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Universal prova a vendere musica senza DRM

Universal prova a vendere musica senza DRM

Dopo EMI, anche Universal molla i lucchetti anticopia. Per prova

La Universal, la più grande delle case discografiche mondiali, svolgerà una sperimentazione vendendo via Internet brani di migliaia di album di artisti come Sting, Stevie Wonder, Black Eyed Peas e 50 Cent senza sistemi anticopia (DRM) dal 21 agosto prossimo al 31 gennaio 2008. Lo riferisce per esempio FindLaw e BoingBoing.

Le vendite, però, non passeranno attraverso il colosso della musica online iTunes di Apple, ma saranno gestite direttamente dai siti Web dei singoli artisti e da vari rivenditori online, come Amazon, Google, i supermercati Wal-Mart e altri. Slashdot segnala che i brani saranno disponibili anche in versione a 256 kbps.

Anche Universal, come EMI, ha finalmente visto la luce e ha capito che il DRM è male, che trattare il cliente come un ladro fino a prova contraria è stupido e oltretutto soffoca le vendite legali? Improbabile. La ragione più plausibile è che vendere senza lucchetti è l’unico modo per contrastare il sostanziale monopolio dell’iPod e di iTunes di Apple nel mondo della musica scaricata, cosa che EMI non ambisce a fare. EMI, infatti, veicola i propri brani senza DRM attraverso iTunes. Universal, invece, vuole fare a meno di Apple.

BoingBoing riassume molto chiaramente il problema di Universal e delle case discografiche in generale: lo strapotere di Apple nel settore dei lettori musicali.

L’iPod è in grado di riprodurre due tipi di musica: quella menomata con il DRM di Apple e gli MP3. Se [siete una casa discografica e] volete menomare la vostra musica usando il DRM di Apple, dovete dare ad Apple il controllo totale sui prezzi delle vostre canzoni. Nessun altro negozio può veicolare la musica menomata da Apple. Ogni volta che noi [consumatori] acquistiamo una canzone menomata da Apple, diventa più difficile e costoso passare a prodotti alternativi rispetto all’iPod e a iTunes.

Per le etichette discografiche ci sono due sole opzioni [per essere presenti sugli innumerevoli iPod]: vendere musica menomata da Apple e aumentare il controllo di Apple sul commercio di musica online, oppure vendere musica non menomata. La musica non menomata (MP3 e altri file aperti) è superiore alla versione menomata: la si può suonare su un maggior numero di dispositivi ed è più versatile. Nessun cliente cerca musica perché è menomata: il DRM non fa vendere la musica. Nessuno dei clienti di iTunes ha comprato musica perché la voleva lucchettata all’iPod e non funzionava sui lettori della concorrenza.

Chi non vuole pagare la musica non fa altro che scaricarla dal P2P, dove è già disponibile gratis senza DRM. Se [una casa discografica] vuole convincere la gente a comprare musica, non può cominciare rendendola peggiore della versione gratuita: per cui è inevitabile che la Universal alla fine assuma quest’atteggiamento. Non vende tracce senza DRM tramite iTunes (dove Apple fa pagare un sovrapprezzo del 30%), ma lo fa tramite i concorrenti di Apple. Però, dato che sono tracce MP3, funzionano in iTunes e sugli iPod, per cui i clienti Apple possono avere brani degli artisti Universal che sono compatibili con i loro iPod a 99 centesimi di dollaro, senza DRM.

Un portavoce di Universal, Peter LoFrumento, ha detto che invece la casa discografica ha escluso Apple dalla vendita per tenerlo come “gruppo di controllo” col quale valutare l’effetto dell’iniziativa sui prezzi, sulla pirateria e sulle vendite. Certo, come no. Molto diplomatico.

25 anni di Compact Disc

25 anni di Compact Disc

Un quarto di secolo di CD

Questo articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il 17 agosto di 25 anni fa fu fabbricato a Langenhagen, vicino ad Hannover, il primo Compact Disc di serie: la Sinfonia Alpina di Richard Strauss, condotta da Herbert von Karajan. Concepito insieme da Philips e Sony, la prima presentazione mondiale del CD avvenne però il 9 marzo del 1979.

Il CD nacque dalle ceneri del videodisco, che fu un flop commerciale ma va ricordato come il primo supporto audiovisivo che lavorava senza contatto fisico con il dispositivo di lettura.

Una chicca riguardante le origini del curioso formato di 12 centimetri e 74 minuti: il progetto originale di Philips prevedeva un’ora di musica, poco più del long playing di vinile, con un diametro di 11,5 centimetri. Ma il vicepresidente della Sony, Norio Ohga, voleva che sul CD ci stesse la Nona Sinfonia di Beethoven, la cui versione più lunga (una registrazione mono fatta al Bayreuther Festspiele nel 1951 e diretta da Wilhelm Furtwängler) durava appunto 74 minuti.

Una chicca invece temporanea e involontaria è il titolo de La Stampa dedicato alla ricorrenza, immortalato qui accanto. Grazie a Infinity999 per la segnalazione.

Aggiornamento (15:15): l’errore è stato corretto.

Ricordiamo anche il crollo dei prezzi dei lettori: i primissimi, come quello della Philips mostrato qui sopra, costavano l’equivalente odierno di 1500 euro (2300 franchi svizzeri). Per molti, come me, rimasero a lungo inarrivabili oggetti del desiderio. Oggi si comprano per poche decine di euro nei supermercati.

Il nome Compact Disc non fu scelto subito: ne furono proposti altri, fra cui Mini Rack, MiniDisc (proprio così) e Compact Rack. Alla fine fu scelto il nome attuale perché richiamava il nome della Compact Cassette, la popolarissima musicassetta.

La commercializzazione del CD fu esplosiva. I primi CD furono messi in vendita a novembre del 1982, e già nel 1985 l’album Brothers in Arms dei Dire Straits (il primo album DDD, ossia interamente digitale dalla registrazione alla vendita) vendeva un milione di copie in questo nuovo formato. Da allora sono stati venduti oltre 200 miliardi di CD.

Ma i tempi d’oro del CD sono passati: il picco fu raggiunto nel 2000, con 2,4 miliardi di album venduti. I dati 2006 indicano vendite per 1,7 miliardi di dischi.

Non va dimenticato, infine, che una delle ragioni del successo del formato CD fu la decisione di adottare uno standard aperto e unico invece di farsi la forca come sta avvenendo attualmente con la concorrenza fra HD-DVD e Blu-Ray: come ricorda Jacques Heemskerk, all’epoca ingegnere della Philips, “i dirigenti avevano detto di essere il più possibile aperti e di condividere tutto, perché era l’unico modo per avere successo”.

Fonti: BBC, BBC, Philips, Wikipedia, CDMan.

Anticopia: anche Sony BMG abbandona

Anticopia: anche Sony BMG abbandona

E poi non ne rimase nessuno: anche Sony BMG rinuncia ai lucchetti digitali

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “naxtia” e “maxime24”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Findlaw.com segnala che la Sony BMG venderà via Internet canzoni prive di DRM, ossia di lucchetti anticopia, a partire da oggi (15 gennaio). Si tratta dell’ultima delle grandi case discografiche a rinunciare al DRM e abbracciare formati che consentono all’acquirente di suonare su qualsiasi lettore la musica che compera. Per ora si tratta di un numero limitato di brani, ma è il principio che conta.

Giusto per dare un’idea dell’importanza di questa svolta, va ricordato che poco più di due anni fa (novembre 2005) la Sony BMG non esitava a infettare i computer degli acquirenti legittimi dei suoi dischi, iniettandovi un rootkit (come raccontai all’epoca), pur di imporre i propri sistemi anticopia.

Il servizio di Sony BMG non è però ancora del tutto libero da lacci e lacciuoli che assillano l’utente che vuole mettersi in regola: Platinum MusicPass, questo il suo nome, partirà soltanto negli Stati Uniti e in Canada. In più sarà prima necessario comperare (in un negozio fisico) una tessera di abilitazione. Andare in un negozio per poter comperare musica via Internet? Geniale. Quelli di Sony hanno capito tutto.

La Warner ha già deciso di vendere la propria musica senza lucchetti tramite Amazon, e Universal ed EMI offrono già brani senza lucchetti. Le etichette minori lo fanno da un pezzo. Per cui ormai non c’è più nessuno d’importante che crede al DRM per la musica.

Predicatori e mastini

In uno di quei paradossi che ogni tanto sconquassano il mondo dell’informatica, si può dire che le case discografiche hanno finalmente capito che il DRM è una politica commerciale suicida, ma non perché hanno dato ascolto ai tanti esperti che glielo dicevano. L’hanno capito perché i loro lucchetti sono stati surclassati da un lucchetto ancora più soffocante: l’iPod, appunto.

L’iPod suona soltanto due tipi di formati: quello lucchettato di Apple e quello senza lucchetti (MP3, AIFF, WAV e altri). Se la musica digitale ha un lucchetto diverso da quello di Apple, non funziona sull’iPod. E l’iPod è il peso massimo nel mercato dei lettori: dal debutto nel 2001 a oggi, ne sono stati venduti oltre 110 milioni di esemplari. Se la musica non suona sull’iPod, chi la vende è spacciato.

Le case discografiche, soprattutto quelle con legami con i produttori di lettori (Sony in testa), hanno pensato inizialmente di poter emulare il successo di Apple e il suo modello commerciale, che “fidelizza” a forza il cliente: una volta che comincia a comperare musica lucchettata da Apple, non avrà altro lettore al di fuori di iPod. Così hanno introdotto sistemi anticopia alternativi a quelli di Apple e supportati soltanto dai loro lettori digitali.

Ma è andata clamorosamente buca, e ora alle case discografiche non restano che due scelte: adottare il lucchetto di Apple, e quindi sottostare ai prezzi imposti dal suo boss Steve Jobs e incentivare ulteriormente le vendite di iPod a discapito di quelle dei lettori di altre marche, oppure (orrore!) togliere del tutto i lucchetti per consentire alla loro musica di essere suonata su lettori di qualsiasi marca, aggirando quindi il quasi-monopolio di Apple.

Con l’attuale capitolazione di Sony BMG, a questo punto tutte le case discografiche hanno scelto la seconda opzione, e il consumatore è finalmente libero di comperare musica che non lo tormenta con protezioni inutili e che può suonare dove gli pare.

Si potrebbe dire, quindi, che in un certo senso la strategia di Steve Jobs ha avuto successo dove le esortazioni e le prediche degli informatici sono rimaste inascoltate: Jobs ha creato un mercato digitale rassicurante per i discografici, timorosi di vendere musica su Internet, offrendo loro la promessa di un sistema anticopia infallibile per sconfiggere la pirateria, ma li ha attirati in realtà in una trappola commerciale, usando la loro musica (e le loro paure) per vendere badilate di iPod. I discografici hanno capito troppo tardi che la mela così desiderabile era avvelenata e non hanno avuto altra scelta che abbandonare il DRM.

Sia ben chiaro: non penso nemmeno per un secondo che Steve Jobs abbia pianificato tutto quest’evoluzione dall’inizio, e di certo non l’ha fatto per il bene dell’umanità o perché trova immorale mettere i lucchetti alla cultura (il DRM sull’iPod lo propose lui). Ma sta di fatto che è anche grazie a lui che finalmente i discografici hanno visto la luce. O per dirla meno agiograficamente, per tenere in riga i mastini valgono poco i discorsi: ci vuole un mastino più grosso.

Apple, anticopia nei nuovi laptop

Apple, anticopia nei nuovi laptop

Lucchetti digitali hardware nei laptop Apple. Di nuovo

No, non siamo tornati nel 2006. Apple, però, crede di sì, a quanto pare: perché così come allora aveva infilato nei suoi computer i controversi chip TPM/Palladium con le loro funzioni anticopia, suscitando insurrezioni e boicottaggi, oggi riprova a menomare i diritti dei suoi utenti introducendo sistemi anticopia direttamente a livello hardware nei suoi nuovi portatili. Bella mossa, complimenti.

I MacBook, MacBook Pro e MacBook Air appena usciti, infatti, offrono un unico connettore per monitor esterno, il DisplayPort, che integra un sistema di restrizioni chiamato DisplayPort Content Protection (DPCP), parente stretto dell’HDMI usato nei prodotti audiovisivi in alta definizione.

Queste restrizioni sono concepite per impedire la pirateria audiovisiva realizzata intercettando il flusso di dati decodificati in uscita sul connettore per monitor esterno. Il segnale in uscita è cifrato e soltanto i monitor compatibili sono in grado di decifrarlo. Se il monitor non ha integrato questo sistema anticopia, i video protetti da lucchetti anticopia non verranno riprodotti, anche se l’utente ne ha tutti i diritti legali.

Lo scenario che sta facendo infuriare maggiormente gli utenti è questo. Un utente si compra un bel Mac portatile e, siccome è onesto, non scarica film e telefilm pirata. Va a comperarli nei siti legali: per esempio, proprio da Apple. Collega al laptop un bel monitor o, meglio ancora, un videoproiettore, e invece di godersi il film in HD, come sarebbe suo diritto avendo aperto il borsellino, si trova davanti una schermata come questa, citata da Ars Technica, che ha pubblicato un bell’articolo in proposito.

Immaginate di dover fare una presentazione in pubblico e di voler mostrare uno spezzone di un Blu-Ray o di un video legalmente acquistato “protetto” dall’anticopia. E’ un vostro diritto: si chiama diritto di citazione. Tutto funziona quando fate le prove sul monitor interno del laptop, ma quando vi trovate davanti al pubblico e collegate il vostro fiammante Mac al proiettore, il video non va. E non c’è verso di farlo andare.

Un monitor VGA o DVI, infatti, non è in grado di rispondere correttamente alle interrogazioni del connettore DisplayPort. Se il contenuto da riprodurre è protetto anticopia, DisplayPort rifiuterà di riprodurlo sul monitor esterno. Ci vuole un monitor o proiettore compatibile (HDMI). Niente HDMI? Niente film e niente presentazione. Ed è difficile pensare che tutte le sale di conferenza si riattrezzino per fare un piacere ai signori di Hollywood. E’ altrettanto difficile pensare che il manager medio che si è appena comprato un Macbook Air e va in giro a fare presentazioni o corsi abbia il dovere di preoccuparsi di questi arcani tecnologici.

Come sottolinea giustamente BoingBoing.net, se comperate un computer Apple, “preparatevi a buttar via il vostro monitor, e a farlo più volte”. Sì, perché “l’elenco dei monitor ‘conformi’ cambierà nel tempo: il monitor che comperate oggi può essere ‘revocato’ domani e cessare di funzionare”. Oltre al danno economico, c’è la violazione del diritto: “Qui non si tratta di far valere la legge sul diritto d’autore: si tratta di concedere a una manciata di case cinematografiche diritto di veto sulla progettazione dell’hardware.” E’ come far progettare i ponti ai salumieri.

Qualcuno ricorderà che Steve Jobs, il boss di Apple, aveva scritto che il DRM era male e che Apple spingeva per toglierlo: “questa è chiaramente la migliore alternativa per i consumatori”. Belle parole, ma i fatti raccontano una storia parecchio differente.

Quale sarà il risultato dell’introduzione di questi lucchetti hardware? Probabilmente nessuno, all’inizio. Poi cominceranno a diffondersi gli aneddoti e le segnalazioni di disastri e imbarazzi causati da questa scelta di Apple, e l’immagine di Apple come paladina in contrapposizione alla “cattiva” Microsoft ne uscirà sporca. E alla fine gli utenti impareranno a non comperare film lucchettati e si rivolgeranno alle versioni pirata, che non hanno queste limitazioni.

In termini di lotta alla pirateria, insomma, questo sarà un autogol fenomenale: dato che il film pirata sarà più versatile e fruibile di quello legale, spingerà gli utenti a piratare di più anziché di meno. Perché la versione legale non funzionerà sui monitor non benedetti da Padre Steve, mentre quella pirata andrà allegramente.

Fonti: The Register, Slashdot, AppleInsider, Punto Informatico.

Sempre meno lucchetti anche per Warner

Musica Warner legalmente disponibile senza DRM

7digital.com e Warner Music hanno siglato un accordo per vendere anche in Irlanda, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito musica in formato MP3 pulito, senza lucchetti, di artisti come Madonna e Red Hot Chili Peppers (fonte: BBC). In realtà i controlli di 7digital sul paese dal quale viene effettuato l’acquisto non sembrano funzionare granché, per cui la vendita non è realmente limitata ai paesi europei sopra indicati: dal Maniero Digitale, in Svizzera, ho appena acquistato due canzoni per prova, pagandole con Paypal, e sono arrivate senza problemi.

Un passo alla volta, il DRM sta scomparendo. Alla fine persino i discografici hanno visto la luce. Ora tocca al mondo del cinema. Ho un DVD, legalmente acquistato, che non riesco a rippare (è un documentario di National Geographic, mi serve per lavoro, dannazione) per via di questi stupidi lucchetti. Per poter acquisire le immagini ho dovuto procurarmi la versione pirata. Che razza di sistema è, uno che obbliga gli utenti onesti a comportarsi da criminali?

HD-DVD defunto, Blu-Ray vince

Finita la lotta per il successore del DVD

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L’HD-DVD getta la spugna: Toshiba si arrende e cessa la produzione di lettori e registratori in questo formato ad alta definizione, dopo aver venduto circa un milione di esemplari (di cui 300.000 come accessorio per la console X-Box di Microsoft, che adesso si trova un po’ orfana). La successione al DVD non è stata decisa da meriti tecnici, ma dalla scelta delle grandi case cinematografiche di supportare il formato Blu-Ray.

I lettori Blu-Ray sono assai più diffusi di quelli del formato rivale: basti pensare che ce n’è uno in ogni console Sony PS3, venduta finora in oltre dieci milioni di esemplari. Ma cosa succederà ora a chi ha comperato il formato sbagliato? I prezzi dei lettori sono precipitati, appena dopo l’annuncio della resa di Toshiba, che non ha intenzione di rimborsare i clienti ma continuerà ad offrire assistenza tecnica. I lettori HD-DVD sono comunque in grado di leggere i normali DVD e di usare i propri circuiti digitali per migliorare artificialmente la definizione dei DVD, anche se questo non sarà di grande consolazione a chi si sente bidonato.

Per quanto riguarda Microsoft, al momento secondo la BBC non ci sono notizie sulla sorte del lettore HD-DVD offerto come accessorio della sua console X-box 360.

La morale della storia è che ancora una volta il mercato ha dimostrato che non c’è spazio per due sistemi rivali e concorrenti non interoperabili (qualcuno ricorderà la lotta fra Betamax e VHS nelle videocassette), e che chi corre a comperare le nuove tecnologie rischia di rimanere scottato. Ma la cosa più triste è che siccome i dischi HD-DVD sono protetti contro la copia da una cifratura piuttosto pesante e da protezioni hardware, chi ha comperato film o telefilm in questo formato si troverà presto con una costosa collezione di sottobicchieri illeggibili, che non potrà neanche convertire ad altri formati.

I CD della Sony infettano Windows

I CD Sony infettano gli utenti legittimi


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Lo so, arrivo tardi sulla scena: si parla già da qualche tempo di questo scandaloso sistema anticopia usato da Sony, che infetta i PC Windows con un rootkit, rendendoli vulnerabili ad attacchi opportunisti e danneggiando il funzionamento del masterizzatore. Cerco di farmi perdonare facendo un succoso riepilogo della vicenda e dei suoi ultimi aggiornamenti.

Tutto comincia il 31 ottobre 2005, quando Mark Russinovich di Sysinternals.com annuncia di aver scoperto con sorpresa sul proprio PC Windows un rootkit: un programma nascosto, contenuto in una directory nascosta e invisibile ai normali comandi di Windows e accompagnato da vari device driver anch’essi nascosti. Russinovich li scopre soltanto perché sta testando proprio un programma anti-rootkit.

Analizzando il rootkit, Russinovich scopre ancora più sorprendentemente che il rootkit è stato installato quando ha suonato sul proprio PC un disco pubblicato dalla Sony, Get Right with the Man dei Van Zant. Il disco, infatti, ha una protezione anticopia, denominata XCP e prodotta dall’inglese First 4 Internet, che si installa permanentemente nel PC senza avvisare che non è rimovibile e che altera il funzionamento di Windows rendendolo più vulnerabile.

Il sistema anticopia, infatti, non ha un programma di disinstallazione, e si occulta usando una tecnica estremamente rozza: altera Windows in modo che non veda qualsiasi file il cui nome inizi con “$sys$”. Sony ha usato questo metodo per impedire agli utenti di accorgersi della presenza del sistema anticopia.

C’è un problema: il metodo, ovviamente, comporta che qualsiasi virus o altro software ostile che si imbatte in un Windows alterato da Sony in questo modo si ritrova con un nascondiglio perfetto: basta che usi un nome che inizia con “$sys$”, e diventerà invisibile sia a Windows, sia agli antivirus.

Fra le altre chicche scoperte da Russinovich c’è anche il fatto che il sistema anticopia è sempre attivo come processo nascosto e utilizza il processore, rallentandolo, anche quando non si sta suonando il disco protetto. Basta insomma installare l’anticopia Sony per errore una sola volta per trovarsi con un computer permanentemente rallentato.

Così Russinovich tenta di fare quello che chiunque farebbe se trovasse un rootkit sul proprio PC: rimuoverlo. Sony, come dicevo, non ha fornito un sistema di disinstallazione, per cui l’unico modo è rimuoverlo manualmente intervenendo sulla configurazione intima di Windows. Come risultato, gli scompare l’icona del lettore CD. Solo dopo aver speso altro tempo per ripristinare ulteriormente Windows e togliere altri elementi nascosti del sistema anticopia Sony, Russinovich riesce a riportare Windows al funzionamento normale. E chi lo ripagherà del tempo perso per riparare il proprio computer a causa del sistema Sony?

L’annuncio di Russinovich non passa inosservato. La prima reazione è l’indignazione contro Sony per aver usato metodi degni di un pirata informatico: metodi fra l’altro assolutamente inutili, perché il disco è perfettamente copiabile usando un Mac o un PC Linux (e anche con alcuni programmi di ripping per Windows). In altre parole, siamo alle solite: le case discografiche insistono a usare sistemi anticopia che i pirati sanno scavalcare senza alcun problema ma che puniscono gli acquirenti legittimi dei dischi.

Ma non mancano reazioni più sofisticate. La prima è stata quella dei giocatori poco onesti di World of Warcraft, che hanno approfittato della funzione di occultamento del rootkit Sony in un modo molto astuto: la Blizzard Entertainment, che produce World of Warcraft, ha creato un programma, Warden, che sorveglia il gioco ispezionando i PC dei giocatori alla ricerca di particolari programmi usati per barare. Ma basta installare questi programmi su un PC infettato dal sistema anticopia Sony e aggiungere al nome dei file del programma il prefisso “$sys$”, e Warden non riesce a vederlo. Così i bari continuano indisturbati, grazie a Sony.

A fronte delle prime proteste, Sony rilascia una patch il 3 novembre 2005, che però non disinstalla il sistema anticopia: si limita a renderne visibili i file (e li aggiorna installandone una nuova versione).

Sempre il 3 novembre, Interlex.it pubblica una vivace e dettagliata analisi della tattica Sony, e giustamente si chiede perché Sony dovrebbe usare un sistema simile e nascondersi all’utente:

“A chi serve un rootkit? Ovviamente a chi ha qualcosa da nascondere! O, più precisamente: a chi vuole nascondere ad un legittimo utente il fatto di aver installato, a sua insaputa, un software sul suo sistema. E il fatto di volerne nascondere a tutti i costi l’esistenza già la dice lunga sia sulla legittimità dell’installazione che sulla liceità delle funzioni svolte dal software surrettiziamente installato!”

Il giorno dopo (4 novembre 2005), Russinovich analizza la patch offerta da Sony, che richiede una solfa interminabile di richieste via e-mail a Sony per ottenerla, e scopre che è così rozza e brutale che può far crashare il PC (Russinovich offre un metodo molto più semplice e sicuro per disabilitare il sistema anticopia).

La seconda analisi di Russinovich rivela inoltre che il sistema anticopia trasmette a Sony dati utilizzabili per sorvegliare le abitudini musicali dell’utente: infatti contatta automaticamente (e senza informarne l’utente) un sito della Sony per richiedere eventuali aggiornamenti alle immagini delle copertine dei dischi Sony protetti dal sistema anticopia. Dice Russinovich:

“Con questo tipo di connessione… non citato nella EULA, negato da Sony e non configurabile in alcun modo… i loro server potrebbero tenere traccia di ogni volta che viene suonato un disco protetto e l’indirizzo IP del computer che lo sta suonando”.

E’ a questo punto che entrano in gioco le società che producono antivirus: F-Secure dichiara che il sistema anticopia Sony verrà identificato dai suoi antivirus e che “le tecniche di occultamento usate sono esattamente le stesse usate dal software ostile noto come rootkit” e che “è pertanto molto scorretto che il software commerciale utilizzi queste tecniche”.

Computer Associates è ancora più pesante e definisce il sistema anticopia Sony senza mezzi termini un “trojan” e lo cataloga nello spyware. L’analisi di CA, inoltre, dimostra che Sony sta facendo di tutto per rendere difficile la disinstallazione.

La protesta assume anche una connotazione legale: viene annunciato che l’1 novembre 2005 è stata iniziata dall’avvocato Alan Himmelfarb una class action in California contro Sony, chiedendo risarcimenti per tutti i consumatori danneggiati e l’inibizione della vendita dei dischi protetti da questo sistema anticopia.

Nel contempo, l’italiana ALCEI (Associazione per la Libertà nella Comunicazione Elettronica Interattiva) presenta un documentatissimo esposto alla Guardia di Finanza, ipotizzando fra le altre la violazione dell’articolo 392 c.p., che punisce “…colui che, al fine di esercitare un preteso diritto, si fa arbitrariamente ragione da sé medesimo ‘alterando, modificando, o cancellando in tutto o in parte un programma informatico’, ovvero ‘impedendo o turbando il funzionamento di un sistema informatico o telematico’” e chiedendo di sapere, fra le altre cose, se il sistema anticopia è presente nei dischi Sony in vendita in Italia.

Il 9/11 la Electronic Frontier Foundation pubblica un elenco dei dischi protetti dal sistema anticopia contestato: una ventina di titoli, che includono nomi come Celine Dion, Ricky Martin e Neil Diamond, e spiega come riconoscere i dischi infetti.

Il 10 novembre 2005 viene rilevato il primo virus che sfrutta la falla di sicurezza creata da Sony: una variante del virus Breplibot. Sony ora non può più argomentare che si tratta di una falla ipotetica. Anche Kasperski definisce “spyware” l’anticopia Sony, mentre McAfee aggiorna il proprio antivirus per “rilevare, rimuovere e impedire la reinstallazione” dell’XCP. Zone Labs (quella di Zone Alarm) segue a ruota insieme a Sophos.

L’11 novembre arrivano altri virus che sfruttano la falla Sony, e le cause contro Sony salgono a sei. Lo stesso giorno, entra in scena il peso massimo: si scomoda addirittura il Department of Homeland Security (il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale statunitense, quello che si occupa di antiterrorismo). Parlando dei sistemi anticopia ma senza fare il nome di Sony, un suo funzionario ammonisce, di fronte al presidente della RIAA (associazione dei discografici USA), che

“è molto importante ricordare che la proprietà intellettuale è vostra: ma il computer no, e nella ricerca della tutela della proprietà intellettuale, è importante non disabilitare o minare le misure di sicurezza che la gente oggigiorno ha bisogno di usare… se si verifica un’epidemia di influenza aviaria… dipenderemo moltissimo sulla capacità di fornire accesso a distanza per moltissime persone, e mantenere funzionante l’infrastruttura sarà questione di vita o di morte”.

In altre parole: Sony, hai passato il segno. La legge non ti conferisce il diritto di danneggiare i computer altrui, neppure se lo fai per difendere il tuo diritto d’autore. E se il tuo sistema anticopia rende vulnerabili i computer proprio quando ne abbiamo più bisogno, sei responsabile anche tu delle gravissime conseguenze.

L’11 novembre, poco dopo queste parole di fuoco dell’amministrazione Bush, Sony dichiara che sospenderà “come misura precauzionale” la fabbricazione di CD che usano il sistema anticopia XCP (in altre parole, non ritirerà dal mercato quelli già in circolazione e si riserva il diritto di riprendere a usare XCP quando le pare). E’ disponibile in Rete il testo del comunicato Sony, ed è abbastanza ironico che il comunicato parli di “facilità d’uso” del sistema anticopia, visto che si installa senza informare l’utente di cosa fa, mentre per rimuoverlo bisogna chiedere il permesso a Sony.

Questo, in estrema sintesi, è quello che è successo fin qui. Mi resta un’ultima cosa: spiegare come riconoscere un’eventuale infezione da parte di questo sistema e come prevenirla. Il rischio è relativamente basso, dato che pare che i CD protetti con XCP non siano ancora in circolazione in Europa, ma una controllatina non fa mai male.

  • Prendete un file qualsiasi, duplicatelo e cambiatene il nome prefissandolo con “$sys$”: se scompare (cioè se Esplora Risorse non lo vede più), siete infetti; se rimane visibile, siete a posto.
  • Per evitare infezioni, disabilitate temporaneamente l’Autorun di Windows, premendo il tasto Shift durante l’inserimento del disco, ed evitate in generale di installare qualsiasi software presente sui CD musicali Usate un Mac o un PC Linux, entrambi immuni all’anticopia Sony; o più semplicemente ed efficacemente, non comperate dischi infetti.

Ciao da Paolo.

Nuovo album Radiohead, il prezzo lo decide chi compra

Radiohead, download a offerta dal 10 ottobre

Non correte: per ora il nuovo album dei Radiohead, In Rainbows, non si può scaricare o comperare. Sono aperte le prevendite, e con una formula che sicuramente causerà incubi ai discografici che non sanno stare al passo con i tempi e la tecnologia.

L’intero album sarà infatti scaricabile a offerta dal sito apposito (decisamente psichedelico). Niente prezzo fisso: sono gli acquirenti a decidere quanto vale la musica della band. Ma si potrà scaricare soltanto la musica nuda e cruda, senza tutti quegli oggetti di contorno che fanno la gioia un po’ feticista dei veri fan (ah, come mi manca il profumo del vinile dei dischi appena arrivati in radio…).

Chi vuole un oggetto fisico potrà acquistarlo dal 3 dicembre prossimo (o forse prima, secondo il sito) a 80 dollari, in cambio dei quali riceverà una confezione di lusso, con tanto di doppio album in vinile da 12 pollici più un CD “enhanced” e sette canzoni in più, foto, illustrazioni e testi confezionati in una custodia rigida.

Questo è il settimo album dei Radiohead ed è il primo senza l’appoggio di una casa discografica, dato che il loro contratto con la EMI è terminato nel 2003. Ed è una differenza importante. Ora che sono famosi e liberi dalle restrizioni di un contratto, possono mettere in pratica quello che molti artisti stanno cominciando a capire: il modello commerciale tradizionale dell’industria del disco non funziona. Le case discografiche e tutti gli altri componenti della filiera che porta il CD nei negozi (Fisco compreso) si mangiano una proporzione eccessiva del prezzo che paghiamo per i CD (e in molti casi anche per i download). Allora conviene mettersi in proprio e scavalcare questi intermediari, che grazie a Internet non hanno più ragione di esistere.

Ma al tempo stesso i Radiohead hanno capito che c’è una parte del loro “prodotto” che è per definizione protetto da un sistema anticopia pressoché invalicabile: la confezione. La musica si copia; il libretto, le foto, l’album in vinile no. O meglio, si possono copiare, ma a un costo talmente alto da rendere inutile l’impresa.

Invece di lucchettare le canzoni e scocciare gli utenti onesti, insomma, gli artisti hanno capito che conviene dare all’acquirente un oggetto che aggiunga valore alla musica. Sicuramente è più efficace che far causa ai fan.

Se questo modello commerciale ha successo, a che cosa serviranno i discografici?

Va chiarito che i Radiohead non sono i primi a proporre questa formula: siti come Magnatune, Jamendo o Quoteunquoterecords già seguono il principio che si può scaricare liberamente e si paga quel che si ritiene opportuno. Ma i Radiohead sono il primo nome di spicco a farlo, ed è questo che inquieta chi finora si è opposto al buon senso e ha cercato di mantenere un monopolio obsoleto credendo che si trattasse di un diritto immortale.

Videorimborsi, Google ci ripensa

Google Video restituirà tutto

Secondo il blog ufficiale di Google, chi ha acquistato video da Google Video riceverà un rimborso completo sulla propria carta di credito anziché cinque dollari in buoni acquisto di Google. La scadenza dei video, lucchettati con il DRM, è stata inoltre prorogata di sei mesi.

Un cambiamento significativo rispetto alle intenzioni iniziali, ma gli aspetti riguardanti il DRM non cambiano: questo episodio è la dimostrazione che chi compra musica e video lucchettati con sistemi anticopia è alla mercé del venditore e non è mai veramente libero di fruire di quello che ha comprato.