È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.
È disponibile subito il podcast di oggi (6 maggio 2022) de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.
Avrete forse notato che la puntata della settimana precedente (quella del 29 aprile) non c’è stata: ero completamente senza voce. Un paio di giorni dopo sono riuscito a fatica a registrare questo piccolo avviso:
È disponibile subito il podcast di oggi (22 aprile 2022) de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.
Buon ascolto, e se vi interessano i testi e i link alle fonti di questa
puntata, sono qui sotto.
Prologo
[CLIP AUDIO: Rimontaggio dal film “Una cascata di diamanti”]
È un’idea classica di tanti film di spionaggio: il cattivo di turno prende il
controllo di un satellite e combina disastri. E in questi giorni si parla di
hackeraggi satellitari legati alla guerra. Ma è realmente possibile un attacco
del genere? La risposta è sì, ed è già accaduto. Ma non ci sono di mezzo i
supercattivi di James Bond.
Questa è la storia di come un piccolo imprenditore statunitense riuscì a
prendere il controllo di un satellite per telecomunicazioni per compiere
un’azione di protesta e di come un gruppo di hacker ha recentemente ripetuto
quest’impresa, dimostrando una vulnerabilità poco conosciuta al pubblico di
questi sistemi di comunicazione così importanti.
Benvenuti a questa puntata del Disinformatico, il podcast della
Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA DI APERTURA]
Siamo nel 1986, a Ocala, in Florida. Qui vive e lavora John MacDougall, un
installatore di impianti per TV satellitare. Gli affari della sua piccola
impresa, la MacDougall Electronics, stanno andando maluccio. Per alcuni anni
ha sfruttato, come tanti altri colleghi, una falla tecnologica e legislativa
delle TV a pagamento statunitensi distribuite via cavo: i loro programmi
vengono trasmessi dalla sede centrale ai vari operatori locali delle TV via
cavo usando satelliti per telecomunicazioni, e questa trasmissione non è
criptata.
Di conseguenza, chiunque abbia un’antenna sufficientemente sensibile e sappia
come puntarla e sintonizzarla può ricevere gratis tutti i canali TV che
normalmente sarebbero a pagamento. Ed è tutto legale. John McDougall è uno dei
tecnici che sa come fare queste cose e offre ai clienti privati e agli
alberghi i propri servizi e impianti.
Installare un’apparecchiatura del genere, però, richiede parecchio spazio,
perché le antenne paraboliche necessarie hanno un diametro di qualche metro, e
le apparecchiature che servono sono costose, per cui non sono tantissimi gli
scrocconi satellitari. Però sono un numero sufficiente per dare lavoro a John
MacDougall, ed è questo che conta.
I dirigenti delle emittenti TV a pagamento, invece, non la vedono allo stesso
modo, e quindi nel 1984 hanno chiesto al governo statunitense di approvare una
legge che consenta lo scrambling, ossia la criptatura dei segnali
satellitari. A partire da gennaio del 1985, una dopo l’altra le emittenti a
pagamento attivano questa funzione, e così chi vuole decodificare i loro
segnali via satellite deve dotarsi di un costoso decoder e deve pagare un
canone maggiorato rispetto a chi riceve gli stessi canali tramite la normale
TV via cavo.
La festa è finita, insomma: il mercato dei nuovi impianti satellitari pensati
per vedere le TV gratis praticamente scompare e gli impianti esistenti non
funzionano più, e così MacDougall è costretto a trovarsi un secondo lavoro,
anche per sfuggire ai clienti delusi e inferociti.
Trova questo secondo lavoro alla Central Florida Teleport, dove gestisce i
cosiddetti uplink, ossia i collegamenti satellitari degli operatori via cavo
da e verso le sedi centrali delle emittenti TV. Il suo lavoro consiste nel
puntare una grossa antenna parabolica da dieci metri di diametro verso uno
specifico satellite e poi inviare a quel satellite il programma televisivo che
un’emittente a pagamento, per esempio la HBO, deve diffondere a tutta la costa
est degli Stati Uniti.
Poco dopo la mezzanotte del 27 aprile 1986, John MacDougall punta l’antenna
verso Galaxy 1. È un satellite diverso da quello che gli è stato assegnato, e
ne prende il controllo.
Lo usa per trasmettere, al posto del film previsto, delle barre di colore e un
messaggio scritto con una macchina titolatrice: “Buonasera HBO da Capitan
Mezzanotte. Dodici dollari e 95 al mese? Non esiste. ShowTime/Movie Channel,
state in guardia!”
I tecnici dell’emittente HBO a New York si accorgono subito dell’intrusione e
aumentano la potenza del proprio segnale di trasmissione; lo stesso fa
MacDougall. La gara a chi trasmette più forte prosegue per qualche minuto, con
potenze sempre maggiori, ma poi MacDougall rinuncia per evitare di danneggiare
il satellite.
Il giorno dopo i giornali e le TV americane parlano con toni drammatici
dell’HBO Hacker e del pericolo dei videopirati. Uno dei vicepresidenti
dell’emittente HBO dichiara alla stampa che
“Si tratta di un’interferenza intenzionale e criminale in una trasmissione
satellitare effettuata con licenza governativa”. E si temono sabotaggi.
Quello che non viene detto pubblicamente è che il sistema satellitare è
sorprendentemente fragile. I satelliti per telecomunicazioni, infatti, sono
costruiti in modo da ritrasmettere verso la Terra qualunque segnale ricevano.
Non c’è una codifica, non c’è una password per accedere ai loro trasmettitori
(o transponder) del satellite: chiunque trasmetta verso un satellite alla
frequenza giusta verrà ritrasmesso a mezzo continente. Prendere il controllo
di un canale TV nazionale, insomma, è solo questione di trasmettere con una
potenza maggiore di quella del segnale legittimo.
Il pericolo, insomma, è serio. MacDougall avrebbe potuto prendere il controllo
di altri tre satelliti: quello dell’emittente TV nazionale CBS, quello
dell’emittente governativa Voice of America, e anche un satellite della Marina
Militare degli Stati Uniti. Usando informazioni pubblicamente disponibili,
qualunque hobbista avrebbe potuto interferire con i satelliti militari che
informano gli Stati Uniti delle azioni militari sovietiche, con il rischio di
creare confusione nei governi e scatenare un conflitto internazionale.
L’FBI avvia un’inchiesta. Oltre 200 persone contattano l’ente federale,
dichiarando di essere loro Captain Midnight (Capitan Mezzanotte). Alla HBO
arrivano addirittura minacce di spostare l’orbita del satellite Galaxy 1, ma
si tratta di mitomani.
Le indagini dell’FBI sono rapide: viene stilato un elenco dei circa 580 siti
dotati di antenne sufficienti a interferire con un satellite, e con una scelta
molto astuta viene identificato il modello di titolatrice usato per comporre
il messaggio di protesta. I siti dotati di queste antenne e di quella
titolatrice sono solo dodici. E così il cerchio si stringe in fretta.
MacDougall decide di cooperare con gli investigatori. Ammette la propria colpa
e se la cava con una sanzione di 5000 dollari e con un anno di libertà
vigilata. La sua protesta spinge il Congresso degli Stati Uniti ad approvare
una legge che rende formalmente reato l’interferenza con un satellite e tutte
le stazioni di terra vengono dotate di un sistema, denominato ATIS, che
permette di identificare rapidamente la fonte di un segnale.
Problema risolto, giusto? E invece no.
Sono passati quasi quarant’anni dall’incidente di Captain Midnight, ma in
realtà la falla tecnica è rimasta immutata. I satelliti per telecomunicazioni
sono ancora costruiti come allora, ossia trasmettono qualunque segnale
ricevano, senza controlli di alcun genere.
Lo hanno dimostrato a fine marzo del 2022 i ricercatori di sicurezza di un
gruppo che si fa chiamare Shadytel e il cui slogan è “noi non siamo contenti
finché voi non siete scontenti”. Hanno presentato i risultati della loro
verifica sul campo a un convegno di sicurezza informatica, lo Shmoocon,
tenutosi a Washington. La loro relazione, intitolata “Hackerare un emisfero, o
come abbiamo trasmesso legalmente contenuti hacker a tutto il Nord America (e
oltre) usando un satellite geosincrono a fine vita”, ha spiegato la tecnica
che hanno utilizzato [ulteriori dettagli sono stati pubblicati qui ad agosto 2022].
Per prima cosa questi hacker hanno dovuto comportarsi in modo eticamente
corretto, e quindi non hanno preso il controllo di un satellite qualsiasi: si
sono concentrati su un satellite non più in uso ma ancora funzionante. Il
satellite in questione, chiamato Anik F1R, era stato lanciato nel 2005 per
diffondere segnali oltre il confine meridionale degli Stati Uniti, verso le
isole Hawaii e fino alla parte più orientale della Russia. Era arrivato alla
fine della sua vita operativa prevista e quindi veniva traslocato dai suoi
gestori verso un’orbita di parcheggio, senza però spegnerlo.
In altre parole, questo satellite era ancora perfettamente in grado di
ricevere segnali da terra e ritrasmetterli, anche se non era più in uso. I
ricercatori hanno potuto così prenderne il controllo, confermando che la
stessa vulnerabilità di quarant’anni fa esiste ancora in molti satelliti
commerciali: tuttora non c’è alcun controllo anti-intrusione. È sufficiente
costruire una piccola stazione trasmittente a terra e puntarla nella direzione
giusta e con la frequenza giusta.
I ricercatori, per non essere incriminati, hanno fatto regolare richiesta di
licenza come operatori di stazione a terra per satelliti. Ma ovviamente un
malintenzionato non si farebbe di questi scrupoli. Uno dei ricercatori, Karl
Koscher, ha spiegato il problema in termini molto semplici.
“Dal punto di vista tecnico non ci sono controlli su questo satellite o sulla
maggior parte dei satelliti. Se sei in grado di generare un segnale
sufficientemente potente da raggiungere un satellite, quel satellite lo
ritrasmetterà verso terra. Servono una parabola grande e un amplificatore
potente, e se il satellite fosse in uso, sarebbe necessario trasmettere con
una potenza maggiore di chiunque altro stia usando quello specifico satellite
o quella specifica frequenza.” Tutto qui. L’uso di un satellite non più
operativo ha semplificato il lavoro dei ricercatori e ovviamente
semplificherebbe il compito di eventuali malfattori.
Koscher nota che la mancanza di autenticazione e di controlli sui satelliti
potrebbe consentire, per esempio, a un paese di prendere il controllo dei
satelliti di un altro paese, specialmente se si trattasse di satelliti
arrivati alla fine della loro vita operativa prevista ma ancora tecnicamente
funzionanti.
Una cosa del genere potrebbe essere già successa, e non con dei satelliti a
fine vita, ma con dei satelliti operativi. Nel 2009, la polizia federale
brasiliana arrestò 39 persone sospettate di aver preso il controllo di
satelliti della Marina Militare statunitense, usando antenne molto potenti e
altri apparati, per diffondere le proprie comunicazioni radio attraverso
questi trasmettitori orbitanti.
Morale della storia: anche se non siete operatori di satelliti o hacker
satellitari, queste vicende separate da quasi quarant’anni dimostrano che gli
anni passano ma certe cose non cambiano. La tecnologia dalla quale dipendiamo
continua a essere molto più fragile di quello che si immagina comunemente, e i
legislatori a qualunque latitudine continuano a essere convinti che basti
emanare una legge per far sparire i problemi invece di risolverli alla radice.
[SIGLA DI CHIUSURA]
Grazie a tutti per aver seguito questa puntata del Disinformatico, una
produzione della RSI Radiotelevisione svizzera. Questo podcast viene
pubblicato ogni venerdì presso
www.rsi.ch/ildisinformatico; allo stesso indirizzo trovate anche le puntate precedenti. Questa serie di
podcast è disponibile anche su iTunes, Google Podcasts e Spotify. Come
consueto, i testi integrali con i link e le fonti di riferimento sono
pubblicati presso
Disinformatico.info, e se avete
commenti, correzioni o segnalazioni, potete scrivermi una mail all’indirizzo
paolo.attivissimo@rsi.ch. A presto.
È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.
Buon ascolto, e se vi interessano i testi e i link alle fonti di questa
puntata, sono qui sotto.
Prologo
[CLIP: Video Star Wars Kid originale]
Siamo in Quebec, a Trois-Rivières, alla scuola Séminaire Saint Joseph. È il 4
novembre del 2002. Un ragazzo quindicenne impugna un
guadino, una
lunga asta usata dai giocatori di golf per recuperare le palline finite in
acqua, e lo usa per mimare, un po’ maldestramente ma con grande impegno, le
movenze dei cavalieri Jedi e dei Sith di Star Wars con le loro spade
laser.
È un gesto che ha fatto ogni appassionato di Star Wars. Ma questo
ragazzo lo fa davanti a una telecamera, e si registra. Non lo sa ancora, ma
quel video gli trasformerà la vita, porterà a un’azione legale, diventerà uno
dei primi video virali della storia di Internet, in un’epoca nella quale
YouTube e Facebook non esistono ancora, e verrà visto da oltre 900 milioni di
persone.
Questa è la storia di Ghyslain Raza, diventato famoso in tutto il mondo come
lo Star Wars Kid, ma è anche la storia di uno dei primissimi episodi di
bullismo digitale e di come è cambiata, da quel 2002 che sembra così lontano,
la nostra consapevolezza dei danni che possono derivare dalla diffusione
online di immagini senza consenso.
Benvenuti a questa puntata del Disinformatico, il podcast della
Radiotelevisione Svizzera dedicato alle storie strane dell’informatica. Io
sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA DI APERTURA]
Ghyslain Raza oggi ha 35 anni ed è tornato a riesaminare la vicenda che lo
rese involontariamente una celebrità di Internet vent’anni fa. Ne parla in un
documentario,
Star Wars Kid: The Rise of the Digital Shadows,
realizzato
dal National Film Board canadese.
Tutto iniziò, appunto, quel fatidico 4 novembre 2002. Raza, nel laboratorio
video della sua scuola, stava aiutando un compagno a realizzare una
videoparodia di alcuni film famosi, fra i quali c’era anche Star Wars.
Gli studenti-attori del progetto scolastico avevano impugnato degli attrezzi
da golf per simulare le spade laser a due lame contrapposte rese celebri dal
quarto film della saga, La Minaccia Fantasma, uscito pochi anni prima,
nel 1999.
Raza stava cercando di aggiungere alle riprese l’effetto speciale della lama
fatta di luce, tipica delle spade laser, ma non gli stava venendo bene, per
cui si mise davanti alla telecamera per fare qualche esperimento. Alla fine si
lanciò in una frenetica sequenza di movimenti, semplicemente per sfogarsi un
po’, e non ci pensò più.
[CLIP: “Star Wars Kid” originale]
Un compagno di scuola scoprì la registrazione, lasciata accidentalmente su una
videocassetta in uno scantinato, e qualcun altro la convertì in un file
digitale. Il video fu distribuito fra gli studenti della scuola e ad aprile
2003, quattro mesi dopo quel fatidico momento di sfogo, uno di questi studenti
lo diffuse su Internet senza il consenso di Ghyslain Raza.
Nel 2003 non esistevano ancora i canali di diffusione di massa di video che
conosciamo oggi: mancava ancora un anno al debutto di Facebook, e YouTube
sarebbe arrivato soltanto due anni dopo. E così il video fu distribuito
tramite i circuiti peer-to-peer, comparendo per la prima volta su Kazaa (ve lo
ricordate?) il 14 aprile 2003, e tramite scaricamento diretto da alcuni blog,
uno dei quali raggiunse oltre un milione di download nel giro di un mese.
[CLIP: Spezzone di TV USA dell’epoca che parla del video diventato virale, da 00m50s]
La diffusione esplosiva del video, con quasi un miliardo di visualizzazioni
accumulate negli anni successivi, scatenò i commentatori online, che reagirono
insultando il quindicenne con parole estremamente violente e offensive, e i
compagni di scuola tormentarono Ghyslain Raza al punto che il ragazzo dovette
lasciare la scuola. Raza ne parla oggi così:
[CLIP: Raza che dice “There was the harassment at school and then some more harassment online…” da intervista CBC]
Il New York Timesparlò
del video il 19 maggio 2003, facendo il nome del ragazzo e notando che il suo
cognome e il suo indirizzo non venivano indicati nell’articolo su richiesta
della madre, ma al tempo stesso indicando il sito,
Waxy.org, nel quale
c’erano altri indizi per rintracciare il protagonista involontario del video
ormai diventato virale e remixato infinite volte aggiungendovi musica ed
effetti sonori e visivi.
[CLIP: “Star Wars Kid” rimontato]
I giornalisti di varie testate assillarono Raza a scuola e a casa.
[CLIP: Raza che racconta]
“I media locali cercarono di rintracciarmi, andarono alla scuola,
pubblicarono il mio nome, la mia foto a qualunque costo, vennero a casa dei
miei genitori, cercarono di fotografarmi attraverso le finestre, fu un vero
circo mediatico”,
racconta oggi Raza in un’intervista alla rete televisiva canadese CBC, sottolineando l’assurdità del fatto che se fosse stato un minorenne
criminale, la legge lo avrebbe protetto di più, vietando ai giornali di
rivelare la sua identità.
A luglio 2003 la famiglia del ragazzo fece causa agli studenti che avevano
diffuso il video e alle loro famiglie, chiedendo un risarcimento di 250.000
dollari canadesi (circa 185.000 franchi o euro di oggi), perché Raza (cito
dagli atti legali)
“aveva dovuto sopportare, e tuttora sopporta, molestie e derisione da parte
dei suoi compagni di scuola e da parte del pubblico in genere”
e sarebbe rimasto
“sotto cura psichiatrica per un periodo di tempo indefinito”. I
funzionari della scuola gli chiesero di non ripresentarsi per l’anno
scolastico successivo, perché ritenevano che il video fosse cattiva
pubblicità. Raza abbandonò la scuola, proseguendo gli studi altrove, e gli fu
diagnosticata una condizione di depressione.
Non tutte le reazioni furono negative o assillanti. Molti internauti si
riconobbero con affetto nelle movenze di Ghyslain Raza: lui era
“goffo ed erratico” (per fare una citazione starwarsiana) come tanti
altri fan della saga, e nel video mostrava una foga e un entusiasmo sinceri e
invidiabili che generarono tanti commenti positivi.
Andy Baio, il gestore di Waxy.org, ossia la persona che aveva rintracciato
Raza, coordinò una raccolta di fondi che permise di regalare al ragazzo un
iPod e oltre 4300 dollari. Oltre 148.000 persone sottoscrissero una
petizione
online [oggi non più esistente, ma archiviata qui su Archive,org] per chiedere a George Lucas di includere Raza
in un successivo episodio della serie di Star Wars, ma l’idea non andò
in porto.
Nonostante questi segnali positivi, Raza sentì soprattutto il peso di quelli
che oggi chiamiamo hater. “La gente rideva di me” scrisse
rispondendo all’epoca al
New York Times “e non era affatto divertente.”
E le risate non arrivavano solo dagli anonimi utenti della rete. Anche i
media, che già avevano contribuito a rendere difficile la vita di
Raza, rincararono la dose.
[CLIP: Spezzone da “Arrested development”]
Negli anni successivi lo Star Wars Kid, come ormai lo chiamavano tutti,
fu citato e parodiato in varie serie televisive comiche, come
American Dad!
(nella puntata Tutto su Steve, 2005),
Arrested Development – Ti presento i miei (nella puntata
Una cameriera speciale e in altre, 2005), South Park (nella
puntata Canadesi alla riscossa, 2008), The Office (nella puntata
Finale, 2013) e in numerose altre, oltre che nel video
White and Nerdy
di “Weird Al” Yankovic (2006).
Il popolarissimo comico statunitense Stephen Colbert, ad agosto del 2006, si
fece
videoregistrare
mentre brandiva una spada laser giocattolo di fronte a un fondale verde, come
parodia dello Star Wars Kid, e invitò tutti a modificare e migliorare
con effetti speciali la sua esibizione. Partecipò a questa competizione
persino George Lucas, il regista di Star Wars, il cui video però
non vinse
(ne fu scelto
un altro).
La causa intentata dalla famiglia si chiuse con un accordo extragiudiziale nel
2006, pochi giorni prima della prima udienza, e Raza cercò di sparire dalla
ribalta sulla quale era stato scagliato involontariamente. Rifiutò numerosi
inviti ad apparire in programmi televisivi di tutto il mondo, rompendo il
proprio silenzio solo nel 2013, dieci anni dopo la diffusione del video, per
rilasciare un’intervista pubblicata sulla rivista canadese L’actualité.
A quel punto venticinquenne e laureato in legge, Ghyslain Raza raccontò in
dettaglio nell’intervista tutti i tormenti che aveva subìto, dai suoi compagni
di scuola che lo prendevano in giro e lo insultavano per
il suo aspetto fisico ogni volta che entrava in uno degli spazi comuni
dell’istituto ai commenti online che gli dicevano di suicidarsi. A distanza di
dieci anni, ci teneva a far sapere ai giovani che era riuscito a superare
quella persecuzione.
E oggi, a trentacinque anni, è pronto a tornare alla scuola dove era stato
bullizzato, per raccontare la propria esperienza agli studenti che la
frequentano adesso, nell’era di TikTok. Se la sente di incontrare le persone
che vent’anni fa scatenarono questo primo, storico caso di video virale, e che
oggi gli chiedono profondamente scusa, come fa Andy Baio, il blogger che aveva
rivelato l’identità dello Star Wars Kid.
[CLIP: Andy Baio che dice “I’m just profoundly sorry”; video, a 1:40]
Oggi la cultura geek non è più di nicchia o vissuta con imbarazzo, e
grazie anche a vicende come quella di Ghyslain Raza siamo un po’ più
consapevoli dei pericoli e dei danni causati dal bullismo digitale e dalla
crescente tendenza a pubblicare o registrare momenti potenzialmente
imbarazzanti della propria vita o di quella altrui.
Stiamo cominciando, lentamente, a renderci conto dell’importanza di chiedere
il consenso prima di pubblicare foto o video di qualcun altro e di avere leggi
che tutelino questa regola del consenso, anche se le piattaforme digitali che
usiamo fanno di tutto per indurci a condividere senza chiedere, e stiamo
prendendo coscienza del fatto che ognuno di noi, come dice il documentario,
vive accompagnato dalla propria ombra digitale.
[SIGLA DI CHIUSURA]
Grazie per aver seguito questa puntata del Disinformatico, una
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trovate anche le puntate precedenti. Questa serie di podcast è disponibile
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Prologo
[CLIP AUDIO: Qualcuno bussa con forza a una porta]
Siamo nello stato americano del Kansas, a maggio del 2011. La porta alla quale stanno bussando con insistenza due vicesceriffi è quella della fattoria dove abitano James e Theresa Arnold. Una coppia tranquilla che vive appena fuori Potwin, un paesino altrettanto tranquillo, con poco meno di cinquecento abitanti. James e Theresa si sono trasferiti lì da pochi giorni. I vicesceriffi stanno cercando un furgone rubato, di cui però la coppia non sa assolutamente nulla.
La polizia tornerà ripetutamente, alla ricerca di refurtiva di vario genere, e ogni volta James e Theresa dovranno spiegare che non hanno nulla di rubato. Qualche tempo dopo, riceveranno più volte visite degli agenti dell’FBI, che cercano bambini scappati di casa. E poi arriveranno gli ispettori delle tasse, con l’accusa di frode fiscale. E infine la coppia verrà assediata dalle ambulanze in cerca di persone in pericolo di vita e dalle telefonate di persone che la accusano di truffe di vario genere.
Non lo sanno ancora, ma la colpa di questi equivoci è tutta di MaxMind. No, non è un arcinemico dei fumetti: è un’azienda che, senza rendersene conto, ha condannato James e Theresa Arnold a un supplizio squisitamente informatico dal nome piuttosto criptico: il default di localizzazione degli indirizzi IP.
Questa è la storia di come una scelta informatica apparentemente banale può
trasformare in un inferno la vita di persone innocenti.
Benvenuti al Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera
dedicato alle storie insolite dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA DI APERTURA]
La fattoria di James e Theresa Arnold non è maledetta o posseduta dagli
spiriti, e non nasconde un covo segreto di ladri e ricettatori. Lo sa bene il
loro locatore, l’anziana signora Taylor: è tutto in regola e non c’è nessun
deposito di refurtiva, ma misteriosamente tutte le persone che affittano la
sua fattoria vengono bersagliate da richieste di pagamenti di tasse evase e da
visite di agenti di polizia, di giorno e di notte, alla ricerca di merci
rubate o persone scomparse. Ogni volta è necessario spiegare pazientemente che
no, la refurtiva che la polizia sta cercando non è lì e nella fattoria non
sono nascosti bambini scappati. E la cosa va avanti da almeno una decina
d’anni. Lo sceriffo locale ha fatto mettere un cartello all’ingresso della
fattoria avvisando tutti, e soprattutto i rappresentanti del fisco o delle
forze dell’ordine federali, di non avvicinarsi e di contattarlo per
chiarimenti.
Per venire a capo di questo mistero ci vorranno altri cinque anni e ci vorrà
un uomo di nome Kashmir Hill. No, non è un detective: è un giornalista
informatico. Arriviamo così al 2016, quando Hill, nell’ambito di un’indagine
su un caso analogo avvenuto ad Atlanta, fa una scoperta che cambierà la vita
della famiglia Arnold e la libererà (o quasi) dalla persecuzione.
Per capire questa scoperta bisogna fare un passo indietro e parlare di una
cosa che a prima vista non c’entra nulla: la cartografia digitale, e
specificamente la localizzazione degli indirizzi IP. Ogni dispositivo
che si collega a Internet riceve un indirizzo IP, che è un identificativo
unico che gli serve per comunicare con gli altri dispositivi. Quando visitate
un sito con il vostro computer o smartphone, per esempio, il sito viene
informato del vostro indirizzo IP. Ci sono aziende (per esempio
Whatismyipaddress.com) che
associano gli indirizzi IP ai luoghi geografici, per cui un sito può sapere se
un visitatore si trova, che so, in Francia o negli Stati Uniti. Spesso questa
associazione è abbastanza precisa da poter indicare la città esatta nella
quale si trova l’utente, o addirittura l’edificio specifico. Spesso, ma non
sempre.
[CLIP: Maxmind]
Maxmind, che ha sede in
Massachusetts, è una delle aziende che vendono questo tipo di informazione,
molto ambita per esempio dai pubblicitari, che la usano per mostrare a ogni
utente pubblicità pertinenti alla sua regione. La usano anche le agenzie
governative, per sapere dove si trovano le persone che si rivolgono a loro.
MaxMind offre i propri servizi a oltre 5000 aziende.
Ma c’è un problema: l’associazione fra indirizzo IP e indirizzo geografico a
volte sbaglia di grosso. In alcuni casi viene fatta facendo il cosiddetto
wardriving, ossia mandando in giro automobili dotate di GPS e computer
che cercano le reti Wi-Fi aperte, ne identificano gli indirizzi IP e li
abbinano alle coordinate geografiche del posto in cui si trovano in quel
momento. Altre volte viene fatta usando allo stesso modo gli smartphone degli
utenti quando vanno in giro. In altri casi ancora viene ottenuta guardando
l’indirizzo IP di un’azienda e guardando dove si trova fisicamente la sede di
quell’azienda.
Ma in alcuni casi non è possibile risalire all’ubicazione geografica precisa
di un certo indirizzo IP e quindi nei registri di aziende come MaxMind si
annotano, al posto delle coordinate geografiche reali, delle
coordinate di default. Se si sa soltanto che un certo indirizzo IP si
trova da qualche parte in una certa città, allora a quell’indirizzo IP
verranno abbinate le coordinate geografiche del centro di quella città.
E se MaxMind non ha proprio nessun dato geografico da abbinare a un certo
indirizzo IP, nasce un problema: qualcosa bisogna pur scrivere nel
database delle coordinate, e così MaxMind assegna delle coordinate
completamente arbitrarie. Specificamente, nel caso di qualunque indirizzo IP
di cui sa solo che è statunitense, assegna le coordinate del centro geografico
degli Stati Uniti, arrotondate per non avere troppe cifre decimali:
38 gradi nord, 97 gradi ovest.
Indovinate cosa c’è a quelle coordinate. Esatto: la fattoria degli Arnold.
In altre parole, qualunque reato o inadempienza fiscale associati a un
indirizzo IP di cui MaxMind non ha informazioni geografiche punta a quella
fattoria. Se funzionari governativi, inquirenti, ispettori delle tasse, forze
dell’ordine chiedono a MaxMind dove si trova un certo indirizzo IP di cui
MaxMind non sa nulla, l’azienda non risponde con un sincero
“boh, non ne ho la minima idea”, ma fornisce le coordinate geografiche
di James e Theresa Arnold. Che così si sono trovati accusati di reati
informatici, furti di identità, molestie informatiche e persino di
“detenzione di ragazze presso l’abitazione allo scopo di realizzare film
pornografici”: così dicono i
documenti legali.
Il giornalista informatico,
Kashmir Hill, insieme all’esperto di sicurezza Dave Maynor, consulta un
database pubblico
di MaxMind e scopre che gli indirizzi IP di cui l’azienda non ha nessuna
informazione reale di localizzazione sono oltre seicento milioni. Se
uno di questi indirizzi IP viene usato da un truffatore o da un criminale
informatico o da una persona in difficoltà che contatta un servizio di
soccorso, MaxMind dirà che quel malfattore o quella persona nei guai sta a
casa degli Arnold, a Potwin, in Kansas. Nessuno, alla MaxMind, si è chiesto se
per caso alle coordinate geografiche di default immesse automaticamente nei
loro archivi ci fosse qualcuno. Nessuno nell’azienda ha pensato di assegnare
delle coordinate geografiche che non potessero causare problemi a persone
innocenti e inconsapevoli.
Kashmir Hill, nel 2016, contatta i signori Arnold e spiega la sua scoperta. I
coniugi, capita la causa dei loro problemi, avviano subito un’azione legale
contro MaxMind, chiedendo un risarcimento di oltre 75.000 dollari. L’azienda
si impegna a posizionare le coordinate di default nel centro di specchi
d’acqua, boschi o parchi invece che davanti alle case delle persone. Ma molti
dei clienti di MaxMind non aggiornano regolarmente i propri archivi, per cui
la persecuzione non è ancora del tutto terminata.
La vicenda dei coniugi in Kansas non è l’unica del suo genere: il giornalista
Hill
cita
molti altri casi, come quello del signor Tony Pav, che vive ad Ashburn, in
Virginia, dove si trovano i grandi datacenter di Google e Facebook. Di
conseguenza, oltre 17 milioni di indirizzi IP puntano ad Ashburn, e MaxMind
aveva scelto, come coordinate geografiche generiche di Ashburn, proprio la
casa di Tony Pav, che così una sera ha trovato la polizia che stava per
sfondargli la porta alla ricerca di un laptop del governo che risultava
trovarsi lì, perlomeno stando al suo indirizzo IP. Il povero signor Pav è
perseguitato da situazioni di questo genere e teme che qualcuno che ha subìto
un torto, prima o poi, venga di persona a casa sua a farsi giustizia sommaria.
MaxMind ha cambiato anche queste coordinate.
E poi c’è anche il
caso
del signor Dobson di Las Vegas, che si vede perennemente incolpato
ingiustamente di aver rubato telefonini perché casa sua si trova proprio
davanti a un’antenna di telefonia mobile geolocalizzata.
Fra l’altro, questo non è un problema limitato agli Stati Uniti. Tre anni più
tardi, nel 2019, a Pretoria, in Sud Africa, un uomo e sua madre si trovano
accusati
di rapimento da un investigatore privato che è sulle tracce di una bambina
rapita ed è stato portato davanti alla casa dei due da un dispositivo di
tracciamento che secondo lui è infallibile. La famiglia si trova spesso in
situazioni del genere, a volte anche pericolosamente aggressive, perché la
casa, come le precedenti, si trova in un punto geografico informaticamente
maledetto.
In questo caso sudafricano, l’artefice della maledizione digitale è nientemeno
che un’agenzia governativa di intelligence statunitense, la
National Geospatial-Intelligence Agency.
[CLIP: NGA]
Quest’agenzia fa parte del Dipartimento della Difesa e fornisce anche servizi
di geolocalizzazione aperti al pubblico. Per questi servizi ha
scelto, per indicare l’intera città di Pretoria, le coordinate esatte della
casa dei due malcapitati. E in questo caso non c’è nulla da fare, se non
traslocare.
Questi episodi assurdi di persecuzione digitale dimostrano la noncuranza con
la quale troppo spesso in informatica si scelgono valori predefiniti arbitrari
senza pensare alle loro conseguenze nel mondo reale, ma mettono anche in luce
due errori molto diffusi fra gli utenti: il primo è un’eccessiva e mal riposta
fiducia nei servizi di localizzazione basati sugli indirizzi IP, che spesso
contengono dati errati o inventati; il secondo è pensare che delle coordinate
geografiche con tanti decimali siano precisissime, mentre in realtà quei
decimali sono soltanto il risultato di approssimazioni e arrotondamenti.
Questi servizi, infatti, non sono pensati per trovare una specifica abitazione
ma solo per dare un’indicazione approssimativa della zona geografica in cui
dovrebbe trovarsi un certo dispositivo. Per cui se usate un sito come
Iplocation.net, prendete i suoi risultati
con molta cautela. A me, per esempio, dice che sono in questo momento a
Zurigo, mentre in realtà mi trovo a Lugano, e dice di sapere dove mi trovo con
ben dodici cifre decimali di precisione. In teoria, mi sta dicendo che
sa dove mi trovo con una
precisione
di meno di un milionesimo di millimetro, ma in realtà sbaglia di circa 155
chilometri in linea d’aria.
Morale della storia: la geolocalizzazione è una cosa seria, ma se usata male
può causare guai a non finire a persone che non hanno nessuna colpa. Per cui
non andate a bussare a casa di sconosciuti perché la vostra app preferita di
localizzazione tramite indirizzo IP vi ha portato davanti a una certa
abitazione. E pregate di non abitare in una casa che qualche azienda,
dall’altra parte del pianeta, ha scelto come coordinate di default per i
propri archivi senza pensare alle conseguenze.
È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto) e qui sotto.
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Buon ascolto, e se vi interessano il testo e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.
È il 26 marzo 2009. Sul canale YouTube WhisperingLife viene pubblicato il
primo video concepito intenzionalmente per generare un effetto ASMR (MentalFloss). Non
contiene immagini, ma solo una voce femminile che spiega, sussurrando, che le
piace tantissimo ascoltare registrazioni di persone che bisbigliano e lo trova
“assolutamente strano”.
L’effetto ASMR è quello che avete probabilmente provato ascoltando questo
video di WhisperingLife, specialmente se lo avete fatto usando delle cuffie
(cosa che vi consiglio vivamente di fare): è una sensazione difficile da
descrivere e molto soggettiva, per alcuni è una sorta di solletichìo
sensoriale, che coinvolge solitamente il cuoio capelluto e la nuca, e per
altri è una forma più generale di piacere, euforia o rilassamento. Altri
ancora provano disagio. In ogni caso, è un effetto inatteso e sorprendente,
che oggi ha una popolarità altrettanto inattesa e sorprendente.
Questa sensazione non aveva nemmeno un nome, nel 2009: o meglio, ne
aveva
molti
non formali, come “solletico al cervello” o “orgasmo cerebrale”. Bisogna
aspettare il 2010 per vedere la nascita della sua etichetta definitiva, ossia
ASMR, da parte dell’informatica Jennifer Allen, che conia questa sigla
come acronimo di Autonomous Sensory Meridian Response, ossia
“risposta sensoriale meridiana autonoma”. È un nome in realtà privo di
significato medico in senso stretto, ma Nick Davis, psicologo e
neuroscienziato della Metropolitan University di Manchester che studia l’ASMR,
lo descrive per
Wired (a 1m00s).
È una risposta autonoma perché avviene nel soggetto; è
sensoriale perché colpisce puramente i sensi e non è necessario fare
nulla, per esempio muoversi, per evocarla; ed è meridiana perché…
perché questa parola è un eufemismo al posto di orgasmica, che avrebbe
reso più difficile per i ricercatori affrontare il tema senza essere sommersi
dalle risatine dei colleghi.
Infatti, spiega Davis, l’ASMR non sembra essere legato necessariamente alla
sfera sessuale, anche se su Internet non mancano esempi di ASMR di questo
genere (Gizmodo), ma ha più a che fare con il fatto che la voce sussurrata, che il
cervello interpreta come vicina, dà la sensazione che qualcuno stia dedicando
attenzione personale all’ascoltatore.
ASMR in italiano. Lo spezzone che si sente nel podcast è tratto da qui.
L’ipotesi dell’accudimento sembra essere avvalorata anche dalla popolarità dei
video ASMR nei quali le persone mangiano qualcosa molto vicino al microfono:
Nick Davis (a 4:00 nel video di Wired) fa notare che l’unica occasione che si ha, nella vita
normale, di udire suoni analoghi è durante l’infanzia, quando il bambino sta
in braccio al genitore, con l’orecchio vicino o a contatto con la testa
dell’adulto, e quindi può sentirlo masticare da vicino. Questo richiamo alle
sicurezze dell’infanzia sarebbe una delle ragioni dell’efficacia rilassante
dei video ASMR.
Un’altra ipotesi è che la sensazione di vicinanza stimoli piacevolmente
perché viene associata all’intimità con una persona, non necessariamente in
senso sessuale: per esempio, alcune persone descrivono sensazioni simili a
quelle dell’ASMR quando vanno dal parrucchiere o dal truccatore.
Anche se i meccanismi precisi sono ancora da scoprire, secondo
ThinkwithGoogle
c’è un fenomeno che sembra dimostrare l’efficacia dei video ASMR per aiutare a
prendere sonno: in tutto il mondo, le ricerche della sigla ASMR in Google
hanno un
picco
intorno alle 22:30 locali, ora alla quale molta gente sta cercando appunto di
addormentarsi.
La ricerca scientifica sull’ASMR è ancora scarsa: il primo libro
sull’argomento risale al 2007, si intitola Brain Tingles (“formicolii
al cervello”) ed è stato scritto da
Craig Richard, professore di scienze biofarmaceutiche alla Shenandoah University. Gli
articoli scientifici non sono tanti, ma hanno già documentato che gli effetti
fisiologici dell’ASMR sono reali e tutt’altro che immaginari: il battito
cardiaco rallenta, la risposta elettrica della pelle varia, con risultati
paragonabili a quelli dell’ascolto di musica o delle pratiche di
mindfulness.
Le emozioni positive e le sensazioni di relazione sociale generate
dall’esposizione a contenuti ASMR sono altrettanto significative, secondo una
ricerca dell’Università di Sheffield condotta su un numero molto elevato di
volontari (Science Daily). Altre ricerche indicano un effetto positivo, anche se temporaneo, nella
riduzione dei sintomi della depressione, dello stress e del dolore cronico (Autonomous Sensory Meridian Response (ASMR): a flow-like mental state, di Emma L. Barratt e Nick J. Davis, 2015, PeerJ).
Per contro, ci sono anche persone che trovano assolutamente irritanti i video
e i suoni ASMR o ne ricevono una sensazione di disagio: questa condizione
viene spesso descritta come
misofonia.
Può sembrare strano che la scienza non si sia occupata granché del fenomeno e
che l’ASMR sia stato portato alla ribalta soltanto con l’avvento di YouTube,
ma il problema di fare ricerca scientifica su questo effetto è che gli
strumenti che consentirebbero di osservarlo, come la risonanza magnetica, sono
estremamente rumorosi e poco rilassanti.
Di fatto, i video ASMR sono una delle tendenze più popolari su YouTube: questo
acronimo è al terzo posto nella classifica dei termini più cercati di tutti i
tempi negli Stati Uniti (i primi due sono Fortnite e Minecraft)
ed è al quinto posto nella classifica mondiale (Semrush). Ci sono oltre 13 milioni di video ASMR su YouTube e quasi undici milioni
di post su Instagram con il tag ASMR (Mental Floss). Alcuni canali YouTube dedicati a questo genere di contenuti hanno oltre un
milione di iscritti, e alcuni video hanno oltre
venti milioni di visualizzazioni, e così questo genere di produzione ha attirato inevitabilmente interessi
commerciali.
23 milioni di visualizzazioni per questo video ASMR.
Sono già nati i primi spot pubblicitari, soprattutto nel settore alimentare,
che sfruttano le tecniche ASMR, anche perché i creatori di questi video spesso
già usano i prodotti da reclamizzare: li scartano, li stappano, li masticano,
e quindi è facile creare un abbinamento promozionale o una sponsorizzazione
(ThinkwithGoogle). Nel 2019 uno
spot per il
Superbowl ha fatto sussurrare Zoë Kravitz mentre picchiettava su una bottiglia
di una nota marca di birra; altre marche che hanno fatto ricorso all’ASMR sono
KFC, Dove, IKEA, e Ritz.
Esiste anche un sito,
ASMR University, che raccoglie tutte
le informazioni e i consigli utili per chi vuole entrare in questo mercato.
I
suggerimenti
fondamentali sono l’uso di un microfono di buona qualità, visto che dovrà
amplificare parecchio dei suoni molto deboli, un filtro antipop per smorzare
le consonanti esplosive o occlusive, come la P o la B, un ambiente silenzioso,
magari usato di notte in modo da ridurre i rumori provenienti dall’esterno, e
guardare cosa fanno gli altri YouTuber ASMR per imitarne gli aspetti più
appaganti ma aggiungervi un tocco personale e spontaneo. In fin dei conti, se
l’efficacia dell’ASMR dipende dalla sua capacità di creare una situazione
rassicurante e intima, non impegnativa, in cui l’ascoltatore si sente accudito
personalmente, essere sinceri e spontanei è indispensabile.
Arriveremo mai ad avere un medico che ci prescrive sessioni di video ASMR su
YouTube al posto dei sonniferi? È decisamente troppo presto per dirlo; la
storia e la scienza dell’ASMR sono ancora tutte da scrivere, e nulla di quello
che vi ho raccontato fin qui va interpretato come consiglio medico o sostituto
di terapie convenzionali. Ma resta sicuramente il fascino di un fenomeno nuovo
e inaspettato, scoperto per caso grazie agli effetti dell’evoluzione
informatica, senza la quale saremmo ancora fermi a chiederci cosa sia quella
strana sensazione che proviamo quando ci tagliano i capelli.
È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.
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