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FAQ: “Paolo, sei credente? Come vedi l’Universo?”

Dipende cosa si intende per “credente”: lo vedo razionalmente. Credo in quel che si può verificare, misurare e
sperimentare. Ho visto troppi abbagli e inganni per potermi fidare
esclusivamente dei miei sensi (ne parlo in questo mio articolo). Non credo a divinità o simili, ma
razionalmente non ne escludo l’esistenza. Ho motivi logici per dubitare
che queste entità, se esistono, intervengano nelle cose umane o che ci
abbiano a cuore o che possano essere blandite attraverso particolari
riti.

Questo non mi impedisce di cogliere il fascino e la bellezza
dell’universo e di apprezzare il valore della vita e la sua fragilità.

Se si dimostrasse una vita dopo la morte, accetterei il fatto e ne sarei
contento (a patto che la nuova vita non sia una forma d’inferno). Sono
aperto a dimostrazioni, ma invoco la Legge di Sagan: devono essere
dimostrazioni a prova di bomba.

Se mi succede un fenomeno che non capisco, non mi butto subito su
spiegazioni soprannaturali, ma mi chiedo se per caso esiste una
spiegazione che non confligga con le leggi fisiche conosciute e non
richieda di ricorrere a entità ultraterrene. Occam tiene sempre affilata
la propria lama, a casa mia.

Mi considero un irrilevanteista, parola che credo di aver coniato in un mio commento a un mio articolo:

L’agnostico non sa se Dio c’è o non c’è. L’irrilevanteista va un po’ più
in là: considerato che non ci sono prove oggettive dell’esistenza di
qualche ente superiore che intervenga concretamente nell’esistenza
umana, può benissimo darsi che esista un ente superiore, che però non
interferisce e non interviene nelle umane cose. Magari ha creato
l’universo, ma non interviene nella propria (ipotetica) creazione. Per
cui la sua esistenza è, all’atto pratico, irrilevante nella costruzione
di un codice etico o morale.

E’ imprudente basare le proprie scelte morali su qualcosa che forse non esiste.

Al tempo stesso, un irrilevanteista è chi accetta le religioni altrui
se i precetti di queste religioni, pur partendo da verità rivelate,
arrivano comunque a conclusioni etiche e morali compatibili con i
diritti umani, senza discriminazioni di sesso o colore o credo.

Irrilevanteismo, insomma, significa “che tu faccia il bene perché te lo
dice Gesù, Thor o Ganesh o perché ci sei arrivato da solo è
irrilevante; basta che tu faccia del bene”.

 

FAQ: “Paolo, perché ti fai chiamare ‘topone‘?”

Me lo chiedono in tanti, per cui mi sono rassegnato a scrivere questo
paragrafetto di spiegazione. 

Mia moglie e io ci siamo sempre chiamati
affettuosamente “topo” fra di noi. Inoltre la società per la quale ho lavorato per vari anni si chiamava Top One UK Ltd, per cui l’idea di fondere le due cose nel mio indirizzo di e-mail (topone@pobox.com) è venuta da sé.

E poi topone rimane molto più impresso di un banale paolo e rende meglio la mia abitudine all’informalità e a non prendermi troppo sul serio.

Se vi state chiedendo come si pronuncia (all’inglese o all’italiana), ossia se è top one nel senso di “quello che sta più in alto” o di “quello che sta sopra” (molto allusivo) o è topone nel senso di “grosso topo”, è lo stesso: vanno bene entrambi. Usate quello che vi piace di più..

 

FAQ: “Paolo, ma ‘Attivissimo’ è un pseudonimo, vero?”

No. Vi potrà sembrare strano, ma è davvero il mio cognome anagrafico.

Questo non ha impedito a molti di scriverlo nei modi più strani:

  • Altissimo (come l’ex ministro)
  • Appilissimo (prenotazione al ristorante)
  • Internet (visto su una busta speditami da una casa editrice)
  • Asalttivis (corrispondenza con British Telecom)
  • Atkinson (molti inglesi)
  • Velocissimo (alcuni conoscenti)

All’inizio della mia carriera di conferenziere questa domanda era così frequente che per anni ho iniziato le mie presentazioni con una slide che includeva una scansione (debitamente mascherata) di un documento d’identità, per superare l’incredulità del pubblico.

 

FAQ: “Paolo, ma il blog ‘il Re della Bufala’ è tuo?

FAQ: “Paolo, ma il blog ‘il Re della Bufala’ è tuo?

Da anni ricevo segnalazioni di lettori che cercano informazioni su Google usando il mio cognome come una delle parole chiave, in modo da trovare eventuali articoli scritti da me sull’argomento cercato, e incappano in un sito fake:

http://attivissimo-bufala blogspot it

che usa il titolo “Paolo Attivissimo il Re della Bufala”, imita la grafica del Disinformatico, usa la stessa piattaforma di blogging e pubblica una marea di scempiaggini complottiste (screenshot qui accanto).

Il blog ingannevole giace privo di aggiornamenti da novembre 2009 ma continua a confondere molti utenti, anche se i commenti in coda ai post sono piuttosto eloquenti.

Ho segnalato la questione a Google/Blogger come possibile furto d’identità, ma non c’è stato alcun risultato concreto, nonostante il fatto che il gestore del blog usi il mio vero nome e cognome nel proprio profilo e il fatto che il nome del blog causi confusione nei lettori. Forse rientra nel caso di “parodia o satira di persone” previsto dalle condizioni di Google.

Sia come sia, scrivo questo post per chiarire a chi mi segnala quel blog che:

  • sono al corrente della sua esistenza
  • non è roba mia
  • non so chi c’è dietro
  • l’ho già segnalato a Google come possibile abuso (e l’ho segnalato di nuovo a settembre 2014), ma senza risultato
  • non ho tempo per insistere sulla questione, ma se volete provarci voi, non ho nulla in contrario
  • Internet è fatta così
  • una risata lo seppellirà

Grazie a tutti, comunque, per l’interessamento!

Aggiornamento (2014/10/02): il blog è stato rimosso.

FAQ: “Paolo, come mai rifiuti nuove collaborazioni con riviste italiane?”

FAQ: “Paolo, come mai rifiuti nuove collaborazioni con riviste italiane?”

(sì, è Hugh Laurie, meglio
noto come House)

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Frequentemente qualcuno mi propone di scrivere per riviste italiane e io, eterno ottimista, accetto. Ma stavolta mi sono rotto. Lo dico qui, chiaro e tondo: niente di personale, ma scordatevelo. Per sempre. Non accetterò nuove proposte da editori o testate italiane. La ragione? La burocrazia di queste testate e del Fisco italiano è talmente ottusa e labirintica che il tempo che spenderei per farmi pagare mi costerebbe di più di quello che mi pagherebbero. Per cui grazie, ma no, grazie.

Oggi mi è capitato l’ennesimo esempio concreto di quest’assurdità. Circa sei mesi fa ho scritto, su invito, un articolo per una Nota Rivista Italiana. Doveva essere l’inizio di una collaborazione. Ma dopo sei mesi la Nota Rivista non solo non mi ha ancora pagato, ma non ha neanche risolto le questioni burocratiche e fiscali di un pagamento dall’Italia alla Svizzera (io abito a Lugano). Sembra che per tante aziende italiane pagare un fornitore fuori dalla penisola sia per definizione una cosa losca e sospetta, mai vista prima, un arcano irrisolvibile che comporta un interminabile rimpallo di modalità, responsabilità, ritardi e modulistica degni di una scena di Brazil. Europa unita? Semplificazione fiscale? Fatemi ridere. E non ditemi che è un problema dovuto al fatto che la Svizzera è in una lista nera e non è nell’Unione Europea: collaboro con clienti australiani che si accontentano di un singolo modulo spedito via fax e fanno il bonifico al volo.

Con grande pazienza mia moglie Elena, che cura la mia amministrazione e per questo (e non solo per questo) ha la mia venerazione incondizionata, ha speso giorni a informarsi presso le autorità fiscali svizzere, che hanno fornito gratuitamente tutto il necessario, prontamente e cortesemente, e a scrivere una mail dopo l’altra per cercare di far capire alla contabilità della Nota Rivista Italiana, con esempi pratici, che c’era una procedura alternativa, più semplice e snella, conforme alle leggi italiane, personalmente verificata e collaudata da anni con un’altra testata italiana (Le Scienze), che oltretutto non comportava per me ritenute a fondo perduto e mi permetteva di pagare le tasse a casa mia invece di affrontare il Balrog della fiscalità italiana. Macché: inamovibile come un fossile, la Nota Rivista Italiana ha voluto a tutti i costi mantenere il proprio iter preso di peso dalle pagine di Kafka e s’è pure lamentata che le stavamo facendo spendere tempo e denaro a disquisire con il suo fiscalista. Oh, scusate se volevamo offrirvi un sistema più efficiente e se non avevamo capito che invece il mio tempo e quello di mia moglie non valgono nulla.

Un semestre più tardi, cioè oggi, io e mia moglie ci siamo guardati in faccia e ci siamo resi conto che la procedura pretesa dalla Nota Rivista Italiana, in termini di ore di lavoro per svolgerla e procurarsi tutte le scartoffie borboniche necessarie, spedirle e poi inseguire il pagamento (a novanta giorni, oltre ai sei mesi già passati), ci era già costata più di quello che avremmo ricevuto come compenso (250 euro lordi). E che andando avanti avremmo speso ancora di più. Oltre ai travasi di bile, difficili da quantificare monetariamente ma assai tangibili. Non è la prima volta che mi capita un pantano fiscal-contabile del genere con testate italiane (un giorno vi racconterò delle proposte demenziali di Note Emittenti Televisive Italiane), ma stavolta è stato superato il limite del ridicolo.

Sicché abbiamo deciso di contenere il danno e di regalare l’articolo. Non vogliamo più spendere un altro nanosecondo a rincorrere, sollecitare, spiegare, descrivere, certificare l’inutile, dimostrare di non essere sporchi evasori fiscali fino a prova contraria. Non per 250 euro lordi. Mi costa meno regalare quel lavoro, con tanti cari saluti alla Nota Rivista Italiana e alla burocrazia e ai burocrati ottusi di un paese che sono sempre più contento di aver dovuto lasciare per poter lavorare onestamente. 

Pubblico qui queste righe così la prossima volta che qualcuno mi chiederà una collaborazione dall’Italia gli linkerò semplicemente queste righe amare. Scusate lo sfogo.

FAQ: “Paolo, perché non credi agli UFO?”

FAQ: “Paolo, perché non credi agli UFO?”

Mi hanno fatto questa domanda talmente tante volte che mi sa che è meglio farla
diventare una FAQ. Colgo lo spunto della mail che ho ricevuto da una lettrice,
che mi ha chiesto:
“In nome di che cosa, secondo lei, gli UFO non esistono? Io non so se
esistano o no, e non ho una risposta, ma metto in possibilità l’idea che non
siamo soli nell’universo. Non crede che gli ufologi possano avere anche solo
uno 0,001% di ragione?”
.

Versione breve. Attenzione: UFO e vita nell’universo sono due questioni
completamente distinte. C’è vita nell’universo? Credo proprio di sì: non ne ho
le prove, ma la scienza mi permette di osare di sperare che ci sia. Questa vita
viene a trovarci e gli oggetti che vediamo in cielo e chiamiamo
“UFO” sono una sua manifestazione? Credo proprio di no: mancano prove
robuste e abbondano invece gli abbagli e gli imbrogli intenzionali. E se
qualcuno ha uno 0,001% di ragione, vuol dire che ha il 99,999% di torto, per cui
è meglio lasciarlo perdere.

Versione lunga. Non ho mai detto che “gli UFO non esistono” e non
mi permetterei mai di farlo, anche perché dovremmo prima metterci d’accordo su
cosa intendiamo per “UFO”: qualunque oggetto volante non identificato,
oppure specificamente un veicolo extraterrestre?

Se intendiamo un oggetto volante di qualunque genere che non è stato
identificato, la mia risposta è che gli UFO esistono eccome: un tafano che passa
davanti alla macchina fotografica, una lanterna cinese, il pianeta Giove, un
aquilone a LED, la Stazione Spaziale Internazionale sono tutti UFO se non ho
informazioni sufficienti a identificarli per quello che sono realmente.

Ma se per “UFO” intendiamo specificamente un veicolo pilotato da esseri
intelligenti non terrestri, allora la mia risposta è che non dico affatto che
non esistono: sarebbe una presa di posizione arrogante e illogica. Dico solo che
finora nessuno dei casi ufologici resi pubblici ha portato prove
sufficientemente forti, oggettive ed esaminabili. E per una cosa straordinaria
come la scoperta di visitatori extraterrestri che sono tra noi non bastano una
testimonianza di un metronotte, una foto sbiadita o un filmato di un’autopsia
aliena: servono prove con i controfiocchi. Anche perché in
ufologia i ciarlatani, i profittatori, i mitomani, i matti e i Giacobbo
abbondano, e molte persone sono sorprendentemente ignoranti su cosa c’è in cielo
e come funzionano le videocamere e le fotocamere e prendono facilmente abbagli e
vedono quello che vogliono vedere invece di quello che c’è.

Vale insomma la Legge di Sagan: affermazioni straordinarie esigono prove
straordinarie. E l’idea che intelligenze aliene scorrazzino nei nostri cieli è
un’affermazione spettacolarmente straordinaria, che come tale pretende
prove spettacolarmente forti. Che finora non si sono viste. Nessun disco volante
che atterra in uno stadio gremito davanti alle telecamere; nessun rapito da
alieni che torna a casa con un po’ di pelle di ET sotto le unghie; nessun
manufatto manifestamente non terrestre e liberamente ispezionabile da esperti.
Niente. Solo dicerie e immagini sgranate. E tante, tante, tante falsificazioni
intenzionali. Gli ufologi, troppo creduloni e troppo spesso imbroglioni, insieme
al loro codazzo di cercatori di gloria e di giornalisti propinatori di
scoop facili, hanno reso ridicola la domanda più bella e più angosciante
dell’Universo: siamo soli?

A tutti quelli che pensano a un complotto ordito dai potenti della Terra per
nasconderci l’esistenza degli alieni dico solo una cosa: non ha senso. Se una
civiltà extraterrestre avesse tecnologie talmente avanzate da poter attraversare
gli abissi fra le stelle e venirci a trovare, pensate seriamente che una
qualunque potenza terrestre potrebbe tenerla sotto il proprio controllo? Sarebbe
come pensare che una tribù di guerrieri in canoa possa prendere impunemente il
controllo di una portaerei nucleare.

A chi invece dice che la quantità di segnalazioni e di avvistamenti è di per sé
prova che qualcosa c’è, ricordo che alla stessa stregua la quantità di
segnalazioni dovrebbe farci accettare come realtà le fatine, i demoni, i
folletti, i fantasmi e il mostro di Loch Ness. Ma mille abbagli non fanno un
fatto. Io, su un tema così importante, chiedo semplicemente prove: non mi
sembra una pretesa irragionevole.

Inoltre distinguo molto nettamente la questione dell’esistenza della
vita extraterrestre nel cosmo dall’ipotesi di una visita a noi da
parte di questa vita extraterrestre. Sto con il parere prevalente della comunità
scientifica: considerato che ogni galassia ha almeno cento miliardi di stelle,
ciascuna con uno o più pianeti, e che esistono almeno cento miliardi di
galassie, è statisticamente molto improbabile – quasi assurdo – che siamo
l’unica forma di vita intelligente nel cosmo. Non c’è nulla di speciale o di
raro o irripetibile in quello che è successo sulla Terra e che ha portato alla
nostra evoluzione ed esistenza attuale. Nulla vieta che sia successo altrove. Ma
abbiamo le prove che sia successo? No. Non ancora. Ma le stiamo cercando.
Guardiamo l’immensità di quei miliardi di miliardi di mondi e ci sentiamo soli.
L’idea che sia tutto deserto rasenta il blasfemo.

Siamo la prima generazione, in tutti i millenni di storia umana, che ha gli
strumenti tecnici per guardare al cielo e trovare la risposta a quella domanda
meravigliosa e inquietante. Oggi siamo in grado di visitare i mondi vicini e
vedere quelli lontani anni luce ed esplorarne le atmosfere alla ricerca dei
segni chimici della vita. Possiamo captare segnali di civiltà tecnologiche
all’altro capo della nostra galassia e possiamo anche noi mandare i nostri primi
incerti messaggi in bottiglia via radio. Non sprechiamo quest’occasione.

FAQ: “Paolo, perché non fai dibattiti con i complottisti?” Lo spiegano loro stessi

FAQ: “Paolo, perché non fai dibattiti con i complottisti?” Lo spiegano loro stessi

Mi capita spesso di sentirmi chiedere come mai non affronto faccia a faccia i complottisti. Spiego sempre, pazientemente, che un faccia a faccia riduce la questione a una gara di simpatia personale: vince il piacione, non vincono i fatti.

Spiego sempre la Teoria della Montagna di M*rda di Uriel Fanelli: il complottista ci mette tre secondi a inventarsi una “prova schiacciante”, mentre il debunker deve documentarsi minuziosamente, verificare tutto, preparare la spiegazione in termini comprensibili. Tutte cose che non si possono fare al volo durante un dibattito.

Spiego sempre, anche ai colleghi giornalisti che seguono il principio (sbagliato) che “bisogna far sentire le due campane”, che dare spazio ai complottisti, che sono tutti incompetenti nella materia di cui parlano, significa regalare loro una dignità, agli occhi del pubblico, che non si meritano. Significa mettere sullo stesso piano l’archeologo e il tizio che dice che le piramidi le hanno fatte gli alieni, il ginecologo e quello che dice che i bambini li porta la cicogna, Roberto Burioni e Red Ronnie sui vaccini. Come diceva Isaac Asimov, significa suggerire pericolosamente che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua sapienza.”

Ma spiegazioni come queste vengono accolte spesso con incredulità. C’è sempre qualcuno che obietta “Ma dai, i complottisti non possono essere così ottusi e incompetenti, magari hanno delle buone ragioni, sono persone che hanno dubbi ragionevoli, basta chiarirglieli”. Va benissimo, rispondo io, vai pure nei loro forum e prova a discuterci. Prova a essere ragionevole con loro e chiarire i loro dubbi portando fatti, prove, ragionamenti. Poi, quando ti avranno insultato e preso in giro e te ne andrai dai loro forum con le ossa metaforicamente rotte, non dire che non ti avevo avvisato.

Niente da fare: chi non prova queste cose in prima persona non si rende conto. Pensa, per esempio, che i terrapiattisti siano solo dei buontemponi, che non ci credano veramente ma siano dei provocatori o dei burloni. “Dai, non possono essere così scemi”. E invece lo sono. Scemi così scemi che neanche si rendono conto di essere scemi. Sono il frutto di una notte di furiosa passione copulatoria fra la stirpe dei Dunning e quella dei Kruger.

Chi prova a discutere con loro e tenta di intavolare un dibattito scopre che si tratta di gente che in realtà non ha alcun desiderio di scoprire la verità o appurare i fatti, ma cerca solo lo scontro, vuole solo costruirsi un nemico contro il quale scagliarsi, vuole ottenere visibilità attraverso il battibecco inconcludente. Vuole disperatamente brillare di luce riflessa, senza rendersi conto che in questo modo mette in luce la pochezza della propria vita.

Prendete Bart Sibrel, un complottista che ha perseguitato per anni gli astronauti che sono andati sulla Luna, chiedendo loro di giurare sulla Bibbia di esserci andati davvero. Quando alla fine si è preso un cazzotto dal settantaduenne Buzz Aldrin, che aveva appena chiamato “codardo e bugiardo”, la prima reazione di Sibrel è stata “Did you get that on camera?”. Sì, ha chiesto subito ai suoi assistenti se erano riusciti a riprendere la scena.

Di conseguenza, questa è la mia risposta standard a chiunque mi chieda di dibattere con un lunacomplottista:

Grazie, ma non partecipo a confronti di questo genere. Non voglio regalare dignità a tesi che non ne hanno e a personaggi noiosi che cercano solo di ottenere visibilità tirando fango sulle imprese coraggiose degli altri.

Gli allunaggi sono confermati da tutti gli esperti di tutto il mondo, compresi quelli russi, che all’epoca erano rivali degli americani. Solo gli incompetenti, gli ingenui e gli imbecilli li negano. Chi vuole levarsi i dubbi può farlo ragionando con la propria testa invece di seguire i ciarlatani in cerca di attenzioni. Valuta anche tu se è il caso che tu regali visibilità a questi mercanti del nulla.

Se vuoi, puoi riportare questa mia dichiarazione nel tuo programma.

Ogni tanto, però, qualcuno di questi ottusangoli regala esempi così perfetti e lampanti da poter essere capiti al volo anche dagli increduli.

Esempi come questo: di recente sono stato intervistato da Vanity Fair a proposito dei complottismi intorno agli allunaggi. Un complottista si è indignato per una frase che secondo lui è diffamatoria (non lo è; espone i fatti, documentati dal suo stesso video) e ha chiesto e ottenuto di pubblicare una replica, cosa che è regolarmente avvenuta, lasciando però immutata la mia intervista e la mia frase. Vanity Fair lo ha poi intervistato.

Come ha raccontato la cosa ai suoi seguaci nel suo sito? Ha fatto notare la correttezza giornalistica? Ha lodato il chiarimento dei fatti riguardanti gli allunaggi? No. Ha titolato così, gongolando per aver ottenuto anche lui di essere intervistato:

Copia su Archive.org.

Manca solo “gne gnee gne gne gneee”. Questo è il livello d’infantilismo dei complottisti.

E d’ora in poi, a chiunque mi chieda di fare dibattiti con queste mosche cocchiere risponderò semplicemente mostrando questa schermata e linkando questo articolo che state leggendo.

Resto a disposizione per parlare insieme dei fatti, e rispondere alle tesi dei complottisti attraverso le mie indagini pubblicamente disponibili gratis; ma non ho tempo da perdere con le persone che portano quelle tesi, perché hanno chiarito oltre ogni dubbio che a loro non interessa stabilire i fatti, ma interessa solo far diventare tutto uno scontro personale. Il “dibattito”, il “faccia a faccia” che chiedono, è semplicemente un pretesto.

Il trucco è vecchio e non attacca: fare un “dibattito” con un complottista è davvero come giocare a scacchi con il proverbiale piccione. Il piccione fa cadere tutti i pezzi, scacazza sulla scacchiera e ci zampetta sopra impettito, convinto di aver vinto.

E io non do da mangiare ai piccioni.

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