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Le pubblicità inserite nei siti sono sempre più pericolose

Le pubblicità inserite nei siti sono sempre più pericolose

Un numero crescente di attacchi informatici arriva attraverso un canale decisamente inaspettato per la maggior parte degli utenti: la pubblicità online. Secondo un rapporto appena pubblicato dalla società di sicurezza informatica Confiant, nel 2017 è stato osservato un aumento notevole delle pubblicità ingannevoli che hanno lo scopo di convincere gli utenti che le visualizzano a installare malware.

Uno dei motori di questo aumento è stato, secondo il rapporto, un consorzio di ben 28 false agenzie pubblicitarie, che è riuscito a generare nel 2017 circa un miliardo di impressions di pubblicità che promuovevano falsi antivirus, truffe di assistenza tecnica e altre frodi informatiche ridirigendo forzatamente gli utenti su siti truffaldini. Queste false agenzie sottoscrivevano rapporti commerciali regolari con le piattaforme pubblicitarie e in questo modo sono riuscite a raggiungere il 62% dei siti Web sostenuti dalla pubblicità.

Il rapporto elenca tutti i nomi delle false agenzie (mostrati nell’immagine qui sopra), ma non cita le sedici piattaforme pubblicitarie che hanno inconsapevolmente fatto affari con queste agenzie.

È importante ricordare che i siti legittimi che ospitano queste pubblicità truffaldine lo fanno quasi sempre senza saperlo e quindi sono vittime e non complici.



Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

Dopo la truffa del falso innamorato, c’è di peggio

Poco fa ho ricevuto un commento al mio articolo Storia crudele di un amore tradito in Rete di novembre 2015: vi consiglio di leggerlo tutto. Ho asteriscato alcuni dettagli per ovvie ragioni. Ditemi se provate il mio stesso crescendo di stupore e disgusto.

Ho incontrato un uomo, di nome Michel, su Meetic Affinity alla fine di gennaio 2013; ci piacevamo e poi chiacchieravamo su Messenger; si presentò: era un uomo molto buono, educato, intelligente e gradevole; ci siamo scambiati le foto e poi ci siamo apprezzati a mano a mano che i giorni passavano. Ha detto che è stato sedotto da me e poi si è innamorato di me, ha detto parole dolci e piacevoli a me e io ero in paradiso. Poi, otto giorni dopo, mentre viveva a Nantes (44), mi informò che doveva andare in Costa d’Avorio per affari privati; si trattava di recuperare l’eredità della madre defunta; doveva andare lì per sbloccare i fondi. Mi ha chiesto di aprire un conto in modo che il trasferimento ricada su un conto indipendente dalla sua banca personale; Ho aperto un account per lui. Poi mi ha detto che non aveva mezzi di pagamento in loco perché aveva commesso l’errore di portare con sé la sua carta di credito che purtroppo non poteva usare in Africa; e non aveva preso abbastanza soldi. Come mi sono innamorato sempre di più, mi ha ferito e io ero preoccupato per lui così gli ho mandato 8.740,00 euro in contanti mandato da Western Union; mi disse che questo denaro sarebbe stato depositato presso il notaio per il rilascio dell’eredità.

Poi mi ha detto che il governo ivoriano gli ha chiesto di pagare “un francobollo” di 4500 euro per ottenere questo denaro dall’Africa. Michel conosceva la mia situazione finanziaria perché sono stato disoccupato da alcuni mesi e ricevo solo circa 1000 euro di risarcimento, quindi mi ha detto che dovevo aiutarlo, ma aveva trovato un accordo con il governatore, che gli ha chiesto solo un anticipo di 3.250,00 euro; Gli mandai un nuovo vaglia da Western Union di 3.000,00 euro e con ciò ero completamente rovinato perché usavo i miei risparmi direttamente; Avevo raggiunto il soffitto del mio scoperto permesso. Poi mi ha detto che non poteva raggiungere la sua banca a Milano, che non voleva aiutarlo a mandargli dei soldi perché ne aveva bisogno ancora e ancora per poter trasferire i soldi direttamente nel mio conto in Francia …

Cominciai a non credere più a quello che mi stava dicendo. L’altezza, lui mi ha mandato foto di lui, ho trovato qualcosa di strano: su una delle sue foto è apparso uno striscione dove ha scritto “bandoo / Massimo Leonardi”; Ero impaziente di vedere su Internet chi fosse questo Massimo Leonardi e quale fu la mia sorpresa di vedere diverse foto di “mia cara”. Sapevo in quel momento di essere stato truffato dai sentimenti. Ho subito denunciato alla polizia ciò che non ha dato nulla ed è grazie al mio ex che ha contattato il suo amico, il signor B***** F*****, che ha preso i provvedimenti per metterli a fermarsi perché ero sempre in contatto con questo Michel chiamato che ha facilitato le indagini per fermarli. Fortunatamente sono stato rimborsato oltre al risarcimento. Vi lascio il suo indirizzo email: **********@diplomats.com

In ogni caso, ho imparato una grande lezione e un grande ringraziamento al signor B***** F***** perché senza questo signore, sarei certamente sulla strada.

Ho cominciato a leggere pensando che fosse il racconto di una persona truffata, come quello che avevo pubblicato (conoscendolo personalmente) nel mio articolo, ma gli errori grammaticali e altri indizi man mano mi hanno fatto capire che era un truffatore. Un truffatore che prendeva di mira le persone già truffate, con lo scopo di fregarle una seconda volta, offrendo loro l’indirizzo di un falso assistente ai risarcimenti che chiederà alle vittime altri soldi con il pretesto di recuperare quelli che hanno già dato. La feccia della feccia, insomma. State in guardia.

Come evitare le app false e truffaldine

Come evitare le app false e truffaldine

Credit: Leonardoverona.it.

Per lavoro mi capita di esaminare gli smartphone di tante persone, e uno degli errori più frequenti che vedo in questi dispositivi è l’installazione di app false, ingannevoli o addirittura truffaldine che somigliano a quelle vere nel nome e nelle icone ma hanno scopi ben differenti.

Queste app possono spiare l’utente, attivandogli di nascosto la localizzazione e la fotocamera, rubare password, bombardarlo di pubblicità spesso imbarazzanti, causare addebiti in bolletta oppure addirittura provocare danni fisici al telefonino, per cui è meglio imparare presto a riconoscerle.

  • Attenzione ai cloni: uno dei trucchi usati più frequentemente dai truffatori è creare un’app che somiglia, per nome e icona, a un’altra app molto popolare, come è successo di recente con una finta app di WhatsApp.
  • Guardate il nome dello sviluppatore: se non lo riconoscete o è diverso da quello che vi aspettate, è probabilmente falso.
  • Controllate le recensioni e la popolarità: le app autentiche ne hanno tantissime e hanno decine di milioni di scaricamenti.
  • Non cercate un’app digitandone il nome in App Store o Google Play, ma andate al sito del suo produttore: lì troverete il link all’app autentica.
Siti sfruttano i computer dei visitatori per generare denaro digitale

Siti sfruttano i computer dei visitatori per generare denaro digitale

Credit: AdGuard.

Ultimo aggiornamento: 2017/12/18 23:30. 

Se visitate un sito e vi accorgete che la ventola del vostro computer inizia a girare follemente e il computer si scalda parecchio, non è detto che sia colpa del sito progettato maldestramente: potrebbe essere assolutamente intenzionale. Alcuni siti, anche molto famosi, hanno infatti cominciato a sfruttare i computer dei visitatori per generare criptovalute (non bitcoin ma altre criptovalute analoghe).

Le criptovalute, infatti, si basano sul mining, ossia sulla generazione di
unità di valuta tramite la risoluzione di complesse equazioni; chi le
risolve si tiene le unità di valuta corrispondenti. Il problema è che questi calcoli consumano molta energia e quindi hanno un costo elevato, che i disonesti tentano di far pagare a qualcun altro. Così qualcuno ha pensato di far fare i calcoli ai computer dei visitatori dei siti Web.

Il vertiginoso aumento del tasso di cambio dei bitcoin rispetto alle valute tradizionali ha creato una febbre intorno alle criptovalute e ha incoraggiato questa nuova forma di abuso informatico, prontamente battezzato cryptojacking o stealth mining. In pratica, le pagine di un sito contengono del codice che viene eseguito dai computer dei visitatori ed effettua le complesse operazioni matematiche necessarie per generare una criptovaluta a favore del titolare del sito. In pratica, questi siti si arricchiscono facendo lavorare i computer dei loro frequentatori.

Lo ha fatto, per esempio, il popolare sito di download The Pirate Bay, che a settembre ha aggiunto sperimentalmente alle proprie pagine uno script che usava la potenza di calcolo dei dispositivi dei visitatori per generare la criptovaluta Monero e intascarsela. L’intento era trovare un modo per pagare le spese di gestione del sito senza ricorrere alla pubblicità.

Il sistema usato da The Pirate Bay si chiama Coinhive e dopo questo uso sperimentale è iniziato l’abuso: invece di avvisare gli utenti della situazione, come sarebbe corretto fare, un numero crescente di siti molto popolari ha inserito il codice di Coinhive nelle proprie pagine di nascosto. Lo hanno fatto per esempio alcuni siti di streaming video, come Openload, Streamango, Rapidvideo e OnlineVideoConverter, e una filiale di Starbucks è stata colta a usare Coinhive per sfruttare i computer dei clienti che si collegavano al suo Wi-Fi.

I siti di streaming in questione hanno totalizzato quasi un miliardo di visitatori in un mese, per cui si stima che abbiano incassato circa 326.000 dollari in Monero.

In teoria il sistema Coinhive dovrebbe smettere di sfruttare i computer dei visitatori quando lasciano il sito, ma ovviamente c’è chi ha pensato bene di abusare di questo sistema usando un JavaScript che crea nel browser dell’utente una piccola finestra nascosta, nella quale lo sfruttamento continua anche dopo che l’utente crede di aver lasciato il sito.

Starbucks è intervenuta bloccando l’abuso, ma resta il problema degli altri siti, circa 2500 secondo una stima, che continuano lo sfruttamento dei visitatori. Ci sono anche app che sfruttano i dispositivi degli utenti per generare criptovalute che finiscono nelle tasche dei creatori delle app stesse: alcune di queste app sono state offerte in Google Play e scaricate in tutto circa 15 milioni di volte prima di essere scoperte.

Difendersi da questi abusi non è facile, ma si possono usare alcuni adblocker o plug-in per Google Chrome, per esempio seguendo queste istruzioni.

Come far sembrare autentico un sito falso: aprire una ditta di nome “Identity Verified”

Come far sembrare autentico un sito falso: aprire una ditta di nome “Identity Verified”

Ultimo aggiornamento: 2017/12/15 10:35. 

Una delle consuetudini errate ma molto diffuse tra gli internauti è che se un sito mostra accanto al nome un lucchetto chiuso si tratta di un sito autentico e quindi vi si può immettere tranquillamente la propria password (non si tratta, insomma, di un sito-fotocopia di phishing). Questo era abbastanza vero fino a qualche anno fa, ma in realtà oggi il lucchetto indica soltanto che la comunicazione con il sito è criptata e non è più una forma di autenticazione, perché adesso chiunque può procurarsi un certificato digitale di sicurezza (che attiva la visualizzazione del lucchetto) anche gratuitamente, come scrivevo pochi giorni fa.

Il ricercatore di sicurezza informatica James Burton ha trovato un modo ingegnoso per rendere ancora più credibile un sito falso, ed è meglio conoscerlo per non farsi ingannare.

Burton ha aperto una ditta nel Regno Unito (un’operazione molto semplice e poco costosa) e l‘ha chiamata Identity Verified. Poi si è rivolto a Symantec e si è fatto dare un certificato digitale di sicurezza per aziende intestato alla Identity Verified e associato al proprio sito personale Nothing.org.uk, con un periodo di prova gratuito di trenta giorni (il certificato è stato revocato dopo la pubblicazione dell’articolo del ricercatore). Infine ha creato sul proprio sito una copia delle pagine di login di Google e Paypal.

Risultato: una vittima che visita il sito con il proprio iPhone e Safari (per esempio perché ha cliccato su un link in una mail che finge di essere un allarme di Google o Paypal) si trova davanti quello che si aspetta, ossia la schermata di immissione password di Google o Paypal, e vede in alto, al posto del nome del sito (che potrebbe rivelare l’inganno), le parole rassicuranti Identity Verified. Parole che sembrano autenticare il sito, ma sono semplicemente il nome della ditta.

Il browser Safari di Apple, infatti, quando incontra un sito criptato da un certificato digitale di sicurezza, mostra al posto del nome del sito il nome riportato nel certificato.

Va un pochino meglio, ma non molto, con altri browser, come Google Chrome, che visualizzano il nome del sito ma gli affiancano un rassicurante lucchetto verde con la dicitura Identity Verified.

Morale della storia: non fidatevi di quello che vedete nel browser dopo aver cliccato su un link ricevuto in un messaggio di allerta. Meglio ancora, non cliccate su questo genere di link ma visitate manualmente il sito citato nel link, scrivendone il nome oppure usando i Preferiti se l’avete già salvato tra i Preferiti.

A chi segnalare le chiamate della finta “assistenza Microsoft”; allerta Europol per riciclaggi

È stagione di regali ma anche di truffe informatiche: in questo periodo i truffatori si danno particolarmente da fare, per esempio con l’inganno classico ma sempre efficace della falsa assistenza Microsoft: la vittima riceve una telefonata o una mail da qualcuno che dice di far parte del servizio clienti Microsoft, avvisa che il computer della vittima è infetto (non è vero) e fornisce istruzioni per “pulirlo” che in realtà lo infettano.

La cosa migliore da fare, in questi casi, è non seguire le istruzioni e non dare dati personali, ma chiederli (per esempio il nome esatto dell’azienda, il nome della persona, l’indirizzo postale e il numero di telefono) e poi immetterli nella pagina Web che Microsoft ha approntato per raccogliere le segnalazioni e avviare le indagini:

https://microsoft.com/reportascam

Europol, invece, ha dato il via a una campagna informativa (con hashtag #DontBeaMule) per segnalare la truffa dei money mule, ossia degli utenti che accettano offerte di lavoro come “intermediari finanziari”, da svolgere comodamente a casa davanti al proprio computer, ricevendo soldi sul proprio conto corrente e inoltrandoli in cambio di una commissione. In realtà si tratta di ricevere denaro di provenienza fraudolenta e poi girarlo a complici dei truffatori: in altre parole, riciclaggio.

Le vittime di questa truffa che si prestano a riciclare inconsapevolmente finiscono nei guai, spiega Europol, che ha annunciato 159 arresti e l’identificazione di 766 money mule in 26 paesi. Se volete saperne di più e magari segnalare questo genere di reclutamento criminale agli amici e colleghi più suscettibili di cascarci, sul sito di Europol trovate il comunicato stampa, una miniguida e un video sul sito Europol.

Purtroppo il materiale Europol è solo in inglese; se vi serve un equivalente italiano, potete usare questo link della Polizia di Stato italiana e questo dell’Ufficio federale di polizia svizzero. E come sempre vale la solita regola: se un’offerta sembra troppo bella per essere vera, probabilmente non è vera.

“Bibbia 4.0”, le copie false beffano e puniscono i ficcanaso

“Bibbia 4.0”, le copie false beffano e puniscono i ficcanaso

Ultimo aggiornamento: 2017/10/27 13:10. 

I recenti servizi giornalistici su Bibbia 4.0, l’archivio online di foto intime di donne (comprese alcune ragazze ticinesi) che circola in Rete da circa un anno producono un effetto collaterale pressoché inevitabile: alcuni internauti approfittano dei dettagli forniti durante i servizi stessi per andare in cerca di questo archivio.

È ovvio, o almeno dovrebbe esserlo, che detenere o diffondere questo genere di immagini può avere conseguenze legali gravissime, non solo perché si tratta di foto intime diffuse senza il consenso delle persone ritratte ma anche perché alcune delle persone riprese sono o erano minorenni. C’è, insomma, il rischio di trovarsi coinvolti in un traffico di pornografia minorile illegale, che si aggiunge al fatto di alimentare un trauma e un tormento che ha già portato ad un suicidio.

Ma questo genere di ragionamento di buon senso e rispetto probabilmente non fermerà chi vuole procurarsi questo materiale. Sarà invece la Rete stessa a farlo: intorno al nome dell’archivio è nata infatti una vera e propria industria di falsari che diffondono copie finte di questa collezione di immagini e pubblicano video “tutorial” che fingono di spiegare come trovarla.

Lo scopo di questi falsari non è altruistico: usano il clamore intorno alla vicenda per generare visualizzazioni dei propri video, per prendere in giro i ficcanaso che cercano l’archivio e, in alcuni casi, per indurre questi ficcanaso a visitare siti strapieni di pubblicità (sulle quali i falsari guadagnano) e a scaricare file infetti che devastano i computer o smartphone di chi li apre e li installa.

Per esempio, ci sono numerosi siti che promettono di fornire la password all’archivio a chi immette il proprio numero di telefonino, ma in realtà chi abbocca rischia di trovarsi abbonato a un servizio a pagamento dal quale è difficile togliersi.

Anche se le intenzioni di questi truffatori non sono affatto positive, il risultato è che le copie dell’archivio autentico sono nascoste in mezzo a una foresta di copie false e di piste fasulle, per cui chi va a caccia di questo materiale facilmente ottiene soltanto una colossale perdita di tempo, del malware nei propri dispositivi, e una bolletta telefonica salatissima. Per non parlare delle abbondanti tracce digitali che lascia: le indagini della polizia sono ancora in corso, per cui non entro nei dettagli. Ma il messaggio dovrebbe essere chiaro anche a chi non ha rispetto ma ragiona solo con l’egoismo: conviene stare alla larga da questo archivio.

La strana storia dell’“autopsia dell’alieno” ha un seguito: a teatro

La strana storia dell’“autopsia dell’alieno” ha un seguito: a teatro

Nel 1995 il mondo intero parlò del filmato della cosiddetta “autopsia dell’alieno”: un filmato in bianco e nero di 17 minuti che mostrerebbe, appunto, l’autopsia effettuata sul cadavere di un extraterrestre precipitato nel 1947 a Roswell, nel New Mexico. Oggi lo si trova facilmente su Internet (per esempio qui; attenzione, è piuttosto impressionante), ma all’epoca molte TV nazionali pagarono fior di soldi per avere il privilegio di presentarlo ai telespettatori, che arrivarono a milioni, generando lauti incassi per le emittenti.

Sin da subito gli esperti di medicina, gli storici e gli esperti di effetti speciali segnalarono che si trattava di un falso: i metodi usati per l’autopsia erano contrari a ogni pratica medica, le riprese erano di pessima qualità e mostravano vari oggetti, oggi di uso quotidiano, che nel 1947 non esistevano ancora. Ma comunque il video divenne popolarissimo e ormai si è cementato nella cultura ufologica: molti lo conoscono ma non ne sanno le origini decisamente bizzarre.

Il video della presunta autopsia fu venduto come autentico alle TV di tutto il mondo da un imprenditore, Ray Santilli, insieme al socio Gary Shoefield, ma nove anni dopo, nel 2006, Santilli stesso ammise che non era autentico ma (a suo dire) era una “ricostruzione” di un filmato autentico che aveva visto nel 1992 e che si era deteriorato. Nessuno ha mai visto questo presunto originale deteriorato, e chi vede il video oggi non sa di queste ammissioni e di questi retroscena.

Adesso c’è una novità: un uomo di nome Spyros Melaris si è fatto avanti dicendo di essere l’autore delle finte riprese e ha raccontato tutta la propria storia in uno spettacolo teatrale a Londra, fornendo documenti e dettagli che sembrano confermare il suo ruolo di regista e autore del filmato. Dice che l’accordo originale con Santilli e Shoefield prevedeva che avrebbero realizzato il filmato e poi un documentario che avrebbe rivelato la messinscena. Melaris assoldò John Humphreys, esperto di effetti speciali che aveva lavorato alla serie TV britannica Doctor Who, e si procurò materiale chirurgico degli anni Quaranta e varie frattaglie animali. I “chirurghi” nel filmato erano in realtà lo stesso Humphreys e la compagna di Melaris.

Oggi Melaris si scusa pubblicamente per quello che ha fatto: “Per me era solo uno scherzo, un divertimento, ma ho imparato la lezione. Vorrei dire che c’è una parte importante di me che prova rimorso. Ho sottovalutato la reazione”. Ancora una volta, insomma, l’ufologia si dimostra un campo minato nel quale abbondano truffatori, impostori e ciarlatani che approfittano della passione delle persone per ricavarne soldi e popolarità: per questo è necessario essere estremamente cauti di fronte a qualunque asserzione straordinaria.




Fonti: Mysterious Universe, Paranoia Magazine.

Fa un video a pagamento su Internet e finisce accusata di terrorismo

Fa un video a pagamento su Internet e finisce accusata di terrorismo

Avete visto il film The Circle? C’è una scena nella quale il social network immaginario del film, una sorta di Facebook, viene usato per localizzare una criminale che la giustizia ordinaria non riusciva a trovare. Viene diffusa la sua foto e gli utenti, sparsi ovunque nel mondo, vanno a caccia finché trovano la donna e la fanno arrestare. Spettacolare e inquietante, ma meno esagerato di quello che si potrebbe pensare.

Alcuni mesi fa la polizia della provincia canadese dello Saskatchewan ha infatti usato lo stesso sistema per identificare e localizzare una donna che stava cercando: ha messo su Facebook una foto della donna e ha sfidato gli utenti a partecipare alla sua ricerca, presentandola come una sorta di gioco. Ha funzionato: la giovane è stata riconosciuta dal fratello, che vive in North Carolina e che ha avvisato la polizia canadese e la sorella. Ed è qui che la storia prende una piega bizzarra.

La donna, Samantha Field, ha contattato la polizia e ha scoperto di essere ricercata in relazione a una serie di atti terroristici: qualcuno aveva inviato dei pacchi contenenti bicarbonato, facilmente confondibile con l’antrace, e aveva diffuso allarmi bomba. E su Internet c’era un video nel quale lei se ne prendeva la responsabilità, dicendo “Abbiamo fatto quei pacchi insieme… la gente penserà che il bicarbonato è antrace”.

Come è possibile? Samantha Field aveva risposto a un’inserzione su Fiverr, un sito tramite il quale si possono effettuare lavori online a pagamento, pensando di recitare dei brani di un libro per un video promozionale: una cosa che la Field fa spesso e che in questo caso le aveva fruttato 35 dollari. Ma non c’era nessun video promozionale e nessun libro da promuovere: il video, rimontato appositamente, è stato usato per incastrare la Field inviandolo ai media. Per fortuna la polizia non ha creduto alla rivendicazione involontaria fatta online.

In altre parole, se accettate lavori online da sconosciuti, vi conviene sempre fermarvi un momento a pensare e chiedervi se per caso quello che fate o dite può essere manipolato e usato contro di voi.

Come rubare quasi 2 milioni di dollari via mail

Come rubare quasi 2 milioni di dollari via mail

Questa lezione di crimine informatico e di difesa anticrimine è gentilmente offerta dalla Southern Oregon University, che l’ha pagata cara: a fine aprile di quest’anno, infatti, si è fatta fregare 1,9 milioni di dollari da un attacco via mail, come racconta Tripwire.

Per prima cosa, i criminali hanno raccolto informazioni sul bersaglio, scoprendo quali imprese edili erano coinvolte nei lavori di costruzione di alcune nuove strutture dell’università e qual era l’indirizzo dell’ufficio pagamenti dell’istituto.

Poi hanno acquistato un nome di dominio molto simile a quello di una di queste imprese, la Andersen Construction, e da quel dominio hanno inviato una mail all’ufficio pagamenti, fingendo di essere l’impresa e comunicando delle coordinate bancarie aggiornate.

Infine hanno atteso che l’università effettuasse il pagamento di una fattura dell’impresa. I soldi, ovviamente, sono stati bonificati alle coordinate bancarie “aggiornate”, che in realtà appartenevano appunto ai truffatori.

L’università si è accorta del raggiro soltanto molto tempo dopo, quando l’impresa ha sollecitato il pagamento della fattura che l’università pensava invece di aver saldato. Nel frattempo, presumibilmente, i criminali avevano vuotato il conto e se l’erano svignata con i soldi.

Conclusione: se uno dei vostri fornitori vi avvisa che sta cambiano le proprie coordinate di pagamento, ricorrete a uno strumento tecnologico sempre meno popolare, denominato telefono, scoprite sulle Pagine Gialle (o sulla carta intestata) qual è il suo numero, e telefonate per verificare che tutto sia in ordine.

Questa truffa funziona talmente bene che l’FBI ha emesso un avviso pubblico con i consigli per evitare di incapparvi. Prudenza.