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Riconoscimento facciale in Cina e controllo sociale

Riconoscimento facciale in Cina e controllo sociale

La recente trasmissione della RSI Dataland ha raccontato il sistema di controllo sociale automatizzato adottato in alcune città della Cina, dove telecamere dotate di riconoscimento facciale identificano chi attraversa le strisce pedonali quando ha il semaforo rosso. Il volto e il nome della persona vengono mostrati istantaneamente su un megaschermo.

A Shenzhen, per esempio, chi viene colto a commettere ripetutamente questo comportamento vietato viene punito perdendo punti nel proprio “credito sociale”: perde l’accesso a prestiti, non può prendere un aereo o un treno ad alta velocità, e altro ancora. No, non è una puntata di Black Mirror: questa è la realtà resa possibile dai costi bassissimi dei sistemi di sorveglianza di massa.

Gli amanti dell’ordine sociale potrebbero dire “Beh, ma dove sta il problema? Basta rispettare la legge.” Ma cosa succede quando questi sistemi automatizzazi sbagliano e riconoscono una persona che non c‘entra nulla?

È successo proprio questo, secondo quanto riporta il South China Morning Post: nella città portuale di Ningbo, il sistema ha colto in fallo la signora Dong Mingzhu, perché ne ha riconosciuto il volto, e l‘ha denunciata pubblicamente facendo comparire il suo volto e il suo nome sul megaschermo della vergogna.

Ma Dong Mingzhu non aveva affatto attraversato le strisce col rosso: il suo volto era presente nella pubblicità sulla fiancata di un autobus che transitava sul passaggio pedonale. La signora, infatti, è una notissima imprenditrice che dirige una grande azienda di impianti per l’aria condizionata.

La polizia locale si è prontamente scusata e ha detto che il sistema è stato completamente aggiornato. La signora Dong ha orwellianamente ringraziato la polizia per il proprio lavoro e invitato la popolazione a rispettare le regole del traffico. Ma viene da chiedersi cosa sarebbe successo se la persona erroneamente riconosciuta non fosse stata una celebrità capace di far sentire la propria voce.

Fonte: Naked Security.

Se chattate con un servizio clienti online, attenti a quello che scrivete prima di premere Invio: lo potrebbero leggere

Se chattate con un servizio clienti online, attenti a quello che scrivete prima di premere Invio: lo potrebbero leggere

Molti siti di commercio elettronico offrono oggi un servizio di chat in tempo reale con il servizio clienti. Normalmente ci si aspetterebbe che quello che si scrive venga trasmesso all’interlocutore soltanto dopo aver premuto Invio. In fin dei conti, il tasto si chiama Invio, no?

Non sempre: Tom Scocca di Hmm Daily segnala di aver notato che alcuni degli operatori di queste chat di assistenza rispondevano in modo incredibilmente fulmineo. In un caso, una domanda piuttosto tecnica ha ricevuto una risposta dettagliata, completa di link al prodotto in oggetto, un secondo dopo che la domanda era stata inviata.

Incuriosito, Scocca ha scoperto con una semplice ricerca in Google che esistono società che offrono servizi di chat che permettono agli operatori di leggere in anteprima quello che stanno scrivendo i clienti:

“Prima che il cliente clicchi su ‘Invia Messaggio’, potete vedere in tempo reale quello che sta digitando il cliente. Questo vi dà più tempo per preparare una risposta o una soluzione al problema del cliente. I clienti apprezzeranno le vostre risposte rapide e precise.”

Gizmodo ha confermato questo fenomeno chiedendolo direttamente a uno degli operatori di un sito di e-commerce. Altre società che offrono questo tipo di anteprima dicono di lavorare per McDonalds, Ikea e PayPal.

Le intenzioni sono buone, insomma, ma il fatto di non dichiarare che le digitazioni vengono trasmesse immediatamente finisce per sembrare piuttosto inquietante, e la presenza del pulsante Invio è sostanzialmente un inganno. Fate insomma attenzione a quello che scrivete nelle chat commerciali.

Halloween informatico: “Mamma, la voce che mi parla non è quella di papà”

Halloween informatico: “Mamma, la voce che mi parla non è quella di papà”

Sembra l’inizio di una storia horror arrivata in leggero ritardo per Halloween, ma è in realtà una notizia di cronaca: a Long Island, negli Stati Uniti, un bambino di cinque anni è andato di corsa dalla mamma e le ha detto che nella sua cameretta c’era la voce di un uomo. E non era quella di papà.

La madre, che ha chiesto l’anonimato all’emittente PIX11 alla quale ha raccontato la propria storia, ha spiegato che lei e il marito avevano installato in tutta la casa una serie di telecamere di sorveglianza domestica della Nest e che il marito aveva l’abitudine di usarle per chiacchierare con il figlio quando era fuori casa, collegandosi alle telecamerine Nest tramite il proprio smartphone.

Ma stavolta, racconta la madre, al posto del marito c’era qualcun altro, una voce maschile che “ha chiesto a mio figlio se prendeva lo scuolabus per tornare a casa e gli chiedeva dei suoi giocattoli, e quando mio figlio mi ha chiamato lui gli ha detto di stare zitto.” Quando lei è entrata nella cameretta, la voce si è rivolta a lei direttamente.

Ora la donna si chiede da quanto tempo questo sconosciuto ha sorvegliato la sua famiglia. La polizia le ha detto che non può fare granché, mentre Nest si è limitata a consigliarle di cambiare password e di usare l’autenticazione a due fattori per proteggere la telecamera. Sottoscrivo il consiglio e aggiungo una domanda: ma fare una telefonata normale al figlio non bastava?

Il decollo di un missile visto dallo spazio: video spettacolare

Il decollo di un missile visto dallo spazio: video spettacolare

Questo è un video ripreso dallo spazio: mostra il decollo di un razzo suborbitale cinese OS-X1, ripreso dal satellite Jilin-1, anch’esso cinese. La qualità delle immagini è spettacolare. Siamo abituati a vedere immagini satellitari statiche, ma non in movimento come queste.

Questa è la visuale da terra:

Può sorprendere il fatto che non si percepisca il movimento del satellite rispetto alla superficie terrestre, visto che Jilin-1 sta a circa 600 km di quota e quindi non è in orbita geostazionaria, ma ci sono video come questo che documentano il comportamento di questo satellite, che a quanto pare ha un’ottica in grado di compensare lo spostamento. Spettacolare.

Fonte: GBTimes.com. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Instagram ora dice a tutti quando siete online; come spegnere questa “funzione”

Instagram ora dice a tutti quando siete online; come spegnere questa “funzione”

Instagram ha attivato una nuova funzione che consente agli amici e a tutti quelli ai quali abbiamo mandato messaggi diretti di sapere quando siamo online grazie a un pallino verde che appare accanto all’icona del profilo.

L’annuncio ufficiale presenta questa novità al contrario, dicendo che ora siamo noi che possiamo sapere quando sono online i nostri amici, ma probabilmente non tutti gradiranno questa piccola forma di sorveglianza in più.

Mentre prima si poteva sfogliare Instagram senza farlo sapere a nessuno, magari in momenti nei quali si doveva essere occupati a fare tutt’altro (scuola, lavoro, sonno), ora per farlo è necessario andare nelle Impostazioni, selezionare Stato di Attività e disattivare Mostra stato di attività.

La privacy, però, ha un prezzo: se disattivate la visualizzazione della vostra visibilità non potrete vedere lo stato degli altri. Sopravviveremo?

CNN ha le statistiche pubblicitarie nascoste ma accessibili: Ctrl-Shift-Z le rivela

CNN ha le statistiche pubblicitarie nascoste ma accessibili: Ctrl-Shift-Z le rivela

Una segnalazione curiosa di @AbeSnowman: se andate sul sito della CNN (Cnn.com), senza un adblocker attivo, e premete Ctrl-Shift-Z compare un bottone che permette di consultare le statistiche pubblicitarie.

Cnn.com normale…

Cnn.com dopo aver digitato Ctrl-Shift-Z. Guardate in basso a destra.

Cliccando sul bottone blu e poi sui sottomenu che compaiono si possono vedere moltissimi dati statistici sulla pubblicità visualizzate. Questa è solo una selezione.

Usare Internet senza un adblocker è come farsi pedinare per casa.

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Cory Doctorow: Zuckerberg e l’incoscienza morale

Cory Doctorow: Zuckerberg e l’incoscienza morale

Ultimo aggiornamento: 2018/07/17 17:40.

Si parla molto degli effetti negativi dei social network e dello scandalo di Cambridge Analytica, e in proposito vorrei proporvi l’analisi di Cory Doctorow, che è consulente speciale della Electronic Frontier Foundation, visiting professor di informatica alla Open University e un Research Affiliate del MIT Media Lab; ha scritto vari libri, fra cui Walkaway, Little Brother e Information Doesn’t Want to Be Free.

Ho già tradotto tempo fa un suo saggio sulla guerra in atto contro il computer generico, che a distanza di quattro anni si sta avverando in modo preoccupante. Pochi giorni fa Doctorow ha pubblicato sulla rivista Locus l’articolo Zuck’s Empire of Oily Rags (“Zuckerberg e il suo impero di stracci imbevuti di petrolio”), che traduco qui sotto perché credo che sia altrettanto importante, illuminante e lungimirante.

2018/07/17 17:40. Doctorow ha pubblicato un podcast nel quale legge personalmente il proprio articolo.

This translation is free to use. No infringement on Cory Doctorow’s rights is intended. He has been asked for permission and notified of its publishing.


Per vent’anni i difensori della privacy hanno suonato l’allarme a proposito della sorveglianza online commerciale e del modo in cui le aziende accumulano dossier dettagliatissimi su di noi per aiutare quelli del marketing a mandarci pubblicità mirate. Questo allarme è rimasto inascoltato: la maggior parte della gente era poco convinta che la pubblicità mirata fosse efficace, perché le pubblicità che ricevevamo erano raramente convincenti e quando funzionavano era di solito perché i pubblicitari avevano capito cosa volevamo e si offrivano di vendercelo. La gente che aveva cercato divani vedeva pubblicità di divani, e se comprava un divano le pubblicità continuavano per un po’, perché i sistemi di personalizzazione pubblicitaria non erano abbastanza intelligenti da capire che i loro servizi non erano più richiesti, quindi che male c’era? Il caso peggiore era che i pubblicitari avrebbero sprecato il proprio denaro in pubblicità inefficaci; il caso migliore era che fare acquisti sarebbe diventato più conveniente, perché gli algoritmi predittivi ci avrebbero reso più facile trovare le cose che stavamo per cercare.

I difensori della privacy hanno cercato di spiegare che la persuasione era solo la punta dell’iceberg. I database commerciali erano bersagli ghiotti per le spie e per i ladri d’identità, per non parlare dei ricatti alle persone la cui scia di dati rivelava comportamenti sessuali, credenze religiose od opinioni politiche socialmente rischiose.

Ora stiamo vivendo il contraccolpo tecnologico e finalmente la gente sta tornando dai difensori della privacy a dire che avevamo ragione da sempre. Data una sorveglianza sufficiente, le aziende sono in grado di venderci qualunque cosa: Brexit, Trump, la pulizia etnica in Myanmar e le candidature elettorali di successo di bastardi assoluti come Erdogan in Turchia e Orban in Ungheria.

È molto bello che il messaggio che la privacy è importante stia finalmente raggiungendo un pubblico più ampio, ed è emozionante pensare che ci stiamo avvicinando a un punto di svolta per l’indifferenza verso la privacy e la sorveglianza.

Ma anche se il riconoscimento del problema della Big Tech è benvenuto, temo che la diagnosi sia sbagliata.

Il guaio è che stiamo confondendo la persuasione automatizzata con il targeting automatizzato. Le bugie risibili su Brexit, stupratori messicani e leggi della Sharia striscianti non hanno convinto persone altrimenti ragionevoli che l’alto sta in basso e che il cielo è verde. Semmai i sofisticati sistemi di targeting disponibili tramite Facebook, Google, Twitter e le altre piattaforme pubblicitarie della Big Tech hanno reso facile trovare le persone razziste, xenofobe, spaventate, arrabbiate che volevano credere che gli stranieri stavano distruggendo il loro paese mentre venivano finanziati da George Soros.

Ricordiamoci che le elezioni di solito si decidono sul filo di lana, anche per i politici che hanno mantenuto le proprie cariche per decenni con margini esigui. il 60% dei votanti è una vittoria eccellente. Ricordiamoci, inoltre, che il vincitore nella maggior parte delle elezioni è il partito degli astenuti, perché moltissimi elettori non votano. Se si riesce a motivare anche solo una piccola quantità di questi non votanti in modo che vadano a votare, anche elezioni sicure possono diventare incerte. Se i margini sono stretti, avere un modo economico per raggiungere tutti i membri latenti del Ku Klux Klan di un distretto e informarli con discrezione che Donald J. Trump è l’uomo che fa per loro stravolge tutto.

Cambridge Analytica è come un mentalista da palcoscenico: fa qualcosa che richiede molto lavoro e finge che sia qualcosa di soprannaturale. Un mentalista da palcoscenico si addestra per anni a memorizzare rapidamente un mazzo di carte e poi dice che può indovinare la tua carta grazie ai suoi poteri da sensitivo. Non assisterai mai ai suoi esercizi preparatori di memorizzazione, tediosi e per nulla affascinanti. Cambridge Analytica usa Facebook per trovare i cretini razzisti e per dire loro di votare per Trump, e poi dichiara di aver scoperto una tecnica mistica per convincere persone altrimenti ragionevoli a votare per dei maniaci.

Non voglio dire che la persuasione sia impossibile. Le campagne automatizzate di disinformazione possono inondare il canale di resoconti contraddittori e apparentemente plausibili della situazione attuale, rendendo difficile per un osservatore comune dare un senso agli eventi. La ripetizione a lungo termine di una narrativa coerente, anche una palesemente insensata, può creare dubbi e trovare seguaci: pensate ai negazionisti dei cambiamenti climatici o ai complottismi su George Soros o al movimento antivaccinista.

Ma questi sono processi lunghi e lenti, che producono piccoli cambiamenti nell’opinione pubblica nel corso di anni, e funzionano meglio quando ci sono altre condizioni che li sostengono: per esempio i movimenti fascisti, xenofobi e nativisti che sono le ancelle dell’austerità e delle privazioni. Quando sei a corto di tutto da tanto tempo, sei pronto a recepire i messaggi che incolpano i tuoi vicini per averti privato delle tue legittime spettanze.

Ma non abbiamo bisogno della sorveglianza commerciale per creare le folle inferocite: Goebbels e Mao ci sono riusciti benissimo usando tecniche analogiche.

Facebook non è un raggio per il controllo mentale. È uno strumento per trovare gente che ha caratteristiche insolite, difficili da localizzare, non importa se queste caratteristiche sono “persona che sta pensando di comprare un frigorifero nuovo”, “persona che ha la stessa malattia rara che hai tu” o “persona che potrebbe partecipare a un pogrom genocida”, e per poi offrire a queste persone un bel frigo doppio o delle fiaccole [tiki torches usate come simbolo dai razzisti americani] mentre si mostra loro una conferma sociale della desiderabilità di questo loro comportamento, sotto forma di altra gente (o bot) che sta facendo la stessa cosa, così si sentono parte di una folla.

Anche se i raggi per il controllo mentale restano fantascienza, Facebook e le altre piattaforme di sorveglianza commerciale sono comunque preoccupanti, e non solo perché consentono a persone con visioni del mondo estreme di trovare i propri simili. Raccogliere enormi dossier su ogni persona al mondo fa paura già di per sé. In Cambogia, il governo autocratico usa Facebook per identificare i dissidenti, arrestarli e torturarli; la US Customs and Border Protection [ente di protezione delle frontiere statunitensi] usa i social media per considerare colpevoli per prossimità coloro che visitano gli Stati Uniti e impedisce a questi visitatori di entrare nel paese sulla base delle loro amicizie, delle loro affiliazioni e dei loro interessi. Poi ci sono i ladri d’identità, i ricattatori e i truffatori, che usano i dati degli enti di valutazione del credito, i dati degli utenti che sono stati trafugati e disseminati e i social media per rovinare la vita della gente. E infine ci sono gli hacker, che potenziano i propri attacchi di “social engineering” rastrellando informazioni personali per creare impostori convincenti che ingannano i loro bersagli e li inducono a rivelare informazioni che consentono loro di penetrare nelle reti sensibili.

Va di moda trattare le disfunzioni dei social media come il risultato dell’ingenuità dei primi tecnologi, che non sono stati capaci di prevedere questi esiti. La verità è che la capacità di costruire servizi simili a Facebook è piuttosto comune. Quella che è rara è l’incoscienza morale necessaria per farlo.

Il fatto è che è sempre stato evidente che spiando gli utenti di Internet si poteva migliorare l’efficacia delle pubblicità. Non tanto perché spiare ti offre intuizioni fantastiche di nuovi modi per convincere la gente a comprare prodotti, ma perché attesta quanto sia inefficace il marketing. Quando il tasso di successo atteso di una pubblicità è ben al di sotto dell’uno per cento, raddoppiare o triplicare la sua efficacia ti lascia comunque con un tasso di conversione inferiore all’un per cento.

Ma è stato altrettanto evidente fin dall’inizio che ammassare immensi dossier su chiunque usi Internet avrebbe potuto causare problemi reali a tutta la società; problemi infinitamente più grandi di quei minuscoli vantaggi che quei dossier avrebbero prodotto per i pubblicitari.

È come se Mark Zuckerberg si fosse svegliato una mattina e si fosse reso conto che gli stracci imbevuti di petrolio che stava accumulando nel suo garage si potevano raffinare per estrarne un greggio di bassissima qualità e di infimo valore. Nessuno sarebbe stato disposto a pagare granché per quel petrolio, ma gli stracci erano tanti, e finché nessuno gli chiedeva di risarcire gli inevitabili roghi che sarebbero avvenuti per il fatto di aver riempito i garage del mondo di stracci imbevuti di petrolio, Zuckerberg avrebbe potuto incassare un bel guadagno.

Dieci anni dopo il mondo è in fiamme e stiamo cercando di dire a Zuckerberg e ai suoi amici che dovranno risarcire i danni e installare gli impianti antincendio che chiunque si fosse messo ad immagazzinare stracci impregnati di petrolio avrebbe dovuto pagare sin dall’inizio, e l’industria della sorveglianza commerciale non ha assolutamente intenzione di considerare nulla del genere.

Il motivo è che i dossier riguardanti miliardi di persone hanno il potere di causare danni quasi inimmaginabili, eppure ogni singolo dossier fa incassare solo qualche dollaro l’anno. Affinché la sorveglianza commerciale sia remunerativa, deve scaricare sulla società tutti i rischi legati alla sorveglianza di massa e privatizzare tutti i guadagni.

C’è una parola antica per questa cosa: corruzione. Nei sistemi corrotti, pochi malfattori costano miliardi a tutti gli altri per incassare milioni. Il risparmio che può avere una fabbrica scaricando inquinanti nei bacini acquiferi è molto più piccolo dei costi che subiamo tutti per il fatto di essere avvelenati dagli scarichi. Ma i costi sono ampiamente distribuiti, mentre i guadagni sono fortemente concentrati, per cui chi trae beneficio dalla corruzione può sempre spendere più delle proprie vittime per rimanere impunito.

Facebook non ha un problema di controllo mentale: ha un problema di corruzione. Cambridge Analytica non ha convinto della gente di buon senso a diventare razzista: ha convinto i razzisti a diventare elettori.

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Se l’ex ti molesta e spia tramite l’Internet delle Cose

Se l’ex ti molesta e spia tramite l’Internet delle Cose

Quando finisce un amore, probabilmente l’ultima cosa che si ha in mente è la gestione delle password e dei dispositivi informatici che si hanno in condivisione. Eppure molte persone, soprattutto donne, stanno scoprendo che queste password e questi dispositivi stanno purtroppo diventando armi di molestia e persecuzione nelle mani di ex partner violenti e possessivi.

Il New York Times ha pubblicato di recente un’indagine sulle vittime di questa nuova forma di tormento a distanza: tante persone, dopo la fine di una relazione, hanno scoperto che l’ex partner aveva ancora le password dei loro account di mail e dei social network e poteva quindi spiare la loro corrispondenza e seguire i loro spostamenti e rapporti sociali. Ma soprattutto aveva il controllo dei dispositivi digitali di gestione della loro casa: accendeva e spegneva a piacimento l’aria condizionata, il riscaldamento e le luci domestiche, faceva suonare il citofono o comandava gli altoparlanti “smart” per suonare musica ad altissimo volume nel cuore della notte oppure spiava in casa attraverso le telecamere di sicurezza collegate a Internet. Telecamere installate, paradossalmente, per sentirsi più sicuri.

Chi commette questi abusi sfrutta queste tecnologie per continuare ad esercitare un controllo ossessivo sulle proprie vittime, che si sentono particolarmente impotenti. Dal punto di vista legale, infatti, questo genere di intrusione spesso non è coperto dagli ordini restrittivi o dagli accordi di divorzio. Si tratta di un problema nuovo che gli avvocati spesso faticano a prendere in considerazione.

Cosa anche peggiore, le vittime di questo stalking spesso non vengono credute quando dicono che i propri ex partner le spiano e sanno tutto quello che dicono e fanno, perché molti non pensano alle informazioni disseminate dai dispositivi informatici e non immaginano che un ex possa arrivare a tanto.

Possono sembrare problemi tipicamente americani, ma i dispositivi domestici connessi a Internet per gestirli a distanza stanno prendendo piede anche da noi. Sta diventando difficile comprare elettrodomestici che non abbiano una connessione Wi-Fi: ho cercato di recente una lavatrice-asciugatrice nuova per il Maniero Digitale e ho trovato solo modelli da collegare a Internet e gestire tramite app, cosa che ho prontamente disattivato.

Inoltre nel mio lavoro di giornalista informatico ho seguito diversi casi di donne maltrattate fisicamente dai partner e poi perseguitate da quei partner anche dopo la fine della relazione e della coabitazione, attraverso il monitoraggio e il controllo dei loro dispositivi digitali, per esempio tramite un’app di tracciamento installata di nascosto sul loro smartphone o una password di Gmail condivisa quando l’ex partner non era ancora ex. Le donne non riuscivano a capire come facesse il loro ex a sapere sempre dove andassero e a raggiungerle sul posto, angosciandole con la sua presenza o con nuove violenze: erano tradite dal proprio smartphone, sul quale era attiva la geolocalizzazione, accessibile al loro aguzzino.

Rimediare non è facile. Il gesto drastico e istintivo di staccare o sostituire tutti i dispositivi informatici, compresi computer e smartphone, ha costi notevolissimi. Cambiare account di mail e sui social network significa isolarsi dai rapporti umani proprio in un momento particolarmente difficile della propria vita. Cambiare le password dappertutto, anche sul router Wi-Fi di casa, richiede competenze che non tutti hanno e quindi comporta spesso l’intervento di una persona esperta e soprattutto di fiducia, che va cercata al di fuori della cerchia degli amici che si hanno in comune con il proprio ex perché a volte questi “amici” sono in realtà complici dell’ex possessivo.

Essere consapevoli del problema è comunque il primo passo per risolverlo, per esempio includendo negli accordi di separazione anche la consegna delle password di casa e la condivisione delle spese tecniche per cambiarle, esattamente come si fa per le chiavi di casa e per il cambio delle serrature.

Inoltre conviene sostituire lo smartphone con un telefonino vecchio stile, che non è hackerabile; si mantiene lo stesso numero di telefono e si usano gli SMS al posto di WhatsApp.

È paradossale che una delle difese più efficaci ed economiche contro questo tipo di persecuzione sia il regresso tecnologico, ma funziona.

Assistenti vocali troppo pettegoli: Amazon Echo cattura e invia conversazione privata

Assistenti vocali troppo pettegoli: Amazon Echo cattura e invia conversazione privata

Amazon Echo in versione HAL.
Credit: Cryteria (CC-BY).

Ricordate quando dicevo che mettersi in casa un microfono sempre aperto e connesso a Internet, come per esempio un Google Home o un Amazon Echo, era una pessima idea perché esponeva al rischio che qualcuno ascoltasse le conversazioni? È successo. Non ci voleva un genio particolare per prevederlo, per cui non mi voglio prendere meriti da profeta, ma almeno un “ve l’avevo detto” credo di potermelo permettere.

Un assistente vocale (o “altoparlante smart”) Echo di Amazon, installato in una casa a Portland, in Oregon, ha ascoltato, registrato e inviato una conversazione privata tra moglie e marito a un conoscente degli abitanti della casa che vive a Seattle. Amazon ha confermato la notizia, accolta inizialmente con una certa incredulità.

Tutto è iniziato a metà maggio scorso con una telefonata da uno dei dipendenti della coppia, che avvisava di scollegare subito i dispositivi di Amazon presenti in casa perché erano stati “hackerati”. Il dipendente ha spiegato che aveva ricevuto dei file audio che contenevano registrazioni delle conversazioni avvenute nella casa. La coppia, inizialmente incredula, ha dovuto ricredersi quando il dipendente ha descritto il contenuto di una conversazione e poi gliel’ha fatta riascoltare.

Amazon, contattata dalla coppia, si è scusata, ha analizzato i log dell’altoparlante smart e ha spiegato come è avvenuta la violazione della sfera privata: il dispositivo Echo, permanentemente in ascolto, ha captato delle parole nella conversazione della coppia che ha interpretato come un comando di attivazione (il comando standard è il nome Alexa). Poi ne ha captate delle altre che ha interpretato come una richiesta di inviare un messaggio (send message).

A questo punto Echo ha detto “To whom?” (“A chi?”) e poi si è messo in ascolto in attesa che qualcuno dicesse il nome del destinatario del messaggio. La coppia, ignara della richiesta e del microfono aperto, ha proseguito la propria conversazione ed Echo ha interpretato alcune delle loro parole come il nome di una persona presente nella rubrica dei contatti.

Echo ha poi chiesto conferma dicendo “[nome del contatto], right?” e si è messo in attesa di una risposta. Intanto la coppia ha continuato a parlare ed Echo ha interpretato erroneamente alcune delle loro parole come una conferma (“right”) e quindi ha inviato il messaggio, contenente un brano della conversazione.

In sintesi:

  • Coppia: bla bla bla bla bla
  • Echo capisce che gli è stato ordinato di mandare un messaggio e chiede “A chi?”
  • Coppia: bla bla bla bla bla
  • Echo capisce che gli è stato detto il nome del contatto a cui mandare il messaggio e chiede “A [nome], giusto?”
  • Coppia: bla bla bla bla bla
  • Echo capisce che gli è stato risposto “Giusto”, inizia a registrare il “messaggio” e lo manda al contatto.

Tre errori di interpretazione concatenati sono un evento improbabile, certo, ma l’evento improbabile è avvenuto, dimostrando chiaramente che questi dispositivi possono fraintendere facilmente i comandi vocali e addirittura inventarsene quando non ne sono stati dati.

La coppia ha chiesto ad Amazon il rimborso dei dispositivi Alexa. Amazon per ora non ha accettato e ha dichiarato che sta prendendo “misure affinché questo non succeda in futuro”.

Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

Amazon Echo modificato diventa microspia; occhio agli altoparlanti “smart”

Amazon Echo modificato diventa microspia; occhio agli altoparlanti “smart”

Credit: Cryteria (CC-BY)

Pochi giorni fa mi trovavo in un centro commerciale (il Media Markt di Lugano), nel reparto di elettronica di consumo, quando mi è arrivata una chiamata al telefono. La chiamata riguardava una questione di lavoro abbastanza riservata ed ero in un luogo pubblico, ma non mi sono preoccupato più di tanto perché vicino a me non c’era nessuno e ho tenuto basso il volume della mia voce. Ma a un certo punto una voce accanto a me ha detto “Mi dispiace, ma non ho capito.”

La voce proveniva non da una persona, ma da un oggetto piazzato su uno scaffale di esposizione: un Google Home Mini, uno di quei dispositivi che oggi va di moda chiamare “altoparlante smart” o “assistente per la casa” ma che in sintesi sono dei microfoni permanentemente aperti e connessi a Internet. Oggetti che secondo chi li produce dovremmo metterci in casa per poter interagire con Internet e i servizi commerciali della Rete semplicemente tramite la nostra voce.

Per esempio, se abbiamo le mani occupate, possiamo chiedere all’assistente digitale di comporre per noi il numero di telefono di un amico o di mandargli un messaggio. Se viviamo in una casa “smart”, attrezzata con impianti di controllo informatizzati, possiamo chiedere a questo assistente di accendere le luci, abbassare le tapparelle, regolare il riscaldamento o l’aria condizionata, programmare la TV o suonare le nostre canzoni preferite. E naturalmente fare shopping online.

Tutto molto bello e futuribile, ma il mio piccolo incidente personale mostra il rovescio della medaglia di queste tecnologie, che è meglio conoscere per scegliere se acquistarle e per impostarle correttamente. Google Home Mini, infatti, si attiva ogni volta che capta qualunque suono che secondo il suo software corrisponde a “OK Google”. Un altro prodotto concorrente, Echo di Amazon, si attiva chiamandolo per nome, ossia “Alexa”. Tutto quello che dite dopo queste parole di attivazione viene registrato e trasmesso ai computer centrali di Google e rispettivamente di Amazon per essere analizzato e decodificato.

In altre parole, tutto quello che viene detto in casa di chi ha un “altoparlante smart” viene ascoltato dal dispositivo; se, a giudizio di quel dispositivo, è stata pronunciata la frase di attivazione, tutto quel che viene detto subito dopo viene inviato a Google o Amazon.

Il problema è che a volte il software di riconoscimento vocale di questi dispositivi sbaglia e quindi pensa che sia stata detta la frase di attivazione quando in realtà non è stata pronunciata. Il risultato, come ho già accennato per gli smartphone, è che pezzi delle nostre conversazioni private possono finire archiviati involontariamente e inconsapevolmente presso le grandi aziende di raccolta di dati personali.

È un fatto poco conosciuto e sul quale occorre riflettere. Una conversazione che facciamo in confidenza a casa di un amico informatizzato potrebbe essere registrata e ascoltata di nascosto tramite questi dispositivi “smart”.

La protezione apparente offerta dalla frase di attivazione, fra l’altro, è già stata scavalcata. I ricercatori della società di sicurezza informatica Checkmarx hanno infatti trovato il modo di attivare di nascosto e permanentemente il microfono incorporato in Amazon Echo, per cui tutto quello che viene captato dal suo sensibilissimo microfono viene non solo trasmesso ma viene anche trascritto, pronto per l’uso e l’abuso.

La falla è solo un proof of concept e Amazon l’ha già corretta, ma è già la seconda del suo genere che è stata trovata. Per fortuna in questi dispositivi esiste l’opzione di richiedere la pressione di un tasto per accendere il loro microfono. Valutate se è il caso di attivarla, oppure di non mettersi del tutto un microfono aperto in casa.