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Smascherato un circuito di pirati cinematografici: gli addetti ai lavori di Hollywood

Smascherato un circuito di pirati cinematografici: gli addetti ai lavori di Hollywood


Ultimo aggiornamento: 2016/11/15 23:50.

Vi siete mai chiesti da dove arrivano le copie pirata perfette dei film appena usciti al cinema? E cosa vogliono dire le strane diciture inglesi “For your consideration” (“Per la vostra valutazione”) che ci sono spesso in queste copie?

Ce lo spiega la Warner Bros, che di recente ha portato in tribunale un’agguerritissima organizzazione dedita alla pirateria cinematografica ai più alti livelli. Quest’organizzazione metteva su Google Drive, a disposizione dei propri clienti, copie perfette di film di prima visione o che addirittura non erano ancora usciti al cinema.

Piccolo particolare importante e sorprendente: l’organizzazione piratesca era un’agenzia di talenti cinematografici che opera a Santa Monica, in California. Gente, insomma, che vive di cinema e la cui esistenza dipende dal rispetto del diritto d’autore.

Secondo i documenti della causa, si tratta della Innovative Artists, accusata dalla Warner di aver violato il diritto d’autore mettendo online numerosi film di prima visione, compresi i cosiddetti screener DVD, ossia i DVD ufficiali dei film non ancora usciti, che vengono distribuiti regolarmente dalla Warner per consentire agli operatori di settore di valutarli (vengono inviati per esempio ai giurati che scelgono gli Oscar). Ecco il perché della dicitura “Per la vostra valutazione”.

La Innovative Artists, dice la Warner, riceveva questi DVD e doveva semplicemente inoltrarli ai propri clienti, ma invece li copiava, togliendo loro le protezioni anticopia (Patronus e CSS) e metteva online le copie, rendendole accessibili anche a familiari e amici al di fuori dell’agenzia. Da qui copie abusive di film come Creed – Nato per combattere e In the Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick finivano anche nei circuiti di scambio pubblici di Internet, dove venivano duplicate in massa.

La Warner ha identificato la provenienza di quete copie pirata grazie al fatto che i suoi DVD contengono non solo dei sistemi antiduplicazione ma anche dei watermark (codici identificativi individuali) che l’operazione di copia abusiva non rimuoveva. Ora la casa cinematografica sta chiedendo fino a 150.000 dollari di risarcimento per ciascuna violazione del suo diritto d’autore.

La Innovative Artists ha chiesto pubblicamente scusa, ma ha anche sottolineato che “la Warner è ben consapevole… che la condivisione degli screener per le premiazioni è la norma all’interno della comunità di Hollywood.” In altre parole, si parla tanto di utenti pirati, ma stavolta gli utenti non c’entrano. Chi è senza peccato scagli la prima pellicola.

iPhone 7, le cose realmente da sapere

iPhone 7, le cose realmente da sapere


Ultimo aggiornamento: 2016/09/11 17:20.

Gli articoli che forniscono tutte le specifiche tecniche del nuovo iPhone 7 e 7 Plus sono già tantissimi e non si fa fatica a trovarli, grazie alla solita campagna di promozione Apple offerta gratuitamente da tanti giornalisti, per cui non mi dilungo sulle novità di base: l’iPhone diventa resistente all’acqua e perde la presa per cuffie dedicata. Per il resto, è semplicemente un altro smartphone, mica la soluzione alla fame nel mondo.

La scomparsa della presa per cuffie standard, a mio avviso, è il punto da ponderare, a breve e a lungo termine. Con il nuovo iPhone occorre usare le apposite cuffie (fornite) che si collegano all’unico connettore rimanente del dispositivo, il Lightning, oppure adoperare un adattatore (fornito) per continuare a usare le cuffie dotate di jack standard. L’alternativa è usare cuffie Bluetooth oppure pagare circa 160 euro per le cuffie senza filo AirPod di Apple (non fornite insieme al telefonino e facilissime da perdere camminando o da lasciar ingerire a un bambino).

In altre parole, tutti i dispositivi che finora sfruttavano la presa per cuffie (selfie stick, terminali per carte di credito, accessori per disabili, dispositivi medici, microfoni per i tanti giornalisti che usano lo smartphone come unità di registrazione e montaggio tascabile per le interviste) non funzioneranno più o dovranno essere collegati all’adattatore, che è scomodo e ingombrante (per non parlare dell’estetica, cosa alla quale gli utenti iPhone di solito sono molto affezionati).

Cosa più significativa, il nuovo iPhone rende sempre più difficile estrarre audio dal dispositivo senza passare dai controversi filtri anticopia: l’eliminazione della presa per cuffie chiude sempre più strettamente il cosiddetto analog hole, la “falla analogica”, ossia la possibilità finora presente di poter aggirare sempre e comunque eventuali restrizioni arbitrarie all’uso esportando l’audio attraverso l’uscita analogica.

Un utente legittimo poteva copiare per sé un brano protetto da sistemi anticopia passando dalla presa per cuffie e ottenere una versione di buona qualità da usare su altri suoi dispositivi (esempio tipico: la canzone comprata legalmente ma lucchettata contro la copia e quindi impossibile da riprodurre sul lettore CD dell’auto senza acrobazie discutibili). Nel nuovo iPhone, invece, per ascoltare in cuffia la musica, la radio o qualunque altro contenuto audio occorre passare da dispositivi digitali, sui quali è facile imporre restrizioni, come già accaduto in passato. Questo è decisamente appetibile per chiunque voglia esercitare controllo sui contenuti: case discografiche, case cinematografiche (difficile guardare un film se l’audio non c’è, come fa Cinavia), governi.

Se credete che sia impensabile che vengano messi in commercio dispositivi che si rifiutano di riprodurre un suono scelto arbitrariamente da un’autorità (che so, parole chiave come echelon o falun gong), arrivate tardi: il sistema Cinavia funziona già così ed è nel mio lettore Blu-ray di casa.

La Electronic Frontier Foundation spiega bene le implicazioni a lungo termine della scelta di Apple. Nel leggerle, ricordate la storiella della rana messa nella pentola d’acqua tiepida sopra un fornello acceso. Se l’acqua si scalda lentamente, la rana si abitua man mano alla temperatura che sale, e quando si rende conto che la stanno cucinando è già bollita. Le rane siamo noi.

…Quando infili un cavo audio in uno smartphone, funziona e basta. Non importa se le cuffie sono state fabbricate dalla stessa marca che ha fabbricato il telefono. Non importa neanche cosa intendi fare con il segnale audio: funziona comunque, sia che il cavo vada ad un altoparlante, sia che vada a un mixer o a un registratore.

Il connettore Lightning funziona diversamente. I fabbricanti devono applicare e pagare un compenso di licenza per creare un dispositivo compatibile con Lightning… se è impossibile connettere a un iPhone un altoparlante o un altro dispositivo audio senza che lo governi il software di Apple, allora le grandi aziende dei media possono fare pressioni su Apple perché limiti i modi in cui i clienti di Apple possono usare i loro contenuti. Dato che la legge statunitense protegge le tecnologie di gestione dei diritti digitali (DRM), può essere illegale eludere le eventuali restrizioni anche se lo si fa per ragioni perfettamente legali. Non manca di certo il precedente: queste aziende spinsero Apple a includere il DRM in iTunes.

…I produttori televisivi e cinematografici hanno insistito che devono avere il potere di decidere quali dispositivi possono ricevere segnali video. Possiamo credere che l’industria dei contenuti lascerà stare i segnali audio se le uscite diventano totalmente digitali?

…Va riconosciuto ad Apple che è stata chiara nel dire che non userà la nuova concezione per imporre restrizioni. Ma sta proprio qui il problema: non dovremmo essere costretti a dipendere dal permesso di un fabbricante per usare i suoi apparecchi nel modo che desideriamo (o per fabbricare periferiche o accessori per quegli apparecchi). Quello che possiamo fare con i nostri dispositivi dovrebbe dipendere dai limiti della tecnologia stessa, non dalle decisioni di politica dei loro fabbricanti.

Pirati? No, custodi della cultura. La BBC chiede il loro aiuto

Pirati? No, custodi della cultura. La BBC chiede il loro aiuto

Tempo fa (2002) scrissi un articolo nel quale difendevo la pirateria video e musicale per i suoi meriti di conservazione della cultura:

…le copie pirata di film e DVD non contengono codici di protezione, e usano formati non proprietari per consentirne la massima diffusione. Quei formati sono indipendenti dal sistema operativo e sono pienamente documentati, per cui per le generazioni future sarà banale ricreare la tecnologia per leggerli. Lo stesso non si può dire per i formati benedetti dai grandi gruppi dell’industria del disco e del cinema, che ambiscono anche a blindare l’hardware, con soluzioni come TCPA e l’imminente Palladium.

Come gli amanuensi nel medioevo, questi mastri masterizzatori creano copie delle opere, che così non andranno perse per colpa della miopia collettiva di un’epoca. Certo non è questo lo scopo primario delle loro duplicazioni, ma è un gradevole effetto collaterale da non sottovalutare.

Da allora, il paventato arrivo di Palladium si è avverato, sia pure con altri nomi. E oggi anche il concetto del pirata come custode della musica, dei testi e dei film della nostra epoca trova una conferma forte: pochi giorni fa la BBC ha chiesto formalmente aiuto al pubblico per recuperare oltre cento puntate di un suo programma classico, il telefilm di fantascienza Doctor Who, di cui ha perso ogni traccia.

L’appello della BBC è accorato:

puntate che la BBC pensava fossero andate perdute per sempre sono riemerse nei mercatini dell’usato, dalle soffitte e da altri posti strani… il premio per chiunque trovi una puntata mancante è un Dalek [uno dei più temuti “cattivi” della serie Doctor Who, oggetto di culto nel Regno Unito] a grandezza naturale… decisamente vale la pena di chiedere alla vostra famiglia di controllare nelle soffitte, nei garage, e nelle camere da letto per gli ospiti se hanno vecchie bobine di pellicola che potrebbero recare la magica scritta ‘Doctor Who’ sull’etichetta.

Trovate l’elenco completo delle puntate perdute, risalenti agli anni 1963-1969, presso quest’altra pagina della BBC.

Molto pittoresco, per carità, ed è anche piacevole sapere che alcune puntate sono state già recuperate grazie a quest’appello, ma c’è un piccolo problema: quei recuperi sono frutto di pirateria.

Infatti le puntate mancanti sono state salvate grazie alle copie abusive fatte dai telespettatori usando registratori audio a bobine e a cassette e filmando il proprio televisore con cineprese 8 mm (non c’erano videoregistratori domestici, a quell’epoca). Questo era illegale all’epoca, e formalmente lo è tuttora nel Regno Unito, anche se nessuno fa rispettare il divieto.

Coloro che obiettano che non occorre la pirateria per custodire la cultura, perché a questo compito provvedono le biblioteche pubbliche e gli archivi cinematografici e televisivi, si trovano smentiti da casi come questi. Chissà quanti altri episodi della nostra cultura audiovisiva sono andati smarriti per sempre, o stanno marcendo in questo momento, per via dell’incuria degli archivisti ufficiali o addirittura a causa di loro atti intenzionali.

Infatti la Wikipedia nota che anche molti altri classici, come The Avengers, noto in Italia come Agente speciale (quello con John Steed e Emma Peel, per intenderci), hanno subito la stessa sorte di Doctor Who e in alcuni casi sono stati cancellati intenzionalmente per tutelare il diritto d’autore.

Spiega infatti la medesima pagina della Wikipedia:

Grosso modo fra il 1967 e il 1978, una notevole quantità di materiale archiviato dalla BBC su nastro video e pellicola fu distrutto o cancellato per fare spazio a nuovi programmi. La ragione principale fu che gli accordi con il sindacato degli attori e con altre organizzazioni commerciali limitavano il numero di repliche dei programmi: ne era concessa solitamente soltanto una, da effettuarsi entro un limite di tempo, in genere due anni.

Queste norme derivavano dal timore dei sindacati che se le emittenti avessero riempito di repliche i propri palinsesti, sarebbe calata la produzione di programmi nuovi, causando disoccupazione fra attori e addetti ai lavori. Questo ebbe l’effetto involontario di far distruggere molti programmi dopo che erano scaduti i loro diritti di replica, perché erano ritenuti inutili per le emittenti.

Il resto dell’articolo della Wikipedia è un viaggio affascinante nelle vicissitudini del recupero delle puntate mancanti di Doctor Who, alcune delle quali sono riemerse in posti impensabili come il Bahrein o Hong Kong. Purtroppo l’articolo è in inglese e mi manca il tempo di tradurlo integralmente.

Amici e lettori mi segnalano anche il caso di un altro telefilm-culto, Spazio: 1999. La RAI ha perso completamente il doppiaggio italiano dell’episodio L’ultimo tramonto. L’audio è stato recuperato e ripubblicato in DVD soltanto grazie alla registrazione artigianale fatta da un fan all’epoca della messa in onda dell’episodio da parte di matrigna RAI, quasi trent’anni fa.

Le stesse fonti mi segnalano che

anni fa in una trasmissione radiofonica raccontarono che ad esempio molti master delle puntate mitiche dell’altrettanto mitica e storica trasmissione radiofonica ‘Alto Gradimento’ [di Arbore e Boncompagni] sono finiti al macero.

In altre parole, non solo i pirati sono custodi della cultura, ma il diritto d’autore così com’è ora uccide la cultura, vietandone la conservazione.

Cari legislatori, siete ancora convinti di sapere chi sono i bravi e chi sono i cattivi?

Anticopia in conflitto usano il vostro PC come campo di battaglia

Anticopia in conflitto usano il vostro PC come campo di battaglia

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L’articolo è stato aggiornato dopo la sua pubblicazione iniziale.


Logo creato da Julian Bond (Voidstar)
e liberamente utilizzabile.

I sistemi anticopia non vanno per il sottile. Pur di tutelare i loro mandanti, questi programmi di Digital Rights Management (DRM) non esitano a devastare il computer dell’acquirente onesto, quello che ha comperato la versione legittima, benedetta e bollata del CD, del DVD o del videogioco.

Racconta infatti CDR-Info.com che il sistema anticopia MediaMax della SunnComm, usati da alcuni CD audio, è incompatibile con il sistema anticopia usato dalla società russa StarForce. MediaMax, infatti, installa nel PC dell’utente un driver di nome SbcpHid, che causa malfunzionamenti del computer perché viola le regole di collaborazione fra driver all’interno del sistema operativo.

Il risultato è che un utente onesto che abbia acquistato legittimamente sia un CD protetto dall’anticopia MediaMax, sia un videogame protetto da StarForce, si trova col PC malfunzionante. Viene punito perché ha rispettato le regole.

The Inquirer fa inoltre una considerazione molto interessante sugli aspetti legali di questo caso: chiedere a un tecnico di riparare il vostro computer dopo che i due sistemi anticopia lo hanno usato come campo di battaglia potrebbe essere illegale. Infatti in molti paesi vigono leggi (DMCA, EUCD) che puniscono l’elusione o la rimozione dei sistemi anticopia da parte di chiunque non sia il legittimo gestore di tali sistemi. Così nessuno può aiutare l’utente a tirarsi fuori dai guai. E naturalmente né i discografici, né i produttori di videogame risarciranno l’utente per il danno subito.

E poi ci si chiede perché la gente si rivolge al peer-to-peer invece di comperare il prodotto legittimo. Come dice il logo qui sopra, il DRM sta uccidendo la musica, ed è una fregatura.

Aggiornamento

The Inquirer riferisce che la casa produttrice di videogiochi Ubisoft ha deciso di interrompere formalmente la propria collaborazione con Starforce. Ubisoft ne ha ben donde, visto che ha in ballo una causa da 5 milioni di dollari avviata dagli utenti dei suoi videogame, che accusano l’anticopia di Starforce, usato da Ubisoft, di aver compromesso la sicurezza dei loro computer. Ubisoft non ha però imparato a fondo la lezione: infatti adotterà un altro sistema anticopia.

Cinavia, il sistema antipirateria inutile che blocca i video amatoriali degli onesti

Cinavia, il sistema antipirateria inutile che blocca i video amatoriali degli onesti

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “lorenzo.rap*”.

Magic in the Moonlight, il nuovo film di Woody Allen, è in programmazione in questi giorni nei cinema in Europa ma è già uscito in DVD e Blu-Ray e quindi è già in circolazione su Internet in un rip di ottima qualità. Il film, fra l’altro, è bello; ciliegina sulla torta, la trama è una gioia per qualunque debunker e simpatizzante del CICAP.

Alcune delle versioni circolanti in Rete producono un effetto piuttosto sorprendente quando vengono riprodotte da un lettore Blu-ray recente: dopo alcuni minuti compare una dicitura in inglese e sparisce l’audio. Nello screenshot mostrato qui sopra, tratto appunto da Magic in the Moonlight, la dicitura recita: “Audio output temporarily muted. Do not adjust the playback volume. The content being played is protected by Cinavia and is not authorised for playback on this device. For more information, see http://www.cinavia.com. Message Code 3.”

L’avviso è generato da un sistema antipirateria incorporato obbligatoriamente nei lettori Blu-ray (è uno standard imposto dalla Blu-ray Association) e venduto da Cinavia. Il sistema si basa sul fatto che nella traccia audio dei film che lo usano vengono incluse delle informazioni non udibili che vengono riconosciute dai lettori Blu-ray. Non è quindi un vero e proprio DRM, ma un watermark: l’effetto è comunque quello di inibire la riproduzione non autorizzata. Il watermark sopravvive ai riversamenti analogici e alle conversioni digitali di formato e risulta presente anche nelle pessime copie abusive fatte con una telecamera al cinema.

Ovviamente Cinavia non regala il proprio sistema a nessuno, né ai produttori dei film, né ai fabbricanti di lettori Blu-ray, per cui alla fine lo paghiamo noi: nel prezzo del biglietto, se andiamo al cinema, e nel prezzo del lettore, se ne acquistiamo uno. Non ho cifre, per ora, per quantificare questo costo, ma è di fatto un prodotto inutile, che non fa nulla per risolvere il problema per il quale viene venduto però fa credere a chi lo usa di aver fatto qualcosa per risolverlo. In altre parole, è l’equivalente cinematografico dell’omeopatia.

Il sistema Cinavia, infatti, non viene installato in tutti i dispositivi: per esempio non c’è in molti media player hardware commerciali, che quindi se ne infischiano del watermark e riproducono senza problemi il contenuto “protetto” da Cinavia. Non solo: esiste software che rimuove il watermark, e oltretutto questo software è legale, perlomeno in Europa, dove le leggi inibiscono la rimozione dei sistemi anticopia ma non parlano di rimozione di watermark (che è un sistema di marchiatura, non di protezione contro la copia: il file “protetto” da Cinavia è infatti perfettamente copiabile).

In pratica, quindi, il sistema Cinavia è facilmente aggirabile da chiunque sia sufficientemente competente e determinato. Non serve a nulla contro i pirati professionisti. Ma ha una conseguenza subdola sugli utenti onesti, quelli che comprano o noleggiano soltanto copie legittime e autorizzate dei film che guardano: blocca i video amatoriali nei quali c’è audio “protetto”. Lo dice chiaramente questa “raccomandazione” della Samsung a proposito di Cinavia:

If the video you’re playing back is a home movie or other personal recording, that includes some professionally produced content (including the audio track of a professionally produced movie or television show), you will need to either skip over the parts of the video that contain the professionally produced content during playback or else create or obtain a version of the video that does not include this protected material.

Sul sito di Cinavia c’è l’equivalente in italiano:

Se il video che si intende riprodurre è un film domestico o un’altra registrazione personale che comprende materiale realizzato professionalmente (come la traccia audio di un video realizzato professionalmente), per riprodurre la vostra registrazione senza disattivazione dell’audio esistono due possibilità:
– Mettere in pausa il video, attendere per 30 secondi che l’audio venga riattivato, quindi saltare le parti corrispondenti al materiale di fattura professionale e continuare a riprodurre il resto del video, oppure
– Mettere in pausa il video, attendere per 30 secondi che l’audio venga riattivato, quindi riprodurlo da un diverso disco ottico per almeno 10 minuti prima di continuare la riproduzione del video.

Cinavia offre anche delle linee guida per i video domestici che spiegano ulteriori dettagli.

Supponiamo, per esempio, che riprendiate la vostra famiglia, con la vostra videocamera, durante le feste di fine anno, mentre in sottofondo c’è la TV accesa che mostra un film. Volete conservare per sempre le reazioni dei vostri figli la prima volta che vedono Bambi o scoprono chi è davvero Darth Vader o come funziona l’inganno centrale di The Prestige. In entrambi i casi Cinavia bloccherà la riproduzione del vostro contenuto autoprodotto, perché nel vostro video c’è l’audio di un film “protetto”. Non siete pirati, non volete esserlo, ma i vostri ricordi personali saranno proibiti e irriproducibili. Per riprodurli dovrete imparare a usare sistemi di rimozione dei watermark (se avete le competenze tecniche per farlo). E pagare per usarli. Cornuti e mazziati, insomma.

Ed è per questo che la lotta digitale alla pirateria, praticata con questi mezzucci, non è semplicemente inutile: è perversa.

Adobe, i sistemi antipirateria spiano i lettori dei libri digitali

Adobe, i sistemi antipirateria spiano i lettori dei libri digitali

Digital Editions 4, l’app per e-book di Adobe, raccoglie una quantità impressionante di dati sui libri letti dai suoi utenti: il titolo del libro, l’autore, la data di acquisto, la durata della lettura, la percentuale letta, quali pagine sono state lette, l’identificativo univoco dell’utente e del dispositivo di lettura e l’indirizzo IP dell’utente.

Già così è un’invasione spettacolare della privacy dell’utente, che non si aspetta di certo di essere spiato nelle proprie abitudini di lettura. Ma c’è di più: Adobe è talmente disinvolta nel raccogliere dati su un’attività così intima e personale come la lettura che se li fa mandare via Internet in chiaro, senza alcuna protezione. Così non solo Adobe può farne l’uso che le pare, ma lo può fare anche chiunque altro si trovi lungo il percorso di trasmissione dei dati via Internet: un amministratore di rete locale, gli altri utenti della stessa rete Wi-Fi, un provider, un governo.

Lo ha segnalato Nate Hoffelder di The Digital Reader, che ha intercettato la fuga di dati personali dal proprio e-reader usando il software libero di monitoraggio Wireshark, che gli ha rivelato che venivano trasmessi molti dati all’indirizzo IP 192.150.16.235, che appartiene ad Adobe. Oltre a quelli già citati, dice Hoffelder, ci sono anche tutti i dati degli altri libri aggiunti alla biblioteca digitale del dispositivo.

Adobe, interpellata, ha confermato questa sorveglianza (tranne la parte riguardante la lettura degli altri libri presenti sull’e-reader) e ha dichiarato che è necessaria per la gestione dei sistemi anticopia e antipirateria, che permettono il “prestito” di libri digitali e il pagamento dei libri in base al numero delle pagine lette (sì, esiste anche questo modello commerciale). Ha dichiarato inoltre che l’indirizzo IP serve per geolocalizzare l’utente allo scopo di tenere conto dei prezzi diversi dello stesso libro nei vari paesi.

Anche nel caso dei libri digitali, come già avvenuto per la musica, i sistemi antipirateria compromettono la privacy e violano le leggi che la tutelano senza ottenere nessun risultato concreto contro le duplicazioni non autorizzate. Nel caso della musica, il colpo di grazia all’uso di questi sistemi fu dato quando quello di Sony infettò i computer degli utenti, rendendoli vulnerabili ad attacchi informatici. La cosa portò ad azioni legali che costarono a Sony milioni di dollari e portarono il Digital Rights Management musicale alla sostanziale estinzione. Chissà se Adobe e l’industria del libro digitale capiranno la lezione.

L’utente può contrastare quest’intrusione modificando l’indirizzamento della propria rete locale in modo che adelogs.adobe.com venga rediretto all’indirizzo 0.0.0.0; questo impedirà ai dati raccolti dall’app di raggiungere Adobe e di viaggiare in chiaro su Internet. Intanto Adobe ha promesso che preparerà un aggiornamento che terrà conto dei problemi evidenziati. Problemi che non sarebbero mai emersi se non ci fosse stata la curiosità di un utente interessato a difendere i propri diritti.

E se vi sembra che il diritto a non essere sorvegliati in quello che si legge sia tutto sommato superfluo, provate a immaginare che qualcuno sappia quanto tempo avete passato a leggere Il Capitale o Mein Kampf o Cinquanta Sfumature di Grigio e sappia precisamente su quali brani vi siete soffermati più a lungo, quando l’avete fatto e dove eravate quando l’avete fatto. Orwell era un ottimista.

Fonti: Electronic Frontier Foundation, Naked Security, The Digital Reader, Ars Technica.

Sistemi anticopia de “Lo Hobbit” paralizzano le proiezioni

Sistemi anticopia de “Lo Hobbit” paralizzano le proiezioni

Quando io e tanti altri diciamo che i sistemi anticopia e antipirateria puniscono soltanto gli utenti legittimi e non bloccano i pirati, questo è proprio quello che intendiamo: la proiezione della prima di Lo Hobbit, quella in 3D a 48 fotogrammi al secondo, insomma la più speciale e ambita, quella da veri fan, è stata un flop epico, con spettatori inferociti ed esercenti umiliati.

In Italia, stando al Corriere, solo 12 sale sulle 21 attrezzate sono riuscite a proiettare il film, perché i codici di sblocco del sistema anticopia sono arrivati troppo tardi. Disagi analoghi sono stati registrati anche in Francia e Germania.

E poi chi fa film si chiede perché la gente sta a casa e scarica i film a scrocco.

Amazon: i libri digitali che comprate non sono vostri. Le gioie del DRM

Ho scritto per la Radiotelevisione Svizzera una serie di articoli sulla notizia di una cliente di Amazon che si è trovata con l’e-reader azzerato e svuotato di libri. Il caso ha messo in luce un fatto troppo disinvoltamente ignorato: gli e-book non vengono venduti. Vengono dati in licenza. E la concessione d’uso può essere revocata senza preavviso, senza motivo, senza appello e senza rimborso.

Così ho fatto un test di autodifesa sul mio Kindle e ho tolto i lucchetti digitali ai libri che ho regolarmente comprato. Craccare il DRM anticopia di Amazon è facile e quindi il DRM è inutile e danneggia solo gli acquirenti onesti.

Lo hanno già capito i produttori di software e i venditori di musica. Gli editori no. Sarà meglio che si sveglino. E presto.

Se vi interessa, la storia comincia qui.

Aggiornamento (2012/10/28): è disponibile il podcast della puntata del Disinformatico radiofonico nel quale ho raccontato la vicenda.

Come sproteggere un PDF

Come sproteggere un PDF

Togliere la password anticopia a un PDF? Facile, con Scribd

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Aggiornamento (2007/06/11): La funzione involontaria di rimozione delle password è stata eliminata, per cui non è più possibile usare Scribd per togliere la password a un documento PDF. Le altre funzioni utili di Scribd restano valide.

Sicuramente vi sarete imbattuti in qualche documento PDF nel quale è stata attivata l’odiosa funzione che impedisce il copia-e-incolla del testo: una rottura di scatole galattica di cui francamente non capisco il motivo.

Di certo non serve per evitare plagi, duplicazioni abusive o alterazioni, che si possono fare comunque con gli appositi strumenti (no, non ve li indico); ma indubbiamente serve a scocciare chi vuole semplicemente citare un brano di un documento, in ossequio al diritto di citazione previsto dalle leggi sul copyright, o chi ha problemi di vista (con la V minuscola) e vorrebbe usare uno screen reader, ossia un programma che legge ad alta voce un documento grazie alla sintesi vocale, per accedere a un documento che ha il sacrosanto diritto di leggere.

C’è una soluzione semplice e interessante a questo problema: Scribd. Si tratta di un sito che viene a volte descritto come uno “Youtube per i documenti”: un sito-biblioteca nel quale chiunque può depositare gratuitamente documenti digitali nei formati più diffusi, in modo che chiunque (o una cerchia selezionata di autorizzati) possa leggerli tramite una finestra grafica in Flash che presenta il documento all’interno del browser con la stessa ricchezza tipografica di un libro o di un documento impaginato in PDF.

Il contenuto di Scribd viene indicizzato da Google ed esiste un’opzione per ricevere un compenso ogni volta che qualcuno ordina una copia stampata del documento.

Scribd permette di pubblicare e condividere presentazioni, spreadsheet e documenti nei formati più diffusi (Word, Excel, PowerPoint, PDF, testo semplice, HTML, JPEG e a breve anche OpenDocument) e di ottenere statistiche dettagliate sul numero di lettori. Ma quello che interessa maggiormente, in questo caso, è la possibilità di convertire i documenti da un formato a un altro: cosa già comoda di per sé, ma particolarmente preziosa nel caso dei PDF protetti contro la copia, perché “convertendo” da PDF a PDF sparisce la protezione. Ecco come fare.

La prima cosa da fare è creare un account gratuito su Scribd: non è strettamente indispensabile per convertire un documento, ma agevola molto le cose. Fatto questo, prendete un documento PDF protetto contro il copia-e-incolla (per esempio questo, uno dei rapporti tecnici sull’11 settembre, che ha dato il via alla mia indagine su come risolvere il problema) e caricatelo su Scribd usando la funzione Upload.

Mi raccomando: nel caso di documenti di cui non detenete i diritti, rispettate le norme sul diritto d’autore e quelle indicate da Scribd. Se volete semplicemente convertire un documento per vostro uso personale, non pubblicatelo, ma tenetelo privato, usando la casella di spunta Keep private.

Cliccate su Publish e aspettate che il documento venga convertito automaticamente nei formati “flashpaper”, PDF, Word, MP3 (i risultati saranno probabilmente esilaranti, dato che la sintesi vocale che genera il file MP3 è inglese) e testo semplice.

A conversione terminata, otterrete le varie versioni del documento, compresa quella in PDF, dalla quale sarà sparita l’irritante protezione contro il copia-e-incolla.

L’unico neo di Scribd sembra essere la sua popolarità: le conversioni ultimamente richiedono diversi minuti, mentre prima erano pressoché istantanee. Ma con un po’ di pazienza, alla fine si ottiene in modo semplice il PDF desiderato.

Anticopia HD-DVD ancora bucato: la rivolta

Anticopia HD-DVD ancora bucato: la rivolta

Rivolta degli utenti contro il bavaglio sulla chiave dell’anticopia degli HD-DVD

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “pietro.pi****” e “ngila”.

Il sistema anticopia degli HD-DVD è stato bucato. Di nuovo. La differenza, stavolta, è che l’organizzazione che coordina l’uso del sistema, denominato AACS (Advanced Access Content System), ha iniziato a inviare lettere di cease and desist (una sorta di diffida legale) ai siti come Digg che hanno pubblicato la chiave di cifratura segreta scoperta dai ricercatori. Digg ha inizialmente ubbidito alle diffide, ma poi si è schierata con gli utenti, scatenando un putiferio. Il risultato, piuttosto prevedibile, è che il numero di siti che pubblica la chiave è aumentato a dismisura. Bella mossa.

Non solo: per evitare le diffide, e per mostrare quanto sia inefficace e ridicola la richiesta di tenere un segreto che ormai non è più un segreto e di non pubblicare un numero, vengono inventati metodi sempre più originali. Boing Boing ha raccolto dei fotomontaggi che mostrano la chiave che non si deve nominare, e gli utenti hanno già iniziato a creare poesie, sudoku, magliette, quiz, video Youtube e mille altre maniere per pubblicare la chiave sotto la tutela del diritto d’espressione.

La questione è più spinosa di quanto possa sembrare. Secondo una interpretazione dei fatti, i ricercatori avrebbero pubblicato un segreto industriale. Pubblicare una chiave dell’AACS sarebbe come rivelare il codice del caveau di una banca: un gesto sconsiderato che apre le porte alle razzie dei disonesti.

Ma non tutti sono di questo parere. La pubblicazione e la successiva diffida, secondo alcuni, non farebbero altro che rivelare la follia dell’anticopia e l’effetto pericoloso delle leggi statunitensi sul copyright, in particolare la controversa DMCA (Digital Millennium Copyright Act). Dice per esempio Cory Doctorow: “se mai c’è stato un esempio del perché la DMCA deve morire, è questo. L’idea che sia illegale possedere un numero di sedici cifre, parlarne a scuola o pubblicarlo su un sito di notizie è un insulto a un paese dove la libertà d’espressione è al primo posto della Costituzione.”

Gli aspetti legali della pubblicazione di questa chiave sono discussi dalla Electronic Frontier Foundation. Ed Felten, professore di Princeton e noto ricercatore nel settore della sicurezza informatica e del DRM (Digital Rights Management) anticopia, ha osservato che il comportamento dei titolari del sistema AACS è equivalente ad asserire di essere i proprietari di un numero e che nessun altro ha il diritto di usare quel numero: a dimostrazione dell’assurdità della pretesa, derivante dall’applicazione della legge DMCA, ha creato una pagina che permette a chiunque di diventare “proprietario” di un numero a 128 bit e di diffidare (in base alla legge) chiunque altro dall’usare quel numero. Portata alle sue estreme conseguenze, quest’iniziativa renderebbe illegale qualsiasi sistema di protezione basato su numeri a 128 bit. Un autogol piuttosto eloquente.

L’assurdità della situazione attuale viene messa ulteriormente in mostra dal comunicato della AACS LA, coordinatrice della gestione del sistema anticopia in questione, che asserisce che il numero (non un programma o un dispositivo, ma il numero stesso, nudo e crudo) è un circumvention tool, ossia un grimaldello o uno strumento di elusione dell’anticopia.

C’è poi la questione della copia legale dei supporti acquistati: sapendo che i CD, DVD, Blu-Ray e HD-DVD hanno una vita prevista di circa vent’anni (nelle normali condizioni di conservazione domestica, la plastica del disco si deteriora), l’acquirente dovrebbe avere il diritto di tutelare il proprio investimento. Ma questo è impossibile per via dell’anticopia.

L’intero pasticcio rivela chiaramente non solo i limiti delle attuali leggi sui sistemi anticopia ma anche quelli dei sistemi anticopia medesimi: qualsiasi tecnologia anticopia nella quale le chiavi vengono disseminate in milioni di apparecchi e messe in mano all’utente, e nel quale è sufficiente che un solo dispositivo al mondo scavalchi la protezione, è destinato a fallire miseramente, facendo ricadere sugli utenti i suoi costi inutili. Tanto i pirati sanno già come procurarsi i film su HD-DVD. Secondo The Register, è già stata trovata una nuova falla nel sistema anticopia. La tecnica è complicata e richiede un saldatore, ma non è un problema: basta appunto che un solo dispositivo al mondo sia modificato in questo modo, e l’intero repertorio di HD-DVD e Blu-Ray è sproteggibile.

L’unica conseguenza di tutto questo tentativo di lucchettare quello che non si può lucchettare è che chiunque acquisti un lettore HD-DVD o un impianto TV ad alta definizione è trattato come il nemico: gli apparecchi devono usare cavi blindati crittograficamente e devono essere dotati di chip di comunicazione cifrata, altrimenti niente alta definizione.

Comperare un impianto di questo genere è diventato un autentico rompicapo. Un televisore marchiato “HD ready” è in grado di riprodurre l’alta definizione, direte voi: c’è pure scritto. Nossignore: deve anche avere un connettore HDMI, che lavora insieme con la protezione anticopia HDCP, e tutti gli elementi dell’impianto devono avere le stesse protezioni. Chiaro, no?

Ma all’utente finale, a noi consumatori, quanto costa tutta questa complicazione e tutto questo lucchettamento inutile?