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Nuova forma d’arte: rifare i trailer classici nello stile hollywoodiano di oggi

Nuova forma d’arte: rifare i trailer classici nello stile hollywoodiano di oggi

Date un’occhiata a questo trailer amatoriale ma molto professionale, che fa una parodia de I Dieci Comandamenti rimontando scene e musica in modo da produrre un trailer moderno in stile giovanile, secondo i canoni (o dovrei dire cliché) della produzione moderna dei trailer cinematografici. Anche se è in inglese, le immagini e il ritmo parlano da soli.

A quelli che dicono che i sistemi anticopia vanno bene così e non causano fastidio a nessuno se non ai pirati e ai disonesti, esempi come questo ricordano che il collage è una forma d’arte riconosciuta, basata sulla giustapposizione creativa di materiale altrui, ma vietata dai sistemi anticopia. Sistemi che per ora si possono eludere tecnicamente, ma al prezzo di violare la legge.

Ci sarebbe poi da considerare che i sistemi anticopia, in quanto eterni (privi di limiti temporali), violano l’attuale diritto d’autore, secondo il quale ogni opera tutelata diventa liberamente fruibile dopo un certo periodo (settant’anni dopo la morte dell’autore per i libri, per esempio). Un disco o un film protetto da sistemi anticopia non diventa mai liberamente fruibile. È legale che una misura tecnologica imponga limiti di fruizione più restrittivi di quelli previsti dalla legge?

Ma non voglio distogliervi dal videoclip. Oh, e se vi è piaciuto questo, date un’occhiata a un altro videotrailer dello stesso autore: Lo Squalo di Spielberg trasformato in una tragica storia d’amore incompreso fra uomo e pesce.

I discografici fanno causa ai morti: la RIAA insegue i pirati del disco anche nell’oltretomba

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La RIAA, l’associazione dei discografici statunitensi, non si ferma di fronte a nulla nella sua strenua lotta per la difesa della proprietà intellettuale contro l’orda dei pirati musicali. Li insegue persino al cimitero.

Riferisce Ars Technica che la signora Gertrude Walton è stata accusata in tribunale dalla RIAA di aver partecipato ai circuiti peer-to-peer mettendo in condivisione oltre settecento brani musicali non liberamente distribuibili. La signora Walton, tuttavia, non si è presentata di fronte al giudice, e per un’ottima ragione: è morta nel dicembre del 2004.

Potreste ipotizzare che la signora scambiasse musica prima della sua dipartita, ma a 83 anni, ne converrete, è abbastanza improbabile. Se poi considerate che non possedeva un computer e non voleva averne in casa, l’improbabile diventa impossibile.

La RIAA ha dapprima ignorato i chiarimenti forniti dalla figlia della signora Walton, con tanto di certificato di morte, ma di fronte alla consapevolezza della figuraccia, resa pubblica da vari siti Web, si è finalmente arresa e ha dichiarato, tramite il portavoce Jonathan Lamy, che la causa verrà abbandonata.

Per la RIAA, casi come questi sono banali errori amministrativi: non si può dire lo stesso per le loro vittime, costrette ad affrontare spese legali per dimostrare la propria innocenza. Chi rifonderà queste spese alla figlia della signora Walton e a tutti coloro che vengono accusati ingiustamente?

Abolire la tassa SIAE, lo chiedono i pirati... no, lo chiede (di nuovo) la BSA

Abolire la tassa SIAE, lo chiedono i pirati… no, lo chiede (di nuovo) la BSA

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La tassa SIAE, altrimenti nota come “equo compenso”, che grava in Italia e in quasi tutti gli altri paesi dell’Unione Europea su tutti i supporti vergini (CD, DVD, videocassette, memorie per fotocamere, eccetera), va abolita o perlomeno ridotta massicciamente. Lo chiede, stranamente, non il solito gruppo di cyberribelli e di fondamentalisti della copia a scrocco, ma la Business Software Alliance, ossia gente che di mestiere persegue chi copia a scrocco il software.

Non è la prima volta che la BSA se la prende con questa tassa. Lo aveva già fatto a ottobre 2005. Stavolta, però, torna alla carica in compagnia di altre organizzazioni di settore: come riferiscono The Register e Punto Informatico, la richiesta di abolire le imposizioni sui supporti viene fatta dalla BSA in coro con lo European American Business Council (EABC), la European Digital Media Association (EDiMA), la European Information and Communications Technology and Consumer Electronics Association (EICTA) e la Recording-media Industry Association of Europe (RIAE), cugina per vocazione e per assonanza della famigerata RIAA che va in giro a dire agli studenti di mollare gli studi e andare a lavorare per pagare le ammende per aver forse copiato musica illecitamente.

Quest’armata Brancaleone di sigle, riunite sotto l’ulteriore acronimo di CLRA (Copyright Levies Reform Alliance), ha detto nel suo comunicato stampa (PDF) che le tasse sui supporti vergini sono “inique, indiscriminate” e “sproporzionate”. Ma va’?

A supporto della propria tesi, la CLRA ha pubblicato uno studio sull’impatto economico di questo “equo compenso”, condotto su nove paesi dell’UE (Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Olanda, Spagna e Svezia) scelti fra quelli che tassano i supporti vergini.

Secondo questo studio, i governi di questi paesi incamerano sempre più soldi con quest’iniquità: dai 545 milioni di euro nel 2001 a circa 1570 milioni di euro nel 2006. Si stima che nel 2009 queste tassazioni frutteranno 2120 milioni di euro. Questi soldi, in teoria, vengono girati agli artisti, per cui in sostanza la pirateria (che ha comunque bisogno di supporti) dà loro da mangiare. E allora perché si lamentano?

I sistemi anticopia, dicono BSA e soci, rendono meno facile la duplicazione abusiva e quindi la tassa va ridotta in proporzione. I consumatori, per esempio, adesso pagano la tassa due volte: una quando comprano un brano online e una quando comprano un CD sul quale masterizzarlo. La pagano, aggiungo io, anche quando registrano su quel CD le proprie foto. Castigo senza delitto.

Oltretutto, nota la CLRA, la direttiva europea sul diritto d’autore, la EUCD, che prescrive che l’equo compenso cali man mano che aumentano i sistemi anticopia, viene largamente ignorata. Gli stati incassano e fanno finta di niente. E il meccanismo di distribuzione degli introiti è talmente distorto e incancrenito che i soldi dell’equo compenso vanno agli artisti che sono già ricchi. La SIAE è Robin Hood alla rovescia. Un mostro in calzamaglia.

Ma quest’avidità ha un prezzo, ed è per questo che BSA e soci si lamentano. Punto Informatico, per esempio, nota che un’azienda italiana del settore ha chiuso il proprio stabilimento, messa in ginocchio dalle eccessive tasse SIAE perché i consumatori si sono fatti furbi, pungolati oltretutto dalla palese ingiustizia di essere tassati anche quando masterizzano i propri dati personali, e sono andati all’estero a comperare CD e DVD vergini a pacchi.

Gli unici paesi UE che non tassano i supporti vergini sono il Regno Unito, l’Irlanda, il Lussemburgo, Cipro e Malta. Ora sapete dove andare a fare acquisti (anche via Internet).

Se volete saperne di più, sul sito della RIAE trovate dei PDF che contengono le mappe della tassazione dei supporti e dei dispositivi di registrazione nell’UE.

La Universal Pictures denuncia la pirateria di un film. All’indirizzo 127.0.0.1

La Universal Pictures denuncia la pirateria di un film. All’indirizzo 127.0.0.1

Figuraccia per la filiale francese della Universal Pictures: nell’ambito della propria lotta alla pirateria audiovisiva ha dato incarico a una società, la Trident Media Guard, di pattugliare Internet alla ricerca di violazioni del diritto d’autore e di denunciare gli indirizzi IP dei pirati per farli oscurare. Solo che fra gli indirizzi IP denunciati a Google, specificamente per aver piratato il film Jurassic World, c’è anche il 127.0.0.1.

Sì, avete capito bene: la TMG ha denunciato l’indirizzo IP del proprio computer, sul quale evidentemente c’era una copia (si spera legittima) del popolarissimo film. 127.0.0.1 è infatti per convenzione l’indirizzo locale di ogni dispositivo.

Il pasticcio ha naturalmente scatenato l’ilarità degli internauti ed è stato immortalato dal sito Chilling Effects, che si occupa della tutela degli internauti dalle denunce false o vessatorie. La domanda che molti si pongono, di fronte a incidenti come questo, è che se il sistema antipirateria della Universal è così impreciso da segnalare come pirata il computer sul quale lavora, quanti altri utenti denuncia e assilla senza reale motivo? Tanti, a quanto pare, perché fra i siti “pirata” denunciati da TMG c’è persino l’Internet Movie Database, un sito popolarissimo che cataloga i film ma non li offre per lo scaricamento.

Adesso chi è il pirata? Il Corriere della Sera pubblica le vignette altrui senza pagare i diritti

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Il Corriere della Sera ha pubblicato un libro di vignette realizzate da vari vignettisti in risposta all’attentato a Charlie Hebdo. Solo che l’ha pubblicato e messo in vendita senza pagare i diritti ai disegnatori. Persino un tipo pacato come Leo Ortolani (Rat-Man) s’è incazzato.

Leo_Ortolani
Tanto per essere chiari e non confondere libertà di espressione con “brigittebbardò-bardò”. http://t.co/ZLrSRbUBxQ
15/01/15 11:06

Altri vignettisti piratati dal Corriere hanno risposto ancora più vivacemente, come vedete qui accanto: “Cari ‘amici’ del Corriere… se volete ci mettiamo pure una ramazza in culo e vi puliamo la stanza!” scrive Rrobe qui. Wired.it ha pubblicato un elenco dei vignettisti coinvolti e ha raccolto le loro reazioni di disgusto.

Complimenti al Corriere, che come tanti giornali si erge a paladino del diritto d’autore e minaccia punizioni severe a chi osasse copiare uno dei suoi articoli, ma si sente in diritto di prendere le opere altrui e pubblicarle senza pagarle e senza neppure avere la cortesia di chiedere il permesso.

Giusto per chiarire un equivoco che confonde parecchia gente: il fatto di pubblicare su Facebook o Twitter una vignetta non significa rinunciare ai propri diritti d’autore. Le condizioni di contratto di questi social network concedono una licenza di pubblicazione al social network stesso. Non danno il permesso ad altri di rubare. Citare, sì; fare embedding, anche; ma non di prendere, stampare e vendere come ha fatto il Corriere della Sera.

Come se non bastasse, il Corriere pubblica a scrocco le vignette altrui in un libro “in difesa della libertà di stampa” ma censura le vignette che a suo parere possono offendere perché, dice, ci sono “sensibilità che vanno rispettate”. Fra queste, a quanto pare, non ci sono quelle dei vignettisti. Forse perché i vignettisti non irrompono nelle redazioni con la mitragliatrice in mano.

Non è finita. Il Corriere, di fronte alle proteste per questo suo atto di violazione del diritto d’autore, si difende scrivendo che “Aspettare di avere l’assenso formale di tutti gli autori, a nostro giudizio, avrebbe rallentato in maniera sensibile l’operazione”. Si vede che al Corriere usano ancora i piccioni viaggiatori e ignorano che esistono il telefono e le mail che permettono di contattare subito gli autori, come fanno nelle redazioni degli altri giornali all’estero.

E così viene distribuito nelle edicole d’Italia un libro pirata. Quale sarà la durissima reazione della SIAE di fronte a questo palese e sfrontato atto di violazione del copyright?

Getty Images apre i propri archivi d’immagini all’uso gratuito non commerciale

Getty Images apre i propri archivi d’immagini all’uso gratuito non commerciale

Chi vuole aggiungere immagini al proprio sito o blog spesso ricorre a immagini prese da Internet, senza riconoscerne la paternità e violando solitamente il diritto d’autore. I più diligenti e onesti ricorrono alle immagini di Wikipedia, liberamente usabili se se ne cita la fonte. Le foto di grande impatto, quelle usate commercialmente, finora erano troppo costose per un sito amatoriale.

Pochi giorni fa le cose sono cambiate: Getty Images ha deciso di concedere l’incorporamento gratuito, senza watermark, di una buona porzione del proprio vasto catalogo. Le regole dicono che le immagini non possono essere utilizzate “per qualsiasi scopo commerciale”, per cui un sito amatoriale che non generi introiti e non contenga pubblicità sulla quale guadagna l’utente dovrebbe essere libero di usare l’offerta di Getty Images. Le immagini concesse con questa licenza sono pubblicabili anche su Twitter e Tumblr.

In concreto, per usare una foto di Getty Images si procede andando alla pagina di ricerca e immettendo i criteri di ricerca (anche in italiano). Nella pagina dei risultati si lascia un istante il mouse sull’immagine che interessa: se compare l’icona dell’HTML (simbolo di minore, trattino, simbolo di maggiore), l’immagine può essere incorporata liberamente inserendo il codice nella pagina del blog o sito.

Le dimensioni dell’immagine incorporata possono essere modificate a piacimento e il codice include automaticamente una dicitura che evidenzia l’uso di Getty Images e indica l’autore dell’immagine. Cliccando su di essa si viene portati alla sua pagina nel sito di Getty Images, dove è possibile acquistarla per altri usi oppure pubblicarla su Tumblr o Twitter cliccando sulle rispettive icone.

Sembra insomma una soluzione vincente per tutti: gli utenti possono abbellire le proprie pagine senza violare il copyright, mentre Getty Images e i suoi fotografi guadagnano visibilità (e presumibilmente attirano acquirenti). L’unico neo del servizio è che al momento non è possibile chiedere di visualizzare soltanto le immagini incorporabili.

Oggi alle 15 sarò a Lugano per discutere di democrazia digitale

Oggi alle 15 a Lugano, presso la Libreria al Centro (ex Melisa), in via Vegezzi 4, parteciperò al dibattito eDem-Democrazia Digitale e partecipazione Online, strumenti e progetti, organizzato dall’Associazione Partito Pirata del Ticino. Nel dibattito interverranno anche Carlo Brancati (collaboratore a piattaforme di e-democracy), Lorenzo Losa (Wikimedia Foundation Italia), Ilario Valdelli (Community Manager Wikimedia Svizzera). È prevista la presenza di Alexis Roussel, Presidente del PPS. La pagina Facebook dell’evento è questa: l’incontro potrà essere seguito in diretta streaming su Youtube.

Il Corriere colto a violare il copyright: due pesi, due misure

Il Corriere colto a violare il copyright: due pesi, due misure

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Internet è il covo dei pirati; i giornali sono santi, puri e casti, ligi alle leggi e alle regole. Mai e poi mai i Ggiornalisti si abbasserebbero a violare il diritto d’autore, come fanno invece quei pezzenti dei blogger. Nooo. I Ggiornali ospitano strali delle varie case discografiche e cinematografiche che piangono perché Internet ha rubato loro foto, film e musica. Lo chiamano proprio così: rubare (c’è persino lo spot apposito, fatto – sublime ipocrisia – con musica di un artista olandese, usata senza il suo permesso). Internet, sei brutta e cattiva: vai dietro la lavagna.

Poi capita di aprire un quotidiano e scoprire perle come questa, a pagina 18 del Corriere di oggi (grazie a Luigi per la segnalazione e lo screenshot):

La mappa è stata “rubata” (il termine è quello che usano i discocinematografici) al suo autore, Vincenzo Cosenza, che l’ha pubblicata qui nel proprio sito:

Stessa idea, stessa scelta di colori (non sempre legata al colore del social network, come nel caso di Cloob e Qzone). Il Corriere non indica la fonte dalla quale ha prelevato i dati e non indica come li ha elaborati: Vincenzo sì, e contesta la copiatura, segnalando che non è la prima volta.

Ho chiesto a Vincenzo se per caso il Corriere aveva il suo permesso di pubblicazione. Mi ha detto di no. In altre parole, il Corriere ha violato il diritto d’autore. Forza, SIAE e altri numi tutelari, così pronti a intervenire e rovinar famiglie quando la violazione la commette un privato cittadino: fate vedere che le leggi valgono per tutti, anche per la redazione del Corriere, e fate notare che il Ggiornalismo copia e ruba. Fate risarcire Vincenzo per la violazione dei suoi diritti (il diritto d’autore è un diritto automatico), esattamente come chiedete a chi scarica o imita una canzone di risarcire il suo autore. Le regole son regole, giusto?

Altrimenti tutti i vostri discorsi sul diritto d’autore sono aria fritta; le prediche, quando vengono da un pulpito che razzola male, fanno solo scappare i fedeli. La chiesa è già quasi vuota. Vedete voi.

Aggiornamento (15:40): su Twitter sono comparse le scuse di Daniele Manca del Corriere: “@vincos @elvira_serra Ciao! Scusa per l’uso del grafico! Vorrei far mettere una precisaZione come posso scrivere come credito? scusa ancora”.

Wikipedia Day a Lugano

Wikipedia Day a Lugano

Incontro con la Wikipedia alla SUPSI presso Lugano

Il 4 e 5 maggio, la SUPSI (Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana) di Manno, presso Lugano, ospiterà il Wikipedia Day, organizzato da Wikimedia Svizzera, dedicato al software libero e all’Open Content, la formula che consente agli utenti di modificare i contenuti dell’enciclopedia libera Wikipedia e di arricchirla con il proprio sapere.

Si parlerà di licenze, diritti d’autore, Creative Commons e gestione dei contenuti di Wikipedia: in particolare sarà interessante, anche in termini sociali, la gestione dei vandalismi di cui spesso si parla (a sproposito) nei media tradizionali, che pure spesso attingono a piene mani alle informazioni fornite da Wikipedia. Io purtroppo non ci sarò per un altro impegno concomitante, per cui sappiatemi dire com’è andata.

Tutte le informazioni su come partecipare sono sul sito del Wikipedia Day.

24 ore di oscuramento di Wikipedia e altri siti chiave

24 ore di oscuramento di Wikipedia e altri siti chiave

Wikipedia, WordPress e altri siti si auto-oscurano per protesta contro leggi USA liberticide

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Per ventiquattro ore, Wikipedia, WordPress, Reddit, BoingBoing e altri siti chiave di Internet saranno oscurati. Lo scopo del blackout è attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla stupidità delle leggi SOPA e PIPA che gli Stati Uniti stanno valutando: secondo il parere di molti tecnici, queste leggi – concepite per contrastare la pirateria audiovisiva – sarebbero in realtà del tutto inefficaci e avrebbero invece effetti collaterali devastanti sulla libera circolazione del sapere e delle idee.

Non è un problema che riguarda solo gli Stati Uniti, perché gli effetti di queste leggi si sentirebbero in tutto il pianeta. Già adesso un cittadino britannico, Richard O’Dwyer, “rischia l’estradizione negli USA per aver commesso presunte violazioni del diritto d’autore USA, nonostante viva nel Regno Unito e tutto quello che ha fatto sia avvenuto su server situati nel Regno Unito”, come segnala Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia. Una casa cinematografica USA avrebbe il potere di far chiudere o togliere dai motori di ricerca qualunque sito accusato di ospitare qualunque contenuto che (a giudizio della casa cinematografica stessa) viola il diritto d’autore. Secondo BoingBoing, per finire oscurati sarebbe sufficiente linkare un qualunque sito accusato di violazione del copyright. In altre parole, la semplice menzione dell’esistenza di Isohunt.com che state leggendo in questo momento comporterebbe il blackout forzato del Disinformatico.

Non si tratta di una protesta in difesa della pirateria, ma di richiesta di combattere la pirateria usando metodi che funzionano invece di provvedimenti dettati dal panico e dall’incompetenza tecnica. Matt Mullenweg, cofondatore di WordPress, lo dice chiaro e tondo: “gli autori di queste leggi sembrano non capire veramente come funziona Internet. La definizione di sito domestico rispetto a sito estero dimostra una deplorevole mancanza di comprensione del modo in cui si usano i domini e del modo in cui si muove il traffico su Internet.” Mancanza di comprensione talmente alta che persino l’estensore di SOPA, il membro del Congresso USA Lamar Smith, viola il copyright sul suo stesso sito, che con SOPA verrebbe quindi oscurato.

Maggiori dettagli su queste leggi sono nelle pagine apposite di Wikipedia (che restano accessibili). Il comunicato di Reddit è qui. Anche Google è contro queste proposte di legge, come lo sono Facebook, EOL, eBay, Twitter, LinkedIn e molti altri nomi fondamentali di Internet. Anche la Casa Bianca si oppone, temendo che venga minata alla base la libertà d’espressione. La MPAA liquida la protesta definendola una “sceneggiata pericolosa” e dicendo che sono in pericolo dei posti di lavoro americani. La BBC ha una rassegna delle pagine oscurate di molti siti, da Mozilla a Greenpeace.

Per quel che mi riguarda, la scelta è semplice: non è accettabile che si reprima un diritto fondamentale di tutti per salvaguardare il diritto di pochi. Se mi si costringe (senza motivo) a scegliere fra libertà d’espressione e tutela di Twilight, non faccio fatica a scegliere la prima. E lo dico come autore e creatore di contenuti. Tutto quello che si chiede al legislatore è di ascoltare le idee degli esperti invece dei piagnistei dei magnati di Hollywood. Perché è solo ai big del copyright che SOPA e PIPA danno un vantaggio: i pesci piccoli, i musicisti emergenti, gli artisti che vogliono crescere restano comunque, all’atto pratico, privi di qualunque tutela, perché non possono pagarsi eserciti di avvocati.