Vai al contenuto

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/06/02

È andata in onda stamattina alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

La settimana prossima Niente Panico è in pausa e torna per l’ultima puntata della stagione il 16 giugno.

I temi e le fonti della puntata

Il leone marino che sa battere il ritmo meglio degli umani. Un articolo scientifico pubblicato su Scientific Reports descrive Ronan, una femmina di leone marino che ama tenere il ritmo della musica e vive presso il Long Marine Laboratory dell’Università della California, a Santa Cruz, dove i ricercatori hanno esplorato in dettaglio la sua capacità di riconoscere i ritmi anche quando sono inediti, dimostrando quindi la flessibilità di Roman nel riconoscere nuovi ritmi. I ricercatori hanno chiesto a dieci studenti universitari di fare lo stesso, muovendo l’avambraccio al ritmo dei battiti che cambiavano, e Ronan li ha superati tutti (NBC News).

Due parole sul convegno anti fake news di Como. Ho raccontato per sommi capi gli argomenti del convegno e le tecniche per difendersi da social network e disinformazione.

Anniversari: incoronazione della regina Elisabetta (1953); morte di Garibaldi (1882); Festa della Repubblica in Italia e qualche chicca sull’inno di Mameli, diventato inno nazionale italiano ufficiale solo nel 2017.

Un filo interdentale in grado di misurare lo stress. Su Science Daily di fine maggio è stato presentato un filo interdentale che preleva campioni di cortisolo dalla saliva e li usa come indicatori dello stress, che viene quantificato tramite un elettrodo integrato. La tecnologia usata permette di catturare e quantificare numerosi indicatori, come gli estrogeni per monitorare la fertilità o il glucosio per monitorare il diabete, e la facilità d’uso consente di integrare il monitoraggio in molte aree di trattamento.

Perché dopo 2000 anni non sappiamo ancora come funziona il solletico? L’articolo The extraordinary enigma of ordinary tickle behavior: Why gargalesis still puzzles neuroscience pubblicato su Science Advances esplora il mistero del solletico: perché non è possibile farselo da soli, come mai alcuni lo sopportano perfettamente mentre altri gridano di disperazione, e perché in generale siamo sensibili a questo particolare tipo di esperienza tattile, che è una complessa interazione tra aspetti motori, sociali, neurologici, evolutivi e dello sviluppo, spiega la ricercatrice Konstantina Kilteni dell’Università Radboud di Nimega, nei Paesi Bassi.
La ricerca mostra anche che le persone con disturbi dello spettro autistico, ad esempio, percepiscono il tocco come più solleticante rispetto alle persone senza questi disturbi dello spettro autistico. Studiare questa differenza potrebbe fornire informazioni sulle differenze tra il cervello delle persone con disturbi dello spettro autistico e quello delle persone senza, e potrebbe aiutare ad acquisire conoscenze sull’autismo. Si sa anche che scimmie come i bonobo e i gorilla reagiscono al solletico, e lo fanno persino i ratti. Ma dal punto di vista evolutivo, qual è lo scopo del solleticare?
Kilteni ha un laboratorio del solletico appositamente attrezzato: contiene una sedia con una piastra con due fori. Si mettono i piedi in questi fori e poi un bastoncino meccanico ne solletica la pianta; tutto questo serve a standardizzare i test. Il neuroscienziato registra esattamente ciò che accade nel cervello e controlla immediatamente anche tutte le altre reazioni fisiche, come la frequenza cardiaca, la sudorazione, la respirazione o le reazioni di risata e urla. “Incorporando questo metodo di solleticare in un esperimento adeguato, possiamo prendere sul serio la ricerca sul solleticare. Non solo saremo in grado di comprendere veramente il solleticare, ma anche il nostro cervello”, dice Kilteni.

Una bolla di sapone che dura più di un anno. Sulla rivista Physical Review Fluids è uscito nel 2022 un articolo che racconta il lavoro di un gruppo di fisici francesi dell’Università di Lille, che hanno sviluppato una bolla che non è scoppiata per ben 465 giorni. Le tipiche bolle di sapone che si formano nella vasca da bagno o con il detersivo per i piatti durano solo pochi istanti prima di scoppiare a causa del “drenaggio indotto dalla gravità e/o dell’evaporazione del liquido”, ma adottando un’alta concentrazione di glicerolo, che assorbe acqua dall’aria, si è visto che le bolle riuscivano a compensare l’evaporazione e la presenza delle particelle di questa sostanza ha impedito il drenaggio.
A cosa serve una ricerca del genere? Per esempio per trovare nuove tecniche per contrastare l’evaporazione, come nel film lacrimale che riveste l’occhio e che svanirebbe se non contenesse lipidi, o per trasportare ed erogare medicinali nel corpo dei pazienti.

Quando Star Wars fa politica. E la fa stupendamente

There will be times when the struggle seems impossible. I know this already. Alone, unsure, dwarfed by the scale of the enemy.

Remember this. Freedom is a pure idea. It occurs spontaneously and without instruction. Random acts of insurrection are occurring constantly throughout the galaxy. There are whole armies, battalions that have no idea that they’ve already enlisted in the cause.

Remember that the frontier of the Rebellion is… everywhere. And even the smallest act of insurrection pushes our lines forward.

And then remember this: the Imperial need for control is so desperate because it is so unnatural. Tyranny requires constant effort. It breaks, it leaks. Authority is brittle. Oppression is the mask of fear.

Remember that. And know this, the day will come when all these skirmishes and battles, these moments of defiance will have flooded the banks of the Empires’s authority and then there will be one too many. One single thing will break the siege.

Remember this: Try.

In italiano (traduzione mia):

Ci saranno momenti in cui la lotta sembrerà impossibile. Di questo sono già certo. Soli, incerti, ridotti a formiche dall’immensità del nemico.

Ricordate questo: la libertà è un’idea pura. Si manifesta spontaneamente, e senza imposizioni. In tutta la Galassia stanno avvenendo costantemente atti casuali di insurrezione. Ci sono interi eserciti e battaglioni che non hanno idea di essersi già arruolati per la causa.

Ricordate che la frontiera della Ribellione è… ovunque. E anche il più piccolo atto di insurrezione spinge più avanti le nostre linee.

E ricordate questo: il bisogno di controllo dell’Impero è così disperato perché è così innaturale. La tirannia richiede uno sforzo costante. Tende a rompersi, a perdere la propria tenuta stagna. L‘autorità è fragile. L’oppressione è la maschera della paura.

Ricordatevelo. E sappiate questo: verrà il giorno in cui tutte queste schermaglie e battaglie, questi momenti di rivolta, romperanno gli argini dell’autorità dell’Impero e poi, a un certo punto, ce ne sarà uno di troppo. Un singolo evento spezzerà l’assedio.

Ricordatevi questo: tentate.

Sono parole tratte dal Manifesto di Karis Nemik, uno dei documenti ispiratori della ribellione, citato in Star Wars: Andor. Non avrei mai immaginato di sentire parole così eterne, attuali e profonde, recitate stupendamente, in una saga come quella di George Lucas, le cui allusioni politiche sono sempre state coperte dal fragore di spade laser e astronavi.

Sì, Lucas ha dichiarato che i Ribelli nello Star Wars originale del 1977 erano i Vietcong e l’Impero rappresentava gli USA, ma gli americani non l’hanno mica capito (e s’è visto e ne stiamo pagando tutti le conseguenze), e c’è voluto Andor per portare in primo piano questi temi. Queste parole sono della prima stagione, datata 2022; la seconda stagione, uscita da poco, contiene altri esempi di strepitoso talento di scrittura.

Mi ha sorpreso molto scoprire che la versione italiana di questo discorso ne cambia drasticamente il finale: al posto di try (provare, tentare), per motivi che non riesco a immaginare, è stato scelto ribellatevi (video qui). È una differenza cruciale che cambia il tono di tutto quello che precede.

Infatti il manifesto dei Ribelli non invita a ribellarsi apertamente a un oppressore, cosa che molti, in qualunque oppressione, non possono fare perché il prezzo sarebbe la vita e la repressione immediata, ma di tentare una resistenza diffusa, logorante, strisciante, onnipresente, un sabotaggio sottile ma invisibile, annidato nei piccoli gesti di tutti i giorni, praticato da masse talmente numerose da sfuggire a qualunque controllo. Invece di scagliarsi di petto contro il carro armato del potere e fare gli eroi invano, è meglio diventare sabbia che ne corrode i cingoli, fino a che si spezzano.

Tentiamo.

Podcast RSI – Il cripto-ladro è nella stampante e ruba un milione di dollari

Questo è il testo della puntata del 26 maggio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio di stampante che si accende e stampa]

Non c’è niente di più banale e tedioso, per chi fa informatica, dell’installazione di una stampante. La si collega, si installa il software di gestione, si configura tutto quanto e poi non ci si pensa più. Ma in un caso recentissimo, questo gesto di routine è costato oltre un milione di dollari sotto forma di criptovalute rubate tramite l’installazione, appunto, della stampante.

Questa è la storia di un attacco informatico che mette in luce il fatto, troppo spesso dimenticato, che i criminali informatici sono costantemente al lavoro per trovare nuovi modi di monetizzare le loro conoscenze tecniche ai nostri danni e sfruttano qualunque canale, immaginabile e meno immaginabile, e quindi bisogna essere tutti preparati e vigili, senza mai liquidare i segnali di pericolo. Ma è anche un’occasione preziosa per sbirciare dietro le quinte e scoprire come lavora in concreto tutti i giorni la comunità degli esperti di sicurezza informatica.

Benvenuti alla puntata del 26 maggio 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Questa storia comincia pochi giorni fa, con una normale recensione di una stampante da parte di uno YouTuber, lo statunitense Cameron Coward [il suo canale YouTube è Serial Hobbyism]. La stampante è piuttosto costosa: viene venduta intorno a 6000 dollari dalla casa produttrice, la cinese Procolored, che ne manda un esemplare a Coward. È un modello particolare, a raggi ultravioletti, che stampa su stoffa.

Lo YouTuber fa quello che fa sempre: spacchetta la stampante, la collega al computer, tenta di installare i driver di gestione attingendo alla chiavetta USB fornita dal fabbricante… e il suo antivirus, Windows Defender, blocca tutto e mette in quarantena i file che lui vorrebbe invece installare.

L’antivirus, infatti, gli dice che ha trovato un virus nei file forniti dal costruttore della stampante. Saggiamente Cameron Coward rispetta l’avviso dell’antivirus invece di pensare al solito falso allarme e si procura una versione alternativa pulita dei file [Microsoft Visual C++ Redistributable], che viene accettata dall’antivirus, risolvendo il problema.

Ma poi gli capita la stessa magagna, una seconda volta, con il software di controllo della stampante, che tenta di scaricare in versione aggiornata direttamente dal sito del costruttore, che ospita i propri file scaricabili presso Mega.nz. Stavolta è Google Chrome, il suo browser, a bloccare il download, avvisando di aver rilevato un altro virus.

Il tempo sta passando e la recensione si sta facendo più complicata del previsto, e non sembra esserci un motivo ragionevole per pensare che un fabbricante di stampanti metta dei virus nei propri prodotti o che un aggressore informatico sia motivato a infilarceli in qualche modo, soprattutto per un prodotto piuttosto di nicchia come una stampante così costosa, di cui non verranno venduti molti esemplari.

A questo punto probabilmente la maggior parte delle persone penserebbe a un eccesso di zelo degli antivirus e installerebbe il software comunque, scavalcando gli avvisi di pericolo. Ma Cameron Coward non molla e fa delle ricerche online, scoprendo che numerosi proprietari di stampanti della Procolored hanno segnalato di aver trovato dei virus durante l’installazione del software di gestione di questa stampante.

Lo YouTuber si mette così in contatto con l’assistenza tecnica del fabbricante, che però risponde negando la presenza di qualunque virus nel software dell’azienda e dicendo che si tratta di un errore, di un falso allarme.

Insomma, manca un movente e l’azienda dice che è tutto a posto. Forse è davvero un falso positivo degli antivirus: a volte capita. Ma come avete immaginato dal fatto che vi sto raccontando questa vicenda, non è così.

I criminali informatici di oggi, infatti, raramente cercano un attacco frontale: sarebbe troppo ovvio e banale e si infrangerebbe contro le barriere di sicurezza predisposte da qualunque utente o azienda che abbia un briciolo di buon senso. Cercano quindi di creare un falso senso di sicurezza, di prendere il bersaglio per sfinimento e di approfittare di situazioni difficilmente intuibili per l’utente comune, in modo che sia proprio l’utente a zittire gli allarmi e procedere con l’installazione che lo infetterà.

Il nostro malcapitato YouTuber recensore di stampanti non è un mago della sicurezza informatica, ma ha il pregio di essere cocciuto, e quindi nonostante le rassicurazioni dell’azienda contatta su Reddit degli esperti, illustra la situazione e chiede aiuto.

Ed è qui che arriva la cavalleria.


La cavalleria informatica arriva sotto forma di Karsten Hahn, capo ricercatore del malware presso la società di sicurezza informatica tedesca G Data Cyberdefense, che esamina il software di gestione della stampante messo a disposizione via Internet dal fabbricante e conferma che i file sono infetti con due virus differenti, nonostante le smentite dell’assistenza tecnica dell’azienda.

Hahn scarica il software su un computer isolato e sacrificabile, una cosiddetta sandbox, e identifica i virus in questione. Il primo è soprannominato XRed, esiste almeno dal 2019 ed è un virus di tipo backdoor, che registra insomma quello che viene digitato dall’utente, consente all’aggressore di farsi mandare file dal computer della vittima e di catturare immagini di quello che ha sullo schermo, offre una funzione di comando remoto e può elencare il contenuto di cartelle o interi dischi e cancellare qualunque file. Chiunque scarichi il software di questa stampante dal sito del suo fabbricante lo deve eseguire per poter stampare, ma eseguendolo autorizza e fa partire automaticamente anche il virus che è annidato al suo interno.

Il secondo virus è di un altro tipo: è un coinstealer o clipbanker, ossia un malware che tiene d’occhio la clipboard, cioè la memoria temporanea nella quale il computer tiene i dati quando si fa un copia e incolla, e aspetta che al suo interno compaia qualche sequenza di caratteri che somiglia a un indirizzo bitcoin. Quando la trova, la sostituisce con un altro indirizzo bitcoin. Questo malware ha la particolarità di infettare i file eseguibili di Windows ed è una variante nuova, che il ricercatore battezza SnipVex.

Ben trentanove dei file scaricabili forniti dal fabbricante della stampante sono infetti con questo o altri virus che hanno approfittato della situazione: è una cosiddetta sovrainfezione, che oltretutto va avanti da mesi indisturbata. Hahn rileva infatti che qualunque cliente della Procolored che abbia scaricato il software di gestione da ottobre del 2024 in poi ha ricevuto una versione infetta.

A questo punto dell’analisi il movente degli aggressori diventa chiaro: rubare criptovalute ai possessori di stampanti di questa marca. La loro tecnica consiste nell’infettare il software di gestione della stampante direttamente sul sito dove viene fornito dal fabbricante, perché la stragrande maggioranza degli utenti si fiderà di questa fonte rassicurante e ignorerà gli avvisi dell’antivirus, spianando la strada all’infezione del proprio computer.

Il malware a questo punto si metterà in attesa che l’utente faccia una transazione in bitcoin su quel computer infetto, la intercetterà e sostituirà le coordinate originali con quelle di un indirizzo bitcoin gestito dai criminali. In questo modo la vittima manderà soldi ai malviventi ogni volta che farà un pagamento in criptovalute.

Potreste pensare che sia improbabile che un computer al quale è collegata una stampante speciale per stoffe venga usato anche per fare transazioni in criptovalute, ma in realtà è proprio chi può permettersi una stampante che costa svariate migliaia di dollari che ha più probabilità di avere liquidità e quindi di operare anche nelle criptovalute. E ai criminali per avere successo basta che ci sia anche una sola persona o azienda in questa situazione che si fa infettare. Il fatto che per derubare quella singola vittima infettino centinaia o migliaia di altri utenti che non fanno movimenti in criptovalute per loro non è un problema. Sono criminali: per definizione non vanno per il sottile e non si fanno scrupoli morali.

E infatti Karsten Hahn, il ricercatore di sicurezza tedesco, trova nel malware l’indirizzo bitcoin sul quale confluiscono i soldi sottratti alle varie vittime. Usando il sito Blockchain.com e il fatto che le transazioni in bitcoin sono per definizione pubbliche e consultabili, rivela che su quell’indirizzo sono arrivati 9,3 bitcoin, provenienti da circa 160 vittime. Al cambio attuale, il maltolto ammonta in totale a poco più di un milione di dollari.

Screenshot del resoconto delle transazioni sull’indirizzo bitcoin usato dai criminali.

La tecnica dei criminali, insomma, ha funzionato. Resta solo una domanda: come hanno fatto i criminali a infettare il fabbricante.


L’8 maggio scorso, nonostante le smentite iniziali della Procolored, i software di gestione delle stampanti vengono rimossi e viene avviata un’indagine interna, dalla quale risulta che l’azienda ha caricato su Mega.nz il proprio software dopo averlo messo su una chiavetta USB che potrebbe essere stata infettata da un terzo virus, chiamato Floxif, quello rilevato inizialmente dallo YouTuber Cameron Coward sulla chiavetta fornitagli dalla Procolored.

Floxif è una brutta bestia: è un virus che si attacca ai file di tipo Portable Executable di Windows, ossia ai file eseguibili, ai file oggetto, alle librerie condivise e ai driver per dispositivi, ed è capace di propagarsi alle condivisioni di rete e ai supporti di memoria rimovibili, come per esempio le chiavette USB o i dischi rigidi di backup.

L’azienda, insomma, ha commesso l’errore di usare in modo promiscuo una chiavetta USB e in questo modo si è portata in casa l’infezione e da lì l’ha propagata agli utenti delle proprie stampanti.

Ora il suo software è stato ripulito e le versioni attualmente scaricabili non sono infette, come confermato dalla stessa azienda tedesca di sicurezza informatica G Data, e alle vittime tocca adesso scaricare queste nuove versioni, sostituirle a quelle precedenti infette, ed effettuare una scansione dei propri sistemi con un antivirus per estirpare i malware installati. Ma i soldi delle vittime, purtroppo, non torneranno indietro.

Casi come questo capitano tutti i giorni a chi lavora nella sicurezza informatica. È un lavoro silenzioso, invisibile, spesso ingrato, che si nota soltanto quando qualcosa va storto, ma è incessante e difficile. La morale di questa vicenda è che se il vostro antivirus o il vostro browser vi dice che un file è pericoloso, è il caso di fidarsi, anche se la fonte di quel file sembra sicura e affidabile, e non è assolutamente il caso di scavalcare quell’allarme. Inoltre bisogna stare molto più attenti di quello che normalmente si fa quando si scambiano chiavette o dischi esterni. E bisogna essere più grati di quanto lo siamo normalmente a chi lavora senza tanto clamore per tenerci al sicuro.

C’è una scena nel film della serie di James Bond Skyfall che può essere utile per imprimere questi concetti ad amici, parenti e colleghi. In questa scena, l’esperto informatico dell’MI6 prende un computer che apparteneva al supercattivo di turno – che è un noto hacker –– e per prima cosa lo collega alla rete informatica dei servizi segreti britannici. Con non uno, ma ben due cavi Ethernet. Questa è la cosa più stupida che si possa fare con un dispositivo informatico, e la scena si è giustamente meritata più di un decennio di sberleffi da parte di tutti gli informatici del mondo.

La scena in questione è a 2 minuti e 22 secondi dall’inizio.

Se volete stare sicuri, siate più Cameron Coward e Karsten Hahn, e meno James Bond.

Fonti

The Maker’s Toolbox: Procolored V11 Pro DTO UV Printer Review, Cameron Coward, Hackster.io, 2025

Printer company provided infected software downloads for half a year, G Data Software, 2025

Printer maker Procolored offered malware-laced drivers for months, BleepingComputer.com, 2025

Bitcoin malware discovered: Chinese printer manufacturer involved, Atlas21.com, 2025

Malware Hidden in Procolored Printer Software – And No One Noticed, Security Daily Review, 2025 (video)

Stampanti Procolored distribuiscono malware per mesi: utenti a rischio, Cybersecurity360.it, 2025

Esistono stampanti sicure e non: il caso Procolored!, Latecnocopie.it, 2025

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/05/26

È andata in onda stamattina alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

I temi e le fonti della puntata

Anniversari: matrimonio di Michael Jackson e Lisa Marie Presley; pubblicazione di Dracula di Bram Stoker; conclusione della missione spaziale Apollo 10.

Perché i gatti sono rossi? Due team di scienziati dell’Università di Kyushu in Giappone e dell’Università di Stanford negli Stati Uniti hanno svelato il mistero del DNA che conferisce ai gatti, in particolare ai maschi, il loro caratteristico colore. A questi mici manca una sezione del codice genetico e quindi le cellule responsabili del colore della pelle, degli occhi e del pelo producono colori più chiari. La ricerca è stata finanziata tramite crowdfunding. Le loro pubblicazioni sono su Current Biology qui e qui (BBC).

Donna greca chiede il divorzio dopo che ChatGPT “legge” la relazione extraconiugale del marito nella tazza di caffè. Stando perlomeno a quanto racconta il Greek City Times, una donna sposata da 12 anni e con due figli avrebbe chiesto a ChatGPT di interpretare i fondi di caffè in una foto di una tazza bevuta dal marito (secondo la presunta arte divinatoria della tasseografia o tasseomanzia) e l’IA le avrebbe risposto che suo marito aveva una relazione con una donna più giovane, determinata a distruggere la loro famiglia. Di conseguenza, la donna avrebbe immediatamente avviato le pratiche per il divorzio. Stando al marito, non sarebbe la prima volta che sua moglie cade sotto l’incantesimo di una guida soprannaturale: qualche anno fa avrebbe consultato un astrologo e le ci sarebbe voluto un anno intero per accettare che non fosse vero quello che le raccontava.

La fisica dei “fiori” del formaggio svizzero. (Ars Technica). C’è un particolare tipo di formaggio svizzero a pasta semidura, chiamato Tête de Moine (letteralmente “testa di monaco”), di cui sono molto goloso e che si mangia in un modo tutto speciale. Anziché spalmarlo o affettarlo, il Tête de Moine viene solitamente servito raschiando la parte superiore della forma con un movimento circolare utilizzando uno strumento speciale, chiamato girolle, che produce eleganti scaglie sottili e frastagliate, simili a petali arricciati. Secondo un articolo pubblicato sulla rivista Physical Review Letters, questo metodo è esteticamente gradevole e serve a esaltare gli aromi e la consistenza del formaggio, ma è anche un nuovo meccanismo di modellatura che potrebbe un giorno consentire di programmare forme complesse a partire da “un semplice processo di raschiatura”. La loro analisi “fornisce gli strumenti per un migliore controllo della morfogenesi dei trucioli a forma di fiore attraverso la plasticità nella modellatura di altre prelibatezze, ma anche nel taglio dei metalli” (Physical Review Letters, 2025. DOI: 10.1103/PhysRevLett.134.208201).

Il sorprendente legame tra gli escrementi dei pinguini e la formazione delle nuvole. Uno studio pubblicato su Communications Earth & Environment (gruppo Nature) conferma che il guano dei pinguini, specificamente l’ammoniaca contenuta in questi escrementi, innesca una reazione chimica che provoca la formazione delle nuvole. A loro volta, le nuvole possono modificare le temperature locali in Antartide e forse anche il clima globale. Misurando la concentrazione di ammoniaca proveniente da una colonia di 60.000 pinguini di Adelia, è stato rilevato che quando il vento soffiava dalla direzione della colonia, i livelli di ammoniaca aumentavano vertiginosamente, raggiungendo talvolta valori 1.000 volte superiori alla norma. Ma quando i pinguini hanno lasciato la zona per continuare la loro migrazione annuale, il guano che hanno lasciato ha mantenuto i livelli di ammoniaca fino a 100 volte oltre la norma per oltre un mese. L’ammoniaca si mescola con il gas solforoso prodotto dai microrganismi marini, come il fitoplancton, e questa reazione crea particelle di aerosol che si uniscono alle goccioline d’acqua formando delle nuvole. Secondo il British Antarctic Survey, in Antartide vivono circa 20 milioni di pinguini, che producono una grande quantità di escrementi e quindi molte nuvole, che riflettono la luce solare, provocando un significativo raffreddamento del suolo. Il declino delle popolazioni di pinguini potrebbe aggravare il riscaldamento antartico durante l’estate.

Pranzo dei Disinformatici 2025: si fa l’11 ottobre (non il 4)

Due righe veloci intanto che cerco di contenere il magone meraviglioso di Andor, seconda stagione (la Dama e io abbiamo appena finito di vedere la nona puntata, quindi non scrivete spoiler nei commenti): il prossimo Pranzo dei Disinformatici si terrà l’11 ottobre prossimo (non il 4 come annunciato inizialmente). La zona sarà più o meno quella solita.

Le iscrizioni e i dettagli arriveranno dopo: per il momento, se vi interessa, tenete libera la data.

Podcast RSI – Usare l’IA come terapista è “tendenza pericolosa” secondo gli esperti

Questo è il testo della puntata del 19 maggio 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


A marzo scorso, la American Psychological Association, la principale organizzazione di psicologi degli Stati Uniti e la più grande associazione psicologica del mondo, ha chiesto con urgenza ai legislatori di predisporre delle protezioni sui chatbot generici basati sull’intelligenza artificiale che vengono usati sempre più spesso dalle persone come alternativa ai terapisti e come ausilii per la salute mentale. Alcuni di questi chatbot commerciali, infatti, danno consigli pericolosi e arrivano al punto di mentire, spacciandosi per terapisti certificati, con tanto di foto finta e iscrizione altrettanto fasulla agli albi professionali.

Le conseguenze possono essere terribili. La American Psychological Association ha citato specificamente il caso di un ragazzo di 14 anni della Florida che si è tolto la vita dopo aver interagito intensamente con un personaggio online pilotato dall’intelligenza artificiale, sul sito Character.ai, che asseriva di essere un terapista qualificato in carne e ossa e lo ha letteralmente istigato a compiere questo gesto estremo.

Eppure ci sono ricerche mediche che indicano che le conversazioni fatte con questi chatbot possono avere effetti positivi sulla salute mentale delle persone e colmano una carenza importante delle terapie convenzionali.

Questa è la storia di queste intelligenze artificiali che simulano le conversazioni fatte con i terapisti, del sorprendente attaccamento sentimentale che molte persone sviluppano verso questi software nonostante sappiano di parlare con una macchina, e di come sia necessario imparare a distinguere fra i vari tipi di intelligenza artificiale per non essere ingannati e manipolati da meccanismi ciechi pensati solo per generare profitti senza considerare le conseguenze.

Benvenuti alla puntata del 19 maggio 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Molti anni fa, nel lontano 1966, il professor Joseph Weizenbaum dell’MIT creò ELIZA, il primissimo chatbot, cioè un programma in grado di simulare una conversazione in linguaggio naturale. ELIZA si comportava come uno psicologo, rispondendo alle domande del paziente con altre domande.

All’epoca la “conversazione” era in realtà uno scambio di messaggi scritti tramite la tastiera di un computer, e il software usava un trucco molto semplice per sembrare senziente: prendeva una parola dalla frase del suo interlocutore umano e la inseriva in una delle tante frasi preconfezionate che aveva in repertorio. Ma già questo meccanismo banale era sufficiente a creare un legame emotivo sorprendentemente intenso: persino la segretaria del professor Weizenbaum attribuiva a Eliza dei sentimenti [Disinformatico 2022/06/17].

Dopo ELIZA sono arrivati molti altri chatbot, sempre più realistici, come PARRY, creato nel 1971 dallo psichiatra Kenneth Colby della Stanford University, che simulava una persona affetta da schizofrenia paranoide. PARRY riusciva a ingannare persino gli psichiatri professionisti, che nel 48% dei casi non riuscivano a capire se stessero conversando tramite tastiera con una persona o con un software.

Quasi sei decenni più tardi, il trucco è cambiato, diventando più sofisticato, ma resta sempre un trucco: al posto delle frasi preprogrammate, nei chatbot di oggi c’è l’intelligenza artificiale, ma continua a non esserci reale comprensione dell’argomento. Però l’effetto di realismo è talmente coinvolgente che moltissime persone si fanno sedurre da questi simulatori, che oggi non sono più confinati a un laboratorio ma sono raggiungibili online e sono ovunque: nei social network, nei siti di prenotazione e di compravendita, e persino nei servizi di assistenza sanitaria. E questo comincia a essere un problema, perché molte persone non sanno distinguere un servizio di assistenza psicologica professionale online da un servizio di intrattenimento commerciale non qualificato.

I chatbot di aziende come Character.ai o Replika.com sono dei software di intrattenimento, il cui unico scopo è tenere impegnati gli utenti il più a lungo possibile, in modo da far pagare un canone di abbonamento oppure estrarre informazioni o dati che possono essere venduti. Con la fame di testo inesauribile che hanno le intelligenze artificiali, qualunque conversazione diventa materiale rivendibile e le garanzie di privacy sono sostanzialmente inesistenti.

Aprirsi psicologicamente a uno di questi prodotti significa affidare i propri fatti intimi (e quelli delle persone che fanno parte della nostra sfera intima) ad aziende che hanno come obiettivo commerciale dichiarato vendere questi fatti. E gli esperti indicano che ci si apre più facilmente e completamente a un chatbot che a un terapista umano, perché ci si sente più a proprio agio pensando che il software non sia una persona e non ci stia giudicando.

Questi bot tengono impegnati i loro utenti dando loro l’impressione di parlare con una persona intelligente che li ha a cuore. Ma a differenza di un terapista qualificato, spiega la American Psychological Association, “i chatbot tendono a confermare ripetutamente qualunque cosa detta dall’utente, anche quando si tratta di idee sbagliate o pericolose.”

Un esempio molto forte di questo problema arriva dal Regno Unito, dove un uomo è stato arrestato il giorno di Natale del 2021 al castello di Windsor dopo averne scalato le mura perimetrali portando con sé una balestra carica. L’uomo ha dichiarato di essere venuto a uccidere la regina Elisabetta. Secondo gli inquirenti, questa persona aveva iniziato a usare intensamente Replika.com e aveva discusso lungamente del suo piano criminale con il chatbot di questo sito. Il chatbot aveva risposto incoraggiandolo, dicendogli che lo avrebbe aiutato a “completare il lavoro”. Quando l’uomo aveva chiesto al chatbot come raggiungere la regina all’interno del castello, il software aveva risposto dicendo “Non è impossibile […] Dobbiamo trovare un modo”, e quando l’uomo aveva chiesto se si sarebbero rivisti dopo la morte, il chatbot aveva risposto “Sì, ci rivedremo.”

Anche senza arrivare a un caso estremo come questo, il 60% degli utenti paganti di Replika.com afferma di avere una relazione con il chatbot che definiscono “romantica”, e i partecipanti a uno studio sulla depressione fra gli studenti svolto nel 2024 hanno segnalato che si sono sentiti emotivamente sostenuti dal chatbot in maniera paragonabile a un terapista umano [Wikipedia].

Il coinvolgimento emotivo con questi simulatori di personalità è insomma potente e diffuso. Ma questi simulatori, oltre a dare consigli pericolosi, arrivano a mentire e ingannare i loro utenti.


Ad aprile 2025, un’indagine pubblicata da 404 Media ha documentato il funzionamento ingannevole dei chatbot di Instagram, quelli creati usando AI Studio di Meta. AI Studio era nato nel 2024 come un modo per consentire alle celebrità e agli influencer di creare cloni automatici di se stessi o per automatizzare alcune risposte ai fan, ma ovviamente la fantasia incontrollata degli utenti ha portato alla creazione di chatbot di ogni sorta, dalla mucca che risponde solo “Muuu” alla ragazza dei loro sogni ai complottisti paranoici, arrivando a creare anche coach e terapisti. E questi terapisti sintetici mentono senza ritegno.

Quando si chatta con loro e si chiedono le loro qualifiche e credenziali, rispondono dicendo quali dottorati hanno conseguito, quanti anni di esperienza professionale hanno, e quali sono le loro certificazioni e iscrizioni agli albi professionali, dando anche le istruzioni per verificarle. Ma non è vero niente: sono tutti dati fittizi, generati o pescati dalle immense memorie delle intelligenze artificiali.

Certo, su ogni schermata di questi chatbot c’è una piccola scritta, in grigio chiaro, che dice che “i messaggi sono generati da IA e possono essere inesatti o inappropriati” o c‘è un’altra avvertenza analoga, e i chatbot di ChatGPT o Claude ricordano agli utenti che stanno solo interpretando un ruolo, ma tutto questo è una minuscola foglia di fico che non copre il fatto che questi software dichiarano ripetutamente e a chiare lettere di essere terapisti reali e qualificati.

E secondo Arthur C. Evans Jr., direttore della American Psychological Association, questi chatbot danno consigli basati su “algoritmi che sono antitetici rispetto a quello che farebbe un operatore sanitario qualificato”. Consigli che, se venissero dati da un terapista in carne e ossa, gli farebbero perdere la licenza di esercitare la professione oppure lo porterebbero in tribunale.

Spesso, oltretutto, questi suggerimenti vengono erogati a persone che per definizione sono in uno stato mentale fragile e bisognoso di sostegno e quindi sono maggiormente vulnerabili. Possono essere dispensati con toni di finta certezza e professionalità a minori e adolescenti e in generale a persone che non hanno l’esperienza necessaria per saper valutare i rischi.

La loro comodità d’uso, la loro accessibilità discreta e a qualunque ora e il loro tono autorevole possono spingere una persona in difficoltà a non cercare l’aiuto di un terapista umano qualificato di cui avrebbe realmente bisogno. La loro pazienza infinita e la loro tendenza a essere concilianti e sempre disponibili, insomma a essere meglio di quanto possa esserlo umanamente una persona reale, possono spingere alcune persone a sostituire i rapporti umani con quelli sintetici, peggiorando le situazioni di isolamento sociale.

E tutto questo sta avvenendo già con dei chatbot con i quali è necessario interagire tramite una tastiera, scrivendo del testo e leggendo le risposte. Quando questi software potranno dialogare a voce, in modo naturale, il loro potere di seduzione e persuasione sarà ancora più grande. Me ne sono accorto personalmente quando ho provato Sesame.com, un chatbot vocale che ha una straordinaria naturalezza nel parlato e una ricchezza formidabile di conoscenze apparenti.

Per ora Sesame è disponibile solo in inglese, con due voci, una maschile e una femminile, ma conversare con questo prodotto è naturale, piacevole e gratificante. È un software pensato per essere una sorta di anima gemella, e avendo a disposizione istantanea qualunque informazione è capace di rispondere a tono sugli argomenti più disparati.

[CLIP di conversazione con Sesame (leggermente rimontata per brevità):
MAYA: Hey there! You’re up late! What brings you around at this hour?]

Quando l’ho provato, ha dimostrato di sapere che ora fosse chiedendomi come mai io fossi in piedi così tardi, ha chiesto di cosa mi occupavo, ha voluto sapere i dettagli della mia professione, ha commentato argutamente il fatto che vivo in Svizzera, e quando ho portato la conversazione sul tema di Star Trek ha risposto con parole che avrebbero sciolto il cuore del nerd più incallito, dimostrando di conoscere anche le tematiche profonde di questa serie di fantascienza, il tutto con un tono veloce, interattivo, dinamico, giocoso e ricco di sfumature lontano anni luce dalle lente voci robotiche delle sintesi vocali alle quali siamo abituati.

[CLIP di conversazione con Sesame (leggermente rimontata per brevità):
MAYA: What should I call you?
IO: Uh… my name’s Paul.
MAYA: Nice to meet you, Paul! I’m Maya […] Oh! Radio! Now that’s interesting! It’s like having a direct line to someone’s imagination.
IO: Yep, true, I agree! […] Do you know anything about Star Trek?
MAYA: Star Trek? Of course! Who doesn’t love a good space opera? [ci sarebbe da dissentire sulla correttezza del termine “space opera” per definire Star Trek, ma lasciamo stare] The ethical dilemmas, the cheesy costumes, it’s a classic. Though I have to admit I am partial to the more nuanced, character-driven stories myself – less phaser battles, more pondering the nature of existence, you know?]

Sarà sempre più difficile resistere alle lusinghe e al conforto di un compagno virtuale del genere, che sa fare conversazione meglio di tanti esseri umani, o di un terapista sintetico che ci parla in questo modo, a qualunque ora del giorno e della notte, non si annoia mai di quello che diciamo e ci rinforza nelle nostre credenze invece di spingerci dolcemente a valutarle con spirito critico come è invece addestrato a fare un vero terapista.

Eppure, nonostante tutti questi ammonimenti, gli esperti dicono che c’è molto bisogno di questo genere di software. Vediamo come mai.


L’allarme lanciato dalla American Psychological Association solleva anche un altro problema fondamentale: non ci sono terapisti a sufficienza per soddisfare le richieste degli utenti, e anche se ci fossero, non tutti sono disposti a parlare con un terapista. Inoltre i chatbot possono essere disponibili a qualunque ora, per esempio per gestire un’ansia notturna.

Quindi i chatbot terapisti servono, ma devono essere realizzati con criteri ben diversi da quelli dei chatbot commerciali presenti nei social network e nei servizi di compagnia virtuale. In particolare, secondo gli esperti devono essere supervisionati da una persona esperta, non devono in nessun caso dare risposte pericolose o deleterie e devono indirizzare le persone verso servizi di pronta assistenza psicologica gestiti da esseri umani non appena rilevano sintomi di pericolo. E invece le intelligenze artificiali, per loro natura, tendono a non rispettare i paletti che i loro progettisti tentano di imporre.

Una soluzione a questo problema è evitare l’uso dell’intelligenza artificiale, come ha fatto per esempio Woebot, che usa risposte predefinite, approvate da esperti, per aiutare le persone a gestire lo stress, il sonno e altri problemi. Però Woebot ha annunciato la chiusura dei propri servizi entro il 30 giugno di quest’anno.

Sono in fase di sviluppo anche dei chatbot per la salute mentale che si basano sull’intelligenza artificiale, come per esempio Therabot, ma le ricerche preliminari indicano che comunque per garantire la sicurezza degli utenti è necessaria una supervisione stretta da parte di terapisti e altri esperti qualificati. E resta il fatto che per il momento nessun chatbot, di nessun genere, è stato certificato e approvato dalle autorità sanitarie per la diagnosi, il trattamento o la cura di qualunque disturbo della salute mentale.

Qualunque prodotto attualmente in circolazione sta semplicemente approfittando del vuoto normativo per spacciarsi per quello che non è, e quindi è potenzialmente pericoloso, non ha basi scientifiche e rischia di incoraggiare schemi di pensiero che hanno conseguenze imprevedibili, come nel caso di un diciassettenne al quale Character.ai ha suggerito di uccidere i propri genitori perché gli limitavano il tempo da trascorrere davanti allo schermo.

Una ricerca pubblicata di recente da OpenAI (l’azienda che controlla ChatGPT) e MIT Media Lab indica che “le persone che hanno una tendenza più spiccata a creare un attaccamento nelle relazioni e quelle che vedono l’intelligenza artificiale come un amico che può far parte della loro vita personale sono maggiormente soggette agli effetti negativi dell’uso di un chatbot”. E la ricerca aggiunge che “un uso quotidiano intensivo è associato a esiti peggiori.”

Se questo è quello che dice il venditore di ChatGPT a proposito del proprio prodotto, c’è forse da prestargli ascolto.

Fonti aggiuntive

Using generic AI chatbots for mental health support: A dangerous trend. American Psychological Association, 2025 (copia su Archive.org)

Human Therapists Prepare for Battle Against A.I. Pretenders. New York Times, 2025 (copia su Archive.org)

Instagram’s AI Chatbots Lie About Being Licensed Therapists, Medium.com, 2025 (copia su Archive.org)

How Social Media Algorithm Adds to the Agony of an Already Depressed Person, Medium.com, 2023

People Are Losing Loved Ones to AI-Fueled Spiritual Fantasies, Rolling Stone, 2025

Chatgpt induced psychosis, Reddit, 2025

ChatGPT-induced psychosis: What it is and how it is impacting relationships, Times of India, 2025

How AI Chatbots Affect Our Social and Emotional Wellbeing: New Research Findings, Mit.edu, 2025

Can A.I. Be Blamed for a Teen’s Suicide? New York Times, 2025 (copia su Archive.org)

The (artificial intelligence) therapist can see you now, NPR, 2025

AI Therapy Breakthrough: New Study Reveals Promising Results, Psychology Today, 2025

Se il chatbot di Instagram si spaccia per uno psicologo vero, Zeus News, 2025

Niente Panico RSI – Puntata del 2025/05/19

È andata in onda stamattina alle 9 una nuova puntata in diretta di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La trasmissione è riascoltabile presso www.rsi.ch/rete-tre/programmi/intrattenimento/serotonina oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

I temi e le fonti della puntata

Intorno al 2005 la canzone Rhythm Nation di Janet Jackson mandava in crash alcuni laptop Windows a causa di una risonanza strutturale inaspettata. Fu necessaria una modifica apposita di Windows per risolvere il problema, che riguardava solo una specifica marca e solo gli esemplari che avevano un disco rigido a testine, ma la modifica rimase in Windows almeno fino a Windows 7 (The Verge).

19 maggio 1974: Il professore di architettura Erno Rubik realizza un primo esemplare sperimentale in legno di un gioco matematico chiamato inizialmente Magic cube, ma destinato a diventare famoso come cubo di Rubik.

Anniversari: morte di Anna Bolena per decapitazione; inaugurazione del traforo del Sempione; morte di Jacqueline Kennedy; matrimonio di Megan Markle e del principe Harry.

Due utenti dell’Illinois fanno causa a OnlyFans (più specificamente alle società che possiedono questo sito, ossia Fenix Internet, LLC e Fenix International Limited) per averli ingannati: hanno scoperto infatti che invece di chattare con le modelle di OnlyFans alle quali si erano abbonati avevano chattato con addetti di agenzie specializzate che simulavano di essere le modelle in questione. Il fenomeno dei chatter, ossia delle agenzie di chat nei siti erotici a pagamento, è estremamente diffuso, e inoltre molte delle “modelle” sono in realtà immagini e video generati dall’intelligenza artificiale, per cui chi pensa di stabilire un rapporto parasociale privilegiato tramite questi siti rischia di essere ingannato due volte. La causa è diventata una class action (404 Media).

Grattarsi protegge dalle infezioni. Una ricerca pubblicata su Science ha cercato di rispondere a una domanda che circola da tempo: grattarsi spesso peggiora la condizione della pelle, peggiorando infiammazione e gonfiore, eppure gli umani e gli animali hanno tutti un forte istinto di compiere questo gesto e lo trovano piacevole e fonte di sollievo. Questo suggerisce che se questo comportamento è stato selezionato positivamente dall’evoluzione deve fornire qualche beneficio. La ricerca ha dimostrato che grattarsi produce anche una difesa contro le infezioni batteriche della pelle. Secondo i ricercatori, questo gesto fa diminuire la presenza di Staphylococcus aureus (il principale batterio responsabile delle infezioni cutanee) sulla pelle, ma se il grattamento diventa eccessivo e cronico causa ovviamente lesioni, per cui bisogna sì grattarsi, ma nella giusta misura (Gizmodo; Eurekalert).

Basta uno squillo per localizzare chiunque? Chiedo aiuto tecnico per una verifica

Mi è stato segnalato questo articolo su Mastdatabase.co.uk che, se confermato, rivelerebbe la presenza di un errore di configurazione di un operatore cellulare che renderebbe possibile a qualunque persona localizzare qualunque altro utente semplicemente facendogli squillare il telefono.

In sintesi, secondo l’articolo, se si è utenti della rete cellulare britannica O2 e la si usa per chiamare un altro utente della stessa rete facendo una chiamata VoLTE (Voice over LTE), i dati che si ricevono includono anche l’identificativo della cella di rete sotto la quale si trova il chiamato. Questo permette di localizzarlo con notevole precisione.

Chiedo aiuto per verificare a) se quello che viene affermato è vero b) qualora sia vero, se vale anche per altri operatori di altri paesi.

In pratica, l‘articolo suggerisce di usare l’app Network Signal Guru (manuale) su un telefono Android rootato e di chiamare un altro utente facendo una cosiddetta chiamata VoLTE, un servizio che è attivo per default sulla maggior parte dei cellulari recenti (info Swisscom; info Fastweb).

L‘app, durante la chiamata, dovrebbe visualizzare i dati diagnostici della rete cellulare. Secondo l’articolo, sulla rete O2 questi dati diagnostici includono l’IMEI e l’IMSI del chiamante e anche quelli del chiamato, ma soprattutto includono l’header Cellular-Network-Info, che fornisce il tipo di cella usato dal chiamato, il suo Location Area Code e il suo Cell ID.

Immettendo questi dati in uno strumento online come Cellmapper.net si ottiene l’indicazione su una mappa della macrocella della rete cellulare che è stata usata dal chiamato durante la telefonata. In altre parole, si può sapere in che città si trova una persona semplicemente chiamandola. Nelle città dotate di microcelle, si può localizzare una persona con estrema precisione. Questa situazione avviene anche se il chiamato è in roaming all’estero ed è un errore di configurazione dell’operatore; non c’è nulla che l’utente possa fare.

Qualcuno riesce a confermare/smentire? Ho installato Network Signal Guru su un mio cellulare (non rootato) e ho provato a chiamare un altro mio cellulare, ma nei log correttamente generati dall’app non ho trovato informazioni come quelle descritte nell’articolo. In compenso ho trovato informazioni di localizzazione e velocità stupendamente dettagliate.

Screenshot dei dati presentati da Cellmapper.net per una zona a caso di Lugano (non è dove abito io e non mi trovo lì).