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Anti-copyright svizzero: fallita la raccolta di firme

Anti-copyright svizzero: fallita la raccolta di firme

Niente referendum anti-copyright in Svizzera

A fine 2007 era iniziata su Internet una campagna contro la recente legge svizzera sul diritto d’autore, colpevole, secondo gli organizzatori della campagna, di bloccare la libera discussione tecnica sui sistemi anticopia e le loro carenze, in modo analogo alla contestatissima legge statunitense DMCA. Era stata avviata una raccolta di firme vere e proprie (cartacee, a differenza di tanti appelli fasulli), come raccontato in questo articolo e in questo.

La faccenda si era meritata le attenzioni del mondo informatico (come per esempio su BoingBoing e Slashdot), e il Disinformatico torna a parlarne perché la raccolta di firme si è conclusa. Delle 50.000 firme necessarie per indire un referendum, ne sono state raccolte soltanto 803. Florian Bösch, autore della petizione, scrive così (in inglese e tedesco) sul sito dedicato all’iniziativa:

Desidero ringraziare tutti coloro che sono stati coinvolti per i loro sforzi e per la raccolta delle firme. 803 firme non saranno sufficienti a fare differenza dal punto di vista legale, ma dimostrano che si tratta di un argomento che tocca molte persone (considerato il poco tempo che abbiamo avuto per la raccolta).

La prossima legge che renderà peggiore per tutti noi il diritto d’autore è in cantiere e incoraggio tutti ad interessarsi al processo di varo delle leggi in Svizzera, in modo che possa essere contrastata in tempo e con successo.

Va ricordato che la legge limiterebbe la discussione tecnica dei sistemi anticopia e la condivisione di informazioni in merito soltanto se la sua sintassi venisse interpretata in un modo piuttosto particolare, come già raccontato, e sancisce senza ambiguità il diritto del consumatore in Svizzera a scavalcare qualsiasi sistema anticopia purché lo scopo sia fra quelli ammessi (per esempio la copia per uso personale di un proprio CD o DVD o brano digitale). Una situazione ben più favorevole di quella di molti paesi europei, dove persino la copia privata è limitata o vietata direttamente.

Il consumatore che acquista in Svizzera paga questa maggiore libertà con un ricarico sul prezzo dei supporti vergini e sui lettori MP3, che molti rivenditori hanno la trasparenza di indicare separatamente dal prezzo d’acquisto per consentire di rendersi conto di quanto diritto d’autore viene già corrisposto ogni volta che si acquista un lettore digitale. Ecco alcuni esempi, tratti da un catalogo recente:

  • Lettore Zen Creative da 2 GB: prezzo di vendita 139 franchi, di cui 15,97 sono diritti d’autore (11%);
  • Lettore Zicplay da 1 GB: 59 franchi, di cui 15,97 sono diritti;
  • iPod Touch da 8 GB: 419 franchi, di cui 38,86 sono diritti;
  • iPod Touch 16 GB: 599 franchi, di cui 76,51 sono diritti.

Queste maggiorazioni legittimano la copia di brani musicali e video di qualsiasi provenienza per tutta la vita del lettore: valgono quindi anche se il contenuto del lettore viene cambiato infinite volte. Pertanto, è vero che per esempio 76 franchi (47 euro) di “tassa SUISA” (come la chiama impropriamente il catalogo) possono sembrare una cifra notevole, che oscilla fra l’11 e il 27% del prezzo complessivo del lettore; ma va considerato che non solo si tratta di circa 2 centesimi a canzone, ma che la “tassa” pagata vale anche se si cambiano le canzoni e se ne caricano sul lettore delle altre.

Le gioie del DRM: la musica di Yahoo scadrà il 30 settembre

Le gioie del DRM: la musica di Yahoo scadrà il 30 settembre

Yahoo Music chiude e si porta via la musica legalmente acquistata dai suoi polli clienti

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Comprereste un CD che avesse stampigliata sopra una data di scadenza? No, vero? Eppure questo è quello che succede a chi si fida del DRM (Digital Rights Management), ossia il lucchetto digitale che vincola ogni canzone al legittimo acquirente e che in teoria dovrebbe sconfiggere la pirateria musicale. I discografici ce l’hanno spacciato come male necessario per difendersi dagli scrocconi, ma la realtà si sta rivelando ben diversa.

Il 23 luglio scorso, Yahoo! Music Store ha annunciato che chiuderà i battenti, riferisce Ars Technica. Non solo: chiuderanno i battenti anche i server che gestiscono il DRM. In pratica, non solo l’effetto sulla pirateria musicale di questo DRM sarà stato nullo, ma verranno puniti principalmente i clienti onesti che hanno acquistato legalmente questa musica lucchettata, perché una volta chiusi i server DRM di Yahoo, questi clienti onesti non potranno più autenticare la musica acquistata, per esempio per trasferirla a un nuovo computer.

Non è neanche la prima volta che i clienti onesti si beccano una fregatura tramite il DRM. MSN Music, il servizio musicale lucchettato di Microsoft, ha recentemente fatto lo stesso giochino, e ci sono volute le proteste degli utenti per convincere Microsoft a tenere attivi i server di autenticazione e permettere agli utenti di continuare a fruire della musica lucchettata. Ma nel 2011, comunque, quei server chiuderanno.

Per rimediare alla chiusura del servizio, Yahoo consiglia quella che un tempo sarebbe stata chiamata pirateria: masterizzare su CD la musica di Yahoo, in modo da toglierle il lucchetto digitale.

Ma allora cosa l’hanno messo a fare?

2008/07/30

InformationWeek segnala che Yahoo rimborserà gli acquirenti oppure fornirà loro copie non lucchettate dei brani acquistati, secondo modalità ancora da definire.

Un altro successo del DRM, insomma.

Francia, legge contro i pirati o contro il buon senso?

Francia, legge contro i pirati o contro il buon senso?

Antipirateria, la nuova legge francese rischia di trasformarsi da ghigliottina in boomerang

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

E’ stata approvata in Francia una legge antipirateria, denominata HADOPI, che prevede la disconnessione da Internet e l’immissione in una lista nera per chi è sospettato di essersi macchiato di tre violazioni del diritto d’autore via Internet.

Alla prima violazione sospettata, l’utente riceverà una mail di avviso. Alla seconda violazione sospettata, riceverà una lettera. Alla terza scatterà la disconnessione dalla Rete per un periodo da tre mesi a un anno. L’utente disconnesso non potrà aprire altri abbonamenti a Internet e dovrà continuare a pagare i canoni di quello che gli è stato chiuso.

La parola chiave, come avrete notato, è sospettato. Non occorre una prova giuridicamente valida per avviare il procedimento: un’autorità pubblica indipendente creata ad hoc, la Haute Autorité pour la Diffusion des Œuvres et la Protection des Droits sur Internet (in acronimo approssimativo, HADOPI, appunto), agisce su semplice segnalazione del titolare del diritto d’autore. La mail iniziale non informa neanche l’utente di quale opera avrebbe fruito senza permesso: indica semplicemente data e ora della violazione. Non è prevista una via di ricorso fino alla terza violazione, e a quel punto l’onere di dimostrarsi innocente sta all’accusato.

Colpevole fino a prova contraria di un reato del quale non viene neppure informato. Di un reato di cui è estremamente facile essere accusati anche quando si è innocenti. Ecco giusto qualche scenario che mi viene in mente al volo:

  • un insegnante o un recensore potrebbe esercitare il diritto di citazione a scopo di critica o insegnamento (articolo 10 della Convenzione di Berna), per esempio scaricando da Internet spezzoni di film della Disney non più reperibili, come le scene razziste tagliate di Fantasia;
  • un utente può scaricare un film legalmente condivisibile, come Memphis Belle di William Wyler, ed essere accusato perché il denunciante non sa che quel documentario è sotto public domain oppure crede che si tratti dell’omonimo film del 1990;
  • si può essere legittimati per lavoro a scaricare e pubblicare un’opera sotto copyright ma essere accusati lo stesso per errore, come ha fatto la Warner Music nei confronti della Sire Records, rea di aver pubblicato su Youtube video musicali della Warner, senza rendersi conto che la Sire è una etichetta della Warner stessa, o come ha fatto sempre la Warner Music nei confronti di una delle proprie artiste bloccando i suoi video musicali, pubblicati dall’artista medesima sul proprio sito;
  • si può essere oggetto di ripicca o attacchi personali, come sta succedendo (nel mio piccolo) anche a me per dei video che ho ripreso io stesso, ho pubblicato su Youtube e ho visto rimuovere perché accusati pretestuosamente di violare il copyright (cosa difficile a credersi, visto che si tratta di riprese pubbliche autorizzate in un luogo pubblico e uno dei video mostra semplicemente il cielo in time-lapse);
  • gli intrusi informatici possono passare attraverso i computer altrui per scaricare, incolpando le vittime ignare;
  • il presunto reato viene commesso da persone che hanno accesso alla connessione alla Rete ma non ne sono i titolari: gli esempi classici sono il figlio che scarica musica e film usando l’abbonamento Internet intestato al capofamiglia, oppure l’utente che acquista un dispositivo senza fili per diffondere Internet in tutta la casa e non sa che deve attivarne le protezioni, altrimenti i vicini di casa possono usare, anche involontariamente, la sua connessione alla Rete).

La nuova legge francese si scontra anche con ostacoli pratici non indifferenti. Per esempio, se i tre download incriminati avvengono tramite l’accesso aziendale ad opera di un dipendente, che si fa, si scollega l’intera azienda? E i punti d’accesso wifi pubblici e gli Internet café come faranno a monitorare l’operato degli utenti?

E quanto costerà gestire tutto questo sistema di sorveglianza? Secondo la Fédération Française des Télécoms, fino a 100 milioni di euro saranno a carico dei provider, che inevitabilmente spalmeranno la spesa sugli utenti sorvegliati. Altri sei verranno spesi dal governo.

Ma la questione più spinosa è appunto la necessità di origliare il traffico Internet degli utenti. E’ un’intercettazione vera e propria, contraria ai diritti di base del cittadino. In pratica alle case discografiche e cinematografiche viene dato il potere di ficcare il naso nella vita della gente.

Tutto il meccanismo, fra l’altro, sembra eludibile con estrema facilità. Se gli utenti che scaricano materiale sotto copyright iniziano a utilizzare il peer-to-peer cifrato e a usare nomi poco intuitivi per i file scambiati, i sorveglianti avranno un bel daffare a decrittare e identificare i file. Il numero dei denunciati per validi motivi precipiterà, e alla fine resteranno soltanto i casi di accusa infondata. E poi c’è sempre il vecchio detto: mai sottovalutare la larghezza di banda di un hard disk da un terabyte e di un’automobile.

La legge non è stata accolta in Francia con un coro unanime di entusiasmo da parte degli artisti che ambisce a tutelare. Alcuni si sono schierati a favore (con notevoli polemiche su alcuni nomi arruolati a loro insaputa, come segnala L’Express), altri decisamente contro, come Marc Cerrone e come Catherine Deneuve, Victoria Abril, Chiara Mastroianni e altri artisti su Libération. Anche l’associazione di difesa dei consumatori Que Choisir è contraria alle nuove norme. Le case discografiche e cinematografiche invece si sono espresse con estremo favore.

Anche oltremanica, nel Regno Unito, gli schieramenti sono strutturati in modo analogo. I rappresentanti del mondo dei media sono a favore del principio della disconnessione degli accusati. Lo affermano la British Phonographic Industry e la Federation Against Copyright Theft, che hanno inviato al governo britannico delle “raccomandazioni urgenti”. Ma l’Internet Services Providers’ Association, che rappresenta i provider, ribatte che le disconnessioni sarebbero contestabili in tribunale e che (cosa importante per il caso francese), la tecnologia disponibile per il monitoraggio e il rilevamento di chi condivide illegalmente non è a un livello “tale da renderla ammissibile come prova in tribunale”.

I grandi titolari di diritti italiani si sono già detti favorevoli al modello francese in una lettera aperta al presidente francese Sarkozy e al Presidente del Consiglio italiano Berlusconi,come segnala Punto Informatico.

Non voglio difendere il Far West attuale, ma leggi come quella francese sono un rimedio inefficace e peggiore del male che asseriscono di voler combattere. Sono tentativi di far sopravvivere un sistema di leggi, quello sul diritto d’autore, concepito in un’epoca nella quale il numero di potenziali violatori del diritto era esiguo (occorrevano risorse tecniche significative, come una tipografia o un’emittente televisiva o radiofonica o una centrale di duplicazione di audiocassette e videocassette) e non più adatto alla situazione tecnologica moderna, nella quale tutti siamo potenziali violatori. Invece di blindare un impianto legale obsoleto, che alla fine premia i grandi magnati dei media ma lascia indifesi i piccoli titolari di diritti e soprattutto gli autori, sarebbe forse più maturo riformare il diritto d’autore per portarlo al passo con la realtà.

L’assurdità intrusiva e liberticida e l’impraticabilità di fondo di questa legge sono spiegate molto eloquentemente da Ed Felten, professore di Princeton e noto ricercatore nel settore della sicurezza informatica e dei diritti digitali, in questo articolo, che trasporta le norme-ghigliottina francesi dal mondo poco familiare dei computer a quello concreto della carta stampata:

Ieri il parlamento francese ha adottato un disegno di legge per creare un sistema “tre sbagli e sei fuori” che espellerebbe le persone da Internet se vengono accusate tre volte di aver violato il diritto d’autore.

E’ un’idea talmente valida che andrebbe applicata anche agli altri media. Ecco la mia modesta proposta di estendere la regola dei tre sbagli alla scrittura, vale a dire alle parole messe su carta.

Il sistema che propongo è estremamente semplice: il governo crea un registro degli accusati di violazione. Chiunque può mandare al registro una contestazione in cui dichiara che qualcuno sta violando un suo diritto d’autore tramite la scrittura. Se il registro governativo riceve tre contestazioni riguardanti una persona, quella persona ha il divieto di utilizzare la parola scritta, per un anno.

Come avviene per Internet, il divieto si applica alla lettura e alla scrittura e a tutti gli usi della parola scritta, compresi quelli informali. In sintesi, le persone bandite non potranno scrivere o leggere nulla per un anno.

Alcuni bastian contrari potranno obiettare che i divieti di scrittura saranno forse difficili da far rispettare, e che vietare la comunicazione sulla base di semplici accuse di reato pone alcune questioni minori di giusto processo e libertà d’espressione. Ma se queste questioni non ci turbano su Internet, perché mai dovrebbero farlo nel caso della parola scritta?

Se colpiti dal divieto di usare la parola scritta, alcuni studenti non potranno fare i compiti e alcuni adulti avranno qualche piccolo inconveniente nella vita di tutti i giorni, e a qualche facinoroso non verrà permesso di partecipare al dibattito politico (o di seguirlo). Magari così ci penseranno due volte in futuro, prima di farsi accusare di violazione del diritto d’autore.

In breve: il sistema dei tre sbagli è una buona idea tanto per la parola scritta quanto per Internet. Quale paese sarà il primo ad adottarlo?

Una volta adottato questo sistema per la parola scritta, potremo occuparci degli altri media. I prossimi della lista sono i sistemi a tre sbagli per le onde sonore e per le onde luminose. Si tratta di media troppo importanti per lasciarli privi di protezione.

Fonti: Zdnet, BBC, Laquadrature.net; fonti primarie citate da Wikipedia in inglese e in francese.