Vai al contenuto
Sciopero dei blog il 14/7: perché non aderirò

Sciopero dei blog il 14/7: perché non aderirò

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2009/07/14.

È meglio accendere una candela che maledire l’oscurità.

Anonimo

Per domani è stato indetto uno “sciopero dei blog” per protestare contro l’ennesima legge ridicola che secondo alcuni pareri autorevoli rischia di imbavagliare Internet in Italia. Iniziativa lodevole e interessante, ma non parteciperò. Per una ragione molto semplice: perché il silenzio e l’adunata in piazza sono la negazione della cultura della Rete.

La Rete non è mai riuscita a contrastare efficacemente gli attacchi alla libertà andando in piazza e strillando. Perché i politici di ogni schieramento che non capiscono nulla di Internet non fanno fatica a ignorare il baccano in piazza che dura un giorno. Si fa una bella giornata di fraterna lotta al sistema, si fa baldoria insieme, ci si trova con gli amici e ci si sente eroi per un giorno… e il giorno dopo ci si rende conto che non s’è concluso nulla, perché si è rimasti alla mercé degli stessi politici inetti di prima.

No, non è con gli scioperi che si sensibilizzeranno i politici che hanno in mano il pallino delle leggi. Non si può sensibilizzare chi è ottusamente insensibile e manco sa cosa sia ciò su cui vorreste sensibilizzarlo. Tanto varrebbe cercare di sensibilizzare un coccodrillo ai problemi dell’etica kantiana. Provateci pure: vi farà fuori comunque in un solo boccone. E il giorno dopo vi avrà dimenticato.

Non se la ricorda più nessuno la metafora della Rete come organismo vivente che reagisce alle minacce aggirandole ed evolvendosi, invece di tentare un fatuo attacco frontale? Siamo noi le cellule di quell’organismo. Gli internauti francesi si trovano il macigno della legge Hadopi, e cosa fanno, i sit-in? Lanciano baguette contro Sarkozy? No, inventano* il router Hadopi, che cracca le password degli access point che trova in giro e rende tutti “colpevoli”, paralizzando per sovraccarico il sistema giudiziario. Astuto.

* Aggiornamento: è emerso che il “router Hadopi” è una mezza bufala, creata come provocazione. “Non esiste; o meglio, non esiste ancora”, dice Routerhadopi.fr. Mi sono fidato di Le Monde e ho sbagliato. Ma l’idea di fondo è plausibile, secondo Punto Informatico, e il principio che volevo illustrare con quest’esempio rimane valido. Grazie ai lettori che mi hanno segnalato l’errore nei commenti.

Impariamo le tecniche di anonimizzazione e di occultamento. Impariamo la crittografia, lo scambio di file non tracciabile, la steganografia, il ripping dei nostri DVD e dei Blu-Ray, l’hacking dei dispositivi che ci circondano, il blogging anonimo, l’hosting sicuro. Impariamo a difenderci dai soprusi e a far valere il nostro diritto di esprimerci civilmente, usando le tecniche che il nostro ottuso antagonista non ha speranza di capire. Portiamo la contesa su un terreno che ci è familiare, invece di camminare allegramente sul campo minato dell’avversario.

Il contrasto alla stupidità non si fa adottando le regole degli stupidi. Si fa diventando più intelligenti, più svelti, più preparati. Si fa sfruttando le debolezze dell’avversario. Ma bisogna volerlo fare. Sempre che non pensiate che quando un topolino e un gatto si siedono a discutere in casa del gatto, il topolino possa averla vinta per pura forza dialettica.

Promemoria: i vostri libri digitali non sono vostri

Promemoria: i vostri libri digitali non sono vostri

Credit: Wikipedia.

Gli e-book sono molto comodi: pratici da portare in giro, facili da consultare per cercare un brano o un riferimento. Ma è importante ricordare che un e-book non è un libro: quando lo comprate, in realtà un e-book non è vostro.

Nella maggior parte dei casi, infatti, quella che si compra è soltanto una licenza di lettura, che è revocabile in qualunque momento e non è quasi mai trasferibile. Regalare un libro a un’amica o lasciarlo ai propri figli è un gesto semplice e naturale: farlo con un e-book commerciale è spesso addirittura vietato dalla legge.

Un forte promemoria di questo stato di cose spesso dimenticato arriva da una marca specifica di lettore di e-book, la Nook, di proprietà della grande catena libraria statunitense Barnes and Noble. Nook ha annunciato che a partire dal prossimo 15 marzo i suoi e-book non saranno più in vendita nel Regno Unito e le sue attività verranno cedute a una catena di supermercati britannica (Sainsbury’s).

Lo store britannico di Nook non esisterà più, né sul sito, né sul dispositivo omonimo né come app per Android. Game over. E come se non bastasse, l’annuncio di Nook dice che con la cessione delle attività i clienti potranno continuare ad accedere “alla maggior parte” dei titoli digitali acquistati. In altre parole, alcuni dei libri che hanno comprato non saranno più a loro disposizione, ma stranamente non si parla di rimborsare gli acquisti fatti.

Le guide a Internet della Prevenzione Svizzera della Criminalità

Le guide a Internet della Prevenzione Svizzera della Criminalità

L’articolo è stato aggiornato estesamente dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2015/10/06 11:30.

Molti internauti (giovani e meno giovani) si sentono disorientati e senza una guida nel mare dei servizi offerti da Internet. In realtà le guide ci sono: basta sapere dove trovarle.

Oggi segnalo quelle preparate dalla Prevenzione Svizzera della Criminalità: agili, snelle, disponibili naturalmente anche in italiano, adatte a tutte le età e confezionate in formati accattivanti per far arrivare a tutti i messaggi di base su sicurezza e prevenzione anche su Internet, senza obbligare gli utenti a diventare esperti informatici. Sono tante: qui ne cito giusto alcune.

C’è, per esempio, C’era una volta… Internet: cinque fiabe classiche reinterpretate in chiave digitale per spiegare altrettanti temi informatici molto importanti e pensate per i genitori di bambini sotto i 12 anni, che sono sempre più spesso lasciati a navigare in Rete da soli senza alcuna idea di quello che possono incontrare.

I diritti sulle immagini sono sempre un tema difficile, sul quale girano molti pregiudizi sbagliati: per chiarirli c’è la guida La propria immagine: tutto ciò che prevede la legge e c’è un’animazione, Diritto alla propria immagine.

Il bullismo digitale o cyberbullismo è affrontato in un video, mentre il bullismo su un altro livello, il cosiddetto cybermobbing, è trattato da Cybermobbing: tutto ciò che prevede la legge Cybermobbing: Molto imbarazzante, ma non per noi!

Per i social network ci sono le guide Sicurezza sui social networkCartolina PostaleCheck List e Safer Surfing.

Si parla anche di truffe, come quella classica dei finti dipendenti Microsoft, spiegata nel video La truffa del servizio assistenza Microsoft e in una miniguida. La Truffa della lotteria via SMS viene invece illustrata da un video e da un foglio informativo.

Va segnalata in particolare la versione aggiornata della guida Pornografia: tutto ciò che prevede la legge, che chiarisce la nuova tutela dei minori di età superiore ai 16 anni che fanno sexting (lo scambio di immagini intime). Il tema viene toccato anche da due altre guide, intitolate My Little Safebook, in versioni per adolescenti e per genitori, con molti consigli per divertirsi in Rete senza correre pericoli e per conoscere i luoghi e i modi in cui scattano le trappole terribili di cui spesso si sente parlare, come gli abusi sessuali (guida per adolescenti e per genitori).

Questo è solo un assaggio: il resto è sul sito della Prevenzione Svizzera della Criminalità. Buona lettura, insomma.

Politico svizzero bandito da Facebook: un’occasione per ripassare le regole dei social network

Politico svizzero bandito da Facebook: un’occasione per ripassare le regole dei social network

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle gentili donazioni di “livio*” e “La.fabb*”. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2015/09/02 12:45.

In Svizzera ha suscitato notevole scalpore (Le Matin; RTS; Blick; Giornale del Popolo; Corriere del Ticino; 20min) l’eliminazione da Facebook dell’intero profilo personale del politico Christoph Mörgeli proprio durante la campagna elettorale. Il profilo personale è stato poi riattivato poco fa (quello ufficiale resta aperto). La rimozione, scrive la RSI, era avvenuta a causa dei “contenuti inadeguati” che erano stati “segnalati da diversi utenti”. In particolare ci sarebbe stato di mezzo un post di Möergeli contenente la foto di un barcone carico di migranti accompagnata dalla scritta “arriva la forza lavoro” (immagine qui accanto). Dopo la chiusura del suo profilo, Moergeli ha detto che la decisione di Facebook era “un segnale negativo per la libertà di espressione in Svizzera”. L’allarme è poi rientrato.

Tuttavia vanno ricordate le regole del gioco: non ha molto senso lamentarsi di problemi per la libertà di espressione in Svizzera se si viene censurati quando si scrive su un sito americano.

Eh già: se lo sono dimenticati in molti, ma Facebook non è Internet. È uno spazio di proprietà privata su Internet gestito da una società commerciale. Chi scrive su Facebook accetta delle condizioni di contratto, decise unilateralmente da Facebook. Quello che si scrive su Facebook deve rispettare non le leggi nazionali, ma gli Standard della Comunità di Facebook, decisi da Facebook (immagine parziale qui accanto). Se quello che si scrive su Facebook viene segnalato da un altro utente qualsiasi, verrà vagliato da un addetto di Facebook, che giudicherà insindacabilmente se rispetta o meno gli Standard della Comunità. Prendere o lasciare.

Facebook, insomma, è anfitrione, editore, legislatore, giudice, giuria e censore, tutto in uno. Non è una piazza pubblica, dove quello che si può dire o fare è governato dalle leggi dello stato, decise democraticamente: è grosso modo l’equivalente virtuale di un centro commerciale, dove la libertà è regolamentata arbitrariamente dal proprietario di quello spazio. Provate a manifestare o volantinare in un centro commerciale e ditemi quanto tempo ci mettono ad accompagnarvi alla porta e se avete il diritto legale di opporvi alla cacciata.

Questo è Facebook. Quando si dice che l’abitudine sempre più diffusa a comunicare esclusivamente via
Facebook rischia di diventare un problema di democrazia e di libertà perché l’uso di Facebook crea dipendenza da una società privata, è
proprio questo che si intende. Lo stesso vale anche per gli altri social network, ma in misura minore perché non sono così pervasivi come Facebook, che conta oltre un miliardo e 400 milioni di utenti attivi.

Se usate Facebook per la vostra vita sociale, per la vostra azienda o per gestire la vostra immagine pubblica o la vostra campagna elettorale, dovreste ricordarvi tutte queste cose, prima di assumere atteggiamenti da martiri e lamentarvi di attentati alla libertà d’espressione. Se non vi piace, aprite un vostro sito Web: lì risponderete direttamente alle leggi dello stato, non agli umori mutevoli del californianissimo Galateo di Zuckerberg.

Se la piazza libera viene sostituita dal giardino cintato: distopia dei social network

Se la piazza libera viene sostituita dal giardino cintato: distopia dei social network

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “leandrodae*”.

La foto qui accanto non è tratta da qualche film di fantascienza distopica. È un’immagine scattata il 21 dicembre scorso in un centro commerciale, il Mall of America, nel Minnesota, dove alcune centinaia di persone si sono radunate pacificamente per dimostrare contro i recenti e ripetuti abusi di polizia che hanno portato alla morte di numerose persone innocenti. Tutte, guarda caso, di colore.

Come segnalano Wired e BoingBoing, l’immagine è il simbolo perfetto di dove stiamo andando senza rendercene conto granché. Stiamo sostituendo la libera piazza con il recinto controllato, nel mondo fisico e anche su Internet.

Nel mondo fisico, stiamo sostituendo un luogo d’incontro e di discussione su suolo pubblico, regolato soltanto dalle leggi dello stato e dalle norme di democrazia e nel quale vale il diritto di esprimere la propria opinione e di manifestare, con un ambiente privato, il cui proprietario può decidere a suo totale piacimento cosa consentire e cosa vietare: può vietare di fare fotografie, anche soltanto per prendere nota dell’aspetto o dei dati tecnici di un prodotto (è successo anche a me in Svizzera), e può proibire un incontro pacifico di persone, definendolo addirittura una “sommossa” (riot). Guardate questa foto e ditemi se corrisponde alla vostra definizione di sommossa:

Credit: John Autey/Pioneer Press

Tenete presente che è scattata in un paese nel quale, in molti stati, esiste il diritto automatico di girare armati anche in un centro commerciale (così un bambino di due anni può sparare alla madre e ucciderla). Cosa vi fa sentire più minacciati, un gruppo di manifestanti come questo o la consapevolezza che un tizio qualunque può avere addosso abbastanza munizioni da fare una strage?

Certo, il centro commerciale è proprietà privata e quindi il proprietario ha il diritto legale di imporre le regole che desidera. Ma è interessante notare quanti centri commerciali vietano di entrare armati e quanti invece vietano di fare fotografie.

Su Internet sta succedendo la stessa cosa. Stiamo rapidamente sostituendo mezzi di comunicazione liberi e regolati soltanto dalle norme di democrazia (mail, mailing list, IRC, newsgroup, forum distribuiti e decentrati), con ambienti chiusi commerciali, di proprietà privata (i social network), nei quali il proprietario decide arbitrariamente cosa abbiamo il diritto di dire o di fare.

Per esempio, su Facebook non potete pubblicare una foto di un seno di cui s’intraveda l’areola, neppure per mostrare un allattamento (norma revocata solo di recente), neppure per un body painting (anche qui), e fino a poco tempo fa neppure in un’opera d’arte presentata da un museo, ma una testa spiaccicata (“crushed heads are OK”), un cane trascinato a sangue dietro un’auto o la decapitazione di una donna vanno benissimo.

Leggete le norme interne di Facebook e guardate gli esempi qui sotto: è chiaro che qualcuno, da qualche parte, s’è messo in testa che mostrare specificamente i capezzoli femminili (e solo quelli; il resto del seno non causa turbe), anche soltanto disegnati, diffonde Ebola, causa pazzia, porta alla perdizione o istiga ad atti di terrorismo. Qualcuno deve pensare ai bambini che verranno scioccati da cotanta visione. Siamo in piena Guerra al Capezzolo.

Immagine non accettabile secondo Facebook.
Credit: Laure Albin Guillot, 1940 circa, Museo Jeu de Paume

Vignetta bandita da Facebook.
Credit: New Yorker/Robert Mankoff.

Immagine bandita da Facebook.
Credit: Gregory Colbert.
Immagine accettabile per Facebook.

Comunicare attraverso i social network significa dare a un ente privato commerciale il potere assoluto di controllare e regolamentare quello che possiamo dire, discutere e mostrare in base a regole che non sono quelle del nostro paese o delle nostre leggi, ma sono quelle arbitrarie del proprietario, che le può alterare in ogni momento a proprio piacimento e bandirci quando gli pare.

Nei social network non abbiamo diritti. Pensiamoci, prima di dimenticarci come si manda una mail.

Wikileaks pubblica FinFisher, il software-spia usato dai governi contro i dissidenti e i giornalisti; coinvolta anche VUPEN (antivirus)

Wikileaks pubblica FinFisher, il software-spia usato dai governi contro i dissidenti e i giornalisti; coinvolta anche VUPEN (antivirus)

Oggi Wikileaks ha messo online copie di FinFisher, il software d’intercettazione venduto dall’omonima azienda tedesca ai governi, che spesso lo usano per spiare giornalisti e dissidenti. Il software è in grado di intercettare le comunicazioni e i dati di sistemi OS X, Windows, Linux, Android, iOS, BlackBerry, Symbian e Windows Mobile. Finfisher, normalmente accessibile a caro prezzo soltanto alle agenzie governative, è ora scaricabile qui allo scopo di consentire a tutti (in particolare ai creatori onesti di antivirus) di analizzarlo e realizzare difese.

Finfisher ha fruttato ai suoi creatori circa 50 milioni di euro. Questi sono alcuni dei suoi clienti: in Europa spicca l’Italia insieme al Belgio e ai Paesi Bassi. Insieme al software sono disponibili anche i log dell’assistenza clienti di FinFisher, che contengono dati molto interessanti, compresi gli indirizzi IP dei “bersagli” e degli “agenti”.

Un aspetto particolarmente interessante per l’utente comune è che la società di sicurezza francese VUPEN Security ha collaborato con FinFisher fornendo vulnerabilità (exploit) che non rende pubbliche. Non è la prima volta che VUPEN è stata denunciata giornalisticamente per questo comportamento: anzi, VUPEN se ne vanta pure (Forbes, 2012; grazie a @flameeyes per la segnalazione).

Giusto per capirci: una società di sicurezza scopre una falla in un sistema operativo e invece di pubblicarla responsabilmente per consentirne la correzione, la tiene per sé e la rivela soltanto a chi realizza prodotti di sorveglianza. Questo significa che la falla nota non viene corretta neppure nei sistemi degli utenti onesti e innocenti.

Qui non si tratta più di argomentare se sia giusto o meno che un governo che voglia definirsi democratico abbia strumenti di sorveglianza così potenti e pervasivi, perché c’è sempre chi invoca la scusa (discutibile) che questi strumenti sono necessari per la lotta al terrorismo e al crimine organizzato. Qui siamo di fronte all’equivalente di avere un meccanico che scopre un difetto letale in una marca di automobili e lo rivende alla polizia, invece di segnalarlo al fabbricante, lasciando che continui a esserci (e sia scopribile da malintenzionati) in tutte le auto di quella marca. Compresa la vostra.

Oggi alle 15 sarò a Lugano per discutere di democrazia digitale

Oggi alle 15 a Lugano, presso la Libreria al Centro (ex Melisa), in via Vegezzi 4, parteciperò al dibattito eDem-Democrazia Digitale e partecipazione Online, strumenti e progetti, organizzato dall’Associazione Partito Pirata del Ticino. Nel dibattito interverranno anche Carlo Brancati (collaboratore a piattaforme di e-democracy), Lorenzo Losa (Wikimedia Foundation Italia), Ilario Valdelli (Community Manager Wikimedia Svizzera). È prevista la presenza di Alexis Roussel, Presidente del PPS. La pagina Facebook dell’evento è questa: l’incontro potrà essere seguito in diretta streaming su Youtube.

La sottile tentazione di smembrare Internet

Internet senza frontiere è un’anomalia storica. Eliminarla fa comodo a tanti

Non condivido i toni catastrofisti di questo articolo di John C. Dvorak, ma ho la sensazione che le sue idee provocatorie siano segretamente condivise in tante stanze dei bottoni, come una copia di Playboy in un seminario.

Riassumo: ci sono paesi, come Bielorussia, Arabia Saudita, Cina e Iran, che hanno di fatto realizzato una propria Internet isolata, filtrata, censurata. Anche in paesi più democratici ci sono proposte di legge come SOPA o accordi come ACTA che ambirebbero a oscurare con disinvoltura tutti i siti ritenuti inaccettabili o illegali, senza un giusto processo ma su semplice segnalazione.

La libera circolazione delle idee, immensamente facilitata dall’attuale Internet senza frontiere, è facilmente presentabile come un pericolo sociale, politico, commerciale e militare: contribuisce a rovesciare governi, dissemina le ideologie dei terroristi, offre un porto sicuro per la pirateria audiovisiva, per la pedopornografia, per il crimine informatico e per la guerra digitale, facilita lo spionaggio online da parte dei governi ostili. Permette al nemico di guardarci in casa.

Una Internet smembrata in isole nazionali, connesse attraverso filtri governativi basati su whitelist che consentano il commercio e la circolazione dei prodotti (se approvata dai produttori) e delle notizie (se approvate dai governi – adieu, Wikileaks) ma blocchino tutto il resto, è il sogno erotico di ogni politico isolazionista e di ogni lobbista di Hollywood. Rimette le frontiere, come Dio comanda, a questa cosa per loro anarchica e incomprensibile che è Internet. Toglie il megafono all’opposizione. Piazza un gendarme davanti a ogni rotativa. I nemici sono più facili da sopprimere, se sono costretti a risiedere localmente. La lista dei problemi che verrebbero “risolti” dall’eliminazione dell’attuale Internet è lunga e golosa.

L’idea non seduce solo le multinazionali o i governi. Ditemi se, almeno per un istante, non vi solletica l’idea di poter censurare le scempiaggini di Luogocomune.net (sito estero, essendo gestito da una persona residente negli USA), o di bloccare la circolazione dei video promozionali di al-Qaeda o del fondamentalismo islamista o cristiano. Perseguire qualcuno che sta al di fuori del territorio nazionale, che sia per ragioni ideologiche o perché ha copiato il modello di una borsetta, ha costi enormi che paralizzano la giustizia e spesso è semplicemente impossibile. Perseguire a livello nazionale è, in confronto, una passeggiata. Una querela e si oscura il sito. Una denuncia e si sequestrano i prodotti contraffatti e i trasmettitori non autorizzati. E per l’arresto non serve l’estradizione.

Dubito che una Internet perfettamente isolata sia tecnicamente fattibile, ma questo non vuol dire che nessuno proverà a crearla: la lotta al terrorismo, alla pirateria, alle ideologie sovversive e alla pedopornografia sono argomenti politicamente vendibilissimi. E noi tutti pagheremo le conseguenze di quest’ambizione spontanea al controllo, se non ci adoperiamo a diventare hacker e a eleggere governanti che non siano nati nell’epoca delle carrozze a cavallo e che capiscano qualcosa di Internet. Una volta, in Italia, ne ho conosciuto uno. I suoi colleghi di partito lo hanno trombato.

Ripeto: non condivido l’ineluttabilità espressa da Dvorak. Ma quando leggo, per esempio, che Twitter intende introdurre la censura regionale, non posso fare a meno di sentire, in lontananza, Orwell che ride amaramente.

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “alberto.fe*”.

Wikileaks e leggi islandesi

Wikileaks e leggi islandesi

No, l’Islanda non è ancora un porto sicuro per il giornalismo d’inchiesta

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Vedo che c’è molto interesse intorno alla vicenda dei terribili documenti segreti riguardanti la guerra in Afghanistan pubblicati da Wikileaks e intorno alla legge islandese che, secondo quanto scrive Repubblica, “garantisce uno ‘scudo’ quasi totale” a chi divulga notizie scomode che nel proprio paese potrebbero costargli una causa costosissima o addirittura la vita.

Ma c’è una precisazione importante da fare: la legge di garanzia non è stata affatto “approvata” come annuncia per esempio Repubblica nel sommario del suo articolo. Il 16 giugno scorso il parlamento islandese ha approvato all’unanimità la proposta di assegnare al governo l’incarico di creare questa legge di garanzia, che per ora non c’è e quindi ovviamente non è in vigore.

Il progetto si chiama Icelandic Modern Media Initiative (IMMI) e il suo sito ufficiale, ricco di informazioni è Immi.is. È disponibile in inglese e in islandese. Se e quando il progetto diventerà legge, allora si potrà parlare di scudi e ci sarà davvero qualcosa di importante da annunciare: per ora si tratta di promesse che un attento esame degli obblighi internazionali dell’Islanda potrebbero vanificare, come osserva per esempio il Guardian qui e qui.

Le protezioni giuridiche islandesi attuali, comunque, sono ritenute già sufficienti per consentire a questo paese di ospitare Wikileaks. Il problema, semmai, sarà implementare le protezioni tecniche: un governo o un’organizzazione sufficientemente irritata da una pubblicazione in Islanda di notizie imbarazzanti potrebbe usare un attacco informatico per bloccare l’accesso al sito. Ma potrebbe anche bastare un semplice sovraccarico di traffico, come quello che in questo momento rende Wikileaks inaccessibile.

Maggiori info: What is Wikileaks? (CNN), sitografia dell’IMMI su Wikipedia, Alternet.org, Der Spiegel, New York Times, Afghanistan ‘shocked’ by leaked US documents (CNN), Tens of thousands of alleged Afghan war documents go online (CNN).