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Sony, nuova falla in altro sistema anticopia

Per proteggere i suoi dischi, Sony rende vulnerabili i vostri PC. Di nuovo

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Dopo la figuraccia disastrosa fatta con il sistema anticopia XCP, che infetta volontariamente i computer degli utenti e li rende vulnerabili, Sony rimedia un altro sfacelo. Anche il sistema MediaMax usato per proteggere (si fa per dire) i suoi dischi apre il computer degli utenti ad attacchi informatici, dando a tutti (aggressori esterni compresi) accesso totale al computer.

La Electronic Frontier Foundation ha pubblicato un rapporto (PDF) che spiega la nuova vulnerabilità. In estrema sintesi, i dischi anticopia contenenti MediaMax installano sui PC Windows del software usando privilegi di accesso sbagliati: invece di essere eseguibile soltanto dall’utente normale, il software è eseguibile da chiunque, anche da comandi provenienti da Internet.

Questo rende inutile la tattica di protezione, molto diffusa nelle aziende, di concedere agli utenti diritti limitati di esecuzione, in modo che non possano installare giochini o altre porcherie trovate in Rete, e permette sia attacchi dall’esterno, sia “attacchi” da parte dell’utente stesso, che può installare e modificare quello che gli pare. Un incubo per gli amministratori dei sistemi informatici.

La EFF chiarisce la cosa con un’ottima analogia:

Immaginate un dipendente al quale vengono date le chiavi del proprio ufficio e della porta d’ingresso all’edificio in cui lavora, ma non le chiavi degli altri uffici o del magazzino. Ci sono molti modi per ottenere un accesso più ampio: scassinare le serrature, sfruttare una serratura dimenticata aperta, o rubare le chiavi del responsabile della sicurezza dell’edificio. Questa vulnerabilità è un ulteriore modo di ottenere maggiore accesso, analoga a lasciare appese fuori dalla porta le chiavi del responsabile della sicurezza. Rubandole, il dipendente può acquisire maggiori privilegi, come per esempio accedere ad ufficio o locali per i quali non è autorizzato.

Lo scenario di attacco descritto dalla EFF è questo: un utente normale (con diritti di accesso giustamente limitati) usa un computer Windows sul quale è stato suonato un CD dotato del sistema anticopia MediaMax. L’utente decide che non gli piacciono le limitazioni imposte dall’amministratore di sistema e decide di fare di testa propria, oppure visita un sito Web o apre un e-mail contenente un virus apposito.

Grazie alla falla Sony bis, l’utente deve semplicemente sostituire il programma mmx.exe installato da MediaMax con un altro programma di suo gradimento, come un giochino o un programma per scaricare film. L’aggressore, invece, può (tramite per esempio una pagina infetta) sostituire mmx.exe con un altro programma ostile, che può per esempio aprire ulteriori falle nel sistema operativo o eseguire funzioni non autorizzate o semplicemente copiare o devastare i dati contenuti nel computer.

La volta successiva che un utente con privilegi di amministratore inserisce nel computer un CD MediaMax, scatta la trappola: al posto di mmx.exe viene eseguito il programma ostile. Questo significa che ogni computer Windows sul quale è stato suonato un disco Sony MediaMax contiene una trappola a tempo, che può scattare anche a distanza di mesi dall’infezione.

Sony ha messo in Rete una prima patch di correzione di questa falla, ma la EFF dice che anche la patch è fallata. Così Sony ha pubblicato una seconda patch, che al momento viene studiata dagli esperti. La raccomandazione della EFF è, almeno per ora, di non installare queste patch.

Sony ha pubblicato un elenco dei dischi infettati da questo sistema anticopia.

A questo punto, la raccomandazione di sicurezza informatica non può che essere una: rifiutate di installare qualsiasi software proposto da CD musicali e non suonate CD anticopia nei vostri computer. Siamo arrivati infatti al paradosso che è più sicura la musica scaricata da Internet che quella confezionata dai discografici.

[IxT] Anticopia, EMI accusata di fare CD sparavirus

La casa discografica EMI, stando a una segnalazione del sito di sicurezza Bugtraq, starebbe usando sul nuovo disco dei Beastie Boys, primo in classifica USA, un sistema anticopia le cui caratteristiche permetterebbero di definirlo virus.

L’accusa, infatti, è che il sistema anticopia si installi senza il consenso dell’utente e produca una menomazione del funzionamento del computer: e questo è quello che fanno appunto i virus.

EMI si è difesa con un comunicato esilarante per la sua incompetenza informatica, che fra l’altro, stando alle prove che ho fatto con EMI Italia, dice un sacco di panzane. Le prove sembrano però smentire anche l’accusa in circolazione. Bel pasticcio.

Se vi interessa la storia, e una soluzione curiosa ma fattibile al problema dei sistemi anticopia e alla crisi dell’industria del disco, date un’occhiata qui.

Se qualcuno ha una copia europea dell’album (quelle USA e GB non sono protette) e può fare qualche test supplementare, mi scriva presso il solito indirizzo topone@pobox.com.

Nota di servizio [rimovibile se volete ripubblicare questa newsletter]: lo so, questa edizione della newsletter non è numerata e non è datata nel titolo. Da oggi sarà così: lo scopo è snellire la procedura di pubblicazione. Sono sotto pressione e sto cercando di eliminare le complicazioni poco produttive.

So che alcuni di voi trovavano comoda la numerazione per sapere se si erano persi qualche edizione: ma a questo da oggi provvede il blog che trovate presso attivissimo.blogspot.com.

[IxT] Beastie Boys “infetti”, smentita con sorprese

Questa newsletter vi arriva grazie alla gentile donazione di “santamaria2001it”.

Ricordate l’accusa che circolava qualche tempo fa, secondo la quale il nuovo disco dei Beastie Boys infettava i PC? Ne avevo parlato già in un articolo su APOGEOnline. EMI Italia mi ha cortesemente inviato una copia protetta del disco, e io l’ho data in pasto a Windows, Linux e MacOS X.

I risultati confermano che il disco non ha un comportamento paragonabile a quello di un virus, ma ci sono comunque parecchie sorprese. La prima è che il comunicato di EMI pubblicato sul sito dei Beastie Boys mente, probabilmente per incompetenza (EMI Italia ha invece fornito dati esatti); la seconda è che il disco “protetto” si copia senza alcuna difficoltà. Se poi usate un Mac, non vi accorgete neppure che c’è un sistema anticopia.

Complimenti dunque a Macrovision per aver venduto, in sostanza, aria fritta.

I dettagli sono qui.

[IxT] CD anticopia Zanichelli: aggiornamenti, correzioni e intervista

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Qualche tempo fa scrissi un articolo sui problemi dei sistemi anticopia usati da alcuni dizionari su CD-ROM e puntai il dito in particolare su un dizionario Zanichelli. Il CD, annata 1998 per Windows 98, era inutilizzabile sotto XP e quindi un prodotto digitale era diventato inservibile dopo meno di un decennio, alla faccia dell’eternità promessa dal digitale.

Zanichelli mi ha contattato in proposito, e ci sono correzioni, chiarimenti e dati sul mondo dell’anticopia, una volta tanto visto dalla prospettiva di chi di protezione ferisce per non perire. 🙂

Pare insomma che l’anticopia funzioni: se vi interessa, l’articolo è qui.

HDCP craccato, arriva il software

HDCP craccato, arriva il software

L’anticopia di Intel diventa una beffa

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La segretissima master key, la chiave passepartout del protocollo anticopia HDCP di Intel presente nei lettori e televisori in alta definizione e in molti personal computer, non è più segretissima, come scrivevo la settimana scorsa.

Intel aveva detto che non era preoccupata, perché avrebbe fatto causa a chiunque avesse cercato di realizzare apparecchi basati su questa chiave e comunque la chiave richiedeva di essere incorporata in un chip su misura, che quindi sarebbe stato difficile da fabbricare.

Ora i ricercatori Rob Johnson e Mikhail Rubnich, della Stony Brook University nello stato di New York, hanno pubblicato un programma che utilizza questa chiave senza aver bisogno di un chip apposito. Siccome l’hanno pubblicato secondo le regole dell’open source (con licenza BSD), i dettagli del programma sono liberamente esaminabili da chiunque e il programma è legalmente distribuibile. Sarà difficile fare causa a tutto il mondo. I buoi sono decisamente scappati dalla stalla.

Il programma va affinato, perché al momento non è ancora abbastanza veloce da effettuare la decrittazione di un flusso video a 1080p in tempo reale su un processore con un solo core; per farlo ha bisogno di una CPU dual core a 64 bit ad alte prestazioni e di 1,6 gigabyte di RAM. Al momento, insomma, il software serve più che altro per dimostrare che la chiave passepartout è reale e funziona, e che quindi il sistema anticopia che doveva in teoria proteggere dai pirati i Blu-ray, la TV via cavo e via satellite e gli altri contenuti digitali in HD è irrimediabilmente rotto e quindi è solo un fardello inutile di potenziali incompatibilità che penalizza esclusivamente gli utenti onesti (impedendo loro, per esempio, di usare un monitor non-HDCP per vedere un film legalmente acquistato). Che è quello che gli esperti continuano a ripetere da anni senza essere ascoltati.

Fonti: Ars Technica, ZDNet, Slashdot.

Registrazioni audio perse per sempre

Registrazioni audio perse per sempre

I suoni del passato sono a rischio, colpa di lucchetti e supporti labili

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Grandi porzioni della nostra eredità culturale sonora sono già state distrutte o restano inaccessibili al pubblico, e la perdita permanente di registrazioni sonore insostituibili continua. Così dice la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, che ha pubblicato un rapporto, The State of Recorded Sound Preservation in the United States: A National Legacy at Risk in the Digital Age, che fa il punto della situazione in materia di conservazione delle registrazioni audio storiche.

Qualche dato: meno del 14% delle registrazioni sonore commerciali effettuate negli Stati Uniti prima del 1965 è disponibile al pubblico. Non c’è nessun piano coordinato per conservare tutte le registrazioni digitali diffuse via Internet tramite siti Web o podcast. Molti supporti digitali, come i CD registrabili, hanno una vita molto più breve dei supporti analogici che sostituiscono: da tre a cinque anni. Un disco di vinile, se conservato correttamente, invece “dura altri cento o duecento anni”, ha detto alla BBC Sam Brylawski, uno dei coautori del rapporto.

Il rapporto nota inoltre che molte registrazioni storiche sono già andate perdute: per esempio, la maggior parte delle trasmissioni radio fra il 1925 e il 1935, che pure erano state registrate all’epoca, è persa per sempre. Le apparizioni di interpreti come Duke Ellington e Bing Crosby e le radiocronache degli eventi sportivi dell’epoca sono state distrutte o riciclate.

Ma non è solo questione di supporti che si deteriorano o di registrazioni che non vengono conservate in partenza. Il rapporto della Biblioteca del Congresso sottolinea che “le leggi sul diritto d’autore statunitensi ostacolano la conservazione e l’accesso in molti modi, e questo va riesaminato”, ha detto Brylawski. “Nella maggior parte dei paesi europei, il copyright sulle registrazioni audio dura 50 anni; negli Stati Uniti, non ci sono registrazioni audio di dominio pubblico e non ce ne saranno fino al 2067”. Persino un cilindro di cera del 1895 è vincolato dalle leggi fino a quella data. Per come stanno oggi le leggi, le restrizioni imposte dal diritto d’autore renderebbero illegali gran parte delle iniziative di conservazione delle registrazioni sonore, secondo il rapporto.

Le 181 pagine del rapporto forniscono raccomandazioni dettagliate su come procedere per evitare di trovarsi, per esempio, con registrazioni insostituibili conservate soltanto su audiocassette, che Brylawski definisce “bombe a orologeria” che non saranno più ascoltabili. Voi cosa state facendo per conservare le vostre registrazioni audio personali? Spero non siate messi male come me, con una montagna di audiocassette che non ho mai tempo di digitalizzare.

Anticopia, craccato HDCP su Blu-ray e pay TV

Anticopia, craccato HDCP su Blu-ray e pay TV

La chiave supersegreta dell’anticopia su Blu-Ray e TV a pagamento non è più segreta

Il sistema anticopia HDCP (High-bandwidth Digital Content Protection) di Intel, concepito per impedire la duplicazione di audio e video digitali sugli apparecchi non autorizzati, in barba alle leggi che danno ai consumatori questo diritto per uso personale sui prodotti legalmente acquistati, è stato scavalcato definitivamente. La sua segretissima master key, la chiave passepartout che sblocca e sprotegge ogni cosa, è stata resa pubblica. Intel stessa ha confermato le voci che circolavano già in proposito.

In altre parole, tutte le complicazioni e le incompatibilità messe in atto per cercare di scoraggiare la pirateria non sono servite a nulla, se non a rendere più difficile la vita agli utenti onesti, afflitti dai costi maggiori di tutto il sistema anticopia (le case produttrici di lettori, televisori e proiettori pagano una royalty per poter usare l’HDCP e devono menomare i propri apparecchi). I pirati, invece copiavano allegramente qualunque cosa.

Il protocollo HDCP viene utilizzato per proteggere dalle intercettazioni i segnali digitali in uscita da set top box per TV via cavo e via satellite, lettori Blu-ray, console per videogiochi e altri apparecchi. Solo i televisori, monitor e proiettori autorizzati dalle case cinematografiche possono riprodurre questi segnali digitali protetti. Se avete un apparecchio tecnicamente in grado di riprodurre il segnale digitale ma non dotato di chip HDCP, siete fregati. L’HDCP era presente in Windows Vista già al debutto e penalizzava la fruizione di audio e video digitale da parte degli utenti legittimi anche sui computer dotati di questo sistema operativo (se il monitor non era compatibile HDCP, l’utente non poteva usarlo per vedere contenuti protetti, anche se ne aveva il diritto legale). C’è anche in Mac OS X.

Viene spontaneo pensare che a questo punto sarà più facile copiare i film in Blu-ray per vederseli su un computer o su un televisore non dotato di questi chip anticopia, ma in realtà esistono già metodi più che efficienti per questo genere di duplicazione, come dimostra la cattura da Iron Man 2 qui accanto. La vera novità è che ora diventa facile registrare digitalmente, senza perdita di qualità, i segnali delle TV via cavo e via satellite a pagamento in alta definizione. Finora questo era possibile solo accettando copie analogiche degradate.

Intel non sembra turbata dalla fuga di segreti: dice che farà causa a chiunque cerchi di realizzare apparecchi che la sfruttino. Buona fortuna: in un mercato nel quale anche risparmiare cinque dollari sui costi può significare la differenza fra essere competitivi o soccombere, sarà difficile che i fabbricanti in Cina, per esempio, resistano alla tentazione di generarsi le proprie chiavi HDCP invece di pagarle, offrendo così apparecchi meno cari e più versatili (ai quali si potranno, per esempio, collegare anche monitor o proiettori non-HDCP senza degrado artificiale della qualità).

Intanto Ars Technica riassume bene l’assurdità di questi sistemi anticopia: “A Intel e alle società di produzione di media non importa nulla che i loro sistemi di cifratura offrano soltanto una protezione simbolica e disagi ai consumatori; importa solo che siano sufficienti a soddisfare la soglia della [legge americana] DMCA per i sistemi di protezione dei contenuti: il loro vero strumento contro gli usi non approvati dei contenuti digitali è la minaccia di azioni legali, non la crittografia”. Oltretutto si sapeva già dal 2001 che il sistema HDCP era vulnerabile: bastava conoscere le chiavi di una cinquantina di apparecchi per recuperare la chiave passepartout usando un po’ di matematica.

In pratica, è oggi evidente che tutta la storia dell’HDCP era una foglia di fico data in pasto alle case discocinematografiche per convincerle a distribuire contenuti in alta definizione facendo loro credere di essere al riparo dalla pirateria. Invece i pirati incassano e la foglia di fico la paghiamo noi. Sotto forma di denaro per apparecchi più costosi e di ostacoli alla fruizione di quello che abbiamo legalmente acquistato. Deprimente.

28/10, Linuxday: a Cinisello ci sono anch’io

Linuxday a Cinisello, parlerò di Topolino e di nastri lunari perduti

Domattina sarò al LinuxDay/OpenDay a Villa Ghirlanda, Cinisello Balsamo, a presentare una relazione sull’obsolescenza dei dati digitali e del pericolo culturale dei formati proprietari e dei sistemi anticopia, facendo alcuni esempi concreti (Topolino e i nastri lunari, appunto).

Se passate da quelle parti, fatevi riconoscere! L’ingresso è gratuito ma è richiesta la registrazione.

Aggiornamento (2006/10/29)

La presentazione e una versione più estesa del testo della mia relazione sono disponibili qui in formato OpenDocument (leggibile con OpenOffice.org, NeoOffice, StarOffice e tutti i programmi conformi a questo standard ISO).

Radio: Apple contro il DRM, discografici nel panico

Disinformatico di domani: Steve Jobs propone di abolire il DRM, buona idea lanciata per pessime ragioni

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

La puntata del Disinformatico di domattina (Rete Tre RTSI, dalle 11 alle 12, anche in streaming) sarà dedicata al putiferio scatenato dalla proposta di Steve Jobs di vendere la musica senza sistemi anticopia. Le case discografiche rifiutano (tranne forse EMI), la FIMI ci mette il naso per confondere le acque, e ci si chiede perché Jobs debba fare una mossa apparentemente suicida che eliminerebbe il vendor lock-in sulle canzoni scaricate da iTunes e sul suo beneamato e stravenduto iPod.

Se volete intervenire via mail, scrivetemi a disinformatico@rtsi.ch. Tutti i dettagli della questione saranno pubblicati qui dopo la diretta, come ormai consueto.

Qui sotto, nel frattempo, potete partecipare a un sondaggio informale sull’argomento. Supponiamo che i negozi che vendono musica online legalmente ve la offrano (ai prezzi attuali) senza il DRM, ossia senza i lucchetti anticopia, quelli che impediscono per esempio di usare la musica di iTunes su lettori MP3 di altre marche non-Apple (salvo acrobazie). Sareste più inclini a comperare da loro?

  • Sì: perché il prodotto diventa più fruibile e viene venduto alle stesse condizioni dei CD (anche se leggermente inferiore come qualità audio), perché si diventa liberi di ascoltare il brano su qualsiasi apparecchio (lettore, computer, autoradio), perché il consumatore onesto non viene più trattato come ladro da cui difendersi, o perché volete dare un segno di incoraggiamento ai discografici e ai loro artisti.
  • No: ne comprereste ancora di meno, perché approfittereste della mancanza di lucchetti per scroccare ancora più facilmente che con il peer-to-peer. Per esempio, comprereste una canzone e poi la dareste gratis ai vostri amici, e i vostri amici farebbero lo stesso con voi, magari anche per il gusto di fregare i discografici.
  • Come prima: per voi non cambia nulla, per esempio perché non ne avete mai comprata e non avete comunque intenzione di farlo, perché preferite continuare a scaricare gratis dai circuiti peer-to-peer, perché comperate già dai negozi online e i lucchetti anticopia non vi danno fastidio, o perché i negozi online sono troppo complicati o non offrono quello che cercate.


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EMI: non volete l’anticopia? Pagate

EMI: negozianti di musica online, o mi pagate, o mi tengo l’anticopia

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “franz” e “salvatartiano”.

La casa discografica EMI ha suscitato speranze negli utenti ventilando l’ipotesi di vendere musica via Internet senza sistemi anticopia penalizzanti e inefficaci contro la pirateria, come raccontato di recente, anche in risposta all’appello anti-anticopia di Steve “Apple” Jobs. Sarebbe stata la prima major a farlo, a differenza delle etichette “minori” che vendono la propria musica senza lucchetti tramite siti come Emusic (che vanta 100 milioni di brani venduti).

Ma secondo Ars Technica, EMI ha cambiato radicalmente idea. O meglio, ha detto di essere disponibile a concedere la vendita dei brani dei propri artisti senza DRM a patto che i venditori le elargiscano un congruo anticipo. L’importo di quest’anticipo non è noto, ma è stato sufficiente a porre fine alle trattative con Apple, Microsoft, RealNetworks e Yahoo Music.

Un’altra ragione per il fallimento delle trattative è, stando sempre ad Ars Technica, la possibilità che la rivale Warner assorba la EMI (che è la piu’ piccola delle major del disco). E la Warner ha già giurato fedeltà al DRM, costi quel che costi.

Il ragionamento che ha portato EMI a chiedere un anticipo a titolo di indennizzo contro il presunto rischio derivante dalla vendita di canzoni senza lucchetto è che tutto sommato la situazione attuale delle vendite online è soddisfacente per i discografici, anche se non lo è per gli utenti che si trovano obbligati a usare una specifica marca di lettore hardware o software per usare i brani lucchettati legalmente acquistati. Di conseguenza, ragiona EMI, se i consumatori vogliono canzoni senza lucchetti, dovranno accollarsi un costo maggiore.

Geniale. Prima si vende un prodotto menomato, poi si chiede al consumatore di pagare di più se vuole la versione intatta. Nel frattempo, i pirati della musica se la spassano, e i discografici stessi, come notava Jobs, sono i primi a distribuire versioni non lucchettate delle proprie canzoni tramite i CD presenti in tutti i negozi.