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Twitterremoto, quarta puntata: compare il numero di visualizzazioni, #ThereIsHelp rimosso temporaneamente, giornalisti ancora bloccati e altro ancora

Twitterremoto, quarta puntata: compare il numero di visualizzazioni, #ThereIsHelp rimosso temporaneamente, giornalisti ancora bloccati e altro ancora


Pubblicazione iniziale: 2022/12/24 10:49. Ultimo aggiornamento: 2022/12/28 9:40.

Grosso modo dalla mattina (ora italiana) del 24 dicembre Twitter ha attivato
l’indicazione del numero di visualizzazioni di un tweet. Su Twitter Web e
nell’app, ma non su Tweetdeck, sotto alcuni tweet compare un numero accanto
all’icona delle statistiche.

Questa indicazione, però, non è sempre presente; quando manca, cliccando
sull’icona delle statistiche (quella più a sinistra) compare l’avviso
“I dati relativi alle visualizzazioni di questo Tweet non sono
disponibili”

accompagnato da un pulsante Cestina che è molto ingannevole, visto che
non cestina nulla ma semplicemente chiude l’avviso.

Non sembra essere un filtro sul numero minimo di visualizzazioni, visto che ho
notato tweet che indicavano anche una singola visualizzazione; forse è solo un
ritardo nella propagazione del dato.

Resta da capire che cosa intende Twitter per “visualizzazione”. Un tweet che
viene letto semplicemente facendo scorrere la cronologia verrà contato, oppure
è necessario cliccarvi sopra? Inoltre
sembra
che mettere un like (normalmente segno che il tweet è stato letto) non
faccia aumentare il contatore.

Questa nuova funzione potrebbe essere un autogol, perché rischia di rivelare
che in realtà i tweet non vengono visti da tutti i follower e molti tweet non
vengono letti praticamente da nessuno.

Sto facendo un test con
questo tweet: quanti dei miei 420.964 follower attuali lo vedranno realmente? Finora
(12.30), dopo tre ore circa, lo hanno “visualizzato” circa 17.200 account;
dopo cinque ore (14.50), circa 29.000; dopo otto ore (17:50), circa 43.800; dopo due giorni e mezzo (1:40 del 26/12), circa 93.000. 

È emersa una contraddizione: il
numero di “visualizzazioni” indicato nel tweet è completamente differente da
quello che viene indicato cliccando sull’icona delle statistiche, come
mostrato qui sotto: alle 14.55 di oggi, il tweet diceva 29.362, ma le statistiche dicevano 7.463. Ho segnalato il problema a @TwitterSupport. I due conteggi sono risultati sostanzialmente allineati dopo due giorni e mezzo (93.317 nel tweet, 92.398 nelle statistiche).

Il 24 dicembre Elon Musk ha tweetato che verrà aggiunta l’opzione di disattivare l’indicazione delle visualizzazioni (“We’ll tidy up the esthetics & add a setting to turn it off, but I think almost everyone will grow to like it”).

Gli utenti paganti di Twitter hanno ora un piazzamento prioritario nelle
conversazioni e possono caricare video lunghi fino a 60 minuti, secondo un
aggiornamento della
pagina informativa
del servizio Twitter Blue (“Prioritized rankings in conversations: This feature prioritizes your
replies on Tweets that you interact with. Longer video upload: Share more
content with your followers. Twitter Blue subscribers can upload videos up
to ~60 minutes long up to 2GB file size (1080p) (web only)”
) (copia permanente).

C’è anche un progetto pilota chiamato
Twitter Blue for Business, che aggiunge un bollino color oro agli account professionali o aziendali
ufficiali.

Intanto
Reuters ha segnalato il 23 dicembre che nei giorni precedenti Twitter aveva
“rimosso una funzione che promuoveva i numeri telefonici di prevenzione del
suicidio e altre risorse di sicurezza agli utenti che cercavano alcuni tipi
di contenuto”
. Questa rimozione, secondo Reuters, sarebbe avvenuta per ordine di Elon Musk. 

Ella Irwin,
head of trust and safety di Twitter, ha dichiarato a Reuters che si
trattava di una rimozione temporanea e che la funzione, denominata
#ThereIsHelp, sarebbe tornata online la settimana successiva. Ma Musk ha contraddetto Irwin tweetando il 24 dicembre che la notizia era falsa (“False, it is still there”), e aggiungendo che la funzione non era mai stata sospesa e che Twitter non previene il suicidio (“1. The message is actually still up. This is fake news. 2. Twitter doesn’t prevent suicide.”). Il giorno stesso (24 dicembre) la funzione è tornata online

Maggiori dettagli su questa confusione sono su Ars Technica.

L’informatico e hacker George Hotz (aka Geohot), assunto a Twitter da
Musk il 18 novembre scorso, si è dimesso il 22 dicembre (ANSA). Hotz è noto non solo per essere stato fra i primi a fare il
jailbreak degli iPhone (2007) ma anche per aver fondato Comma.ai,
un’azienda dedicata al software per la guida autonoma. Ha tweetato “[…] Appreciate the opportunity, but didn’t think there was any real impact I could make there […]” (“apprezzo l’opportunità, ma non credo che ci fosse alcun impatto reale che io potessi produrre lì”).

I giornalisti i cui account Twitter erano stati bloccati (sospesi) la
settimana scorsa lo sono tuttora, nonostante le dichiarazioni di riammissione
di Elon Musk, perché si rifiutano di accettare la richiesta, inviata
privatamente da Twitter, di eliminare alcuni tweet riguardanti l’account
@ElonJet, quello che pubblica i voli del jet privato di Musk. Lo
segnala il
Washington Post.

Si rifiutano perché considerano che accettare la richiesta di eliminazione
costituirebbe una falsa ammissione di torto e una resa alle imposizioni
arbitrarie di Musk.
“Non ho intenzione di cancellare un tweet che conteneva informazioni basate
sui fatti e non violava le regole di nessuno”

ha dichiarato Drew Harwell del Washington Post, uno dei giornalisti
bloccati, al quale Twitter ha chiesto di rimuovere un tweet che segnalava la
sospensione dell’account di Mastodon da parte di Twitter perché segnalava
l’esistenza dell’account Mastodon di @ElonJet.

Mastodon si starebbe avvicinando ai nove milioni di utenti, secondo
Mastodon Users.

Il gestore di un’istanza Mastodon italiana, Mastodon Uno, getta luce sui
propri
costi di gestione: 1150
euro al mese per gestire oltre 60.000 persone di cui oltre 20.000 attive tutti
i giorni (2 eurocent al mese a testa, insomma). Anche
Fosstodon fa
altrettanto (2100 dollari/mese). Entrambi dipendono dalle donazioni degli
utenti (io ho già contribuito).

L’account che traccia il jet di Musk è tornato su Twitter in una nuova veste:
l’originale (@ElonJet) è ancora bloccato, ma il suo gestore, Jack
Sweeney, ha attivato
@ElonJetNextDay, che fa lo
stesso tracciamento ma pubblica i dati con ventiquattro ore di ritardo in modo
da adeguarsi alle nuove regole di Twitter, che permettono la condivisione di
informazioni di localizzazione pubblicamente disponibili se è trascorso un
lasso di tempo ragionevole.

Twitterremoto! Baco permette a chiunque di costringere qualcuno a diventare suo follower

Twitterremoto! Baco permette a chiunque di costringere qualcuno a diventare suo follower

Twitter, il social network minimalista con 100 milioni di utenti che concentrano i momenti della propria esistenza in 140 caratteri, ha rivelato nei giorni scorsi un buco di programmazione di dimensioni epiche. Chiunque digitasse semplicemente la parola “accept” seguita dal nome di un utente Twitter obbligava quell’utente a diventare suo seguace (follower) e quindi a ricevere tutti i suoi messaggi.

Una manna per gli spammer, che avrebbero potuto approfittarne per mandare messaggi Twitter a migliaia di vittime. Per fortuna la falla è stata turata rapidamente, ma non prima che vari burloni la sfruttassero per far arrivare i propri messaggi alle celebrità, come il popolarissimo conduttore comico statunitense Conan O’Brien, Oprah Winfrey o Ashton Kutcher.

(da Gizmodo)

Secondo Gizmodo, la falla era stata scoperta per caso da Bilo31, un utente turco di Twitter, al quale piace una band che si chiama appunto Accept. Aveva scritto su Twitter “Accept pwnz” (intraducibile espressione gergale di apprezzamento) e si è accorto che invece di veder comparire il proprio profondissimo messaggio, Twitter gli aveva risposto che l’utente Pwnz era diventato suo seguace. Lo ha detto alla sua ragazza e insieme hanno cominciato fare la cosa più logica in una situazione del genere: mandare messaggi con questa semplice sintassi alle celebrità presenti su Twitter.

Poi hanno commesso l’errore di raccontare del baco sul loro blog, e la notizia è esplosa in Rete, arrivando a Gizmodo, che poco responsabilmente l’ha pubblicata invece di avvisare i gestori di Twitter.  La pubblicazione ha seminato il caos per alcune ore, obbligando ad azzerare temporaneamente tutti i conteggi di tutti i seguaci. La falla è stata risolta e i conteggi sono stati più o meno ripristinati, ma gli utenti che sono stati obbligati a forza a diventare seguaci di altri continuano ad essere elencati.

Il baco straordinario, sfruttabile senza alcuna competenza informatica, deriva dal fatto che Twitter ha dei comandi testuali, come follow (per iscriversi ai messaggi di un utente) o stats (per visualizzare le proprie statistiche di utilizzo). Questi comandi sono pubblicamente documentati; la parola accept era semplicemente un altro comando, ma di quelli non documentati.

La vicenda ha ovviamente causato scompiglio e confusione pur nella sua breve durata, ma è soprattutto una dimostrazione di cattiva programmazione da parte di chi ha in mano cento milioni di utenti e del fatto che la security through obscurity, ossia la sicurezza ottenuta mediante la segretezza anziché la buona programmazione (“Sì, c’è un baco grosso come una casa, ma non diciamolo in giro e nessuno lo scoprirà”), è un mito che resiste e continua a fare danni.

Fonti: BBC, Gizmodo.

Twitterremoto, seconda puntata: bollini, account a termine, filonazisti ripristinati, giornalisti bannati e altro ancora

Twitterremoto, seconda puntata: bollini, account a termine, filonazisti ripristinati, giornalisti bannati e altro ancora

Questo articolo fa parte del testo del podcast Il Disinformatico
di venerdì 16 dicembre. Pubblicazione iniziale: 2022/12/16 1:57. Ultimo aggiornamento: 2022/12/16 19:35.

La vicenda di Twitter si fa sempre più complicata e si arricchisce di aspetti
umani oltre che tecnici. Ho riepilogato la fase iniziale della cronaca del
caos e le tecniche di autodifesa corrispondenti nella
puntata del Disinformatico del 18 novembre scorso, ma nelle quattro settimane che ormai ci separano da quella data sono
successe talmente tante cose intorno a Twitter e Elon Musk, il suo nuovo
proprietario e amministratore unico, che è opportuno fare un nuovo riassunto
della situazione.

Prima di tutto, alcune raccomandazioni tecniche. Se avete un account su
Twitter e state pensando di chiuderlo ed eliminarlo, non fatelo. Eliminare un
account Twitter significa infatti che qualcun altro potrà usare il vostro
stesso nome di account in futuro, causando confusione e magari spacciandosi
per voi (Twitter Help;
Chron;
PCWorld). Se state pensando invece di
renderlo privato o protetto, tenete presente che se lo fate diventeranno pubblicamente
inaccessibili
anche tutti i vostri tweet precedenti.

Al momento, la strategia più prudente è semplicemente smettere di usare
l’account, silenziare le notifiche, e mettere nelle informazioni del profilo e
in un ultimo tweet un annuncio che avvisi che l’account è fermo e non verrà
monitorato e che dia le coordinate di come comunicare con voi altrove. È
quello che ho fatto anch’io, e sembra funzionare.

Intanto sono
finalmente
arrivati, dopo il disastro iniziale dei falsi account aziendali e alcuni rinvii, i
bollini colorati, quelli che dovrebbero classificare e verificare gli account
su Twitter, e alcuni di questi bollini sono disponibili anche in Europa.

Il bollino color oro indica un account che è
“verificato poiché si tratta di un’azienda ufficiale” (come per esempio
@Repubblica); ma il bollino blu
continua a indicare sia un
“account verificato secondo i criteri precedenti” che
“[p]otrebbe essere o non essere notorio”

(una definizione a metà fra Schrödinger e Shakespeare) sia un account che
“è verificato in quanto è abbonato a Twitter Blue” e quindi ha
semplicemente pagato otto dollari al mese (o undici se ha pagato tramite
Apple).

Ci dovrebbe essere anche un bollino grigio per le istituzioni, ma non si è
ancora visto, e la “verifica” avviene semplicemente
tramite il numero di telefono, quindi ha un valore molto limitato. La confusione, insomma, persiste.

E c’è anche un altro elemento di confusione: in
teoria chi ha il
bollino blu e cambia il proprio nome nell’account dovrebbe perderlo fino a che
Twitter non lo verifica di nuovo, ma io ho cambiato il mio nome su Twitter,
dove ho un account con il bollino blu “vecchia maniera”, e
non è successo nulla. Questa è una buona notizia per chi vuole inserire nel proprio nome su
Twitter le proprie coordinate su altri social, per esempio.

Prima…
…e dopo.
Il bollino è rimasto e nessuno mi ha chiesto niente.

Un altro cambiamento tecnico su Twitter è la scomparsa di un’informazione
utile per gli utenti, come
nota il
collega David Puente, ossia l’indicazione dell’app o del dispositivo usato per
scrivere uno specifico tweet. Sapere se un tweet era stato scritto usando uno
smartphone oppure un’app pubblicitaria permetteva di capire più facilmente se
si trattasse di un tweet autentico, scritto da un essere umano, o se si
trattasse di un messaggio automatico generato da un bot. Ora questa
indicazione non è più immediatamente disponibile.

C’è anche una nota tecnica che riguarda gli account inattivi: Elon Musk ha
dichiarato che
verranno eliminati dopo un certo periodo di inattività, che non ha
quantificato. Questo è importante per tutti gli account che appartenevano a
familiari deceduti, per esempio, o per le aziende o le testate giornalistiche
che non esistono più: se gli eredi non li tengono attivi, tutti i tweet di
queste organizzazioni e delle persone care scompariranno, lasciando buchi nei
ricordi di famiglia e anche nei siti che li hanno condivisi. A differenza di
Facebook, infatti, su Twitter non esiste l’opzione di nominare un curatore
degli account delle persone scomparse o di rendere permanente un account
facendolo diventare commemorativo.

E a proposito di inattività, Elon Musk ha
annunciato
che rimetterà a disposizione del pubblico i nomi degli account cancellati o
inattivi da tempo, che sono circa un miliardo e mezzo. Ma questa è una
pessima idea
dal punto di vista tecnico, perché gli addetti ai lavori sanno benissimo che
in questo modo qualunque vecchio link a questi account punterà ai nuovi
proprietari, che ne potranno abusare come avviene già adesso per i nomi dei
siti Internet che non vengono rinnovati, per cui un nome di sito che prima
portava a un’azienda o a un’istituzione governativa ora porta ai contenuti di
uno spammer, di un truffatore, di un rivenditore di pornografia o di
fake news.

Un’altra scelta tecnica molto particolare di Twitter è quella di etichettare
automaticamente come “sensibile”, ossia pericoloso, qualunque tweet che
contenga un link alla piattaforma quasi-rivale Mastodon, almeno
secondo
le osservazioni di alcuni
ricercatori.

Credit:
@alienogentile.

Se siete ancora su Twitter e citate notizie pubblicate su Mastodon, potreste
trovarvi segnalati, e anche l’account Twitter di Mastodon, cioè
@joinmastodon, risulta sospeso
senza alcuna giustificazione ufficiale [ma forse ce n’è
una non ufficiale]
, con buona pace delle dichiarazioni di libertà di espressione fatte da Elon
Musk.

[L’esperto di sicurezza informatica Graham Cluley segnala che persino indicare un link a Mastodon nelle proprie informazioni di profilo su Twitter viene respinto, con tanto di avviso ingannevole che dice che il link è considerato malware.]

Poi c’è un’altra bizzarria che ha
colpito
in particolare gli utenti dell’Ucraina: se hanno protetto i propri account
Twitter contro i furti usando l’autenticazione a due fattori tramite codice di
sicurezza ricevuto via SMS, non possono più accedere ai propri account.
Secondo le prime analisi, si tratta del risultato infelice di un tentativo
malamente pianificato di eliminare lo spam: invece di bloccare i singoli
spammer, Twitter avrebbe
bloccato
intere reti telefoniche di specifici paesi dai quali proveniva molto spam. Ne
pagano le conseguenze gli utenti onesti di molte reti cellulari in Russia,
Indonesia, India e Malesia; quindi se conoscete qualcuno da quelle parti che
non riesce più ad accedere al proprio account, la colpa è probabilmente di
Twitter.

Va detto che ci sono anche alcuni progressi molto positivi: gli addetti ai
lavori
segnalano
che gli hashtag più diffusi per la disseminazione di immagini di abusi
sessuali su minori sono stati sostanzialmente eliminati dal social network e
Twitter ha aggiunto l’opzione di segnalare specificamente questo tipo di
contenuto, che rappresentava un problema serissimo rimasto irrisolto per anni [e sono state anche introdotte altre migliorie al sistema di rilevamento automatico e rimozione di questi contenuti].
Inoltre l’11 dicembre il servizio anti-fake news di Twitter gestito da
volontari, denominato Community Notes, è diventato
disponibile
in
tutto il mondo
anziché solo negli Stati Uniti, per cui ora tutti gli utenti di Twitter
possono vedere le annotazioni di questo servizio direttamente sotto i tweet
che fanno informazione scorretta.

Ma dal punto di vista tecnico, insomma, per Twitter e i suoi utenti si
prospettano tempi difficili e confusi, con regole e impostazioni soggette a
cambi continui e arbitrari.

Gli sconvolgimenti di Twitter, però, non solo soltanto tecnici.

Anche se non avete un account Twitter, le vicende sempre più bizzarre di
questo social network sono sicuramente interessanti dal punto di vista umano e
ci toccano tutti, direttamente o indirettamente, perché Twitter è una delle
piattaforme più influenti al mondo per la diffusione in tempo reale di notizie
ed è usatissimo da giornalisti, tecnici e politici per informare e informarsi,
e quindi qualunque cambiamento lo riguardi ha ripercussioni sociali anche per
chi non lo usa.

Elon Musk ha usato Twitter per fare una
raccomandazione di voto
nelle elezioni statunitensi; ha
invitato
i suoi oltre cento milioni di follower a seguire il movimento complottista
insurrezionista QAnon; ha
riammesso Donald Trump, che era stato bandito da Twitter dopo i suoi tweet di aizzamento della
folla che poi ha assalito il Campidoglio statunitense il 6 gennaio scorso, e
ha
tolto il ban
anche ad alcune migliaia di
figure della disinformazione e dell’odio, soprattutto apertamente neonaziste e razziste, ma anche complottiste di
QAnon e spammer: personaggi come Andrew Anglin, bandito sin dal 2013,
fondatore del sito neonazista Daily Stormer, aperto sostenitore della
pulizia etnica, negazionista dell’Olocausto e artefice di campagne di
persecuzione fisica di ebrei (RollingStone).

Lo sviluppatore Travis Brown sta compilando un
elenco giornaliero
dei riammessi, che permette di valutare i tipi di account che erano
inaccettabili per la gestione precedente di Twitter e che ora vengono
considerati
ammissibili [un altro elenco è pubblicato da Media Matters]. Si tratta di una decisione di “amnistia” generale presa direttamente
da Elon Musk e basata su un
“sondaggio”
fatto fra i suoi follower.

Un esempio particolarmente emblematico di queste
riammissioni
controverse
è quello del rapper Kanye West, riammesso su Twitter e ribannato subito dopo
per aver postato ai suoi 32 milioni di follower una
svastica inserita in una stella di Davide
e dopo aver condiviso dei messaggi personali scambiati fra lui e Elon Musk.
Giusto per levare ogni dubbio sulle sue opinioni, West ha dichiarato
pubblicamente e testualmente, durante l’Alex Jones Show, che lui ama i
nazisti e specificamente Hitler, che secondo West
avrebbe addirittura inventato le autostrade e i microfoni. Parole sue,
trascritte da Gizmodo:

“But this guy that invented highways, invented the very microphone that I
use as a musician […] every human being has something of value that they
brought to the table. Especially Hitler!”


“I don’t like the word ‘evil’ next to Nazis. I love Jewish people, but I
also love Nazis.”

“I do love Hitler. I do love the Zionists.”

[CLIP delle parole di West]

Sempre Musk ha usato il suo nuovo potere su Twitter per
inviare
a 119 milioni di follower un
tweet
che mostra una falsa schermata della CNN, nella quale sembrava che Don Lemon,
uno dei conduttori del canale televisivo, stesse dando la notizia che
“Musk potrebbe mettere a repentaglio la libertà di espressione su Twitter
dando alla gente la possibilità di esprimersi liberamente”
. L’intento era presumibilmente umoristico, ma usare il vero logo della CNN e
l’immagine di un vero conduttore della rete televisiva ha rischiato di creare
equivoci, e infatti persino Community Notes, il servizio di
fact-checking di Twitter, ha segnalato che
il tweet del CEO di Twitter viola le regole di Twitter.

Insomma, non è il tipo di ambiente che entusiasma gli inserzionisti
pubblicitari, dai quali Twitter attualmente dipende. A fine ottobre Kanye West
era stato
mollato
da sponsor come Adidas, Balenciaga, Foot Locker, JP Morgan Chase, Gap e altri.
Ritrovarselo su Twitter, anche solo brevemente, manda un messaggio che per
chiunque investa in pubblicità e comunicazione è semplicemente inaccettabile.
Secondo il
Wall Street Journal, a novembre il traffico pubblicitario su Twitter è calato dell’85% rispetto
allo stesso periodo del 2021.

Elon Musk ha cercato di rassicurare gli inserzionisti pubblicando
grafici
che sembrano indicare un
calo
della visibilità dei discorsi d’odio, ma il 12 dicembre tre membri del Trust
and Safety Council, l’organo interno di Twitter che vigila sulla sicurezza
degli utenti e garantisce la fiducia in questo social network, si sono dimessi
e hanno pubblicato una
lettera
nella quale dicono invece che i contenuti di odio contro le persone di colore
e gli omosessuali sono
aumentati
enormemente da quando Elon Musk ha preso le redini di Twitter e parlano di un
social network “governato tramite diktat”. Per tutta risposta, Musk ha
abolito l’organo interno di vigilanza
il giorno stesso.

Non sono solo gli inserzionisti ad essere inquieti: anche
Elton John (un milione e
centomila follower) ha
annunciato
il
9 dicembre
di aver
“deciso di non usare più Twitter a causa del recente cambio di politica che
consentirà alla disinformazione di prosperare senza controllo”
. Come lui, hanno già sospeso l’uso di Twitter la modella
Gigi Hadid, la scrittrice
Shonda Rhimes
(1,9 milioni di follower) e l’ex chitarrista
dei White Stripes
Jack White, segnala
Reuters.

Le ragioni di questa inquietudine diffusa si concentrano principalmente sul
boss assoluto di Twitter, perché oltre ad aver intenzionalmente riammesso
personaggi a dir poco impresentabili, Musk ha pubblicato tweet nei quali ha
incitato
a processare Anthony Fauci, l’immunologo ex consigliere medico della Casa
Bianca che ha avuto un ruolo di primo piano nella lotta alla pandemia da
Covid-19 negli Stati Uniti. Musk non ha specificato le ragioni di questa
richiesta, ma molti suoi fan l’hanno colta come un invito a perseguitare Fauci
ed è partita su Twitter una
campagna di odio
contro l’immunologo, sua moglie e i suoi figli. Va ricordato che Musk, nel
2020, aveva
tweetato
che “il panico da coronavirus è stupido” e che la pandemia negli Stati
Uniti sarebbe stata “vicina allo zero” entro aprile di quell’anno.

Musk si è poi scagliato pubblicamente anche contro l’ex direttore della
sicurezza e della fiducia di Twitter, Yoel Roth, che si era dimesso a
novembre. Il boss di Twitter infatti ha iniziato a pubblicare una serie di
documenti interni del social network, i cosiddetti Twitter files, che a
suo dire scoperchierebbero una vasta cospirazione politica dei dirigenti di
Twitter per favorire i democratici statunitensi. In questa cospirazione ci
sarebbe coinvolto anche Roth, che Musk ha
accusato pubblicamente
(ovviamente su Twitter) di essere favorevole alla pedofilia presentando come
presunta prova un estratto della tesi di Roth tolto dal suo contesto e
travisato. Come risultato, a Yoel Roth sono arrivate
minacce
così gravi da costringerlo ad abbandonare la propria abitazione.

Gli attacchi personali di Elon Musk hanno preso di mira anche gli
account Twitter che pubblicavano gli spostamenti dei jet privati
appartenenti a miliardari russi

e a Musk stesso, attingendo a
dati pubblicamente disponibili per legge. Il CEO di Twitter aveva
dichiarato
il 7 novembre scorso che il suo impegno per la libertà di espressione era
talmente grande che non avrebbe bandito @elonjet, l’account con mezzo
milione di follower che tracciava il suo jet personale,
“anche se costituisce un rischio personale diretto”. Ma quest’impegno
civile di Elon Musk è durato poco più di un mese, perché il 13 dicembre
l’account @elonjet è stato sospeso per violazione delle
Regole di Twitter, che sono state
aggiornate
(copia permanente) per vietare – guarda
caso – la condivisione di informazioni di localizzazione in tempo reale
anche se queste informazioni sono reperibili altrove pubblicamente.

live location information, including information shared on Twitter directly
or links to 3rd-party URL(s) of travel routes, actual physical location, or
other identifying information that would reveal a person’s location,
regardless if this information is publicly available;

[Questa regola è una follia per qualunque giornalista, perché formulata così significa che se un giornalista annuncia in diretta o fa un livetweet di un’apparizione pubblica di qualcuno, rischia di trovarsi l’account sospeso. Qualunque diretta rischia di essere in violazione. Immaginate un cronista alla Casa Bianca che tweeta “il Presidente degli Stati Uniti sta entrando ora in sala stampa” e si trova sospeso.]

Musk, inoltre, ha
dichiarato
di aver avviato un’azione legale contro
Jack Sweeney, lo studente
ventenne residente in Florida che ha creato questi account di monitoraggio con
lo scopo di rendere più visibile l’impatto ambientale dei jet privati, e
mentre preparo questo podcast
arrivano
continue
segnalazioni
di
account
di giornalisti
sospesi
da Twitter [Donie O’Sullivan della CNN, Drew Harwell del
Washington Post, Ryan Mac del New York Times e altri ancora]
, a
quanto pare per aver citato la vicenda @Elonjet
[poco dopo la chiusura del podcast è arrivato l’annuncio
della Commissione UE della possibilità di sanzioni per queste sospensioni
arbitrarie della libertà di stampa]
. Eppure ad aprile scorso Elon Musk aveva
tweetato
che sperava che anche i suoi critici peggiori sarebbero rimasti su Twitter,
“perché libertà di espressione significa questo” (“I hope that even my worst critics remain on Twitter, because that is what
free speech means”
).

Molti utenti di Twitter non hanno apprezzato questi voltafaccia e
lo hanno fatto sapere
a Elon Musk senza troppi giri di parole,
ricordandogli
tutte le sue promesse di libertà di espressione
“nei limiti di legge” poi disattese quando riguardano direttamente lui,
come già successo per gli account Twitter che per parodia avevano adottato in
massa il suo nome qualche tempo fa.

La giustificazione per il cambiamento delle regole e l’azione legale,
secondo Musk, è che il 13 dicembre a Los Angeles uno stalker ha bloccato l’auto che
trasportava uno dei suoi figli ed è salito sul cofano. Un episodio grave e
preoccupante, ma Jack Sweeney, quello di @elonjet, non ha mai postato
informazioni sugli spostamenti in auto di Musk e famiglia; ha
pubblicato solo le informazioni sulle partenze e gli arrivi del suo jet
personale, con o senza Musk a bordo, e l’episodio descritto da Musk non è
avvenuto
nei pressi di un aeroporto. Il nesso fra i due eventi, insomma, è decisamente
labile.

Una ulteriore conferma della regola, non scritta ma che si sta man mano
delineando, secondo la quale su Twitter la libertà di espressione è
sacrosanta, ma soltanto fino a quando non crea fastidio a Elon Musk, arriva da
quello che è
successo
quando il CEO di Twitter è apparso a sorpresa al popolare
Dave Chappelle Show a San Francisco, il 12 dicembre, ed è stato
fischiato per vari minuti da buona parte delle diciottomila persone presenti,
tanto che la sua apparizione è stata interrotta dopo qualche battuta di
estremo disagio.

[CLIP del Dave Chappelle Show]

Twitter ha iniziato
subito
a
bloccare
molti degli account degli
utenti
che
condividevano
il video della
figuraccia di Elon Musk. Ma la viralità della ripresa, fatta oltretutto
clandestinamente, ha avuto il sopravvento.

Fra riammissioni di impresentabili, cacce alle streghe, continui cambiamenti
arbitrari delle regole e purghe di giornalisti, sembra insomma che Twitter
stia diventando, per Elon Musk, la lezione d’informatica più costosa della
storia. Ha speso 44 miliardi di dollari (non tutti suoi) per scoprire l’ovvio,
ossia che moderare un forum o un social network è un lavoraccio. Non è un
processo automatizzabile e schematizzabile: non è un’automobile elettrica o un
razzo spaziale, che deve rendere conto soltanto alle rigide leggi della
fisica. Moderare richiede la capacità di gestire sfumature, di comprendere
culture e punti di vista differenti, di investire tempo e risorse umane, di
accettare che le regole assolute e semplici non funzionano e che gli esseri
umani non sono molecole di un gas perfetto: possono essere dispettosi,
vendicativi e violenti verso i propri simili, ed è per questo che esistono le
regole sociali, le leggi e i tribunali, pieni di complicazioni e imperfezioni.

E la conclusione di questa lezione fantastiliardaria è che se il moderatore
non sa moderare, se dimostra di essere incostante, impulsivo e arbitrario, gli
utenti se ne andranno altrove. Twitter, come tutti i social network, esiste
solo finché ha utenti. Il valore di Twitter non sta nei suoi algoritmi o nella
sua architettura software e hardware: sta nelle persone che creano i suoi
contenuti. Sta nel piacere di interagire, sia pure brevemente, con persone
altrimenti irraggiungibili. Senza utenti interessanti, che creino contenuti
che attirino altri utenti, un social network inevitabilmente si spegne; se gli
utenti interessanti se ne vanno, o addirittura vengono cacciati via, e
rimangono solo neonazisti, suprematisti, spammer, terrapiattisti e hater di
ogni genere, alla fine resta solo un inutile, costosissimo guscio che si
svuota sempre più in fretta. È sempre stato così, fin dai tempi dei newsgroup,
per chi se li ricorda, e non c’è motivo di pensare che stavolta le cose
andranno diversamente.

Anche perché va ricordato che c’è una parte del piano di Musk che non è ancora
stata realizzata e che rischia di diventare la scintilla che innesca l’esodo:
per ripagare l’enorme cifra investita, il CEO di Twitter intende far pagare
agli utenti quei famosi otto dollari al mese. Per indurli a pagare, ha deciso
che i tweet di chi si rifiuta verranno resi praticamente invisibili, sommersi
da quelli degli utenti paganti. Quanti utenti saranno disposti a restare e
pagare per il privilegio di essere letti su Twitter, quando possono avere
questo privilegio gratuitamente su tutti gli altri social network? 

[Una ricerca di Travis Brown indica che su un campione di 18 milioni di account, da lunedì scorso ci sono state 2215 iscrizioni nuove a Twitter Blue. I dati non sono confermati indipendentemente]

Twitterremoto, terza puntata: giornalisti bannati, Mastodon segnalato come malware, Musk litigioso, la burla di “John Mastodon” e altro ancora

Twitterremoto, terza puntata: giornalisti bannati, Mastodon segnalato come malware, Musk litigioso, la burla di “John Mastodon” e altro ancora

Pubblicazione iniziale: 2022/12/18 19:55. Ultimo aggiornamento: 2022/12/22
09:30. Una versione più breve di questo articolo è disponibile nel podcast
Il Disinformatico del 23 dicembre 2022.

Sto cercando di evitare di parlare troppo di Twitter e Elon Musk, ma gli
ultimi sviluppi e dietrofront sono talmente assurdi e comici che mi tocca fare
un aggiornamento ai riassunti che ho già pubblicato (uno,
due). Come ho già detto, sospetto che fra qualche anno ci chiederemo se sia
davvero successa tutta questa follia, per cui credo sia opportuno tenerne
traccia adesso, finché è possibile.

Giornalisti bannati e poi (parzialmente) ripristinati

Cominciamo dal ban di Twitter a vari giornalisti di cui avevo già
segnalato
le prime avvisaglie: il 15 dicembre (le prime ore del 16 in Europa) almeno
dieci giornalisti hanno scoperto che i propri account Twitter erano stati
sospesi permanentemente, senza preavviso e senza dare alcuna motivazione.
Questo è l’elenco stilato da
Gizmodo:

  • Matt Binder (Mashable)
  • Drew Harwell (Washington Post)
  • Steve Herman (VOA News)
  • It’s Going Down News (Independent Site)
  • Micah Lee (The Intercept)
  • Ryan Mac (New York Times)
  • Mastadon (Social Media Site)
  • Keith Olbermann (formerly MSNBC)
  • Donie O’Sullivan (CNN)
  • Tony Webster (Minnesota Reformer)

A questi dieci si sono aggiunti Taylor Lorenz (Washington Post), che
racconta la propria vicenda
qui, Aaron Rupar e Linette Lopez.

Queste sospensioni hanno ricevuto la condanna delle Nazioni Unite, dell’Unione
Europea e del ministero degli affari esteri tedesco, come riferisce la
BBC
aggiungendo che un portavoce di Twitter ha dichiarato che i
ban sarebbero legati alla
“condivisione in tempo reale di dati di localizzazione”, che è vietata
dalle nuove
Regole di Twitter
anche quando queste informazioni sono pubbliche.

Se usate Twitter, insomma, teoricamente potreste trovarvi nei guai se postate
una foto di un vostro amico mentre state mangiando insieme al ristorante e il
tweet è geolocalizzato automaticamente, come capita spesso.

A giudicare da vari tweet di Elon Musk, i giornalisti sarebbero stati bannati
per aver segnalato ai loro lettori l’esistenza di un account che era su
Twitter e ora è su Mastodon e permette di sapere dove si trova il suo jet
personale, cosa che secondo Musk avrebbe permesso a uno stalker di
accostarsi a un’auto che trasportava almeno uno dei suoi figli a Los Angeles.
La polizia della città, però,
non ha trovato alcun nesso
fra questo account e l’episodio di stalking contestato da Musk, che è
avvenuto 23 ore dopo l’ultimo tweet di tracciamento da parte di
@elonjet e a circa 40 chilometri di distanza dall’aeroporto.

Inoltre alcuni dei giornalisti bannati non avevano nemmeno menzionato questa
vicenda (Lorenz, per esempio, si era limitata a chiedere a Musk un commento),
e nessuno di loro aveva pubblicato informazioni sugli spostamenti in auto di
Musk o della sua famiglia (Lorenz è stata
accusata
nel 2022 di aver condiviso un indirizzo di abitazione, via Twitter e in un
articolo
per il New York Times, ma di un’altra persona e in una
vicenda legale
completamente slegata da Musk e famiglia).

Alcuni di questi giornalisti hanno semplicemente citato l’account
Twitter @elonjet, che pubblicava in tempo reale, usando dati pubblici,
i voli del jet di Musk per segnalarne l’impatto ambientale ed è stato nel
frattempo sospeso da Twitter il 13 dicembre.

Zoe Kleinman, technology editor per la BBC, ha
riassunto la
situazione come segue:

[…] Fondamentalmente, Elon Musk ha abbattuto e fatto precipitare in fiamme
il suo tanto strombazzato impegno per la “libertà di parola”. Libertà di
parola, purché la parola non lo faccia arrabbiare personalmente: questo sembra
essere il messaggio.

Il 16 dicembre Elon Musk ha avviato un
sondaggio
fra gli utenti di Twitter chiedendo se gli account dei giornalisti andassero
ripristinati subito o entro una settimana: ha vinto con il 58,7% l’opzione
“subito”, e Musk ha
dichiarato
che avrebbe revocato immediatamente le sospensioni. 

Il 17 dicembre Twitter ha
annunciato
di aver iniziato a ripristinare alcuni account che erano stati sospesi perché
riteneva che la sospensione permanente fosse una
“azione sproporzionata per la violazione delle regole di Twitter”.
Twitter non ha indicato quali fossero gli account in questione, ma alcuni
degli account dei giornalisti che erano stati sospesi risultano ora
parzialmente
riattivati
(CNN).

Ma il 21 dicembre molti dei giornalisti bannati hanno
dichiarato
che in realtà i loro account non sono stati affatto ripristinati: risultano
visibili agli altri utenti, ma non possono più pubblicare nulla se prima non
rimuovono i tweet che forniscono al pubblico l’informazione,
giornalisticamente rilevante, che esiste un modo semplice per sapere dove si
trovano i jet personali di Elon Musk e di molti altri miliardari e sapere
quanto inquinano usando soltanto informazioni pubbliche.

Sì, i jet personali sono tracciabili usando solo dati pubblici. Anche quello
di Musk

Elon Musk afferma che pubblicare i dati dei suoi voli è doxxing, ossia
rivelazione di dati privati, e
dichiara
(16 dicembre) che il suo aereo
“non è tracciabile senza usare dati non pubblici” (“My plane is actually not trackable without using non-public data”). Ma non è vero.

Un’indagine dettagliata di Open
sui singoli ban ai giornalisti spiega infatti che i dati di volo in
tempo reale degli aerei, compresi i jet privati, sono pubblici: vengono
trasmessi via radio in chiaro da appositi localizzatori di bordo (Automatic Dependent Surveillance – Broadcast
o ADS-B, obbligatorio nello spazio aereo USA) e sono pubblicamente
accessibili da chiunque acquisti un semplice ricevitore.

Per consultarli, anche senza ricevitore, è sufficiente visitare un sito come
Flightradar24 oppure
ADSBExchange e sapere qual è
l’identificativo del jet privato che interessa. Quello del jet di Musk è
N628TS: un dato facilissimo da trovare con Google, per esempio su
Superyachtfan.com, che cita appunto questo identificativo, che è dipinto a grandi lettere
sull’aereo stesso. L’aereo è un Gulfstream G650ER del 2015, che vale 70
milioni di dollari.

C’è una diffusa diceria secondo la quale sarebbe impossibile tracciare il jet
personale di Musk senza usare dati riservati perché Musk avrebbe usato
un’opzione di mascheramento dell’identificativo, il cosiddetto
PIA (Privacy ICAO Address, spiegato benissimo
qui), ossia un identificativo temporaneo che cambia ogni 20 giorni lavorativi.
La diceria è sbagliata, come hanno
spiegato
Aric Toler di Bellingcat,
Olivier Tesquet
e
Veronica Irwin
di Protocol. L’identificativo ICAO dell’aereo di Elon Musk è
citato
pubblicamente nel
database della Federal Aviation Administration, su
FlightAware
e nei
dati di Flightradar24: è A835AF.

Immettendo questi dati in ADSBexchange si ottiene l’attuale localizzazione del
jet di Musk: per esempio, il 18 dicembre 2022 ho provato personalmente a
ottenerla ed è risultato che era in Qatar.

E in effetti quel giorno
Elon Musk era lì:

Ho segnalato quel tweet come violazione delle nuove
Regole di Twitter, che vietano la condivisione di informazioni di localizzazione in tempo
reale
anche se queste informazioni sono reperibili altrove pubblicamente,
come avevo già raccontato la settimana scorsa. Ma la segnalazione è stata
respinta.

Secondo le stime di @elonjet, il volo di Musk dalla California al Qatar
con ritorno in Texas ha consumato 65 mila litri di carburante e ha prodotto
163 tonnellate di emissioni di CO2, ossia l’equivalente
di 35 anni di emissioni di un’automobile a carburante.

Mastodon segnalato falsamente da Twitter come malware, poi non più

Il 16 dicembre Twitter ha
iniziato a impedire
agli utenti di condividere qualunque link che portasse al social network
alternativo Mastodon, indicando falsamente che si trattava di un link
“potenzialmente dannoso”.

Ci ho provato anch’io, linkando semplicemente il sito del server originale di
Mastodon, ossia Mastodon.social, e il tweet in effetti è stato respinto con il
messaggio “Qualcosa è andato storto, ma non preoccuparti. Riproviamo” e
“La richiesta non può essere completata poiché Twitter o un suo partner ha
identificato questo link come potenzialmente dannoso. Per saperne di più,
visita il nostro Centro assistenza.”

Twitter ha anche bloccato l’inclusione di qualunque link a Mastodon nelle
informazioni dei profili, con un avviso ingannevole che affermava che era
“considerato pericoloso (malware)”:

Nei giorni successivi questi blocchi sono stati revocati dopo le proteste
degli utenti, per cui ora è di nuovo possibile pubblicare tweet che contengono
link a Mastodon e includere questo tipo di link anche nella propria bio su
Twitter.

Divieto di link ad altri social, poi ritirato

Il 18 dicembre l’account ufficiale
@TwitterSupport
ha annunciato che sarebbero stati rimossi
“gli account creati solo allo scopo di promuovere altre piattaforme social
e il contenuto contenente link o nomi utente per le seguenti piattaforme:
Facebook, Instagram, Mastodon, Truth Social, Tribel, Nostr e Post.”

We recognize that many of our users are active on other social media
platforms. However, we will no longer allow free promotion of certain social
media platforms on Twitter. Specifically, we will remove accounts created
solely for the purpose of promoting other social platforms and content that
contains links or usernames for the following platforms: Facebook, Instagram,
Mastodon, Truth Social, Tribel, Nostr and Post. We still allow cross-posting
content from any social media platform. Posting links or usernames to social
media platforms not listed above are also not in violation of this policy.

Il nuovo regolamento in merito (pubblicato
qui) ha
causato
la
reazione
di molti utenti influenti di Twitter che si sono trovati sospesi dal social
network di Elon Musk, ma poche ore dopo è stato rimosso e sono stati rimossi
anche i tweet che lo annunciavano (una copia permanente di questo regolamento
molto effimero è
archiviata qui; i tweet di annuncio sono
archiviati qui). Se questo regolamento fosse stato introdotto definitivamente, sarebbe
stato probabilmente in violazione del
Digital Markets Act
europeo, che regolamenta i comportamenti dei social network, con sanzioni
pesantissime.

Successivamente l’account ufficiale @TwitterSafety ha avviato un
sondaggio, che si è concluso con l’87% di contrari al divieto di linkare altri social
network.

Paradossalmente, Twitter pratica attualmente e da tempo quello stesso
comportamento che avrebbe voluto vietare in casa propria: infatti ha degli
account puramente autopromozionali su
Instagram e su
Facebook.

Il battibecco pubblico con i giornalisti, le accuse false di Musk

Il 16 dicembre Elon Musk si è inoltre unito a un dibattito online tenutosi su
Twitter, usando la funzione
Twitter Spaces
che consente conversazioni vocali di gruppo, e ha detto che i giornalisti
stavano condividendo il suo indirizzo. Quando gli hanno fatto notare che non
era vero, e che lui stava usando lo stesso metodo di blocco dei link che aveva
trovato così inaccettabile quando era stato
usato per la vicenda del laptop di Hunter Biden, Elon Musk se ne è andato senza rispondere ad altre domande.

Riporto qui sotto la
trascrizione
del suo breve intervento.

Musk: Well, as I’m sure everyone who’s been doxxed would agree, showing
real-time information about somebody’s location is inappropriate. And I think
everyone would not like that to be done to them. And there’s not going to be
any distinction in the future between simple journalists and regular people.

Everyone is going to be treated the same—no special treatment.
You doxx, you get suspended. End of story. And ban evasion or trying to be
clever about it, like “Oh, I posted a link – to the real-time information,”
that’s obviously something trying to evade the meaning, that’s no different
from actually showing real-time information.

Katie Notopoulos: When you’re saying, ‘posting a link to it,’ I mean, some of
the people like Drew and Ryan Mac from The New York Times, who were banned,
they were reporting on it in the course of pretty normal journalistic
endeavors. You consider that like a tricky attempted ban evasion?

Musk: You show the link to the real-time information – ban evasion,
obviously.

Katie Notopoulos: Drew, I don’t think you were posting the real-time
information, right?

Drew Harwell: You’re suggesting that we’re sharing your address, which is not
true. I never posted your address.

Musk: You posted a link to the address.

Drew Harwell: In the course of reporting about ElonJet, we posted links to
ElonJet, which are now banned on Twitter. Twitter also marks even the
Instagram and Mastodon accounts of ElonJet as harmful.

We have to acknowledge, using the exact same link-blocking technique that you
have criticized as part of the Hunter Biden-New York Post story in 2020.

So what is different here?

Musk: It’s not more acceptable for you than it is for me. It’s the same
thing.

Drew Harwell: So it’s unacceptable what you’re doing?

Musk: No.

You doxx, you get suspended.
End of story. That’s it.

Circa mezz’ora dopo,
l’intero servizio
Twitter Spaces
è stato
disabilitato
. È poi tornato online nei giorni successivi.

Musk litiga pubblicamente anche con gli esperti di marketing e di informatica
e li insulta

In una discussione su Twitter Spaces fra esperti di marketing pubblicitario,
Musk li ha interrotti affermando che stavano dicendo stupidaggini quando in realtà stavano parlando delle basi di come funziona la pubblicità nei social:

In una conversazione, sempre su Twitter Spaces, con ex ingegneri informatici
di Twitter, quando uno di loro gli ha chiesto di descrivere tecnicamente cosa
non andasse bene dell’attuale software del social, Musk ha tagliato corto e
gli ha dato del “jackass”, ossia dell’ignorante.

Il sondaggio di Musk se stare a capo di Twitter o no

Il 19 dicembre Elon Musk ha tweetato un sondaggio, indetto da lui stesso, per
chiedere se restare a capo di Twitter o no, aggiungendo che avrebbe rispettato
l’esito del sondaggio. “Vox populi, vox dei”, diceva. Il risultato
finale, con circa 17 milioni di account partecipanti, è stato che il 57,4% è a
favore della sua rinuncia alla carica.

Dopo due giorni di sostanziale silenzio, Musk ha
annunciato
il 21 dicembre che si dimetterà dal ruolo di CEO non appena troverà
“qualcuno abbastanza
incosciente
da accettare l’incarico”
e che resterà a capo dei reparti software e server (“I will resign as CEO as soon as I find someone foolish enough to take the
job! After that, I will just run the software & servers teams.”
).

A Twitter, insomma, regna ancora la confusione e non c’è un piano organico di
ristrutturazione: le decisioni vengono prese sull’impulso del momento, senza
valutarne le conseguenze.

La burla di “John Mastodon”

E per finire, se vi state chiedendo perché si parla tanto online del signor
John Mastodon ed è così popolare l’hashtag #JohnMastodon, tutto nasce
da un errore di un giornalista, Isaac Schorr, che il 16 dicembre ha scritto su
Mediaite.com un articolo sulla vicenda Twitter (copia d’archivio qui) nel quale voleva parlare dell’account Twitter @joinmastodon, che era
stato bandito, ma ha invece scritto John Mastodon, descrivendolo come
“il fondatore di una società concorrente nei social media che prende il
nome da lui”

(“the platform removed John Mastodon, the founder of a competing social
media company named after himself”
).

Ed è così che
è nato un mito, con memi, biografie inventate e fotografie dell’inesistente signor John
Mastodon generate con l’intelligenza artificiale.

Fonti aggiuntive:
BBC;
Ars Technica;
Gizmodo.

Twitterremoto, prima puntata: il caos dei bollini, uffici chiusi, licenziamenti di massa

Twitterremoto, prima puntata: il caos dei bollini, uffici chiusi, licenziamenti di massa

Pubblicazione iniziale: 2022/11/12 18:54. Ultimo aggiornamento: 2022/12/22 10:10. L’articolo è stato estesamente aggiornato e modificato per tenere
conto degli eventi ed è disponibile anche in
versione podcast audio. L’immagine qui accanto è di origine ignota.

Elon Musk è diventato il nuovo proprietario di Twitter il
27 ottobre
scorso, dopo una sofferta trattativa iniziata ad
aprile, e da allora in questo social network regna il caos. La vicenda sta
diventando talmente intricata e assurda che credo sia utile riassumere gli
eventi principali avvenuti fin qui, anche perché alcuni sono talmente
incredibili che fra qualche anno probabilmente ci chiederemo se sono accaduti
realmente.

[Prevengo subito una domanda ricorrente: no, al momento non ho intenzione
di lasciare Twitter e/o migrare a Mastodon. Non ho tempo di studiare
Mastodon a fondo e credo che non abbia ancora una massa critica e una
facilità d’uso sufficienti.]

Il
4 novembre
Musk ha licenziato circa metà dei 7500 dipendenti di Twitter.

Il giorno successivo,
5 novembre, è stata attivata una nuova versione di Twitter Blue, il servizio a
pagamento di Twitter, disponibile soltanto a chi risiede negli Stati Uniti, in
Canada, in Australia, in Nuova Zelanda e nel Regno Unito. Fra le sue varie
funzioni, il nuovo Twitter Blue consente agli utenti di questi paesi di
acquistare per 8 dollari al mese un “bollino blu” che compare accanto al loro
nome.

Il problema è che questo bollino blu somiglia in tutto e per tutto al bollino
che per anni ha contraddistinto gli utenti che si erano autenticati, dando a
Twitter prova della propria identità e notorietà. Quel bollino che permetteva
a tutti gli utenti di essere certi di leggere gli account reali di politici,
celebrità e testate giornalistiche e non qualche loro impostore.

Questa novità, voluta espressamente da Elon Musk nonostante gli
avvisi di pericolo
dei suoi addetti alla sicurezza, è stata vista immediatamente come un errore
tecnico colossale, e non è difficile capire perché. Immaginate che il governo
decida che da domani il vostro passaporto non è più un documento che attesta
con certezza chi siete, ma è un libretto che chiunque può comperare per otto
dollari mettendoci il nome che gli pare. Compreso il vostro. Non
occorre essere geni per prevedere che scoppierebbe il caos e le truffe
dilagherebbero. E infatti è esattamente quello che è successo su Twitter.

Numerosi spammer, truffatori e semplici burloni hanno immediatamente
cominciato a creare account Twitter a nome di persone e aziende famose e hanno
ottenuto il bollino blu che agli occhi dell’utente medio li faceva sembrare
autenticati.

Una delle persone maggiormente
prese di mira
è stata proprio Elon Musk: moltissimi utenti hanno cambiato il proprio nome
online assumendo il suo, per rendere evidente quanto fosse assurdo, pericoloso
e ridicolo questo cambiamento radicale voluto dal nuovo CEO di Twitter. Musk,
che fino a quel momento si era dichiarato in favore della libertà di
espressione assoluta, ha subito corretto il tiro quando quella libertà è stata
usata per sbeffeggiarlo.

Il
9 novembre
Twitter ha reagito al caos
attivando
ad alcuni utenti una spunta grigia, accompagnata dalla parola
Official, per indicare gli account realmente autenticati e distinguerli
da quelli paganti. Ma il giorno stesso ha
disattivato
questa funzione, creando ulteriore confusione.

Il voltafaccia repentino è ben documentato anche da due tweet consecutivi di
@TwitterSupport:
“We’re not currently putting an “Official” label on accounts but we are
aggressively going after impersonation and deception.”
(9 novembre). Due giorni dopo (11 novembre):
“To combat impersonation, we’ve added an “Official” label to some
accounts.”

Le inevitabili e ovvie conseguenze di questa scelta scellerata di mettere in
vendita a otto dollari quello che fino all’altroieri era un forte indicatore
di autenticità sono state ben peggiori di una presa in giro collettiva.

Il 10 novembre qualcuno infatti ha creato un falso account usando il nome e il
logo della casa farmaceutica Eli Lilly, ha pagato gli otto dollari per avere
il bollino blu che tutti ancora considerano sinonimo di autenticazione, e poi
ha usato quel falso account per
annunciare
che l’insulina sarebbe diventata gratuita (“We are excited to announce insulin is free now”).

L’annuncio dell’impostore è rimasto online per più di sei ore,
ottenendo milioni di visualizzazioni. Le azioni della casa farmaceutica sono
precipitate, portando con loro anche quelle di Novo Nordisk e Sanofi, visto
che queste tre società forniscono il 100% dell’insulina usata negli Stati
Uniti e il 90% di quella usata nel mondo
[fonte:
Investor’s Business Daily]
. Eli Lilly ha poi recuperato in Borsa, ma il giorno successivo ha
sospeso
tutti i propri investimenti pubblicitari in Twitter e tutte le sue
comunicazioni aziendali in tutto il mondo sul social network di Elon Musk.

Insomma, con otto dollari qualcuno è riuscito a far perdere a Twitter un
inserzionista che ne vale milioni. Colpa anche del fatto che Twitter, con metà
del personale licenziato, non ha rimosso per ore l’account fasullo, nonostante
le chiamate frenetiche dei rappresentanti della casa farmaceutica. E Eli Lilly
non è l’unica grande azienda ad aver messo in pausa i propri investimenti
pubblicitari su Twitter: nei giorni precedenti lo avevano già
fatto
Ford, General Motors, Pfizer e Audi, giusto per fare qualche nome
[fonte:
Wall Street Journal]
.

Sempre il 10 novembre è comparso un account con il bollino blu e con il nome e
il logo della Pepsi, che ha
scritto
“Coke is better”. Questo tweet è rimasto online per
18 ore
prima di essere sospeso.

Un altro falso account con bollino blu, nome e logo di Tesla ha
annunciato
diecimila auto a sostegno dei militari ucraini perché
“le nostre auto sono gli ordigni esplosivi più sofisticati sul mercato”
e poi ha postato altre
crudelissime satire su di Tesla.

Qualcuno ha anche creato l’account @ChiquitaBrands, lo ha fatto
“verificare” pagando otto dollari e lo ha usato per impersonare la famosa
marca di banane,

pubblicando

messaggi satirici del tipo
“Abbiamo appena rovesciato il governo brasiliano”.

Un account apparentemente “verificato” ha
finto
di essere la Lockheed Martin e ha annunciato la sospensione di
“tutte le forniture di armi all’Arabia Saudita, a Israele e agli Stati
Uniti fino a quando ci sarà un’ulteriore inchiesta sui loro trascorsi di
abusi dei diritti umani”
. Chi l’ha creato è riuscito a farsi approvare e bollinare da Twitter un
account che si chiamava @LockheedMartini. Dubito che sia quello il nome
sulla carta di credito usata per pagare gli otto dollari.

Poi c’è Nintendo, che si è vista
comparire
un account Twitter “verificato” a suo nome, con l’immagine di Mario che mostra
il dito medio, e altri
tweet scurrili. Ovviamente gli utenti hanno inviato proteste al vero account Twitter
di Nintendo.

Non sono mancati neanche gli account “verificati” che sembravano appartenere a
persone famose, dagli
sportivi
agli ex presidenti degli Stati Uniti. Un account “verificato” a nome di George
W. Bush ha
scritto
Mi manca ammazzare gli iracheni”; un altro a nome di Tony Blair gli ha
risposto
che manca sinceramente anche a lui. E quello che sembrava essere l’account
Twitter di Donald Trump, con tanto di bollino, ha
dichiarato
“Gente, ho perso”.

La lista potrebbe continuare a lungo, con
Rockstar Games,
Roblox,
British Petroleum
e tanti altri
esempi. Tutto dimostra che in questo momento Twitter non fa il benché minimo
controllo preliminare di identità prima di concedere quello che insiste a
chiamare esplicitamente un bollino di verifica. Un disastro, insomma.

Gli account falsi alla fine sono stati sospesi, ma sono rimasti online a
lungo. Il rischio di confusione e disinformazione e il danno d’immagine ai
marchi sono assolutamente evidenti. Uno dei valori fondamentali per qualunque
inserzionista, ossia la brand safety, la tutela del marchio, è stato
fatto a pezzi e buttato nel cassonetto dell’immondizia dalla scelta di mettere
in vendita i bollini.

Omnicom Media Group, una delle più importanti agenzie pubblicitarie, che
gestisce marchi come McDonald’s, Apple e Pepsi, sta raccomandando ai propri
clienti di sospendere gli investimenti pubblicitari su Twitter
[fonte:
The Verge].

Il bollino in vendita senza alcuna verifica di identità è infatti
inaccettabile per i marchi. È invece una grande attrattiva per gli
hater, che lo stanno
comprando
per aumentare la propria visibilità.

Il 10 novembre è arrivata anche la
notizia
delle dimissioni di alcuni dei dirigenti chiave di Twitter, dovute al fatto
che le modifiche ordinate in fretta e furia da Musk devono sottostare a un
riesame di sicurezza, che però non è possibile fare alla velocità con la quale
si stanno susseguendo i cambiamenti. Hanno lasciato Twitter:

  • Yoel Roth, responsabile per la
    fiducia e sicurezza (Global Head of Trust and Safety), che aveva
    l’incarico di proteggere Twitter da manipolazioni, amplificazioni
    artificiali di tweet, spam e account falsi, e di garantire l’integrità del
    social network durante le elezioni;
  • Lea Kissner, responsabile in capo per la sicurezza informatica (CISO);
  • Damien Kieran, responsabile in
    capo per la privacy (Chief privacy officer);
  • e Marianne Fogarty,
    responsabile primaria per la conformità alle normative (
    Chief compliance officer
    ). 

Lo stesso giorno Elon Musk ha
dichiarato
che ci sono troppi bollini blu originali che sono “corrotti” e che
quindi secondo lui non ci sarebbe altra scelta che eliminarli nei prossimi
mesi (“Far too many corrupt legacy Blue “verification” checkmarks exist, so no
choice but to remove legacy Blue in coming months”
). E quando un utente ha obiettato che però il vecchio sistema aiutava molto
a prevenire le truffe, Musk gli ha
risposto
laconicamente “$8”.

L’11 novembre:

  • Elon Musk ha risposto a voce per circa un’ora alle domande dei dipendenti di
    Twitter.
    The Verge
    ha pubblicato una trascrizione integrale delle sue dichiarazioni.
  • Twitter ha
    sospeso completamente
    la
    possibilità
    di acquistare il bollino blu almeno fino al 29 novembre, secondo un
    tweet di Elon Musk.
  • Twitter ha iniziato a
    riattivare
    la spunta grigia di autenticazione, ma
    solo
    per account di grandissima notorietà e istituzionali, come la
    BBC (CNN
    e Rai hanno ricevuto la spunta
    intorno al 15 novembre; alla stessa data, la
    RSI non ce l’ha ancora).

Nei giorni successivi è successo davvero di tutto.

Il 12 novembre Elon Musk ha tweetato un’affermazione falsa a proposito della
potenza di Twitter e il suo post è stato
etichettato
come falso da
Birdwatch, il servizio anti-fake news di Twitter.

[Fra l’altro, il 12 novembre ho partecipato al servizio del
Telegiornale
della RSI che descrive il caos delle spunte blu: lo trovate qui sotto]

Il 13 novembre Musk è stato criticato pubblicamente da alcuni suoi dipendenti
di Twitter, su questioni strettamente informatiche, e ha reagito licenziandoli
in tronco, con buona pace delle sue promesse di difesa della libertà di
parola. Nei giorni successivi il numero di dipendenti contestatori e
dimissionari
è
cresciuto
e tuttora continua a crescere
[Punto informatico;
The Verge]
.

Sempre il 13 novembre il CEO di Twitter ha litigato online con un senatore
degli Stati Uniti, Edward Markey, perché un giornalista del
Washington Post (paywall) aveva sfruttato le nuove regole di Twitter per creare un falso account
verificato a nome del senatore, e
quando
il senatore ha
chiesto spiegazioni
a Musk su come fosse stato possibile, il proprietario di Twitter gli ha
risposto pubblicamente
“Forse perché il tuo vero account sembra una parodia?” invece di
affrontare il problema. Forse Musk non ha considerato che il senatore Markey è
membro influente di
comitati governativi
che riguardano le telecomunicazioni e lo spazio
[CNBC;
Axios]
.

La telenovela continua, con dipendenti appena licenziati ai quali Twitter
chiede di tornare in azienda, annunci di Elon Musk che paventano la bancarotta
del social network e
minacce
dello stesso Musk di licenziare chiunque non sia disposto a dedicare i
prossimi mesi a lavorare giorno e notte al suo “Twitter 2.0”.

—-

2022/11/18 9:45. Intorno alle 7 italiane di stamattina
[dopo la chiusura del podcast], la
BBC ha segnalato che
Twitter ha chiuso temporaneamente tutti gli uffici fino a lunedì 21 novembre.
Non è stata comunicata alcuna motivazione per la chiusura. Intanto la BBC e Il Post
segnalano che molti dipendenti stanno dando le dimissioni dopo la
richiesta
di Elon Musk di impegnarsi formalmente a lavorare
“per tante ore ad alta intensità” oppure essere licenziati.

Per tutta risposta, Musk ha
tweetato
che
“la gente migliore sta restando, per cui non sono super preoccupato” (“The best people are staying, so I’m not super worried”) e un
meme
di una tomba sulla quale c’è il logo di Twitter.

Intanto è diventato popolarissimo (oltre 270.000 like) un
tweet
nel quale una persona, Alex Cohen, dice di essere il gestore degli accessi
agli uffici di Twitter e di essere fra i licenziati. Prosegue dicendo di
essere stato chiamato personalmente da Elon Musk per tornare a ridare accesso
alla sede centrale dell’azienda perché erano rimasti chiusi fuori.

Il tweet ha effettivamente ricevuto i
ringraziamenti
di Musk (non di un impostore), ma si tratta di umorismo non dichiarato: Alex
Cohen nel proprio profilo scrive “Mostly parody account” e Birdwatch,
il servizio anti-fake news di Twitter, nota che
“this is a joke” notando che lo stesso account pochi giorni fa aveva
dichiarato di essere stato licenzato da un’altra azienda.

—-

Nel frattempo sembra essere crollata una delle tesi principali di Elon Musk,
ossia che gli spammer sarebbero stati dissuasi perché il pagamento del bollino
(senza il quale sarebbero stati relegati tra i plebei sostanzialmente
invisibili) avrebbe richiesto il sacrificio di una carta di credito che
sarebbe stata subito bandita. Come si è visto, ci sono moltissimi utenti più
che disposti a questo sacrificio (fatto magari anche con una carta prepagata
usa e getta) in cambio di un graffiante marameo a un politico o di un danno
economico miliardario a un’azienda potente e detestata.

[C’è anche un dettaglio tecnico interessante da verificare:
sembra
che sarà possibile attivare Twitter Blue gratis, rendendo quindi
trascurabile il costo per gli spammer e vanificando la giustificazione di
Musk per l’introduzione del costo mensile. Il trucco consisterebbe
nell’attivare Twitter Blue usando i pagamenti in-app di Apple e nel chiedere
subito dopo il rimborso. Il bollino blu resterebbe attivo comunque per 30
giorni. Ora non è possibile verificare questa segnalazione, ma sarà
interessante farlo quando Twitter Blue tornerà disponibile.]

2022/11/19 6:20. Elon Musk ha lanciato un paio d’ore fa un sondaggio per chiedere ai suoi 116 milioni di follower se ripristinare l’account dell’ex presidente Donald Trump, aggiungendo “Vox Populi, Vox Dei”. Finora, con circa 5,4 milioni di voti, prevale il sì.

Come accedere al browser nascosto della PlayStation 5 in VR e vedere i video online. Di, uhm, qualunque genere

Formalmente, la PlayStation 5 dotata degli accessori per la realtà virtuale non offre un browser Web, per cui non dovrebbe essere possibile usarla per vedere i video presenti per esempio su YouTube e anche in altri siti. Ma @Clodo76 ha segnalato su Twitter un metodo che consente di aggirare questa limitazione e attivare un browser per vedere lo stesso alcuni tipi di video: per farlo si usa, paradossalmente, Twitter.

Si va in Impostazioni, Utenti e account, Servizi collegati, si chiede di collegare l’account e si clicca sul logo di Twitter, ignorando la richiesta di autorizzazione di Twitter. Quando compare l’invito ad accedere a Twitter, lo si chiude e da lì si digita l’URL di Google per accedere a Google e digitare nella sua casella il nome del sito o dell’argomento che interessa vedere in video, come mostrato nel tweet qui sotto.

@Clodo76 ha osservato che “di tutti i servizi a cui collegare PS5 (Apple, Spotify, Twitter, Twitch etc) SOLO Twitter apre un browser web per il login, in cui non si può digitare un url, ma basta cliccare un link in un tweet qualsiasi per ‘uscire dal seminato’”. Nota inoltre che “I video VR non vanno, dice “browser incompatibile”. Ma i porno 2D si.”

È strano che sia proprio Twitter a offrire questa inattesa e bizzarra via di fuga.

Se usate Tweetdeck su Firefox e non vi funziona più, provate questo metodo

Se usate Tweetdeck su Firefox e non vi funziona più, provate questo metodo

Un paio di giorni fa Tweetdeck (l’app in-browser che gestisce Twitter infinitamente meglio dell’app standard) è impazzito e ha cominciato a dare questo errore misterioso su Firefox. Sembra che si tratti di una modifica ai certificati digitali fatta da Twitter senza testare più di tanto i suoi effetti, come è ormai purtroppo normale da quando è partita la caotica gestione Musk.

Riavviare il browser, fare logout e login, riavviare l’intero sistema operativo non migliora la situazione.

Ma c’è un metodo manuale per rimediare, segnalatomi da @SkyborgSinToren e trovato/spiegato da @Nukeador

Nella casella dell’URL di Firefox, digitate about:profiles. Compare questa schermata:

 Cliccate su Root Directory nel profilo in uso. Questo vi porta a una cartella nella quale trovate un file di nome SiteSecurityServiceState.txt.

Aprite questo file con un editor di testo e cancellate tutti i riferimenti a Twitter. Salvate il file.

Riavviate Firefox e provate a ricollegarvi a Tweetdeck. Se non funziona al primo colpo, riprovate un paio di volte. Dovreste riavere accesso a Tweetdeck. Se compare la versione nuova e non vi piace, ho scritto qui le istruzioni per tornare a quella vecchia.

 

Lascio Twitter, ma senza sbattere la porta. Motivi e strategie di uscita

Lascio Twitter, ma senza sbattere la porta. Motivi e strategie di uscita

Pubblicazione iniziale: 2022/11/28 9:25. Ultimo aggiornamento: 2023/02/18
11:40.

Lo so che Twitter non è una stazione e non c’è bisogno di annunciare arrivi e
partenze, ma faccio un’eccezione per rispetto verso chi mi segue. 

La
situazione
su Twitter è diventata sempre più
assurda
e insostenibile, con Musk che usa la sua piattaforma per fare bislacche
raccomandazioni di voto
e con il ritorno (deciso esplicitamente da Musk) di
troppe figure della disinformazione e dell’odio
per far finta di nulla o sperare in errori momentanei di valutazione o crisi
di assestamento. 

Restare su Twitter significa alimentare questa situazione tossica e, come dice
bene
Jelani Cobb sul New Yorker, significa sostenere
“l’illusorio senso di comunità che ancora permane sulla piattaforma”.
Lo spirito di Twitter se n’è andato; al suo posto rimane solo una facciata
spaccata e imbrattata, gestita capricciosamente da un bambino viziato con
troppi soldi in tasca.

Andarsene da Twitter non è una decisione facile, specialmente per chi ha un
numero piuttosto consistente di follower e lo usa molto per informare e
informarsi sugli eventi in tempo reale (da sempre il suo massimo pregio)
invece che per battibeccare con altri utenti. 

Mi rendo conto di avere un account Twitter con una visibilità per la quale
molti farebbero carte false. Ma ci ho ragionato su per molto tempo, e temo di
non avere scelta. Mi dispiace parecchio per i circa 420.000 follower,
ma in coscienza non mi sento più di avallare la follia di Elon Musk dando loro
un piccolo motivo in più per restare su Twitter.

Da oggi, quindi, inizio a ridurre la mia presenza su Twitter. Manterrò
l’account, ma salvo casi speciali posterò sempre meno e non risponderò alle
menzioni. Ho messo un avviso in tal senso nella mia bio di Twitter, con le mie
coordinate sugli altri social network. Ho già
chiuso i messaggi diretti
(anche se Tweetdeck misteriosamente ne fa passare lo stesso alcuni) e ho
attivato
il
silenziamento delle notifiche

Mi limiterò a seguire su Twitter i circa 800 account d’informazione che seguo
attualmente (almeno finché esistono e non migrano altrove), senza postare
assiduamente come ho fatto in questi ultimi 15 anni. 

Una protesta non vale nulla se non si mette in gioco nulla.

Resto comunque reperibile via
mail; invece che su Twitter,
posterò su Mastodon (sono
sull’istanza italofona Mastodon.uno; se vi va, ho scritto una
miniguida di migrazione), su Instagram, sul
mio canale Telegram, su Signal
(solo messaggi strettamente riservati) e in questo blog (che potete anche
seguire con qualsiasi reader RSS, come per esempio
Feedly).

Non sospenderò il mio
account e non lo eliminerò per tre ragioni:

  • Se le cose vanno avanti come stanno andando (fuga di inserzionisti e
    dipendenti, decisioni caotiche), tra qualche mese Twitter potrebbe fallire
    ed essere rilevato e risistemato da mani meno dissennate di quelle di Musk,
    nel qual caso potrei tornare a usarlo.
  • Sono su Twitter dal 2007 e ho scritto oltre 135.000 tweet che fanno, nel
    loro piccolo parte della cronologia di Internet. Sospendere o eliminare
    l’account li farebbe sparire.
  • Eliminarlo
    significherebbe che qualcun altro potrebbe usare lo stesso nome account in
    futuro, magari spacciandosi per me (Twitter Help;
    Chron;
    PCWorld).

Non lo
rendo privato (protetto)
perché questo
renderebbe illeggibili
anche i miei tweet passati.

Quindi se vi interessa quello che scrivo, cominciate a fare un mini-piano per
continuare a seguirmi altrove quando non sarò più attivo su Twitter. E se
avete suggerimenti per migliorare questo mio piano di migrazione, scrivetemi
qui sotto nei commenti o via mail.

2023/02/18 11:40. Aggiungo qui un grafico pubblico, tratto da
Socialblade, per tenere traccia della riduzione della mia attività su Twitter. È utile
per zittire polemisti e ottusangoli.

Cory Doctorow e la “enshittification”: perché i servizi online e i social network commerciali diventano tutti tossici. Metaverso compreso

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente qui su Attivissimo.blogspot.com.

Riporto qui la mia traduzione di un saggio di Cory Doctorow che spiega molto bene la dinamica che porta sistematicamente i servizi online e i social network di natura commerciale a deteriorarsi progressivamente dal punto di vista degli utenti. Lui definisce questa dinamica senza mezzi termini come enshittification, ossia grosso modo “immerdificazione”, e noterete che si applica perfettamente non solo a TikTok ma anche all’evoluzione di Twitter di questi ultimi mesi.

2023/03/12: Sono smodatamente fiero di constatare che Licia Corbolante (@terminologia) ha definito “immerdificazione” una ”parola ben formata attraverso un processo detto formazione parasintetica”. Trovate i dettagli in coda al saggio di Doctorow.


L’immerdificazione di Tiktok

di Cory Doctorow – Link all’originale – traduzione sotto licenza Creative Commons Attribution 4.0.

Ecco come muoiono le piattaforme: dapprima trattano bene i propri utenti; poi abusano di loro per migliorare le cose per i loro clienti commerciali; e infine abusano di quei clienti per riprendersi tutto il valore e tenerselo. E poi muoiono.

Io chiamo questo processo immerdificazione (enshittification), ed è una conseguenza a quanto pare inevitabile che nasce della combinazione della facilità nel cambiare il modo in cui una piattaforma alloca valore, combinata con la natura di un “mercato a due parti”, laddove una piattaforma si piazza fra venditori e acquirenti e tiene ciascuno in ostaggio per l’altro, portandosi via una quota sempre più grande del valore che passa tra loro.

Quando una piattaforma prende il via, ha bisogno di utenti e quindi si rende preziosa per loro. Pensate ad Amazon: per molti anni ha operato in perdita, usando il suo accesso al mercato dei capitali per sovvenzionare tutto quello che compravate. Vendeva beni sottocosto e li spediva sottocosto. Gestiva un sistema di ricerca pulito e utile. Se cercavi un prodotto, Amazon faceva l’impossibile per piazzarlo in cima ai risultati di ricerca.

Questo era un ottimo affare per i clienti di Amazon. Sono arrivati a frotte, e molti rivenditori che avevano negozi fisici sono sfioriti e sono morti, rendendo difficile andare altrove. Amazon ci ha venduto e-book e audiolibri che erano vincolati permanentemente alla sua piattaforma tramite DRM, in modo che ogni dollaro che spendevamo comprando dei media era un dollaro al quale avremmo dovuto rinunciare se avessimo cancellato Amazon e le sue app. E Amazon ci ha venduto Prime, convincendoci a pagare in anticipo per un anno di spedizioni. I clienti di Prime iniziano le loro ricerche per acquisti su Amazon, e il 90% delle volte non cercano altrove.

Questo ha indotto molti clienti commerciali a entrare, diventando venditori nel Marketplace e trasformando Amazon nel “negozio per tutto” che aveva promesso sin dall’inizio. Man mano che questi clienti entravano in massa, Amazon ha cominciato a dare sussidi ai fornitori. I creatori di Kindle e Audible ricevevano compensi generosi. I rivenditori nel Marketplace raggiungevano un pubblico enorme e Amazon prendeva da loro delle commissioni basse.

Questa strategia comportava il fatto che diventava progressivamente più difficile, per chi cercava di fare acquisti, trovare cose in qualunque altro posto diverso da Amazon, e questo voleva dire che cercava solo su Amazon, e quindi i venditori dovevano vendere su Amazon.

È stato a questo punto che Amazon ha cominciato a raccogliere le eccedenze dai propri clienti commerciali e le ha passate ai propri azionisti. Oggi i venditori del Marketplace passano ad Amazon il 45% e oltre del prezzo di vendita sotto forma di costi fittizi. Il programma “pubblicitario” da 31 miliardi di dollari dell’azienda è in realtà un sistema a payola [nel mondo del business musicale, pagamento dato da una casa discografica o simile a un DJ o direttore radiofonico per far trasmettere un suo brano, N.d.T.] che mette i venditori uno contro l’altro, costringendoli a fare offerte per la possibilità di essere in cima alla vostra ricerca.

Fare una ricerca in Amazon non produce un elenco dei prodotti che corrispondono maggiormente alla vostra ricerca: fa comparire un elenco dei prodotti i cui venditori hanno pagato di più per essere in cima a quella ricerca. Questi costi sono incorporati nel prezzo che pagate per il prodotto, e il requisito di “nazione più favorita” di Amazon significa che i venditori non possono vendere altrove a un prezzo inferiore, per cui Amazon ha dettato i prezzi di ogni venditore.

Cercate “lettini per gatti” su Amazon: tutta la prima schermata è costituita da pubblicità, compresi prodotti che Amazon ha clonato dai propri rivenditori, facendoli fallire (i venditori terzi devono pagare il 45% in costi fittizi ad Amazon, ma Amazon non applica questi costi fittizi a se stessa). In tutto, le prime cinque schermate di risultati per “lettini per gatti” sono pubblicità per il 50%.

https://pluralistic.net/2022/11/28/enshittification/#relentless-payola

Questa è l’immerdificazione: le eccedenze vengono dapprima rivolte agli utenti; poi, una volta che gli utenti sono intrappolati, le eccedenze vanno ai fornitori; poi, una volta che sono intrappolati anche loro, le eccedenze vengono passate agli azionisti, e la piattaforma diventa un’inutile montagna di letame. Dagli store di app per telefonini a Steam a Facebook a Twitter, questo è il ciclo di vita della enshittification.

Ecco perché, come ha scritto Cat Valente nel suo saggio magistrale prenatalizio, piattaforme come Prodigy si sono trasformate, da un giorno all’altro, da un posto dove andavi per i collegamenti sociali a un posto dove eri tenuto a “smettere di parlare con gli altri e cominciare a comprare cose”:

https://catvalente.substack.com/p/stop-talking-to-each-other-and-start

Questo gioco delle tre carte, giocato con le eccedenze, è quello che è successo a Facebook. All’inizio Facebook ti trattava bene: ti mostrava le cose che avevano da dire le persone che amavi e alle quali volevi bene. Questo ha creato una sorta di presa di ostaggi reciproca: una volta che su Facebook c’era una massa critica di persone alle quali tenevi, diventava in pratica impossibile andarsene, perché avresti dovuto convincere tutte queste persone ad andarsene anche loro e metterle d’accordo su dove andare. Vuoi bene ai tuoi amici, ma capita spesso di non riuscire ad accordarsi su quale film andare a vedere e dove andare a cena. Lascia perdere.

Poi Facebook ha cominciato a riempire il feed con post di account che non seguivi. All’inizio si trattava di aziende del settore dei media, che Facebook ficcava in gola ai propri utenti in modo preferenziale affinché cliccassero sugli articoli e mandassero del traffico ai giornali, alle riviste e ai blog.

Poi, una volta che quelle pubblicazioni erano diventate dipendenti da Facebook per il loro traffico, Facebook ha smorzato quel traffico. Dapprima ha messo una strozzatura nel traffico verso le pubblicazioni che usavano Facebook per pubblicare degli estratti contenenti dei link ai loro siti; lo ha fatto allo scopo di spingere le pubblicazioni a fornire dei feed di testi integrali all’interno del giardino cintato di Facebook.

Questo ha reso le pubblicazioni profondamente dipendenti da Facebook. I loro lettori non visitavano più i siti delle pubblicazioni ma ne fruivano su Facebook. Le pubblicazioni erano ostaggi di quei lettori, che erano ostaggi gli uni degli altri. Facebook ha smesso di mostrare ai lettori gli articoli pubblicati dalle pubblicazioni, ricalibrando l’algoritmo in modo da sopprimere i post provenienti dalle pubblicazioni a meno che avessero pagato per “amplificare” i loro articoli ai lettori che si erano esplicitamente abbonati ad essi e avevano chiesto a Facebook di includerli nei loro feed.

A questo punto Facebook ha cominciato a ficcare più pubblicità nel feed, mescolando la payola della gente che volevate ascoltare con la payola degli sconosciuti che volevano sequestrare la vostra attenzione. Ha offerto a quegli inserzionisti un ottimo affare, chiedendo una miseria per personalizzare le loro pubblicità sulla base dei dossier di dati personali raccattati senza consenso che avevano rubato a voi.

Anche i rivenditori erano diventati dipendenti da Facebook. Erano diventati incapaci di continuare a lavorare senza quelle inserzioni mirate. Questo è stato, per Facebook, il segnale per alzare i prezzi delle inserzioni, smettere di preoccuparsi così tanto delle frodi pubblicitarie e mettersi in combutta con Google per manipolare il mercato pubblicitario tramite un programma illegale chiamato Jedi Blue:

https://en.wikipedia.org/wiki/Jedi_Blue

Oggi Facebook è in uno stato di immerdificazione terminale; è un posto terribile dove stare, sia per gli utenti, sia per le aziende nel settore dei media, sia per gli inserzionisti pubblicitari. È un’azienda che ha intenzionalmente demolito una grossa fetta degli editori sui quali contava, frodandoli e attirandoli in una “transizione al video” che si basava su asserzioni false riguardanti la popolarità dei video fra gli utenti di Facebook. Le aziende hanno speso miliardi per questa transizione, ma gli spettatori non si sono mai presentati, e le aziende di media hanno chiuso in massa:

https://slate.com/technology/2018/10/facebook-online-video-pivot-metrics-false.html

Ma Facebook ora ha una nuova proposta. Si fa chiamare Meta, e pretende che viviamo il resto dei nostri giorni come creature da cartone animato con pochi poligoni, senza gambe, senza sesso e pesantemente sorvegliate.

Ha promesso alle aziende che fanno app per questo metaverso che non le fregherà come ha fatto con gli editori sul vecchio Facebook. Resta da vedere se troverà aziende interessate. Come ammise candidamente una volta Mark Zuckerberg a un suo coetaneo, meravigliandosi di tutti i compagni di studi a Harvard che mandavano le loro informazioni personali al suo nuovo sito Web “TheFacebook”:

Non so perché.

Si “fidano di me”

Cretini.

Messaggio di chat che evidenzia un commento provocatorio sulla raccolta di informazioni personali da studenti di Harvard, mostrando la disconnessione tra fiducia e sicurezza.

https://doctorow.medium.com/metaverse-means-pivot-to-video-adbe09319038

Una volta capito lo schema della enshittification, molti dei misteri delle piattaforme si chiariscono da soli. Pensate al mercato del SEO, o a tutto il mondo dinamico dei creatori online che trascorrono ore infinite a fare inutile cremlinologia delle piattaforme, nella speranza di identificare le trappole algoritmiche che, se ci si incappa, condannano all’oblio le opere creative nelle quali riversano i loro soldi, il loro tempo e la loro energia:

https://pluralistic.net/2022/04/11/coercion-v-cooperation/#the-machine-is-listening

Lavorare per la piattaforma può essere come lavorare per un capo che preleva soldi da ogni busta paga per tutte le regole che hai violato, ma non ti dice quali sono queste regole, perché se te le dicesse capiresti come violarle senza farti scoprire da lui e senza farti togliere soldi dalla busta paga. La moderazione dei contenuti è l’unico settore nel quale la security through obscurity [sicurezza tramite segretezza] è considerata una prassi ottimale:

https://doctorow.medium.com/como-is-infosec-307f87004563

Questa situazione è talmente grave che organizzazioni come Tracking Exposed hanno arruolato un esercito umano di volontari e un esercito robotico di browser headless per cercare di decifrare la logica che sta dietro i giudizi arbitrari, da macchina, dell’Algoritmo, sia per dare agli utenti l’opzione di affinare i suggerimenti che ricevono, sia per aiutare i creatori a evitare il furto di salario che deriva dall’essere “shadowbanned” [banditi o resi invisibili senza esserne avvisati, N.d.T.]:

https://www.eff.org/deeplinks/2022/05/tracking-exposed-demanding-gods-explain-themselves

Ma che succede se non c’è dietro nessuna logica? O più direttamente, che succede se la logica cambia a seconda delle priorità della piattaforma? Se passeggiate lungo la via principale di un luna park, vedrete qualche povero pollo che va in giro tutto il giorno portando un enorme orsacchiotto di peluche che ha vinto tirando tre palle in una cesta.

Il gioco della cesta è truccato. Il gestore può usare un interruttore nascosto per obbligare le palle a rimbalzare fuori dal cesto. Nessuno vince un orsacchiotto gigante, a meno che il gestore voglia che lo vinca. Perché il gestore ha lasciato che il pollo vincesse l’orsacchiotto? Perché così lo porterà in giro tutto il giorno e convincerà gli altri polli a pagare per avere la possibilità di vincerne uno:

https://boingboing.net/2006/08/27/rigged-carny-game.html

Il gestore ha assegnato un orsacchiotto gigante a quel povero pollo nella stessa maniera in cui le piattaforme assegnano le eccedenze a chi ha le migliori prestazioni: per farne un persuasore in una Truffa del Grande Magazzino. È un modo per irretire altri polli che creeranno contenuti per la piattaforma, ancorando ad essa se stessi e il loro pubblico.

Il che mi porta a Tiktok. Tiktok è tante cose, ed è anche un “Adobe Premiere per teenager che vivono al telefono.”

https://www.garbageday.email/p/the-fragments-of-media-you-consume

Ma quello che lo ha reso inizialmente un grande successo è stato il potere del suo sistema di suggerimenti. Sin dall’inizio, Tiktok era veramente bravo a suggerire cose ai propri utenti. Inquietantemente bravo:

https://www.npr.org/transcripts/1093882880

Dando suggerimenti in buona fede su cose che pensava che sarebbero piaciute ai suoi utenti, Tiktok ha costruito un pubblico di massa, più grande di quanto molti pensassero possibile vista la pressione mortale dei suoi concorrenti, come YouTube e Instagram. Ora che Tiktok si è procurato il pubblico, sta consolidando i propri guadagni e cercando di attirare le aziende del settore dei media e i creatori che sono ancora cocciutamente legati a YouTube e Instagram.

Ieri [il 20 gennaio scorso, N.d.T.] Emily Baker-White di Forbes ha pubblicato un resoconto fantastico di come funziona questo processo all’interno di Bytedance, la società che gestisce Tiktok, citando varie fonti interne e rivelando l’esistenza di un “amplificatore“ che i dipendenti di TikTok usano per inserire i video di alcuni account selezionati nei feed di milioni di spettatori:

https://www.forbes.com/sites/emilybaker-white/2023/01/20/tiktoks-secret-heating-button-can-make-anyone-go-viral/

Questi video finiscono nei feed Per te degli utenti di Tiktok, che Tiktok descrive in modo ingannevole come popolato da video “classificati da un algoritmo che prevede i tuoi interessi in base al tuo comportamento nell’app”. In realtà, il Per te è composto solo qualche volta da video che secondo Tiktok possono aggiungere valore alla tua esperienza: per il resto è pieno di video che Tiktok ha inserito per far credere ai creatori che Tiktok sia un posto magnifico per raggiungere un pubblico.

“Le fonti hanno detto a Forbes che TikTok ha usato spesso l’amplificazione per corteggiare influencer e brand, stuzzicandoli ad avviare collaborazioni gonfiando il conteggio delle visualizzazioni dei loro video. Questo suggerisce che l’amplificazione è stata potenzialmente benefica per alcuni influencer e brand – quelli con i quali Tiktok cercava rapporti commerciali – a discapito di altri con i quali non li cercava.”

In altre parole, Tiktok sta distribuendo orsacchiotti giganti.

Ma il mestiere di Tiktok non è regalare orsacchiotti giganti. Nonostante le sue origini siano nell’economia cinese quasi-capitalista, Tiktok è semplicemente un altro organismo-colonia artificiale massimizzatore di fermagli [concetto che ho spiegato qui, N.d.T.] che tratta gli esseri umani come se fossero scomoda flora intestinale. Tiktok porterà attenzione gratuita alle persone che vuole accalappiare solo finché non le accalappia, e poi ritirerà quell’attenzione e inizierà a monetizzarla.

“Monetizzare” è una pessima parola che ammette tacitamente che non esiste nessuna “economia dell’attenzione”. Non si può usare l’attenzione come mezzo di scambio. Non la si può usare per immagazzinare valore. Non la si può usare come unità di conto. L’attenzione è come una criptovaluta: un gettone senza valore, che è prezioso solo finché riesci a convincere o obbligare qualcuno a dare in cambio della valuta “reale” (“fiat currency”). La devi “monetizzare”, ossia devi scambiare i soldi finti con soldi veri.

Nel caso delle criptovalute, la strategia principale di monetizzazione era basata sull’inganno. Gli exchange e i “progetti” distribuivano un sacco di orsacchiotti giganti, creando un esercito di capre di Giuda, credenti incrollabili, che convincevano i loro pari a dare al gestore del luna park i loro soldi e a cercare di mettere anche loro qualche palla nel cesto.

Ma l’inganno produce solo una certa quantità di garanzia di liquidità [liquidity provision]. Prima o poi i polli finiscono. Per fare in modo che tanta gente tenti il tiro delle palle serve la coercizione, non la persuasione. Pensate a come le aziende statunitensi hanno messo fine alle pensioni con benefici definiti che garantivano un pensionamento dignitoso e le hanno sostituite con pensioni tipo 401(k) che si basano sul mercato e obbligano a scommettere i propri risparmi in un casinò truccato, trasformandovi nel pollo seduto al tavolo, pronto per essere cucinato:

https://pluralistic.net/2020/07/25/derechos-humanos/#are-there-no-poorhouses

La liquidità iniziale delle criptovalute è arrivata dal ransomware. L’esistenza di un serbatoio di aziende e di persone prese dal panico e dalla disperazione, i cui dati erano stati rubati da criminali, ha creato una base di liquidità in criptovalute perché potevano riavere i loro dati soltanto scambiando soldi veri con criptovalute fittizie.

La fase successiva della coercizione sulle criptovalute è stata il Web3: convertire il Web in una serie di caselli a pagamento che si potevano valicare solo scambiando soldi veri con criptodenaro falso. Internet è una necessità, non uno sfizio; è un prerequisito per partecipare pienamente al mondo del lavoro, all’educazione, alla vita familiare, alla salute, alla politica, alle attività civiche, persino alle situazioni romantiche. Tenendo in ostaggio tutte queste cose dietro dei caselli di criptovalute, gli hodler speravano di convertire i loro gettoni in soldi reali:

https://locusmag.com/2022/09/cory-doctorow-moneylike/

Per Tiktok, distribuire orsacchiotti gratuiti “amplificando” i video postati da creatori e aziende di media scettiche è un modo per convertirli in credenti incrollabili, convincerli a mettere tutte le loro fiche sul tavolo, abbandonare i loro tentativi di crearsi un pubblico su altre piattaforme (ed è comodo che il format di Tiktok sia caratteristico, rendendo difficile riusare i video fatti per Tiktok e utilizzarli su piattaforme rivali).

Una volta che quei creatori e quelle aziende di media saranno stati presi all’amo, inizierà la seconda fase: Tiktok ritirerà l’“amplificazione” che piazza i loro video in faccia a gente che non ne ha mai sentito parlare e che non ha chiesto di vedere i loro video. Tiktok sta eseguendo un balletto delicato: c’è un limite alla enshittification che possono infliggere ai feed dei loro utenti, e Tiktok ha tanti altri creatori ai quali vuole dare orsacchiotti giganti.

Tiktok non si limiterà ad affamare i creatori privandoli dell’attenzione “gratuita” attraverso la rimozione del trattamento preferenziale nell’algoritmo, ma li punirà attivamente smettendo di inviare i video agli utenti che si sono abbonati a loro. Dopotutto, ogni volta che Tiktok ti mostra un video che avevi chiesto di vedere perde un’occasione di mostrarti invece un video che vuole che tu veda, perché la tua attenzione è un orsacchiotto gigante che può regalare a un creatore che sta corteggiando.

Questo è esattamente quello che ha fatto Twitter nell’ambito della sua marcia verso l’immerdificazione: grazie ai suoi cambiamenti di “monetizzazione”, la maggior parte della gente che ti segue non vedrà mai le cose che posti. Io ho circa 500mila follower su Twitter, e i miei thread prima avevano abitualmente centinaia di migliaia o anche milioni di letture. Oggi ne hanno centinaia, forse migliaia.

Ho appena pagato a Twitter 8 dollari per avere Twitter Blue, perché l’azienda ha indicato fortemente che mostrerà le cose che posto alle persone che hanno chiesto di vederle solo se pago un riscatto. Questa è la battaglia più recente in una delle guerre più lunghe e a fuoco lento di Internet: la lotta sull’end-to-end:

https://pluralistic.net/2022/12/10/e2e/#the-censors-pen

In principio vi erano i Bellhead, i fan della compagnia telefonica [la statunitense Bell, N.d.T.], e i Nethead, i fan della rete. I Bellhead lavoravano per le grandi compagnie telefoniche e credevano che tutto il valore della rete appartenesse doverosamente all’operatore. Se qualcuno inventava una nuova funzione, come per esempio l’identificazione del chiamante, quella funzione doveva essere realizzata solo in un modo che consentisse all’operatore di far pagare ogni mese per usarla. Era il Software-As-a-Service, versione telefonica.

I Nethead, invece, credevano che il valore dovesse spostarsi verso la periferia della rete e si dovesse spandere, in forma pluralizzata. In teoria, Compuserve avrebbe potuto “monetizzare” la propria versione dell’identificazione del chiamante facendo pagare 2,99 dollari extra per vedere la riga “Da:” nella mail prima di aprire il messaggio – facendoti pagare per sapere chi stava parlando prima che tu iniziassi ad ascoltare – ma non lo fece.

I Nethead volevano costruire reti diversificate con tante offerte, tanta concorrenza, e un passaggio facile e a basso costo fra concorrenti (grazie all’interoperabilità). Alcuni lo volevano fare perché ritenevano che la rete prima o poi sarebbe stata integrata nel mondo e non volevano vivere in un mondo di locatori affamati di riscuotere affitti. Altri credevano sinceramente nella concorrenza di mercato come fonte di innovazione. Alcuni credevano in entrambe le cose. In ogni caso, vedevano il rischio di cattura della rete, la spinta verso la monetizzazione attraverso l’inganno e la coercizione, e volevano tenerli lontani.

Concepirono il principio dell’end-to-end: l’idea che le reti dovessero essere progettate in modo che i messaggi di chi voleva farsi sentire venissero consegnati ai punti di arrivo di coloro che volevano ascoltarli, nella maniera più rapida e affidabile possibile. In altre parole, anche se un operatore di rete avesse potuto fare soldi mandandoti i dati che lui voleva che tu ricevessi, il suo dovere sarebbe stato quello di fornirti i dati che volevi vedere tu.

Oggi il principio dell’end-to-end è morto a livello di servizi. Gli utili idioti di destra sono stati ingannati, facendo loro credere che il rischio di una cattiva gestione di Twitter sarebbe stato un “woke shadowbanning” [un blocco non annunciato dei post, in base a dettami di “correttezza politica” estrema, N.d.T.], in base al quale le cose che dicevi non sarebbero arrivate alle persone che avevano chiesto di ascoltarle perché al “deep state” [“governo sommerso”, N.d.T.] di Twitter non piacevano le tue opinioni. Il rischio reale, ovviamente, era che le cose che dicevi non sarebbero arrivate alle persone che avevano chiesto di ascoltarle perché Twitter può fare più soldi immerdificando i loro feed e facendoti pagare un riscatto per il privilegio di essere incluso in quei feed.

Come dicevo all’inizio di questo saggio, l’enshittification esercita una gravità quasi irresistibile sul capitalismo delle piattaforme. È semplicemente troppo facile girare la manopola dell’immerdificazione fino al massimo. Twitter ha potuto licenziare la maggior parte del suo personale di elevata competenza e girare lo stesso la manopola fino al livello massimo, anche con una squadra ridotta all’osso di lavoratori H1B [non statunitensi che hanno il permesso di residenza in USA solo finché lavorano in settori ad alta professionalità, N.d.T.] disperati e demoralizzati, che la minaccia dell’espulsione dal paese incatena alla nave di Twitter che sta affondando.

La tentazione di immerdificare viene amplificata dai blocchi sull’interoperabilità: quando Twitter bandisce i clienti interoperabili, decide di menomare le proprie API e terrorizza periodicamente i propri utenti sospendendoli per aver incluso nelle loro bio i loro nomi su Mastodon, rende più difficile abbandonare Twitter e quindi aumenta la quantità di immerdificazione che gli utenti possono essere forzati a ingoiare senza rischiare che se ne vadano.

Twitter non diventerà un “protocollo”. Scommetto un testicolo (non uno dei miei) che progetti come Bluesky non avranno alcuna presa significativa sulla piattaforma, perché se Bluesky venisse implementato e gli utenti di Twitter potessero riordinare i propri feed per minimizzare l’enshittification e abbandonare il servizio senza sacrificare i propri social network, questo stroncherebbe la maggior parte delle strategie di “monetizzazione” di Twitter.

Una strategia di enshittification ha successo solo se viene applicata in dosi centellinate. Anche l’utente vittima del peggior lock-in alla fine raggiunge un punto di rottura e se ne va. Gli abitanti del villaggio di Anatevka nel Violinista sul tetto tollerarono per anni le incursioni violente e i pogrom dei cosacchi, fino al momento in cui non ne poterono più e scapparono a Cracovia, New York e Chicago:

https://doctorow.medium.com/how-to-leave-dying-social-media-platforms-9fc550fe5abf

Per le aziende confuse dall’immerdificazione, quell’equilibrio è difficile da raggiungere e mantenere. I singoli product manager, direttori e azionisti attivisti preferiscono tutti i guadagni rapidi al prezzo della sostenibilità, e fanno a gara a chi riesce per primo a mangiarsi il capitale iniziale. La enshittification è durata così a lungo solo perché Internet si è devoluta in “cinque siti web giganti, ciascuno pieno di screenshot degli altri quattro”:

https://twitter.com/tveastman/status/1069674780826071040

Con un mercato controllato da un gruppo di monopolisti amiconi fra loro, non compaiono alternative migliori che ci attirino e ci portino via; se compaiono, i monopolisti non fanno altro che comprarsele e integrarle nelle strategie di immerdificazione, esattamente come quando Mark Zuckerberg ha notato un esodo di massa di utenti di Facebook che stavano passando a Instagram e così ha comprato Instagram. Come dice Zuck, “È meglio comperare che competere”.

Questa è la dinamica che si nasconde dietro l’ascesa e il declino di Amazon Smile, il programma nel quale Amazon dava una piccola cifra a enti benefici di tua scelta quando facevi acquisti su Amazon, ma solo se usavi lo strumento di ricerca di Amazon per trovare i prodotti che compravi. Questo dava ai clienti di Amazon un incentivo a usare il suo sistema di ricerca sempre più immerdificato, che poteva rimpinzare di prodotti di venditori che pagavano la payola e dei suoi prodotti-fotocopia. L’alternativa era usare Google, il cui strumento di ricerca ti mandava direttamente al prodotto che stavi cercando, e poi faceva pagare ad Amazon una commissione per averti mandato da Amazon:

https://www.reddit.com/r/technology/comments/10ft5iv/comment/j4znb8y/

La fine di Amazon Smile coincide con l’aumentata enshittification della ricerca in Google, l’unico prodotto di successo che l’azienda è riuscita a creare internamente. Tutti gli altri suoi successi sono stati comprati prendendoli da altre società: video, documenti, cloud, servizi per telefonia mobile. I suoi prodotti interni, invece, sono flop come Google Video, cloni (Gmail è un clone di Hotmail), o adattamenti di prodotti altrui, come Chrome.

La ricerca in Google Search era basata sui princìpi definiti nel paper fondamentale del 1998 dei fondatori Larry Page e Sergey Brin, “Anatomy of a Large-Scale Hypertextual Web Search Engine”, nel quale scrissero che “i motori di ricerca finanziati dalla pubblicità saranno intrinsecamente favorevoli ai pubblicitari e contrari ai bisogni dei consumatori”.

http://ilpubs.stanford.edu:8090/361/

Anche con questa comprensione fondante dell’enshittification, Google non è riuscita a resistere al proprio canto delle sirene. Oggi i risultati di Google sono un pantano sempre più inutile di link auto-preferenziali ai propri prodotti, di pubblicità di prodotti che non meritano di salire spontaneamente in cima all’elenco, e di spazzatura SEO parassitaria che cavalca tutto il resto.

L’enshittification uccide. Google ha appena licenziato 12.000 dipendenti, è in panico totale per l’ascesa dei chatbot di “intelligenza artificiale”, e sta facendo pressing a tutto campo per avere uno strumento di ricerca guidato dall’intelligenza artificiale, ossia uno strumento che non ti mostrerà quello che gli chiedi ma ti mostrerà invece quello che pensa che dovresti vedere:

https://www.theverge.com/2023/1/20/23563851/google-search-ai-chatbot-demo-chatgpt

È possibile immaginare che uno strumento del genere possa produrre suggerimenti validi, come faceva l’algoritmo di Tiktok pre-immerdificazione. Ma è difficile immaginare come Google possa riuscire a progettare un front-end di ricerca sotto forma di chatbot che non sia immerdificato, visti i potenti incentivi di product manager, direttori e azionisti a immerdificare i risultati fino all’esatta soglia alla quale gli utenti sono quasi seccati abbastanza da andarsene, ma non del tutto.

Anche se dovesse riuscirci, questo equilibrio di inusabilità quasi (ma non del tutto) totale è fragile. Qualunque shock di natura esterna, per esempio un nuovo concorrente come Tiktok che penetri i fossati e le muraglie della Big Tech, uno scandalo di privacy, una rivolta di lavoratori, può indurre oscillazioni violente:

https://pluralistic.net/2023/01/08/watch-the-surpluses/#exogenous-shocks

L’enshittification è veramente il modo in cui muoiono le piattaforme. E questo, in realtà, va benissimo. Non abbiamo bisogno di monarchi eterni di Internet. Va benissimo che emergano nuove idee e nuovi modi di lavorare. I legislatori e i responsabili delle politiche non dovrebbero concentrarsi sul preservare la senescenza crepuscolare delle piattaforme morenti. Semmai l’attenzione delle nostre politiche dovrebbe concentrarsi sul minimizzare il costo agli utenti quando queste aziende raggiungono la propria data di scadenza: stabilire per legge diritti come l’end-to-end significherebbe che per quanto autocannibale possa diventare una piattaforma-zombi, chi vuole parlare e chi vuole ascoltare possano sempre incontrarsi:

https://doctorow.medium.com/end-to-end-d6046dca366f

E chi decide le politiche dovrebbe focalizzarsi sulla libertà di uscita: il diritto di abbandonare una piattaforma che sta affondando ma continuare a restare collegati alle comunità che ci si lascia alle spalle, fruendo dei media e delle app acquistate, e preservando i dati creati:

https://www.eff.org/interoperablefacebook

I Nethead avevano ragione: l’autodeterminazione tecnologica è contraria agli imperativi naturali delle aziende tecnologiche. Guadagnano più soldi quando ci portano via la libertà: la nostra libertà di parlare, di andarcene, di collegarci.

Per molti anni, persino i critici di Tiktok hanno ammesso a malincuore che per quanto fosse sorvegliante e inquietante, era veramente abile a indovinare cosa volevi vedere. Ma Tiktok non ha potuto resistere alla tentazione di mostrarti le cose che vuole che tu veda invece delle cose che vuoi vedere tu. L’immerdificazione è cominciata, ed è improbabile che ora si fermi.

È troppo tardi per salvare Tiktok. Ora che è stato infettato dall’enshittification, non ci resta che ucciderlo dandogli fuoco [riferimento al meme “kill it with fire”, N.d.T.].


2023/03/12. Chi mi conosce sa che non sono un amante della volgarità e del turpiloquio, per cui ho tradotto enshittification con una certa dose di apprensione e disagio. Ma in mio soccorso è giunta Licia Corbolante (@terminologia), che approva il termine [link ai tweet: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7]:

Immagine di un tweet di Licia Corbolante che parla del neologismo 'enshittification', un termine usato da Cory Doctorow per descrivere il deterioramento dell'esperienza utente sui social network.
Tweet di Licia Corbolante che spiega la grafia e l'uso della parola 'enshittification' in riferimento all'opera di Cory Doctorow, con riferimenti a tweet precedenti.
Screenshot di un tweet di Licia Corbolante in risposta a un tweet in merito alla traduzione di _enshittification_ in italiano.
Tweet di Licia Corbolante che spiega la formazione del termine 'immerdificazione', analizzando la base etimologica e gli elementi morfologici coinvolti.
Tweet di Licia Corbolante che spiega la formazione di verbi e l'uso del termine 'immerdificazione'.
Screenshot di un tweet di Licia Corbolante che consiglia un libro sui meccanismi di formazione delle parole.
Twitter, cosa si sa del presunto furto di dati di 400 milioni di utenti e come reagire

Twitter, cosa si sa del presunto furto di dati di 400 milioni di utenti e come reagire

Ultimo aggiornamento: 2022/12/28 13:15.

Da alcuni giorni circola la notizia di un presunto furto di dati di 400
milioni di utenti di Twitter. Su BreachForums, un noto sito di compravendita
di dati rubati, è comparso un annuncio, a nome di un utente del sito che si fa
chiamare Ryushi, che offre dati privati di circa 400 milioni di utenti unici
di Twitter, compresi indirizzi di mail e numeri di telefono di celebrità,
politici e aziende.

Un
articolo su BleepingComputer
fornisce numerosi dettagli ulteriori. “Ryushi” dice che sta cercando di
vendere i dati a una singola persona (o a Twitter stessa) per 200.000 dollari
e in tal caso li cancellerà; se la vendita non va in porto, proverà a venderli
ripetutamente a 60.000 dollari per volta.

I dati sarebbero stati ottenuti usando una vulnerabilità di Twitter che è
stata corretta a gennaio 2022, quindi ben prima dell’acquisizione da parte di Elon Musk.

BleepingComputer ha confermato che i dati di due dei profili presenti nella
raccolta messa in vendita abusivamente sono autentici. Inoltre
almeno uno dei profili di celebrità elencati nel campione dimostrativo, quello
del noto giornalista e opinionista britannico Piers Morgan, sia stato violato,
secondo la
segnalazione
di Troy Hunt successivamente confermata da Wales Online; il furto dei dati e la violazione dell’account potrebbero essere collegati.

Fra i dati rubati ho visto account attribuiti ad alcuni politici statunitensi,
almeno un astronauta, Whoopi Goldberg, William Shatner e Anthony Daniels.

Cosa fare. Come consueto, anche se non siete celebrità o amministratori di account
aziendali su Twitter, consiglio di fare grande attenzione a qualunque
messaggio che parli di problemi di sicurezza riguardanti il vostro account
Twitter: potrebbe trattarsi di un tentativo di altri truffatori di rubarvi
l’account partendo da questi dati rubati, che non sono completi ma offrono un
appiglio iniziale.

Se usate su Twitter la stessa password che usate altrove, cambiatela e
smettete di adottare questa pratica pericolosissima che spiana la strada ai
ladri che vogliono prendere il controllo degli account per poi ricattare i
legittimi titolari chiedendo soldi per restituirlo. Attivate l’autenticazione
a due fattori, preferibilmente tramite app invece che via SMS.

Sottolineo che in questo caso i dati non sono stati rubati a causa degli
utenti; la fuga è dovuta unicamente a un errore tecnico di Twitter. Questo
errore, fra l’altro, potrebbe avere serie ripercussioni legali ed economiche
per Twitter alla luce delle sanzioni legate a violazioni delle leggi di
protezione dei dati personali, come per esempio il GDPR.

2022/12/28 13:15. Cybersecurity360.it segnala che il Garante Privacy irlandese ha aperto un’indagine.