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[IxT] #2003-023 (26/3/2003). Problemi Yahoo/Libero-IOL-Wind risolti?

Come forse sapete, nei giorni scorsi c’è stato un gran pasticcio fra
Yahoo e Libero/IOL/Wind/Blu, per cui gli utenti di questi ultimi
quattro provider non potevano ricevere messaggi dalle mailing list
gestite tramite Yahoo, compresa quella che state leggendo.

Il problema dovrebbe essere stato risolto poche ore fa:, e ha a che
fare con lo spam (Yahoo è finito in una cosiddetta “blacklist” o “lista
nera”). Di certo non si tratta di attentati alla libertà, tentativi di
censura o altro dovuto alla guerra in Iraq. Tutta la situazione è
spiegata presso Punto Informatico:

http://punto-informatico.it/pi.asp?i=43526

e in un mio articolo per Apogeonline:

http://www.apogeonline.com/webzine/2003/03/25/01/200303250101

Ora, stando alle segnalazioni, il pasticcio è risolto e la posta da/per
Libero/IOL/Wind/Blu ha ricominciato a funzionare. Si può cominciare a
fare la conta dei feriti e dei dispersi, e qui mi serve la vostra
paziente collaborazione (per la quale ringrazio tutti coloro che mi
hanno mandato segnalazioni e suggerimenti preziosi).

Il risultato finale della crisi Yahoo/Libero è che millecinquecento di
voi, praticamente tutti quelli che hanno Libero/IOL/Wind/Blu come
indirizzo di posta, sono dati per dispersi: non ricevono più questa
newsletter, o se la ricevono, non è tramite Yahoo, ma tramite uno dei
sistemi di emergenza che ho usato in questi giorni.

Per risolvere il problema, ho rimosso dalla lista di Yahoo tutti gli
utenti che risultavano “in sospeso” e ho mandato loro a manina (con il
mio normale programma di posta, a blocchi di cento per volta) un avviso
che spiegava la situazione, chiedendo loro di reiscriversi. Se avete
ricevuto quell’avviso e non vi siete reiscritti, fatelo. Fatelo anche
se leggete questo messaggio, se non l’avete ricevuto tramite Yahoo
(come potete verificare guardando l’inizio del messaggio).

Nel frattempo ho dis-iscritto dal gruppo Yahoo gli stessi utenti.
Praticamente, li ho espulsi e poi ho chiesto loro di reiscriversi se
sono interessati. Questo ha anche il vantaggio di fare un po’ di
pulizia degli indirizzi obsoleti o inutilizzati..

Se temete di aver perso qualche numero della newsletter,
l’archivio
completo delle newsletter è presso http://www.attivissimo.net.

Per il momento la mia newsletter va avanti in parte con tecniche di emergenza,
per cui qualche disservizio è inevitabile. In particolare:

— nella speranza di contenere
i danni, ho reintrodotto la numerazione progressiva dei messaggi, così
sapete se per caso ne perdete qualcuno.

— è possibile che riceviate i messaggi due volte. Per il momento non
avvisatemi: lasciate passare qualche giorno, poi se il problema
persiste ditemelo.

Antibufala: Dario Fo e la telefonica etica

Ho preparato una rapida indagine antibufala su una catena di
sant’Antonio che vede coinvolti Dario Fo e Franca Rame: è autentica, e
ho delle informazioni che possono chiarire alcuni dubbi degli scettici.
Ormai le bufale dilagano, e quindi talvolta si dubita anche delle
iniziative autentiche. L’indagine è presso

http://www.attivissimo.net/antibufala/fo_rame_tv.htm

Antibufala:  domande sull’Iraq

Sta circolando un appello composto da una serie di 48 o 49 domande e
risposte sugli USA e il conflitto con l’Iraq, che rivela alcuni dati
inquietanti sulla situazione. Peccato che i dati rivelati siano una
miscela di informazioni veritiere e cifre inventate di sana pianta.
Senza fonti, come si fa a distinguerle? Soprattutto, chi sono i “due
statunitensi impegnati a livello istituzionale nel loro paese” che
l’avrebbero redatta? L’indagine (non del tutto completa, visto il
numero di dichiarazioni da  verificare) è qui:
 
http://www.attivissimo.net/antibufala/domande_iraq.htm

Antibufala: Amina salva, almeno per ora

Oggi, 26/3/2003, era
prevista l’udienza per decidere la sorte di Amina Lawal, condannata
alla lapidazione in Nigeria. Il suo caso, simile al precedente di
Safiya Husseini, è oggetto di un appello che circola su Internet e che
è documentato dal Servizio Antibufala, insieme al resto della vicenda,
presso

http://www.attivissimo.net/antibufala/amina_lawal.htm

Ora, come segnalato da un
fulmineo lettore (alex.rosse***), una notizia Ansa annuncia che il
processo è rinviato al 3 giugno 2003 per mancanza del numero legale dei
giudici (2 su 4). La notizia è confermata dalla BBC presso

http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/africa/2884283.stm

L’appello legale di Amina
è così rinviato a dopo le elezioni nigeriane di maggio. Non è stata
data alcuna motivazione per l’assenza dei giudici, ma pare abbastanza
ovvio che si tratti di un’assenza dettata da pressioni politiche: la
sentenza, se emessa durante la campagna elettorale, avrebbe potuto
scatenare le tensioni costanti fra le comunità musulmane e cristiane
della Nigeria, che hanno già fatto migliaia di morti.

Tutto slitta dunque a
giugno. Secondo la BBC, se a giugno l’appello legale di Amina non ha
successo, può ancora ricorrere all’Alta Corte della capitale Abuja e
poi alla Corte Suprema federale.

 

Questo articolo è una ripubblicazione della newsletter Internet per tutti che gestivo via mail all’epoca. L’orario di questa ripubblicazione non corrisponde necessariamente a quello di invio della newsletter originale. Molti link saranno probabilmente obsoleti.

[IxT] #2003-022 (24/3/2003). Problemi Yahoo/Libero-IOL-Wind: cosa è successo

Come il messaggio precedente, anche questo vi arriva scavalcando Yahoo
Groups, che è inservibile per gli iscritti che sono utenti Libero, IOL,
Inwind e Blu.

Mi raccomando, niente panico: non è in atto alcun complotto
liberticida, come alcuni hanno insinuato. Semplicemente, Yahoo è finita
nella lista nera perchè è l’origine di troppi messaggi di spam, per cui
Libero si rifiuta di ricevere tutti i messaggi provenienti da Yahoo.

Oggi o domani esce su Apogeonline un mio articolo sul problema con
tutti i dettagli: consiglio per il momento di aspettare senza fare
drastiche rivoluzioni, la cosa potrebbeo sbloccarsi presto. Libero è
già abbondantemente al corrente del pasticcio, di cui non è l’unica
responsabile.

Per il momento ne parla già Punto Informatico:

http://punto-informatico.it/pi.asp?i=43526

Il problema è circoscritto, si fa per dire, ai gruppi (newsletter e
mailing list) di Yahoo. A differenza di quello che dicevo nel messaggio
precedente, gli utenti che hanno un indirizzo yahoo.com sembrano essere
in grado di scambiare messaggi con quelli di Libero eccetera.

Per il momento la mia newsletter va avanti con tecniche di emergenza,
per cui qualche disservizio è inevitabile. Nella speranza di contenere
i danni, ho reintrodotto la numerazione progressiva dei messaggi, così
sapete se per caso ne perdete qualcuno. In ogni caso, l’archivio
completo delle newsletter è presso http://www.attivissimo.net.

Grazie a tutti delle informazioni preziose che mi avete mandato.

Ciao da Paolo.

 

Questo articolo è una ripubblicazione della newsletter Internet per tutti che gestivo via mail all’epoca. L’orario di questa ripubblicazione non corrisponde necessariamente a quello di invio della newsletter originale. Molti link saranno probabilmente obsoleti.

[IxT] #2003-021 (23/3/2003). Problemi Yahoo/Libero-IOL-Wind

**** Messaggio di (dis)servizio *****

Scusatemi se questo messaggio vi è già arrivato.

Se vi state chiedendo come mai non ricevete più la newsletter “Internet
per tutti” e le novità del Servizio Antibufala e il vostro indirizzo di
posta è su Libero/IOL/Inwind, il motivo è che Yahoo, tramite il quale
gestisco la newsletter, è stata oscurata (blacklisted) da
Libero/IOL/Inwind.

A quanto mi risulta, tutte le newsletter e i gruppi Yahoo hanno lo
stesso problema: tutte sono diventate improvvisamente inaccessibili
agli utenti Libero/IOL/Inwind.

Gli utenti che hanno un indirizzo di posta che finisce per @yahoo.com,
inoltre, pare non possano più inviare posta a utenti di questi tre
provider.

Ogni vostra conferma/smentita è preziosa: scrivetemi a topone@pobox.com.

Insieme a molti altri gestori di gruppi e newsletter Yahoo, mi sto
adoperando per indurre Libero/IOL/Inwind a riconsiderare la loro
decisione.

Nel frattempo vi sto mandando questo messaggio con un software di emergenza, per cui scusatemi se ricevete duplicati.

Appena ho novità, vi aggiorno.

Ciao da Paolo.

 

Questo articolo è una ripubblicazione della newsletter Internet per tutti che gestivo via mail all’epoca. L’orario di questa ripubblicazione non corrisponde necessariamente a quello di invio della newsletter originale. Molti link saranno probabilmente obsoleti.

[IxT] #2003-020 (20/3/2003). Candele e satelliti; XP rimborsato; ci vediamo a Pescara?

Antibufala: ancora su candele e satelliti

Alcuni lettori, dopo la mia prima indagine sull’appello “accendi le luci stasera che il satellite ti vede” (http://www.attivissimo.net/antibufala/candela_satellite.htm), mi hanno chiesto chiarimenti sull’iniziativa promossa dal sito MoveOn.org (http://www.moveon.org/vigil/),
che ha promosso una fiaccolata simbolica per il 16 marzo 2003 in vari
paesi del mondo (le fiaccolate organizzate in Italia sono elencate sul
sito presso http://www.moveon.org/vigil/selectmtg.html?event_group_id=5&country=Italy&zip=&id=&distance=10&sort_type=size).

A prima vista sembra un’iniziativa uguale a quella promossa
dall’appello-bufala, ma come capita spesso in questi casi, la bufala
distorce e confonde la realtà, travolgendo chi invece promuove
iniziative sensate. MoveOn.org organizza delle fiaccolate per la pace,
anziché invitare pigramente ad accendere le luci come fa
l’appello-bufala. MoveOn.org, inoltre, non ha lo scopo di farsi
fotografare da un imprecisato satellite, ma semplicemente quello di
raccogliere le persone in luoghi pubblici per una manifestazione
pacifica che invochi appunto la pace.

Soprattutto, l’iniziativa di MoveOn.org indica chiaramente una data (il
16 marzo 2003, ma sono previste altre date), ed è supportata da un sito
dal quale si possono avere gli aggiornamenti della situazione. Questo è
un comportamento responsabile, lontano anni luce dal semplice e
scriteriato passaparola delle catene di sant’Antonio.

Rimborsati 275 euro per Windows XP indesiderato

Un lettore, che mi ha chiesto di essere identificato soltanto come “Ferdinando”,
ha ottenuto uno sconto di ben 275 euro per aver chiesto di far valere
la clausola di rimborso presente nella licenza del Windows XP
preinstallato che Toshiba gli imponeva di acquistare insieme al
portatile. Il rimborso di Windows, dunque, si può fare anche con XP, e
il risparmio è davvero notevole, anche se non è facile ottenerlo.

Il lettore racconta: “…mi sono recato al negozio Vobis di
Crema (CR) per ordinare un notebook Toshiba Satellite 5200-801. Al
momento dell’ordine ho fatto presente che alla consegna avrei chiesto
il rispetto della clausola di Windows XP Home sul rimborso, poichè
intendo installare sul notebook la distribuzione linux SuSE 8.1.”

“Il negoziante mi ha detto che dovevo rivolgermi alla Toshiba, ma
io, scusandomi perchè gli stavo incasinando la vita, gli ho fatto
leggere la licenza stampata da internet. A questo punto lui ha
contattato la sede (?) e mi ha detto che mi avrebbe fatto sapere,
scusandosi e dicendomi che sa che ‘la licenza di Windows XP prevede
questo, ma che è la prima volta che capita e loro non sanno come fare’.
Dopo poche ore mi ha telefonato e mi ha detto che avrei avuto un
rimborso di circa 50 o 120 (!!) euro, che sarebbero stati stornati al
momento della fattura. Lui però avrebbe dovuto staccare il famoso
bollino dal fondo del notebook, in quanto ‘la microsoft gli ha detto
che è il bollino a fare testo sulla validità di una licenza o meno’.”

L’agguerritissimo Ferdinando non ha tentennato. “Io mi sono
opposto, dicendo che il bollino è pensato per rimanere incollato
tenacemente e al tentativo di stacco avrebbe rovinato la carrozzeria
del portatile. Lui ha ribadito che è obbligato a restituire il bollino
alla Microsoft per avere a sua volta il rimborso e mi ha garantito che,
in caso di danni, avrebbero ulteriormente abbassato il prezzo per
‘danni estetici che non pregiudicano il funzionamento’, ma io avrei
dovuto firmare un foglio nel quale attesto che ho ricevuto il notebook
perfettamente funzionante anche se graffiato sul fondo.”

Dopo un ulteriore cordiale battibecco col rivenditore sulla possibilità di farsi
rimborsare anche la licenza di Works Suite 2002 (anche quello
acquistato obbligatoriamente insieme al computer), il lettore ha
ottenuto “un
rimborso di 50 euro per Windows XP, di 25 per Works e di altri 200
perchè il bollino ha rovinato la carrozzeria del portatile.”

Ferdinando loda la correttezza e disponibilità del negoziante e di Toshiba e commenta che “è
difficilissimo far valere i propri diritti. Io stesso, se non avessi
trovato un negoziante gentile, avrei rinunciato a combattere per
mancanza di tempo e perchè ad ogni telefonata salta fuori qualche
novità che cambia le carte in tavola.”
Si
tratta, soprattutto per il negoziante, di un gradevole rispetto della
legge purtroppo poco diffuso, come testimonia il lettore: “due
giorni prima di rivolgermi alla Vobis di Crema mi ero rivolto alla
Vobis di Cassano d’Adda (MI), chiedendo la stessa cosa. Lì mi avevano
detto che Toshiba NON rimborsa Windows e, alla mia obiezione ‘ma la
licenza Microsoft non c’entra con Toshiba’, mi hanno risposto che non è obbligatorio
seguire tutte le clausole… Al che me ne sono andato, chiedendo se
potevo non seguire la clausola che proibisce la duplicazione, comprare
un gioco da loro e poi venderlo masterizzato davanti alla loro sede…
Ma mi hanno risposto (pensa un po’) di no.”

Farsi rimborsare Windows XP, insomma, si può anche in Italia. Ora
sapete dove. Non voglio fare pubblicità gratuita a marche e catene di
negozi, ma è anche giusto che chi aiuta il consumatore nell’esercizio
dei propri diritti (perché il rimborso di Windows preinstallato è un
diritto) sia segnalato per la sua onestà, così come viene additato chi
invece quei diritti li calpesta disinvoltamente.

L’intero dossier “storico” sul rimborso di Windows, con i nomi di bravi e cattivi, è qui:

http://www.attivissimo.net/rimborso_windows/istruzioni.htm

Conferenza a Pescara

Sabato 12 aprile 2003 sarò a Pescara per un incontro, promosso dalla
Provincia di Pescara, intitolato “Software libero: un’alternativa
possibile!”. Oltre a fare due chiacchiere mie personali sul tema, farò
anche da sadico moderatore per i vari relatori, tutta gente
interessante del mondo italiano del software libero. Ci sarà una
sessione di domande e risposte senza peli sulla lingua, affiancata da
dimostrazioni pratiche di cosa si può davvero fare con Linux,
OpenOffice.org e altro ancora.

L’incontro si tiene nella Sala dei Marmi della Provincia di Pescara, ed
è gratuito e aperto a tutti. Trovate tutti i dettagli, i nomi dei
relatori e la scaletta delle cose interessanti da vedere presso questo
indirizzo: http://80.205.166.50/meeting2003/html/gzeko/pagine.asp?menupag=Meeting&vocepag=Programma&sottovocepag=si.

Ci vediamo?

Come si dice “bufala” in spagnolo

Ricevo da un caro amico di lunga data, Gabriele Gianini (autore del
vero primo libro su Internet in Italia, “Nel Ciberspazio con
Internet”), la traduzione di “bufala” in spagnolo che avevo chiesto
nella newsletter precedente: è “bulo”.

Ciao da Paolo.

 

Questo articolo è una ripubblicazione della newsletter Internet per tutti che gestivo via mail all’epoca. L’orario di questa ripubblicazione non corrisponde necessariamente a quello di invio della newsletter originale. Molti link saranno probabilmente obsoleti.

[IxT]

Antibufala del Politecnico: ormai i buoi sono scappati… fino in Spagna, oltralpe, oltremanica e a Caterpillar

La bufala dello “studio del Politecnico”

http://www.attivissimo.net/antibufala/perche_si_fa_guerra.htm

non smette di crescere ed
evolversi, nonostante le ripetute rettifiche del suo malcapitato
autore. Ricevo da un lettore di Madrid (josumezo) la segnalazione che la presentazione PowerPoint dello studente del Politecnico “è
stata tradotta da qualche volontario senza nome (totalmente all’oscuro,
suppongo, del pasticcio causato dal file in Italia) e ora sta facendo
il giro dell’Internet spagnola (ne ho ricevute tre copie nell’arco
della scorsa settimana). Un ulteriore esempio della confusione e
disinformazione che può produrre una persona agendo innocentemente.
Sicuramente ora migliaia di persone in Spagna lo stanno leggendo e ci
credono.”
Lo stesso lettore ha poi scovato anche una traduzione francese della presentazione.

Ketty, di Emergency.it, mi segnala che la presentazione circola ora anche in inglese assai maccheronico: i “retroscena” dell’attacco diventano “backstages”,
per esempio, e gli svarioni di sintassi non si contano. L’anonimo
traduttore non si sofferma neppure a chiedersi il senso di frasi come “the 7 sisters (Shell, Tamoil, Esso)”:
se sono sette, perché ce ne sono indicate solo tre? Mi ricorda tanto
quel film che grazie a un traduttore più improvvisato della media
conteneva la perla “Ti dico solo tre parole: ti amo”. Insomma, perlomeno questa versione ha il pregio di essere divertente per le sue castronerie linguistiche.

Fa piacere, comunque, che se ne parli in giro per segnalarne
l’inesattezza e per ribadire che l’autore non desidera più che circoli
e ha pubblicato una rettifica. Se ne è parlato, per esempio, a
Caterpillar (radio Rai) del 18/3/2003, di cui ho avuto il piacere di
essere ospite telefonico. Speriamo che serva a qualcosa.

Insomma, come Frankenstein il file ha preso inarrestabilmente vita
propria, e non c’è nulla che il suo creatore possa fare per riprenderne
il controllo. Chissà se questo pasticcio servirà da monito ad altri aspiranti propagatori di appelli via Internet. Dubito
seriamente. A proposito, qualcuno sa come si dice “bufala” in spagnolo?

Antibufala: accendi la candela, che il satellite ti vede

Di questo appello, circolante almeno dal 14 marzo 2003 anche sotto
forma di SMS, esistono numerose varianti, tutte accomunate dall’idea di
accendere collettivamente tante fonti luminose di notte in modo che lo
spettacolo sia immortalato da un’immagine satellitare.

Una, per esempio, dice laconicamente “PEACE
IN ACTION – Stasera dalle 22 alle 24 accendere tutte le luci esterne.
Il satellite filmerà questa iniziativa di pace. Passate il messaggio
con ogni mezzo utile”.

Una variante più prolissa offre maggiori dettagli: “Domenica 16 marzo tra le h20 e
la mezzanotte, ora locale, accendiamo una luce, la piu visibile: una
candela, una lampada, una lanterna, un fiflettore sulla finestra o nel
balcone, o nello spazio del giardino.  Contro una guerra
programmata, decisa con totale disprezzo dell’opinione pubblica
espressa nelle manifestazioni che riflettono le nostre convinzioni!!!”
e promette “l’immagine di un pianeta illuminato” che “può trasmettersi  come una breccia luminosa.”

L’appello, nonostante i buoni propositi, è però una bufala, e per un
motivo molto semplice: accendere le luci di notte non crea alcun
effetto visibile da satellite, perché le città sono già illuminate di
notte. Ci sono i lampioni, le luci delle insegne, i fanali delle
auto… che differenza volete che faccia accendere qualche luce in più
in casa o in giardino, a parte arricchire ancor più quei magnati del
petrolio tanto criticati dall’appello, grazie al maggior consumo di
energia elettrica?

Tanto per dare un termine di paragone, trovate un esempio di foto satellitare notturna su un sito Nasa (http://antwrp.gsfc.nasa.gov/apod/image/0011/earthlights2_dmsp_big.jpg):
la foto mostra tutto il mondo ad alta risoluzione, ed è ottenuta
componendo tante immagini riprese in momenti diversi. Se ci fossero più
luci accese, non si noterebbe alcuna differenza: si avrebbe comunque la
stessa densissima disposizione irregolare di chiazze luminose, e la
foto non sarebbe più luminosa, perché l’obiettivo del satellite
correggerebbe l’esposizione, proprio come fa qualsiasi macchina
fotografica.

Il secondo problema di questo appello è che invita ad accendere le
luci usando l’ora locale: ma siccome ci sono i fusi orari, non si potrà
certo ottenere “l’immagine di un pianeta illuminato” promessa
dall’appello. Quand’anche si potesse notare la differenza rispetto alla
già accecante luce notturna emessa dalle città, si otterrebbe al
massimo uno sfumato spicchio di mondo più illuminato, perché
nell’emisfero in cui è notte le ore fra le 20 e mezzanotte 
indicate dall’appello arrivano in momenti diversi.

Il terzo problema è in un certo senso il più pernicioso: la mancanza di
data. Nella versione breve, diffusa via e-mail e SMS, si dice
semplicemente “stasera”.
Questo significa che l’appello sembra valido oggi, domani, dopodomani e
fino al giorno del giudizio, e di conseguenza non ce ne libereremo mai.
Ogni notte, da qualche parte nel mondo, ci sarà qualche anima ingenua
che accende inutilmente le luci del giardino.

Anche la versione “lunga” dell’appello è lacunosa in fatto di data: parla di “domenica 16 marzo”,
senza specificare l’anno, per cui mi sa che ce la ritroveremo tra i
piedi ogni anno, perché tanto nessuno farà caso al fatto che il 16
marzo quell’anno non cade di domenica, o al massimo penserà a un refuso.

Per farla breve: questa iniziativa è mossa da intenzioni lodevoli, ma è soltanto un totale spreco di tempo e soprattutto di energia.

A qualcuno può venire in mente di obiettare che un esperimento di luci
notturne riprese da satellite è stato realizzato con successo proprio
in Italia, su iniziativa di Radio Popolare a Milano, il 25 settembre
1999, riuscendo a creare una scritta “Milano fa male” fotografabile (e fotografata) da satellite. L’immagine è pubblicata presso http://www.radiopopolare.it/html/iniziative/milanofa.htm.

La differenza rispetto alla proposta dell’appello, però, è profonda.
Innanzi tutto, l’esperimento di Radio Popolare ha radunato circa 8.000
persone, ciascuna dotata di torcia elettrica, in un punto preciso e
buio, e le ha disposte in modo da formare una scritta. La mancanza di
illuminazione nella zona del raduno (un parco) ha permesso di ottenere
uno sfondo scuro su cui le lettere si stagliano ottimamente.
L’appello-bufala, invece, chiede semplicemente di accendere luci
disposte a casaccio in giro per il mondo e in zone già illuminate da
altre fonti, e quindi non è assolutamente confrontabile.

Grazie a Odo, vitto.so, claudiomar*****ti e fedriga, che hanno contribuito a questa indagine. La pagina antibufala dedicata a questo appello è presso http://www.attivissimo.net/antibufala/candela_satellite.htm.

Antibufala: appello per Rachel, mostruose mutazioni

Ricordate l’appello per la povera Rachel che muore di leucemia e che si
salva soltanto se diffondete il suo messaggio grazie alle donazioni di
32 cent di AOL e ZDNet? Ha subito una serie di terrificanti mutazioni,
e ora ha ripreso a circolare soprattutto nella Rete italiana.

Il motivo della rinnovata diffusione è che le mutazioni sembrano
garantirne l’autenticità: per esempio, ora l’appello è accompagnato da
varie precisazioni, come “Prego far girare, è una cosa seria e non la solita cazzata. Grazie. Fabio Bottiglioni”, oppure “Conosco personalmente il medico che sta facendo girare il messaggio. Grazie.[Rizzotti Lorena (UPA)]” e “mio figlio è un medico e conosce la vera situazione di chi scrive” e porta in calce, oltre al riferimento a una persona dell’Istituto Superiore di Sanità, l’indicazione “Dr
Fabrizio Bianchi – 1° Ricercatore CNR – Sezione Epidemiologia  –
Istituto di Fisiologia Clinica – Consiglio Nazionale delle Ricerche –
Area di Ricerca di San Cataldo – Via Moruzzi,1 – 56127 PISA (Italy)”
.

Ripeto, ribadisco e riconfermo, con il supporto di ZDNet e
dell’Istituto Superiore di Sanità: l’appello è una bufala. Non esiste
alcuna Rachel, né esiste una lotteria della vita in cui AOL e ZDNet
lascerebbero schiattare la povera Rachel se per caso non si raggiunge
la cifra sufficiente per l’operazione, né esiste alcun programma in
grado di seguire il percorso di un e-mail inoltrato da una persona
all’altra infinite volte. I nomi in calce all’appello, come sempre in
questi casi, non ne garantiscono in alcun modo l’autenticità: sono
semplicemente le “firme” automatiche (signature) che molti programmi
appongono automaticamente in calce ai messaggi spediti.

Apogeonline: licenze Windows, la burla del bollino

Ovvero come migrare legalmente una versione preinstallata di Windows
da un computer a un altro. Ma come, per anni si è predicato che il
Windows preinstallato nella maggior parte dei Pc non è legalmente
trasferibile ad un altro computer! In realtà tutto dipende da cosa si
intende per “altro computer”. Qual è la sede dell’anima di un Pc? Ne
parlo in questo articolo per Apogeonline:

http://www.apogeonline.com/webzine/2003/03/18/01/200303180101

Ciao da Paolo.

 

Questo articolo è una ripubblicazione della newsletter Internet per tutti che gestivo via mail all’epoca. L’orario di questa ripubblicazione non corrisponde necessariamente a quello di invio della newsletter originale. Molti link saranno probabilmente obsoleti.

[IxT] #2003-018 (14/3/2003). Antibufale: errata corrige sul caro-benzina; Valentin ha tanto freddo

Antibufala benzina: vado a comprarmi un pallottoliere

Grazie alla mente matematica di
glucrezi, ben più sveglia della mia, devo segnalarvi un
errore nei conticini della newsletter scorsa a proposito
dell’appello a boicottare Shell e Esso per “dimezzare il prezzo
della benzina”.

Infatti nell’ipotesi che avevo fatto,
giusto per ridere, che i produttori rinuncino completamente alla loro
quota del prezzo della benzina, ho scritto che “la benzina
scenderebbe da 109,5 eurocent a 72,4 eurocent (ossia da 2120 a 1400
vecchie lire)”
. In realtà scenderebbe da 109,5 eurocent
a 65 eurocent (ossia da 2120 a 1260 vecchie lire). Mi scuso
dell’errore. Resta valido comunque il ragionamento: persino in questo
caso estremo (e impossibile), il prezzo non si dimezzerebbe come
promette l’appello.

L’indagine completa, corretta e aggiornata è
qui:

http://www.attivissimo.net/antibufala/caro_benzina_idea_francese.htm

Antibufala benzina 2: attenzione, c’è boicottaggio e
boicottaggio

Molti lettori mi hanno chiesto chiarimenti su un’altra iniziativa di
boicottaggio riguardante la benzina, quella promossa da Greenpeace contro Esso (Exxon). Dico subito che assolutamente non è una bufala
ed ha tutt’altro significato e spessore rispetto alla catena di
sant’Antonio che propone di boicottare Esso e Shell per arrivare a
prezzi più bassi che ho recentemente descritto presso

http://www.attivissimo.net/antibufala/caro_benzina_idea_francese.htm

Faccio questa precisazione per evitare eventuali confusioni fra le
due iniziative: non vorrei che qualcuno, leggendo una riga sì e una no
della mia indagine antibufala, pensasse che tutte le
forme di boicottaggio che girano intorno al petrolio siano bufale (e
magari che io sono al soldo delle compagnie petrolifere; capita anche
questo).

La differenza fondamentale e abissale fra l’appello di Greenpeace e la bufala del “boicotta Esso e Shell per dimezzare il prezzo della benzina”
è nelle motivazioni e nell’efficacia: mentre la bufala ha un obiettivo
egoista e oltretutto impossibile per motivi fiscali (si vuole pagare
meno la benzina soltanto per essere liberi di rombare con il
macchinone, ed è il Fisco il principale responsabile del prezzo del
carburante), l’invito al boicottaggio della Esso fatto da Greenpeace ha
una motivazione etica ed ha ottime possibilità di riuscita. E’ una
forma pacifica di protesta, presente in numerosi paesi.

Come trovate descritto sul sito italiano di Greenpeace presso

http://www.greenpeace.it/stopesso

l’iniziativa di Greenpeace è una “azione responsabile e nonviolenta…
per esprimere efficacemente dal basso la volontà della
stragrande maggioranza della popolazione”
. L’invito è a fare “un gesto concreto contro la guerra – non finanziare chi le dà energia”.
Secondo Greenpeace, infatti, Exxon sarebbe, fra le compagnie
petrolifere, la maggiore beneficiaria dell’intera operazione militare
in Iraq. Un’ipotesi assai plausibile, dato che Exxon è la maggiore
compagnia petrolifera del mondo; trovate tutta la documentazione sul
sito di Greenpeace.

Oltre ad avere un contenuto moralmente assai più difendibile, questa
forma di boicottaggio è efficace, diversamente da quella mirata
soltanto a far calare il prezzo alla pompa. Infatti come spiegato
presso Clarence.com

http://www.clarence.com/staff/mao/archives/001050.html


“secondo un recente sondaggio dell’agenzia Mori, nell’arco di un
anno, il numero degli inglesi che hanno dichiarato di rifornirsi
periodicamente nelle stazioni Esso è sceso di un quarto e circa un
milione di guidatori hanno deciso di boicottare la compagnia per
la sua politica in merito ai cambiamenti climatici. Dalla ricerca
emerge che, alla domanda su dove si riforniscono regolarmente di
carburanti, nel 2001 il 26% aveva risposto Esso contro il 19%
dell’ultimo sondaggio.”

In altre parole, questo tipo di iniziativa funziona: il
consumatore accorto può davvero influenzare il modo di operare delle
società petrolifere, punendo quelle eticamente scorrette e premiando
quelle che prestano ascolto alle campagne contro l’inquinamento, per
esempio. Cito sempre da Clarence: “Che una politica più attenta alle esigenze di
tutela ambientale sia oramai una strategia anche per il mercato, è
dimostrato dal dato, rilevato dalla stessa agenzia, che la British Petroleum,
che al contrario ha deciso di non disconoscere le proprie
responsabilità sui cambiamenti climatici e sta investendo molte risorse
nella ricerca su fonti rinnovabili, è passata da 18% al 21% nelle
preferenze dei guidatori.”

Per farla breve: la
campagna promossa da Greenpeace non ha niente a che vedere con la
bufala che ho descritto, e non è assolutamente una perdita di tempo.

Antibufala benzina 3: coinvolto un professore

Come al solito, anche stavolta la distribuzione incontrollata degli
appelli più squinternati fa “vittime” innocenti. Ricevo infatti da un
professore dell’Università di Pisa la richiesta di segnalare che
un’altra bufala sul boicottaggio per ridurre il prezzo alla pompa,
quella descritta presso

http://www.attivissimo.net/antibufala/caro_benzina.htm

circola anche in una
versione accompagnata in calce dal suo nome, cognome, indirizzo del luogo di lavoro, numeri di
telefono, ed indirizzo e-mail, in maniera tale che ne sembra
l’autore, cosa assolutamente falsa.

Non è un fenomeno nuovo: per esempio, l’appello-bufala per la povera
Rachel che riceverebbe 32 cent per ogni copia dell’appello che mandate

http://www.attivissimo.net/antibufala/george_arlington.htm

ha visto coinvolti l’Istituto Superiore di Sanità e altri enti
pubblici di prestigio, che si sono trovati ad essere involontari
“firmatari” dell’appello, facendolo sembrare autentico.

In questo caso, il professore smentisce in maniera categorica di essere l’autore dell’invito al boicottaggio.

Il caso del professore è tipico delle conseguenze nefaste di chi,
per varie ragioni, si ritrova ad avere il proprio nome associato a una
bufala. Come racconta il professore stesso, “da diverse settimane mi
arrivano ogni giorno decine di e-mail e telefonate con richieste di
chiarimento, commenti di tutti i tipi, ed anche insulti. Ho quindi
cercato di rispondere a tutti i messaggi che mi sono arrivati con
delle smentite e richieste di interrompere la catena. Tuttavia, negli
ultimi giorni la divulgazione di questo messaggio sembra invece
aumentare esponenzialmente (forse anche grazie a questa firma,
ritenuta da qualcuno “autorevole”).”

Ma
come sempre le sue risposte individuali e le sue smentite non bastano,
per cui si è rivolto al Servizio Antibufala nella speranza che questo
possa dare più visibilità alla reale situazione. Riporto pertanto
integralmente il testo della sua smentita, e mantengo riservato il suo
nome per non esporlo ulteriormente alla persecuzione derivante da
questa bufala:

Oggetto: Bufala boicottaggio benzina

Da diverso tempo gira nella rete un messaggio a catena con una
proposta di boicottaggio per ridurre il prezzo della benzina. Si
tratta di una “bufala” in giro dal luglio 2002, come si
puo’ vedere, ad esempio, nel sito web
http://www.attivissimo.net/antibufala/caro_benzina.htm

Ultimamente (cioè da circa fine gennaio) è stata immessa in rete
una versione del messaggio originale con aggiunti in calce il nome,
cognome, luogo di lavoro, recapiti telefonici ed e-mail di un
professore dell’Università di Pisa, in maniera tale che ne sembrasse
l’autore, cosa, ovviamente, del tutto falsa.

Qualora riceveste (o abbiate già ricevuto) tale messaggio, siete
quindi vivamente pregati non solo di non continuare la catena ma
anche, se possibile, di far pervenire questa smentita a più persone
possibile che pensiate possano aver ricevuto il messaggio stesso. Grazie.

Antibufala: lo strano caso di Valentin, che muore di freddo in
Russia. Da tre anni

L’appello circola in varie lingue:
Valentin Mikhaylin, uno studente di Kaluga, in Russia, ha la madre
invalida. Fa tanto freddo, molta gente è già morta per
il gelo, e anche lui sente la morte vicina. Così ha pensato di
usare la connessione Internet della sua facoltà per chiedervi
aiuto. Potreste mandargli coperte, sacchi a pelo, medicinali e cibo
al suo indirizzo di casa? Anche i soldi vanno bene, anzi forse sono
anche più pratici.

Come forse avrete sospettato, tutto fa pensare che si tratti di
una truffa, per una serie di motivi descritti chiaramente da
Hoaxbuster.com
(http://www.hoaxbuster.com/hoaxliste/hoax.php?idArticle=6296,
in francese).

Primo: questo appello è stato
ricevuto da centinaia di migliaia di utenti della Rete, al punto di
essere segnalato ripetutamente come “abusatore di Internet”
nei newsgroup it.news.net-abuse e
news.admin.net-abuse.sightings, specializzati nella
segnalazione di questi comportamenti scorretti. Come fa uno studente
disperatamente povero ad avere le risorse necessarie per un’invio di
massa del genere, degno del più agguerrito degli spammer? Di
certo non gli bastano la “connessione Internet gratuita”
della facoltà dove studia e un normale programma di posta
elettronica.

Secondo: come fa uno studente a
procurarsi gli indirizzi delle centinaia di migliaia di utenti che
hanno ricevuto il suo appello?

Terzo: l’appello, in numerose varianti,
circola dal 1999. Valentin dice sempre che “ La morte è
vicina anche a noi”
, ma mi pare che sappia tenerla a
distanza piuttosto benino.

Quarto: come mai nella versione del
1999 di questo appello Valentin Mikhaylin si presentava come un
professore, anziché come uno studente?

Quinto: come mai c’è un appello
(http://www.h-debate.com/listahad/26-11.htm)
in cui un Valentin Mikhaylin, abitante allo stesso identico
indirizzo, precisa che ha bisogno solo di “vestiti da uomo
taglie L e XL” e “scarpe da uomo taglia 44-45”?
Tutta gente fatta con lo stampino, a Kaluga? Le donne di Kaluga non
patiscono il freddo? I bambini neppure?

Ovviamente si potrebbe tagliare la
testa al toro andando a Kaluga a vedere chi abita all’indirizzo
indicato: se qualcuno mi paga il viaggetto, lo faccio volentieri.
Tuttavia, anche senza arrivare a questi estremi, gli indizi e le
strane circostanze tecniche riguardanti la sua massiccia diffusione
sembrano indicare più che chiaramente che l’appello è
una truffa organizzata.

Esiste un fiorente mercato nero dei
generi di prima necessità in Russia, e a qualcuno potrebbe
essere venuta l’idea di far leva sul buon cuore della gente e indurla
a mandare indumenti smessi e cibo, che poi verrebbero rivenduti.
L’appello, oltretutto, suggerisce non troppo discretamente che è
meglio mandare soldi.

Pertanto questo appello va considerato
bufala, anzi truffa, fino a prova contraria. Perché rischiare?
Dopotutto, se volete fare del bene agli abitanti di Kaluga, vi basta
rivolgervi a organizzazioni più affidabili, come la Croce
Rossa, piuttosto che a uno sconosciuto dai comportamenti assai
sospetti.

L’indagine antibufala completa sul caso
di Valentin è presso
http://www.attivissimo.net/antibufala/valentin_russia.htm.

Ciao da Paolo.

 

Questo articolo è una ripubblicazione della newsletter Internet per tutti che gestivo via mail all’epoca. L’orario di questa ripubblicazione non corrisponde necessariamente a quello di invio della newsletter originale. Molti link saranno probabilmente obsoleti.

[IxT] #2003-017 (11/3/2003). Antibufala: come ti risolvo il caro-benzina? Boicottando Shell e Esso

Sembra esserci un boom di catene di
sant’Antonio riguardanti i prezzi di benzina e petrolio; sarà
l’effetto Iraq. La bufala di oggi riguarda in particolare un appello
che dichiara di provenire dalla Francia. “Siamo venuti a
sapere di un’azione comune per esercitare il nostro potere nei
confronti delle compagnie petrolifere: semplice e geniale! “

inizia l’appello.

“I petrolieri e l’OPEC ci hanno condizionati a credere
che un prezzo che varia tra 0,95 e 1 euro al litro sia un buon
prezzo, ma noi possiamo far loro scoprire che il prezzo conveniente è
la metà…. La proposta è che, da qui alla fine
dell’anno, non si compri più benzina delle due più
grosse compagnie, SHELL e ESSO, che peraltro ormai formano una
compagnia soltanto. Se non venderanno più benzina, saranno
obbligate a calare i prezzi. Se queste due compagnie calano i prezzi,
le altre dovranno per forza adeguarsi.”

L’appello si conclude con due perle di prima grandezza: “Inviate
dunque questo messaggio a dieci persone, chiedendo loro di fare
altrettanto. Abbiamo calcolato che, se tutti sono abbastanza veloci
nell’agire, potremmo sensibilizzare circa 300 milioni di persone in
otto giorni.”
. Più che “sensibilizzare”,
direi “spammare”, dato che l’idea di diffondere trecento
milioni di messaggi inutili è proprio tipica dello spamming
più abietto. “E’ certo che, ad agire così, non
abbiamo niente da perdere, non vi pare ?!”
Certo, niente da
perdere se non la faccia.

Il progetto proposto dall’appello,
infatti, non sta in piedi. L’appello dichiara di ambire a dimezzare
il prezzo della benzina (“noi possiamo far loro scoprire che
il prezzo conveniente è la metà”
), ma si
scontra con un piccolo particolare: perlomeno in Italia e in gran
parte dei paesi europei, il prezzo della benzina alla pompa è
costituito per oltre la metà da tasse. Di queste tasse non va
nulla in tasca a “petrolieri e OPEC”. Va tutto al fisco.

Per la precisione, in Italia il prezzo della benzina è
composto da prezzo industriale (quello che va ai produttori), accisa
e IVA al 20% (che vanno al fisco). Secondo dati di febbraio 2003,
citati da Il Nuovo del 5 febbraio 2003
(http://www.ilnuovo.it/nuovo/foglia/0,1007,169190,00.html)
e confermati da altri siti come
http://www.tecnici.it/indici/default.asp?nam=benzina,
che dichiara “dati forniti dal Ministero dell’Industria”,
quasi tre quarti di quello che si paga al distributore va al Fisco.

Per dirla con Il Nuovo, i prezzi finali
dei carburanti “sono infatti la risultante del prezzo
industriale a cui va aggiunta l’accisa e l’Iva al 20% applicata sul
totale delle prime due voci. Dunque, degli 1,095 euro che arriva a
costare agli automobilisti un litro di verde, solo 0,371 euro circa
sono legati all’effettivo costo del carburante. La parte rimanente,
pari a 0,724 euro, è invece costituita da tasse (0,542 euro il
peso dell’accisa e 0,1825 quello del’Iva)”
.

In altre parole, i produttori possono
decidere di ridurre quei 37 eurocent al litro; sulle altre voci non
hanno modo di intervenire. Supponiamo, giusto per ridere, che in un
impeto di mirabile generosità, magari scossi da questo
appello, i produttori decidano di lavorare gratis (e come loro i loro
dipendenti e i benzinai) e rinuncino completamente alla loro quota,
regalando benzina. La benzina scenderebbe da 109,5 eurocent a 72,4
eurocent (ossia da 2120 a 1400 vecchie lire), ma di certo non si
dimezzerebbe come promette l’appello.

E’ comprensibilmente difficile che i
produttori di petrolio decidano di rinunciare a tutti i loro ricavi:
diventerebbe un tantinello difficile pagare gli stipendi ai loro
dipendenti. Ma chissà, magari un appello del genere potrebbe
perlomeno indurli a ridurre la loro quota di ricavi.

Può darsi. Ma l’effetto della
riduzione dei ricavi sul prezzo della benzina sarebbe modesto. Per
esempio, supponiamo che le società petrolifere, messe sotto
pressione dalla campagna promossa dall’appello, riducano del 20% i
propri ricavi. Sarebbe un risultato industrialmente ragguardevole,
dato che come qualsiasi azienda, le società petrolifere hanno
alcuni costi di produzione non comprimibili: stipendi e tasse,
ammortamento degli impianti, materie prime e materiali di consumo,
eccetera.

Ho fatto due conti, e persino in un
caso così improbabile, la riduzione alla pompa ammonterebbe in
totale a 9,5 eurocent. In altre parole, quand’anche le società
riducessero miracolosamente del 20% i propri ricavi (sottolineo
ricavi, non guadagni) senza schiattare, la benzina calerebbe soltanto
di 180 lire al litro. Meno del dieci per cento.

Insomma, questi appelli al boicottaggio
selettivo dei distributori di benzina sono rivolti al bersaglio
sbagliato. E’ il fisco, non l’OPEC, che si mangia i tre quarti di
quello che paghiamo alla pompa. Ma col fisco non si può
discutere e non si possono fare boicottaggi, per cui questi appelli
si sfogano prendendosela con chi invece c’entra poco: la classica
sindrome del “se la moglie ti rimprovera, dai un calcio al
cane”
. Non andare a far benzina presso una catena di
distributori e farla invece in un’altra, naturalmente, per il fisco
non fa nessunissima differenza.

In realtà il modo per ridurre
subito la spesa affrontata al distributore c’è, e non richiede
catene di sant’Antonio o improbabili boicottaggi. Basta guidare un
po’ più piano e meno nervosamente, magari rispettando i limiti
di velocità cittadini, visto che il ciclo urbano di continue
brusche accelerazioni e brusche frenate è quello che fa
schizzare verso l’alto i consumi. Rispettare i limiti di velocità,
inoltre, avrebbe anche il non trascurabile effetto collaterale di
ridurre il numero impressionante di morti per incidenti stradali.

Novemila l’anno, in Italia. Pensateci.

L’indagine antibufala completa è
a vostra disposizione presso

http://www.attivissimo.net/antibufala/caro_benzina_idea_francese.htm

Nuovo Office, documenti in formato Palladium

La prossima versione di Office
consentirà di cifrare con una semplice cliccata e-mail,
spreadsheet e documenti, consentendone stampa e lettura soltanto agli
utenti autorizzati. Rivoluzione nella tutela della riservatezza o
tattica per creare ulteriore dipendenza negli utenti? Ho scritto
un’analisi in proposito, la trovate qui:

http://www.apogeonline.com/webzine/2003/03/11/01/200303110101

Webcam!

Visto che alcuni lettori
particolarmente amanti dell’orrido si sono lamentati che la mia
webcam è spenta da mesi, l’ho riaccesa alla fine di una
soffertissima installazione di un nuovo PC sul quale coabitano
Windows XP e Linux. Un giorno vi racconterò cosa mi è
capitato, ma devo aspettare che mi passino i travasi di bile causati,
stranamente, più da XP (che pure era preinstallato e avrebbe
dovuto funzionare subito) che da Linux.

Se volete inquietarvi, la webcam è
disponibile (in orari di lavoro e ogni tanto anche di notte) qui:

http://members.xoom.virgilio.it/attivissimo/webcam.htm

Recensione su Repubblica

Grazie a tutti coloro che mi hanno
inviato la scansione della recensione del Servizio Antibufala sul
Venerdì di Repubblica!

Antibufala del Politecnico: aggiornamento

Il 10/3/2003 ho ricevuto dal professor
Rodolfo Soncini Sessa, del Politecnico di Milano, una sua nota di
chiarimento. Il professore mi ha chiesto di pubblicarla, e così
ho fatto. La trovate qui:

http://www.attivissimo.net/antibufala/perche_si_fa_guerra2.htm

L’indagine completa è invece
qui:

http://www.attivissimo.net/antibufala/perche_si_fa_guerra.htm

Ciao da Paolo.

 

Questo articolo è una ripubblicazione della newsletter Internet per tutti che gestivo via mail all’epoca. L’orario di questa ripubblicazione non corrisponde necessariamente a quello di invio della newsletter originale. Molti link saranno probabilmente obsoleti.

[IxT] #2003-016 (8/3/2003). Festa delle donne, chi si ricorda di Amina?

Sembra purtroppo scivolato nel dimenticatoio il caso di Amina
Lawal, la donna nigeriana condannata alla lapidazione come in
precedenza era capitato a Safiya Hussaini. Mi ero permesso
cinicamente di commentare che la prima Safiya vende (copie di
giornali), la seconda stufa, e purtroppo ci ho azzeccato. La maggior
parte dei media sta trascurando il suo caso, e soltanto pochi siti
Web dedicati ai diritti umani se ne occupano.

Sul caso di Amina circola una catena di
sant’Antonio che invita a sottoscrivere un appello di Amnesty
International: a parte i suoi dettagli truculenti e discutibili
(“Manca solo un mese e poi la nuova vincitrice nigeriana del
concorso “sforna un bambino e muori con la testa sfasciata”
verrà dovutamente lapidata. L’altra notte ho visto come
lapidano la gente secondo la Sharia”
eccetera) l’invito,
una volta tanto, non è affatto una bufala, dato che presso il
sito italiano di Amnesty citato nella catena

http://www.amnesty.it/primopiano/nigeria/nigeria.php3

c’è un dossier sul caso di
Amina, che include un appello da sottoscrivere e inviare
(presumibilmente via e-mail) al presidente nigeriano Obasanjo.
L’appello di Amnesty, al momento in cui scrivo, ha raccolto circa
270.000 adesioni.

Ho sempre molti dubbi sull’efficacia
degli appelli inviati via e-mail (una lettera scritta è
psicologicamente molto più tangibile), ma vista la posta in
gioco, non mi sento di invitare a bloccare questa catena di
sant’Antonio. Considerato inoltre il disinteresse dei media
ufficiali, l’unico modo di informare il pubblico di questa terribile
situazione è la Rete.

Se decidete pertanto di diffondere
l’appello, consiglio di aggiungervi una precisazione importante: la
data di scadenza, in modo che non circoli in eterno, e magari il
riferimento ad alcuni dei siti che si occupano del caso di Amina che
cito qui sotto.

Infatti è previsto un
aggiornamento a breve: secondo quanto riportato dal sito
Amnistiaporsafiya.org e dal sito inglese di Amnesty International

http://web.amnesty.org/web/content.nsf/pages/gbr_nigeria

il 25 marzo 2003 si terrà
l’udienza di ricorso contro la condanna di Amina alla lapidazione
(ringrazio ezio.f***o per la segnalazione). La catena attuale,
invece, parla genericamente di “solo trenta giorni di
tempo”
, senza dare date precise. Il che significa,
ovviamente, che anche fra un mese o fra un anno ci saranno sempre
“solo trenta giorni di tempo”, rendendo quindi
inutilmente eterna questa catena.

Se vi saranno aggiornamenti al caso di
Amina, li troverete sicuramente segnalati sul sito di Amnesty
International, sul sito antibufala Snopes.com

http://www.snopes.com/inboxer/petition/amina.htm

che vi invito a visitare (è in
inglese) perché spiega le differenze fra il caso di Amina e
quello di Safiya (Safiya fu salvata grazie al cavillo che
l’”adulterio” era avvenuto prima dell’entrata in vigore
della Sharia) e i motivi per cui l’appello al presidente Obasanjo
difficilmente avrà effetto (Obasanjo, cristiano, è
contrario alla sentenza, ma in pratica non ha poteri che gli
consentano di interferire nella decisione, a causa del sistema
federale sul quale è basata la Nigeria, musulmana al nord e
cristiana al sud).

Naturalmente, nei limiti delle mie
scarse risorse, terrò aggiornata anche la mia pagina
antibufala:

http://www.attivissimo.net/antibufala/amina_lawal.htm

Ciao da Paolo.

 

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che gestivo via mail all’epoca. L’orario di questa ripubblicazione non
corrisponde necessariamente a quello di invio della newsletter
originale. Molti link saranno probabilmente obsoleti.

[IxT] #2003-015 (7/3/2003). Gonne giapponesi, guerra e Politecnico

Antibufala: quelle maliziose gonne “trasparenti”
giapponesi

“Prima o poi arrivano anche da
noi………….”
inizia l’appello che circola in Rete da
metà febbraio. “Non sono gonne trasparenti. Sono
stampe sulle gonne che fanno sembrare che si vedano le mutande:
attualmente molto di moda in Giappone. Non mi sembra ci siano anche
per l’uomo, dovremo attendere un po’.”

L’appello è accompagnato da una
serie di foto che sembrano mostrare gonne sulle quali sono stampate
immagini di gambe e posteriori mutandati che danno l’illusione di
essere quelli della persona che indossa la gonna.

Altro che nuova moda giapponese! Le
immagini sono dei fotomontaggi digitali. Lo si nota da un particolare
rivelatore in una delle immagini, quella della donna con la borsetta
marrone: il bordo della mutandina, sul gluteo sinistro, si vede
attraverso la maniglia della borsetta. Basta ingrandire l’immagine
per notarlo.

Inoltre, come segnalato dal famoso sito antibufala Snopes.com
presso http://www.snopes.com/photos/skirts.asp,
in tutte le foto le immagini delle mutande e delle gambe sono sempre
perfettamente allineate con la posizione del sedere e delle gambe
delle “modelle”, cosa impossibile da ottenere nella
realtà. Il fotomontaggio è ottenuto abbastanza
semplicemente, scattando due foto alla “modella” nella
medesima posizione: una con la gonna e una senza. Poi con il
fotoritocco digitale si fondono le due immagini.

Il fatto che sia una bufala è confermato ulteriormente da
altre fonti come ad esempio il sito Web di moda Japanese Streets
(http://www.japanesestreets.com/jsnews),
che il 22 febbraio 2003 ha pubblicato un articolo, “Fashion
Hoax Fools People Worldwide”
, che riporta il testo inglese
di questa bufala, grosso modo corrispondente a quello italiano: “What
you see below are not see-thru skirts. They are actually prints on
the skirts to make it look as if the panties are visible and the
current rage in Japan.”

Japanese Streets riferisce che “in molti hanno scritto a
Kjeld Duits, giornalista e fotografo di moda operante in Giappone”

nonché gestore del sito stesso “chiedendo aiuto per
trovare chi produce questi indumenti”
, ma Duits chiarisce
che la gente “non si rende conto che questo tipo di
fotomontaggi è molto popolare nelle riviste porno giapponesi
più economiche”
. Duits, in una intervista per il
Toronto Star
(http://www.thestar.com/NASApp/cs/ContentServer?pagename=thestar/Layout/Article_Type1&c=Article&cid=1035778292167&call_pageid=973280119494&col=969048867776)
racconta che queste riviste spesso affermano di aver scattato queste
immagini usando “un obiettivo speciale che consente loro di
fotografare attraverso i vestiti”
. Se a qualcuno questo
ricorda certi “occhiali a raggi X” pubblicizzati da certi
fumetti in epoche ormai passate e più ingenue, è in
buona compagnia.

Chi ci è cascato? A parte i
tanti utenti della Rete che hanno propagato questa bufala, lo stesso
articolo del Toronto Star riferisce che ha abboccato anche il
giornale Sunday Mail del Queensland, in Australia, con un articolo
intitolato “A Cheeky Skirt” che sostiene (senza prendersi
la briga di verificare) che questi indumenti “stanno impazzando
a Tokyo”. A riprova che le penne rubate all’agricoltura non
sono un’esclusiva italiana.

Attenzione, però: in in certo
senso, la bufala potrebbe diventare realtà: infatti Duits
riferisce che un importatore israeliano, al quale ha spiegato che
quelle gonne non esistevano, avrebbe deciso di fabbricarle. In tal
caso, però, le leggi dell’ottica obbligheranno a risultati
molto meno realistici di quelli mostrati nei fotomontaggi di questo
appello.

Un altro modo in cui le immagini riprese attraverso i vestiti
potrebbero diventare realtà è la tecnologia del
terahertz imaging, descritta ad esempio presso Space.com
(http://www.space.com/businesstechnology/technology/t-ray_camera_020613.html),
che racconta delle prove pratiche condotte dall’agenzia spaziale
europea: l’articolo mostra una foto di una mano ripresa attraverso un
ostacolo opaco di un centimetro e mezzo di spesso (un blocco note) e
un’immagine di una persona vestita, “denudata” da questa
tecnologia.

Non eccitatevi: le immagini vanno bene
per rivelare un’arma nascosta, ma per il resto non sono paragonabili
ai fotomontaggi giapponesi, che sono e restano bufale.

Scansioni e recensioni

Grazie ai lettori che mi hanno mandato
la citazione del Servizio Antibufala della rivista Max. Nel
numero del mese prossimo dovrebbe esserci una mia intervista, per cui
avete finalmente un motivo serio (donnine a parte, insomma) per
acquistarla.

Un lettore mi ha segnalato che il
Servizio Antibufala è stato citato dal Venerdì di
Repubblica di oggi 7/3/2003. Siccome non abito in Italia, se qualcuno
fosse così gentile da appagare la mia smisurata vanità
e scansionarmene una copia, gliene sarei grato.

Quel benedetto “Manuale di autodifesa telefonica”

Molti ma molti anni fa scrissi un
testo, il “Manuale di autodifesa telefonica” (una
guida ai trucchi della telefonia italiana dell’epoca), e lo
distribuii in Rete, o per meglio dire su Fidonet. Misteriosamente,
nei miei archivi non ne ho più traccia, salvo una bozza assai
incompleta. Qualcuno ne ha una copia?

Antibufala: perché si fa una guerra, rispondono professore
e studente

Sono stato contattato direttamente dal
professor Rodolfo Soncini-Sessa, del Politecnico di Milano (citato
qui con il suo permesso), che tiene il corso da cui sarebbero state
tratte le informazioni citate nell’appello “Perché si
fa una guerra”
, già descritto nella newsletter
scorsa, che mi ha chiarito la sua estraneità all’appello. Come
già accennato, l’appello è invece una libera
interpretazione, da parte di uno studente, di una risposta fornita
dal professore al termine di una lezione.

Mi ha scritto anche lo studente autore
della presentazione PowerPoint che accompagna l’appello, chiedendo di
pubblicare una rettifica. Il testo integrale della rettifica e un
massiccio aggiornamento dell’indagine antibufala sono disponibili
presso

http://www.attivissimo.net/antibufala/perche_si_fa_guerra.htm

I punti salienti della rettifica sono
questi. “Ho appreso che la presentazione da me creata
contiene parecchi errori, anche gravi, che stanno causando un danno
di immagine al Politecnico di Milano, ad un suo docente ed ai
soggetti che ho erroneamente menzionato nel file, a cui vanno le mie
scuse”
spiega lo studente, che ha richiesto l’anonimato.
“questo file non è in alcun modo uno studio del
Politecnico
[..] la presentazione, che avevo creato per un
ristretto gruppo di amici, non voleva in alcun modo essere un atto
diffamatorio nei confronti dei soggetti relativamente ai quali ho
detto cose non vere.”

Lo studente prosegue chiarendo alcuni
degli errori più vistosi: “nessuna delle compagnie
petrolifere è di proprietà statale americana […] in
particolare non lo sono la Tamoil, la Shell e la Esso, da me
esplicitamente menzionate […] in Venezuela non operano compagnie
petrolifere straniere da quando, 26 anni fa, la gestione
dell’estrazione del greggio è stata nazionalizzata […]
L’organizzazione umanitaria Emergency, di cui invitavo a
sottoscrivere l’appello contro la guerra, non ha avuto alcun ruolo
nella vicenda della creazione e della diffusione del file.”

Insomma, sul fatto che i dati siano
palesemente errati non ci piove. Resta il dubbio che possa essere
vero il ragionamento di fondo dell’appello, ossia che la Guerra del
Golfo sarebbe stata pagata da “noi”, dove non è
chiaro se “noi” significa “noi consumatori europei”
o “noi consumatori (compresi quelli americani)”.

Un sito Web, Tempi.it, ha analizzato questo appello in un
documentato articolo di Rodolfo Casadei
(http://www.tempi.it/archivio/articolo.php3?art=4893),
che osserva in proposito che “viene da chiedersi perché
sauditi e yankees abbiano voluto liberare il Kuwait, se col petrolio
a 42 dollari ci guadagnavano tanto”
e che “all’impennata
del prezzo del greggio nel ’91 seguirono tre anni di
depressione economica: se il fisco americano ci aveva guadagnato
qualcosa nei 6 mesi di prezzi alle stelle, ci ha sicuramente rimesso
di più negli anni seguenti per la flessione del Pil.”

Difficile, dunque, sostenere anche il
ragionamento proposto dall’appello. Visto però che ci sono
quelli che vogliono solo sentire ciò che soddisfa i loro
preconcetti, anche se è falso, per questa indagine mi sono
beccato del “servo dei servi” e compagnia bella. Non
preoccupatevi, non mi scaldo per gli insulti degli incapaci. Incapaci
di leggere la premessa che avevo scritto nella pagina Web proprio per
scoraggiare questo tipo di reazione, e che mi permetto di ripetere
qui: “Questa non è un’indagine pro o contro
l’intervento militare in Iraq. Intende semplicemente valutare quanto
sia corretta una serie di affermazioni che circola in Rete con
l’apparenza di provenire da fonti autorevoli. L’esattezza o meno di
queste affermazioni non ha nulla a che vedere con le mie e vostre
opinioni sugli aspetti militari descritti nell’appello. La
disinformazione è un danno sempre e comunque.”

Ma si vede che a certa gente la verità
e la correttezza dei dati non interessano. Pronta ad accusare governi
e politici di manipolare ad arte le notizie e di diffondere dati
falsi, non esita però ad abbassarsi ad usare le stesse
squallide tattiche, purché servano ai propri interessi. Che
pena. Spero che la pace sia difesa più concretamente da gente
con un briciolo di onestà intellettuale in più.

Il più grande database del mondo

Immaginate un archivio di dati che cresce al ritmo di un terabyte
al giorno. Per chi non ha dimestichezza coi prefissi, “tera”
sta per mille miliardi. Significa che quell’archivio riempirebbe un
disco rigido da cento giga ogni due ore, o se preferite un CD al
minuto. Chi genera queste quantità impressionanti di dati è
lo SLAC (http://www.slac.stanford.edu)
di Stanford, dove i fisici delle particelle studiano i componenti
fondamentali della materia. Secondo Harvey Newman, professore di
fisica al Caltech, gli ultimi esperimenti ad alta energia già
devono gestire dati dell’ordine dei petabyte (un milione di miliardi
di byte) e si prevede che nei prossimi dieci anni questa cifra
aumenti di altre mille volte.

Tutto questo fa sembrare veramente misero il vostro nuovissimo PC?
C’è di peggio: anche la vostra connessione a Internet fa
schifo, qualunque essa sia, in confronto a quella offerta dai nuovi
record di trasmissione offerti dall’Internet prossima ventura,
denominata Internet2 (http://www.internet2.edu).
Il nuovo record di velocità, raggiunto il 6 marzo 2003 con la
partecipazione appunto dello SLAC, è di 923 megabit al
secondo, pari a quattro ore di film in DVD in meno di un minuto, fra
Sunnyvale (USA) ed Amsterdam.

Quattro ore di DVD in meno di un
minuto? Aspettate che lo sappiano quelli dell’antipirateria…

Web: cellulare batte PC due a uno

Che cosa succederà al Web quando
lo strumento di accesso principale non sarà più il PC,
ma il cellulare? Cifre alla mano, ormai manca poco. Meglio prepararsi
per tempo. L’abbinamento del Sony P800 con il browser Opera promette
rivoluzioni in Rete. Ho scritto un articoletto in proposito per
Apogeonline, lo trovate qui:

http://www.apogeonline.com/webzine/2003/03/04/01/200303040101

Ciao da Paolo.

 

Questo articolo è una ripubblicazione della newsletter Internet per tutti che gestivo via mail all’epoca. L’orario di questa ripubblicazione non corrisponde necessariamente a quello di invio della newsletter originale. Molti link saranno probabilmente obsoleti.

[IxT] #2003-014 (4/3/2003). Perché si fa una guerra? Te lo spiega il Politecnico

Sta imperversando nella Rete italiana
un documento in formato PowerPoint, del peso di circa 170K, che
descrive uno “studio del Politecnico di Milano”, secondo
il quale la presunta imminente guerra in Iraq sarebbe un colossale
affare che agli Stati Uniti non costerebbe un centesimo, ma dal quale
anzi gli USA trarrebbero circa 20 miliardi di dollari di guadagno, e
che la guerra sarebbe in realtà pagata da “noi”,
che presumibilmente saremmo noi europei.

L’indagine antibufala completa, con il
testo integrale dell’appello e le smentite del Politecnico e di
Emergency, è disponibile qui:

http://www.attivissimo.net/antibufala/perche_si_fa_guerra.htm

L’appello dichiara di provenire da una
fonte apparentemente autorevole: uno “studio” (o una
“lezione”) del Politecnico di Milano. Questo fa pensare
che si tratti di una serie di dati raccolta scrupolosamente,
attingendo alle fonti più affidabili e sottoposta al vaglio
scientifico che ci si aspetta da uno studio condotto da esperti
universitari. Purtroppo non è così.

Infatti non si tratta di uno studio del
Politecnico di Milano, ma semplicemente di “una risposta a una
domanda al termine di una lezione”, data da un professore, e
poi ripresa da uno studente che l’ha trasformata in un documento
PowerPoint, aggiungendovi parecchi svarioni. Inoltre il professore in
questione ha dichiarato (come potete leggere nell’indagine completa)
che l’unica fonte di tutti i dati è un libro di Lucia
Annunziata, sulla cui affidabilità non mi permetto dubbi, ma
che rimane comunque una fonte piuttosto indiretta e poco ufficiale
dalla quale attingere informazioni.

Non solo: i dati sono stati riportati
“a memoria”, come spiegato dal professore del
Politecnico, quindi senza verificarli sul testo dell’Annunziata. Con
tutto il rispetto per le capacità mnemoniche del professore,
questo che non promette bene per la loro esattezza. Infatti il
professore ha dichiarato, come potete leggere nell’indagine completa,
che le cifre sono diverse da quelle riportate nell’appello.

C’è di peggio: come accennavo,
l’appello che circola non è stato redatto direttamente da un
responsabile del Politecnico, ma semplicemente ripreso da uno
studente che, racconta il professore, “ha creato a mia insaputa
il file che sta circolando, indicando solo indirettamente che la
redazione non è mia (“Tratto da …”), senza
precisare che citavo a memoria (le cifre reali sono più alte
da quelle da me riportate), introducendo alcune imprecisioni (ad
esempio che le “sette sorelle [sono], tutte americane, di cui 5
di proprietà statale”) e notizie di cui non conosco
l’attendibilità”.

Riassumendo: l’appello si basa su dati
citati andando a memoria, tratti da un’unica fonte giornalistica, e
conditi con imprecisioni aggiunte da terzi. Altro che “studio
del Politecnico”.

I risultati di questa catena di
leggerezze sono piuttosto vistosi. L’appello, infatti, contiene
numerose inesattezze. Per esempio, il petrolio è salito sì
a 42 dollari il barile durante la Guerra del Golfo, ma per un periodo
breve, ed è sceso subito dopo a livelli inferiori a quelli
prebellici; pertanto sembra assai poco plausibile un fulmineo
“guadagno di 60 miliardi di dollari”.

L’affermazione che “nel Medio
oriente l’estrazione ed il commercio del petrolio è TOTALMENTE
in mano alle 7 sorelle (Shell, Tamoil, Esso…) tutte americane, di
cui 5 di proprietà statale americana” è
clamorosamente errata, e per ben tre ragioni:

— primo, l’estrazione ed il commercio del petrolio mediorientale
non è affatto “totalmente” in mano a società
americane: per esempio, società russe, cinesi e francesi hanno
sostanziosi contratti per l’estrazione del petrolio iracheno,
bloccati dall’embargo ONU
(http://www.msnbc.com/news/824407.asp?cp1=1).
La presenza statunitense è preponderante, ma non assoluta.

— secondo, non esistono compagnie
petrolifere “statali” negli USA. Sono tutte società
private. Pertanto la ripartizione dei presunti “guadagni”
fra “governo USA” e “privati USA” non ha
senso. Al massimo, si può dire che gli ipotetici guadagni sono
andati tutti alle società petrolifere statunitensi, ma non
certo al governo USA.

— terzo, la Tamoil è una
società libica e non una multinazionale USA, come si rileva
facilmente da una ricerca in Google.

L’appello afferma anche che le armi di
distruzione di massa sarebbero “sviluppabili solo con
un’altissima tecnologia e notevoli capitali, due cose che l’Iraq
proprio non possiede”. Purtroppo, invece, le tecnologie
necessarie per le armi chimiche sono molto modeste e l’Iraq dispone
sì dei capitali per fabbricarle, come ben sanno i curdi e come
dimostrato dalle recenti operazioni ONU di distruzione di testate
chimiche all’iprite e dalla distruzione dei missili al-Samoud II, che
di certo non costano noccioline. Così come di certo non
costano quattro soldi i numerosi palazzi faraonici di Saddam.

Ovviamente la presenza di errori così
macroscopici nel documento pone seri dubbi sull’esattezza delle altre
informazioni riportate. Il vero problema è che nessuna di
queste informazioni viene citata fornendo una fonte, e questo è
un pessimo modo di operare. Ci viene chiesto di credere sulla fiducia
a quanto viene detto: altro che “ragionare con la propria
testa” come dice l’appello.

Ma soprattutto, a prescindere
dall’esattezza o meno delle cifre citate, non sta in piedi il
ragionamento “la Guerra del Golfo l’abbiamo pagata noi”.
Secondo l’appello, l’avrebbero pagata “quelli che utilizzano il
petrolio… cioè noi!”. Questa frase sembra creare una
contrapposizione tra “noi” europei e “loro”
americani, per cui si ha l’impressione che gli USA, da bravi
capitalisti purosangue, abbiano fatto la guerra e intascato miliardi
di dollari spillandoli tutti agli europei.

Ma se il prezzo del petrolio aumenta,
aumenta in tutto il mondo, Stati Uniti compresi. E mi pare proprio
che anche gli americani consumino petrolio nelle loro auto, nel
riscaldamento e nell’industria, proprio come noi europei (forse di
più), e se il petrolio rincara, rincara anche per gli
americani. In altre parole, un rincaro del petrolio ricade su tutti i
paesi del mondo e persino sui militari e sui governi, dato che anche
loro devono pagare il carburante ai prezzi maggiorati.

La Guerra del Golfo, pertanto, l’hanno
pagata anche gli USA sotto forma di petrolio più caro. Si può
argomentare forse che c’è stato un arricchimento da parte
delle compagnie petrolifere a danno dei consumatori (di tutto il
mondo, americani compresi) e dei governi (di tutto il mondo,
americani compresi), ma si tratta di un arricchimento che ha
beneficiato anche le compagnie petrolifere non-USA (arabe, russe,
venezuelane, libiche, cinesi, francesi e britanniche, per esempio).
Di certo, insomma, la situazione non è così semplice
come viene dipinta dall’appello.

Il mio consiglio è pertanto di
non distribuire l’appello, in quanto contiene dati e ragionamenti
errati che di certo non aiutano la causa della pace come invece
dichiarano di voler fare. Non è certo con dati falsi e
ragionamenti incoerenti che si aiuta la gente a”ragionare con
la propria testa“.

Sul fatto che nell’intervento militare
in Iraq vi siano in gioco interessi economici enormi, come in
qualsiasi operazione militare, non vi è alcun dubbio.
L’aspetto bufalino sta nell’uso di dati errati, nelle dichiarazioni
di falsa autorevolezza e nel ragionamento “paghiamo soltanto
noi europei”. In tutti questi sensi, l’appello è una
bufala.

Un’altra ottima ragione per non
distribuire l’appello è che diffonderlo potrebbe causare dei
danni di immagine al Politecnico e/o ad Emergency, che un lettore
distratto potrebbe ritenere ideatori e “autenticatori”
della cosa. Visto il lavoro che fa Emergency in giro per il mondo,
non mi sembra il caso di distribuire dei documenti che rischiano di
provocargli un danno di immagine.

Insomma, questa è una classica
dimostrazione dei danni involontari che può causare la
diffusione di un appello senza le debite precauzioni: lo studente
l’ha fatto circolare, e chi ci rimette adesso è il professore,
tempestato di richieste di chiarimento e diffamato, in un certo
senso, dal fatto che gli vengono attribuite dichiarazioni
grossolanamente superficiali e inesatte.

Come craccare un PIN nella pausa pranzo

Qualche giorno fa ho scritto per
Apogeonline un articolo sui sistemi che proteggono le carte di
credito: è saltato fuori che sono molto più vulnerabili
di quanto si pensi. La scoperta di un esperto di sicurezza, che ha
dimostrato che bastano in media tredici tentativi a un addetto ai
lavori per scoprire il PIN di una carta i credito, ha mandato nel
panico la Diners, che ha tentato istericamente (e c’è
riuscita) di censurare la pubblicazione scientifica della notizia,
anche se ormai è di dominio pubblico. Un clamoroso esempio di
come la “security through obscurity” non funziona, eppure
viene ostinatamente utilizzata da banche e governi:

http://www.apogeonline.com/webzine/2003/02/25/01/200302250101

Trovate anche un approfondimento sulla
vulnerabilità delle carte di credito sulla rivista Wired (in
inglese):

http://www.wired.com/news/privacy/0,1848,57823,00.html

Ciao da Paolo.

 

Questo articolo è una ripubblicazione della newsletter Internet per tutti che gestivo via mail all’epoca. L’orario di questa ripubblicazione non corrisponde necessariamente a quello di invio della newsletter originale. Molti link saranno probabilmente obsoleti.