Sta imperversando nella Rete italiana
un documento in formato PowerPoint, del peso di circa 170K, che
descrive uno “studio del Politecnico di Milano”, secondo
il quale la presunta imminente guerra in Iraq sarebbe un colossale
affare che agli Stati Uniti non costerebbe un centesimo, ma dal quale
anzi gli USA trarrebbero circa 20 miliardi di dollari di guadagno, e
che la guerra sarebbe in realtà pagata da “noi”,
che presumibilmente saremmo noi europei.
L’indagine antibufala completa, con il
testo integrale dell’appello e le smentite del Politecnico e di
Emergency, è disponibile qui:
http://www.attivissimo.net/antibufala/perche_si_fa_guerra.htm
L’appello dichiara di provenire da una
fonte apparentemente autorevole: uno “studio” (o una
“lezione”) del Politecnico di Milano. Questo fa pensare
che si tratti di una serie di dati raccolta scrupolosamente,
attingendo alle fonti più affidabili e sottoposta al vaglio
scientifico che ci si aspetta da uno studio condotto da esperti
universitari. Purtroppo non è così.
Infatti non si tratta di uno studio del
Politecnico di Milano, ma semplicemente di “una risposta a una
domanda al termine di una lezione”, data da un professore, e
poi ripresa da uno studente che l’ha trasformata in un documento
PowerPoint, aggiungendovi parecchi svarioni. Inoltre il professore in
questione ha dichiarato (come potete leggere nell’indagine completa)
che l’unica fonte di tutti i dati è un libro di Lucia
Annunziata, sulla cui affidabilità non mi permetto dubbi, ma
che rimane comunque una fonte piuttosto indiretta e poco ufficiale
dalla quale attingere informazioni.
Non solo: i dati sono stati riportati
“a memoria”, come spiegato dal professore del
Politecnico, quindi senza verificarli sul testo dell’Annunziata. Con
tutto il rispetto per le capacità mnemoniche del professore,
questo che non promette bene per la loro esattezza. Infatti il
professore ha dichiarato, come potete leggere nell’indagine completa,
che le cifre sono diverse da quelle riportate nell’appello.
C’è di peggio: come accennavo,
l’appello che circola non è stato redatto direttamente da un
responsabile del Politecnico, ma semplicemente ripreso da uno
studente che, racconta il professore, “ha creato a mia insaputa
il file che sta circolando, indicando solo indirettamente che la
redazione non è mia (“Tratto da …”), senza
precisare che citavo a memoria (le cifre reali sono più alte
da quelle da me riportate), introducendo alcune imprecisioni (ad
esempio che le “sette sorelle [sono], tutte americane, di cui 5
di proprietà statale”) e notizie di cui non conosco
l’attendibilità”.
Riassumendo: l’appello si basa su dati
citati andando a memoria, tratti da un’unica fonte giornalistica, e
conditi con imprecisioni aggiunte da terzi. Altro che “studio
del Politecnico”.
I risultati di questa catena di
leggerezze sono piuttosto vistosi. L’appello, infatti, contiene
numerose inesattezze. Per esempio, il petrolio è salito sì
a 42 dollari il barile durante la Guerra del Golfo, ma per un periodo
breve, ed è sceso subito dopo a livelli inferiori a quelli
prebellici; pertanto sembra assai poco plausibile un fulmineo
“guadagno di 60 miliardi di dollari”.
L’affermazione che “nel Medio
oriente l’estrazione ed il commercio del petrolio è TOTALMENTE
in mano alle 7 sorelle (Shell, Tamoil, Esso…) tutte americane, di
cui 5 di proprietà statale americana” è
clamorosamente errata, e per ben tre ragioni:
— primo, l’estrazione ed il commercio del petrolio mediorientale
non è affatto “totalmente” in mano a società
americane: per esempio, società russe, cinesi e francesi hanno
sostanziosi contratti per l’estrazione del petrolio iracheno,
bloccati dall’embargo ONU
(http://www.msnbc.com/news/824407.asp?cp1=1).
La presenza statunitense è preponderante, ma non assoluta.
— secondo, non esistono compagnie
petrolifere “statali” negli USA. Sono tutte società
private. Pertanto la ripartizione dei presunti “guadagni”
fra “governo USA” e “privati USA” non ha
senso. Al massimo, si può dire che gli ipotetici guadagni sono
andati tutti alle società petrolifere statunitensi, ma non
certo al governo USA.
— terzo, la Tamoil è una
società libica e non una multinazionale USA, come si rileva
facilmente da una ricerca in Google.
L’appello afferma anche che le armi di
distruzione di massa sarebbero “sviluppabili solo con
un’altissima tecnologia e notevoli capitali, due cose che l’Iraq
proprio non possiede”. Purtroppo, invece, le tecnologie
necessarie per le armi chimiche sono molto modeste e l’Iraq dispone
sì dei capitali per fabbricarle, come ben sanno i curdi e come
dimostrato dalle recenti operazioni ONU di distruzione di testate
chimiche all’iprite e dalla distruzione dei missili al-Samoud II, che
di certo non costano noccioline. Così come di certo non
costano quattro soldi i numerosi palazzi faraonici di Saddam.
Ovviamente la presenza di errori così
macroscopici nel documento pone seri dubbi sull’esattezza delle altre
informazioni riportate. Il vero problema è che nessuna di
queste informazioni viene citata fornendo una fonte, e questo è
un pessimo modo di operare. Ci viene chiesto di credere sulla fiducia
a quanto viene detto: altro che “ragionare con la propria
testa” come dice l’appello.
Ma soprattutto, a prescindere
dall’esattezza o meno delle cifre citate, non sta in piedi il
ragionamento “la Guerra del Golfo l’abbiamo pagata noi”.
Secondo l’appello, l’avrebbero pagata “quelli che utilizzano il
petrolio… cioè noi!”. Questa frase sembra creare una
contrapposizione tra “noi” europei e “loro”
americani, per cui si ha l’impressione che gli USA, da bravi
capitalisti purosangue, abbiano fatto la guerra e intascato miliardi
di dollari spillandoli tutti agli europei.
Ma se il prezzo del petrolio aumenta,
aumenta in tutto il mondo, Stati Uniti compresi. E mi pare proprio
che anche gli americani consumino petrolio nelle loro auto, nel
riscaldamento e nell’industria, proprio come noi europei (forse di
più), e se il petrolio rincara, rincara anche per gli
americani. In altre parole, un rincaro del petrolio ricade su tutti i
paesi del mondo e persino sui militari e sui governi, dato che anche
loro devono pagare il carburante ai prezzi maggiorati.
La Guerra del Golfo, pertanto, l’hanno
pagata anche gli USA sotto forma di petrolio più caro. Si può
argomentare forse che c’è stato un arricchimento da parte
delle compagnie petrolifere a danno dei consumatori (di tutto il
mondo, americani compresi) e dei governi (di tutto il mondo,
americani compresi), ma si tratta di un arricchimento che ha
beneficiato anche le compagnie petrolifere non-USA (arabe, russe,
venezuelane, libiche, cinesi, francesi e britanniche, per esempio).
Di certo, insomma, la situazione non è così semplice
come viene dipinta dall’appello.
Il mio consiglio è pertanto di
non distribuire l’appello, in quanto contiene dati e ragionamenti
errati che di certo non aiutano la causa della pace come invece
dichiarano di voler fare. Non è certo con dati falsi e
ragionamenti incoerenti che si aiuta la gente a”ragionare con
la propria testa“.
Sul fatto che nell’intervento militare
in Iraq vi siano in gioco interessi economici enormi, come in
qualsiasi operazione militare, non vi è alcun dubbio.
L’aspetto bufalino sta nell’uso di dati errati, nelle dichiarazioni
di falsa autorevolezza e nel ragionamento “paghiamo soltanto
noi europei”. In tutti questi sensi, l’appello è una
bufala.
Un’altra ottima ragione per non
distribuire l’appello è che diffonderlo potrebbe causare dei
danni di immagine al Politecnico e/o ad Emergency, che un lettore
distratto potrebbe ritenere ideatori e “autenticatori”
della cosa. Visto il lavoro che fa Emergency in giro per il mondo,
non mi sembra il caso di distribuire dei documenti che rischiano di
provocargli un danno di immagine.
Insomma, questa è una classica
dimostrazione dei danni involontari che può causare la
diffusione di un appello senza le debite precauzioni: lo studente
l’ha fatto circolare, e chi ci rimette adesso è il professore,
tempestato di richieste di chiarimento e diffamato, in un certo
senso, dal fatto che gli vengono attribuite dichiarazioni
grossolanamente superficiali e inesatte.
Come craccare un PIN nella pausa pranzo
Qualche giorno fa ho scritto per
Apogeonline un articolo sui sistemi che proteggono le carte di
credito: è saltato fuori che sono molto più vulnerabili
di quanto si pensi. La scoperta di un esperto di sicurezza, che ha
dimostrato che bastano in media tredici tentativi a un addetto ai
lavori per scoprire il PIN di una carta i credito, ha mandato nel
panico la Diners, che ha tentato istericamente (e c’è
riuscita) di censurare la pubblicazione scientifica della notizia,
anche se ormai è di dominio pubblico. Un clamoroso esempio di
come la “security through obscurity” non funziona, eppure
viene ostinatamente utilizzata da banche e governi:
http://www.apogeonline.com/webzine/2003/02/25/01/200302250101
Trovate anche un approfondimento sulla
vulnerabilità delle carte di credito sulla rivista Wired (in
inglese):
http://www.wired.com/news/privacy/0,1848,57823,00.html
Ciao da Paolo.
Questo articolo è una ripubblicazione della newsletter Internet per tutti che gestivo via mail all’epoca. L’orario di questa ripubblicazione non corrisponde necessariamente a quello di invio della newsletter originale. Molti link saranno probabilmente obsoleti.
