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Floppy adieu? Non proprio

Floppy adieu? Non proprio

No, l’era del dischetto non è ancora finita

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “ettoregiosue” e “mattiasch*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Immagine tratta da Geeky-gadgets.com.

Molti articoli stanno celebrando la scomparsa del floppy, ma la notizia va ridimensionata: Sony ha annunciato che cesserà la vendita di questi supporti a marzo dell’anno prossimo, ma altre marche, come Verbatim, Imation e Maxell continueranno ad offrirli.

Per le giovani generazioni che approdano adesso all’informatica va chiarito che il termine floppy (letteralmente “floscio, flessibile”) deriva dal fatto che i primi dischetti (quelli da 8 o 5,25 pollici, introdotti rispettivamente nel 1971 e nel 1976) erano davvero flessibili: una sottile superficie magnetizzata circolare, racchiusa in una busta non rigida e dotata di feritoie per consentire la lettura e scrittura dei dati. I dischetti da 3,5 pollici, invece, sostituirono la busta con un involucro rigido, creando un supporto molto affidabile ma dotato di un nome contraddittorio.

Il floppy da 3,5 pollici debuttò nel 1982 sulla base di un progetto di Sony ed ebbe un successo molto rapido, sostituendo ben presto i formati concorrenti. Ma la sua capienza, inizialmente accettabile (720 kilobyte per i PC, 800 per Mac, 880 per Amiga, poi saliti a 1,44 megabyte con varianti a 2 e 2,88 MB), divenne ben presto insufficiente per le dimensioni crescenti dei file di dati e programmi.

Nel 1998 Steve Jobs suscitò molta perplessità quando mise in vendita l’iMac senza un drive per dischetti. La mossa fu forse un po’ prematura, in mancanza di un altro supporto trasferibile che rimpiazzasse il dischetto, e fu adottata solo nei primi anni del Duemila dagli altri fabbricanti di computer (Dell tolse il floppy dalla propria gamma nel 2003). Ci fu un breve interregno di vari dispositivi alternativi (dischi magneto-ottici, dischi Zip, Jaz, Bernoulli Box e altri), ma nessuno ebbe un grande successo. Dal 2004 circa poi iniziò la commercializzazione a prezzi accettabili delle memorie Flash rimovibili, o penne USB come le chiamiamo oggi, e insieme alla diffusione dell’ADSL e delle reti di computer condannò alla lenta estinzione il dischetto.

Dal 1982 al 2011, comunque, il regno del dischetto da 3,5″ è durato 29 anni, che per l’informatica sono un’eternità. E continua ancora nelle icone di salvataggio di molti programmi.

Fonti aggiuntive: BBC, Wikipedia, The Register.

Spot Apple “1984”, sono già passati 25 anni

Spot Apple “1984”, sono già passati 25 anni

Orwell in pantaloncini e canotta, come passa il tempo

Grande Giove. Ieri era il venticinquesimo anniversario della prima trasmissione di uno spot diventato celeberrimo: “1984”, diretto da Ridley Scott (Blade Runner, Alien). Sì, i conti sono giusti: per poter entrare in lizza a Cannes, Apple pagò per farlo trasmettere dall’emittente KMVT di Twin Falls, nell’Idaho, all’una del mattino nel dicembre del 1983. La famosa presentazione dello spot una sola volta, durante il Superbowl, quella che scatenò il clamore, avvenne il 22 gennaio dell’anno successivo.

Lo spot fu ripreso nel 2004 da Apple aggiungendo digitalmente un iPod alla lanciatrice di martello, Anya Major (l’unica capace di scagliare l’attrezzo in modo plausibile e controllato). Anya, la liberatrice delle masse oppresse nello spot, ironicamente fece poi una particina come impassibile guardia di confine della Germania Est in un video di Elton John (Nikita). Incise poi un disco, Moscow Nights, sotto il nome di Anya, senza cognome (copertina qui).

Il Grande Fratello sul teleschermo fu interpretato, in video e in voce, da David Graham, che molti ricorderanno come voce in Thunderbirds e Doctor Who.

Erano tempi in cui il Grande Fratello era soltanto quello di George Orwell, esistevano ancora l’Unione Sovietica e la grande paura del conflitto nucleare totale, Stallman iniziava a sviluppare GNU, il cellulare serviva soltanto per portare i criminali in carcere, e Chernobyl era semplicemente una sconosciuta cittadina in Ucraina. Faccio davvero fatica a rendermi conto che è passato un quarto di secolo.

Cinquant’anni di COBOL

Cinquant’anni di COBOL

Il COBOL, quella “soluzione di breve durata” che resiste dopo 50 anni

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

L’informatica è famosa per il ritmo frenetico con il quale si avvicendano i prodotti e arrivano le novità. C’è però una parte dell’informatica che va avanti praticamente invariata da cinquant’anni.

Si chiama COBOL: un linguaggio di programmazione, il cui nome fu coniato nel settembre del 1959, partendo dalle iniziali di Common Business-Oriented Language, da parte di un comitato delle grandi aziende informatiche dell’epoca (Burroughs Corp., IBM, Minneapolis-Honeywell, RCA, Sperry Rand, Sylvania Electric Products) e da alcune agenzie governative statunitensi.

Doveva essere una soluzione di breve durata per offrire un modo più semplice e intuitivo di scrivere programmi per computer, ma secondo le statistiche della società londinese Datamonitor, citate da The Register, nel mondo oggi sono ancora in funzione circa 200 miliardi di righe di istruzioni in COBOL, a cui se ne aggiungono 5 miliardi ogni anno, perché questo linguaggio viene usato ancor oggi da molti dei servizi che usiamo quotidianamente, senza che ce ne accorgiamo.

Ci sono stati molti altri linguaggi di programmazione che sono nati e morti o quasi scomparsi, come il MANTIS, il FORTRAN o Smalltalk, ma il COBOL resiste: secondo l’analisi della società MicroFocus, chi abita per esempio negli Stati Uniti dipende da sistemi basati su COBOL almeno 13 volte al giorno: per esempio per la gestione delle telefonate, per l’uso delle carte di credito, per le transazioni bancarie.

In altre parole, non tutto in informatica si butta via perché è passata la moda del momento. Sarà un caso che il COBOL fu creato in gran parte da una donna? La madre del COBOL fu infatti Grace Hopper (nella foto): un bel peperino, visto che era una matematica laureata a Yale, una ricercatrice informatica e anche ufficiale della Marina degli Stati Uniti, promossa poi al grado di contrammiraglio.

Fra gli altri suoi meriti storici, quello che per molti è il primo “bug” letterale della storia dell’informatica: il termine inglese bug era già in uso in altri campi almeno sin dai tempi di Edison per indicare un difetto di un circuito o di una macchina, ma i colleghi della Hopper trovarono un insetto vero e proprio (bug, in inglese, appunto) incastrato in un relé di uno dei computer dell’epoca (anno 1947) e lei lo appiccicò al registro di lavoro, annotando che si trattava del primo caso di vero e proprio bug trovato in un computer. Nella sua lunghissima carriera, Grace Hopper raccontò spesso l’episodio, rendendo popolare il termine bug anche fra gli informatici.

40 anni di Internet

40 anni di Internet

Internet, i suoi primi quarant’anni

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Ieri Internet è entrata negli “anta”. Non tutti sono d’accordo sul 29 ottobre 1969 come sua data ufficiale di nascita, ma ogni scusa è buona per festeggiare e c’è una storia gustosa da raccontare.

Può sembrare paradossale oggi, in un’epoca in cui colleghiamo e scambiamo mail, foto, film e file di ogni genere fra Mac, PC Windows, PC Linux o Solaris, workstation e telefonini come se niente fosse, ma quarant’anni fa i computer non parlavano fra loro. Non c’era una “lingua” comune, uno standard uguale per tutti. O meglio, c’erano tanti standard e ciascuna azienda sceglieva quello che le faceva più comodo. E in effetti faceva molto comodo, dato che creava nei clienti una dipendenza da quell’azienda.

Immaginate un mondo in cui c’è la mail per Windows e la mail per Mac e i due tipi di mail non sono intercambiabili: questa era grosso modo la situazione informatica di quattro decenni fa, e la storia si ripete oggi con il vendor lock-in dei formati proprietari e il DRM. C’era anche il dettaglio non banale che i computer costavano come un condominio ed erano spesso grandi altrettanto (faceva eccezione la Perottina, ma mi fermo, altrimenti mi viene il magone).

Verso la fine degli anni Sessanta, parallelamente allo sforzo tecnologico immenso di arrivare alla Luna, l’agenzia ARPA (Advanced Research Projects Agency) del Dipartimento della Difesa statunitense, resasi conto della monumentale stupidità di avere computer costosissimi incapaci di dialogare fra loro, decise di creare un modo per interconnettere macchine che “parlavano” lingue differenti.

La rete informatica (a commutazione di pacchetti, innovativa per l’epoca) avrebbe usato delle macchine dedicate, gli IMP (Interface Message Processor), che avrebbero agito da interpreti.

Gli IMP, armadi alti come un uomo (ne vedete uno in quest’immagine) e costruiti con hardware Honeywell secondo specifiche militari con ben 12 kilobyte di memoria, furono realizzati dalla Bolt, Beranek & Newman (BBN), dove lavorava un certo Bob Kahn, che insieme a Vinton Cerf avrebbe poi scritto una cosina chiamata TCP. Sì, il TCP che compone la sigla del protocollo TCP/IP sulla quale si basa tutta Internet.

Il primo IMP fu installato alla University of California Los Angeles (UCLA); il secondo fu installato allo Stanford Research Institute (SRI) a Menlo Park, in California, e fra i due fu attivata una connessione telefonica a 50 kbps. Oggi questa velocità di trasmissione fa sorridere, ma all’epoca era l’equivalente informatico del Concorde. Roba che ai comuni mortali sarebbe arrivata vent’anni dopo e che per non pochi è ancor oggi la velocità massima di connessione.

Ovviamente per fare una rete non basta collegare almeno due computer: bisogna anche che si parlino. Ed è questo che accadde il 29 ottobre 1969: Charles Kline, alla UCLA (foto qui accanto), si sedette al terminale, una telescrivente come quella mostrata all’inizio dell’articolo, del calcolatore Sigma 7 e digitò una L (l’iniziale di log).

La lettera L fu tradotta e trasmessa dall’IMP della UCLA e ricevuta a 600 chilometri di distanza dall’IMP dell’SRI, che era collegato a un calcolatore della SDS, presso il quale c’era Bill Duvall (foto qui accanto), e poi rispedita a Kline. I due erano in contatto telefonico a voce.

Poi Kline digitò la O. Tutto bene. Alla ricezione della G, il computer a Stanford avrebbe dovuto rispondere con “in” (da cui “login”). Ma nel momento in cui Kline digitò la G e il suo IMP la trasmise allo Stanford Research Institute, l’IMP ricevente andò in crash.

Le comunicazioni digitali furono ripristinate e il crash fu risolto, effettuando il primo logon completo, ma quelle due lettere furono il primo vagito di Internet. C’è chi le interpreta come “lo”, ossia “ecco” (nell’espressione arcaica “lo and behold”, di stampo biblico), e c’è chi pensa meno retoricamente che si tratti di un saluto: “L-O”, ossia “hello”.

Ed eccoci qua, quarant’anni dopo, a scambiarci gigabyte di file splendidamente interoperabili (quando non ci si mettono di mezzo formati proprietari e DRM). Non male, per un esordio così modesto. Buon compleanno, Internet.

Fonti: Computer History Museum (video); The Register; BBC.

Informatica riciclata, grandezza mancata

Informatica riciclata, grandezza mancata

Avete recuperato un computer? Provate con uno del 1959

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Il recupero è una delle forme migliori di riciclaggio, e gli informatici spesso recuperano vecchi PC per convertirli in server o firewall o altri aggeggi. Ma c’è un caso nel quale si va ben oltre il semplice recupero e ci si addentra nel mondo affascinante dell’archeologia informatica.

E’ il caso del lavoro incredibile dell’Istituto Tecnico “Enrico Fermi” di Bibbiena (Arezzo), che ha recuperato un intero computer Olivetti ELEA 9003: il primo calcolatore elettronico al mondo ad essere interamente transistorizzato, classe 1959. Un bestione capace di gestire 500 megabyte di memoria di massa (non RAM) e senza monitor: tutta la comunicazione avveniva tramite telescrivente.

Non si trattava di una gigantesca curiosità da laboratorio: l’ELEA lavorò commercialmente (alla Marzotto di Valdagno, per esempio) e per gli enti pubblici (un esemplare fu donato al Ministero del Tesoro; un altro lavorò alla Banca Monte dei Paschi di Siena).

Un ricordo forte di un’epoca nella quale la tecnologia italiana era all’avanguardia e un duro termine di paragone rispetto alla situazione attuale. Quale fu il quinto paese al mondo a mettere in orbita un satellite artificiale? Il nome San Marco, classe 1964, vi dice nulla?

Quello dell’Istituto Fermi di Bibbiena è probabilmente l’unico esemplare funzionante di ELEA 9003 esistente (quello al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano è solo parzialmente conservato) e sono disponibili visite guidate. Se volete vedere le immagini di questo colosso elegantissimo (design di Ettore Sottsass) e prenotarvi per una visita, date un’occhiata al sito del progetto. Trovate altre informazioni online presso Ciaomilano.it, in questi appunti di Luigi Logrippo, che spiegano come si programmava una macchina del genere, e in questo articolo a pagamento di Giuditta Parolini.

Una chicca: nel sito dell’Istituto e su Wikipedia in italiano si dice che l’ELEA 9003 fu usato nella progettazione del missile lunare Saturno V (la frase è identica in entrambi i siti: “il 9003 della NASA fu destinato alla progettazione del Saturn V”). Lo stesso dicono altri siti, ma nessuno cita una fonte. Visto che il quarantennale del primo sbarco umano sulla Luna s’avvicina a grandi passi, ho chiesto conferme di quest’aneddoto, ma finora non ne sono arrivate. Anzi, l’istituto Fermi stesso mi ha scritto (nella persona del professor Stefano Del Furia) che non ha fonti dirette di questa notizia ma soltanto notizie “di seconda e terza mano, e per sentito dire”, senza conferme ufficiali. Inoltre uno dei principali collaboratori al progetto, Franco Filippazzi, contattato al volo tramite amici comuni, non ne sa nulla.

Logrippo mi ha scritto dicendo che dubita della notizia, perché l’ELEA non aveva istruzioni floating point, la NASA aveva computer made in USA piuttosto potenti, e non c’è menzione di quest’utilizzo spaziale nei libri scritti da Piol, Bellisario e Bolognani.

La notizia sembra dunque poco plausibile, ma se qualcuno ne sa di più, mi contatti: sarebbe una bella storia da raccontare.

Italia quinta ad avere un satellite in orbita?

Nei commenti inviati dopo la pubblicazione iniziale di quest’articolo c’è un po’ di discussione sull’esatta posizione dell’Italia nella cronologia satellitare. Secondo le mie ricerche, i paesi che hanno collocato in orbita terrestre un satellite artificiale a proprio nome, usando un vettore proprio o altrui, furono nell’ordine l’Unione Sovietica (Sputnik 1, 4 ottobre 1957), gli Stati Uniti (Explorer 1, 1958), il Canada (Alouette 1, 1962), il Regno Unito (Ariel 1, 1962) e l’Italia (San Marco 1, 1964).

L’Italia sarebbe dunque quinta: ma Ariel 1 fu costruito negli USA per conto del Regno Unito, per cui formalmente non è un satellite britannico. Se si tratta di valutare la competenza tecnologica raggiunta da un paese, farsi costruire un satellite all’estero non vale. Il primo satellite britannico autocostruito fu l’Ariel 3, lanciato nel 1967, tre anni dopo il San Marco 1 italiano. Secondo questo criterio, quindi, l’Italia sarebbe quarta.

30 anni di CD, 20 di Web

Il CD compie trent’anni, il Web celebra i 20 a Ginevra

Segnalo brevemente due ricorrenze: 30 anni di CD (contando perlomeno da quando la Philips fece la prima demo del sistema ad Eindhoven), come ricorda Gizmodo. Con il contributo di Sony, fu definito lo standard Red Book dal quale nacquero gli attuali CD. Il primo CD in vendita fu 52nd Street di Billy Joel, nel 1982.

Al CERN di Ginevra, intanto, si festeggiano vent’anni di World Wide Web, a partire da quando Tim Berners-Lee presentò al proprio supervisore il documento “Information Management: a Proposal”. Il sito contiene video e altre info che riepilogano questi albori.

40 anni di mouse

40 anni di mouse

Parla il papà del mouse, con foto di famiglia

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Il 9 dicembre scorso il mouse ha compiuto quarant’anni. In quella data, nel 1968, papà Douglas Engelbart presentò alla Fall Joint Computer Conference (FJCC) di San Francisco la sua creatura, in quella che ormai è nota come La Madre di Tutte le Demo: ipertesto, mouse e copiaincolla, tutti presentati in pubblico per la prima volta (ne avevo parlato qualche mese fa in occasione della pubblicazione online del video della demo).

Come vedete dalla foto qui accanto, quel mouse era molto diverso da quelli odierni, ma i princìpi erano grosso modo gli stessi: un sistema (in questo caso meccanico) per rilevare lo spostamento dell’oggetto su un piano (cartesiano ma anche reale) e trasformarlo in impulsi per pilotare in modo corrispondente un cursore su uno schermo di computer.

La differenza più vistosa rispetto ai mouse meccanici “tradizionali”, a parte l’impiego del legno, è l’uso di due rotelle ortogonali come sensori di spostamento (le vedete in azione qui). E se quarant’anni di mouse vi sembrano tanti, va detto che secondo la cronologia di Gearlog è nata ancora prima la trackball: nel 1952, ad opera dei militari canadesi.

La pallina sostituì le rotelle ortogonali nel 1972, quattro anni dopo la nascita del mouse e ben vent’anni dopo la nascita della trackball (che pure aveva già adottato una pallina come meccanismo di tracciamento), e ci vollero altri otto anni per il debutto del mouse ottico (1980), che a sua volta sostituiva la pallina con un sensore ottico. Addio lieti momenti passati a togliere pelucchi dal meccanismo. Il mouse perse la coda, diventando senza fili, per la prima volta nel 1991, e la rotellina di scorrimento comparve nel 1995.

Engelbart, classe 1925, racconta in un video che il termine “mouse” non doveva essere il nome ufficiale dell’oggetto, che in realtà doveva avere un appellativo decisamente più pomposo, ma nessuno si prese mai la briga di appiopparglielo. E considerato il modo molto ingessato di lavorare dell’informatica dell’epoca, forse è meglio così.

25 anni di Commodore 64

25 anni di Commodore 64

C64 forever… anche se io avevo lo Spectrum

Prima della tifoseria Windows contro Mac, prima che molti degli script kiddie di oggi sapessero distinguere un portarotolo da una porta USB, c’era la contesa fra utenti Commodore 64 e utenti Sinclair Spectrum. Io ero un Sinclairiano. Ero povero e invidiavo chi si poteva permettere il C64.

Ma se c’è un pregio della vecchiaia (intendo “vecchiaia” solo in termini informatici), è che stempera le tifoserie, per cui festeggio con piacere la vittoria storica del rivale del mio amato Spectrum. La tavoletta nera coi tasti di gomma sui quali ho mosso i miei primi passi nel personal computing e le notti insonni passate a fare grafica 3D (wireframe, cosa credete) in 80 K di RAM (sì, ottanta) saranno sempre fra i miei ricordi informatici più cari.

All’epoca, lo Spectrum era la macchina per smanettoni; il C64 era considerato troppo da figli di papà (un po’ come il Mac di qualche tempo fa e ancora oggi, per alcuni che stanno ancora dormendo). Però il Commodore 64 ha dimostrato di essere una macchina assai più longeva e mitica, e questo va riconosciuto.

Correva l’anno 1982. Il primo PC IBM aveva sì e no un anno, lo smiley era appena stato inventato da Scott Fahlman, una certa Micro-Soft aveva da poco rilasciato una cosa chiamata MS-DOS, il Minitel francese muoveva i primi passi, Arpanet veniva coraggiosamente ribattezzata “Internet”, c’era la guerra delle Falkland, Reagan presidente, la DeLorean Motor Company falliva, morivano Gilles Villeneuve e Roberto Calvi, c’era ancora l’Unione Sovietica, dilagava il cubo di Rubik, debuttava il CD. I film dell’anno erano E.T., Star Trek: L’ira di Khan, Tootsie e Ufficiale e Gentiluomo. Supercar era considerato il non plus ultra dell’intrattenimento. Avete inquadrato il contesto? Se non avete annuito con nostalgia ad almeno una di queste citazioni, potete anche non leggere oltre.

Ancora qui? Bene. Allora godetevi questi numeri. Trenta milioni di pezzi venduti. Dodici anni di presenza sul mercato (fino al 1994), e il suo software vive ancora attraverso gli emulatori (qui ce n’è uno in Java). Dal 1983 al 1985, al mondo c’erano più C64 che PC IBM o Apple. Costava 595 dollari dell’epoca al debutto (il doppio del mio Spectrum), ma il prezzo scenderà rapidamente a un terzo.

La grafica? 40×25 caratteri o 320×200 pixel: quella di un telefonino di oggi. Sedici colori. No, non sedici milioni: sedici e basta, ed era meglio di quello che potevano fare i rivali IBM e Apple. Il resto lo faceva la fantasia.

A differenza dei rivali per il mondo professionale, per il Commodore 64 il monitor non era indispensabile: aveva un’uscita composita e un modulatore TV, per cui si attaccava a un qualsiasi televisore sintonizzandolo su un canale libero.

Anche l’audio era straordinario, rispetto alla concorrenza: tre canali separati, otto ottave, quattro forme d’onda, mentre IBM e Apple avevano uno squallido altoparlantino che faceva “bip” e basta.

Memoria: 64 K di RAM (donde il nome). Processore: un megahertz. Avete letto bene. Pensateci, la prossima volta che il vostro mostro di gigabyte e gigahertz annaspa a far girare Vista o Leopard. E il C64 si accendeva subito. Tempo di boot? Zero.

Di dischi rigidi, CD-ROM o roba del genere, manco l’ombra. Non c’era neppure il floppy: o meglio, c’era, ma si comperava a parte e costava un rene. C’erano le cartridge, ma erano rare e venerate come le ragazze ai raduni dei geek (allora più di oggi; è un miracolo che gli informatici non si siano estinti).

Ci si arrangiava, come si faceva del resto con lo Spectrum, con un registratore a cassette (uno dedicato, il Datassette, nel caso del C64, uno qualsiasi nel caso dello Spectrum). Sì, i dati venivano registrati su nastro, a 300 baud. Il procedimento era di una lentezza esasperante e di un’affidabilità che fece scoprire agli informatici nuove vette di sofferenza. Per noi, dopo l’agonia della cassetta, un crash di Windows sarebbe sembrato niente.

A proposito di Windows: Antonio Dini, fra l’altro, segnala nella sua celebrazione del C64 che il BASIC installato nel Commodore 64 era quello di un certo Bill Gates, al quale fu pagato poche migliaia di dollari una tantum per poi essere rivenduto dalla Commodore in milioni di esemplari. Zio Bill imparò la lezione.

Riguardando l’informatica di allora con gli occhi di oggi, sembra davvero un miracolo che ci sia stato un boom basato su trabiccoli di questa natura. Ma era proprio questo il bello: studiare, comperare riviste specializzate (mica c’era Internet!), digitare a mano interi programmi trascrivendoli dai listati delle riviste, scambiarsi trucchi per tirar fuori qualche prestazione in più, essere pionieri.

Essere padroni di quel piccolo mondo, di quei sessantaquattro miseri kappa (che poi erano in realtà di meno), poter creare noi stessi un programma, invece di dipendere da quello che passava il convento, era esaltante e liberatorio, come lo era stato l’avvento delle radio libere o del videoregistratore.

Uno sprite alla volta, sentivamo di poter cambiare il mondo. E alcuni di noi l’hanno fatto: hanno costruito Internet.

Addio Windows 3.11

Addio Windows 3.11

Si congeda Windows 3.11, balia di tanti informatici

La BBC segnala una dipartita importante nella storia dell’informatica: le licenze di Windows 3.x non sono più disponibili a partire dal primo novembre di quest’anno.

Il venerabile (almeno per anzianità, suvvia) ambiente operativo debuttò negli USA a maggio del 1990. La versione 3.11 fu quella che scatenò il boom di Windows nel mondo: non era il primo ambiente a finestre, perché qualcuno ricorderà per esempio GEM con il mitico Ventura Publisher, ma la sua compatibilità con il mondo MS-DOS e la ricchezza di applicazioni disponibili fecero la differenza.

Microsoft ha mantenuto il supporto per Windows 3.x fino alla fine del 2001, ma questo vecchio compagno di avventure resterà in uso in un luogo che di solito si vanta di usare le tecnologie più moderne: gli aerei di linea. La Virgin Atlantic e la Qantas, per esempio, usano Windows 3.x su alcuni velivoli come sistema operativo embedded per i sistemi di intrattenimento in volo dei passeggeri.

Grafica digitale del 1963. Il futuro non è più quello di una volta

Sketchpad, demo di grafica digitale interattiva nel 1963

Questo è uno spezzone di un video più completo, disponibile presso Archive.org, in cui Alan Kay, uno dei pionieri delle interfacce grafiche digitali, dimostra Sketchpad, un programma di grafica interattiva creato da Ivan Sutherland. L’anno è il 1963.

Vi ricorda AutoCAD? Notate l’intelligenza del programma nel ridimensionare e raddrizzare? Le funzioni di duplicazione degli oggetti con un solo “clic”? Allora vi starete facendo la stessa domanda che mi sto facendo io. Perché queste cose si facevano già 45 anni fa, con computer infinitamente meno potenti di quelli odierni, eppure ogni anno veniamo spinti a comperare PC sempre più potenti e avidi di risorse?

Socialmente non saranno stati un granché, ma tecnologicamente gli anni Sessanta furono incredibili. il Concorde, l’SR-71, l’XB-70 Valkyrie, le missioni lunari, James Bond con lo zaino volante che non era un trucco cinematografico… dov’è finita tutta questa roba? Perché la NASA sta a fatica mettendo in piedi solo ora un nuovo vettore che sembra un applicatore per Tampax e deve elemosinare un passaggio ai russi per andare alla stazione spaziale? Dov’è finita la tecnologia sexy di quegli anni?

Se qualcuno lo sapesse, me lo dica. La rivoglio indietro.