dell’informatica. Da decenni, saper programmare significa avere pieno potere, avere la facoltà di far fare quello che si vuole al computer o tablet o telefono che sia, poter creare app, senza dover dipendere da nessuno. Ma quel potere richiede studio e impegno: bisogna imparare i linguaggi di programmazione, ciascuno con una sintassi e delle regole differenti, e per molte persone questo non è facile o è semplicemente impossibile. Programmare resta così un’arte praticata da pochi e ammirata a rispettosa distanza dai più.
Tutto questo, però, sta forse per cambiare improvvisamente. Se state pensando di diventare programmatori o sviluppatori, o se siete genitori e pensate che far studiare gli arcani incantesimi della programmazione sia la strada maestra per una carriera informatica garantita per i vostri figli, ci sono due parole che vi conviene conoscere: vibe coding.
Sono due parole che sono state abbinate per la prima volta solo due mesi fa e stanno già trasformando profondamente il modo in cui si crea il software. Non lo si scrive più tediosamente riga per riga, istruzione per istruzione, ma lo si descrive, in linguaggio naturale, semplicemente parlando. Le macchine fanno il resto. O almeno così sembra.
Questa è la storia, breve ma intensa, del vibe coding, di cosa significa esattamente, di chi ha coniato questo termine, e del perché tutti i grandi nomi dell’informatica stanno correndo per reinventarsi, per l’ennesima volta, inseguendo questo mantra.
Benvenuti alla puntata del 31 marzo 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Questa storia inizia esattamente il 3 febbraio scorso, quando in Europa è passata da poco la mezzanotte. Andrej Karpathy, ex direttore per l’intelligenza artificiale di Tesla, cofondatore di OpenAI (quella di ChatGPT, per intenderci) e una delle menti più influenti nel settore, pubblica su X un post nel quale descrive un nuovo modo di scrivere codice di programmazione usando toni quasi poetici, perlomeno per un informatico: lui si “abbandona alle vibrazioni” e “dimentica persino che esiste il codice”. Karpathy crea programmi parlando ad alta voce, “praticamente senza mai toccare la tastiera”, dice, lasciando che il riconoscimento vocale e l’intelligenza artificiale traducano le sue istruzioni verbali in righe di codice di programmazione.
Karpathy descrive il concetto generale, il cosiddetto vibe, la “vibrazione” appunto, di quello che vuole ottenere,e lascia che sia il computer a fare il lavoro di manovalanza: quello di trasformare quel concetto in software, ossia di fare il coding, la scrittura del codice secondo le regole del linguaggio di programmazione desiderato.
Senza volerlo, Andrej Karpathy ha coniato un termine, vibe coding, che di colpo ha dato un nome facile e accattivante a una tendenza già in atto nel mondo della programmazione da quando è diventato evidente che le intelligenze artificiali sono in grado di generare codice di programmazione con la stessa facilità con la quale generano testi, suoni e immagini.
E così milioni di tastiere crepitanti sono cadute, quasi all’unisono nel silenzio, abbracciando il vibe coding. Le aziende cercano disperatamente i vibe coder, ossia le persone capaci di generare in poche ore fiumi di codice che prima avrebbero richiesto giorni o settimane. I programmatori tradizionali si sentono improvvisamente come un calamaio di fronte a una biro.
Questo modo di scrivere software, di creare gli elementi fondamentali che determinano il funzionamento di tutti i dispositivi elettronici che usiamo, dai televisori alle automobili, dalle macchine per radiografie ai sistemi di gestione della contabilità, della sanità e del fisco, è un cambiamento enorme.
La maniera tradizionale di sviluppare codice richiede la conoscenza dettagliata dei linguaggi di programmazione e della loro pignola, implacabile sintassi. Una lettera fuori posto, una parentesi di troppo o una di meno, un parametro indicato nell’ordine sbagliato, e non funziona più niente. Ma l’intelligenza artificiale sta cambiando questo approccio, introducendo degli assistenti alla creazione di codice che sono in grado di interpretare la descrizione di un problema, espressa in parole comuni (anche in italiano), e generare del codice che funziona.
Non c’è più bisogno di studiare e ricordare tutti i vari linguaggi informatici: basta esprimersi in modo naturale in una sola lingua, quella che si usa tutti i giorni. Programmare non è più un’arte oscura riservata a una élite, ma arriva alla portata di tutti.
Le persone che hanno idee creative ma non hanno esperienza di programmazione possono ora creare dei prototipi descrivendo a un’intelligenza artificiale cosa hanno in mente. Come dice sempre Andrej Karpathy nel suo ormai storico post, “non sto scrivendo codice – semplicemente vedo cose, dico cose, eseguo cose, e copio e incollo cose, e grosso modo funziona”.
Chi ha esperienza di sviluppo e programmazione, invece, può usare questi strumenti per automatizzare le parti ripetitive della creazione di un programma e diventare più veloce. Le porzioni standard di un software, cose come per esempio una finestra di immissione di dati o di conferma di un codice di accesso, vengono generate dall’intelligenza artificiale, mentre lo sviluppatore si concentra sulla progettazione generale ad alto livello, riducendo drasticamente i tempi di lavoro.
Ma in pratica come funziona tutto questo?
Il vibe coding è un duetto: le persone forniscono istruzioni, descrizioni e obiettivi usando il proprio linguaggio naturale, e gli strumenti di intelligenza artificiale, che sono stati addestrati alimentandoli con enormi quantità di codice e di informazioni di programmazione, traducono tutto questo in una prima bozza di codice.
Le istruzioni fornite sono estremamente semplici e intuitive: cose come “crea un sito che gestisca le prenotazioni, dove i clienti possono vedere quando io sono disponibile e pianificare gli appuntamenti. Il sito deve mandare e-mail di conferma e di promemoria”. Tutto qui. A tutto il resto provvede l’intelligenza artificiale.
È un modo di lavorare iterativo e interattivo, che avanza per affinamenti progressivi: la persona prova la prima bozza e poi chiede alla IA di modificare il codice, descrivendo sempre in linguaggio naturale cosa deve cambiare: per esempio come deve comportarsi il programma se l’utente immette un valore non ammesso e cosa va visualizzato sullo schermo. La persona prova questa seconda bozza e la affina ancora descrivendo le modifiche da fare, e la IA le fa. Il ciclo continua così fino a che il software funziona e il creatore è soddisfatto del risultato. Dato che l’intelligenza artificiale scrive il codice molto più velocemente di qualunque essere umano, è facile effettuare varie passate di affinamento in pochissimo tempo.
L’intelligenza artificiale è anche in grado di correggere eventuali difetti nel codice che ha generato. Quando un software non funziona correttamente, produce un messaggio di errore. Nel vibe coding, il creatore di programmi (che è difficile definire programmatore a questo punto) non analizza l’errore come farebbe tradizionalmente: copia e incolla il messaggio di errore nella chat che sta facendo con l’intelligenza artificiale e lascia che sia questa IA a leggerlo e a trovare e applicare la soluzione opportuna. Anche perché nel vibe coding la persona che sta creando il programma spesso non conosce il linguaggio di programmazione usato e quindi non è in grado di capirne gli errori e correggerli.
Le intelligenze artificiali da adoperare per fare queste cose possono essere specialistiche, come GitHub Copilot, Windsurf AI, Replit e Cursor, oppure intelligenze artificiali generaliste come ChatGPT e Claude, per esempio, che sono in grado di generare anche codice di programmazione.
Ovviamente alle aziende tutto questo fa molta gola, perché promette di ridurre tempi e costi. Con il vibe coding, argomentano, non servono squadre di costosi e supercompetenti programmatori, ma è sufficiente pagare una sola persona con qualifiche più modeste e con pretese economiche altrettanto modeste.
Dario Amodei, fondatore e CEO di Anthropic, l’azienda che ha sviluppato Claude, dice che “non siamo lontani – ci arriveremo fra tre o sei mesi – da un mondo nel quale l’intelligenza artificiale scrive il 90% del codice. Fra dodici mesi potremmo trovarci in un mondo nel quale la IA scrive praticamente tutto il codice.”
I sostenitori di questo nuovo modo di programmare citano come esempio di successo del vibe coding il fatto che il giornalista del New York Times Kevin Roose, che non è un esperto di programmazione, è riuscito a creare numerose applicazioni usando questa tecnica e lo ha raccontato in un seguitissimo articolo.
Un altro esempio molto popolare è il sito fly.pieter.com, che contiene un gioco online (un simulatore di volo molto schematico) che stando al suo creatore, Pieter Levels, guadagna oltre 50.000 dollari al mese vendendo spazi pubblicitari all’interno del mondo virtuale nel quale si svolge l’azione. L’intero gioco è stato realizzato da Levels, da solo e usando l’intelligenza artificiale come assistente, in mezz’ora. Un risultato inimmaginabile con i metodi tradizionali.
Su Internet fioriscono siti che tentano di imitare il successo di Pieter Levels creando in poco tempo videogiochi giocabili anche se poco raffinati, nella speranza di guadagnare qualche soldo. Ma Levels è stato il primo e ha un seguito molto grande sui social network che può proporre ai suoi inserzionisti, mentre chi arriva dopo e lo imita non ha nulla di tutto questo, per cui ha ben poche probabilità di monetizzare la sua pur modesta fatica.
In ogni caso il vibe coding sembra funzionare. Ma prima di buttar via i manuali di programmazione e pensare che basti saper parlare per poter creare programmi, ci sono alcune cose da sapere. Come al solito, quello che sembra troppo bello per essere vero finisce prima o poi per dimostrare di non essere vero.
Il primo problema di questa nuova mania della Silicon Valley è la sua filosofia di base: il creatore del codice non solo non ha bisogno di capirlo, ma anzi capirlo è proprio contrario all’essenza del vibe coding: in realtà non deve essere un creatore ma un utente del codice, e deve accettare quel codice generato dalla IA senza capirlo appieno, altrimenti sta facendo solo programmazione assistita. E questo requisito di non comprendere il codice significa che se il programma non funziona e l’intelligenza artificiale non riesce a sistemarlo, l’aspirante creatore è incapace di intervenire.
Il secondo problema deriva dal primo: anche se il programma creato con il vibe coding sembra funzionare nella maggior parte dei casi, può contenere errori o difetti nei suoi princìpi di funzionamento che emergono solo in casi specifici. Può contenere falle di sicurezza, e modificarlo per manutenzione o aggiornamento è rischioso. Senza una costosa analisi esperta di come funziona, è impossibile sapere come intervenire, e far fare l’intervento all’intelligenza artificiale significa rischiare di introdurre ulteriori errori e incognite, perché la IA non “capisce” in senso stretto cosa sta facendo ma si limita a generare codice statisticamente probabile nel contesto.
Questo è un approccio che può andar bene per creare da zero un prototipo di software, a scopo dimostrativo, qualcosa di semplice per uso personale. Ma gran parte del lavoro degli ingegneri informatici non è di questo genere. Di solito si tratta di interventi su software complesso e preesistente, nel quale la comprensione e la qualità del codice sono fondamentali. Per intervenire su un software di contabilità, per esempio, bisogna capirne non solo il linguaggio informatico, ma anche i princìpi contabili sui quali si basa. E questo l’intelligenza artificiale attuale non lo fa.
Per fare un paragone, il vibe coding applicato a un software già esistente è l’equivalente di un idraulico che invece di studiarsi e capire lo schema dell’impianto sul quale deve intervenire sa che nella maggior parte dei casi che ha visto nella sua carriera le cose miglioravano chiudendo a metà le valvole sui tubi di mandata dispari. Non sa perché, ma di solito funziona. Affidereste il vostro impianto idraulico di casa, o quello di un’intera azienda o di un intero paese, a qualcuno che lavorasse in questo modo?
Probabilmente no. Eppure è esattamente quello che vuole fare Elon Musk, nel suo nuovo ruolo politico, con uno dei software più complessi e ingarbugliati del pianeta: quello che gestisce la previdenza sociale delle persone residenti negli Stati Uniti. Questo software è composto da oltre 60 milioni di righe di codice scritto in COBOL, che è un linguaggio di programmazione creato settant’anni fa, e da milioni di ulteriori righe scritte in altri linguaggi ormai arcaici. L’ultimo aggiornamento importante dei suoi componenti centrali risale agli anni Ottanta del secolo scorso.
Questo è il software che gestisce, fra le altre cose, i pagamenti di previdenza sociale erogati a oltre 65 milioni di persone. Metterci mano senza un’analisi preliminare molto attenta, senza una profonda comprensione del codice che permetta di capire gli effetti a catena di qualunque modifica, significa rischiare di interrompere i pagamenti a milioni di persone che dipendono dalla propria pensione per vivere. Nel 2017 l’agenzia per la previdenza sociale statunitense, che è responsabile di tutto questo sistema, aveva stimato che un ammodernamento dei suoi componenti centrali avrebbe richiesto circa cinque anni. Elon Musk ha dichiarato che vuole farlo nel giro di pochi mesi. Ma l’unico modo per farlo in tempi così stretti è usare l’intelligenza artificiale e rinunciare alle analisi e ai collaudi che normalmente si fanno in situazioni come questa. Cosa mai potrebbe andare storto?
Morale della storia: il vibe coding è un’idea interessante, applicabile in alcuni casi quando le conseguenze di un errore di programmazione non sono gravi e si vuole creare un prototipo che “grosso modo funzioni”, per citare le parole di Andrej Karpathy, ma non può per ora sostituire la competenza di un essere umano che conosce i linguaggi di programmazione e comprende la logica che sta dietro qualunque programma. Non è ancora giunto il momento di buttare via i libri e i manuali, insomma.
Pochi giorni fa ho chiesto a uno sviluppatore che ho incontrato cosa ne pensasse di questa moda del vibe coding, e lui mi ha detto che ne è entusiasta. Non perché lo usi, ma perché sa che avrà più lavoro di prima: quello necessario per correggere i disastri combinati da chi lo usa pensando che ignoranza più IA equivalga a conoscenza, competenza e intelligenza.
È andata in onda stamattina alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.
Centro spaziale Kennedy. È previsto quando in Italia sarà piena notte (il conto alla rovescia dovrebbe terminare alle 03:46 di martedì 1 aprile 2025 salvo inconvenienti tecnici o meteorologici dell’ultimo momento) il lancio dalla storica rampa di lancio 39-A della Dragon “Resilience” con a bordo un equipaggio di quattro persone in una missione denominata “Fram-2”. Per la storia dell’Astronautica è questa la prima missione spaziale con equipaggio in orbita polare.
“Fram-2” prende il nome dalla storica nave norvegese Fram, che completò diverse spedizioni nelle regioni artiche e antartiche tra il 1893 e il 1912. I quattro futuri astronauti sono due uomini e due donne: nessuno di loro ha ancora volato nello spazio. Si tratta di Chun Wang, nato in Cina ma imprenditore maltese e comandante della missione; la norvegese Jannicke Mikkelsen, comandante di “Resilience”; l’australiano Eric Philips come pilota; e la tedesca Rabea Rogge come specialista di missione. Saranno i primi a viaggiare su un’orbita con inclinazione di 90 gradi, consentendo loro di sorvolare direttamente i poli Nord e Sud del nostro pianeta.
La capsula è dotata di una cupola per consentire l’osservazione della Terra da un’altitudine di 425 – 450 km. Oltre all’osservazione delle regioni polari, i quattro effettueranno una serie di esperimenti scientifici, tra cui alcuni studi sugli effetti della microgravità sul corpo umano; inoltre durante i cinque giorni di volo previsti sarà realizzata per la prima volta la prima radiografia di un essere umano nello spazio. La Dragon “Resilience” sarà lanciata in orbita intorno alla Terra da un razzo Falcon di SpaceX.
Tra poco andrò con la Dama del Maniero all’edizione 2025 di Starmus, il festival di scienza e musica che quest’anno si tiene alle Canarie dal 25 al 29 aprile. L’anno scorso siamo andati a Bratislava per assistere alle conferenze di scienziati di altissimo livello e ai concerti di Jean-Michel Jarre, Tony Hadley, Brian May, Offspring e tanti altri artisti che tradizionalmente caratterizzano ogni edizione di Starmus (ne ho scritto qui a suo tempo).
I video delle conferenze scientifiche dell’anno scorso sono stati pubblicati online; comincio a presentarli qui uno alla volta, partendo dall’inizio: il discorso della primatologa Jane Goodall, intitolato Reasons for Hope, ossia “motivi di speranza”. Se per caso non sapete chi è Jane Goodall, preparatevi a scoprire una storia straordinaria.
Con le dimostrazioni di arroganza e stupidità collettiva che ci arrivano addosso continuamente, soprattutto in questo periodo, è difficile avere il coraggio di mantenere accesa la luce della speranza. Spero che le splendide parole della novantenne Jane Goodall possano dare una mano.
Includo qui sotto la mia traduzione (bozza creata da DeepL, riveduta da me) e la mia revisione dei sottotitoli di YouTube, che contenevano (e tuttora contengono) perle come “Jane has worked extensively on conservation and anal welfare” (a 30 secondi esatti dall’inizio).
Traduzione italiana
David Eicher: È raro che un settore della scienza sia rappresentato così bene da una sola persona. Ma è il caso di Jane Goodall, la più importante primatologa del mondo e la maggiore esperta, tra le altre cose, di scimpanzé. Fondatrice del Jane Goodall Institute, Jane ha lavorato a lungo per la conservazione e il benessere degli animali. È Messaggero di Pace delle Nazioni Unite e membro onorario del World Future Council, e ora, come ho detto, è felicemente membro del comitato consultivo di Starmus. Con il suo discorso, “Motivi di speranza”, diamo il benvenuto alla leggendaria Jane Goodall.
[standing ovation]
Jane Goodall: Beh, grazie per il fantastico benvenuto, penso che vi meritiate un benvenuto piuttosto diverso da quello che avete mai sentito prima. Il richiamo che sentireste, il benvenuto degli scimpanzé che ho passato tanto tempo a studiare.
[vocalizzi da scimpanzé]
Goodall: Io Jane. Beh, prima di tutto sono molto onorata di essere qui a questo Starmus Earth. È la prima volta che partecipo. Sono molto onorata di essere stata invitata nel comitato consultivo e sono particolarmente entusiasta che lo Starmus di quest’anno si concentri sul nostro pianeta natale. Uno dei miliardi e miliardi di pianeti che forse sono là fuori nel cosmo. Ma non è affascinante che sia grazie alla nostra esplorazione dello spazio che abbiamo ottenuto la prima splendida immagine del nostro pianeta Terra, quel bellissimo pianeta verde e blu, scattata dallo spazio? È a quel punto, credo, che la gente ha iniziato a rendersi conto che questo è un pianeta molto fragile.
Ed eccoci qui, che ruotiamo intorno al Sole, un pianeta molto piccolo circondato dall’immensità nera e buia dello spazio. E penso che sia stato un campanello d’allarme; è stato un campanello d’allarme per le persone sulla Terra per rendersi conto che questa è la nostra unica casa. È meglio che iniziamo a proteggere il pianeta. E nel corso dei secoli, probabilmente dalla rivoluzione industriale, forse dalla rivoluzione agricola, abbiamo lentamente inflitto sempre più danni a questo pianeta, la nostra unica casa, e con la combustione di combustibili fossili e tutte le altre cose che abbiamo fatto per creare quei gas serra, quei gas che circondano il pianeta come una coperta e intrappolano il calore del sole che ha portato al cambiamento climatico.
E il cambiamento climatico è inseparabile dalla perdita di biodiversità, e con il cambiamento climatico abbiamo assistito a questi terrificanti cambiamenti nei modelli meteorologici in tutto il mondo, tempeste e uragani sempre più frequenti e più violenti, inondazioni, siccità e ondate di calore, e i terrificanti incendi boschivi che abbiamo visto in tante parti del globo, comprese le zone settentrionali dove gli incendi non avevano mai bruciato prima.
E abbiamo visto sciogliersi i ghiacciai e il ghiaccio; abbiamo visto il livello del mare salire, abbiamo visto il metano fuoriuscire dal terreno che era stato congelato per migliaia e migliaia di anni… e ci sono tanti altri modi in cui abbiamo danneggiato questo pianeta.
Il cambiamento climatico non è qualcosa che affronteremo in futuro, il cambiamento climatico è qui, ora. Non solo in luoghi come il Bangladesh e i paesi a bassissima elevazione, ma anche nei paesi economicamente più sviluppati abbiamo assistito a terribili inondazioni a Londra, a New York e anche in alcune parti d’Europa.
E poi c’è la perdita di biodiversità. Siamo nel bel mezzo della sesta grande estinzione del pianeta Terra, e questa è stata causata da noi. E siamo in un momento molto, molto difficile, e quello che facciamo ora influenzerà il futuro della vita sul pianeta Terra. E ci vedo come all’imboccatura di un tunnel molto lungo e molto buio e proprio alla fine di quel tunnel c’è una piccola stella che brilla. Questa è la speranza.
Ma non possiamo sederci all’imbocco del tunnel a braccia conserte e sperare che quella stella ci venga incontro. No, dobbiamo rimboccarci le maniche, dobbiamo arrampicarci, strisciare sotto, aggirando tutti gli ostacoli che si frappongono tra noi e quella stella.
E ci sono quelli più ovvi, come il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità, che ho già menzionato e credo che ne conosciamo bene le ragioni, e l’agricoltura industriale con il suo enorme uso di combustibili fossili, l’uso di pesticidi chimici ed erbicidi e fertilizzanti artificiali che stanno avendo un effetto drammatico sulla biodiversità e stanno uccidendo il suolo stesso da cui dipendiamo.
E i fertilizzanti artificiali che vengono scaricati nei fiumi e finiscono nel mare stanno causando zone morte dove nulla può vivere. Non possiamo continuare così, vero? E ci sono tanti altri problemi che affrontiamo mentre procediamo, mentre navighiamo attraverso questo tunnel. C’è l’allevamento intensivo di animali – e lì dobbiamo pensare non solo al danno per l’ambiente, che è enorme, ma alla crudeltà: la crudeltà coinvolta.
E sapete, è stato proprio grazie a quei primi studi che ho fatto sugli scimpanzé che hanno contribuito a cambiare gli atteggiamenti verso ciò che – verso chi – gli animali sono realmente. Quando sono arrivata all’Università di Cambridge nel 1961, mi è stato detto che solo gli esseri umani avevano personalità, solo gli esseri umani avevano menti capaci di risolvere problemi e solo gli esseri umani avevano emozioni come la felicità, la tristezza, la paura.
Fortunatamente, quando ero bambina, avevo avuto un insegnante straordinario che mi aveva insegnato che, sotto questo aspetto, quegli scienziati si sbagliavano. Quell’insegnante era il mio cane Rusty. Non si può condividere la propria vita con un animale e non sapere che non siamo gli unici esseri senzienti e intelligenti del pianeta.
Quindi ora sappiamo che mucche, maiali, capre, pecore, polli sono tutti individui con una personalità. Quindi quando pensiamo all’allevamento intensivo degli animali, pensiamo anche alla crudeltà. Pensiamo che ora sappiamo di far parte di questo incredibile regno animale, non di esserne separati. E naturalmente impariamo sempre di più su quanto siano incredibili questi animali.
Poi dobbiamo scavalcare o strisciare sotto la povertà. Le persone che vivono in povertà distruggono l’ambiente nella loro disperata lotta per la sopravvivenza, abbattendo gli alberi per guadagnare qualche soldo o per coltivare cibo per le loro famiglie affamate, e finché non saremo in grado di alleviare la povertà non potremo mai avere un mondo in cui le persone decidano di acquistare solo prodotti che non hanno danneggiato l’ambiente o che non sono stati crudeli con gli animali, perché i poveri non possono fare questo tipo di scelta. Ma il resto di noi può fare qualcosa per il proprio stile di vita insostenibile. E come è possibile che gli economisti abbiano pensato che possiamo avere uno sviluppo economico illimitato su un pianeta con risorse naturali limitate e popolazioni umane e animali in crescita? Non ha senso.
Dobbiamo avere un nuovo modo di pensare, una nuova mentalità, e poi dobbiamo anche considerare la corruzione, che sta distruggendo gli sforzi di così tante persone per cambiare le cose. E ora abbiamo la guerra: due grandi guerre, conflitti in tutta l’Africa, conflitti in altre parti del mondo, che danneggiano l’ambiente, causando orribili sofferenze a centinaia e migliaia di esseri umani. Abbiamo discriminazioni razziali e di genere, così tante cose da superare.
Buone notizie: ci sono persone, gruppi di persone, che stanno affrontando ognuno di questi problemi, quelli che ho menzionato e tutti quelli che non ho menzionato. Purtroppo molti di questi gruppi lavorano in modo isolato. Non pensano al quadro generale, risolvono un problema e non pensano agli altri problemi che potrebbero causare, come le auto elettriche – incredibili – che risolvono l’inquinamento e tutto il resto, ma hanno bisogno… le batterie hanno bisogno di litio, e enormi aree ambientali vengono ora distrutte per trovare litio durante l’estrazione.
Quindi la gente mi dice: “Jane, lei ha visto così tanti di questi problemi. Ha davvero speranza?”
E io ce l’ho! Credo che abbiamo ancora un po’ di tempo. Ma quando dico che ho speranza, dipende da noi. Dobbiamo unirci e cercare di fare la differenza. Non dobbiamo lasciare che siano gli altri a farlo. Dipende da noi.
Ma le ragioni principali per cui ho speranza sono queste: innanzitutto, c’è la scienza, e molti scienziati sono qui e sono stati qui agli eventi Starmus. La scienza sta iniziando a trovare modi per utilizzare questo incredibile intelletto che ci rende più diversi di qualsiasi altra cosa dagli scimpanzé e da altri animali che stanno iniziando a usare quell’intelletto, per creare modi in cui possiamo vivere in maggiore armonia con la natura. E questo si sta evolvendo continuamente, e ci saranno altre persone che vi parleranno dei benefici del nostro intelletto e delle nostre nuove tecnologie che possono aiutarci. Ma anche noi, come individui, pensiamo alle nostre impronte ambientali ogni giorno; ogni giorno, ognuno di noi può fare la differenza.
E quindi la mia prossima ragione di speranza è la resilienza della natura. Possiamo distruggere dei luoghi, ma se diamo loro tempo e forse un po’ di aiuto, la natura tornerà. Ho notato che il Danubio, che era così orribilmente inquinato in epoca sovietica, sta gradualmente iniziando a riprendersi, anche se potrebbe volerci molto tempo. Ma in tutto il mondo ho visto con i miei occhi luoghi che erano stati completamente distrutti da noi, dove la natura è tornata e con le prime erbe e poi gli alberi che crescono dai semi lasciati nel terreno, gli insetti tornano, e gli uccelli e gli altri mammiferi, e gradualmente ritorna la biodiversità… Forse non esattamente la stessa, ma diventa di nuovo un ecosistema vivo e fiorente.
Ho incontrato animali che sarebbero dovuti estinguersi se non fosse stato per persone straordinarie che hanno detto: “No, non lascerò che l’ibis eremita si estingua sotto i miei occhi; non lascerò che il merlo della Nuova Zelanda si estingua”.* Erano rimasti solo due uccelli, un maschio e una femmina, e grazie alla passione di un uomo ora sono più di 150.
* non sono sicuro della traduzione dei nomi di questi volatili. Il primo dovrebbe essere un Geronticus eremita; il secondo dovrebbe essere un Petroica traversi. Ringrazio Martino per le ricerche [N.d.T.].
Ed è incredibile quello che possiamo fare. E c’è questo spirito indomito con cui le persone affrontano ciò che sembra impossibile e non si arrendono.
Ma la mia più grande speranza risiede nei giovani di oggi. E nel 1991, quando incontravo tanti giovani, delle scuole superiori, delle università, che già allora avevano perso la speranza ed erano arrabbiati o depressi o per lo più semplicemente apatici, non sembrava importare loro. E quando ho chiesto loro: “Perché vi sentite così?” “Beh, avete compromesso il nostro futuro e non possiamo farci nulla”.
Abbiamo compromesso il futuro dei nostri giovani? Lo abbiamo rubato, e lo stiamo ancora rubando oggi.
Ma era vero che non potevano farci nulla? No. Ho già detto che c’è un periodo di tempo in cui, se ci uniamo, possiamo davvero fare la differenza. Roots and Shoots [radici e germogli, N.d.T.], il programma che ho avviato, è rivolto ai giovani dall’asilo all’università, con la partecipazione di un numero crescente di adulti. È iniziato con dodici studenti delle scuole superiori in Tanzania, ora è presente in settanta paesi con, come ho detto, persone di tutte le età; anche gli adulti ora stanno formando gruppi, e sta crescendo qui in Slovacchia.
E questi giovani, una volta che hanno compreso i problemi e che noi diamo loro la possibilità di agire, e Roots and Shoots è tutto incentrato sul dare potere ai giovani e ascoltare le loro voci, sono in grado di cambiare il mondo. Ed è incredibile che stiano cambiando il mondo proprio mentre vi parlo oggi.
Ma l’ultima cosa che vorrei dire a tutti voi è che non dovete dimenticare che, come individui, avete un ruolo da svolgere. Credo che ci sia una ragione per cui siete su questo pianeta e ogni singolo giorno che vivete avete un impatto sul pianeta.
La gente mi dice: “Ma Jane, io sono solo una singola persona, i problemi sono enormi, cosa posso fare?” È come… Pensate a un deserto. Una goccia di pioggia che cade non fa alcuna differenza. Ma quando milioni o miliardi di gocce di pioggia cadono, risvegliano la vita nascosta sotto la sabbia, che fiorisce, e il deserto prende vita. Questo è ciò che i nostri giovani possono fare. Questo è ciò che tutti voi potete fare. Ricordate: insieme possiamo cambiare il mondo. Grazie.
Originale inglese
David Eicher: So rarely is an area of science represented so well by one person. But that’s the case with Jane Goodall, the world’s leading primatologist and the leading expert, among other things, on chimpanzees. Founder of the Jane Goodall Institute, Jane has worked extensively on conservation and animal welfare. She’s a United Nations Messenger of Peace and an honorary member of the World Future Council, and now happily – as I mentioned – a member of the Starmus advisory board. With her talk, “Reasons for Hope,” please welcome the legendary Jane Goodall.
[standing ovation]
Jane Goodall: Well, thank you for a fantastic welcome, and I think you deserve a rather different kind of welcome than has ever been heard here before. The call that you would hear, the welcome from the chimpanzees that I spent so much of my time learning about.
[vocalizzi da scimpanzé]
Goodall: Me Jane. Well, first of all I’m very honored to be here at this Starmus Earth. It’s the first time I’ve attended. I’m very honored to have been invited onto the Advisory Board and I’m particularly thrilled that this year’s Starmus is concentrating on our home planet. One of the maybe billions and billions of planets that are out there in the cosmos. But isn’t it fascinating that it’s because of our exploration into space that we got that first stunning image of our own planet Earth – that beautiful green and blue planet – taken from space. And then, I think, people began to realize this is a very fragile planet.
And there we are, spinning around the Sun, a very small planet surrounded by the black dark immensity of outer space. And I think that was a wakeup call; it was a wakeup call for people on Earth to realize this is our only home. We we’d better start protecting the planet. And over the ages, probably since the Industrial Revolution, maybe since the Agricultural Revolution, we have slowly been inflicting more and more harm upon this planet, our only home, and with our burning of fossil fuels and all the other things that we’ve done to create those greenhouse gases – those gases that circle the planet like a blanket and trap the heat of the sun that’s led to climate change.
And climate change is inseparable from loss of biodiversity, and with climate change we’ve seen these terrifying changes in weather patterns around the world, worse and more frequent storms and hurricanes and flooding and droughts and heat waves, and the terrifying forest fires that we have seen in so many parts of the globe including up in the northern areas where fires never burnt before.
And we’ve seen glaciers and ice melting; we’ve seen sea levels rising, we’ve seen the methane leaking out from the ground that was frozen for thousands and thousands of years… and there are so many other ways in which we’ve harmed this planet.
Climate change isn’t something that we’re facing in the future – climate change is here, here and now. Not only in places like Bangladesh and low-lying countries, but in the more economically developed countries we’ve seen terrible flooding in London, and in New York, and in parts of Europe as well.
And then there’s the loss of biodiversity. We are in the midst of the sixth great extinction on planet Earth, and this one was caused by us. And we are at a very, very difficult point in time, and what we do now is going to affect the future of life on planet Earth. And I see us as like at the mouth of a very long and very dark tunnel and right at the end of that tunnel is a little star shining. That’s hope.
But we don’t sit at the mouth of the tunnel with our arms crossed and hope the star will come to us. No, we have to roll up our sleeves, we have to climb over, crawl under, work our way around all the obstacles that lie between us and that star.
And there are the obvious ones, like climate change and loss of biodiversity, that I’ve mentioned and I think we mostly know the reasons for that, and industrial agriculture with its huge use of fossil fuel, its use of chemical pesticides and herbicides and artificial fertilizer that are having a dramatic effect on biodiversity and actually killing the very soil on which we depend.
And the the artificial fertilizers that washed down into the rivers and out into the sea are causing dead zones where nothing can live. We can’t go on like this, can we? And there are so many other problems that we face as we go, navigate through this tunnel. There’s the intensive farming of animals – and there we have to think not only of the harm to the environment, which is huge, but the cruelty: the cruelty involved.
And you know, it was really because of those early studies that I did on chimpanzees that have helped to change attitudes towards what – who – animals really are. When I got to Cambridge University in 1961, I was actually told that only human beings had personalities, only human beings had minds capable of solving problems, and only human beings had emotions like happiness, sadness, fear.
Fortunately I’d been taught by an amazing teacher, when I was a child, that in this respect these scientists were wrong. That teacher was my dog Rusty. You can’t share your life with any animal and not know that we are not the only sentient, sapient beings on the planet.
So we now understand that cows, pigs, goats, sheep, chickens – they all are individuals with personalities. So when we think about intensive animal farming, let us please also think about cruelty. Let us think that we now understand we are part of, and not separate from, this amazing animal kingdom. And of course all the time we’re learning more and more details about exactly how amazing these animals are.
Then we have to climb over or crawl under poverty. People living in poverty, they destroy the environment in their desperate struggle to survive, cutting down the trees to make money or to grow food for their starving families, and until we can alleviate poverty we can never have a world where people decide only to buy products that haven’t harmed the environment or weren’t cruel to animals, because poor people cannot make those decisions. But the rest of us, we can do something about our unsustainable lifestyles. And how is it possible that economists have thought that we can have unlimited economic development on a planet with finite natural resources and growing populations of humans and livestock? It doesn’t make sense.
We have to have a new way of thinking, a new mindset, and then we also have to consider corruption, which is destroying the efforts of so many people to make change. And now we have war: two major wars, conflicts across Africa, conflict in other parts of the world, harming the environment, causing horrible suffering to so many hundreds and thousands of human beings. We’ve got racial and gender discrimination, so much to overcome.
Good news: there are people, groups of people, tackling every single one of these problems, those I’ve mentioned and all the many that I haven’t. Sadly, so many of these groups are working in isolation. They’re not thinking of the whole picture, they solve one problem and they’re not thinking about other problems which they may be causing, like electric cars – amazing – solving pollution and all that, but they need… the batteries need lithium, and huge areas of environment are now being destroyed to find lithium during mining.
So people say to me, “Jane, you’ve seen so many of these problems. Do you really have hope?”
And I do! I believe we have a window of time. But when I say I have hope, it depends on us. We have to get together and try to make a difference. We mustn’t leave it to others. It’s up to us.
But my main reasons for hope: first of all, there’s science, and many of the scientists are here and have been here at the Starmus events. Science is beginning to find ways using this amazing intellect that makes us more different than anything else from chimpanzees and other animals beginning to use that intellect to create ways in which we can live in greater harmony with nature and this is evolving all the time and there will be other people speaking to you about the benefits of our intellect and our new technologies that can help. But we too, as individuals, please let us think about our own environmental footsteps each day, each day, every single one of us can make a difference.
And so my next reason for hope is the resilience of nature. We can destroy places, and give them time and perhaps some help, nature will return. I gather the Danube, which was so horribly polluted in Soviet times, is gradually beginning to recover, although it may take a long time. But all over the world I have seen with my own eyes places that were totally destroyed by us, where nature has come back and with the first grasses and then the trees growing from seeds left in the ground, the insects come back, and the birds and the other mammals, and gradually biodiversity returns… Maybe not exactly the same, but it becomes once again a living, thriving ecosystem.
I’ve met animals that should have been extinct if it wasn’t for amazing people saying “No, I will not let the northern bald ibis go extinct on my watch; I will not let the New Zealand black robin become extinct.” There were just two birds left, one male and one female, and because of the passion of one man that’s now over 150.
And so it’s incredible what we can do. And there is this indomitable spirit where people tackle what seems impossible and they won’t give up.
But my greatest reason for hope lies in the young people today. And back in 1991, when I was meeting so many young people, high school, university, who already back then had lost hope and they were angry or they were depressed or mostly just apathetic, they didn’t seem to care. And when I asked them, “Why do you feel this way?” “Well, you’ve compromised our future, and there’s nothing we can do about it.”
Have we compromised the future of our young people? We’ve been stealing it; and we’re still stealing it today.
But was it true there was nothing they could do? No. I’ve already said there’s this window of time when if we get get together we can truly make a difference. Roots and Shoots, the program I began, is for young people from kindergarten through university with more adults taking part. It began with twelve students in Tanzania high school students it’s now in seventy countries with, as I say, people of all ages even adults now are forming groups and it’s growing here in Slovakia.
And these young people – once they understand the problems and we empower them to take action, and Roots and Shoots is all about empowering young people, listening to their voices, and it’s incredible – they are changing the world even as I speak to you today.
But the last thing I would say to all of you, please don’t forget you, as an individual, have a role to play. You’re on this planet for a reason, I believe, and every single day that you live you make some impact on the planet.
People say to me, “But Jane, I’m just one person, the problems are huge, what can I do?” It’s like… Think of a desert. One drop of rain falls: that won’t make any difference. But when millions or billions of raindrops fall, that wakes up the life lying hidden beneath the sand and it comes and blooms and the desert comes to life. That’s what our young people can do. That’s what all of you can do. Just remember: cumulatively, we can change the world. Thank you.
1982/03/30. Il terzo volo orbitale dello Space Shuttle Columbia (STS-3) si conclude sulla pista di atterraggio di White Sands in New Mexico, zona scelta per il rientro dopo i danni riportati alla pista di Edwards in California a causa di un violento nubifragio. In Italia le lancette dell’orologio segnano le 18:07.
Nel corso degli otto giorni di missione intorno alla Terra, i due astronauti Jack Lousma e Gordon Fullerton sperimentano il controllo termico della navetta nelle diverse configurazioni di volo e di esposizione al Sole e allo spazio. Inoltre, durante le 130 orbite compiute intorno al nostro pianeta, Lousma e Fullerton utilizzano vari strumenti per le osservazioni astronomiche e per la fisica dei plasmi spaziali.
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