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WhatsApp limita il numero degli inoltri e dei destinatari per frenare le isterie omicide

WhatsApp limita il numero degli inoltri e dei destinatari per frenare le isterie omicide

Credit: Wikipedia.

I social network e le piattaforme di messaggistica hanno avuto un ruolo terribilmente decisivo in una serie di omicidi dettati dall’isteria di massa. Nel Myanmar, in India e nello Sri Lanka ci sono stati ben 33 morti e quasi cento feriti nel corso di una raffica di linciaggi istigati da dicerie riguardanti rapimenti di bambini. Le accuse, completamente infondate, sono state diffuse prevalentemente dagli utenti di WhatsApp.

Naked Security segnala che per cercare di arginare il fenomeno, nei mesi scorsi WhatsApp ha iniziato a limitare gli inoltri delle chat a non più di cinque persone in India, il paese che ha il record mondiale di inoltri di messaggi, foto e video. In India WhatsApp ha anche tolto un pulsante di inoltro rapido e ha etichettato in modo più esplicito i messaggi inoltrati.

Ora queste restrizioni sono state estese a tutto il mondo. Le riceveranno prima gli utenti Android e poi quelli iOS.

Si tratta di misure drastiche, necessarie per limitare la potenza di diffusione di notizie false dei singoli utenti, che prima potevano inviare un messaggio a 256 contatti, consentendo a gruppi numericamente piccoli di creare valanghe di disinformazione. Le misure sembrano essere efficaci: i primi dati dall’India indicano che gli inoltri sono calati di più del 25%. Speriamo in bene.

Come si fa a leggere i messaggi cifrati di WhatsApp e Telegram? Non è difficile

Come si fa a leggere i messaggi cifrati di WhatsApp e Telegram? Non è difficile

Molti utenti pensano che la promessa della crittografia end-to-end fatta da WhatsApp e da molte altre app di messaggistica sia una garanzia assoluta di riservatezza dei messaggi. Ma non è affatto così, e questa percezione illusoria ha colto in fallo nientemeno che Paul Manafort, l’ex coordinatore della campagna elettorale di Donald Trump, che ora è accusato di aver tentato di convincere dei testimoni a mentire a suo beneficio in tribunale.

Secondo i documenti legali depositati dagli inquirenti, Manafort ha usato WhatsApp e Telegram per mandare messaggi cifrati a questi testimoni, ma gli inquirenti sono riusciti lo stesso a leggerli. Questo vuol dire che c’è una falla o una backdoor in WhatsApp, che permette di intercettare e leggere i messaggi protetti dalla crittografia? No.

Come capita spesso, di fronte alle soluzioni tecnologiche si dimentica il lato umano: qualunque messaggio, per quanto sia cifrato da qualunque app, è rivelabile in una maniera estremamente semplice. Basta chiederlo alla persona che l’ha ricevuto.

La crittografia end-to-end, infatti, protegge solo i messaggi in transito da un dispositivo a un altro: rende difficili le intercettazioni durante questo transito e impedisce che il fornitore del servizio di messaggistica possa leggerli, ma non può più fare nulla una volta che il messaggio è arrivato a destinazione. Quindi se le autorità riescono a mettere le mani sul vostro smartphone o semplicemente vi chiedono di mostrare loro i messaggi in questione, la conversazione non è più segreta. Lo stesso vale, naturalmente, se il destinatario decide spontaneamente di condividere con altri il contenuto di un messaggio cifrato.

Nel caso di Manafort, questa semplice tecnica è spiegata da una nota a pié pagina:

Persons D1 and D2 both preserved the messages they received from Manafort and Person A, which were sent on encrypted applications, and have provided them to the government.

È vero, come mi segnala Telegram Wiki, che “Telegram offre la possibilità di aprire chat segrete con timer di autodistruzione dei messaggi, e che in qualunque momento l’utente può eliminare i propri messaggi da una chat segreta, facendoli sparire immediatamente anche al partner”, ma questo non impedisce a chi li riceve di memorizzarli o fotografarli e riferirli a terzi.

Fonte: Graham Cluley.

Ci risiamo: circola un nuovo messaggio che blocca WhatsApp

Ci risiamo: circola un nuovo messaggio che blocca WhatsApp

Credit: Sophos.

Circola un allarme per un messaggio che, se visualizzato da WhatsApp sia su Android, sia su iOS, porta alla paralisi l’applicazione e obbliga a riavviarla. Alcuni giornali dicono addirittura che il messaggio distrugge fisicamente i telefoni, ma non è vero: cosa non si fa per qualche clic pubblicitario.

Il messaggio riesce a mandare in crash WhatsApp perché contiene, oltre al testo normale, anche migliaia di caratteri di controllo che dicono “scrivi da sinistra a destra” e subito dopo “scrivi da destra a sinistra”, come richiesto per alcune lingue.

In attesa che venga rilasciato un aggiornamento di WhatsApp che corregga questa vulnerabilità, non fatevi prendere dal panico: se ricevete il messaggio (che può avere un testo qualsiasi, non solo quello indicato dagli articoli che lanciano l’allarme in modo esagerato), riavviate il telefono o l’app e cancellate il messaggio. Quando arriverà l’aggiornamento correttivo dell’app, installatelo subito.

Cosa più importante, non mandate questo messaggio ai vostri amici pensando che sia divertente. Non lo è, non vi fa diventare hacker e c’è il rischio che qualcuno vi denunci per danneggiamento e chieda risarcimenti per l’intervento di assistenza tecnica di ripristino dell’app, come è accaduto per il carattere telugu che bloccava i dispositivi iOS a febbraio scorso.

Anche WhatsApp attiva lo scaricamento dei dati del profilo

Anche WhatsApp attiva lo scaricamento dei dati del profilo

Dopo Facebook e Instagram, anche il terzo prodotto della scuderia Zuckerberg, ossia WhatsApp, ha annunciato che attiverà a breve una funzione che consentirà lo scaricamento dei dati del propri account in tutto il mondo, seguendo le istruzioni indicate in questa pagina.

I dati scaricabili includeranno anche la foto del profilo e i nomi dei gruppi, ma non comprenderanno la cronologia delle chat, delle chiamate e dei messaggi, che è già salvabile da tempo nelle Impostazioni dell’app seguendo queste istruzioni.

WhatsApp avvisa che la richiesta di dati verrà evasa entro circa tre giorni e che i dati verranno forniti sotto forma di file ZIP.

Di solito gli utenti richiedono questi dati per migrarli altrove perché stanno pensando di chiudere l’account e aprirne uno nuovo (sulla stessa piattaforma o su un’altra). Per eliminare permanentemente un account Whatsapp occorre seguire queste istruzioni. Attenzione: è un processo irreversibile.

Le parole di Internet: metadati (e cosa se ne fa WhatsApp)

I metadati sono le informazioni che descrivono dei dati. Per esempio, i metadati di un documento Word possono essere la data e l’ora di creazione, il nome dell’autore e così via. I metadati di una fotografia possono essere il tipo di fotocamera, i parametri di scatto (tempo e diaframma), la data e l’ora dello scatto e le coordinate geografiche del luogo nel quale è stata fatta la foto.

Di solito i metadati sono considerati poco importanti, specialmente quando c’è di mezzo la crittografia. Prendete per esempio WhatsApp, una delle più diffuse app che offre a tutti gli utenti la cosiddetta crittografia end-to-end: in altre parole, i messaggi di WhatsApp sono cifrati e indecifrabili dal momento in cui lasciano il vostro smartphone al momento in cui arrivano su quello del destinatario (o quelli dei destinatari), e neanche WhatsApp può leggerli.

Questo crea in molti utenti una rischiosa illusione di sicurezza e anonimato che è meglio smontare, in modo da usare correttamente questi servizi di messaggistica tenendo conto dei loro limiti.

Il problema è spiegare come e quanto possono essere sfruttati i metadati: l’obiezione tipica è che se il contenuto di un messaggio o di una conversazione è segreto, non importa se qualcuno ha i suoi metadati. Per esempio, WhatsApp ha pieno accesso ai metadati dei messaggi degli utenti, ma cosa vuoi che se ne faccia? Sa che Mario e Rosa si sono parlati, ma non sa cosa si sono detti, no?

Un primo modo per spiegare meglio l’importanza dei metadati è chiamarli in maniera comprensibile. Come suggerisce Edward Snowden, provate a sostituire metadati con informazioni sulle attività.

Un altro modo è proporre degli esempi che facciano emergere il valore dei metadati, come fa la Electronic Frontier Foundation qui. Cito e traduco adattando al contesto italofono:

  • Loro sanno che hai chiamato una linea erotica alle 2:24 del mattino e hai parlato per 18 minuti. Ma non sanno di cosa hai parlato.
  • Loro sanno che hai chiamato il numero per la prevenzione dei suicidi mentre eri su un ponte. Ma l’argomento della conversazione resta segreto.
  • Loro sanno che hai parlato con un servizio che fa test per l’HIV, poi con il tuo medico e poi con il gestore della tua assicurazione sanitaria. Ma non sanno di cosa avete discusso.
  • Loro sanno che hai chiamato un ginecologo, gli hai parlato per mezz’ora, e poi hai chiamato il consultorio locale. Ma nessuno sa di cosa avete parlato.

In concreto, quali metadati (o meglio, quali informazioni sulle attività) raccoglie WhatsApp?

Secondo Romain Aubert (freeCodeCamp), WhatsApp accede a tutti i numeri della rubrica del vostro smartphone (vero: è nelle FAQ), e lo fa “in modo ricorrente” e includendo “sia quelli degli utenti dei nostri Servizi, sia quelli dei tuoi altri contatti” (fonte). WhatsApp inoltre raccoglie

il modello di hardware, informazioni sul sistema operativo, informazioni sul browser, l’indirizzo IP, informazioni sulle reti mobili compreso il numero di telefono, e gli identificatori del dispositivo. Se usi le nostre funzioni di localizzazione… raccogliamo informazioni sulla localizzazione del dispositivo […]

(dalla privacy policy di WhatsApp)

Oltre a fare questa raccolta massiccia di metadati che riguarda circa un miliardo e mezzo di persone (dati Statista), per cui quello che non gli date voi se lo può sicuramente prendere dai vostri amici e contatti che usano l’app, WhatsApp ha un altro limite nell’uso della crittografia: il contenuto dei messaggi (testi, foto, conversazioni) viene conservato sul dispositivo senza protezioni, per cui se qualcuno ha accesso al vostro smartphone può leggere tutto, e questo è piuttosto ovvio: meno ovvio è che se qualcuno mette le mani sullo smartphone di uno qualsiasi dei vostri interlocutori può spiare la conversazione. Quindi la vostra riservatezza è determinata dal più sbadato dei vostri amici.

C’è anche la questione dei backup di WhatsApp, se li avete attivati: se il vostro smartphone è un Android, il backup (su Google Drive) non è cifrato e quindi è recuperabile. Se è un iPhone, invece, il backup (su iCloud) lo è.

Se preferite un’alternativa che raccolga molti meno metadati, c’è Signal: è open source, è gratuito (sostenuto dalle donazioni), è slegato dalle logiche di sorveglianza commerciale e raccoglie soltanto il vostro numero di telefonino e il giorno (non l’ora) della vostra ultima connessione ai loro server.

L’unico difetto di Signal è che tutti usano invece WhatsApp, ed è inutile avere un’app blindatissima se poi non la usa nessuno dei vostri amici. Però potreste provare a convincerli a usare entrambi.

App spione in Google Play rubavano conversazioni di WhatsApp e altri dati

App spione in Google Play rubavano conversazioni di WhatsApp e altri dati

WhatsApp è apprezzato dagli utenti perché offre garanzie di riservatezza che molte app concorrenti non offrono: in particolare, offre la cosiddetta crittografia end-to-end, che significa che i messaggi scambiati con WhatsApp non possono essere letti da Facebook (la società proprietaria di WhatsApp) o da qualcuno che li dovesse intercettare in transito.

Ma questo non vuol dire che i messaggi di WhatsApp siano perfettamente segreti, ed è meglio tenerlo presente per decidere cosa scrivere e cosa invece dirsi a voce in privato. Esistono infatti vari modi per intercettare questi messaggi, per esempio infettando con un’app ostile uno dei telefonini che partecipano a una conversazione digitale.

Google ha appunto segnalato da poco una serie di app per dispositivi Android che contenevano una sorta di virus, denominato Tizi, che catturava le comunicazioni e le chiamate vocali fatte dalla vittima con Facebook, Twitter, WhatsApp, Viber, Skype, LinkedIn e Telegram, rubava le password Wi-Fi, i contatti, le foto e la localizzazione del dispositivo, registrava l’audio ambientale e scattava foto in modo invisibile. Un ficcanaso di prima categoria, insomma.

Cosa peggiore, queste app infette non erano presenti in siti discutibili, ma erano ospitate da Google Play, il negozio ufficiale delle app Android. La buona notizia è che l’infezione è stata eliminata e queste app infette sono state rimosse. Ma il rischio rimane, per cui è meglio fare un po’ di sana prevenzione.

Il primo passo di questa prevenzione va fatto durante l’installazione di una nuova app: controllate quali permessi chiede e siate scettici di app che ne chiedono troppi. Una app-torcia che vi chiedesse la localizzazione o l’accesso agli SMS, per esempio, sarebbe molto sospetta.

Il secondo passo è controllare di aver attivato Play Protect, che è il sistema di Google per controllare le app già scaricate e per avvisare se si scarica un’app infetta. Nell’app Play Store sul vostro dispositivo, toccate il menu con le tre barrette in alto a sinistra e poi scegliete Play Protect. Se non avete questa voce, vi conviene aggiornare il telefonino o le sue app. Poi controllate che sia attiva, in Play Protect, la voce “Cerca minacce alla sicurezza”. Se non è attiva, attivatela: è stato proprio Play Protect a salvare gli utenti colpiti da queste app infette, disabilitandole sui loro telefonini in modo automatico.

Google consiglia infine di tenere sempre aggiornato il proprio dispositivo: infezioni come quella di Tizi, infatti, hanno effetto soltanto su chi ha vecchie versioni di Android.

In altre parole: come dicono spesso i guru del digitale, la sicurezza informatica non è un prodotto, è un processo. Se usate un’app piuttosto sicura come WhatsApp ma su un telefonino infetto, la sicurezza offerta da WhatsApp viene scavalcata. Conviene prendere in considerazione lo stato non solo del proprio telefonino, ma anche di quelli delle persone con le quali si scambiano messaggi. Altrimenti è come scambiare confidenze con un amico decisamente troppo pettegolo.

Questo articolo è il testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 5 dicembre 2017.

WhatsApp permette di cancellare i messaggi inviati, ma sono recuperabili

WhatsApp permette di cancellare i messaggi inviati, ma sono recuperabili

Credit: AndroidJefe.

WhatsApp ha introdotto di recente la possibilità di cancellare un messaggio, allegati compresi, anche dopo l’invio: basta toccare il messaggio e tenerlo premuto, e poi toccare Elimina (o l’icona del cestino) e infine Elimina per tutti. WhatsApp consente questa cancellazione entro sette minuti dall’invio.

La funzione è utile in caso di errori o pentimenti rapidi, ma ha alcune limitazioni che è meglio conoscere per evitare di usarla come se fosse l‘equivalente delle foto temporanee di SnapChat. Il blog spagnolo Android Jefe ha scoperto che i messaggi inviati e poi eliminati in realtà restano in parte sul telefonino che li ha ricevuti, se è uno smartphone Android. Nel log delle notifiche (o storico delle notifiche) di Android, infatti, restano i primi 100 caratteri di ogni messaggio anche dopo l’ordine di eliminazione (le immagini non vengono conservate). Il log è esaminabile comodamente con apposite app.

Inoltre se usate un’app per archiviare i messaggi di WhatsApp, le copie archiviate rimangono intatte e i messaggi di cui è stata chiesta l’eliminazione non vengono eliminati.

Fra l’altro, Android Jefe ha anche trovato il modo di eliminare un messaggio WhatsApp fino a sette giorni dopo l’invio.

Vale insomma la pena di fermarsi un istante prima di inviare un messaggio, almeno per controllare di mandarlo alla persona giusta (al vostro partner e non al vostro datore di lavoro, per esempio), specialmente se ha degli allegati potenzialmente imbarazzanti.


Fonti aggiuntive: Naked Security, WeLiveSecurity.

Occhio alle false app di WhatsApp: questa è stata scaricata un milione di volte

Occhio alle false app di WhatsApp: questa è stata scaricata un milione di volte

Di solito si può stare tranquilli con le app presenti negli store ufficiali (App Store per iOS, Google Play per Android), ma ogni tanto qualche app truffaldina supera i controlli e viene ospitata negli store fino al momento in cui viene scoperta e rimossa.

Di recente Google Play ha rimediato una pessima figura ospitando una falsa app di WhatsApp che è stata scaricata più di un milione di volte prima che qualcuno si accorgesse che era pericolosa.

L’app si chiamava Update WhatsApp Messenger: un nome decisamente ingannevole. Ma la cosa più ingannevole era il nome del produttore, che era WhatsApp Inc.: indistinguibile dall’originale, almeno per l’utente comune, perché era scritto inserendo un carattere speciale che visivamente sembrava un normale spazio.

La falsa app conteneva pubblicità, scaricava software sui dispositivi delle vittime e cercava di nascondersi nell’elenco delle applicazioni. Ora è stata rimossa, ma è imbarazzante che Google non abbia pensato a prevenire questo genere di facile omonimia apparente.

Chi riceve gli aggiornamenti di WhatsApp in modo automatico non ha corso alcun pericolo: la trappola scattava soltanto per chi era ingolosito dall’idea di avere una versione di WhatsApp più aggiornata rispetto agli amici (sì, questo genere di competizione esiste, soprattutto fra gli utenti più giovani) e quindi andava a cercare aggiornamenti come questo. Prudenza.

Fonte aggiuntiva: BBC.

Attenzione alle false promozioni di grandi marche su WhatsApp

Attenzione alle false promozioni di grandi marche su WhatsApp

Credit: BBC.

La BBC segnala un’ondata di messaggi truffaldini circolanti su WhatsApp: si tratta di inviti a cliccare su un link per ricevere quelli che dovrebbero essere buoni sconto di supermercati molto noti se si partecipa a un semplice sondaggio e si manda il messaggio a venti dei propri amici. Lo scopo di questa truffa è raccogliere dati personali, come nomi, indirizzi e coordinate di carte di credito.

Fra i nomi colpiti, secondo il sito ActionFraud della polizia britannica, ci sono Marks and Spencer, Tesco, Asda, Nike, Lidl, Aldi e anche Singapore Airlines. È probabile che la stessa truffa circoli anche in versioni nazionali in altri paesi europei.

I messaggi sono molto credibili perché i link che presentano sono quasi identici a quelli dei veri siti dei supermercati presi di mira: è facile non accorgersi che sotto o sopra una delle lettere che compongono il nome del sito c’è un puntino, o che la lettera è barrata in alto.

La tecnica è nota come internationalized domain name homograph attack: in sintesi, i truffatori creano un sito il cui nome usa lettere di alfabeti diversi da quello latino. Per esempio, al posto di Aldi.com (il sito autentico) creano il sito Alḍi.com oppure Alđi.com e vi mettono delle pagine che somigliano a quelle del vero supermercato. Le vittime immettono i propri dati personali in queste pagine, credendo di poter ricevere un premio, e invece vengono imbrogliate.

I servizi antifrode di Internet hanno già messo un blocco su molti di questi siti ingannevoli, ma è meglio restare vigili e guardare sempre con molta attenzione il nome del sito linkato in qualunque messaggio, diffidando come sempre delle offerte troppo belle per essere vere.

Soprattutto è importante non ubbidire mai agli inviti a inoltrare un messaggio pubblicitario ad altri utenti: se lo fate, rendete più credibile la truffa, perché i vostri amici la ricevono da una fonte di cui si fidano, cioè voi.

Dove vanno a finire le foto mandate tramite WhatsApp?

Dove vanno a finire le foto mandate tramite WhatsApp?

Rispondo pubblicamente a una domanda che arriva da Mariana, una docente di scuola media: ci sono informazioni ufficiali e dettagliate su dove vanno a finire le foto che ci si manda tramite WhatsApp?

Sì, ci sono: l’informativa sulla privacy di WhatsApp parla molto chiaro.

WhatsApp non archivia i messaggi dell’utente durante la normale prestazione dei Servizi. Una volta consegnati, i messaggi (compresi chat, foto, video, messaggi vocali, file, e informazioni sulla posizione condivise) vengono eliminati dai nostri server. I messaggi dell’utente vengono archiviati sul suo dispositivo. Se non è possibile consegnare immediatamente un messaggio (ad esempio se l’utente è offline), lo archivieremo nei nostri server fino a 30 giorni nel tentativo di consegnarlo. Se dopo 30 giorni il messaggio non è stato ancora consegnato, verrà eliminato. Per migliorare le prestazioni e consegnare i messaggi con contenuti multimediali in modo più efficiente, ad esempio quando molte persone condividono una foto o un video famoso, archivieremo tale contenuto nei nostri server per un periodo più lungo.

…La crittografia end-to-end significa che i messaggi degli utenti sono criptati per essere protetti dall’essere letti da WhatsApp e da terze parti.

Inoltre le informazioni sulla crittografia di WhatsApp dichiarano che sono criptati messaggi, foto, video, messaggi vocali, documenti, aggiornamenti di stato e chiamate:

When end-to-end encrypted, your messages, photos, videos, voice messages, documents, status updates and calls are secured from falling into the wrong hands.

In altre parole, una foto mandata via WhatsApp rimane sui computer di WhatsApp solo fino a che arriva sullo smartphone dell’ultimo dei destinatari; poi viene cancellata, e in ogni caso WhatsApp dichiara di non poterla vedere.

Tuttavia il prezzo per questa protezione è indicato nell’informativa sulla privacy:

L’utente accetta di fornirci regolarmente i numeri di telefono dei contatti presenti nella rubrica del suo dispositivo mobile, compresi quelli degli utenti dei nostri Servizi e degli altri contatti. L’utente conferma di essere autorizzato a fornirci tali numeri.

Se usate WhatsApp, insomma, date a WhatsApp (e quindi a Facebook e a terzi) il permesso di leggersi tutti i numeri di telefono che avete in rubrica, compresi quelli che vi sono stati affidati con la preghiera di tenerli riservati.

Sul fronte del diritto d’autore, infine, non è vero che le foto diventano proprietà di WhatsApp o di Facebook: l’informativa legale dice chiaramente:

WhatsApp non rivendica la proprietà delle informazioni inviate dall’utente in relazione all’account WhatsApp.

e che

Allo scopo di consentirci di rendere disponibili e fornire i nostri Servizi, l’utente concede a WhatsApp una licenza globale, non esclusiva, senza royalty, che può essere concessa come sub-licenza e trasferibile per utilizzare, riprodurre, distribuire, creare lavori derivativi, visualizzare ed eseguire le informazioni (compresi i contenuti) che carica, invia, memorizza o riceve sui nostri Servizi o tramite essi. I diritti concessi nella presente licenza sono destinati esclusivamente a rendere disponibili e fornire i nostri Servizi (ad esempio al fine di mostrare l’immagine del profilo e il messaggio di stato, trasmettere i messaggi, archiviare i messaggi non consegnati nei nostri server fino a 30 giorni durante i quali tenteremo di consegnarli e secondo le altre modalità descritte nella nostra Informativa sulla privacy).”

Quindi WhatsApp ha solo un diritto temporaneo d’uso, oltretutto limitato all’uso per fornire i servizi di WhatsApp.