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iPad bloccato per 48 anni? Niente panico

Può sembrare uno scherzo o un fotomontaggio, ma il tweet qui sopra mostra davvero un iPad bloccato da troppi tentativi sbagliati di immettere la password, con la dicitura “ritenta fra 25.536.442 minuti”. Ossia fra circa 48 anni, nel 2067.

È l‘iPad del giornalista Evan Osnos, dopo essere finito fra le mani di suo figlio di tre anni, che ha immesso la password sbagliata dieci volte di fila.

Dopo i primi cinque tentativi sbagliati, un dispositivo iOS obbliga ad attendere cinque minuti prima di poter tentare ancora; se anche il sesto tentativo fallisce, il dispositivo viene bloccato per un quarto d’ora. A ogni ulteriore tentativo sbagliato aumenta il tempo di attesa, fino ad arrivare, come in questo caso, al decimo fallimento, con conseguente blocco del dispositivo.

Non è la prima volta che capita a qualcuno, ma non tutto è perduto: il giornalista non dovrà aspettare 48 anni per riutilizzare il proprio iPad. Esiste infatti una procedura di sblocco e recupero (il cosiddetto DFU mode), a condizione che l’utente abbia effettuato un backup dei propri dati. Può essere utile anche per chi ha impostato
il proprio iPad in modo che i dati vengano cancellati automaticamente
dopo dieci tentativi falliti (sempre a patto di aver fatto il backup).

Come nota Naked Security, l’aspetto più interessante è la determinazione del bambino, visto che ci vogliono circa tre ore per arrivare al decimo tentativo. Ma visto il disagio che ne può derivare, è prudente tenere questi oggetti digitali lontani dalle mani dei bambini.

I dati Facebook di centinaia di milioni di utenti sono finiti online

I dati Facebook di centinaia di milioni di utenti sono finiti online

Ultimo aggiornamento: 2019/04/06 12:05.

Ci risiamo. Ancora una volta i dati di centinaia di milioni di utenti Facebook sono stati trovati online, accessibili a chiunque abbia un minimo di competenza: nomi, commenti, tipi di interessi e like, nonché in alcuni casi password di app, stavano su un server di Amazon, come racconta Wired.

Li hanno scoperti i ricercatori della società di sicurezza informatica UpGuard. I dati erano stati messi su Amazon non da Facebook, ma da due sviluppatori di app per Facebook. Il social network, insomma, continua a non avere alcun controllo sulla circolazione dei dati personali degli utenti.

I dati erano ospitati sul cloud di Amazon da parte di una società messicana, Cultura Colectiva, che aveva accumulato 146 gigabyte, che includevano 540 milioni di record. Questi dati sono rimasti pubblicamente accessibili per mesi: i ricercatori hanno infatti allertato già a gennaio Cultura Colectiva, ma i dati sono stati tolti da Internet solo pochi giorni fa, guarda caso dopo che Bloomberg ne ha parlato pubblicamente e ha allertato Facebook.

Altri dati appartenevano a un’app denominata At the Pool e contenevano le password di 22.000 utenti (non le password Facebook di questi utenti, ma le password dei loro account su At the Pool). Si tratta di dati risalenti a prima del 2014, visto che At the Pool risulta inattiva da allora.

Questo ennesimo incidente sottolinea l’importanza di diversificare le password dei propri account, perché non si può mai sapere quando uno dei fornitori di questi account, o un suo associato, sarà così maldestro da mettere online l’intero archivio di password dei suoi utenti. Chi usa la stessa password dappertutto si trova così completamente vulnerabile; chi usa password differenziate no.

Password a parte, incidenti come questo mostrano chiaramente che un dato pubblicato su un social network è difficile da eliminare: anche se gli utenti interessati hanno cancellato i propri post o addirittura eliminato i propri account, i loro dati continueranno a circolare. Vale quindi la pena di riflettere attentamente prima di mettere online qualunque cosa.

Facebook ha tenuto centinaia di milioni di password in chiaro. Per anni

Facebook ha tenuto centinaia di milioni di password in chiaro. Per anni

Alcune centinaia di milioni di password degli utenti di Facebook sono state archiviate in chiaro, in formato cercabile da parte di oltre ventimila dipendenti dell’azienda, per anni: in alcuni casi fin dal 2012, come segnala l’esperto di sicurezza Brian Krebs.

La falla di sicurezza è stata causata dagli stessi dipendenti di Facebook, che in barba a tutte le buone regole di prudenza hanno scritto delle applicazioni per uso interno che registravano le credenziali degli utenti e le salvavano nei server dell’azienda.

Facebook ha pubblicato un comunicato stampa ammettendo la falla e avvisando che invierà notifiche a “centinaia di milioni di utenti di Facebook Lite, decine di milioni di altri utenti Facebook e decine di migliaia di utenti Instagram”.

Conviene cambiare le proprie password di Facebook e Instagram per sicurezza, anche se non ci sono, al momento, indicazioni che possano far pensare che queste password siano state trafugate o trovate da terzi. Ma non è questo il problema: il problema è che Facebook dimostra ancora una volta di non prestare attenzione alle regole di base della sicurezza informatica.

In un momento in cui Facebook si sta offrendo come intermediario per gli acquisti tramite Instagram, dimostrare di non essere capace di gestire bene una cosa fondamentale come le password non incoraggia certo ad affidarle transazioni che riguardino carte di credito.

“Hackeratemi” l’account Instagram. Questa è la mia password

“Hackeratemi” l’account Instagram. Questa è la mia password

Ultimo aggiornamento: 2019/02/17 21:00. 

Attivare l’autenticazione a due fattori in Instagram è piuttosto semplice: il problema è convincere gli utenti a usarla per proteggere il proprio account in caso di furto di password.

Così vi propongo un esperimento: ho creato un account Instagram di prova che si chiama 123disinformatico. La sua password è instagramtest.

È protetto dall’autenticazione a due fattori. Provate a prenderne il controllo: avete il mio permesso esplicito.

Con questo piccolo esperimento simulo le condizioni in cui si trova l’utente quando avviene un furto in massa di credenziali, per cui la sua password e il suo nome utente circolano liberamente su Internet insieme a milioni di altri dati analoghi, come avvenuto di recente. In queste condizioni, chiunque metta le mani sugli elenchi di password può tentare di rubare un account e quindi un utente può essere attaccato da numerosissimi aggressori.

Per attivare questo antifurto si va nelle Impostazioni (dalla Home, icona in basso a destra, poi icona con tre trattini in alto a destra), si sceglie Privacy e Sicurezza e poi Autenticazione a due fattori. Qui si sceglie Messaggio di testo oppure (consigliabile) App di autenticazione. Infine si immette il codice ricevuto. Tutto qui.

Per maggiore sicurezza, annotate da qualche parte i codici di recupero che vi vengono proposti: sono la soluzione di estrema emergenza in caso di problemi.

2019/02/17 21:00

Avendo annunciato questo esperimento sia via Twitter sia durante la diretta del Disinformatico alla Radiotelevisione svizzera, ho ricevuto circa 200 mail di notifica di nuovi accessi di questo genere:

È interessante notare che Instagram avvisa del tentativo di accesso e fornisce parecchie informazioni sul possibile intruso: l’orario, il tipo di dispositivo o browser, la geolocalizzazione e (in alcuni casi) l’app utilizzata.

Dopo sette tentativi mi è arrivata una mail di avviso differente:

Ciao 123disinformatico,
qualcuno ha provato ad accedere al tuo account Instagram.
Se eri tu, usa il codice seguente per confermare la tua identità:
[omissis]
Se non eri tu, reimposta la tua password per proteggere il tuo account.

Qualcuno ha anche tentato di resettare la password, ma senza successo:

Hi 123disinformatico,
We got a request to reset your Instagram password.



Reset Password

If you ignore this message, your password will not be changed. If you didn’t request a password reset, let us know.

Nonostante il numero elevato di tentativi d’intrusione provenienti da vari luoghi e vari dispositivi, Instagram non mi ha buttato fuori dall’app, ma mi ha obbligato a reimpostare la password con questa schermata, dalla quale non potevo uscire senza cambiare password:

È interessante la segnalazione della disconnessione delle sessioni, che però non vale per il mio dispositivo principale (l’app è rimasta nell’account).

Oggi (dopo due giorni di “attacco”) ho cambiato la password come richiesto. Tutto è tornato a posto. Direi che la dimostrazione ha funzionato.

Se in casa ti suona l’allarme nucleare, controlla le password delle tue telecamere

Se in casa ti suona l’allarme nucleare, controlla le password delle tue telecamere

Continua la carrellata di disavventure degli utenti incauti che installano telecamere di sorveglianza o campanelli Nest e le configurano maldestramente.

Dopo l’hacker cortese che entra nella telecamera Nest e parla al proprietario per spiegargli come configurarla correttamente, Wired.com segnala che nei giorni scorsi decine di proprietari di queste telecamere hanno sentito “una voce incorporea che insisteva affinché si iscrivessero al canale Youtube di PewDiePie”.

Motherboard ha pubblicato un video con la dimostrazione di un attacco di questo tipo da parte di un intruso che ha trovato circa 300 telecamere vulnerabili nel giro di pochi minuti ed è riuscito a trovare le password di circa 4000 account Nest.

Domenica scorsa una famiglia californiana ha sentito in casa l’allarme nucleare che avvisava, in tutta serietà, che tre missili nordcoreani stavano per cadere su tre città americane ed è stata presa dal panico finché si è resa conto che l’allarme proveniva non dal televisore ma dalle telecamerine di casa.

A dicembre scorso una coppia è saltata giù dal letto quando ha sentito una voce sconosciuta dire parolacce nella cameretta del figlio e poi minacciare di rapirlo.

A ottobre 2018 qualcuno ha iniziato a parlare tramite una telecamera Nest con un bambino di cinque anni, chiedendogli se avesse preso lo scuolabus per tornare a casa e con quali giocattoli stesse giocando e intimandogli di stare zitto quando il bambino, saggiamente, ha chiamato la madre.

Non c’è niente di particolarmente vulnerabile nelle telecamere Nest: semplicemente sono fra le più vendute e quindi è inevitabile che siano coinvolte spesso in violazioni di sicurezza e privacy come queste. Il problema, come capita sovente in informatica, è l’utente.

L’utente che pensa “tanto non ho niente da nascondere” oppure “ma chi vuoi che prenda di mira proprio me, e anche se lo facessero cosa potrebbero fare?” e quindi usa per le proprie telecamere domestiche la stessa password che usa altrove e non attiva l’autenticazione a due fattori. Beh, questi sono solo alcuni esempi di quello che si può fare. Oltre, naturalmente, ad avere sconosciuti che vi guardano e ascoltano in casa.

Classifica delle password più usate dell’anno: non usatele anche voi

Classifica delle password più usate dell’anno: non usatele anche voi

Ogni anno Splashdata pubblica un elenco delle peggiori password trovate nel corso delle varie violazioni di siti avvenute negli ultimi dodici mesi. Per il 2018 ha esaminato oltre 5 milioni di password trafugate e messe su Internet.

Cosa si intende per “peggiori”? Per esempio, si tratta di password usatissime o terribilmente ovvie, che quindi sono facilissime da indovinare e saranno fra le prime tentate da chiunque voglia rubare un account.

Sono ormai cinque anni che ai primi due posti dell’elenco rimangono incontrastate due password storiche: 123456 e password. Al terzo, in salita, c’è 123456789. Al quarto non va meglio: ci troviamo 12345678.

Il resto della classifica è un campionario deprimente di ingenuità, con poche new entry, fra le quali spicca donald (al 23° posto), ispirata presumibilmente dall’attuale presidente degli Stati Uniti.

Va detto che il campione di password usato non è mondiale, ma principalmente basato su account nordamericani ed europei e non include le password usate per i siti pornografici, per cui non rappresenta l’intero spettro dell’umana inettitudine nel generare password decenti, ma una cosa è certa: se usate una delle password presenti in questa classifica, piantatela. Tanto vale prendere la chiave della porta di casa e lasciarla fuori nella serratura.

I consigli di Splashdata, che non a caso si occupa di prodotti per la gestione delle password, sono questi:

  1. Non usate una password, ma una passphrase, ossia una sequenza di parole, lunga almeno dodici caratteri di vario genere. Esempio: GiraffaForbici17.
  2. Usate password differenti per ogni sito, così se vi rubano una password i ladri non potranno usarla per entrare in tutti i vostri account.
  3. Proteggete le vostre password usando un password manager: un programma che generi delle password complesse e robuste, le ricordi per voi e le immetta automaticamente nei siti.

Da parte mia, aggiungo di fare attenzione alle password che sono solo apparentemente complesse: per esempio, se vi state chiedendo come mai in classifica c’è una password complicata e ricca di simboli insoliti come !@#$%^&*, provate a guardare una tastiera inglese. In particolare la sua prima fila di tasti, quella con le cifre.

Quando il ricattatore dice di sapere la tua password

Quando il ricattatore dice di sapere la tua password

Ultimo aggiornamento: 2018/10/29 22:30.

Se ricevete un messaggio di un sedicente hacker che vi dice di conoscere la vostra password e ve lo dimostra mandandovela, non cascateci: è un bluff e fa parte di una nuova tecnica per raggirare gli utenti e convincerli a pagare un riscatto.

Il ricercatore di sicurezza Brian Krebs segnala infatti che è in circolazione una mail che inizia dicendo (in inglese) “So che questa è la tua password” e poi mostra una password che spesso è effettivamente una di quelle usate (attualmente o in passato) da chi riceve la mail.

Il messaggio continua dicendo che il mittente è un hacker che ha infettato il computer della vittima durante una visita a un sito pornografico, installando di nascosto un programma che ha acceso la webcam e ha registrato un video della vittima mentre guardava il sito in questione e ha scaricato un elenco degli amici e colleghi della vittima dai suoi account di mail e su Facebook.

Il sedicente hacker dice inoltre che se la vittima non paga un riscatto in bitcoin di varie migliaia di dollari, manderà il video a tutti i contatti. I dettagli tecnici che fornisce sono credibili e fanno paura: parlano di Remote Desktop e di keylogger. Il riscatto, dice il truffatore, va pagato entro 24 ore.

Che cosa fare se l’avete ricevuta

  1. Se non usate più la password citata nel messaggio, o non l’avete mai usata, non correte nessun pericolo per questa tentata truffa. Cestinatela.
  2. Se usate ancora la password citata, cambiatela subito in tutti i servizi nei quali la usate.
  3. In ogni caso, non rispondete al messaggio: fareste solo il gioco del truffatore, che non ce l’ha specificamente con voi ma sta andando a casaccio, mandando la stessa mail a migliaia di persone.
  4. Non pagate: se pagate, i truffatori capiranno che avete qualcosa da nascondere e vi chiederanno altri soldi.
  5. Se la mail proviene (apparentemente) dal vostro stesso indirizzo di mail, non vuol dire che vi hanno violato la casella di mail. È semplicemente un trucchetto dei truffatori: infatti è facilissimo falsificare l’indirizzo del mittente di una mail.
  6. Se volete cambiare le vostre password lo stesso, anche se il messaggio non conteneva una vostra password, fatelo pure: è uno scrupolo di prudenza in più che va benissimo.
  7. Potete prevenire questo genere di trappola usando password diverse per ogni sito, cambiandole periodicamente e tenendo coperta la vostra webcam, oltre che evitando di visitare siti potenzialmente imbarazzanti.

Il testo completo della mail di ricatto

Questo è un campione della mail ricattatoria, mandatomi da una vittima (ho omesso i dettagli personali):

Da: [OMISSIS]
Data: 14 luglio 2018 20:16:38 CEST
A: [OMISSIS]
Oggetto: Re: [nome utente – password]

I will directly come to the point. I do know [OMISSIS] is your password. Most importantly, I am aware about your secret and I have evidence of this. You don’t know me personally and no one employed me to check out you.

It is just your bad luck that I came across your misadventures. Well, I actually installed a malware on the adult vids (sex sites) and you visited this site to experience fun (you know what I mean). When you were busy watching video clips, your web browser started out functioning as a Rdp (Remote control desktop) with a keylogger which provided me access to your display as well as cam. Right after that, my software gathered all of your contacts from your messenger, fb, and mailbox.

After that I gave in more time than I should have into your life and created a two view video. 1st part displays the recording you were watching and next part displays the video from your web camera (its you doing dirty things).

Frankly, I am ready to forget everything about you and let you get on with your daily life. And my goal is to present you two options which will accomplish that. The above option is with the idea to ignore this letter, or simply pay me $ 2900. Let us understand these 2 options in more detail.

Option 1 is to ignore this mail. You should know what will happen if you take this path. I will send out your video to all your contacts including close relatives, colleagues, and so on. It does not help you avoid the humiliation your household will need to face when friends learn your sordid details from me.

Other Option is to send me $ 2900. We’ll name it my “privacy fee”. Now let me tell you what happens if you choose this path. Your secret remains your secret. I will destroy the recording immediately. You keep your daily life like nothing ever happened.

At this point you must be thinking, “I will complain to the police”. Let me tell you, I’ve covered my steps to ensure this email can’t be traced to me and it will not stay away from the evidence from destroying your life. I am not planning to steal all your savings. I just want to get paid for my efforts I put in investigating you. Let’s hope you decide to produce all of this vanish entirely and pay me my confidentiality fee. You’ll make the payment via Bitcoins (if you don’t know how, type “how to buy bitcoins” in search engine)

Amount to be sent: $ 2900
Receiving Bitcoin Address: 1KBVnnJCPMDai81kMq2sUMFPKejAo7svE9
(It is cASe sensitive, so copy and paste it carefully)

Tell no one what you will be sending the bitcoin for or they possibly will not provide it to you. The task to obtain bitcoin can take a few days so do not procrastinate.

I’ve a special pixel in this e mail, and right now I know that you have read this email message. You have 2 days in order to make the payment. If I don’t receive the BitCoin, I will definitely send your video recording to all your contacts including close relatives, colleagues, and so forth. You better come up with an excuse for friends and family before they find out. Nonetheless, if I do get paid, I will erase the video immediately. It’s a non negotiable offer, so please don’t waste my time & yours. Your time has started.

Lo schema è insomma abbastanza classico, ma c’è quel dettaglio dannatamente credibile e impressionante: come fa il truffatore a sapere la password della vittima? La spiegazione più probabile è che chi sta dietro questa estorsione si sia procurato uno dei tanti archivi di account rubati, contenenti il nome utente (che spesso è l’indirizzo di mail) e la relativa password, e poi li usi per un bluff, sapendo che la maggior parte degli utenti usa la stessa password dappertutto e non la cambia quasi mai o addirittura non ricorda la propria password.

2018/07/15 9:20

È domenica mattina e ho finito poco fa di aiutare una delle tante vittime di questa truffa. Era in lacrime dalla paura: la polizia non la può aiutare e, come capita spesso, aveva in effetti visitato un sito pornografico e non ricordava le proprie password, per cui il bluff dei truffatori le è sembrato molto credibile.

Chi è del mestiere liquida questi tentativi di truffa come banalità, ma non bisogna dimenticare che ci sono tanti utenti non esperti e che i truffatori prendono di mira proprio loro. Sono bastardi senza cuore.

2018/07/15 15:40

Su Twitter ho ricevuto vari commenti perplessi e increduli all’idea che visitare un sito pornografico al giorno d’oggi possa essere fonte di scandalo e imbarazzo al punto di portare una persona alle lacrime o in generale a pagare un riscatto di fronte a una minaccia come questa. Sottolineo che il bluff non minaccia semplicemente di rivelare agli amici, ai colleghi e ai familiari che la vittima ha visitato un sito pornografico, ma anche di indicare dettagliatamente il tipo di pornografia e soprattutto di mostrare una ripresa della vittima mentre ne fruisce.

Se vi sentite immuni, provate a immaginare come vi sentireste di fronte a uno che dice che vi ha ripreso mentre guardavate un video di pornografia estrema e intende mandarlo a vostra madre, al vostro partner e ai vostri colleghi sul posto di lavoro. Buona fortuna.

MELANI: usare la stessa password ripetutamente aiuta i criminali

MELANI: usare la stessa password ripetutamente aiuta i criminali

Più chiaro di così non si può: la Centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione (MELANI) della Svizzera dice esplicitamente che “Chi utilizza la stessa password più volte agevola i cyber criminali”. Lo fa annunciando la pubblicazione del suo ventisettesimo rapporto semestrale, che racconta i maggiori incidenti informatici avvenuti in Svizzera e all’estero nel primo semestre del 2018.

MELANI sottolinea che molti utenti “hanno la cattiva abitudine di utilizzare la stessa password per accedere a diversi servizi online come webmail, e-banking e negozi online. Ciò semplifica di molto il lavoro dei criminali e consente loro di tentare sistematicamente di accedere ai servizi internet di diversi fornitori con i dati ottenuti da varie fughe di dati. In un caso gli hacker hanno utilizzato quasi un milione di queste credenziali provenienti da differenti fonti per tentare di accedere a un portale online.”

Il rapporto spiega che i siti di e-commerce e altri servizi Internet vengono regolarmente violati per rubare i dati dei clienti [poche ore dopo che ho scritto questo articolo è arrivata la notizia del furto dei dati di circa 500 milioni di clienti della catena alberghiera Marriott]. Se il furto include le password, i criminali tentano di usare la stessa coppia nome utente/password anche su altri siti, e siccome gli utenti tendono a usare la stessa password ovunque, di solito i malviventi hanno successo.

Se volete sapere se il vostro indirizzo di mail è stato oggetto di furto di credenziali, potete digitarlo nell’apposito strumento di controllo offerto da MELANI presso www.checktool.ch, che vi avviserà se il vostro indirizzo è presente nei vari database di dati rubati di cui la Centrale è a conoscenza.

La raccomandazione di questi esperti è di usare password sufficientemente lunghe, in modo che siano difficili da indovinare, e di adoperare password differenti per ciascun sito di e-commerce e/o servizio, attivando se possibile l’autenticazione a due fattori.

Stufi delle password? Microsoft le elimina del tutto

Stufi delle password? Microsoft le elimina del tutto

Ultimo aggiornamento: 2018/11/28 21:00.

Nota: questo articolo annuncia una nuova proposta tecnologica che tocca moltissimi utenti. Non è necessariamente un consiglio di sicurezza universalmente valido ed è stato aggiornato per chiarirne limiti e vantaggi.

Vi piacerebbe fare a meno di tutte le vostre password? Quelle che dovete custodire, ricordare e digitare e poter accedere lo stesso in modo sicuro ai vostri siti e servizi preferiti?

Alcuni dispositivi e servizi già lo consentono, ma ora l’accesso passwordless è disponibile anche agli 800 milioni di utenti che possiedono un account Microsoft perché usano Windows 10, Outlook, Office, Skype o Xbox Live: pochi giorni fa, infatti, Microsoft ha attivato l’autenticazione sicura senza password su questi sistemi e servizi, sia su computer sia su dispositivi mobili.

Al posto della password potete usare la vostra impronta digitale, il vostro volto oppure un dispositivo speciale, la security key, una sorta di chiave digitale fisica personalizzata, venduta per esempio da Yubico e Feitian. Invece di dare il vostro nome utente e ricordarvi una password, mettete il vostro dito sul sensore, guardate la telecamerina del vostro dispositivo oppure inserite la security key e il gioco è fatto.

Questo sistema ha due grandi vantaggi: il primo è che i dati biometrici, ossia l’impronta del dito o l’immagine del volto, non vengono mandati a nessuno e risiedono soltanto sul vostro computer, tablet o telefonino in un’area protetta della sua memoria, alla quale potete accedere soltanto voi. E se non vi piace la biometria, potete usare una security key. Non c’è insomma il pericolo che qualche sito vi rubi le impronte digitali, semplicemente perché non gliele inviate: una differenza importante rispetto ai siti e servizi che chiedono invece accesso diretto ai vostri dati biometrici.

Il secondo vantaggio è che non essendoci una password, non potete perderla o dimenticarla e il sito che visitate non può farsela sottrarre, come invece avviene spesso. Eliminando le password, insomma, la sicurezza paradossalmente aumenta.

Questa autenticazione senza password usa la crittografia a chiave pubblica, una sorta di doppio lucchetto con una chiave che è appunto pubblica, e quindi può essere condivisa liberamente, e una seconda chiave privata, che non viene mai mandata a nessuno. I siti possono usare la vostra chiave pubblica per fare al vostro dispositivo un challenge, ossia una sorta di indovinello matematico personalizzato che può essere risolto soltanto da chi ha la vostra chiave privata. In questo modo i siti sanno che siete davvero chi dite di essere senza aver bisogno di chiedervi una password.

Nei prodotti e servizi Microsoft potete usare questo sistema anche subito, se attivate l’opzione Windows Hello su un dispositivo Windows 10 aggiornato: vi collegate al servizio che vi interessa, usando per l’ultima volta nome utente e password, e poi attivate in Microsoft Edge la voce Usa Windows Hello. Fatto questo, potrete accedere al servizio semplicemente appoggiando il dito sul sensore o guardando la telecamerina. E per chi preferisce non usare la biometria c’è la chiave digitale, da usare al posto del dito o del viso.

Questa nuova tecnica è più facile da usare che da descrivere, e rende impossibili i classici furti di password basati su siti truffaldini che somigliano a quelli autentici oppure su virus che intercettano le digitazioni. La sua introduzione in massa da parte di Microsoft e la sua presenza in Firefox e Chrome probabilmente ne incoraggeranno molto la diffusione. Certo, le password non spariranno subito, ma il loro regno sofferto si avvia forse alla conclusione, accompagnato da un coro di “Era ora!”, perché molti utenti
non sopportano le password, ne soffrono e le usano male. 

Chi segue questo blog sa che sconsiglio l’uso disinvolto della biometria. Ma se la scelta è
fra un utente che usa come password 1234578 (e la usa dappertutto) e un utente che
usa un autenticatore a chiave biometrica o una security key fisica, è meno
insicuro il secondo.

Fonte aggiuntiva: Naked Security.

Quanto è facile “bucare” un’azienda: prova pratica

Quanto è facile “bucare” un’azienda: prova pratica

Nota: alcuni dettagli di questa vicenda sono stati alterati oppure omessi per proteggere gli interessati ma in modo da non alterare il senso tecnico del racconto. Ultimo aggiornamento: 2018/11/10 01:00.

Un paio di giorni fa mi è capitata un’occasione molto particolare: la possibilità di assistere al lavoro di una persona esperta nell’hacking, che chiamerò Mario (ovviamente non è il suo vero nome). Io ho assistito come giornalista per documentare e raccontare una sessione dimostrativa di questo lavoro, facendo attenzione a non rivelare troppo pur mantenendo il valore educativo degli esempi concreti che ho visto.

Cominciamo dall’inizio. La prima questione è capire che c’è una grandissima differenza fra un attacco mirato a un obiettivo specifico e una pesca a casaccio. Nel primo caso ci vuole molto tempo ed è necessaria una pianificazione attenta. Nel secondo, beh, il mare è pieno di pesci: basta scegliere quello più vulnerabile.

Mario stavolta va appunto a pesca. È una pesca a strascico, che prende chiunque riesca a prendere, quella che coglie in fallo tutti quelli che dicono “Ma io non sono nessuno, ho un’aziendina come tante, chi vuoi che mi prenda di mira?”. Nella pesca a strascico finiscono tutti, grandi e piccoli, aziende e privati, perché è facile. Terribilmente facile.

Infatti trovare informazioni lasciate incautamente online è spesso soltanto una questione di saper usare Google. Niente violazioni di siti: basta un po’ di Google hacking, basato su parametri come il tipo di file e sulla ricerca di parole o coppie di parole potenzialmente interessanti, oppure di nomi di file particolari che vengono generati per esempio da backup o da programmi per l’archiviazione della mail.

Sì, la gente mette online inavvertitamente documenti contenenti password e altri dati personali, backup completi dei propri database e altro ancora. Li mette in directory pubblicamente accessibili di un proprio server perché così è comodo (“tanto se nessuno sa che sono lì, non li troverà nessuno”), come ben sa la BBC. Comodo anche per chi li vuole trovare, visto che vengono indicizzati da Google. So che sembra impossibile: non ci credi finché non lo vedi con i tuoi occhi.

Essendo dati pubblicati online, formalmente non è neanche un’intrusione. Basta scaricare i file e poi analizzarli con calma. Nel caso preso in esame da Mario, si tratta di un classico file di testo nel quale l’utente conserva in chiaro tutte le proprie password; è ancora lì, online, in questo momento, in una sezione di un sito pubblico creato per un cliente. Il file contiene tutte le coordinate di una ditta del sud Italia.

Mario esamina il file: nota che gli utenti elencati tendono a usare sempre la stessa password, la stessa casella di mail e lo stesso nome utente nei vari account, sia mail sia social, sia privati sia di lavoro. Un classico.

L’autenticazione a due fattori (2FA) si rivela un salvagente prezioso: l’esperto trova nel file password e nome utente di un account Paypal: se avesse intenzioni ostili, questo sarebbe il suo primo bersaglio, immediatamente monetizzabile. La password è banale e valida, ma c’è la 2FA che allerta l’utente e blocca l’intrusione. Ottimo. Lo stesso vale per Gmail, Skype e Amazon. Non sarebbe possibile quindi causare danni economici diretti saccheggiando conti o facendo acquisti, ma sapere le password di account del genere sarebbe più che sufficiente per fare attacchi di social engineering come quello recente “so la tua password, ti ho registrato mentre guardavi siti porno”.

Le cose si fanno più interessanti con gli account social. Su quello Twitter non c’è 2FA, ma nel file di password manca il nome dell’account: ci sono solo (si fa per dire) l’indirizzo di mail e la password. Ma per Mario la cosa non pone nessun problema: basta guardare gli schemi usati altrove e diventa facile indovinare il nome dell’account. È quello dell’azienda seguito dal tipo di ragione sociale.

Se Mario entrasse a fondo nell’account, avrebbe accesso a tutti i messaggi pubblici e privati e potrebbe fare qualunque cosa: cancellare l’account, scaricare le foto (anche quelle definite “private”), mandare messaggi fingendo di essere l’azienda e distruggerne la reputazione, cambiare la password dell’account e chiedere denaro per ridarne il controllo al legittimo proprietario, eccetera. Ma si tratta di una dimostrazione, per cui si limita a lasciare su Twitter un messaggio per avvisare che la password è nota e consigliare di cambiarla.

Anche l’account Facebook non è protetto dalla 2FA. Ci sono anche foto di bambini (i figli?) e naturalmente ci sono i nomi degli amici e i luoghi visitati. Anche qui il potenziale di far danni è altissimo, ma Mario non fa nulla.

Ci sono anche i documenti: account di canali TV a pagamento cessati, vecchie bollette telefoniche, carte di credito scadute. Anche così, comunque, sono utili perché forniscono nomi, cognomi, indirizzi, codici fiscali e partite IVA, utilissimi per fare escalation e imbastire un attacco informatico più approfondito. Per esempio, l’azienda usa un sistema di fatturazione online, e uno dei parametri necessari per consultarlo (oltre ai codici, incautissimamente scritti nel file lasciato su Internet) è la partita IVA. Che Mario ha subito a disposizione tramite le fatture. A questo punto sarebbe banale ficcare il naso nella fatturazione dell’azienda e acquisire altri dettagli utili: i nomi dei fornitori, le coordinate bancarie e altro ancora.

Ci sono anche le credenziali di affiliazione a un movimento politico, ma Mario non se ne fa nulla a parte riderci sopra.

La lezione finale, piuttosto sorprendente, di questa storia è che bisogna lasciare una traccia innocua del proprio passaggio perché altrimenti spesso non si verrà creduti quando si avviserà l’utente che le sue password sono a spasso. Così Mario cambia l’immagine nel profilo Telepass (che potrebbe usare per sorvegliare gli spostamenti del titolare) e ci mette un bel gattino. Fine della dimostrazione.

A me restano le questioni etiche: quante violazioni del GDPR avrà accumulato quest’azienda? E se ci fossero di mezzo altre persone (clienti, fornitori), sarebbe opportuno o necessario avvisarle? Una cosa è certa: l’azienda va informata. L’ho fatto subito via mail e via SMS, perché chiunque potrebbe trovare online quei dati (basta una banale ricerca in Google) e fare danni: l’azienda ha risposto stamattina dicendo che si stava recando alla Polizia Postale.

Utente avvisato, mezzo salvato: spero che questo resoconto, anche se pesantemente anonimizzato, possa ispirare chi lo legge a prendere precauzioni più serie e a non pensare di essere troppo poco interessante o appetibile.

Ricordo che per le segnalazioni di dati riservati lasciati incautamente online, in Svizzera ci si può rivolgere all’apposita pagina dell’Ufficio Federale di Polizia e a quella di MELANI (la ), mentre in Italia si può contattare il CNAIPIC (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche).

2018/11/10 01:00

I dati sono spariti dall’URL pubblicamente accessibile. Noto ora che in una delle risposte di una delle persone interessate c’è questa chiusura:

Nessun virus nel messaggio.
Controllato da AVG – www.avg.com
Versione: 2016.0.8048 / Database dei virus: 4793/15883 –  Data di rilascio: 14/08/2018
Database dei virus interno non č aggiornato.

Sicurezza, questa sconosciuta.