Vai al contenuto
Microsoft si allea con Apple sull’iPhone del terrorista

Microsoft si allea con Apple sull’iPhone del terrorista

Credit: Wikipedia.

Nella questione della richiesta dell’FBI ad Apple di sbloccare il telefonino appartenuto a uno dei terroristi della strage di San Bernardino, in California, è entrato un altro nome che conta: Microsoft. Cosa più unica che rara, Microsoft si è schierata con Apple e contro l’FBI, e lo ha fatto con le parole di Brad Smith, President e Chief Legal Officer dell’azienda, che annunciano il deposito di una memoria legale in favore di Apple.

La memoria è sottoscritta non solo da Microsoft ma anche da molti altri nomi importantissimi dell’economia digitale: Amazon, Box, Cisco, Dropbox, Evernote, Facebook, Google, Mozilla, Nest Labs, Pinterest, Slack, Snapchat, WhatsApp e Yahoo. Tutti contrari alla richiesta dell’FBI.

In sintesi, spiega la memoria, secondo queste aziende “l’ordine del governo ad Apple supera i limiti delle leggi esistenti e, se applicato più estesamente, sarà dannoso per la sicurezza degli americani a lungo termine”. Questi grandi nomi collaborano regolarmente con le forze dell’ordine e molti “hanno squadre di dipendenti a tempo pieno… dedicate a rispondere alle richieste di dati dei clienti da parte delle forze di polizia”. Nessun desiderio di fiancheggiare criminali o terroristi: non c’è alcun “interesse a proteggere coloro che violano la legge. Ma [queste aziende] respingono l’affermazione infondata del governo secondo la quale la legge consentirebbe al governo stesso di requisire e comandare i tecnici di un’azienda per minare le funzioni di sicurezza dei loro prodotti”.

Spiega Brad Smith nell’annuncio: “L’ordine del tribunale a sostegno della richiesta dell’FBI cita l’All Writs Act, che è entrato in vigore nel 1789 ed è stato emendato in modo significativo per l’ultima volta nel 1911. Riteniamo che le questioni sollevate dal caso Apple siano troppo importanti per affidarle a una normativa ristretta risalente a un’altra era tecnologica per colmare quella che il governo ritiene sia una lacuna delle leggi attuali. Dovremmo invece rivolgerci al Congresso per trovare l’equilibrio necessario per la tecnologia del ventunesimo secolo… Se vogliamo proteggere la privacy personale e mantenere la sicurezza delle persone, la tecnologia del ventunesimo secolo va governata con leggi del ventunesimo secolo”.

Dopo aver citato il rispetto per il lavoro delle forze dell’ordine e le collaborazioni di Microsoft con gli inquirenti, Smith esprime un altro concetto fondamentale: “la gente non userà tecnologie di cui non si fida”. In altre parole, obbligare Apple (e poi, inevitabilmente, Microsoft e gli altri) a indebolire la sicurezza del proprio software non aiuterà gli inquirenti: i criminali e i terroristi non faranno altro che rivolgersi ad altri fornitori di hardware e software meno insicuri. Inoltre: “…la cifratura forte ha un ruolo vitale nel creare fiducia. Aiuta a proteggere le informazioni personali e i dati proprietari aziendali sensibili contro hacker, ladri e criminali, e non dovremmo creare delle backdoor tecnologiche che minino queste protezioni. Farlo ci esporrebbe tutti a rischi maggiori…. prendendo le difese di Apple, prendiamo le difese dei clienti che contano su di noi per tenere sicure e protette le proprie informazioni più private.”

Più chiaro di così non si può. Ma la vicenda ha anche un altro aspetto profondamente interessante: le crescenti richieste governative di accesso ai dati digitali dei sospettati custoditi dalle aziende nei cloud stanno trasformando il modo in cui queste aziende vedono i dati dei clienti. Se finora hanno pensato che questi dati potessero essere una miniera d’oro da analizzare e rivendere (Google e Facebook basano su questo i propri imperi economici), ora stanno cominciando a rendersi conto che avere accesso alle informazioni private dei clienti non è una risorsa, ma un onere. Un onere che espone colossi come Apple a richieste governative che possono devastarne il modello commerciale.

Nella questione è entrato anche Edward Snowden, con la sua solita brillante e concisa analisi su Twitter: “Se oltre all’utente c’è qualcun altro che può entrare, non è sicuro. L’accessibilità da parte del fabbricante è una vulnerabilità.” Per fare un paragone con situazioni più familiari, lo scenario che il governo americano sta cercando di far accettare è l’equivalente di una legge che obbliga i costruttori di case a custodire una copia delle chiavi d’ingresso di ogni casa che costruiscono. Il risultato è che i dipendenti infedeli dei costruttori possono abusare di queste chiavi e quelli fedeli sono soggetti all’interesse di criminali che, di fronte alla possibilità di razziare le case impunemente, non esiterebbero a ricorrere a corruzione e ricatti di quei dipendenti.

Ed è per questo che Apple e altri grandi nomi dell’informatica si stanno evolvendo verso una custodia dei dati dei clienti nella quale soltanto il cliente è in grado di decifrare i propri dati. Non per proteggere i criminali, ma per proteggere gli onesti.

Apple vs. FBI: il commento di Edward Snowden

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento).

Edward Snowden poco fa ha tweetato parole pesanti come macigni sulla controversia legale fra FBI e Apple che ho riassunto qui. Le traduco qui sotto.

Giornalisti: i funzionari governativi stanno occultando dettagli fondamentali nel caso FBI contro Apple. Qui è giusto essere scettici:

[traduzione del testo contenuto nell’immagine che accompagna il tweet:]

1) L’FBI ha già tutti i tabulati delle comunicazioni del sospettato – con chi ha parlato e come lo ha fatto – perché questi dati sono già custoditi dai fornitori di servizi, non sul telefonino stesso.

2) L’FBI ha già ricevuto backup completi di tutti i dati del sospettato fino ad appena 6 settimane prima del reato.

3) Copie dei contatti del sospettato con i suoi colleghi – la cosa alla quale l’FBI afferma di essere interessata – sono disponibili in duplicato sui telefonini di quei colleghi.

4) Il telefonino in oggetto è un telefono di lavoro fornito dal governo, soggetto al consenso di monitoraggio; non è un dispositivo segreto di comunicazione per terroristi. I telefonini “operativi” che si ritiene nascondano informazioni incriminanti, recuperati dall’FBI durante una perquisizione, sono stati fisicamente distrutti, non “protetti da Apple”.

5) Esistono mezzi alternativi per ottenere accesso a questo dispositivo – e ad altri – che non richiedono l’assistenza del fabbricante.

Perché Apple va contro l’FBI sull’antiterrorismo?

Perché Apple va contro l’FBI sull’antiterrorismo?

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2016/02/19 18:20.

Non capita spesso che una multinazionale difenda i diritti dei cittadini dalle ingerenze del loro governo; di solito è il contrario. Eppure è questo il senso della lettera aperta che Tim Cook, boss di Apple, ha pubblicato in risposta alla richiesta dell’FBI, appoggiata dall’ordine del giudice, di sbloccare un iPhone 5c appartenuto a Syed Farook, che insieme alla moglie Tashfeen Malik ha ucciso 14 persone a dicembre 2015 a San Bernardino, in California. I due sono periti poco dopo in un conflitto a fuoco con la polizia e ora l’FBI vuole accedere all’iPhone di Farook nell’ambito delle proprie indagini, ma non ha la password del dispositivo. Non ce l’ha neanche Apple: l’unico ad averla era Farook.

L’FBI non può tentare tutte le password possibili: ci vorrebbe troppo tempo, perché l’iPhone 5c impone una pausa lunghissima fra i tentativi e c’è il rischio che lo smartphone sia stato impostato in modo da cancellare i dati dopo dieci tentativi sbagliati. Inoltre i dati sul telefonino, in particolare foto e messaggi, sono cifrati e serve un codice di decifrazione.

Gli inquirenti vogliono che Apple scriva una versione su misura di iOS che tolga a quello specifico telefonino le pause obbligate e la cancellazione dei dati, in modo che possano tentare rapidamente tutte le password possibili e alla fine trovare quella giusta.

Come spiega bene The Register, Apple si rifiuta di collaborare per non stabilire un precedente legale pericoloso e preoccupante (lo hanno sottolineato anche Sundar Pichal, CEO di Google, in una serie di tweet; e il consiglio di redazione del New York Times in un editoriale), ma anche perché la protezione della privacy e della sicurezza dei propri clienti è uno dei punti fondamentali della propria immagine commerciale per distinguersi dai concorrenti: in sostanza, acconsentire alla richiesta dell’FBI dimostrerebbe che i suoi telefonini non sono così sicuri come sembrano.

Va detto, a questo proposito, che l’iPhone in questione è un 5c, che non ha le ulteriori protezioni (per esempio la Secure Enclave) introdotte nei modelli successivi. Le autorità federali statunitensi stanno chiedendo ad Apple di dimostrare che è in grado di creare versioni insicure del proprio sistema operativo, minando così alla base la fiducia dei suoi clienti, che si chiederebbero se gli aggiornamenti di iOS contengono falle intenzionali di sicurezza su richiesta governativa.

C’è poi la questione che se Apple accetta la richiesta del governo statunitense rischia di trovarsi di fronte a richieste analoghe di altri governi, che magari hanno una visione molto particolare del concetto di terrorismo e potrebbero citare questo precedente per forzare la mano ad Apple.

Fra l’altro, l’FBI sta chiedendo ad Apple di sabotare la sicurezza generale dei clienti iPhone in cambio di una manciata di dati di utilità discutibile per le indagini: gli inquirenti hanno già ricevuto da Apple i backup del telefonino in questione fino al 19 ottobre, per cui mancano soltanto i dati delle ultime settimane prima dell’attentato, e il telefonino è quello dato a Farook dal Dipartimento per la Salute di San Bernardino per lavoro; i suoi due telefonini privati li ha distrutti preventivamente. Sembra poco plausibile che Farook usasse il telefonino di lavoro per contattare dei terroristi invece di usare i suoi telefonini privati. Questo fa pensare che i dati realmente importanti fossero sui cellulari distrutti e che quello sopravvissuto contenga informazioni poco significative.

Su Le Scienze scrivo di pseudoscienza nell’antiterrorismo

Su Le Scienze scrivo di pseudoscienza nell’antiterrorismo

Il numero di questo mese di Le Scienze (il 569), in edicola da oggi, mi ospita con un articolo sui metodi assurdamente pseudoscientifici usati troppo spesso nella lotta al terrorismo. Queste sono alcune delle fonti di riferimento per le cose apparentemente incredibili che ho scritto nell’articolo:

The story of the fake bomb detectors, di Caroline Hawley (BBC, 2014)

Everything you need to know about encryption: Hint, you’re already using it, di Andrea Peterson (Washington Post, 2015)

Trump says “closing that Internet” is a good way to fight terrorism, di Jon Brodkin (Ars Technica, 2015)

New EU cybersecurity rules neutered by future backdoors, weakened crypto, di Glyn Moody (Ars Technica, 2015)

Telegram blocca gli utenti pro-ISIS. Ma come fa a riconoscerli, se è tutto cifrato come dice?

Telegram blocca gli utenti pro-ISIS. Ma come fa a riconoscerli, se è tutto cifrato come dice?

La notizia che gruppi legati al terrorismo dello Stato Islamico comunicano usando l’app Telegram perché offre una crittografia dei messaggi migliore rispetto agli altri sistemi di messaggistica ha spinto i gestori di Telegram a intervenire annunciando di aver “bloccato 78 canali legati all’ISIS in 12 lingue”.

Ma gli utenti legittimi di Telegram, quelli che usano la sua crittografia per comunicare in modo riservato per tutelare la propria privacy, come è diritto di chiunque fare, hanno drizzato le orecchie: se Telegram cifra i messaggi così bene che neanche i suoi gestori li possono leggere (come dichiarato nelle sue FAQ), come fa a sapere quali messaggi bloccare?

La risposta è che in realtà non tutto il traffico di dati delle comunicazioni di Telegram è cifrato. Spiega infatti Telegram: “tutte le chat di Telegram e le chat di gruppo sono private fra i loro membri… Tuttavia i pacchetti di sticker, i canali e i bot su Telegram sono pubblicamente disponibili”. I canali di Telegram sono un modo per trasmettere uno stesso messaggio a un numero elevato di destinatari, mentre i bot sono degli account di gestione automatica dei messaggi e i pacchetti di sticker (sticker set) sono gruppi di icone disegnate in dettaglio, che mostrano un personaggio e rappresentano un’azione o un’emozione (degli emoji più raffinati, insomma). E poi ci sono i metadati: chi ha parlato con chi, le rubriche telefoniche degli utenti, e altro ancora.

L’intervento dei gestori di Telegram, quindi, si limita a questi aspetti del servizio: i messaggi all’interno dei gruppi privati su Telegram restano inaccessibili. L’unico modo per monitorare questi gruppi è infiltrarli e farne parte, segnalandoli all’apposito indirizzo abuse@telegram.org.

Threema, l’app svizzera consigliata dall’ISIS, spiega dove sbaglia chi vuole bandirla

Threema, l’app svizzera consigliata dall’ISIS, spiega dove sbaglia chi vuole bandirla

Si dice spesso che la cattiva pubblicità non esiste: se parlano del tuo prodotto, nel bene o nel male, comunque ne stanno parlando e lo stanno facendo conoscere. Però vedersi raccomandare da un gruppo terroristico come l’ISIS, come è successo all’app di messaggistica svizzera Threema, non è un tipo di testimonial particolarmente desiderabile.

Threema è stata segnalata in una guida, distribuita a gennaio tra i seguaci dell’ISIS, come una delle forme di comunicazione online più sicure (difficilmente intercettabile) perché neanche i suoi gestori possono decifrare il contenuto dei messaggi scambiati fra due utenti.

Molti governi, in seguito agli attentati di Parigi, stanno spingendo affinché questo genere di messaggistica venga bandito. Sia il direttore dell’FBI, James Comey, sia il direttore della CIA, John Brennan, hanno dichiarato che se non viene introdotta una backdoor, ossia una sorta di chiave governativa che permetta di decifrare e monitorare i messaggi online, i terroristi e i criminali di ogni genere avranno in queste app di messaggistica una risorsa impenetrabile a disposizione per i loro scopi.

Il problema tecnico di quest’idea è che non considera che chi fa crimine o terrorismo probabilmente non rispetterebbe un divieto governativo di usare una certa app.

Terrorista 1: “Ti devo passare le istruzioni per fare una bomba contro il governo.”
Terrorista 2: “OK, mandamele tramite un’app che il governo non può intercettare.”
Terrorista 1: “Uh… il governo che vogliamo far saltare in aria ha detto che le app che non può intercettare sono vietate.”
Terrorista 2: “Ah, allora non possiamo usarle. Peccato.”

Per come è fatta Internet e per come è fatto il software, non c’è nulla che impedisca a un gruppo criminale o sovversivo di scriversi una propria app di messaggistica cifrata e usarla, per cui eventuali divieti governativi avrebbero un solo effetto: quello di indebolire la sicurezza e la privacy di aziende e cittadini onesti, lasciando indisturbati i malfattori.

La cifratura senza backdoor viene usata dalle banche, dagli ospedali, dagli enti pubblici per tutelare i dati: anch’io, come giornalista, uso app come Threema per garantire la riservatezza delle mie fonti. E c’è un altro problema: se un governo ha un passepartout, come fa a garantire che non finisca nelle mani dei criminali o di altri governi, dando loro un potere enorme?

Roman Flepp, portavoce di Threema, ha spiegato infatti che “sacrificare alcuni dei fondamenti delle nostre democrazie, come la libertà, la riservatezza e il diritto all’espressione in cambio di un falso senso di sicurezza non sembra essere una cosa furba da fare”. E giganti dell’informatica come Google, Apple, Microsoft, Intel e Facebook confermano quest’opinione: di recente hanno dichiarato congiuntamente che “La crittografia è uno strumento di sicurezza al quale ci affidiamo ogni giorno per impedire ai criminali di svuotarci i conti correnti, per proteggere le nostre automobili e i nostri aerei dall’essere sabotati da attacchi informatici e in generale per tutelare la nostra sicurezza e riservatezza. Indebolire la sicurezza dicendo di voler migliorare la sicurezza è semplicemente un controsenso”. Il rischio di abbandonarsi al teatrino della sicurezza, politicamente appagante ma tecnicamente rovinoso, è insomma chiaro agli esperti. Speriamo che lo sia anche ai politici.

Piccolo promemoria: se pubblicate un falso allarme terrorismo su WhatsApp, vi beccano

Piccolo promemoria: se pubblicate un falso allarme terrorismo su WhatsApp, vi beccano

A quanto pare non a tutti è ben chiaro che quello che si scrive in un social network non è privato e non è anonimo e che anche nel mondo virtuale le parole hanno un peso. Non è chiaro, in particolare, alla persona che ha pubblicato alcuni giorni fa su WhatsApp un avviso di non prendere il treno e non recarsi alla stazione di Zurigo il prossimo 12 dicembre, seguito dall’invito a inoltrare a tutti l’avvertimento.

Il messaggio ha puntualmente preso a circolare all’impazzata, causando ovviamente apprensione a molti dopo gli attentati di Parigi, ma la Polizia della città di Zurigo ci ha messo poco a rintracciare l’origine del falso allarme e scoprire che si tratta di un diciannovenne svizzero, domiciliato nel canton Zurigo, che è stato fermato e interrogato dalle autorità.

C’è chi si chiede come sia possibile rintracciare così un messaggio su WhatsApp, visto che a novembre 2014 è stato annunciato che l’app protegge i messaggi cifrandoli end-to-end e quindi rendendoli in teoria illeggibili non solo da parte di terzi ma addirittura da parte del personale tecnico di WhatsApp. I metodi esatti usati dagli specialisti informatici della Polizia non sono stati precisati, ma va ricordato che in realtà questa cifratura end-to-end su WhatsApp vale soltanto se lo scambio di messaggi è fra due telefonini Android: se uno dei due è un iPhone, viene usato un sistema di cifratura più debole (non end-to-end ma da dispositivo mittente a server e da server a dispositivo ricevente), come hanno segnalato numerosi esperti. Infatti ancora oggi le FAQ di WhatsApp dichiarano che “la comunicazione WhatsApp fra il vostro telefonino e il nostro server è cifrata”, che è ben diverso dalla crittografia end-to-end.

Inoltre c’è la questione dei metadati: anche se il contenuto di un messaggio è illeggibile, sapere le dimensioni del messaggio, chi l’ha mandato e chi l’ha ricevuto e a che ora l’ha fatto è sufficiente per ricostruire il percorso di un messaggio.

Fonti: Swissinfo, Tio.ch, Giornale del Popolo, 20min.ch, Corriere del Ticino.

Attacco informatico firmato ISIS oscura TV francese: bella forza, le password erano visibili

Attacco informatico firmato ISIS oscura TV francese: bella forza, le password erano visibili

La notizia che un attacco informatico rivendicato dall’ISIS è riuscito addirittura a bloccare le trasmissioni televisive di un’emittente francese, TV5Monde, e prendere il controllo del suo sito Web e dei suoi account Facebook e Twitter, ha suscitato scalpore e preoccupazione, ma molti indizi suggeriscono che il successo dell’incursione potrebbe non essere merito della sofisticazione tecnica degli aggressori.

Breaking3zero.com ha pubblicato una propria ricostruzione sorprendentemente dettagliata degli eventi, ma non è chiaro quali siano le sue fonti e se la ricostruzione abbia riscontri. Si sa di certo, invece, che in più occasioni le interviste in video ai giornalisti di TV5Monde mostrano sullo sfondo, oppure su un Post-it, delle password perfettamente leggibili anche in video, come si vede qui sotto.

Credit: pent0thal

Queste password sono ancora in bella vista anche dopo l’attacco. Una di esse è lemotdepassedeyoutube, ossia “la password di Youtube”, a protezione (si fa per dire) di un account Youtube di TV5Monde, come ha notato su Twitter l’utente pent0thal guardando questo video, girato dopo l’attacco, dal quale è tratto il fotogramma mostrato qui sopra. Nella stessa immagine, sempre alle spalle dell’intervistato, si legge anche chiaramente la parola Instagram e un altro dato che ha tutta l’aria di essere una password (TV5131W).

Se questo è il livello di attenzione alla sicurezza adottato dal personale della redazione di TV5Monde, la spiegazione più probabile dell’attacco è che qualcuno della redazione abbia abboccato a una classica mail di phishing oppure che qualcuno abbia notato le password sullo sfondo in qualche diretta televisiva e che non fossero attive le misure di sicurezza basilari, come la verifica in due passaggi (o autenticazione a due fattori).

Nessun “hacker” ultrasofisticato al soldo dell’ISIS, insomma, ma tanta superficialità di cui qualche dilettante esaltato ha approfittato, ottenendo un risultato spettacolare all’apparenza ma in realtà banale nella sostanza. Va notato, fra l’altro, che gli aggressori hanno bloccato le trasmissioni ma non sono riusciti a mandare in onda dei propri video, e questo è un altro indicatore della portata relativamente limitata dell’attacco: non hanno preso il controllo, ma hanno semplicemente spaccato tutto. Siamo ben lontani da prodezze come quelle di Captain Midnight e di altri negli anni Ottanta negli Stati Uniti, che avevano messo in onda delle proprie trasmissioni al posto di quelle normali.

Un’altra dimostrazione della pochezza degli attacchi attribuiti all’ISIS o a suoi simpatizzanti è l’altro bersaglio preso di mira in questi giorni e segnalato con drammaticità per esempio da 20min.ch: i boy scout svizzeri. Non sto scherzando. Seriamente, ISIS, ve la prendete con un sito dei boy scout? Ci fate la figura dei bulletti che rubano le caramelle ai bambini e si sentono eroi.

In realtà basta un giro sui siti che catalogano i defacement (attacchi di puro vandalismo) per scoprire che lo stesso aggressore che ha violato un sito dei boy scout svizzeri se l’è presa con tanti altri siti di vari paesi, tutti accomunati dal fatto di essere siti di piccolo calibro, con difese scarse o inesistenti.

Insomma, non c’è nessun supercriminale in ballo e la Svizzera non è particolarmente presa di mira. In sintesi, incidenti come questi non devono indurre al panico, ma vanno considerati come una buona occasione per mettersi, finalmente, a imparare per bene e mettere in pratica le regole di base della sicurezza informatica invece di appiccicare al monitor password scritte sui Post-it.

Attentato a Boston, attenzione ai link che promettono immagini drammatiche

Attentato a Boston, attenzione ai link che promettono immagini drammatiche

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il dramma delle esplosioni alla maratona di Boston ha scatenato il meglio e il peggio di Internet. Se da un lato la Rete permette di informare, coordinare i soccorsi e ritrovare i dispersi (per esempio con il Person Finder attivato subito da Google), dall’altro sta permettendo una vera e propria pornografia della violenza alimentata dal basso oltre che dall’accanimento di certi giornalisti.

Vedo che su blog e social network vengono pubblicate e inoltrate immagini terribili delle vittime. Piantatela. Non servono a niente. Non fanno altro che amplificare l’effetto di shock desiderato dai vigliacchi che hanno organizzato il massacro. Dimostrano solo un voyeurismo morboso verso la sofferenza altrui. Pensate all’effetto che possono avere sulle menti dei giovani e dei bambini che si affacciano alla Rete e si trovano questa roba in bacheca su Facebook.

Come accade sempre quando ci sono notizie di portata planetaria, i creatori di truffe e attacchi informatici approfitteranno (anzi, probabilmente stanno già approfittando) di questa curiosità per disseminare link che promettono immagini scioccanti o rivelazioni clamorose e portano invece a siti infettanti o rubapassword. Motivo in più per evitare questo materiale.

Non mancano, anche qui come al solito, le bertucce che strillano le tesi complottiste più idiote e si chinano ossessivamente sui filmati e sulle immagini alla ricerca di chissà quali indizi che confermino la loro visione del mondo. Anche qui, inoltrare o additare questi deliri non serve a nulla se non ad amplificarli e a far perdere tempo alla gente distraendola dai problemi veri, per cui non darò pubblicità alle elucubrazioni basate su foto sgranatissime di passanti misteriosi e via discorrendo.

Se vedete in televisione o in Rete questi imbecilli in cerca di attenzioni, ricordate che potete sempre cambiare canale o sito e spendere il vostro tempo in qualcosa di più produttivo e positivo di una battaglia di commenti o dell’ennesimo bollettino di ipotesi rigurgitate da teste parlanti ansiose di riempire il vuoto dei fatti: per esempio, una parola di cortesia in più verso uno sconosciuto, un abbraccio in più alle persone amate. O la lettura di queste parole potenti di Bruce Schneier: vinciamo il terrorismo se rifiutiamo di farci terrorizzare.

In tutta questa giostra insanguinata d’immagini è facile perdere di vista l’unico fatto degno di attenzione e riflessione. Non le persone dilaniate, non le grida di panico, non quei pochi coglioni senza nome che hanno piazzato le bombe. Ma la gente che corre ad aiutare.