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Truffa alla nigeriana, 300˙000 dollari spillati per amore

Truffa alla nigeriana, 300˙000 dollari spillati per amore

“Ma chi vuoi che ci caschi?” Lo dicono tutti, fino a quando ci cascano loro

La truffa alla nigeriana è un classico di Internet, ma non cessa mai di funzionare e di mietere vittime nonostante sia, vista da fuori, una trappola fin troppo evidente. Eppure quando ci si è coinvolti personalmente la si vive in modo completamente diverso.

Ne è un esempio recente la vicenda di un gruppo di donne di Edmonton, in Canada, segnalata da un quotidiano locale, l’Edmonton Sun. I truffatori usano i dati personali pubblicati dagli utenti su siti di social networking come Myspace, Facebook e simili (specialmente quelli dedicati alla ricerca di partner sentimentali) per selezionare le vittime potenziali: in questo caso, donne divorziate non più giovanissime.

Dopo la selezione, i truffatori trascorrono mesi a chattare e a scambiare mail di corrispondenza amorosa con la vittima, spacciandosi per uomini d’affari più giovani in viaggio per il mondo con frequenti tappe in Nigeria (dove in realtà risiedono). Promettono di venire a trovare il loro “partner” e di sposarlo e creano una vera e propria dipendenza emotiva, come racconta efficacemente una delle vittime canadesi:

Non vedi l’ora di tornare a casa dal lavoro per scambiare messaggi con loro… non sono come un partner nella vita reale: loro sono sempre lì a disposizione, e dicono sempre cose positive. Mai niente di brutto. È quello che vogliono sentirsi dire tutti.

Una volta che hanno incastrato sentimentalmente la propria vittima, questi criminali procedono implacabilmente al passo successivo: scrivono dicendo di avere improvvisamente bisogno di soldi perché sono intrappolati in Nigeria o per via di un’emergenza medica o di un problema con l’acquisto dei biglietti aerei. E la vittima, anche se messa in guardia dagli amici, abbocca.

Ho avuto tantissimi amici che mi hanno detto “Non mandare soldi”, ma ami quella persona e le credi e non ti vuoi fermare…. pensi di essere più furba dei delinquenti, ma non lo sei: può capitare a chiunque.

Viste da dentro, insomma, queste truffe sono molto meno evidenti di quel che potreste pensare, perché giocano tutto sui sentimenti e le emozioni. Tutti pensano “tanto a me non capita”: e invece capita eccome. Oltretutto, le speranze di recuperare il maltolto sono sostanzialmente nulle, e i truffatori sono incentivati a tessere trame sentimentali lunghe, complesse e persuasive da questa loro impunità e dai guadagni ingenti che ne traggono. Le signore di Edmonton, stando al Sun, hanno dato loro in tutto circa 300.000 dollari canadesi (190.000 euro; 280.000 franchi svizzeri).

Virus: Conficker si sveglia, vuole soldi

Virus: Conficker si sveglia, vuole soldi

Conficker rivela il suo piano: ricattare le vittime

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Se vi compare sullo schermo un avviso di SpywareProtect 2009 come quello qui accanto (tratto da Kaspersky.com), probabilmente siete fra le vittime di Conficker, il virus/worm che i media avevano annunciato come un pericolo su vasta scala per il primo d’aprile senza che in realtà succedesse granché.

Adesso che molti hanno abbassato la guardia, Conficker s’è svegliato sul serio, come riferiscono PCworld.com, TrendMicro.com e Kaspersky.com. Veicola varie porcherie virali, una delle quali si spaccia per un antivirus che dice di aver trovato dei pericoli sul computer della vittima e chiede una cinquantina di dollari per “eliminarli”.

E’ la moda del momento fra i criminali informatici: si chiama scareware, ossia “software che gioca sullo spavento”. Circolano vari programmi che dicono di essere antivirus ma in realtà sono programmi ostili che sfruttano la paura degli utenti per convincerli a scaricarli e installarli (e spesso oltretutto pagarli, aggiungendo danno al danno).

Un’altra particolarità di questa nuova evoluzione di Conficker è che i computer che vengono infettati vengono poi dati in affitto agli spammer, che li usano per disseminare la loro posta-spazzatura. L’origine di questo attacco sembra essere l’Est europeo, specificamente l’Ucraina, a giudicare dal fatto che la prima versione del worm controllava il layout di tastiera ed evitava specificamente di infettare il PC se rilevava il layout ucraino, come spiega Microsoft Technet.

La raccomandazione classica è la solita: procuratevi preventivamente un buon antivirus da una fonte fidata (chiedete ad amici e colleghi) invece di accettare le offerte provenienti da sconosciuti; non agitatevi quando compare un messaggio d’allarme sullo schermo, ma riflettete prima di cliccare e chiedete un consulto ad esperto di cui vi fidate.

Biowashball non solo non lava: può sporcare

Biowashball non solo non lava: può sporcare

Biowashball: senza detersivo trasforma la lavatrice in una bomba batteriologica

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Ritorno su un argomento che ha suscitato accesissime discussioni e fior d’insulti, ossia la Biowashball e tutto l’arcipelago di palline magiche per lavare senza detersivo e varianti sul tema (sacchetti per lavastoviglie, per esempio), per due aggiornamenti molto importanti.

Il primo è che Altroconsumo ha testato la pallina, ottenendo gli stessi risultati di Mimandaraitre, del Salvagente e di Pattichiari (come descritto qui e qui): stroncatura totale.

Con Biowashball, la palla che fa il bucato senza usare il sapone, si ottengono gli stessi risultati che l[a]vando con sola acqua… abbiamo sottoposto la palla verde alla prove con cui normalmente testiamo i detersivi da bucato… abbiamo realizzato tre prove, con gli stessi tessuti, macchiati come sempre di sporco standard: un lavaggio in lavatrice con un buon detersivo; uno con sola acqua; uno con acqua e Biowashball usata secondo le istruzioni… lavare con Biowashball o con sola acqua è uguale. L’efficacia rispetto al detersivo è dimezzata.

Ma allora, vi chiederete, perché sembra che molte persone siano soddisfatte dei risultati ottenuti con questa palla? La spiegazione, probabilmente, è semplice: perché tutti abbiamo ormai l’abitudine di lavare indumenti non molto sporchi, che un semplice bucato con sola acqua già rende puliti. Se amate l’ambiente, dunque, non spendete i 35 euro di Biowashball: limitatevi a usare meno detersivo.

Chi si è fidato della promozione offerta da Beppe Grillo alla Biowashball nei suoi spettacoli ora dovrà aggiungere, si presume, anche la redazione di Altroconsumo all’elenco dei disinformatori prezzolati, insieme al CICAP, alle altre redazioni dei programmi di difesa del consumatore citate sopra e ai tecnici del CNR interpellati da queste redazioni.

C’è di più. Leggendo la recensione breve della Biowashball pubblicata online da Altroconsumo (la cui versione cartacea dovrebbe includere maggiori dettagli) potrebbe venire il dubbio che comunque lavare con la pallina al posto del detersivo sia comunque accettabile. Specialmente se avete già comperato la pallina e il vostro bucato viene pulito, perché no?

Perché no. Salvo che vogliate lavare i vostri panni in un simpatico brodino di batteri. Mi scrive infatti Silvia Palladini, dottoressa in chimica, che da alcuni anni svolge ricerca nel campo delle formulazioni di detersivi a basso impatto ambientale. Pubblico con il suo permesso due sue considerazioni molto interessanti:

Condivido il parere del collega dr. Angioni [il chimico che si è occupato del caso Biowashball per il CICAP] sulle varie affermazioni di carattere tecnico presenti sul sito biowashball.ch. Il fatto che la Biowashball possa deodorare i capi e trattenere qualche particella di sporco e’ probabilmente da attribuirsi a fenomeni di adsorbimento da parte delle ceramiche porose contenutevi.

Questo spiegherebbe le numerose segnalazioni (che posso confermare personalmente dai miei test) di un leggero effetto deodorante della Biowashball. Ma la cosa ancora più interessante è questa (le evidenziazioni sono mie):

Il fatto pero’ che tale dispositivo sia in grado di “eliminare i germi patogeni nell’acqua della vostra lavatrice” e’ un’affermazione quantomeno pericolosa a farsi: nella lavatrice sono presenti tubazioni che svolgono un effetto “sifone”, per cui non si svuotano mai dall’acqua e, soprattutto per questa ragione, la macchina andrebbe lavata con un agente disinfettante (candeggina diluita o simili) ogni qualche mese, per evitare il proliferare di batteri e muffe; l’utilizzo del detersivo a ogni lavaggio tutela solo in parte da questa proliferazione.

Gli utenti potranno facilmente immaginare che cosa puo’ succedere in una lavatrice se si lavano i capi (specialmente la biancheria intima) con un agente lavante di scarsa efficacia o anche con sola acqua: a lungo andare, senza che ce ne si accorga ci potra’ essere proliferazione di batteri e funghi, alcuni dei quali introdotti tramite i nostri stessi capi di vestiario.

Cio’ che intendo dire e’: non serve disinfettare la macchina a ogni lavaggio (i nostri anticorpi ci proteggono a sufficienza da quei pochi batteri presenti, a patto che si usi abitualmente un detersivo efficace e che ogni tanto si lavi la macchina con un po’ di candeggiante), ma non e’ neppure il caso di lavare solo con acqua, trasformando la macchina in un’incubatrice per microorganismi…

Non siete convinti? Pensate ancora che sia tutto un complotto delle multinazionali del detersivo? Certo che è strano che a nessuno venga mai il dubbio che possa essere un complotto delle multinazionali delle palline di plastica, ma pazienza. Vi propongo un test.

Beppe Grillo dice nei suoi spettacoli che usa la Biowashball per il proprio bucato. Ora chiedetevi seriamente: adesso che sapete questa faccenda dei batteri incubati nella lavatrice, indossereste un paio di mutande di Grillo lavate con Biowashball?

Sono il bersaglio di una truffa originale

Se qualcuno vuol comprare un nome di dominio da te, sotto sotto c’è una truffa

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Ieri ho ricevuto questa mail in cui una sedicente ditta mi proponeva di acquistare uno dei nomi di dominio di cui sono titolare [correzione: ero titolare, fino a settembre 2008]:

From: “Domain Trade LLC”
Date: 22 September 2009 15:40:40 CEST
To: “paolo.attivissimo” Subject: PAOLOATTIVISSIMO.INFO

Dear sir,
dear madam,

we have an interest to purchase your domain PAOLOATTIVISSIMO.INFO and offer between 50% and 65% of the appraised value.
We accept appraisals from companies such as

http://www.sedo.com/
http://top-name.net/
http://max-apprais.com/

If you already have an appraisal please forward it to us.

Please let us know whether you are interested. Upon review of your valuation and in case of an agreement we send payments via PayPal for amounts less than $2,000 and via Escrow.com for amounts above $2,000, as well as further instructions on how to complete the transfer of the domain name.

We appreciate your business,

Domain Trade LLC

A parte il fatto che difficilmente venderei a sconosciuti un nome di dominio che contiene il mio nome e cognome (anche se mi sono reso conto di aver lasciato scadere stupidamente nel 2008 quel nome di dominio), la cosa puzzava di truffa, anche per via dell’indirizzo del mittente: una ditta seria non manderebbe mail di lavoro da un indirizzo Gmail, e indicherebbe il proprio indirizzo postale e un numero telefonico per contattarla. Invece qui non è indicato neanche il paese in cui si troverebbe la fantomatica ditta. Truffa, quindi, ma come funziona?

Grazie alla dritta mandatami dall’amico Luigi, salta fuori che funziona così: il truffatore cita nella mail-esca alcuni siti di “domain appraisal” (valutazione del valore monetario di un nome di dominio) di cui dice di fidarsi. Alcuni sono veri e indipendenti (Sedo.com), altri sono gestiti da complici del truffatore.

Se il titolare del nome di dominio (nonché potenziale vittima) abbocca, si fa valutare il proprio nome di dominio da uno di questi siti di “domain appraisal”: un’operazione che ha un costo. Se si rivolge al sito dei complici del truffatore, manda loro i soldi per la “valutazione”, ma poi il truffatore non gli compra il dominio e intasca i soldi della vittima insieme ai propri complici. Presumibilmente, se la vittima si rivolge a un sito di valutazione che non appartiene ai complici, i truffatori restano a bocca asciutta (pazienza, ci sono tanti pesci nel mare) oppure indirizzano la vittima al sito di valutazione dei complici.

Dettagli su questa truffa sono disponibili presso DomainNameWire.com.

Donna truffata per 4000 dollari su Facebook

Donna truffata per 4000 dollari su Facebook

Il furto d’identità su Facebook può costare caro

Un notevole esempio di come si possono perpetrare truffe tramite i social network e si possono monetizzare fraudolentemente le password rubate degli utenti è costituito dai messaggi di richiesta di denaro d’emergenza che vi arrivano via Internet dagli amici – e qui parlo di amici nel senso vero del termine, non in quello di “non so chi sei ma fai numero e voglio arrivare a quota 5000 amici su Facebook”.

La società di sicurezza Sophos segnala il caso della signora statunitense Jayne Scherrman, che ha ricevuto via Facebook da Grace Parry, sua amica nella vita reale, un messaggio di panico: “io e Mike [il marito dell’amica] siamo all’estero, ci hanno derubato, abbiamo perso tutto, anche il telefonino e le carte di credito e i biglietti aerei, riesci a mandarci 600 dollari per poter tornare a casa?”

La signora Scherrman, sinceratasi che il messaggio le arrivava davvero dal profilo Facebook della sua amica, è andata da Western Union a spedire il denaro. In realtà il profilo Facebook dell’amica era stato violato da un criminale che lo usava per truffare.

La truffa, in questo caso, ha avuto un seguito che dimostra la straordinaria faccia tosta di questi imbroglioni: la signora Scherrman, dopo aver inviato una prima tranche di denaro, è stata contattata telefonicamente da un uomo che ha dichiarato di essere un funzionario dell’ufficio immigrazione del paese in cui si trovavano (almeno così pareva) l’amica della signora e il marito. Il sedicente funzionario ha avvisato perentoriamente che serviva un altro invio di denaro per poterli rilasciare dalla detenzione temporanea.

Alla fine la signora Scherrman ha spedito 4000 dollari, e non c’è modo di sapere né chi li abbia ricevuti, né in quale paese del mondo si trova il truffatore.

Quando si sentono queste storie, la reazione istintiva è “Ah, ma io non sono mica così ingenuo da cascarci”. La realtà è ben diversa, e conosco vari casi reali, alcuni avvenuti qui in Canton Ticino, che lo dimostrano. Mai sottovalutare l’effetto persuasivo che può avere un messaggio angosciato di aiuto che ci arriva da una persona cara. L’unica difesa, a parte il sangue freddo, è verificare il messaggio contattando a voce la persona che sembra averlo inviato oppure chiedendo (sempre a voce) agli amici comuni se sanno qualcosa della faccenda. Falsificare la propria identità su Internet è facile; falsificare la voce di una persona che conosciamo bene no.

Va ricordato che questo genere di raggiro può essere applicato a qualsiasi servizio e a qualunque sito di amicizie via Internet e non solo a Facebook. Altrimenti sembra che ce l’ho soltanto con il Libro delle Facce.

Tsunami, sciacalli anche online

Tsunami, sciacalli anche online

Fabbricanti di virus sfruttano terremoti e tsunami per infettare

Nuova puntata di una delle forme più squallide di criminalità online. Netguide e McAfee segnalano un nuovo cavallo di Troia per Windows che specula sulle terribili notizie che arrivano dalle aree colpite dal terremoto nell’isola indonesiana di Sumatra e dallo tsunami che ha devastato le isole Samoa.

Chi cerca tramite Google informazioni su questi disastri rischia di imbattersi in siti nei quali compaiono finestre pop-up che avvisano l’utente che il suo computer è infetto. Se l’utente abbocca alla trappola, viene invitato a scaricare e installare Windows PC Defender, che sembra un antivirus ma è in realtà un falso programma che fa comparire avvisi d’infezione e dice che solo la versione a pagamento di Windows PC Defender può eliminare l’infezione.

Anche quest’ultimo avviso è fasullo: è solo una truffa per spillare soldi a chi non ha preso precauzioni adeguate, e c’è il rischio aggiuntivo di trovarsi il computer più infetto di prima e con a bordo del software spia (date un’occhiata a quante modifiche apporta a Windows quest’ennesima porcheria). Evitate di fidarvi degli avvisi che compaioni nei siti che visitate, e procuratevi un buon antivirus. Uno vero: chiedete ai vostri amici quale usano loro. I principali antivirus riconoscono già questa nuova minaccia.

Più in generale, conviene prendere l’abitudine di non girare a caso per Internet: se vi servono notizie, andate direttamente ai siti delle principali testate giornalistiche. Se poi usate un sistema operativo diverso da Windows, questi cavalli di Troia non saranno eseguibili sul vostro computer e vi accorgerete subito del tentativo d’infezione, perché le finestre pop-up simulano le finestre di Windows anziché quelle del vostro Linux o Mac OS X.

Truffa telefonica: disconnessione fittizia

Truffa telefonica: disconnessione fittizia

Occhio a chi vi telefona e vi minaccia di staccare la linea

Sta circolando via mail un appello che segnala il pericolo di una truffa telefonica che sembra stia funzionando fin troppo bene nel Regno Unito e che potrebbe attecchire anche altrove, per cui è meglio sapere che non si tratta di un appello bufala.

Il truffatore telefona alla vittima spacciandosi per un operatore del call center della compagnia telefonica e avvisa la vittima che è in arretrato con i pagamenti e che quindi se non paga subito gli verrà staccata la linea.

Se la vittima è riluttante, il truffatore avvisa che la linea verrà staccata subito. E in effetti quando la vittima riaggancia e poi prova a chiamare, il suo telefono è muto.

Qualche minuto dopo, il truffatore richiama e la vittima, ormai in crisi, di solito accetta di pagare e quindi comunica al malvivente i dati della propria carta di credito. Ed è questo lo scopo del truffatore. Magicamente la linea torna a funzionare, ma il danno arriverà dopo, quando la vittima si troverà la carta di credito spolpata.

Come funziona il raggiro? Chi inizia la chiamata la “tiene”, per cui il truffatore, quando avvisa la vittima che la linea verrà staccata, non riaggancia e preme il tasto di muto. La vittima non può quindi telefonare perché la linea è già impegnata. Semplice e terribilmente efficace, come racconta The Register.

Immagine Creative Commons di Ribbit Voice.

Il Padrino dello spam va in carcere

Il Padrino dello spam va in carcere

Finalmente dietro le sbarre lo spammer Alan Ralsky

Si era autoproclamato “il Padrino dello spam”, the godfather of spam, ma l’FBI l’ha preso e messo in cella lo stesso. Il sessantaquattrenne Alan Ralsky è stato condannato dal tribunale federale di Detroit a più di quattro anni di carcere, insieme al genero Scott Bradley e ad altri due complici. Dovrà inoltre risarcire 250.000 dollari alle autorità federali.

Ralsky è noto agli internettiani come uno degli spammer più prolifici della Rete: mandava decine di milioni di e-mail pubblicitarie indesiderate ogni giorno. Era noto anche perché, a differenza dei suoi colleghi, non faceva mistero della propria attività pestifera, tanto che si fece intervistare dal Detroit News nel dicembre del 2002.

La punizione della Rete non tardò ad arrivare: gli utenti riuscirono in pochissimo tempo a scoprire l’indirizzo di casa di Ralsky e lo pubblicarono su Slashdot.org, col risultato che Ralsky si trovò iscritto a una quantità colossale di cataloghi e riviste cartacee gratuite. La sua abitazione fu intasata di posta-spazzatura, esattamente come lui intasava le caselle di mail altrui. Eppure ebbe il coraggio di dichiarare “Queste persone sono pazze, mi stanno molestando” al Detroit Free Press, senza dunque capire l’antifona.

La fine ingloriosa di Ralsky servirà da monito agli altri spammer che intasano Internet? Improbabile. La condanna, infatti, non è tanto per la sua attività di spammer, quanto per una frode sul mercato azionario perpetrata attraverso mail-spazzatura.

Fra il gennaio 2004 e il settembre del 2005, Ralsky e i suoi complici crearono una truffa “pump and dump”: comprarono a basso costo azioni di società in crisi e poi inviarono a destinatari presi a caso un enorme numero di mail pubblicitarie che consigliavano l’acquisto delle azioni di queste società. Fra i destinatari c’era sempre qualcuno che abboccava, attratto dall’idea di facili guadagni in borsa, e quindi il valore delle azioni saliva artificiosamente: a quel punto Ralsky e soci vendevano le proprie azioni con un lauto guadagno, lasciando gli altri investitori con un pugno di mosche.

L’attività rendeva bene: uno dei suoi complici, How Wai John Hu, ha dovuto versare alle autorità mezzo milione di dollari derivante da queste speculazioni illegali.

Falsi antivirus carogna coinvolgono Microsoft

Falsi antivirus carogna coinvolgono Microsoft

Antivirus fasulli estorcono denaro spacciandosi per servizi Microsoft

I criminali informatici ne inventano ogni giorno una nuova. Stavolta sono riusciti anche a creare l’illusione di essere sponsorizzati da Microsoft.

Secondo le segnalazioni di Sunbelt Software, sta infatti circolando un falso antivirus, chiamato DefenceLab, che una volta installato porta l’utente-vittima a una pagina del sito di supporto tecnico di Microsoft, ma ne altera il contenuto per far sembrare che Microsoft sia un garante dell’antivirus.

Insieme a una scansione simulata del computer e a una finestra di dialogo che imita quelle del Centro Sicurezza di Windows, l’illusione è molto convincente e rischia di far abboccare molti utenti Windows.

Lo scopo del raggiro è puramente monetario: convincere la vittima a comperare la versione a pagamento dell’antivirus. Il sito (che non linko qui per non favorire la truffa e non essere segnalato dagli antivirus come vettore di infezioni) ha un’aria seria e rispettabile e raccoglierà volentieri i vostri soldi, se non state attenti. Il modo migliore per difendersi da questo genere di trappole è evitare di scaricare da Internet prodotti sconosciuti: se cercate un antivirus, chiedete ad amici e colleghi esperti quale usano loro.

Ancora in giro l’allarme della Banca d’Italia

Ancora in giro l’allarme della Banca d’Italia

Truffa telefonica sulle carte di credito “garantita” dalla Banca d’Italia

Risale a settembre del 2008 ma è riemersa di colpo in questi giorni, a giudicare dalle segnalazioni, l’appello che mette in guardia contro un tentativo di truffa che usa un trucco psicologico per rubarvi al telefono i codici della carta di credito.

Il meccanismo della truffa è reale, ma l’appello non è affatto garantito dalla Royal Bank of Canada o dalla Banca d’Italia. Se v’interessano i dettagli, sono nell’indagine antibufala originale che ho appena finito di aggiornare.