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40 anni di “segnale Wow”

40 anni di “segnale Wow”

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2020/08/06 17:25.

Il 15 agosto di quarant’anni fa, nel 1977, l’astronomo statunitense Jerry Ehman scrisse con una biro rossa l’esclamazione “Wow!” accanto a un segnale anomalo ricevuto dal radiotelescopio Big Ear della Ohio State University. Il segnale aveva tutte le caratteristiche che ci si aspettava da un segnale di una civiltà tecnologica extraterrestre. Ma non si è mai più ripetuto, e il mistero sulla sua origine è rimasto per decenni.

Ma Antonio Paris, professore di astronomia al St. Petersburg College, in Florida, di recente ha proposto una soluzione al mistero che ha ottenuto molta visibilità: il segnale, secondo lui, sarebbe stato prodotto per vie naturali da una cometa di passaggio. Ne avevo scritto nel 2008 e ne ho scritto in dettaglio nel numero di luglio scorso de Le Scienze, ma torno ancora brevemente sull’argomento per celebrare il quarantennale di questo rompicapo scientifico.

Vado subito al sodo: la spiegazione proposta da Paris è stata fatta a pezzi dagli esperti (la cometa non era nel punto dal quale provenne il segnale e comunque non era attiva), per cui il mistero rimane. Fra l’altro, i soliti fufologi si sono scatenati per quarant’anni a interpretare i caratteri 6EQUJ5 segnati da Ehman, senza capire che erano semplicemente indicazioni di intensità (1 = minima, Z = massima). All’epoca le stampanti non avevano grandi capacità grafiche, per cui l‘andamento del segnale veniva rappresentato usando lettere e numeri.

Vi propongo un po’ di bibliografia utile per approfondire l’argomento, che è una bella palestra di allenamento al metodo scientifico.

2020/08/06: C’è un aggiornamento in proposito.

Video: “Dove sono tutti quanti? Il mistero della vita extraterrestre”

Venerdì scorso ho partecipato come relatore a Un venerdì tra le stelle, a Omegna (VB), con una conferenza dedicata al celebre paradosso di Fermi a proposito della mancanza di segnali di civiltà extraterrestri. Il video integrale della conferenza è qui. Buona visione.

No, non sono stati trovati batteri “extraterrestri” sulla Stazione Spaziale Internazionale

No, non sono stati trovati batteri “extraterrestri” sulla Stazione Spaziale Internazionale

Ultimo aggiornamento: 2017/12/01 11:50.

Varie testate stanno riportando la notizia che sarebbero stati trovati dei batteri “alieni” o “extraterrestri” all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale:

La prima cosa da fare, in casi come questi, è andare all’origine della notizia, che è questo articolo in russo della TASS (copia su Archive.is). Si tratta di un’intervista molto corposa al cosmonauta Anton Shkaplerov, che sta per tornare nello spazio ed è stato fra l’altro comandante della Soyuz che ha portato alla Stazione Spaziale Internazionale Samantha Cristoforetti. L’intervista è ricca di riflessioni e informazioni sulle attività spaziali e sulla vita da cosmonauta e non ha nulla di sensazionale.

In questo articolo della TASS c’è, fra le tante altre informazioni, una breve parte nella quale Shkaplerov parla di quelli che alcuni media stanno chiamando “batteri alieni” (la traduzione arriva subito sotto, non preoccupatevi):

— Неоднократно сообщалось об эксперименте по поиску жизни на внешней обшивке МКС. В чем заключается этот эксперимент, что космонавты делают во время его проведения? Откуда жизнь на обшивке МКС?

— Есть такой эксперимент, он состоит из нескольких частей. Во-первых, во время выхода выносятся специальные планшеты и устанавливаются на внешней обшивке станции. В них содержатся различные материалы, которые сейчас применяются в космосе и которые в будущем хотят использовать для изготовления космических аппаратов. Эти планшеты находятся вне станции годами. Через определенное время мы их забираем, доставляем на Землю, и специалисты, ученые смотрят, что там есть.

Нашли бактерии, которые там три года на поверхности прожили в условиях космического пространства

Сейчас нашли бактерии, которые там три года на поверхности прожили в условиях космического пространства, где вакуум и температура колеблется от минус 150 до плюс 150, и остались живы. Такие эксперименты называются “Тест” и “Биориск”.

Кроме того, во время выходов мы берем ватными тампонами мазки с внешней стороны станции. Нам с Земли указывают, где нужно взять мазок, например, в месте скопления отходов топлива, выбрасываемых при работе двигателей, или в местах, где поверхность станции более затемнена, или, напротив, где чаще попадает свет солнца. Эти тампоны мы тоже доставляем на Землю.

И теперь выяснилось, что откуда-то на этих тампонах обнаружились бактерии, которых не было при запуске модуля МКС. То есть они откуда-то прилетели из космоса и поселились на внешней стороне обшивки. Пока они изучаются и, похоже, никакой опасности не несут.

Grazie a Luca Boschini (l’autore dell’ottimo libro Il mistero dei cosmonauti perduti) e ad alcuni lettori (in particolare Raimondo C.) posso offrirvi la traduzione di questo brano:

Si è parlato ripetutamente dell’esperimento di ricerca della vita sul rivestimento esterno della ISS. In cosa consiste questo esperimento? Cosa fanno i cosmonauti durante la sua esecuzione? Da dove viene la vita sul rivestimento della ISS?

C’è un esperimento di questo genere, costituito da diverse parti. Per prima cosa, durante le uscite si portano con sé delle tavolette speciali che si installano sul rivestimento esterno della stazione. Su di esse si trovano diversi materiali, che ora vengono adottati per lo spazio e che in futuro si vuole utilizzare per la costruzione degli apparati spaziali. Queste tavolette si trovano fuori dalla stazione da anni. Dopo un certo tempo, le andiamo a prendere, le portiamo a terra e gli esperti, gli scienziati, guardano cosa c’è.

Adesso hanno trovato dei batteri, che sono vissuti là fuori sulla superficie per tre anni, nell’ambiente del vuoto cosmico, dove c’è il vuoto e la temperatura va da meno 150 a più 150, e sono rimasti vivi. Questi esperimenti si chiamano “Test” e “Biorisk”.

Inoltre, durante le uscite noi prendiamo delle pennellate con dei tamponi d’ovatta sulla parte esterna della stazione. Dalla Terra ci indicano dove bisogna prendere il tampone, per esempio nel punto dove si accumulano i residui del propellente che fuoriesce durante il funzionamento dei motori, oppure nel punto dove la superficie della stazione è più in ombra o, al contrario, dove più spesso cade la luce del sole. Anche questi tamponi li mandiamo a terra.

E adesso è stato chiarito che da qualche parte in questi tamponi si sono manifestati dei batteri che non c’erano al lancio della ISS. Perciò, da qualche parte dello spazio devono essere venuti, e si sono posati sulla parte del rivestimento esterno. Per ora li stanno studiando e, pare, non recano nessun pericolo.

Tutto il clamore, insomma, deriva dall’ultimo paragrafo di questa parte dell’intervista: qualcuno ha pensato bene che se un cosmonauta parla di batteri che provengono da qualche parte dello spazio devono essere per forza batteri extraterrestri. Un’idea acchiappaclic irresistibile.

Prima di approfondire la questione scientifica, possiamo fare una semplice riflessione di buon senso. Scoprire la vita extraterrestre sarebbe clamoroso: perché un cosmonauta dovrebbe annunciarlo distrattamente, quasi per caso, insieme a tanti altri argomenti relativamente banali come la cucina e la ginnastica di bordo? Se davvero si trattasse di prove oggettive di vita aliena, l’intera intervista sarebbe dedicata a questo tema. E se ne parlerebbe nelle pubblicazioni scientifiche.

Inoltre, se si trattasse davvero di vita extraterrestre, come avrebbero fatto a decidere che si tratta proprio di batteri e non, che so, di virus o altri microorganismi? Che senso avrebbe classificare così categoricamente e rapidamente una forma di vita presumibilmente diversissima da quelle terrestri? E chi avrebbe fatto questa classificazione? Chiaramente qualcosa non quadra.

Infatti chi si occupa più seriamente di ricerca spaziale ha pubblicato articoli che spiegano la pseudonotizia: National Geographic, Slate, Popular Science chiariscono che parte del clamore deriva dalla traduzione erronea della parola russa космос, che in inglese è stata resa con outer space (spazio esterno o profondo), dando l’impressione che i batteri in questione arrivino da lontanissimo. Ma in realtà космос è semplicemente “spazio”: non implica affatto grandi distanze, visto che lo spazio inizia a cento chilometri dalla superficie terrestre (oltre la linea di Karman).

La presenza di batteri all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale non è affatto sorprendente:

  • I componenti della Stazione non sono stati sterilizzati a fondo prima del lancio, come si fa per esempio con le sonde destinate a scendere su Marte, perché non c’è l’esigenza di non contaminare un ambiente extraterrestre.
  • La Stazione orbita a soli 400 km dalla superficie della Terra ed è quindi ancora nella termosfera, lo strato tenue dell’atmosfera terrestre nel quale si formano le aurore, dove c’è ancora abbastanza aria da frenare lievemente la Stazione (che infatti ha bisogno di essere riaccelerata periodicamente); non è impossibile che batteri sospesi nell’altissima atmosfera possano raggiungerla e depositarsi, visto che sono state trovate forme di vita anche a circa 80 km di quota (Appl Environ Microbiol. 1978 Jan;35(1):1-5).
  • Gli astronauti e cosmonauti periodicamente effettuano delle “passeggiate spaziali” (EVA) usando tute che non vengono sterilizzate e che stanno a lungo all’interno della Stazione, dove vengono toccate da tutti. La carica batterica che si accumula sull’esterno di queste tute può quindi trasferirsi alla superficie esterna della Stazione.
  • Quando gli astronauti effettuano una EVA, parte dell’atmosfera di bordo, quella presente nell’airlock (camera di compensazione), viene scaricata nello spazio e viaggia insieme alla Stazione, sulla quale può quindi portare batteri.
  • Sappiamo che molte spore e alcune forme di vita più complesse, come i tardigradi, sono in grado di sopravvivere nello spazio in condizioni estreme.

Insomma, ci sono molti motivi assai terrestri per spiegare la presenza di batteri all’esterno della Stazione. Prima di invocare spiegazioni straordinarie come quella di visitatori alieni, bisogna come sempre escludere le spiegazioni ordinarie. E magari cogliere l’occasione per imparare come funziona realmente l’Universo, che è sempre ricco di meraviglie e di sorprese.

La strana storia dell’“autopsia dell’alieno” ha un seguito: a teatro

La strana storia dell’“autopsia dell’alieno” ha un seguito: a teatro

Nel 1995 il mondo intero parlò del filmato della cosiddetta “autopsia dell’alieno”: un filmato in bianco e nero di 17 minuti che mostrerebbe, appunto, l’autopsia effettuata sul cadavere di un extraterrestre precipitato nel 1947 a Roswell, nel New Mexico. Oggi lo si trova facilmente su Internet (per esempio qui; attenzione, è piuttosto impressionante), ma all’epoca molte TV nazionali pagarono fior di soldi per avere il privilegio di presentarlo ai telespettatori, che arrivarono a milioni, generando lauti incassi per le emittenti.

Sin da subito gli esperti di medicina, gli storici e gli esperti di effetti speciali segnalarono che si trattava di un falso: i metodi usati per l’autopsia erano contrari a ogni pratica medica, le riprese erano di pessima qualità e mostravano vari oggetti, oggi di uso quotidiano, che nel 1947 non esistevano ancora. Ma comunque il video divenne popolarissimo e ormai si è cementato nella cultura ufologica: molti lo conoscono ma non ne sanno le origini decisamente bizzarre.

Il video della presunta autopsia fu venduto come autentico alle TV di tutto il mondo da un imprenditore, Ray Santilli, insieme al socio Gary Shoefield, ma nove anni dopo, nel 2006, Santilli stesso ammise che non era autentico ma (a suo dire) era una “ricostruzione” di un filmato autentico che aveva visto nel 1992 e che si era deteriorato. Nessuno ha mai visto questo presunto originale deteriorato, e chi vede il video oggi non sa di queste ammissioni e di questi retroscena.

Adesso c’è una novità: un uomo di nome Spyros Melaris si è fatto avanti dicendo di essere l’autore delle finte riprese e ha raccontato tutta la propria storia in uno spettacolo teatrale a Londra, fornendo documenti e dettagli che sembrano confermare il suo ruolo di regista e autore del filmato. Dice che l’accordo originale con Santilli e Shoefield prevedeva che avrebbero realizzato il filmato e poi un documentario che avrebbe rivelato la messinscena. Melaris assoldò John Humphreys, esperto di effetti speciali che aveva lavorato alla serie TV britannica Doctor Who, e si procurò materiale chirurgico degli anni Quaranta e varie frattaglie animali. I “chirurghi” nel filmato erano in realtà lo stesso Humphreys e la compagna di Melaris.

Oggi Melaris si scusa pubblicamente per quello che ha fatto: “Per me era solo uno scherzo, un divertimento, ma ho imparato la lezione. Vorrei dire che c’è una parte importante di me che prova rimorso. Ho sottovalutato la reazione”. Ancora una volta, insomma, l’ufologia si dimostra un campo minato nel quale abbondano truffatori, impostori e ciarlatani che approfittano della passione delle persone per ricavarne soldi e popolarità: per questo è necessario essere estremamente cauti di fronte a qualunque asserzione straordinaria.




Fonti: Mysterious Universe, Paranoia Magazine.

Antibufala mini: sì, la NASA cerca un “responsabile della protezione planetaria”. Ma non per difenderci dagli alieni

Antibufala mini: sì, la NASA cerca un “responsabile della protezione planetaria”. Ma non per difenderci dagli alieni

Catharine Conley.
OK, è una woman in black.

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La notizia che la NASA assume un “responsabile della protezione planetaria” (planetary protection officer) viene presentata in modo decisamente semiserio, come se sull’argomento esistesse una sola battutina possibile:

La NASA cerca “Men in Black”, RSI
Nasa cerca ‘Men in black’ per proteggere la Terra, Ticinonews
NASA is hiring a Planetary Protection Officer to protect Earth from alien harm, USA Today, che nel testo cita i MIB.

Ma in realtà si tratta di una notizia reale e seria, anche se spiegata poco chiaramente.

L’offerta di lavoro della NASA chiarisce infatti che l’incarico consiste principalmente nel trovare modi per evitare che le nostre sonde spaziali vadano a contaminare altri mondi. Per esempio, andare a cercare la vita su Marte con una sonda piena di microorganismi terrestri sarebbe un’idea poco intelligente e rischierebbe di far fuori eventuale vita marziana.

Molto secondariamente, la “protezione planetaria” riguarda anche la Terra, nel senso che eventuali campioni di altri mondi riportati sul nostro pianeta dai nostri veicoli spaziali dovranno essere tenuti in opportuno isolamento per evitare contaminazioni.

Planetary protection is concerned with the avoidance of organic-constituent and biological contamination in human and robotic space exploration. NASA maintains policies for planetary protection applicable to all space flight missions that may intentionally or unintentionally carry Earth organisms and organic constituents to the planets or other solar system bodies, and any mission employing spacecraft, which are ntended to return to Earth and its biosphere with samples from extraterrestrial targets of exploration.

Un altro dettaglio importante è che non si tratta di una mansione nuova: come spiega egregiamente The Verge, il problema della contaminazione nei due sensi fu sollevato già nel 1967, con una serie di trattati dell’ONU (United Nations Treaties and Principles on Outer Space), e la NASA ha già una persona che copre questo ruolo. Si chiama Catharine Conley e dirige l’Office of Planetary Protection.

Il clamore dei media è stato tale che la NASA ha dovuto pubblicare un video di chiarimento:

Quindi le risatine sono fuori luogo: oltre alle considerazioni di rispetto verso la natura, lanciare una sonda spaziale costa miliardi. Farlo per poi trovarsi ad analizzare campioni di vita portati maldestramente dalla Terra perché un tecnico ha starnutito vicino alla sonda sarebbe stupido.

“Strano segnale” da una stella vicina? Interessante, ma non è ET

“Strano segnale” da una stella vicina? Interessante, ma non è ET

Ultimo aggiornamento: 2017/07/27 8:00. 

Come sempre quando il mondo scientifico annuncia di aver ricevuto segnali interessanti dal cosmo, anche stavolta si è scatenato l’entusiasmo di chi spera che si tratti finalmente della prova dell’esistenza della vita intelligente al di fuori della Terra. Ma vista l’importanza della questione e la frequenza dei falsi allarmi, è meglio andarci cauti.

Qualche giorno fa Repubblica ha titolato (piuttosto sobriamente, va detto) “Ross 128, captato uno strano segnale dalla stella vicina”, a firma di Giacomo Talignani, e ha riassunto bene i fatti tecnici, tratti dall’annuncio originale: il professor Abel Méndez, dell’Università di Puerto Rico, ha descritto la ricezione, presso il sensibilissimo radiotelescopio di Arecibo, di un segnale radio “strano” dalla stella Ross 128, che si trova a 11 anni luce da noi nella costellazione della Vergine (praticamente sotto casa).

Tutte le stelle emettono segnali radio insieme alla luce visibile e ad altre radiazioni, per cui l’esistenza di un segnale in sé non è insolita: però le caratteristiche di questo segnale erano anomale (pulsazioni quasi periodiche), per cui meritavano un approfondimento.

Méndez ha messo subito le mani avanti dicendo che “l’ipotesi aliena è in fondo all’elenco dopo molte altre spiegazioni migliori” e che ha “una Piña Colada pronta per festeggiare se i segnali sono di natura astronomica” e pubblicando un tweet molto chiaro: “Aspettiamo tutti i risultati prima di giungere a una conclusione sulla natura dei segnali da #Ross128 questa settimana. Spoiler: niente alieni”.

Ieri (20 luglio) è arrivata la spiegazione: è molto probabile che si tratti di un disturbo radio proveniente da un satellite artificiale terrestre. Niente Piña Colada, insomma.

Non è la prima volta che capita che un segnale apparentemente promettente si riveli poi molto banale, come quando ci si accorse dopo cinque anni di mistero cosmico che il radiotelescopio di Parkes, in Australia, aveva in realtà captato il segnale manifestamente artificiale di un forno a microonde.

Ed è per questo che prima di pensare a ET è prudente scartare una per una, pazientemente, tutte le altre ipotesi alternative.

2017/07/27 8:00. Il SETI Institute ha annunciato che il segnale proviene dai satelliti geostazionari in orbita intorno alla Terra. La verifica è stata resa possibile dal radiotelescopio Allen Telescope Array e da osservazioni congiunte di altri radiotelescopi.

Fonti aggiuntive: The Verge, Washington Post.

Ci vediamo domani sera a Gubbio per parlare di alieni?

Domani sera sarò ospite di Gubbio Scienza 2017 per un caffè scientifico intitolato “C’è vita nell’universo? Mah, un po’ il sabato sera…”, per parlare di ricerca scientifica della vita extraterrestre insieme alla professoressa Nadia Balucani.

L’appuntamento è per giovedi 6 luglio alle 21 in piazza Giordano Bruno, ma date un’occhiata anche al resto del programma della manifestazione, ricco di interventi ed eventi interessanti. Fra l’altro, Gubbio è legata a doppio filo alla vita extraterrestre e alla necessità di un programma spaziale, visto che è lì che è stata trovata la conferma geologica di un grande impatto asteroidale che ha probabilmente portato all’estinzione i dinosauri.

Come consueto, porterò con me qualche copia cartacea del mio libro sui complottismi lunari.

Visto che a fine mese iniziano le consegne delle auto elettriche Tesla Model 3 come quella che ho prenotato un anno fa e che mi dovrebbe arrivare entro fine 2018, ho provato a pianificare il viaggio dal Maniero Digitale (Lugano) a Gubbio come se lo dovessi fare con quest’auto, che ha 350 km di autonomia stimata nel modello base:

– partenza da casa con il “pieno”;
– tappa per ricarica a Modena dopo 255 km al Supercharger dell’Hotel Baia del Re (con relativo pranzo mentre l’auto ricarica e fa il “pieno” per una quarantina di minuti),
– tappa per ricarica al Supercharger di Fano dopo 206 km (mezz’ora per un buon caffè, rispondere a qualche mail e sgranchirsi le gambe)
–  arrivo a Gubbio dopo 77 km, con autonomia sufficiente a tornare a Fano per il viaggio di ritorno.

Rispetto al viaggio che ho fatto realmente (in auto a benzina) ci sarebbe stata soltanto una sosta leggermente più lunga a Fano e la strada percorsa sarebbe stata la stessa: anche se l’auto a benzina sarebbe stata in grado di fare il viaggio senza soste in termini di autonomia, abbiamo comunque dovuto fare due soste per mangiare e sgranchirci.

L’importanza di una rete di ricarica veloce e capillare e di una buona autonomia è insomma fondamentale per il successo delle auto elettriche, che in queste condizioni possono sostituire quelle tradizionali con un minimo adattamento delle abitudini di viaggio anche su percorsi lunghi.

Stamattina sono stato a Radio3Scienza: Roswell, segnale “wow” e ufologia

Questa mattina sono stato ospite di Radio3Scienza per parlare del celebre incidente ufologico di Roswell, di cui ricorre il settantesimo anniversario e che nasconde una storia assolutamente affascinante (i militari mentirono davvero, ma per una ragione molto speciale), e per fare il punto sull’altrettanto celebre “segnale WOW” captato nel 1977 e mai più ricevuto (la “spiegazione” cometaria proposta di recente, fra l’altro, non regge).

Ho raccontato anche la vicenda della presunta “autopsia dell’alieno”, che è stata un disastro per la credibilità dell’ufologia negli anni Novanta, e ho cercato di distinguere fra visita extraterrestre (tutta da dimostrare e affollata di ciarlatani) e vita extraterrestre (un campo di ricerca scientifica assolutamente rispettabile).

Nella stessa puntata c’è anche Raffaele Saladino, presidente della Società Italiana di Astrobiologia, e in chiusura Silvia Bencivelli racconta Alan Turing.

Se la cosa vi può interessare, trovate qui il podcast.

Il presunto segnale “alieno” captato in Russia è molto probabilmente terrestre

Il presunto segnale “alieno” captato in Russia è molto probabilmente terrestre

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L’entusiasmo mediatico per l’annuncio di un possibile “segnale sospetto da 95 anni luce” (Repubblica) fatto cautamente dal SETI Institute (ente che cerca segnali radio di origine intelligente extraterrestre) è solo rumore: come era prevedibile, è arrivata la smentita.

La presunta scoperta proveniva da un radiotelescopio russo, il RATAN-600, e risaliva a maggio del 2015. La direzione del cielo dalla quale proveniva il segnale radio anomalo (potente e concentrato in una banda piuttosto stretta di frequenze intorno a 11 GHz) era la costellazione di Ercole. I ricercatori russi avevano proposto come possibile origine del segnale la stella HD 164595, di tipo simile al Sole e dotata di almeno un pianeta di tipo simile a Nettuno. È bastato questo per scatenare la fantasia degli appassionati a briglia sciolta e dei giornalisti in cerca di titoli ad effetto.

Ma la realtà e il SETI Institute stesso hanno smorzato subito gli entusiasmi prematuri: il comunicato ufficiale dell’Osservatorio Astrofisico Speciale dell’Accademia Russa delle Scienze dice che “elaborazioni ed analisi successive [al rilevamento iniziale] hanno rivelato che è molto probabilmente di origine terrestre… si può dire con fiducia che nessun segnale desiderato è stato finora rilevato”. Il 28 agosto scorso il SETI Institute ha usato i propri strumenti per ascoltare la stessa porzione di cielo e non ha trovato nulla. Ha poi ripetuto l’ascolto il 30 agosto, sempre senza risultati favorevoli.

La scoperta di un segnale radio proveniente da un’intelligenza extraterrestre sarebbe sensazionale. Per questo bisogna esaminare i possibili candidati con molta cautela prima di lanciarsi in fantasie. I criteri di base sono che il segnale deve provenire da una zona fissa del cielo (altrimenti potrebbe essere un satellite o un riflesso radio di un’emittente terrestre), deve ripetersi (altrimenti potrebbe essere un disturbo spurio) e deve essere confermato da radiotelescopi distanti fra loro (altrimenti potrebbe essere un disturbo locale). Il segnale in questione non soddisfaceva neanche questi criteri essenziali.

Un’informazione realmente efficace, non sensazionalista, dovrebbe sapere queste cose e non pubblicare nulla se non vengono superati almeno questi requisiti. Ma chi sa resistere all’idea accattivante di un incontro via radio con ET e di un titolone acchiappaclic? Il risultato è una serie continua di falsi allarmi che ridicolizzano un campo scientifico serio ed importante e creano un’assuefazione da “al lupo, al lupo” nel pubblico. Peccato.

Fonti: Astronomy.com, TASS, Ars Technica.

“Tecnologia aliena” avvistata intorno a una stella? Andiamoci piano

“Tecnologia aliena” avvistata intorno a una stella? Andiamoci piano

Ultimo aggiornamento: 2015/12/21 00:05.

Lasciando da parte i toni un po’ sensazionalisti, la notizia pubblicata da Repubblica a proposito delle anomalie nella luce di una stella che fanno ipotizzare una “tecnologia aliena” ha un fondo di realtà. Piccolo, ma ce l’ha.

Tutto parte da un articolo scientifico in attesa di revisione e pubblicazione, che ha esplorato le insolite variazioni della luce provenienti dalla stella KIC 8462852, a circa 1500 anni luce dalla Terra, e registrate dalla sonda spaziale Kepler. Queste variazioni vengono usate in astronomia per identificare la presenza di pianeti extrasolari, perché se il pianeta passa davanti alla stella (dal punto di vista della sonda Kepler) ne riduce molto leggermente la luminosità (tipicamente di circa l’1% o meno) con cadenza periodica.

Le variazioni di KIC 8462852 sono insolite perché non sono periodiche e sono molto estreme: fino al 22% di diminuzione di luminosità. Questo indica che l’oggetto che copre la stella ha una forma irregolare ed è colossale: paragonabile a metà della larghezza della stella. Nessun pianeta, neppure un super-Giove, si avvicina neanche lontanamente a queste dimensioni.

Agli astronomi finora manca un fenomeno naturale conosciuto che possa spiegare tutti i dati (anche se alcuni fenomeni li spiegano quasi tutti), per cui è venuta spontanea l’ipotesi di un fenomeno artificiale, specificamente una civiltà aliena che costruisca immense strutture orbitanti per catturare l’energia della propria stella: un concetto non nuovo, noto come sfera di Dyson e immortalato fra l’altro in una bellissima puntata di Star Trek (Relics).

Contrariamente a quanto scrive Repubblica, le civiltà extraterrestri non sono affatto “argomento tabù per la scienza”, per cui gli astronomi ne discutono apertamente e concretamente, proponendo una nuova campagna di osservazioni astronomiche della stella: costerebbe poco e non richiederebbe nuovi apparati. E comunque stiano le cose quella stella è scientificamente interessante perché è insolita.

Questa storia è una bella dimostrazione del fatto che sarebbe impossibile tenere segreta la scoperta di una civiltà extraterrestre: gli astronomi non riuscirebbero a tenere la bocca chiusa e farebbero a cazzotti per essere i primi a pubblicare la notizia e assicurarsi fama eterna.

Trovate maggiori dettagli tecnici nel bell’articolo dell’astronomo Phil Plait per Slate e in questo articolo di The Atlantic (entrambi in inglese).

2015/12/21: La NASA segnala che un’indagine separata della medesima stella, già svolta esaminando i dati raccolti dal telescopio spaziale Spitzer, che osserva l’universo nell’infrarosso, rende molto probabile una spiegazione cometaria: oggetti rocciosi (o artificiali) avrebbero un’emissione termica che invece manca. Questa mancanza è giustificabile ipotizzando delle comete, per natura molto fredde, che orbitano in uno sciame intorno alla stella. Ma per saperne di più serviranno ulteriori osservazioni.