Vai al contenuto
Aiuto, c’è un virus informatico nel mio... frigorifero?

Aiuto, c’è un virus informatico nel mio… frigorifero?

Si parla molto del 2014 come l’anno dell’Internet delle Cose, ossia dell’anno che vedrà connettersi alla Rete un gran numero di dispositivi non strettamente informatici: lavatrici, sensori domestici, antifurto, televisori, fornelli da cucina, media center, frigoriferi, automobili e via dicendo. Staremo a vedere, ma è indubbio che se si corre verso l’interconnessione senza pensare alla sicurezza c’è il rischio molto concreto di combinare disastri.

Non ci vuole molta competenza tecnica, infatti, per rendersi conto che un attacco informatico a un fornello da cucina o a un impianto di riscaldamento potrebbe causare danni fisici irreparabili. E sabotare via Bluetooth o Wifi i freni di un’auto è un attacco che non ha bisogno di spiegazioni. Il problema, oltretutto, è che molte delle aziende che promuovono questi prodotti interconnessi non hanno grande esperienza di sicurezza informatica e quindi non sanno introdurre le protezioni necessarie (vedi i disastri dimostrativi delle TV Samsung o LG, delle telecamere di sorveglianza Trendnet o di certe auto).

In questo senso ha generato molto clamore la notizia di un recente attacco informatico basato su mail di phishing e spam inviate non soltanto da computer ma anche da dispositivi “smart”, frigoriferi compresi: un quarto dei circa 750.000 messaggi di mail inviati nel corso di questo attacco ha usato l’Internet delle Cose. In particolare, l’accenno ai frigoriferi ha acceso l’attenzione dei media (per esempio Fox, BBC, Zeus News, La Stampa).

Ma leggendo con attenzione la notizia, diffusa in un comunicato stampa da una società specializzata in sicurezza informatica, emerge che i “frigoriferi” (al plurale) sono, nel testo originale del comunicato, ben… “almeno uno”. Non è quel che si dice un attacco di massa. Del quale, fra l’altro, non viene specificata la marca o il modello, in modo da consentire agli utenti di identificarlo e scollegarlo. Viene insomma ad alcuni il dubbio che il riferimento al frigorifero sia stato inserito nel comunicato stampa per suscitare clamore e che usare un frigorifero “smart” come fulcro di un attacco sia poco efficiente (probabilmente si è trattato di un mero esperimento o proof of concept).

Non è il caso di farsi prendere dal panico e temere che il vostro frigidaire stia spammando o disseminando virus (perlomeno virus informatici), insomma, ma resta valido il principio che ogni oggetto collegato alla Rete è un punto di vulnerabilità in più, per cui è il caso di valutare attentamente se è davvero utile o necessario collegare a Internet un elettrodomestico come un frigorifero o un tostapane.

Antibufala: studio scientifico “dimostra” che Facebook morirà entro il 2017

Si sta parlando molto, in Rete e nei media tradizionali, di un articolo scientifico (Epidemiological modeling of online social network dynamics) pubblicato da due ricercatori dell’Università di Princeton, John Cannarella e Joshua A. Spechler, che predice che Facebook perderà l’80% dei propri utenti entro il 2017.

La profezia è basata su un’analogia fra l’adozione di Facebook e la proliferazione delle malattie infettive: secondo i ricercatori, l’adozione dei social network si evolverebbe in modo simile a un’infezione e l’abbandono sarebbe simile alla guarigione. Un paragone non proprio lusinghiero, non c’è che dire.

Ma quali sono le basi di questa ricerca? Fondamentalmente una sola: il numero di volte che la parola Facebook è stata digitata in Google nel corso del tempo. Questa ricerca ha raggiunto il picco di popolarità a dicembre 2012 e da allora è in lento declino. Immettendo questa tendenza in un modello di diffusione delle malattie infettive emerge, secondo i ricercatori, la previsione della fine di Facebook.

Ma come si dice spesso nel mondo del debunking e della verifica scientifica, correlation is not causation: una correlazione non comporta necessariamente un legame di causa ed effetto. E il legame di causa ed effetto fra ricerca della parola Facebook in Google e popolarità di Facebook sembra decisamente tenue. Magari gli utenti cercano meno la parola Facebook (metodo diffuso fra gli utenti meno competenti per accedere a Facebook invece di digitare Facebook.com nella casella dell’indirizzo di un browser) semplicemente perché sempre più spesso accedono a Facebook da dispositivi mobili, sui quali c’è l’app apposita e quindi non serve digitare nulla.

L’articolo, insomma, poggia su basi piuttosto fragili, e Facebook non ha esitato a mettere in chiaro come stanno le cose.

Sostituzione dei volti in tempo reale sulla webcam

Sostituzione dei volti in tempo reale sulla webcam

La faccia inquietante che vedete qui accanto è la mia, combinata digitalmente in tempo reale con quella di Sean Connery. Il bello (si fa per dire) è che quando giro o sposto la testa, muovo la bocca o cambio espressione, il volto sintetico si adatta istantaneamente seguendo i miei movimenti. Un sistema comodissimo per realizzare video anonimizzati o per presentarsi sempre in ordine nelle videochiamate.

È l’effetto di Face substitution, una pagina Web che usa Javascript per analizzare il contenuto dell’immagine della vostra webcam, riconoscendo i lineamenti del volto originale e deformando al volo quelli del volto digitale per adattarli all’immagine.

Per provare quest’effetto basta un browser (preferibilmente Chrome), nel quale date il consenso all’acceso alla vostra webcam. Attendete qualche secondo e poi premete Start e scegliete il volto che volete usare: fra le scelte possibili segnalo il Terminator, George Clooney, Justin Bieber, Bill Murray, Sean Connery, Nicolas Cage, Barack Obama, Chuck Norris e un terrificante Scream che vi fa assumere sembianze rettiliane. Fra i volti femminili cito Rihanna, Monna Lisa, la Regina Elisabetta e Audrey Hepburn.

La sostituzione del volto non è perfetta e ogni tanto sbava o si stacca dal volto reale, ma se si può ottenere questo livello di risultati semplicemente con del Javascript e un browser, viene da chiedersi cosa si possa fare con sistemi di programmazione più convenzionali e magari un piccolo accessorio hardware dedicato. Fra l’altro, tutto il codice è liberamente scaricabile e modificabile.

Aggiornamenti di sicurezza importanti per tutti: Microsoft, Adobe, Java. Fateli subito

Aggiornamenti di sicurezza importanti per tutti: Microsoft, Adobe, Java. Fateli subito

Un FALSO aggiornamento di Flash Player

Il rituale aggiornamento mensile di sicurezza targato Microsoft tura falle importanti in Microsoft Office 2003, 2007, 2010 e 2013 e in altri prodotti Microsoft che permettono di attaccare i computer che usano questo software semplicemente convincendo l’utente ad aprire un file Word appositamente confezionato (bollettino MS14-001).

Ci sono aggiornamenti importanti anche per gli utenti di Windows XP, Windows 7, Windows Server 2003 e 2008 R2 (bollettini MS14-002 e MS14-003). Visto che i criminali informatici tipicamente lanciano attacchi che sfruttano le falle segnalate dai bollettini di sicurezza, chi non si aggiorna prontamente rischia di essere preso di mira. Dunque aggiornate subito, se potete: il procedimento dovrebbe essere automatico.

Un aggiornamento vero di Flash Player
alla versione 12 per Mac.

Se usate i prodotti Adobe Reader e Adobe Acrobat per leggere o generare documenti PDF, Adobe AIR o Adobe Flash per vedere le animazioni interattive dei siti Web (e di molti giochi su Facebook), aggiornate subito anche questi software, dato che sono stati rilasciati aggiornamenti per Windows, OS X e Linux che turano falle critiche che permettono a un aggressore di eseguire programmi (presumibilmente ostili) sul computer dell’aggredito. I bollettini sono rispettivamente qui per Flash e qui per Reader e Acrobat. Per sapere se avete la versione più recente di Flash c’è il test ufficiale; l’aggiornamento è scaricabile qui. Attenzione, fra l’altro, ai falsi aggiornamenti di Flash che sono in circolazione su vari siti infettati e sono stati segnalati da F-Secure. Per Reader, invece, la versione più recente è scaricabile da questa pagina del sito di Adobe.

Anche Java è uno dei tanti prodotti Oracle che hanno bisogno un aggiornamento rapido; quello di Java che corregge ben 36 vulnerabilità. Fate il test per sapere se avete già installato l’ultima versione o se vi serve scaricarla e installarla manualmente.

Apple rimborserà 32 milioni di dollari per gli acquisti in-app ingannevoli

Apple rimborserà 32 milioni di dollari per gli acquisti in-app ingannevoli

La Federal Trade Commission, ente statunitense di vigilanza sul commercio, ha accolto le lamentele degli utenti e ha contestato dettagliatamente le pratiche di Apple nel settore degli acquisti in-app, ossia dei pagamenti effettuati all’interno delle singole applicazioni (per esempio per acquisire gemme in Clash of Clans o altri giochi molto popolari). Apple ha così raggiunto un accordo in base al quale liquiderà la contestazione rimborsando ai consumatori americani circa 32 milioni di dollari.

Secondo la FTC, il sistema di controllo parentale proposto da Apple non era sufficientemente chiaro: un adulto poteva autorizzare tramite password un acquisto in-app da parte del figlio, con addebito sulla carta di credito del genitore, senza rendersi conto che per i successivi quindici minuti qualunque altro acquisto era autorizzato automaticamente, dando quindi al minore la possibilità di spendere somme ingenti (ci sono casi di migliaia di franchi): in molti giochi in sé gratuiti ci sono accessori o livelli che possono costare fino a 99 dollari, franchi o euro. In pratica, il genitore vedeva una schermata nella quale gli veniva chiesta la password, senza specificare per cosa e con quali conseguenze, come mostrato nell’immagine qui sopra.

Certo, in un mondo perfetto un genitore non dovrebbe digitare la propria password senza sapere perché e dovrebbe leggere attentamente il manuale prima di mettere in mano ai figli oggetti così complessi che contengono l’autorizzazione a effettuare addebiti sulla carta di credito, ma il mondo non è perfetto.

Dato che Apple incassa il 30% di ogni acquisto in-app e che tutte le app sui dispositivi iOS (iPhone, iPad, iPod touch) sono gestite in esclusiva da Apple, secondo la FTC era sua responsabilità fornire un’indicazione chiara dei costi. In sintesi, non è permesso addebitare ai consumatori acquisti che non hanno autorizzato, scrive la FTC.

Se siete genitori e volete evitare la trappola degli acquisti in-app, potete andare nelle Impostazioni, scegliere Generali, Restrizioni e disattivare la voce Acquisti in-app. Questo impedirà completamente gli acquisti all’interno delle applicazioni.

Schermata da iPad su iOS7

In alternativa, potete andare sempre in Impostazioni – Generali – Restrizioni e poi scegliere Richiedi password e selezionare Subito invece del valore predefinito, che è 15 minuti, obbligando quindi a digitare la password per ogni richiesta di acquisto.

Schermata da iPad su iOS7

Trentadue milioni di dollari possono sembrare un salasso esemplare, ma in realtà equivalgono a circa un giorno di incassi dell’App Store, secondo i calcoli di The Register.

Togliere la geolocalizzazione da una foto su Instagram

Togliere la geolocalizzazione da una foto su Instagram

Supponiamo che abbiate scattato e pubblicato una foto usando l’app di Instagram e vi siate pentiti di aver incluso i dati di geolocalizzazione (perché le foto pubblicate su Instagram sono geolocalizzate per impostazione predefinita): vorreste lasciare online la foto, ma vorreste eliminare l’indicazione precisa di dove l’avete scattata. Ecco come procedere nella app di Instagram.

Andate alla galleria delle vostre foto e toccate l’icona della geolocalizzazione (quella indicata dalla freccia):

Compare una mappa del mondo: toccate il pulsante in basso a sinistra (quello con la griglia, indicato qui sotto dalla freccia).

Questo fa comparire la galleria delle foto geolocalizzate: toccate il pulsante in alto a destra (quello con i tre puntini allineati verticalmente) e toccate la parola Modifica che compare.

Accanto a ciascuna foto viene mostrato un pallino verde.

Toccate la (o le) foto che volete de-geolocalizzare: quelle senza pallino verde (per esempio, la prima in alto nell’immagine qui sotto) perderanno i dati geografici.

Toccate Fine e poi Conferma.

La foto scompare dalle mappe, ma è ancora disponibile su Instagram: semplicemente non è più geolocalizzata.

Com’è complicato il tempo! Meno male che c’è l’open source

Com’è complicato il tempo! Meno male che c’è l’open source

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il cambio d’anno festeggiato pochi giorni fa ci regala, come consueto, una serie di cambiamenti: buttar via i calendari obsoleti, abituarsi a scrivere l’anno con un 4 finale al posto del 3, e così via.

Niente di speciale, tutto sommato, perché il tempo è lineare e procede con scadenze ben familiari: secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni. Un sistema dal quale dipendiamo sempre di più, non solo per la puntualità ma anche per la validità per esempio delle transazioni bancarie o delle operazioni di borsa.

Ma in realtà il sistema è semplice soltanto in superficie: come racconta molto bene questo video di Computerphile (in inglese), un errore anche di un solo secondo può causare problemi a catena, e chiunque si trovi a dover insegnare a un computer come gestire correttamente i calcoli del tempo, o a dover prendere un appuntamento telefonico con un interlocutore dall’altra parte del mondo, si trova presto in un pantano di regole e di eccezioni.

Prima di tutto bisogna tenere conto, ovviamente, dei fusi orari: ma non basta aumentare o scalare di un’ora tonda, perché ci sono paesi come l’Australia, la cui zona centrale è nove ore e mezza avanti rispetto all’ora standard di Greenwich, o il Nepal, che è avanti di cinque ore e tre quarti. Serve una tabella con tutti i fusi orari e le relative eccezioni.

Poi c’è l’ora legale, che entra in vigore in giorni differenti in base alle nazioni: serve una tabella che elenchi tutte le date nelle quali ciascun paese del mondo passa dall’ora legale a quella solare e viceversa. E ci sono i paesi dell’emisfero sud, che in autunno portano le lancette indietro anziché avanti, e lo fanno, ovviamente, in date differenti. Bisogna tenere conto anche di questo.

Ma ci sono anche casi come Samoa, che si trova nel Pacifico, sulla linea di cambiamento di data: nel dicembre 2011 ha scelto di perdere un intero giorno di calendario, passando dal 29 direttamente al 31. Anche questo va incluso nei calcoli. Per fortuna esiste già un file che elenca i cambi di fuso orario passati e futuri, che vengono annunciati con un certo anticipo. Tranne nel caso della Libia, che l’anno scorso, con pochissimo preavviso, ha annullato l’ora legale, col risultato che è stato impossibile creare e distribuire gli aggiornamenti di tutti i software e che ogni computer libico, con qualunque sistema operativo, si è trovato a indicare l’ora sbagliata.

C’è di peggio. In Cisgiordania, a fine settembre scorso la popolazione israeliana si è trovata a usare un’ora diversa da quella palestinese, perché l’Autorità Palestinese aveva deciso di tornare all’ora solare, mentre i residenti israeliani avevano deciso di restare sincronizzati con il cambio dell’ora legale in Israele a fine ottobre. Nello stesso posto, insomma, c’erano due orari differenti in base all’etnia. E qui il programmatore si mette le mani nei capelli. Se non se li è già strappati prima. Ma non è finita.

Se è già un incubo calcolare che ore sono adesso in un altro luogo del mondo, immaginatevi cosa succede quando si tratta di calcolare date storiche. C’è da tenere conto del passaggio dal calendario giuliano a quello gregoriano, che però non è stato fatto da tutti: ci sono paesi che l’hanno adottato nel 1582, quando si è passati dal 4 ottobre direttamente al 15, e ci sono altri paesi che non l’hanno introdotto neanche adesso. Molti paesi europei passarono al calendario gregoriano in momenti differenti anche di secoli: la Danimarca e la Prussia nel 1700, l’Impero Britannico nel 1752, la Russia nel 1918, la Grecia nel 1923.

Neppure una cosa apparentemente ovvia e incontestabile come l’inizio dell’anno è facile da calcolare. In Inghilterra, dal dodicesimo secolo fino al 1751, l’anno legale iniziava il 25 di marzo, per cui tutte le date storiche di gennaio, febbraio e marzo vanno corrette (l’esecuzione di Carlo I, per esempio, avvenne il 30 gennaio 1648 secondo il calendario dell’epoca, ma oggi i libri di storia correggono e la indicano nel 1649). In altri termini, dopo il 31 dicembre 1712, per esempio, c’era il primo gennaio… 1712. In Scozia, invece, l’anno legale iniziava il primo gennaio già dal 1600, per cui a quei tempi passare dall’Inghilterra alla Scozia in gennaio, febbraio o marzo significava cambiare anno.

Queste possono sembrare stramberie antiche; oggi siamo più pratici e razionali, visto che siamo molto più interconnessi e interdipendenti. Invece no. Gli astronomi hanno introdotto i secondi intercalari, ossia secondi supplementari o mancanti, per tenere conto delle leggere irregolarità della rotazione terrestre, altrimenti il tempo coordinato universale o UTC, usato come riferimento principale in tutte le attività industriali e sociali, si sfaserebbe rispetto alla rotazione del pianeta (tempo solare). Quando c’è un secondo intercalare supplementare, c’è un minuto che ha 61 secondi e quindi gli orologi di precisione devono segnare 23:59:60. Dal 1972, quando è stato introdotto questo sistema, sono stati aggiunti 25 secondi intercalari.

Che differenza potrà mai fare un secondo in più? Tanta, se c’è di mezzo l’informatica. I computer non si aspettano un minuto che duri 61 secondi, e a volte vanno in tilt, come è successo ai sistemi della Oracle nel 2009 e a molti siti Internet che usavano un Linux non aggiornato nel 2012. Google risolve il problema “spalmando” il secondo nell’arco della giornata, in modo da non avere mai un minuto con 61 secondi.

Per fortuna ci sono degli esperti che tengono traccia di tutte queste complicazioni e, cosa più importante, le rendono pubblicamente disponibili sotto forma di tabelle e codice open source, già pronto per l’uso, da prendere e inserire in qualunque programma, e sotto forma di siti come TimeAndDate.com e WorldTimeZone.com.

2013, incassi record per il cinema USA nonostante la pirateria

2013, incassi record per il cinema USA nonostante la pirateria

Torrentfreak ha pubblicato la classifica dei film più piratati del 2013, basata sui rilevamenti del traffico di condivisione di file sui circuiti che usano BitTorrent. In cima a questa classifica c’è il primo film della trilogia de Lo Hobbit (8,4 milioni di scaricamenti) ed è abbastanza priva di sorprese: come era prevedibile, i film più scaricati sono stati quelli più popolari.

La sorpresa, semmai, è che nonostante tutte le lamentele sull’Apocalisse causata dalla pirateria audiovisiva, il 2013 si sta delineando come l’anno migliore in assoluto per gli incassi cinematografici negli Stati Uniti, secondo Box Office Mojo, con quasi 11 miliardi di dollari. Anche tenendo conto dell’inflazione, gli incassi del 2013 sono superiori o pari a quelli dei primi anni 2000.

Una ricerca dell’Università del Minnesota e del Wellesley College, intitolata Reel Piracy: The Effect of Online Film Piracy on International Box Office Sales, indica che mancano prove di distorsioni degli incassi da quando è stato reso disponibile il protocollo BitTorrent e suggerisce che uno dei principali motivatori degli scaricamenti illegali è il ritardo nella disponibilità legale dei film. In altri termini, i film vengono scaricati a scrocco anche perché non c’è un canale legale per farlo: più è lungo il periodo fra l’uscita al cinema di un film e la sua disponibilità su DVD, Blu-ray o sui circuiti legali, più sale la sua pirateria.

Un altro dato interessante è che la pirateria proviene spesso dai meccanismi interni dell’industria del cinema. Django Unchained è stato scaricato illegalmente 500.000 volte in sole ventiquattr’ore perché qualcuno ha messo su Internet una copia destinata ai giudici degli Oscar.

L’iPhone compie sette anni: retroscena della demo che cambiò la telefonia

Sembra incredibile ma sono già passati sette anni da quando Steve Jobs svelò che Apple aveva sviluppato in segreto uno smartphone, con un effetto esplosivo sul design e sulle caratteristiche di tutta la telefonia mobile. Come raccontato da un bell’articolo del New York Times, i retroscena della presentazione dell’iPhone al Macworld Expo del 2007, a San Francisco, rivelano che in realtà al momento dell’annuncio lo smartphone di Apple era tutt’altro che pronto e stabile.

Jobs voleva a tutti i costi fare una demo reale, facendo telefonate, ascoltando musica e navigando su Internet, e mostrando sul megaschermo della sala quello che si vedeva sul touchscreen del prototipo, ma fu un rischio enorme: lo smartphone perdeva le chiamate, crashava o semplicemente si spegneva spontaneamente. Se si inviava una mail e poi si navigava in Rete, tutto bene: ma se queste operazioni venivano fatte in ordine inverso, erano guai. Tutti i componenti erano troppo instabili e nuovi. C’erano soltanto cento prototipi. Jobs provò la presentazione per cinque giorni.

Fu necessario barare: l’indicatore di segnale fu riprogrammato per indicare sempre e comunque cinque tacche, perché in caso di crash e riavvio della sezione radio il pubblico avrebbe visto il calo improvviso di segnale. La sezione WiFi dell’iPhone era così instabile che i tecnici dovettero collegare di nascosto delle prolunghe d’antenna per compensare le variazioni di segnale in sala, e per tenere libera la frequenza WiFi (in modo che nessuno del pubblico potesse involontariamente usarla e interferire) fu necessario impostare l’access point come se fosse in Giappone, usando quindi frequenze non permesse negli Stati Uniti. Fu persino portato in loco un ripetitore mobile della rete cellulare, per garantire un segnale potente.

La presentazione fu un successo, grazie agli sforzi acrobatici dei tecnici. E il resto, come si suol dire, è storia.