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Il motore di ricerca “da hacker”

Il motore di ricerca “da hacker”

Ultimo aggiornamento: 2019/10/25 10:25. 

Volete stupire i vostri amici facendo comparire sul vostro schermo dei risultati di ricerca in “stile hacker”, ossia come caratteri verdi su sfondo nero, e al tempo stesso tutelare la vostra privacy?

Si può fare con questo trucchetto offerto dal motore di ricerca DuckDuckGo, che usa i risultati di Wikipedia e di vari motori di ricerca, fra cui Bing, Yahoo e Yandex, ma ne blocca la raccolta di dati personali degli utenti. Basta andare a https://duckduckgo.com/tty e digitare l’argomento della ricerca.

DuckDuckGo è comunque utilizzabile anche in maniera normale.

Chicca: fra i comandi della “versione hacker” c’è anche qrcode, che genera automaticamente un codice QR corrispondente a qualunque cosa scriviate dopo la parola qrcode.

Grazie a decio per la segnalazione.

Il rosario “smart” non era molto smart

Il rosario “smart” non era molto smart

Naked Security segnala un caso davvero insolito di vulnerabilità informatica con rischi di privacy: un rosario “smart”.

Su Vatican News è stato presentato un rosario che si attiva quando l’utente sfiora la sua croce sensibile al tocco. Costa 110 dollari e si sincronizza con un’app, denominata Click to Pray (da non confondere con Plug and Play), che traccia le tappe dell’utente nella serie di preghiere e tiene conto anche dei passi fatti nel mondo fisico.

Purtroppo è emerso che l’app aveva una falla di autenticazione piuttosto grave: l’accesso tramite PIN di quattro cifre è facile da scardinare in vari modi, compreso il fatto che non c’è limite al numero di tentativi effettuabili tramite la API, per cui è semplicissimo tentare tutti i PIN con uno script fino a trovare quello giusto.

Entrando nell’account era possibile acquisire avatar, numeri di telefono, date di nascita e altri dati personali. Il ricercatore di sicurezza Baptiste Robert ha segnalato la cosa con discrezione ai responsabili, che hanno corretto la falla e ringraziato per la segnalazione.

La pericolosa illusione della democrazia diretta digitale

La pericolosa illusione della democrazia diretta digitale

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “msalmi86” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Stordito dalla tecnologia.

Se siete fra coloro che credono che la democrazia diretta realizzata tramite Internet sia la soluzione a tutti i problemi del mondo, porto dal Festival del Giornalismo una dose di realtà che vi consiglio di assumere, perché la democrazia diretta digitale rischia invece di essere lo strumento perfetto per la dittatura e la manipolazione.

Questa è, a mio avviso, una delle idee più interessanti emerse dal panel “Hacktivismo e sorveglianza digitale: le rivoluzioni combattute in rete” di Fabio Chiusi (blog ilNichilista), Arturo Filastò (Centro Hermes), Giovanna Loccatelli (giornalista e scrittrice) e Dlshad Othman (attivista siriano), il cui video è su Youtube. Guardatevelo tutto per i dettagli, ma il concetto di fondo è questo (eventuali errori nella sintesi sono miei): in vari paesi ci sono movimenti politici che vedono nell’uso di Internet la chiave per sovvertire il sistema e istituire una democrazia diretta, snella ed efficiente, priva delle storture e corruzioni della democrazia rappresentativa.

L’idea è nobile, ma come tante idee nobili è lontana dalla realtà pratica, perché gli attuali strumenti informatici sono troppo vulnerabili e gli utenti sono troppo incompetenti per usarli in modo sicuro. Per cui chi volesse sabotare queste iniziative avrebbe il gioco tremendamente facile, non solo per bloccarle ma addirittura per usarle a proprio favore.

Supponiamo che un governo voglia introdurre la DDD (democrazia diretta digitale). Si può pensare seriamente che un voto elettronico, implementato sui PC appestati di virus e vulnerabilità degli utenti, sia sicuro più di un voto cartaceo al seggio? Si può pensare che chi ha ancora difficoltà a capire come si compila una scheda elettorale, fa fatica a non farsi fregare la password di Facebook e chi, peggio ancora, non ha alcuna dimestichezza con i computer possa seriamente destreggiarsi fra software di autenticazione del voto, sicurezza fisica del dispositivo informatico e sistemi di garanzia dell’identità delle sue opinioni postate nelle discussioni? No, vero?

Supponiamo, per contro, che un governo (o un aspirante dittatore) voglia sabotare un tentativo di adozione della DDD. Diffondere un trojan che infetti i PC dei partecipanti al movimento per la DDD sarebbe una passeggiata: basterebbe mascherarlo, che so, da serie di foto della presidente del consiglio in tenuta da nudista (lo so, lo so, l’idea non è originale). A quel punto rubare l’identità di un utente, magari non di un semplice elettore qualunque, ma di un esponente importante di un movimento politico, e postare a nome suo nei forum idee sballate ma credibili che lo screditino sarebbe quasi automatico.

Paradossalmente, il sistema di autenticazione pensato per garantire l’identità online sarebbe quello che autenticherebbe (apparentemente) le parole di suicidio politico del leader. Tutti i membri del movimento si fidano della DDD perché l’ha proposta il Caro Leader. Ergo, se il Caro Leader dice qualunque cretinata usando la DDD, dev’essere davvero lui che la dice.

Sovvertire il risultato di un voto effettuato con gli attuali strumenti di DDD sarebbe altrettanto banale: lo stesso trojan potrebbe votare al posto dell’elettore o trasmettere al “seggio” digitale un voto falsificato (man in the middle). Faccio fatica a vedere un sistema di voto elettronico affidabile se implementato su macchine trojanizzabili, con sicurezza fisica nulla e adoperate promiscuamente per scaricare pornazzi e giochini pirata. Basta guardare il disastro del voto elettronico negli Stati Uniti, che pure usava macchine dedicate (ma non per questo meno trojanizzabili dal fabbricante).

Al tempo stesso, sono ragionevolmente sicuro che esista la possibilità tecnica di creare un sistema di DDD matematicamente inespugnabile, open source e quindi ispezionabile, con autenticazione e integrità garantita anche su hardware e sistemi operativi insicuri. Ma chiunque pensi che un netbook con su Windows Vista possa magicamente trasformarsi nell’urna della democrazia del terzo millennio con una spruzzatina di software è vittima di una faciloneria paragonabile a quella di chi crede che basti una pallina di plastica magica per fare a meno dei detersivi.

Il vero problema della fuga in avanti rappresentata dal sogno della DDD è che queste tecnologie, quand’anche venissero realizzate, avrebbero milioni di talloni d’Achille: gli utenti, che si farebbero fregare in mille modi e appiccicherebbero su un Post-It la password del documento Word nel quale hanno salvato la propria chiave crittografica privata (e la password sarebbe, ovviamente, password o 12345678).

La DDD è fattibile, a mio avviso, solo se oltre al software perfetto si riesce a costruire un elettorato informaticamente sofisticato e culturalmente preparato a concetti come identità digitale, autenticazione e sicurezza. Ma a quel punto, se tutti gli elettori fossero così illuminati, usare la DDD, l’alzata di mano, la scheda elettorale di carta o un dado a venti facce sarebbe probabilmente irrilevante, perché sarebbero dei semidei. E i semidei non hanno bisogno di votare su cosa fare. Sanno già cosa fare e lo fanno.

Mi rendo conto che di questi tempi alcuni potrebbero considerare questo articolo come una mia rarissima e perigliosa scorribanda nella palude della politica, ma a me interessa solo l’aspetto informatico della questione. Ho sentito parole che hanno messo in chiaro che la democrazia diretta digitale è attualmente, per ragioni prevalentemente informatiche, un’utopia per sempliciotti idealisti, e questa mi sembra una lezione importante a prescindere dai singoli balletti maldestri degli aspiranti salvatori megalomani di un qualunque paese. E ho pensato che fossero parole interessanti da condividere, così come metto in guardia contro la faciloneria di affidare tutti i propri dati personali a Facebook. Tutto qui.

Aggiornamenti

Sulla base dei commenti vorrei aggiungere un paio di considerazioni.

Vorrei chiarire che il panel del Festival del Giornalismo ha ispirato questo post. Qualunque estensione dei concetti tecnici espressi dal panel che trovate in questo articolo è opera mia e quindi colpa mia. Non è detto che i membri del panel la condividano.

Per chi cita l’e-banking come esempio d’implementazione di transazione sicura: a parte che ha comunque vulnerabilità che vengono frequentemente sfruttate con successo dal crimine informatico, nell’e-banking ho una possibilità diretta di riscontro di eventuali alterazioni della transazione: ho un estratto conto che posso controllare e la banca può segnalare transazioni anomale. In un sistema di e-voto, è matematicamente possibile avere un riscontro che sia sicuro, eseguibile solo da me e anonimo al tempo stesso (ma questo complica l’implementabilità), ma non posso avere un sistema di rilevamento del voto anomalo. Anzi, se con l’e-banking mi fa piacere se la banca mi chiama e mi dice “scusi, è regolare questo suo pagamento di 10.000 euro alla Bassotti Banda snc?”; mi fa meno piacere se mi chiama l’ufficio elettorale e mi chiede “Scusi, è regolare questo suo voto per il Partito dell’Unicorno Petomane?”.

Per chi interpreta questo articolo come un rifiuto del futuro, vorrei chiarire che non sono contrario al voto digitale. Sono contrario al voto digitale fatto male. Non sto dicendo che il sistema attuale è perfetto; dico solo che pensare alla DDD come la soluzione di tutti i problemi è utopia e c’è il rischio di passare dalla padella alla brace se non si implementa bene.

Sui rischi della democrazia digitale segnalo anche l’ottimo lavoro di Giovanni Ziccardi e Claudio Agosti, sempre al Festival del Giornalismo.

Insomma, come in tanti altri casi mi preoccupano coloro che vendono soluzioni facili ai problemi difficili senza conoscere realmente né i problemi né le soluzioni. Suonano sempre troppo come soluzioni finali in stile Das Byte macht frei.

Quanto vale la geolocalizzazione? Abbastanza da rischiare un milione di dollari di multa

Quanto vale la geolocalizzazione? Abbastanza da rischiare un milione di dollari di multa

Molti utenti di Internet sottovalutano il valore dei dati che regalano ai fornitori di servizi, come per esempio la geolocalizzazione. A chi mai potrà interessare sapere dove mi trovo, visto che non sono una persona importante o speciale? Lo pensano in tanti. Eppure questi dati hanno un valore così alto che esistono società che rischiano multe milionarie pur di sfruttarli.

È quello che ha fatto la società di pubblicità per dispositivi mobili inMobi, che è stata multata dalla Federal Trade Commission statunitense per 4 milioni di dollari (poi ridotti, si fa per dire, a 950.000) perché è stata colta a pedinare segretamente circa cento milioni di utenti.

InMobi dichiarava che il suo software, incluso in moltissime app per Android e iOS per visualizzare pubblicità agli utenti, raccoglieva informazioni di geolocalizzazione soltanto se l’utente dava il permesso. In realtà il software utilizzava i segnali Wi-Fi per dedurre la localizzazione anche quando l’utente negava all’app il permesso di tracciarlo. In pratica, tramite il ricevitore Wi-Fi InMobi si faceva mandare i nomi delle reti Wi-Fi ricevibili dall’utente, li immetteva in un database di localizzazioni di queste reti e ne otteneva la localizzazione dell’utente. E lo faceva ogni trenta secondi circa quando l’app era in uso.

Questa geolocalizzazione aveva effetto anche sugli utenti minorenni, ai quali erano dedicate molte delle app che usavano il software pubblicitario di InMobi, violando quindi il Children’s Online Privacy Protection Act statunitense.

Un motivo in più per spegnere il Wi-Fi dei dispositivi mobili quando non è indispensabile, insomma.

Fonti: QZ, Ars Technica.

La telecamera di Xbox One è un po’ guardona

La telecamera di Xbox One è un po’ guardona

Secondo questo articolo, la telecamera a infrarossi della Kinect di Xbox One ci vede fin troppo bene attraverso i vestiti. O meglio, evidenzia rilievi e curve normalmente poco rilevabili. Sembra di essere davanti a uno scanner aeroportuale.

Dettagli in questo mio articoletto.

Un altro giorno, un altro database esposto a Internet. Facciamo due

Un altro giorno, un altro database esposto a Internet. Facciamo due

Due dump di database di una nota università italiana sono pubblicamente trovabili tramite una semplice ricerca in Google. Contengono dati potenzialmente riservati, come esiti di esami e soluzioni di prove. Così poco fa ho scritto alla Nota Università per avvisarla:

Buongiorno,

sono un giornalista informatico, collaboratore della Radiotelevisione Svizzera. Da fonte giornalisticamente confidenziale mi è arrivata la segnalazione che avete dei database esposti a Internet, con esiti di esami e altri documenti forse da tenere riservati. I database sono trovabili con una semplice ricerca in Google.

Li trova qui: [link omessi]

Presumo che non sia intenzionale e che vogliate rimediare.

La prego di trasmettere queste informazioni al vostro responsabile informatico. Resto a vostra disposizione per qualunque chiarimento.

Cordiali saluti
Paolo Attivissimo
Lugano, Svizzera

Vediamo cosa succede. Nel frattempo, se siete responsabili informatici di qualunque facoltà o azienda o ente, fatevi una cortesia: controllate che i vostri database Mysql non siano visibili ai motori di ricerca. Eviterete imbarazzi.

2019/09/09: I database non sono più accessibili.

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Privacy digitale, pratiche visibili a tutti sul sito dell’ENEA (aggiornamento: risolto)

Privacy digitale, pratiche visibili a tutti sul sito dell’ENEA (aggiornamento: risolto)

Ultimo aggiornamento: 2019/09/03 18:00.

Il sito delle detrazioni fiscali ecobonus dell’ENEA permette a chiunque di vedere le pratiche altrui, come si può notare nello screenshot qui accanto, nel quale ho mascherato i nomi degli utenti.

Non è necessario conoscere alcuna login o password: è sufficiente un URL pubblico. Risultano inoltre esaminabili i dettagli delle singole pratiche e i rispettivi allegati, che ho scelto di non pubblicare qui nemmeno in versione mascherata.

Grazie a @i_am_sverx, che mi ha trovato le coordinate del responsabile della protezione dei dati (un po’ nascoste su ecobonus2019.enea.it/privacy.asp), l’ho potuto avvisare via mail. Ho messo in copia cnaipic@interno.it e comunicazioneweb@enea.it, fornendo loro l’URL pubblico in questione.

Il mio tweet sulla questione ha attirato l’interesse degli addetti del team digitale di Governo.it, che stanno esaminando la situazione. Su loro suggerimento, ho messo in copia anche il CERT della pubblica amministrazione italiana. Vediamo che succede.

2019/09/03 18:00

Ho ricevuto mail dalla responsabile relazioni esterne e comunicazione e dal responsabile della divisione ICT di Enea, che mi dicono che il problema è stato risolto. I primi controlli confermano. Ora restano solo le eventuali questioni legate al GDPR.

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Quando una ditta lascia online i dati dei clienti e ignora gli avvisi, che si fa? Si pubblica

Quando una ditta lascia online i dati dei clienti e ignora gli avvisi, che si fa? Si pubblica

Ultimo aggiornamento: 2019/08/27 12:00.

Le gioie dei dati nel cloud: la San Marino Tourservice S.p.A. ha messo centinaia di file contenenti dati dei clienti in un bucket Amazon leggibile da chiunque, con buona pace della sua privacy policy (che ho archiviato qui).

So che è già stata allertata tempo fa (non da me), ma non ha fatto nulla: i dati sono ancora lì, come lo erano a marzo scorso, alla mercé del primo che passa. Nomi, numeri di telefono, date di viaggio, infortuni e problemi di salute.

Un paio di esempi (in cui ho mascherato i principali dati), tanto per chiarire che non sto scherzando:

Visto che segnalare il problema direttamente e con discrezione agli interessati non sembra aver ottenuto alcun effetto, vediamo cosa succede con una segnalazione pubblica della figuraccia. Perché un cliente ha il diritto di sapere se i suoi dati personali verranno davvero tutelati dall’azienda alla quale si rivolge o se, come sembra, vige il chissenefrega più totale.

Ho inviato segnalazione anche al CNAIPIC.

15:50. Sono stato contattato dal responsabile informatico dell’azienda e gli ho spiegato i dettagli tecnici della questione, chiarendo che non ho trovato alcuna vulnerabilità ignota ma ho semplicemente usato uno degli appositi motori di ricerca che indicizzano i bucket world-readable. È comunque già un passo avanti. I dati sono tuttora leggibili e scaricabili da chiunque, anche in massa. Ricordo alle aziende che usano i bucket di Amazon che Amazon offre una guida alla messa in sicurezza e anche uno strumento di verifica delle impostazioni dei bucket.

21:10. Mi è arrivata una mail dal responsabile informatico dell’azienda, che ha confermato la mia segnalazione e ha detto che verranno prese misure opportune (che non descrivo qui) e ringraziato con la promessa di aggiornarmi sulle modifiche e con la cortese richiesta di verificare il loro operato. Tutto è bene quel che finisce bene? Beh, resta la questione delle conseguenze GDPR di questa esposizione di dati privati. Ma questa è un’altra storia.

2019/08/22 7:35. Sono stato contattato di nuovo dall’azienda, che mi ha chiesto di verificare che a seguito di un intervento tecnico ora i dati non sono più accessibili a chiunque. I miei controlli a campione confermano che è così.

2019/08/27 12:00. Ho sostituito gli screenshot iniziali (che avevo mascherato quasi completamente) con delle versioni completamente mascherate.

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Anche Microsoft ascolta: stavolta tocca alle conversazioni Skype tradotte

Anche Microsoft ascolta: stavolta tocca alle conversazioni Skype tradotte

Ultimo aggiornamento: 2019/08/16 1:40.

Dopo Siri, Google Assistant e Amazon Echo, ora tocca a Microsoft: secondo Motherboard, le conversazioni fatte via Skype usando la sua funzione di traduzione possono essere ascoltate da dipendenti e subappaltatori di Microsoft.

Per migliorare la qualità della funzione, infatti, degli spezzoni di conversazione vengono messi a disposizione di questo personale per verificare la bontà della traduzione o correggerla. Secondo Microsoft, questi spezzoni vengono resi anonimi, ma non c’è nulla che impedisca a un utente di dire qualcosa che lo identifichi (il nome e cognome o un indirizzo).

Questo comportamento non è segreto, ma di certo è poco noto agli utenti: è indicato un po‘ vagamente nelle FAQ di privacy di Skype Translator (tradotte in italiano da un software di traduzione automatica, ironicamente, e tradotte pure maluccio) (copia su Archive.org):

Quando utilizza la traduzione su Skype, contenuti personali conversazione raccolte e come viene utilizzato?

Quando si utilizzano funzionalità di conversione del Skype, Skype raccoglie e utilizza la conversazione che consentono di migliorare i prodotti e servizi Microsoft. Per agevolare la conversione e la tecnologia di riconoscimento vocale apprendimento e crescita, frasi e le trascrizioni automatiche vengono analizzate e le correzioni vengono immessi nel sistema, per creare ulteriori servizi ad alte prestazioni. Per proteggere la privacy degli utenti, le conversazioni che vengono utilizzate per analisi utilizzo software del prodotto vengono indicizzate con gli identificatori alfanumerici che identifica i partecipanti alla conversazione.

L’originale:

When I use translation on Skype, is my conversation content collected and how is it used?

When you use Skype’s translation features, Skype collects and uses your conversation to help improve Microsoft products and services. To help the translation and speech recognition technology learn and grow, sentences and automatic transcripts are analyzed and any corrections are entered into our system, to build more performant services. To help protect your privacy, the conversations that are used for product improvement are indexed with alphanumeric identifiers that do not identify participants to the conversation.

Microsoft non dice esplicitamente* che questo lavoro di raccolta e utilizzo delle conversazioni viene svolto da esseri umani e anzi dà l’impressione che sia Skype, un software, a farlo. E il fatto che qualcuno sia stato in grado di far arrivare questi spezzoni di parlato ai giornalisti non è un indicatore molto rassicurante sul livello di protezione di questi dati personali.

* 2019/08/16 1:40: Reuters segnala che Microsoft ha aggiornato la propria privacy policy per informare i clienti che ha raccolto dati vocali dei propri utenti usando dipendenti e subappaltatori.

È meglio mettere in conto una regola molto semplice: se il fornitore di un servizio vocale dice che raccoglie alcuni campioni di parlato per migliorare il servizio, conviene presumere che questa raccolta faccia finire quelle conversazioni nelle mani e nelle orecchie di qualcuno, non di una macchina. Che quindi sarà tentato di origliare. Indovinate cosa dice la privacy policy di Cortana, l’assistente vocale di Microsoft:

Quando usi la voce per chiedere o dire qualcosa a Cortana o per richiamare Skills, Microsoft usa i dati sulla tua voce per rendere più efficiente l’interpretazione del modo in cui parli, al fine di continuare a migliorare il riconoscimento e le risposte di Cortana, nonché degli altri prodotti e servizi Microsoft che usano il riconoscimento vocale e la comprensione delle intenzioni dell’utente.

Se volete ripulire la cronologia delle cose che avete detto a Cortana, andate a account.microsoft.com/privacy.