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Mondiale di calcio, affare d’oro anche per spam, truffe e phishing

Mondiale di calcio, affare d’oro anche per spam, truffe e phishing

Truffe e frodi ispirate al Mondiale 2010, attenzione

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Visto che i criminali informatici sono sempre alla ricerca di nuove esche per le loro truffe, non potevano mancare i tentativi di raggiro ispirati alla passione calcistica di questi giorni. Conviene quindi tenere alta la guardia anche in questi momenti di euforia e distrazione sportiva.

Symantec segnala l’invio a un gran numero di utenti di annunci di vincite a fantomatiche lotterie abbinate al campionato mondiale sudafricano, con tanto di logo della FIFA. Come consueto, le vincite verrebbero sbloccate soltanto in cambio dell’invio di denaro da parte della vittima.

Ma ci sono anche attacchi mirati che usano tecniche più subdole. Per esempio, sempre Symantec documenta sin dalla fine di marzo l’invio di mail che si ispirano ai mondiali di calcio per catturare l’attenzione e la fiducia della vittima. Uno di questi attacchi usa un vero calendario interattivo della manifestazione, redatto in formato Excel, che è stato alterato per annidarvi istruzioni infettanti. Se la vittima apre il file modificato, parte il programma Excel, che però si richiude rapidamente e si riapre mostrando il calendario interattivo; nel frattempo viene depositato un file eseguibile in una cartella dei documenti dell’utente. L’eseguibile si collega a un motore di ricerca e poi a un indirizzo IP situato in Indonesia, e a questo punto il criminale informatico ha accesso al contenuto del computer della vittima.

Il phishing (furto di credenziali) legato al Mondiale, invece, gioca sugli sponsor ufficiali della manifestazione. Particolarmente pernicioso, perché molto simile a una campagna pubblicitaria reale, è un falso invito (mostrato qui sopra) a immettere nome e cognome e le coordinate della propria carta di credito per partecipare a un concorso che mette in palio un viaggio in Sudafrica per assistere alle partite. Il bello è che il concorso esiste davvero ed è organizzato dalla Visa. Questa è la sua pagina autentica, facilissima da confondere con quella fasulla mostrata a inizio articolo:

Chi finisce nel sito-trappola e immette i propri dati li trasmette ai truffatori, con conseguenze facilmente immaginabili. La trappola è ben congegnata: restituisce addirittura un “codice di gestione” apparentemente personalizzato (ma in realtà sempre uguale) che fa sembrare ancora più autentico tutto il raggiro.

Non poteva mancare, infine, anche lo spam a tema: stanno circolando mail il cui titolo si ispira ai mondiali, solitamente con titoli e testi che creano interesse o curiosità, come “Mondiale FIFA: brutte notizie” o “Scandalo al Mondiale FIFA 2010”. Chi le riceve è fortemente tentato di aprirle: se lo fa, vi trova un allegato in formato HTML che contiene un Javascript offuscato, ossia cifrato in modo da non essere facilmente leggibile da una persona. Il Javascript racchiude ed esegue istruzioni che portano il browser dell’utente a un sito che vende prodotti farmaceutici destinati prevalentemente a un’utenza maschile e di validità tutt’altro che garantita.

Prudenza, dunque, in modo da non finire nelle grinfie degli imbroglioni della Rete che approfittano del Mondiale di calcio: sarebbe un brutto autogol.

Rimedi informatici anti-vuvuzelas?

Rimedi informatici anti-vuvuzelas?

Fastidio delle vuvuzelas, occhio ai venditori di rimedi

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “anna1bucci” e “marco” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Fonte dell’immagine a lato: Wikipedia.

Entro brevemente nella polemica sulle vuvuzelas, le trombette il cui rumore è diventato un sottofondo continuo delle partite del Mondiale di calcio in Sudafrica, per mettere in guardia contro chi vende presunti rimedi via Internet all’irritazione provocata dal suono non proprio melodioso di questi dispositivi.

Come spesso accade in situazioni come questa, c’è chi specula sulla poca dimestichezza con le basi della scienza per proporre soluzioni che eliminerebbero il rumore: naturalmente in cambio di denaro tutt’altro che virtuale. Per esempio, ci sono siti come AntiVuvuzelaFilter punto com che propongono uno speciale file audio MP3, da riprodurre sul proprio impianto audio o computer o lettore MP3 o telefonino, che funzionerebbe grazie a una “cancellazione di fase” oppure una “cancellazione attiva del rumore”.

Il problema è che la tecnologia di soppressione dei rumori denominata “cancellazione attiva del rumore” (Active Noise Canceling) esiste realmente e funziona, ma si basa sul fatto che il suono da cancellare viene analizzato in tempo reale per elaborare un “controsuono” sincronizzato (un suono in controfase). Un file audio MP3 preregistrato non può fare nessuna analisi e nessuna sincronizzazione: quindi le sue possibilità di funzionare sono pressoché nulle. Quelle di trovarsi con un rumore doppio e con un po’ di soldi buttati via, invece, sono molto alte.

C’è però un rimedio che circola via Internet e funziona: basta elaborare l’audio facendolo passare attraverso un equalizzatore da impianto hi-fi, l’eventuale equalizzatore integrato nel vostro televisore, oppure attraverso la scheda audio di un computer, impostando dei filtri a forte pendenza centrati intorno alle frequenze sonore emesse dalle vuvuzelas, che sono 470 Hz e 235 Hz (ci sono anche delle armoniche ad altre frequenze più alte, ma queste sono le principali fonti del fastidio).

Se non siete in grado di effettuare da soli queste impostazioni, potete usare quelle predisposte dal Centre for Digital Music della Queen Mary University londinese e pubblicate presso Isophonics.net, dove trovate un plug-in gratuito, denominato Devuvuzelator, che è disponibile in versione Windows (formato standard VST, per qualunque programma compatibile) e in versione Mac OS X. Quest’ultima richiede il programma di elaborazione sonora Audio Hijack Pro, disponibile in prova gratuita. Per gli utenti Linux c’è una serie di proposte analoghe su CreateDigitalMusic.com.

Funzionano piuttosto bene: provate a confrontare l’audio originale con quello filtrato, nel quale il filtro entra in azione dopo un paio di secondi.

Fonti: BoingBoing, LifeHacker, Surfpoeten.de, New Scientist, Ars Technica, ANSA.

Raffica di false richieste di pagamento: chi è Olaf Tank?

Raffica di false richieste di pagamento: chi è Olaf Tank?

Richieste di pagamento dalla Germania per software mai comprato? Non siete i soli, prudenza

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Ricevo da un lettore e ascoltatore ticinese una segnalazione di un raggiro che sta prendendo di mira varie persone della zona: una lettera, proveniente da un avvocato tedesco, Olaf Tank di Osnabrück, che richiede un pagamento di oltre cento euro riferito a software o servizi che sarebbero stati attivati dall’ascoltatore.

Se avete ricevuto lettere analoghe, contattatemi via mail scrivendo a disinformatico@rsi.ch.

La lettera cita come creditore una società tedesca, Antassia GmbH, e un sito, Top-of-software.de. Il sito distribuisce programmi gratuiti, come OpenOffice.org, ma per accedere ai programmi chiede un’iscrizione di 96 euro l’anno per due anni: totale 192 euro. Va notato che gli stessi programmi sono scaricabili gratuitamente e senza alcuna iscrizione presso i siti dei rispettivi produttori.

Di fronte alla richiesta di pagamento, il lettore ha fatto la cosa giusta: ha cercato in Google i dati del mittente e ha trovato questo comunicato stampa di Verbraucher.de che mette in guardia contro questo genere di richieste.

I nomi di Olaf Tank e di Antassia ricorrono parecchio in Rete in circostanze analoghe, per esempio presso il sito austriaco Europakonsument.at, che fornisce delle lettere preimpostate di contestazione. Computerbetrug.de parla di “migliaia” di utenti Internet che hanno ricevuto richieste di pagamento analoghe dalla stessa fonte e suggerisce di non lasciarsi intimidire: le associazioni di difesa dei consumatori sono già attive su questo caso.

Ci sono inoltre segnalazioni di singoli utenti, come questa o questa presso Anti-scam.de, dove si parla di una recente condanna del suddetto Olaf Tank e altri. L’associazione svizzera di difesa dei consumatori K-tipp.ch ha una chilometrica lista dei siti che fanno capo alle attività di Olaf Tank, che sono documentate da almeno tre anni.

C’è anche un servizio televisivo del programma Akte dell’emittente tedesca Sat1, disponibile su Youtube, che spiega molti dettagli e retroscena dell’intricata vicenda di Olaf Tank e dei suoi soci, compresi i loro guai giudiziari. Se volete vedere in faccia questi imbroglioni e il tenore di vita che si possono permettere grazie alle loro attività, date un’occhiata anche a questo video. Se ne sono occupati anche le emittenti ZDF (video qui) e RTL (video qui).

Quasi tutte queste informazioni sono in tedesco, ma Stoppbetrug.ch ha un elenco di raccomandazioni generali in italiano su come procedere in questi casi: non perdere la calma, non pagare in nessun caso, e non inviare documenti d’identità o altra corrispondenza al di fuori di una lettera raccomandata di ricorso e contestazione, basandosi sui modelli predisposti dalle associazioni di difesa dei consumatori.

Soprattutto, però, è importante prevenire questo genere di problemi, evitando di navigare a casaccio e senza leggere con attenzione le ingannevoli avvertenze scritte in piccolo in questi siti, come mostrato qui accanto, ed evitando di comunicare i propri dati personali (nome, cognome, indirizzo) a qualunque sito di cui non si sia assolutamente sicuri. Il prezzo di una disattenzione può essere molto alto.

Habbo, mobili virtuali, crimini reali

Habbo, mobili virtuali, crimini reali

Come si cercano dei mobili virtuali rubati?

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Una bella demolizione del luogo comune che separa “reale” e “virtuale” arriva dalla Finlandia, dove la polizia ha perquisito numerose case in cinque città e sequestrato materiale informatico nel tentativo di recuperare oggetti rubati e acciuffare i ladri. La cosa è interessante perché si tratta di oggetti virtuali, impalbabili, ma pagati con soldi reali.

Secondo Yahoo e Sophos, le indagini riguardano fino a 400 episodi di furto avvenuti all’interno del social network giovanile Habbo, che ha 118 milioni di utenti registrati ed è nato appunto in Finlandia nel 2001. Gli utenti di Habbo hanno infatti denunciato il furto dei loro furni, i mobili virtuali con i quali si arredano gli ambienti di questo social network (una sorta di Second Life meno ambizioso e più sorvegliato), per importi che arrivano a mille euro per singolo utente.

Verrebbe da chiedersi quale livello di ossessione possa portare a spendere mille euro per una collezione di pixel in un social network, ma un furto è un furto, anche se l’oggetto rubato è virtuale, e quindi la polizia indaga.

I furti sono avvenuti usando delle pagine Web attrezzate per il phishing (imitazioni della pagina di login di Habbo nelle quali gli utenti immettono le proprie credenziali di accesso, regalandole al malvivente) e dei programmi spia che registravano le digitazioni degli utenti giocatori. I ladri si sono quindi sostituiti agli utenti legittimi e ne hanno venduto i furni, intascandosi i proventi tutt’altro che virtuali della vendita.

Non è la prima volta che Habbo viene preso di mira in questo modo. Nel 2007, un diciassettenne olandese aveva rubato quasi 6000 dollari di mobilio virtuale. E il problema tocca qualunque social network nel quale si investa denaro in un modo o nell’altro: nel Regno Unito, la polizia ha arrestato nel 2009 un ventitreenne per aver rubato personaggi virtuali dal gioco di ruolo online RuneScape. Già quattro anni fa, un gruppo di ladri coreani fu arrestato per aver accumulato denaro illegalmente  rubando le credenziali degli utenti del gioco di ruolo Lineage.

Ma forse l’esempio più drammatico di quanto siano poco virtuali i crimini commessi nei giochi online arriva dalla Cina, dove nel 2005 Qiu Chengwei, un giocatore del gioco Legends of Mir 3, accoltellò e uccise un altro giocatore, Zhu Caoyuan, quando scoprì che la “spada drago” che gli aveva prestato era stata invece venduta da Zhu.

Sperando di non arrivare a queste assurdità, episodi come questi rendono chiaro il concetto che anche nei giochi online, come in qualunque attività su Internet che coinvolga denaro vero o beni reali, occorre adottare comportamenti cauti e sicuri e conoscere le trappole informatiche tese dai malviventi.

Dodici milioni di zombi

Dodici milioni di zombi

Botnet, tre dilettanti controllavano dodici milioni di computer

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C’era una volta, neanche tanto tempo fa, una botnet grande grande: una rete di milioni di computer infetti, sparsi in oltre 190 paesi. Una delle più grandi mai viste. Si chiamava con un nome delicato, Mariposa, e il suo passatempo era rubare i codici d’accesso ai servizi bancari e alle caselle di posta elettronica degli utenti dei PC Windows e riciclare denaro rubato elettronicamente. Ogni tanto i suoi padroni la subaffittavano, con i suoi servi appestati, ad altri criminali.

Fra i computer che Mariposa aveva silentemente stregato c’erano quelli di metà delle aziende più quotate nella celebre lista Fortune 1000. Ma un giorno un Panda (Security), assistito dai cavalieri iberici della Guardia Civil, dai fanti dell’FBI, dai saggi della canadese Defence Intelligence e del Georgia Tech Information Security Center, l’ha eliminata.

Oggi Mariposa non c’è più: a dicembre scorso è stata decapitata. I suoi nemici si sono infiltrati nel suo labirinto di comunicazione e hanno iniziato a origliare per scoprire come faceva a trasformare in zombi le sue vittime. Usava i circuiti P2P, le penne USB infette e i link su MSN che adescavano gli utenti, invitandoli a visitare siti infetti. I suoi padroni la comandavano usando un passaggio segreto, una VPN anonima, nascondendo così la loro vera identità ai penetranti sguardi della giustizia.

Ma il Panda e i suoi valorosi scudieri li hanno sgominati con l’astuzia, inducendoli al panico. Con un sortilegio hanno tagliato le comunicazioni con Mariposa. Quando l’hanno vista perdere i sensi, i suoi padroni, che si fregiavano dei nomi Netkairo, Jonyloleante e Ostiator, hanno avuto un fremito d’ira e si sono così traditi. Gettando al vento la prudenza, Netkairo s’è collegato a Mariposa direttamente dal proprio computer di casa, senza passare dal segreto pertugio della VPN, lasciando così una traccia per i segugi. Ha lanciato un ultimo incantesimo, un Denial of Service, contro uno dei suoi nemici, usando tutti i computer zombi che riusciva ancora a comandare, paralizzando numerose università e istituzioni del Canada.

Ma invano. Le Forze del Bene e dell’Ordine hanno cambiato i record DNS, bloccando Mariposa, e solo allora si sono accorti che gli zombi sotto il comando della malefica triade erano oltre dodici milioni. Un esercito mai visto prima.

Il 3 febbraio scorso la Guardia Civil ha arrestato uno dei crudeli padroni di Mariposa, Netkairo, che si è rivelato essere un trentunenne spagnolo, e poco dopo ha acciuffato i suoi due compari. Sul computer di Netkairo c’erano le password, i numeri di carte di credito e i nomi di oltre 800.000 utenti. Ma la sorpresa più grande è che i tre furfanti non erano maghi del computer: avevano semplicemente comperato al mercato nero gli ingredienti già pronti per creare Mariposa. Erano tre dilettanti.

Se volete sapere se anche voi, senza accorgervene, eravate fra gli zombi degli apprendisti stregoni di Mariposa, non dovete far altro che usare un antivirus aggiornato sul vostro PC. E vivere per sempre felici e contenti. Fino alla prossima infezione.

Fonti: The Register, Panda Labs, Findlaw.com.

Occhio alle truffe nigeriane all’inglese

Occhio alle truffe nigeriane all’inglese

Avete vinto una causa in Inghilterra e manco lo sapete? Variante british della truffa alla nigeriana

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Vignetta di Moise, pubblicata inizialmente su AFNews e ripubblicata qui per gentile concessione dell’autore.

Grazie a una lettrice, Marlyse, segnalo questa variante originale della classica truffa alla nigeriana: vi arriva una mail in inglese da una persona che dichiara di essere un manager di una banca del Regno Unito e allega al messaggio una sentenza, sempre in inglese, secondo la quale avete vinto una causa e vi spettano un bel po’ di sterline. Eccone un’immagine, debitamente pecettata:

Il documento ha un’aria decisamente ufficiale, anche perché un rapido controllo via Internet conferma che il tribunale della Contea di Basildon esiste realmente. Ma la plausibilità viene infranta non solo dal fatto, bello grosso, che pare strano ricevere una sentenza favorevole per una causa mai intentata: leggendo i dettagli si nota che l’ ordine del tribunale, datato 1/12, intima di pagare entro il giorno successivo. Tempi un pochino stretti per qualunque sistema giudiziario.

La truffa, da questo punto in poi, segue il copione classico della tecnica nigeriana (419 scam), che prende questo nome dal paese che ne è il principale esportatore: se rispondete, vi arriva la richiesta di “sbloccare” il risarcimento versando una cifra per presunte tasse o spese di incasso o simili. Il “funzionario”, nel caso descritto dalla lettrice, aveva chiesto prima 2500 dollari e poi altri 600 dollari per “spese di trasferimento”. Sarebbe stato un bell’incasso, ma per il truffatore, se la lettrice non fosse stata insospettita anche dal fatto che il “funzionario” aveva un indirizzo di e-mail di Yahoo anziché della propria banca.

Scampato pericolo, stavolta: ma là fuori ci sono tante altre vittime potenziali. Facciamo il possibile per metterle in guardia.

Orca killer, attenzione ai link

Orca killer, attenzione ai link

Non bastava l’orca, arrivano anche gli sciacalli

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “matteo.lecc****” e “michaela.dep****”.

Non cercate in Rete i video dell’uccisione dell’addestratrice di orche Dawn Brancheau da parte di uno dei suoi animali due giorni fa al parco acquatico SeaWorld di Orlando: si tratta di trappole per diffondere software ostile.

I criminali della Rete non hanno perso tempo e hanno subito predisposto siti confezionati per finire in cima ai risultati di ricerca per chi Googla insiemi di parole pertinenti alla notizia, come “killer whale video pictures” (“immagini video orca assassina”) oppure “dawn brancheau video”. Lo segnala la società di sicurezza informatica Sophos.

I siti non contengono i video in questione, ma fanno comparire sugli schermi degli utenti che li visitano dei finti allarmi di antivirus altrettanto fasulli, concepiti per spaventare il visitatore, fargli credere che il suo computer abbia problemi di sicurezza e indurlo a scaricare un finto antivirus che in realtà è software ostile denominato Mal/FakeAV-BW.

In un certo senso chi è così morboso da andare a cercare video del genere si merita quello che trova, ma questa è un’altra storia. Più in generale, i criminali informatici approfittano regolarmente delle cattive notizie, ma anche di quelle buone, purché suscitino clamore, per truffe di questo genere. Quindi andare in giro a cercare a casaccio informazioni su queste notizie senza opportune protezioni è sempre molto rischioso.

No, Bill Cosby non è morto

No, Bill Cosby non è morto

Finta morte di Bill Cosby usata per truffare gli internauti

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “chane” e “pippodoc” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

La prossima volta che ricevete via Internet la notizia che è morto qualcuno famoso o che è successo qualche evento drammatico, fate attenzione: potrebbe essere una truffa ben congegnata. Soprattutto non diffondete la notizia prima di averla verificata presso una fonte attendibile (no, “la mail che mi ha mandato mio cognato” non è una fonte attendibile).

Nei giorni scorsi, infatti, ha spopolato in Rete la notizia della morte di Bill Cosby, l’interprete principale della sitcom I Robinson. L’annuncio, secondo Sophos, sarebbe partito da Twitter, i cui utenti l’hanno diffuso ad altri twitteranti.

Questi utenti si sono precipitati alla cieca su Google per cercare informazioni sulla notizia e si sono trovati fra i primi risultati una finta pagina della CNN come quella mostrata qui sopra e tratta da Whyfame.com. Non si trattava della CNN, ma di un sito-trappola che contava proprio sull’esca emotiva della notizia per ottenere visitatori: chi lo visitava si trovava sullo schermo dei falsi allarmi di sicurezza che inducevano a scaricare un falso antivirus e a comunicare i dati della propria carta di credito ai truffatori acquattati dietro la facciata apparentemente rispettabile del sito.

Bill Cosby (quello vero) sta bene e ha reagito alla falsa notizia con un commento sul proprio sito Billcosby.com il 6 febbraio scorso. L’esca, secondo il sito antibufala UrbanLegends.com, è però in circolazione da metà dicembre 2009 (ce ne sono tracce qui che puntano a un falso indirizzo di Yahoo News, ora disabilitato).

La tecnica di seminare una notizia fasulla e creare un sito-trappola che ne dia apparente conferma autorevole, in modo da essere linkata da tanti utenti e quindi finire in cima ai risultati di Google, sta prendendo piede. Pochi giorni fa è toccato all’iPad: l’interesse intorno al prodotto ha indotto i criminali a creare siti-trappola appositi. Anche i falsi allarmi diffusi da utenti irresponsabili stanno crescendo alla grande: Urbanlegends segnala gli annunci riguardanti Johnny Depp, Eminem, Britney Spears, Miley Cyrus, Matt Damon, Jeff Goldblum, Emma Watson e tanti altri. Le soluzioni per evitare di finire in quest’ennesimo tranello della feccia della Rete sono semplici:

  • non andate a casaccio su Internet in cerca di notizie: se proprio volete usare Google, adoperate Google News, che limita la ricerca ai siti delle testate giornalistiche ritenute attendibili da Google;
  • usate un antivirus aggiornato, che rilevi questo genere di trucco;
  • non abboccate agli annunci che vedete su Internet, specialmente se mirano a suscitare in voi emozioni che blocchino il ragionamento.
  • guardate sempre dove vi trovate, usando la barra degli indirizzi o programmi come la barra di Netcraft.com.
Truffe alla nigeriana, bottino da 9 miliardi

Truffe alla nigeriana, bottino da 9 miliardi

Boom delle truffe online

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Incredibile. Nel 2009 l’ammontare complessivo stimato del bottino dei truffatori che usano il vecchissimo trucco della truffa alla nigeriana o 419 scam (principi e ambasciatori che cercano proprio voi come soci per portare fuori dal paese con discrezione qualche milione di dollari, lotterie online, acquisti pagati eccessivamente, eccetera) è aumentato ed ha raggiunto i 9,3 miliardi di dollari. Un bel balzo, considerato che nel 2008 la stima era di 6,3 miliardi.

Questi sono, perlomeno, i dati pubblicati dall’agenzia investigativa olandese Ultrascan, che sorveglia il traffico dei truffatori dal 1996 e ha analizzato 8503 casi in 152 paesi soltanto nel 2009. Ultrascan precisa che si tratta di stime minime, visto che manca un ente centralizzato che quantifichi e sorvegli il settore: le cifre effettive sono probabilmente molto più alte.

Come mai questo boom? Semplice: i truffatori sono andati a cercare mercati vergini, come Cina, India, Corea del Sud e Vietnam, e hanno calibrato le esche su misura. I cinesi, secondo il rapporto di Ultrascan, abboccano maggiormente alle finte vincite alla lotteria; gli indiani alle false offerte di lavoro o di visti per studiare all’estero.

I truffatori, inoltre, non operano più soltanto dal territorio nigeriano: il rapporto segnala che nel 2009 c’erano almeno 51.761 criminali di questo tipo sparsi in 69 paesi al di fuori della Nigeria, che resta comunque la patria di questo genere di raggiro: si stima ci siano 250.000 operatori del settore nel paese. Dovunque siano, inoltre, tendono a farla franca, perché manca un coordinamento centrale delle forze di polizia, identificare i truffatori è difficile e spesso le vittime sono riluttanti ad ammettere di essere state gabbate. Il rapporto di Ultrascan indica questi dati minimi: nel 2009 c’erano 1220 operatori in Italia (200 in più del 2008), che hanno munto 319 milioni di dollari alle proprie vittime. In Svizzera i criminali di questo genere erano 555, che sono costati a privati ed aziende 215 milioni di dollari.

Va sottolineato, infine, che talvolta la truffa non si limita alla semplice mail che propone un affare irresistibile. Ultrascan cita il caso di un’azienda con quasi 300 dipendenti che è fallita perché i dirigenti sono stati convinti dai truffatori ad anticipare loro ben 12 milioni di dollari in relazione a un contratto (in realtà inesistente) che ne avrebbe fruttati 42. I truffatori hanno mostrato di persona alla vittima un passaporto diplomatico, dettagli di progettazione, referenze di vari istituti bancari – tutti documenti falsi ma credibili – e persino un conto bancario fittizio ma funzionante, che era una copia esatta del sito Web di un’importante banca canadese.

Truffe di questo calibro non possono essere considerate un semplice corollario folcloristico di Internet: devastano famiglie e aziende. Purtroppo, per ora, l’unica forma di contrasto concretamente possibile è l’informazione.

Fonti: Ars Technica, Ultrascan-agi.com.

ROBAM da matti

ROBAM da matti

Proteggersi dai malviventi? Meglio usare una penna o un CD

Ha suscitato un certo clamore la proposta drastica di Brian Krebs, uno degli specialisti in sicurezza informatica del Washington Post. Di fronte alle numerose truffe ai danni di chi usa Internet per gestire il proprio conto bancario o postale, ha suggerito un rimedio drastico: “Non usate Windows quando accedete al vostro conto bancario via Internet”.

La sua considerazione è molto semplice: il comune denominatore dei vari tipi di attacco informatico che ha visto subire da aziende e privati è l’uso di Windows. Per due ragioni fondamentali e interconnesse: Windows è il sistema operativo più diffuso, e quindi il più appetibile per i criminali che sparano nel mucchio sperando di colpire qualcuno a caso, e praticamente tutti i malware, ossia i programmi ostili che scavalcano le protezioni e infettano il computer, sono progettati per attaccare Windows.

Molti di questi malware sono così sofisticati da aggirare le normali misure di sicurezza, come gli antivirus e l’uso di token (generatori tascabili di password temporanee) o il controllo dell’indirizzo IP dal quale proviene la richiesta di transazione bancaria, usando un semplice espediente: il malware si insedia sul computer dell’utente e ne intercetta il traffico in tempo reale.

In questo modo l’utente non si accorge di nulla (almeno fino a quando non si accorge dei soldi che spariscono dal suo conto corrente). Quando si collega al proprio istituto finanziario e digita i codici di accesso, compreso quello temporaneo del token, tutti i dati vengono intercettati dal malware e ritrasmessi istantaneamente al malvivente che l’ha iniettato nel computer.

L’utente legittimo vede una schermata in cui lo si informa che è stato rifiutato l’accesso e quindi ritenta. Ma intanto il malfattore, utilizzando la connessione del PC infetto (quindi con un indirizzo IP approvato), sta operando sul conto corrente tramite i codici intercettati. Nel suo articolo, Krebs fa nomi e cognomi di aziende derubate di centinaia di migliaia di dollari con questa tecnica. Di solito il criminale informatico preleva pochi soldi tante volte, in modo da passare inosservato, ma nei casi più sofisticati all’utente viene mostrata una schermata bancaria fasulla che gli presenta un saldo fittizio del suo conto, che in realtà è stato prosciugato.

Un computer che usa un sistema operativo diverso da Windows (Mac o Linux) sarebbe immune da questi malware più diffusi e quindi ridurrebbe questo genere di rischio, ma non lo eliminerebbe. Occorrerebbe un sistema operativo non infettabile: uno che sia fisicamente protetto contro le alterazioni. In questo senso, lo stimato SANS Technology Institute ha recentemente pubblicato una ricerca intitolata Protecting Your Business from Online Banking Fraud (PDF qui), il cui consiglio numero uno è appunto di adottare un ROBAM (read-only bootable alternative media) come ambiente isolato per le transazioni finanziarie.

Un ROBAM è un sistema operativo separato e autonomo, memorizzato su una penna USB protetta contro la scrittura o su un CD. Quando si vuole effettuare una transazione finanziaria online, il computer viene avviato da questo supporto. In questo modo si è sicuri che il computer parta “pulito” ogni volta. Nessun virus o altro malware presente nel computer (a parte un keylogger fisico) potrebbe agire.

L’idea è semplice e non costosa: ci sono decine di “Live CD” del sistema operativo Linux (ne trovate un elenco qui), che è legalmente scaricabile e gratuito. Basta masterizzarlo o trasferirlo su una penna USB e riavviare il computer da lì. L’avvio è a volte più lento di quello normale, e bisogna abituarsi un momento all’ambiente nuovo, ma è il prezzo che si paga per una maggiore sicurezza.

Il vero problema è che molte banche non hanno ancora colto questi suggerimenti tecnici e quindi hanno siti che accettano soltanto utenti di Internet Explorer, obbligando quindi i correntisti a usare Windows. Ma tentar non nuoce, e potreste trovarvi con una sorpresa piacevole, visto che la resistenza ai browser alternativi a Internet Explorer ormai sta scemando.