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Anonymous “attacca” la pagina Facebook di Salvini? Occasione per ripassare la sicurezza di base

Anonymous “attacca” la pagina Facebook di Salvini? Occasione per ripassare la sicurezza di base

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Leggo su ANSA che ieri sera c’è stato un “attacco” di Anonymous Italia alla pagina Facebook del segretario della Lega Matteo Salvini: nella pagina, dice ANSA, è stato postato un messaggio (il solito slogan di Anonymous) accompagnato da un’immagine della maschera-logo di Anonymous. Il Fatto Quotidiano ha lo screenshot completo e altri dettagli.

Lascio perdere qualunque considerazione politica, ma l’episodio mi sembra una buona occasione per ricordare che esistono alcune regole di base della sicurezza informatica che andrebbero rispettate:

– usare password non ovvie
– usare password non usate altrove
– attivare l’autenticazione a due fattori (ce l’ha anche Facebook dal 2011, ma è largamente ignorata)
– impostare i contatti fidati per il recupero dell’account
– controllare che ogni richiesta di password sia in HTTPS (lucchetto chiuso)
– non abboccare alle mail di phishing

Sarebbe interessante sapere se/quali/quante di queste regole sono state disattese, permettendo questo “attacco” (la mia chiave pubblica PGP è a disposizione). Uso le virgolette perché se manca il rispetto di queste basi, parlare di “attacco” è un’esagerazione: significa attribuire all’intruso una temibile sofisticazione che in realtà non è stata necessaria. Certo, violare un account è comunque un reato, ma se lascio la chiave di casa sotto lo zerbino, dico forse che mi hanno attaccato la casa? O semmai dico che sono pirla io che ho lasciato la chiave in un posto ovvio?

Cogliete insomma l’occasione per mettere a posto le impostazioni di sicurezza del vostro account Facebook e anche degli account che avete altrove. Non vorrete mica fare la stessa fine di Salvini.

Hai dimenticato la password? Nessun problema: questo sito di e-commerce italiano non la controlla

Hai dimenticato la password? Nessun problema: questo sito di e-commerce italiano non la controlla

Mi è stato segnalato un sito di commercio online italiano che ha definitivamente
risolto il problema degli utenti che dimenticano le password usando una
soluzione decisamente originale: non controlla la password.

Incuriosito e leggermente incredulo che qualcuno possa commettere uno
scivolone del genere, vado alla home page del sito, clicco su Login e
mi registro. 

Il sito è perentorio: la password deve essere lunga almeno sei caratteri e
deve contenere almeno un numero. Perché la sicurezza è una cosa seria. Va
bene: immetto una password conforme.

Ricevo dal sito la mail che mi invita a cliccare su un link o immettere un
codice per confermare e attivare il mio account. Faccio quanto richiesto, e mi
scollego.

L’account funziona: posso entrare e vedere il mio profilo. Posso scegliere
prodotti e metterli nel carrello.

Faccio logout, rientro facendo login, scrivo il mio indirizzo di mail e
lettere a caso nel campo della password, ed ecco che mi ritrovo nel mio
account.

Ma dai, sarà un errore mio. Magari il sito usa un cookie per fare a
meno di digitare la password. Però la password me l’ha chiesta.

Provo con un altro browser, che non ho mai usato per fare login a quel sito.
Scrivo il mio indirizzo di mail, scrivo lettere a caso nel campo della
password…. e sono dentro di nuovo.

Provo a questo punto su un altro computer. Vado alla home page, clicco su
Login, immetto il mio indirizzo di mail e tre caratteri random
nel campo della password, violando quindi anche la regola dei sei caratteri
minimi obbligatori… e sono di nuovo nel mio account.

Posso vedere i dati del mio profilo: nome, cognome, indirizzo di casa, numero
di telefono. Se avessi fatto ordini, probabilmente potrei vedere anche quelli.

Ho trovato sul sito l’indirizzo del responsabile della protezione dei dati
(DPO) e gli ho scritto oggi quanto segue:

Buongiorno,

sono Paolo Attivissimo, giornalista informatico. Vi
segnalo che è possibile entrare nel vostro sito di e-commerce
[omissis] digitando qualunque cosa al posto della password, anche
semplicemente tre lettere a caso.

Questo consente a chiunque di
accedere ai dati personali dei vostri clienti semplicemente conoscendone
l’indirizzo di mail.

Ritengo che questo configuri una grave
violazione della sicurezza e della privacy dei vostri clienti, con potenziali
ripercussioni in termini di GDPR.

Vi invio questa segnalazione
affinché possiate rimediare. Qualora dovessero trascorrere 15 giorni di
calendario dalla segnalazione senza un vostro riscontro, riterrò assolto il
mio dovere di “responsible disclosure” e mi riserverò a quel punto l’opzione
di pubblicare i dettagli la notizia nell’interesse dei vostri clienti.

Ho
pubblicato un articolo preliminare, senza citare il vostro nome, presso
Disinformatico.info.

Cordiali saluti
Paolo Attivissimo
Lugano,
Svizzera

Vediamo che succede.

2021/02/21 19:50. Stando alle prime indicazioni, il problema riguarda
gli account creati di recente; gli utenti che hanno account sul sito da
parecchio tempo segnalano che per loro le password sbagliate vengono
rifiutate.

2021/02/21 20:30. Ora il sito non accetta più qualunque cosa al posto
della password, ma in compenso non accetta neanche la password
effettiva dell’account che ho creato. Ho cliccato su
“Ho dimenticato la password” per resettarla e mi è arrivato
correttamente via mail il link per resettarla. L’ho cambiata e ora non mi
accetta neppure questa.

2021/02/22 16:20. Oggi ho ricevuto una mail dal DPO che mi ha
ringraziato per la segnalazione, che è stata presa in carico dall’azienda.
Sono in corso verifiche e l’accesso, mi dice sempre il DPO, è ora possibile
soltanto immettendo nome utente e relativa password. Dice inoltre che mi
aggiornerà sui risultati delle verifiche. Ho fatto di nuovo il reset della
password e ora entro correttamente soltanto con la mia password effettiva.

2021/02/22 20:05. Su richiesta dell’azienda, ho modificato l’immagine
che rappresenta il tentativo di login.

Forza Italia, login e password della intranet sono in Google

Forza Italia, login e password della intranet sono in Google

Ultimo aggiornamento: 2021/02/13 15:20.

Ancora una storia di password a spasso (spassword?) per oggi, e poi smetto.

Da fonte attendibile mi arriva la conferma che login e password pubblicate su Google sono valide. Magari sono io che sbaglio e a loro va bene così. Vediamo se mi rispondono.

 

2021/01/28 13:45. Ho risollecitato pubblicamente, visto che non ho avuto risposta e la password non è cambiata e resta pubblicamente disponibile. 

 

2021/01/28 14:50. Una prima risposta è arrivata:

 

2021/02/13 15:20. La password è stata cambiata, per cui adesso posso anche rendere pubblica la situazione precedente: la login di Azzurranet era forza, e la password era italia. Ed era così dal 2017, a giudicare dai dati pubblicati e reperibili in Google con una semplice ricerca.

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Il Touring Club Italiano pubblica login e password di accesso a un suo sito

Il Touring Club Italiano pubblica login e password di accesso a un suo sito

Ultimo aggiornamento: 2021/01/24 16:45. 

Poi la gente si chiede come mai i siti vengono “hackerati” così spesso e
immaginano chissà quali acrobazie hanno fatto i criminali per violarli. Magari,
in realtà, hanno semplicemente trovato con Google
un documento PDF messo online che contiene login e password.

È quello che è successo al Touring Club Italiano qualche giorno fa. Sul suo
sito http://www.bandierearancioni.it c’era un documento (qui), in formato PDF, che conteneva dettagliate istruzioni su come accedere
all’area riservata del sito e quali credenziali inserire.

Ho segnalato la cosa pubblicamente al Touring Club Italiano:

Ho ricevuto risposta:

Il documento è stato rimosso, per cui ne posso parlare pubblicamente.

Il problema è che quella login e quella password sono pubblicati da vari altri siti, non solo in PDF ma esplicitamente su pagine web pubbliche, e sono facilmente reperibili in Google. Per cui è sostanzialmente inutile che io li mascheri. Posso solo sperare che nel frattempo i responsabili abbiano cambiato login e password (ovviamente non ho potuto verificarlo). I documenti sembrano risalire ad alcuni anni fa, per cui c’è qualche speranza. Ma va considerato che all’epoca quella password era sicuramente valida ed era pubblicata.

 

 

In ogni caso, questa vicenda è un buon promemoria del fatto che le password non si mettono mai online in cartelle pubblicamente accessibili contando sul fatto che tanto nessuno ne conosce il link, perché se sono pubblicamente accessibili verranno esplorate dai motori di ricerca e il link verrà pubblicato.

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Perché Senato.it e altri siti istituzionali pubblicano la password per richiedere un certificato per corrieri fiduciari?

Perché Senato.it e altri siti istituzionali pubblicano la password per richiedere un certificato per corrieri fiduciari?

Un documento PDF pubblico su Senato.it
contiene login e password per richiedere un certificato digitale per “corrieri
fiduciari”. Le stesse istruzioni sono presenti su molti altri siti istituzionali dell’UE, facilmente reperibili con una ricerca in Google.

Non capisco il senso di mettere una password su una
procedura, se poi si pubblica quella password. Dove sto sbagliando?

 

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Un altro giorno, un altro documento con password del server visibile in Google: Regione Veneto

Il 22 gennaio scorso, a seguito di una segnalazione confidenziale, ho scritto questo tweet:

Ho cercato sul sito della Regione Veneto e ho trovato l’indirizzo del responsabile della protezione dei dati personali (DPO), ossia dpo[chiocciola]regione.veneto.it. Gli ho scritto subito questa mail:

Buongiorno,

sono un giornalista informatico, collaboratore della Radiotelevisione
Svizzera. Vi segnalo questo vostro documento, accessibile via web,
contenente le credenziali di accesso.

http://repository.regione.veneto.it/[OMISSIS].doc

Credo sia opportuno rimuoverlo e aggiornare le credenziali citate,
specificamente la password, qualora sia ancora corrente.

Cordiali saluti

Paolo Attivissimo

Sul sito, a quell’URL, c’era infatti un documento Word, scritto da andrea-altinier, contenente login e password per accedere al repository del sito. Non ne riporto il testo e l’URL completo per ovvie ragioni.

Il documento è stato sostituito il giorno stesso con una nuova versione priva di dati sensibili e oso sperare che anche la password sia stata cambiata, perché il documento originale risaliva al 18 luglio 2012 (il che significa che nel 2012 era valido e a qualcuno pareva sensato mettere online la propria password).

Ma la rimozione di un documento accessibile via web non comporta automaticamente la scomparsa di tutte le copie di quel documento, e in più non posso sapere se la password è ancora valida, perché provarla potrebbe essere considerata una violazione di domicilio informatico. Non ho ricevuto una parola di risposta dal DPO, ma pazienza.

Continua insomma la litania dei siti che pubblicano disinvoltamente le proprie password in documenti accessibili a chiunque, senza pensare che qualunque documento visibile verrà indicizzato da Google e sarà quindi facilmente scopribile. I livelli di inettitudine e di incoscienza necessari per fare queste cose sono agghiaccianti. E non è ancora finita.

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Ha 240 milioni di dollari in bitcoin e solo due tentativi per indovinare la password che li protegge

Ha 240 milioni di dollari in bitcoin e solo due tentativi per indovinare la password che li protegge

Stefan Thomas. Credit:
NYT.

Se la storia di un britannico che ha
buttato in discarica
un disco rigido contenente oltre 200 milioni di euro in bitcoin è da incubo,
non è da meno, ed è forse peggiore, quella di Stefan Thomas. Un disco rigido
perso in discarica è perso: non ce l’hai più sotto il naso. Ma nel caso di
Stefan Thomas la fortuna in bitcoin, circa 240 milioni di dollari, è davanti a
lui che gli fa marameo.

Thomas è un programmatore che vive a San Francisco. Più di dieci anni fa,
spiega il
New York Times, è stato pagato per un lavoro con 7002 bitcoin. All’epoca ciascuno di quei
bitcoin valeva pochi dollari. Oggi ne vale oltre 30.000.

Thomas ha salvato quegli spiccioli in un portafogli digitale IronKey, una
chiavetta ultrasicura protetta da una password… e poi ha perso il foglietto
sul quale aveva scritto la password.

La chiavetta è ancora nelle sue mani, ma il contenuto è inaccessibile senza
password. Cosa peggiore, dopo dieci tentativi falliti il dispositivo bloccherà
completamente l’accesso e non consentirà altri tentativi. A Thomas ne sono
rimasti soltanto due.

La vicenda di Stefan Thomas è arrivata all’attenzione di vari esperti
informatici, compreso Alex Stamos, professore a Stanford e grandissimo esperto
di sicurezza informatica, che ha mandato un
tweet
a Thomas con una considerazione molto allettante: per 220 milioni di dollari
in Bitcoin criptati non è il caso di fare dieci tentativi di indovinare la
password. Semmai si assoldano dei professionisti che si comprino delle
chiavette uguali e investano sei mesi a cercare una via per accedere ai dati o
almeno rimuovere il limite di tentativi. Stamos si offre di organizzare il
tutto in cambio del 10%, che sono 22 milioni di dollari.

Quello di Thomas non è l’unico caso di criptovalute inaccessibili: si stima
che i bitcoin bloccati o dimenticati in tutto il mondo ammontino a circa 140 miliardi di
dollari.

Ricercatore di sicurezza dice di aver indovinato la password di Trump su Twitter

Ricercatore di sicurezza dice di aver indovinato la password di Trump su Twitter

Ultimo aggiornamento: 2020/10/23 14:35.

Victor Gevers, un ricercatore di sicurezza olandese molto noto nel settore (@0xDUDE), ha dichiarato di essere riuscito a entrare nell’account Twitter personale del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, semplicemente indovinandone la password dopo cinque tentativi.

Secondo Gevers, la password di Trump era maga2020! e l’autenticazione a due fattori era disattivata. Il ricercatore dice di aver allertato il governo statunitense del problema. Tutta la vicenda è pubblicata su de Volkskrant e su Vrij Nederland (entrambi in inglese).

La Casa Bianca smentisce, e Twitter dice di non aver visto prove a sostegno (che, sia chiaro, non è una smentita categorica). Però Gevers ha mostrato a de Volkskrant delle comunicazioni ricevute dal Secret Service statunitense sulla vicenda, e dichiara di avere messo al sicuro un file che contiene le prove della vicenda e altre informazioni importanti e di tenerlo come garanzia che non gli succeda nulla di “inatteso”. La sua cautela è tipica del settore della sicurezza informatica, ma è anche basata su un precedente: Gevers e altri erano infatti già entrati nell’account di Trump nel 2016, quando la password era yourefired.

All’epoca, dice Gevers, avevano avvisato le autorità statunitensi. Ma a quanto pare l’avviso non è servito a nulla, perché la sicurezza dell’account di Trump  era ancora un colabrodo.

Ci sono alcuni punti ancora da chiarire nella notizia: altri ricercatori stanno facendo le pulci alle dichiarazioni di Gevers e hanno notato delle apparenti incoerenze, due delle quali però sono già state risolte (conta dei caratteri anomala nello screenshot (anche qui) e lunghezza insufficiente). 

Si obietta inoltre che gli account Twitter legati alle elezioni presidenziali statunitensi hanno delle protezioni speciali, ma allo stesso tempo va notato che la presunta violazione riguarda l’account personale di Trump (@realdonaldtrump, non @POTUS) e che l’autenticazione potrebbe essere stata disattivata durante il recente ricovero in ospedale del presidente USA. E la reputazione di Gevers, che ha al suo attivo una lunga carriera di divulgazione responsabile di problemi di sicurezza, è fortissima.

In ogni caso, storie come questa ricordano l’importanza della sicurezza degli account. Anche se non siete presidenti degli Stati Uniti, se gestite un account dal quale dipende la vostra reputazione o quella dell’azienda per la quale lavorate, usate password uniche, lunghe e non ovvie, e attivate l’autenticazione a due fattori. Altrimenti ci vuole poco per rovinarvi.

Un sito di e-commerce italiano "custodisce" i dati dei clienti. Senza password

Un sito di e-commerce italiano “custodisce” i dati dei clienti. Senza password

Ultimo aggiornamento: 2020/09/28 13:25.

Oggi (27/9) mi è stato segnalato che c‘è un sito di e-commerce italiano che custodisce (si fa per dire) i dati dei propri clienti senza usare password. Basta tirare a indovinare il numero di login, e si entra.

A ogni cliente viene infatti semplicemente assegnato un numero di login progressivo. Per vedere i dati degli altri basta digitare quel numero.

Digitando un numero di login esistente (i numeri sono a sei cifre e sono sequenziali) si entra nell’account senza ulteriori formalità.

Si leggono i dati dell’utente.

I dati di tutti non sono solo visibili a chiunque tramite una semplice enumerazione dei login (ossia tentandoli tutti in automatico, uno dopo l’altro), ma sono anche modificabili. Senza password. Un utente mi ha dato il permesso di provare a cambiare i dati del suo account. Sì, sono modificabili.

La Privacy Policy dice che i dati “Saranno custoditi con le misure… di sicurezza adeguate” (ho alterato il testo per non consentire di identificare il sito, ma il senso è quello). Certo, come no. E la policy dice che l’azienda, in caso di violazione dei dati personali, notificherà entro 72 ore al Garante Privacy.

C’è un cordialissimo servizio di assistenza clienti:

Vediamo se funziona, anche se quello che ha bisogno di aiuto non sono io, ma il DPO del sito. Gli ho scritto questo: “Buongiorno, sono un giornalista informatico. Mi è stato segnalato che tutti i dati dei vostri clienti sono accessibili e modificabili semplicemente digitando i loro numeri di login. Chiunque potrebbe entrare e vedere, cancellare o alterare uno per uno i dati dei vostri clienti. Sono a disposizione per eventuali chiarimenti.”

Messaggio inviato. Giusto per chiarezza: per colpa dell’incredibile incompetenza di chi ha creato questo sito, chiunque potrebbe entrare nel sito e acquisire, cancellare o alterare sistematicamente tutti i dati dei clienti.

Vediamo che succede fra 72 ore.

2020/09/28 13:25

Stamattina mi ha scritto il direttore commerciale dell’azienda, in risposta alla mia segnalazione, dicendo che la sua software house è già stata incaricata di bloccare l’accesso all’area clienti, che adotterà nome utente e
password, e che i suoi consulenti hanno avuto l’incarico di attivare la procedura di data breach secondo policy aziendale e GDPR.

In effetti accedendo all’area clienti ora si vede questo:

Nessuno dei clienti del sito con i quali sono in contatto ha segnalato finora di aver ricevuto notifiche sull’accaduto.

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Uno sconosciuto ti chiede di trovare la password di un file ZIP contenente 300.000 dollari in bitcoin. Cosa fai?

Uno sconosciuto ti chiede di trovare la password di un file ZIP contenente 300.000 dollari in bitcoin. Cosa fai?

Normalmente, se qualcuno vi contatta via Internet dicendo che ha un file ZIP protetto da password che contiene le chiavi di accesso di un grossa somma in bitcoin ma sfortunatamente non ricorda più la password e vuole il vostro aiuto per recuperarla, la risposta giusta è chiudere subito la conversazione e scappare via il più rapidamente possibile.

Ma non è andata così a Michael Stay, un esperto di sicurezza informatica che diciannove anni fa ha pubblicato un articolo scientifico nel quale ha spiegato una tecnica per decrittare i file ZIP protetti da password. A ottobre 2019, racconta Wired, ha ricevuto un messaggio tramite LinkedIn da uno sconosciuto russo che gli ha spiegato di aver acquistato circa 10.000 dollari in bitcoin a gennaio 2016, quando questa criptovaluta valeva poco, e di aver salvato i codici di accesso di questi bitcoin in un file ZIP di cui aveva purtroppo dimenticato la password.

Quei bitcoin, a ottobre scorso, valevano ben 300.000 dollari. Se Michael Stay fosse riuscito a trovarne la password, il misterioso interlocutore lo avrebbe compensato lautamente.

L’affare puzzava di losco lontano un miglio, ma Stay non è un dilettante e ha compiuto le opportune verifiche. L’interlocutore aveva ancora il laptop originale sui quale aveva generato il file ZIP e sapeva quale crittografia e quale software erano stati usati (la 2.0 Legacy e Info-ZIP). Questo indicava che era quasi sicuramente il legittimo proprietario del file. Inoltre il committente aveva preso delle precauzioni tecniche affinché Michael Stay non potesse scappare con i soldi una volta decifrato il file: gliene aveva fornito solo una parte (gli header).

Soprattutto, queste premesse tecniche riducevano parecchio il numero di possibili password da tentare per forza bruta, ma si trattava comunque di qualche quintilione. Nel sistema americano, un quintilione è 1 seguito da diciotto zeri: 1.000.000.000.000.000.000. Un miliardo di miliardi. Grosso modo lo stesso numero di granelli di sabbia di tutti i deserti del mondo messi insieme.

Stay ha fatto due conti e ha visto che un tentativo per forza bruta del genere, impensabile anche solo pochi anni fa, era fattibile con i computer e i processori grafici di oggi, a patto di noleggiare tanta potenza di calcolo e scrivere un programma apposito. Il tutto sarebbe costato circa 100.000 dollari, compreso l’onorario dell’esperto.

Il committente ha accettato il preventivo e così Stay ha scritto un programma di decrittazione nel corso di alcuni mesi, l’ha messo all’opera sui processori a noleggio di un’azienda specializzata… e dopo dieci giorni di tentativi il programma è fallito.

Ma Stay non si è dato per vinto: ha riesaminato il programma e ha trovato un minuscolo errore. Lo ha corretto ed è riuscito a recuperare la password, come spiega nel proprio resoconto scritto e in una conferenza alla DEF CON:

Il committente ha pagato l’onorario, che grazie alle ottimizzazioni è risultato inferiore al preventivo (circa 25.000 dollari in tutto), e si presume che abbia felicemente incassato i propri bitcoin.

Morale della storia: se avete dei dati preziosi in un file protetto da una password che non ricordate, non arrendetevi e non cancellate il file. È sempre possibile che venga trovata una falla nel sistema di protezione o che l’evoluzione frenetica della potenza di calcolo renda fattibile un tentativo per forza bruta che oggi pare impensabile. Meglio ancora: segnatevi le password da qualche parte ed eviterete tanti problemi.