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Come uscire dai social network e salvare i propri dati

Ultimo aggiornamento: 2021/10/18 17:30.

Si parla molto, ultimamente, di lasciare i social network: troppo ficcanaso e
troppo tossici nel loro favorire l’odio, la lite e l’aggressività. Se per caso
state meditando di chiudere un account social ma non volete perdere tutte le
foto e i contatti che vi avete accumulato, Intego ha pubblicato un
articolo molto dettagliato
che spiega come fare per Facebook, Instagram, Twitter, YouTube, WhatsApp,
TikTok e molti altri. Questa è una sua sintesi con i link essenziali.

Facebook. Si può
disattivare temporaneamente
l’account oppure
eliminarlo definitivamente
e si può
scaricare una copia di tutti i propri dati. Per riattivare un account disattivato basta rientrare nell’account. Se si
elimina un account, ci sono 30 giorni di tempo per ripristinarlo.

YouTube. YouTube fa parte di Google, per cui l’account YouTube è legato
all’account Google. Per eliminare il proprio account YouTube occorre quindi
eliminare il proprio account Google, ma attenzione, perché eliminare un account Google significa perdere anche
Gmail, Google Drive e molti altri servizi. Però si può
eliminare un canale YouTube
lasciando intatto tutto il resto. Non c’è modo di fare una disattivazione
temporanea; si può scaricare una copia dei propri dati andando a
takeout.google.com.

WhatsApp. Si può
eliminare l’account
ma non è prevista la disattivazione temporanea. I dati possono essere
scaricati
tramite un backup.

Instagram. Qui è permessa la
disattivazione temporanea
e si può
scaricare una copia dei propri dati
prima di
eliminare l’account
(cosa che non si può fare nei menu dell’app). 

TikTok. La disattivazione temporanea non è prevista; si può eliminare
l’account scegliendo la gestione account dal menu che compare cliccando sulle
tre barrette orizzontali in alto a destra. Per
scaricare i propri dati
può essere necessario aspettare fino a 30 giorni.

SnapChat.
Eliminare
definitivamente un account SnapChat è facile; per disattivarlo temporaneamente
(per 30 giorni) basta chiederne l’eliminazione e poi rientrare nell’account
prima che siano trascorsi 30 giorni. Non sembra esserci un modo per scaricare
i propri dati.

Twitter. Si può chiedere la
disattivazione
per un periodo di 30 giorni; se non si accede all’account per tutto questo
periodo, l’account viene eliminato. Si può
scaricare una copia dei propri dati.

LinkedIn.
Scaricare una copia dei dati
è semplice; disattivare temporaneamente
non è previsto,
ma si può
eliminare il
proprio account, con 14 giorni di tempo per eventuali ripensamenti. 

Tumblr. È possibile scaricare una copia dei propri dati seguendo queste istruzioni; l’eliminazione di un account è spiegata qui ed è definitiva (nessun periodo di ripensamento) ed eseguibile solo tramite browser (non dall’app).

Facebook, Instagram, WhatsApp bloccati in tutto il mondo per sei ore

Facebook, Instagram, WhatsApp bloccati in tutto il mondo per sei ore

Mentre scrivo la prima stesura di queste righe Facebook e le sue proprietà (WhatsApp, Instagram e Oculus) sono completamente
inaccessibili da alcune ore in tutto il pianeta. Facebook ha confermato
laconicamente il problema con
un post su Twitter.

Anche la pagina ufficiale di stato di Facebook,
status.fb.com, è inaccessibile.

Questa è una mia prima sintesi della situazione. La aggiornerò man mano che ci
saranno novità.

—

Ultimo aggiornamento: 2021/10/07 20:30.

A quanto risulta dalle prime analisi e
indiscrezioni, tutto è iniziato intorno alle 15.40 UTC (le 17.40 italiane) in seguito a un
errore commesso durante un cambiamento di configurazione interno a
Facebook. 

Questo errore comporta che tutta Internet non sa più dove trovare Facebook,
perché qualcuno di Facebook ha cancellato la mappa che dice dove si trova
Facebook e che strada fare per raggiungerlo.

In termini leggermente tecnici: l’errore di configurazione ha reso
inaccessibili da remoto i BGP peering router di Facebook, i computer
dell’azienda che gestiscono il BGP (Border Gateway Protocol), che è il
protocollo di Internet che determina l’instradamento (routing) dei dati
da trasmettere, come spiegato
qui e
qui.

L’errore ha causato l’eliminazione
improvvisa dei route (percorsi) BGP che consentivano di accedere
ai server DNS di Facebook, per cui il DNS di Facebook non va più (lo sappiamo
da
tweet come questo).

Il problema è che correggere questo errore richiede che si acceda
fisicamente a questi peering router, visto che non sono più
raggiungibili da remoto, ma chi può farlo non è necessariamente dotato delle
autorizzazioni e dell’autenticazione che sono necessari. BNO News alle 22.15
ha
tweetato,
citando il NYT, che Facebook ha
inviato una squadra a uno dei suoi data center a Santa Clara, in
California, per resettare manualmente i server.

Non solo: questo errore implica che non funziona più nessuno dei servizi
interni di Facebook (mail, strumenti di gestione, sistemi di sicurezza,
agende, la messaggistica interna Workplace, eccetera), visto che sono
tutti sul dominio Facebook.com, che è totalmente irraggiungibile, per cui
neppure i dipendenti dell’azienda possono usarli per comunicare tra loro, come
nota il
New York Times.

E non è finita: se, come
sembra
(anche da
qui), le
serrature delle porte degli uffici di Facebook sono “smart” (basate sull’IoT),
dipendono dalla connessione a Internet e dall’accesso ai server di Facebook.
Che sono inaccessibili, per cui molti dipendenti non riescono a entrare perché
i loro badge di accesso non funzionano. Il
New York Times
conferma.

Non ci sono indicazioni di eventuali attacchi esterni: tutto indica un errore
interno di dimensioni catastrofiche. 

NOTA: L’annuncio
della diffusione dei dati di circa un miliardo e mezzo di utenti Facebook
non è correlato
a questo incidente. I dati non includono password.

Questo errore sta avendo
conseguenze
a catena sul resto di Internet, e arrivano segnalazioni di rallentamenti anche
per
Disney+,
Netflix
e
Twitter
(che finora ha retto):

Finché Facebook è fuori uso, è possibile che non funzionino neanche gli
accessi alle app o ai siti che usano l’opzione
“Login tramite Facebook” (per esempio Pokémon Go). 

In pratica, un miliardo di smartphone e di altri dispositivi sta cercando
disperatamente di trovare Facebook e questi tentativi inutili generano
traffico DNS
che rallenta tutti gli altri accessi.

Agli utenti di Facebook, Instagram, WhatsApp e Oculus non resta che aspettare
che la situazione venga ripristinata ed eventualmente installare app analoghe
come Signal o Telegram. Aggiungo un paio di suggerimenti:

  • Disattivate le notifiche di Facebook, WhatsApp e Instagram, altrimenti
    quando torneranno a funzionare verrete sommersi da un fiume di notifiche
    rimaste in coda (grazie ad
    @alessLongo
    per la dritta). 
  • NON FIDATEVI di eventuali messaggi o mail che invitano a cliccare da
    qualche parte per riattivare i vostri account. I truffatori approfitteranno
    sicuramente del panico causato da questo collasso e invieranno messaggi-esca
    che porteranno a siti-trappola che somigliano alle schermate di login dei
    social di Zuckerberg ma sono in realtà delle copie che rubano le
    password.

Maggiori informazioni ed analisi sono presso
Ars Technica,
The Register,
Brian Krebs
(anche
qui
in maggiore dettaglio),
SANS.

—

2021/10/04 23:30. Status.fb.com è
tornato online:

—

2021/10/04 23:50.
Alcuni
lettori
mi
segnalano
che WhatsApp e Instagram stanno riprendendo a funzionare, dopo circa sei ore
di paralisi. Non è un record: un altro blackout di Facebook, WhatsApp e
Instagram a marzo 2019 durò oltre
quattordici ore.

—

2021/10/05 13:10. Facebook ha
pubblicato
delle scuse e una spiegazione dettagliata dell’incidente. Da questa
pubblicazione cito:

The underlying cause of this outage also impacted many of the internal
tools and systems we use in our day-to-day operations, complicating our
attempts to quickly diagnose and resolve the problem.

Our engineering teams have learned that configuration changes on the
backbone routers that coordinate network traffic between our data centers
caused issues that interrupted this communication. This disruption to
network traffic had a cascading effect on the way our data centers
communicate, bringing our services to a halt.

Our services are now back online and we’re actively working to fully
return them to regular operations. We want to make clear at this time we
believe the root cause of this outage was a faulty configuration change.
We also have no evidence that user data was compromised as a result of
this downtime.

In altre parole; è confermato che anche i sistemi interni di Facebook sono
stati colpiti, che si è trattato di un errore di configurazione  (non di
un attacco esterno) e che non risulta che ci siano state violazioni dei dati
degli utenti.

—

2021/10/05 20:55. Facebook ha pubblicato un’ulteriore spiegazione
dell’accaduto. Cito la parte interessante ed evidenzio i punti salienti:

This outage was triggered by the system that manages our global backbone
network capacity. The backbone is the network Facebook has built to
connect all our computing facilities together, which consists of tens of
thousands of miles of fiber-optic cables crossing the globe and linking
all our data centers.

Those data centers come in different forms. Some are massive buildings
that house millions of machines that store data and run the heavy
computational loads that keep our platforms running, and others are
smaller facilities that connect our backbone network to the broader
internet and the people using our platforms. 

When you open one of our apps and load up your feed or messages, the
app’s request for data travels from your device to the nearest facility,
which then communicates directly over our backbone network to a larger
data center. That’s where the information needed by your app gets
retrieved and processed, and sent back over the network to your
phone.

The data traffic between all these computing facilities is managed by
routers, which figure out where to send all the incoming and outgoing
data. And in the extensive day-to-day work of maintaining this
infrastructure, our engineers often need to take part of the backbone
offline for maintenance — perhaps repairing a fiber line, adding more
capacity, or updating the software on the router itself.

This was the source of yesterday’s outage. During one of these routine
maintenance jobs, a command was issued with the intention to assess the
availability of global backbone capacity, which unintentionally took down
all the connections in our backbone network, effectively disconnecting
Facebook data centers globally.
Our systems are designed to audit commands like these to prevent
mistakes like this, but a bug in that audit tool didn’t properly stop
the command.
 

This change caused a complete disconnection of our server connections
between our data centers and the internet. And that total loss of
connection caused a second issue that made things worse.  

One of the jobs performed by our smaller facilities is to respond to DNS
queries. DNS is the address book of the internet, enabling the simple web
names we type into browsers to be translated into specific server IP
addresses. Those translation queries are answered by our authoritative
name servers that occupy well known IP addresses themselves, which in turn
are advertised to the rest of the internet via another protocol called the
border gateway protocol (BGP). 

To ensure reliable operation, our DNS servers disable those BGP
advertisements if they themselves can not speak to our data centers, since
this is an indication of an unhealthy network connection. In the recent
outage the entire backbone was removed from operation,  making these
locations declare themselves unhealthy and withdraw those BGP
advertisements. The end result was that our DNS servers became unreachable
even though they were still operational. This made it impossible for the
rest of the internet to find our servers. 

All of this happened very fast. And as our engineers worked to figure out
what was happening and why, they faced two large obstacles: first, it was
not possible to access our data centers through our normal means because
their networks were down, and second, the total loss of DNS broke many of
the internal tools we’d normally use to investigate and resolve outages
like this. 

Our primary and out-of-band network access was down, so
we sent engineers onsite to the data centers

to have them debug the issue and restart the systems. But this took time,
because these facilities are designed with high levels of physical and
system security in mind. They’re hard to get into, and once you’re inside,
the hardware and routers are designed to be difficult to modify even when
you have physical access to them. So it took extra time to activate the
secure access protocols needed to get people onsite and able to work on
the servers. Only then could we confirm the issue and bring our backbone
back online. 

Once our backbone network connectivity was restored across our data
center regions, everything came back up with it. But the problem was not
over — we knew that flipping our services back on all at once could
potentially cause a new round of crashes due to a surge in traffic.
Individual data centers were reporting dips in power usage in the range
of tens of megawatts, and suddenly reversing such a dip in power
consumption could put everything from electrical systems to caches at
risk
.   

Helpfully, this is an event we’re well prepared for thanks to the “storm”
drills we’ve been running for a long time now. In a storm exercise, we
simulate a major system failure by taking a service, data center, or
entire region offline, stress testing all the infrastructure and software
involved. Experience from these drills gave us the confidence and
experience to bring things back online and carefully manage the increasing
loads. In the end, our services came back up relatively quickly without
any further systemwide failures. And while
we’ve never previously run a storm that simulated our global backbone
being taken offline
, we’ll certainly be looking for ways to simulate events like this moving
forward. 

—

2021/10/07 23:20. Ho provato a tradurre in italiano umanamente comprensibile lo spiegone di Facebook del suo collasso che ho citato qui sopra. Ditemi come sono andato.

In sintesi e con qualche mio commento: Facebook è un insieme geograficamente sparso in tutto il mondo di data center, grandi e piccoli, che sono interconnessi tramite una vasta rete di cavi di telecomunicazioni, denominato backbone. Quando un utente interagisce con Facebook (e le sue associate Instagram e WhatsApp), la sua app chiede dati. Questa richiesta viene ricevuta dal data center piccolo più vicino, che la manda tramite la rete di Facebook a uno dei data center più grandi, dove viene elaborata e riceve risposta. Questo traffico è gestito da router che decidono dove inviare i dati ricevuti e spediti.

A volte questa rete ha bisogno di manutenzione o modifiche. Il blackout è stato causato da una di queste manutenzioni: è stato dato un comando per valutare la disponibilità di capacità del backbone globale. Questo comando ha involontariamente interrotto tutte le connessioni del backbone, scollegando tutti i data center. I sistemi di Facebook sono progettati per valutare comandi di questo genere per impedire questo tipo di errore, ma un bug nel sistema di valutazione non ha bloccato il comando.

Questa disconnessione ha causato un secondo problema. I data center più piccoli di Facebook rispondono anche alle query del DNS. Il DNS è la rubrica degli indirizzi di Internet: traduce i nomi dei siti che digitiamo nel browser in indirizzi IP. Questa traduzione, nel caso di Facebook, viene fatta dai name server di Facebook, i cui indirizzi vengono comunicati a tutta Internet tramite un protocollo di nome border gateway protocol o BGP.

Ma Facebook è progettata in modo che se i name server dell’azienda non riescono a comunicare con i suoi data center, le informazioni BGP vengono rimosse per sicurezza. Il risultato è che tutta Facebook diventa irreperibile e sparisce completamente da Internet.

Tutto questo è accaduto molto in fretta. I data center erano inaccessibili da remoto (la rete non funzionava) e il crollo del DNS ha bloccato il funzionamento di molti degli strumenti interni usati solitamente per gestire questi problemi. Così è stato necessario inviare fisicamente dei tecnici ai data center per risolvere l’anomalia e riavviarli. Ma questo ha richiesto tempo per via delle sicurezze fisiche elevate di questi data center: è difficile entrarvi (questo accenno sembra confermare le voci di dipendenti chiusi fuori dalle sicurezze) e una volta dentro sono progettati per rendere difficili le modifiche anche quando si ha accesso fisico.

Una volta ripristinato il backbone, si è posto un ulteriore problema: riattivare di colpo tutti i servizi avrebbe rischiato di causare nuovi crash a causa dell’improvviso aumento del traffico. Questo ha delle implicazioni a livello elettrico (non elettronico) molto importanti: i singoli data center segnalavano cali di consumo dell’ordine delle decine di megawatt, e invertire di colpo questi cali avrebbe messo a rischio gli impianti elettrici e molti altri sistemi.

Facebook aveva simulato queste situazioni durante varie esercitazioni e ha saputo riavviare i sistemi senza causare sovraccarichi. Però, nota Facebook, questo scenario non era mai stato simulato. Una pecca grave. 

Ancora una volta si conferma il concetto che i disastri non sono mai causati da un singolo guasto, ma da una combinazione di guasti concatenati. È il cosiddetto Swiss cheese Model di James T. Reason della University of Manchester: le difese di un’organizzazione sono viste come una serie di barriere rappresentate da fette di formaggio coi buchi, tipo Emmental. I buchi delle fette rappresentano le varie fragilità delle singole difese e variano continuamente di grandezza e posizione sulla fetta. Quando i buchi delle varie fette si allineano, anche solo momentaneamente, si forma una “traiettoria di opportunità per incidenti” e una minaccia o un danno che normalmente non causerebbe problemi attraversa di colpo tutte le difese, portando al disastro.

Credit per l’immagine dello Swiss cheese Model: BenAveling/Wikipedia. 

Il tentato phishing ai danni di Elodie

Il tentato phishing ai danni di Elodie

La cantante italiana Elodie ha
segnalato su Instagram di essere stata oggetto di un tentativo di
phishing: qualcuno le ha mandato vari messaggi che sembravano degli
avvisi di sicurezza per un suo account contenente foto ma in realtà erano dei
falsi generati dal suo aggressore. 

Si è accorta in tempo del tentativo e
non è caduta nella trappola. Ha pubblicato i messaggi-truffa, e questo
permette di studiare da vicino un caso concreto di tentato furto di
credenziali che avrebbe potuto avere conseguenze personali e professionali
pesanti.

La prima cosa interessante è il testo degli avvisi, costruito in modo da
sembrare realistico, personale e preoccupante:
“Ciao Elodie, Nuovo accesso al tuo account nei pressi di Milano(Mi).
Autorizza o blocca questo accesso tramite [link]”
;
“Ciao Elodie, Come da tua richiesta il download della libreria fotografica
è iniziato. Verifica i tuoi file su [link]
”;
“Ciao Elodie, Blocca i tentativi di accesso al tuo account completando il
login su [link]”
; e così via. Tutti i messaggi sono pensati in modo da indurre la vittima a
cliccare sul link, dove troverà una finta pagina di login, gestita in realtà
dai truffatori. Se dovesse digitare la propria password in questa pagina
falsa, regalerà il controllo del proprio account ai malviventi.

Il link è la seconda cosa interessante: è sempre uguale, ed ha la forma
bit [punto] ly/accessoSospetto. Anche il nome del link è scelto in modo
da sembrare un riferimento a una pagina di verifica di sicurezza antifrode.

Si tratta di un link abbreviato: la sua versione estesa, e quindi il vero
indirizzo web della pagina-trappola, è
https://www.iclooud[punto]co/b/VerificaAccesso/. Notate l’iclooud
con due O, che è facile scambiare per iCloud di Apple. Secondo
Domaintools,
Iclooud[punto]co risiedeva in Germania all’indirizzo IP 185.219.221.184
ed è stato creato 87 giorni fa, il primo marzo 2021. Ora non risponde più:
meglio così.

Per evitare questo genere di truffa, conviene abituarsi a non cliccare
sui link di allerta e conviene
attivare
l’autenticazione a due fattori. Forse ora che il tentativo di
phishing è capitato a una persona così seguita, un po’ di gente starà
più attenta. Forse.

 

Fonti:
Yahoo Notizie,
Fanpage.it.

Miniguida per usare Instagram e vivere felici

Miniguida per usare Instagram e vivere felici

Con un miliardo di account creati dalla sua nascita nel 2010 e circa 100 milioni di foto condivise ogni giorno dai suoi utenti, Instagram è ormai uno dei social network fondamentali. Naked Security di Sophos ha pubblicato una miniguida per usarlo e vivere felici che riassumo qui nei suoi punti salienti. Se vi interessa la versione completa, è qui in inglese.

Occhio al furto di account. Gli account Instagram fanno gola ai criminali e ai molestatori, che s’inventano mille modi per rubarli e saccheggiarne i contenuti o semplicemente toglierli ai legittimi utenti. Questo è un reato che vedo avvenire sempre più spesso, soprattutto a danno degli utenti più giovani. La trappola è solitamente un messaggio che chiede alla vittima di cliccare su un link che la porta a una pagina web che finge di essere quella di richiesta password di Instagram ma è in realtà gestita dai truffatori. Un altro trucco frequente è la finta segnalazione di violazione di copyright, come quelle mostrate qui sotto.

Finte offerte di sponsorizzazione. I truffatori fingono di essere un marchio famoso e offrono agli utenti di diventare influencer pagati per promuovere il loro brand. Poi chiedono le coordinate bancarie sulle quali pagare i compensi e le usano per le loro altre attività criminose.

Truffe sentimentali. Un classico: il finto corteggiatore (o corteggiatrice) costruisce un rapporto di lunga durata con la vittima, adulandola anche per mesi, e ne conquista la fiducia per poi chiederle denaro con la scusa di doversi tirare fuori da un guaio. Non è vero nulla, ma la vittima ci crede e manda i soldi, che non rivedrà più.

Offerte allettanti. I truffatori fingono di offrire un prodotto esclusivo a prezzo stracciato a pochi fortunati, ma per riceverlo bisogna pagare delle “spese di spedizione”. Il prodotto non arriva e i soldi pagati non tornano.

Investimenti sicuri. I criminali si mostrano come persone di grande successo materiale e dicono di aver fatto fortuna con un “sistema” che sono disposti a rivelare a chi manda loro un piccolo anticipo. Chi abbocca riceve spesso dei finti “estratti conto” che fanno sembrare che il “sistema” stia rendendo bene. Così la vittima manda altri soldi da “investire” e magari coinvolge anche parenti e amici. Un bel giorno il truffatore svanisce e con lui spariscono anche tutti i soldi.

Naked Security ha quattro consigli di base per vivere serenamente su Instagram:

  1. Password robuste e differenti. Non usate su Instagram una password che usate altrove. Se temete di aver dato la vostra password a un sito ingannevole, cambiatela subito, prima che lo facciano i criminali. Valutate la possibilità di usare un password manager.
  2. Condivisione limitata. Anche se oggi è considerato normale condividere pubblicamente su Instagram gran parte della propria vita, non è obbligatorio raccontare tutto a tutti. Chiedetevi chi o cosa c’è anche sullo sfondo delle foto prima di pubblicarle.
  3. Siate vigili. Se un account o un messaggio vi insospettisce, non interagite, non rispondete e non cliccate sui link che vi manda. Se una cosa sembra troppo bella per essere vera, presumete che non sia vera.
  4. Rendete privato il vostro account. Se non avete ambizioni di diventare influencer e invece usate Instagram per restare i contatto con gli amici, impostate il vostro account in modo che sia privato. Solo chi vi segue potrà vedere le vostre foto. Controllate periodicamente l’elenco di questi follower e bloccate chiunque non riconoscete e chiunque non volete più fra coloro che hanno accesso ai fatti vostri. Per rendere privato un account è sufficiente andare nelle Impostazioni e poi scegliere Privacy e attivare il selettore Account privato.
Dieci anni di Instagram

Dieci anni di Instagram

Vi ricordate il vecchio logo di Instagram, quello mostrato qui accanto? Sono ormai passati dieci anni dal debutto di questa app a ottobre 2010; a quell’epoca c’era soltanto la versione per iOS, e gli utenti Android dovettero aspettare quasi due anni, fino ad aprile 2012, per poter condividere foto online tramite quest’app.

Oggi può sembrare strano, ma inizialmente le foto di Instagram erano limitate al formato quadrato e non potevano superare i 640 x 640 pixel (la risoluzione dell’iPhone di allora); per arrivare alla risoluzione attuale di 1080 pixel fu necessario attendere il 2015, quando arrivarono le immagini multiple in un singolo post; le Storie arrivarono nel 2016.

Oggi e dal 2012 Instagram è di proprietà di Facebook, che sta progressivamente integrando Facebook e Instagram (e prossimamente anche WhatsApp) al livello dei messaggi: un utente di Facebook Messenger può comunicare con gli utenti di Instagram e viceversa, si possono collegare i propri account Facebook e Instagram, ed è possibile fare crossposting: per esempio condividere su Instagram un contenuto postato su Facebook e viceversa.

Attualmente Instagram conta circa un miliardo di utenti attivi su base mensile, ed è popolare soprattutto nella fascia d’età fra 18 e 34 anni, che è desideratissima dagli inserzionisti pubblicitari; in questa fascia sta eclissando la popolarità di Facebook.

La fusione di Facebook e Instagram è quindi una buona strategia per semplificare le comunicazioni degli utenti e per raccogliere più dati vendibili sulle loro abitudini, sui loro interessi e sulle loro reti di contatti, amici e conoscenti. Ma all’orizzonte si profilano già possibili successori e alternative, come TikTok e Discord.

Si poteva rubare un account Instagram mandando semplicemente un’immagine

Si poteva rubare un account Instagram mandando semplicemente un’immagine

Se usate Instagram, aggiornate la vostra app, altrimenti può bastare una semplice immagine per rubarvi l’account.

Lo segnalano i ricercatori di sicurezza informatica di Check Point Research, che hanno scoperto una falla in un componente open source usato da Instagram (Mozjpeg) per visualizzare le immagini JPEG. La falla consentiva a un aggressore di prendere il controllo dell’account di una vittima semplicemente mandandole un’immagine appositamente confezionata, usando mail, WhatsApp o altri sistemi di messaggistica. 

Quando la vittima avviava Instagram sul proprio smartphone, l’immagine veniva caricata automaticamente, causando un integer overflow che portava a un heap buffer overflow che a sua volta consentiva di eseguire istruzioni sullo smartphone: leggere i messaggi privati, cancellare o pubblicare post, e persino trasformare lo smartphone in uno strumento di sorveglianza accedendo ai dati GPS e alla fotocamera.

Check Point ha aspettato sei mesi prima di pubblicare la propria scoperta: nel frattempo ha informato Facebook, proprietaria di Instagram, che ha corretto la falla. Facebook dichiara che il problema riguarda le versioni di Instagram vecchie: dalla 128.0.0.26.128 in poi non c’è più.

Per sapere quale versione di Instagram avete installato:

  • Su Android, andate in Impostazioni – Applicazioni, toccate Instagram e scorrete verso il basso: vedrete l’indicazione della versione.
  • Su iOS/iPadOS, andate in Impostazioni – Generali – Spazio, toccate Instagram e comparirà l’indicazione della versione.

 

Fonti aggiuntive: Forbes, Apple Insider, Android Central.

Salvare foto da Instagram alla massima risoluzione

Salvare foto da Instagram alla massima risoluzione

Instagram non ha, per ora, un’app per computer, ma si può usare Chrome con l’apposita estensione per Instagram per interagire con Instagram usando un vero computer dotato di mouse e tastiera, che rende tutto infinitamente più veloce e flessibile rispetto allo smartphone (ho provato a lavorare per quattro giorni solo con telefonino e tablet durante una mia breve visita a Londra, pochi giorni fa, in modo da non dovermi portare la zavorra del laptop, ed è stata una sofferenza unica).

Con un computer (Linux, Mac, Windows) diventa facile anche salvare le foto Instagram che vogliamo tenere, e farlo ottenendo la versione a massima risoluzione, che Instagram spesso non mostra.

Supponiamo per esempio che vogliate salvare questa foto dell’astronauta Christina Kock durante una sua attività extraveicolare, all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale.

Se fate un normale clic destro per salvare l’immagine, ottenete questo link, il cui URL (https://scontent-frt3-2.cdninstagram.com[…%5D/s1080x1080%5B…%5D) indica che si tratta già della versione a massima risoluzione, ossia 1080 pixel.

Ma non sempre è così. Quest’altra foto postata su Instagram, se salvata con un clic destro, è a 640 pixel.

Però con Chrome su computer potete fare clic destro sull’immagine e scegliere Inspect dal menu pop-up di Chrome che compare. Otterrete una schermata come questa:

Cercate il link che contiene s1080 e fatevi sopra un clic destro per aprirlo in un’altra scheda: otterrete l’immagine ad alta risoluzione.

Se il post contiene più di una foto, visualizzate la specifica foto che volete scaricare prima di attivare Inspect.

Ci sono anche servizi online che consentono di fare la stessa cosa, come Dinsta o Downloadgram, ma non ne ho trovati che consentano di acquisire immagini da post Instagram contenenti più di una foto.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Sparisce Ghosty, l’app per spiare gli utenti Instagram

Sparisce Ghosty, l’app per spiare gli utenti Instagram

Ghosty era un’app che prometteva di far vedere i profili Instagram nascosti. Era già stata scaricata oltre 500.000 volte da Google Play, dove era ospitata da aprile scorso. Ma ora non c’è più.

La ragione della sua sparizione è molto semplice: era una trappola. Infatti per poter accedere agli account Instagram privati bisognava dare a Ghosty le proprie credenziali Instagram e invitare almeno un’altra persona a usare l’app. Questo permetteva a Ghosty di accedere all’account Instagram del curiosone e offrirlo agli altri utenti. Era insomma un patto col diavolo, grazie al quale Ghosty permetteva sì di vedere gli account privati su Instagram, ma non tutti: solo quelli degli utenti Ghosty e dei loro amici.

La cosa peggiore, infatti, è che ci andavano di mezzo anche gli utenti Instagram i cui account privati venivano seguiti da chi si iscriveva a Ghosty. E così un utente Instagram che voleva tenere privato il proprio profilo se lo trovava spiabile per colpa di qualcuno dei suoi amici ai quali aveva concesso fiducia.

Ancora una volta, insomma, le promesse di privacy dei social network risultano vane.

Come se non bastasse tutto questo, Ghosty bombardava gli utenti di pubblicità e conteneva servizi a pagamento.

Pur essendo in violazione delle condizioni di servizio di Instagram, che vietano la raccolta di credenziali, Ghosty è rimasto in Google Play per mesi senza che né Facebook (proprietaria di Instagram) né Google intervenissero. Conviene evitare le offerte troppo belle per essere vere, anche quando sono in uno store ufficiale.

Fonti: Naked Security, Android Police.

Facebook cambia nome: ora si chiama FACEBOOK

Facebook cambia nome: ora si chiama FACEBOOK

Facebook ha annunciato un cambiamento epocale nel proprio branding: d’ora in poi l’azienda che gestisce il social network si chiamerà FACEBOOK, scritto tutto in maiuscolo e in colori variabili. L’app del suo social network omonimo manterrà il logo classico e il nome classico senza maiuscole. Quindi facciamo i bravi e impariamo la distinzione: l’app è Facebook, l’azienda è FACEBOOK. C’è anche la GIF animata apposita:

C’è tutto uno spiegone sui dettagli di questa decisione, che parla di un “sistema che è rispettoso del contesto e dell’ambiente”, di un “design che sostiene le persone e le loro storie”, e racconta che il font scelto ha un “sottile ammorbidimento degli angoli e delle diagonali” che “aggiunge un senso di ottimismo”. Sarà.

Il problema, perlomeno per me che sono della vecchia guardia, è che la regola di Internet è che scrivere tutto in maiuscolo equivale a URLARE. Per cui vedere “FACEBOOK” mi fa venire l’impulso di leggerlo urlando.

A parte questo, è comunque positivo che presto le app di FACEBOOK (l’azienda) avranno tutte una chiara indicazione della loro appartenenza a FACEBOOK (sempre l’azienda). Molti utenti, infatti, non sono consapevoli del fatto che anche Instagram e WhatsApp (e anche Oculus) fanno parte della galassia di servizi di FACEBOOK (l’azienda) e quindi abbandonano Facebook (l’app) in favore di queste altre app senza rendersi conto che i dati che vi immettono confluiscono lo stesso in FACEBOOK (l’azienda).

Instagram prima e dopo.