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Windows Vista, aggiornamento ritirato, Service Pack ammazza programmi

Attenti agli aggiornamenti e al Service Pack 1 per Vista

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Corsa a ostacoli per gli utenti di Windows Vista. Un aggiornamento di questo sistema operativo sta facendo tribolare chi lo installa, impallando il computer che non si rende conto di essersi aggiornato, tanto da indurre zio Bill (o meglio, zio Steve Ballmer) a ritirare temporaneamente l’aggiornamento, come descritto nel blog di Microsoft.

Si tratta di un aggiornamento importante, perché è un prerequisito per poter installare un imminente ulteriore aggiornamento ancora più importante di Windows Vista, denominato Service Pack 1 o SP1. Ma anche questo Service Pack a sua volta ha delle complicazioni. Come raccontano The Inquirer e CRN, ha dei problemi seri con vari prodotti di Trend Micro, Zone Labs, BitDefender e Novell. “Seri” nel senso che non partono proprio. Questi produttori hanno predisposto dei rattoppi e degli aggiornamenti.

I dettagli forniti da Microsoft sono qui (occhio alla versione italiana, che è il prodotto di una traduzione automatica abbastanza eccentrica) e precisano che il blocco di Trend Micro Internet Security 2008, Zone Alarm Security Suite 7.1 e altri prodotti è avvenuto con il consenso dei rispettivi produttori.

L’SP1 è stato, rilasciato il 4 febbraio ai partner OEM e gli abbonati a MSDN ne avevano ricevuto la disponibilità per lo scaricamento il 15 febbraio; la disponibilità al pubblico sarebbe dovuta scattare a metà marzo, ma l’SP1 già circola informalmente, per cui è il caso di avvisare anche gli utenti generici, che potrebbero essere tentati di scaricarlo e installarlo nella speranza di risolvere alcuni dei problemi di Vista.

Gli aggiornamenti e le correzioni ci sono in ogni sistema operativo, per carità, ma è difficile giustificare all’utente comune che per lavorare col computer deve fare operazioni degne di un intervento di chirurgia a cuore aperto.

HD-DVD defunto, Blu-Ray vince

Finita la lotta per il successore del DVD

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L’HD-DVD getta la spugna: Toshiba si arrende e cessa la produzione di lettori e registratori in questo formato ad alta definizione, dopo aver venduto circa un milione di esemplari (di cui 300.000 come accessorio per la console X-Box di Microsoft, che adesso si trova un po’ orfana). La successione al DVD non è stata decisa da meriti tecnici, ma dalla scelta delle grandi case cinematografiche di supportare il formato Blu-Ray.

I lettori Blu-Ray sono assai più diffusi di quelli del formato rivale: basti pensare che ce n’è uno in ogni console Sony PS3, venduta finora in oltre dieci milioni di esemplari. Ma cosa succederà ora a chi ha comperato il formato sbagliato? I prezzi dei lettori sono precipitati, appena dopo l’annuncio della resa di Toshiba, che non ha intenzione di rimborsare i clienti ma continuerà ad offrire assistenza tecnica. I lettori HD-DVD sono comunque in grado di leggere i normali DVD e di usare i propri circuiti digitali per migliorare artificialmente la definizione dei DVD, anche se questo non sarà di grande consolazione a chi si sente bidonato.

Per quanto riguarda Microsoft, al momento secondo la BBC non ci sono notizie sulla sorte del lettore HD-DVD offerto come accessorio della sua console X-box 360.

La morale della storia è che ancora una volta il mercato ha dimostrato che non c’è spazio per due sistemi rivali e concorrenti non interoperabili (qualcuno ricorderà la lotta fra Betamax e VHS nelle videocassette), e che chi corre a comperare le nuove tecnologie rischia di rimanere scottato. Ma la cosa più triste è che siccome i dischi HD-DVD sono protetti contro la copia da una cifratura piuttosto pesante e da protezioni hardware, chi ha comperato film o telefilm in questo formato si troverà presto con una costosa collezione di sottobicchieri illeggibili, che non potrà neanche convertire ad altri formati.

Quanto costa davvero un SMS?

SMS, 465 euro al megabyte

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “br1tad” e “bernardo”. L’articolo è stato corretto dopo la pubblicazione iniziale.

Belli, gli SMS. Comodi e discreti. Una nuova forma di comunicazione, adorata dalle giovani generazioni che sembrano avere pollici geneticamente modificati. Ma una miniera d’oro per gli operatori telefonici, alcuni dei quali ne ricavano utili fino al 90%. Gli SMS, da soli, costituiscono il 20% del loro fatturato. A pochi centesimi a messaggio, ci sembra di spendere poco. Ma forse stiamo pagando troppo.

Facciamo due conti. Secondo l’analisi di Gthing.net, un SMS contiene un massimo di 140 byte (1120 bit) di dati. I 160 caratteri massimi di un SMS ci stanno in 140 byte perché gli SMS usano una codifica a 7 bit.

Se un SMS costa 10 centesimi di franco ed è sfruttato integralmente (composto da 160 caratteri), un bit viene a costare 10/1120 = 0,0089 centesimi. A questi prezzi, trasmettere un megabyte di dati (1.048.576 byte di 8 bit), ossia grosso modo un minuto di canzone MP3 o un libro, verrebbe a costare circa 750 franchi. Avete letto bene: settecentocinquanta. Lo stesso ragionamento vale anche con gli euro al posto dei franchi, ovviamente.

Nota: nella prima stesura di questo articolo avevo sbagliato i calcoli, e anche parecchio. Sono come i vecchi processori Pentium: ho la tendenza a randomizzare le cifre decimali e parcheggiare in doppia file il punto decimale. Chiedo scusa, prometto di non fare più calcoli dopo l’una del mattino e ringrazio Matteo per avermi corretto.

Anche acquistando pacchetti di SMS a un prezzo apparentemente vantaggioso (per esempio 1000 SMS per 19 franchi), il costo per SMS scende a 1,9 centesimi, ma un megabyte, o un minuto di MP3, costerebbe comunque ben 142 franchi e spiccioli.

Eppure le offerte di trasmissione dati dei medesimi operatori consentono di trasmettere 50 di quegli stessi megabyte per meno di dieci franchi, e si può scendere ancora con gli abbonamenti dedicati, che offrono trasmissione illimitata per pochi franchi al giorno. Le offerte sul mercato italiano sono strutturate allo stesso modo. Chiaramente qualcosa non va. Perché lo stesso bit trasmesso in un modo costa 300 volte di più che in un altro?

Facciamo un altro confronto. La trasmissione della voce sulla rete GSM è anch’essa una trasmissione di dati, che utilizza normalmente un codec a 9,6 kilobit al secondo (esistono anche l’Half Rate a 5,6 kb/s e il Full Rate a 13 kb/s, ma lo standard è 9,6 kb/s). In altre parole, un minuto di conversazione trasmette 576.000 bit, pari a 514 SMS. Quindi se la voce seguisse le tariffe degli SMS, un minuto di telefonata cellulare ci costerebbe 51 franchi e spiccioli.

La disparità diventa ancora più evidente se si considera che quel minuto di telefonata (che costa pochi centesimi) deve essere recapitato a destinazione immediatamente, mentre un SMS può arrivare anche con comodo. Paghiamo un bit pigro di un SMS centinaia di volte di più di quel che paghiamo i bit velocissimi delle telefonate. Non sorprende, allora, che secondo dati di Forrester Research citati dall’International Herald Tribune ci siano appunto margini di utile del 90% da parte degli operatori.

E’ eccessivo? L’Unione Europea si sta muovendo per far ridurre i costi della trasmissione dati e degli SMS in roaming, come riferisce Reuters, entro luglio, perché i ricarichi praticati in roaming sono in conflitto con il concetto di mercato unico dell’UE. Ma l’iniziativa mira soltanto ad equiparare i costi degli SMS inviati in roaming con quelli inviati sulla propria rete cellulare: i costi degli SMS in sé restano stratosferici in termini di prezzo al bit.

C’è chi propone soluzioni per arrangiarsi, come Skebby, Cellity o JackSMS, che usano i contratti forfetari di trasmissione dati per collegarsi ai servizi di invio SMS oppure creano una sorta di messaggistica istantanea, ma non è un servizio universale come lo è l’SMS. In Svizzera c’è anche l’originale smartphone Ogo, che permette di avere la chat di MSN sempre in tasca a canone fisso mensile, ma permette di chattare soltanto con altri utenti MSN (senza allegati): anche qui gli SMS si pagano a parte. Sembra proprio che nessuno voglia mollare la gallina dalle uova d’oro.

Radio: rimborso di Windows ore 10

Il punto sul rimborso di Windows

Avete già una licenza di Windows e non volete pagarla ancora per niente quando comperate un computer? Conviene evitare il problema alla fonte, se possibile, comperando computer privi di Windows, ma se siete caparbi esiste la possibilità, indicata in licenza, di ottenere un rimborso per Windows. La clausola c’è da circa un decennio, e io riuscii ad utilizzarla nel 1999 (come raccontato qui).

Da allora molti altri utenti, in Italia e altrove, hanno litigato e ottenuto il rimborso (che è un diritto, non una pretesa), ma la strada è tutta in salita e i rivenditori fanno resistenza, ponendo ostacoli e vessazioni a non finire, come l’obbligo di rispedire l’intero computer per rimuovere Windows e il relativo bollino di licenza, naturalmente a spese dell’utente.

L’ADUC ha predisposto un modulo per richiedere il rimborso (anche per Windows Vista) e ha radunato una serie di dati e articoli di riferimento per chiunque tenti questa strada, con decisioni dell’Antitrust italiano e una recente sentenza del Giudice di Pace di Firenze da citare per far capire ai rivenditori che fanno orecchio da mercante che fate sul serio e la legge è dalla vostra.

Nova Radio Firenze (ricevibile anche in streaming) ne parla questa mattina dalle 10 in poi e mi ha invitato a partecipare telefonicamente alla trasmissione: se avete storie di rimborsi riusciti o falliti da raccontare, contattate l’emittente al numero 055-3215139 oppure presso diretta chiocciola novaradio.info.

La serie completa dei miei articoli sul rimborso di Windows è raccolta qui.

Rimborsi Windows da Dell in GB, CH e Italia

Rimborsi Windows da Dell in GB, CH e Italia

Dell rimborsa Windows inutilizzato? In Inghilterra e Svizzera sì, in Italia anche, ma con fatica

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Se comperate un computer Dell con Windows preinstallato e quel Windows non vi serve (per esempio perché avete già una licenza migrabile di Windows o perché volete spianare Windows e sostituirlo con Linux), Dell rispetta le clausole della licenza e rimborsa.

Linuxworld riferisce di Dave Mitchell, un cliente Dell inglese, che ha da poco ricevuto un rimborso complessivo di 55 sterline (circa 80 euro) per il Windows XP Home SP2 inutilizzato che gli è stato imposto al momento dell’acquisto di un laptop Dell Inspiron 640m. “Imposto” può sembrare una parola forte, ma provateci voi a trovare un laptop venduto senza Windows.

Mitchell ha semplicemente rifiutato la licenza di Windows alla prima accensione del laptop, ha documentato il tutto fotograficamente, e ha scritto una lettera cartacea a Dell l’1/11. A seguito di una verifica telefonica, Dell gli ha inviato il rimborso, sotto forma di buono acquisto, dieci giorni dopo l’invio della lettera. Dell non gli ha neanche chiesto di rimuovere o restituire l’adesivo che fa da “certificato di autenticità” e surrogato di licenza di Windows. Il laptop è venduto senza CD di ripristino di Windows, per cui Dave non deve neppure restituire il software.

Linuxworld ha pubblicato anche un’intervista a una rappresentante di Dell su questo caso, che ha chiarito che non si tratta di una nuova politica generalizzata dell’azienda, ma di una “risposta unica a un cliente, fatta sulla base delle circostanze individuali dell’esperienza e della richiesta del cliente”. Sta di fatto che l’episodio costituisce un precedente prezioso per chi vuole cimentarsi nel far rispettare un diritto previsto esplicitamente dalla licenza, come spiegato in dettaglio nella mia pagina sul rimborso di Windows.

Non è l’unico precedente che riguarda Dell. Punto Informatico ha pubblicato di recente il caso di un utente svizzero che si è fatto rimborsare, sempre da Dell, 150 franchi (circa 94 euro) direttamente sul proprio conto corrente, per un Windows XP preinstallato non utilizzato. “Il tutto si è risolto con una gentilezza inverosimile e senza alcuna difficoltà”, dice l’utente.

Per quanto riguarda Dell in Italia, ho la segnalazione di un utente Linux che è riuscito a farsi scontare 120 euro dal prezzo d’acquisto, oltretutto senza perdere la licenza di Windows, sia pure con difficoltà nettamente superiori a quelle descritte in Inghilterra e in Svizzera.

I precedenti, insomma, ci sono, e non soltanto all’estero. Anche se per ora è Dell che fornisce uno sconto pur di non perdere il cliente, senza chiedere a sua volta a Microsoft il rimborso per la licenza invenduta, è chiaro che il diritto al rimborso esiste e non è ammissibile che si continui a calpestarlo come fanno molte altre aziende produttrici di computer.

Paradossalmente, Dell potrebbe trarre un vantaggio da questi rimborsi, sotto forma di pubblicità favorevole fra i linuxiani e anche fra coloro che più semplicemente hanno già una licenza migrabile di Windows (o una site license) e desiderano utilizzarla e soprattutto non sprecare denaro comperando un prodotto per loro inutile e indesiderato. Però è ora di finirla con le procedure “uniche” e “individuali” e fornire un metodo semplice e diretto per far valere un diritto del consumatore.

Le Iene e cellulari, NON riproviamo stasera

Niente cellulari in volo stasera

Questa sera dovrebbe andare in onda il servizio de Le Iene dedicato alla pericolosità dei cellulari in aereo. Visto il rinvio, è stato girato del materiale aggiuntivo che dovrebbe essere molto interessante. A stasera!

Aggiornamento


Come non detto: la redazione mi ha appena avvisato che il pezzo non andrà in onda stasera. Sigh.

Antibufala: si può telefonare a scrocco dagli aerei?

La leggenda del cellulare volante

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Non voglio anticipare tutto il dossier che ho preparato per Le Iene prima che mandino in onda il servizio sulla pericolosità dei cellulari in aereo, ma visto che si tratta di parecchio materiale, comincio a pubblicarne alcuni stralci, anche perché è importante stroncare uno dei miti che possono indurre a violare la sicurezza dei voli.

Il mito in questione è che sia proibito usare i cellulari a bordo soltanto perché telefonare ad alta quota manderebbe in tilt il sistema di gestione degli addebiti e quindi si potrebbe telefonare gratis, e gli operatori telefonici non vogliono scrocconi.

I dati tecnici sbufalano drasticamente questo mito: avrebbero forse potuto funzionare i cellulari analogici (ormai in disuso), almeno a quote basse. Ne abbiamo un esempio tragico negli eventi dell’11 settembre: a bordo del Volo 93, quello caduto in Pennsylvania, un passeggero (Edward Felt) e una hostess (CeeCee Lyles) riuscirono a usare brevemente i loro cellulari per due chiamate quando l’aereo era a meno di 1800 metri di quota.

Ma per quanto riguarda i cellulari digitali, ci sono dei limiti intrinseci del sistema che rendono sostanzialmente impossibile telefonare in quota. Lo standard GSM ha un limite pratico di 35 chilometri fra cellulare e stazione radio base (estendibile se si interviene sul parametro del timing advance). Non è un limite di portata del segnale radio: è un limite dettato dall’esigenza di sincronizzare più telefonate in modo che condividano la stessa frequenza senza disturbarsi a vicenda. Quindi niente telefonate sull’oceano, ma almeno in termini di distanza sarebbe possibile agganciarsi a un’antenna anche in quota (a 10 km o più).

Lo stesso motivo di sincronizzazione pone però un limite (dettato a livello di specifica) di 250 km/h di velocità relativa fra telefono e stazione radio base, anche se i test sui treni ad alta velocità indicano che il GSM 900 può funzionicchiare fino a 500 km/h (Application of GSM in high speed trains: measurements and simulations, IEEE, 1995); ma il GSM 1800 ha un limite ancora inferiore (circa 125 km/h). Considerato che gli aerei volano mediamente a oltre 800 km/h, la sincronizzazione risulta impossibile.

In altre parole, usare il cellulare in volo è non solo pericoloso e stupido: è inutile.

Microhoo o Yahoosoft?

Google, il terzo incomodo nel matrimonio Microsoft-Yahoo

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Google ha risposto pubblicamente all’offerta d’acquisto di Yahoo da parte di Microsoft per la ragguardevole cifra di 44 miliardi di dollari e spiccioli (giusto per inquadrare la cifra, si tratta del prodotto interno lordo del Lussemburgo, con Barbados, Maldive e isole Fiji in omaggio). La risposta è comparsa sul blog ufficiale di Google, e paventa a tinte forse fin troppo fosche quello che molti utenti e addetti ai lavori hanno sospettato all’annuncio dell’offerta:

La natura aperta di Internet è ciò che ha reso possibili Google e Yahoo! Una buona idea che gli utenti trovano utile si diffonde rapidamente. Intorno a quell’idea si possono creare attività imprenditoriali. Gli utenti beneficiano di un’innovazione costante. E’ questo che rende Internet un posto così emozionante.

Pertanto l’offerta ostile di Microsoft nei confronti di Yahoo! solleva domande inquietanti. Non si tatta di una semplice transazione finanziaria, di una società che prende il controllo di un’altra. Si tratta di preservare i principi basilari di Internet: l’apertura e l’innovazione.

Microsoft potrebbe ora tentare di applicare lo stesso genere di influenza scorretta e illegale su Internet che applicò al PC? Mentre Internet premia l’innovazione competitiva, Microsoft ha spesso tentato di costituire dei monopoli proprietari e poi far leva sulla propria posizione dominante per estenderla a nuovi mercati contigui.

L’acquisizione di Yahoo! potrebbe permettere a Microsoft, nonostante la sua eredità di gravi violazioni legali e normative, di estendere prassi non eque dai browser e dai sistemi operativi a Internet? Inoltre, Microsoft più Yahoo! equivale a una fetta schiacciante degli account di messaggistica istantanea e di e-mail via Web. Insieme, le due società gestiscono i due portali più trafficati di Internet. Una combinazione delle due società potrebbe sfruttare un monopolio nel software per PC per limitare in modo non equo la capacità dei consumatori di accedere liberamente ai servizi via Web, di e-mail e di messaggistica istantanea dei concorrenti? I responsabili delle politiche di tutto il mondo devono porsi queste domande – e i consumatori si meritano risposte soddisfacenti

Quest’offerta ostile è stata annunciata venerdì, per cui c’è tempo in abbondanza per affrontare esaurientemente queste questioni. Prendiamo sul serio la natura aperta di Internet, la scelta e l’innovazione. Sono il midollo della nostra cultura. Crediamo che gli interessi degli utenti di Internet vengano al primo posto – e debbano venire al primo posto – mentre vengono esaminati i meriti di quest’acquisizione proposta e vengono esplorate le alternative.

Secondo il New York Times, Google ha inoltre offerto a Yahoo una mano per resistere al tentativo di acquisto.

Facciamo due conti. In termini di fatturato, Microsoft è il gigante, con 51,5 miliardi di dollari contro i 16,5 di Google e i 6,7 di Yahoo. In termini di utile la classifica si ripete: 14 miliardi di dollari per Microsoft, 4,2 per Google e un misero 0,7 per Yahoo.

Ma la situazione si ribalta guardando il mercato delle ricerche online e della relativa pubblicità: negli Stati Uniti, Google ha il 56%, mentre Microsoft più Yahoo arrivano al 30%. In Europa il distacco è ancora più marcato: Google ha dall’80 al 90%. In altre parole, sulla carta Google non ha da temere, almeno nel breve periodo, dalle proposte di Microsoft. Le obiezioni di Google sul fatto che Microhoo (o Yahoosoft) diventerebbe dominante nel settore della messaggistica sono abbastanza discutibili, perché con la messaggistica non si guadagna.

Ma tutti gli addetti ai lavori, e in particolare Google, hanno ben presente quello che fece Microsoft a Netscape. Nel giro di poco più di due anni, la posizione di assoluto dominio del mercato dei browser passò da Netscape a Microsoft. Netscape fu strangolata con pratiche illegali, quelle citate dal blog di Google, che costarono a Microsoft una causa antitrust, alla fine della quale l’azienda di Bill Gates fu riconosciuta colpevole ed è ancora monitorata da un tribunale federale statunitense e dalla Commissione Europea.

Nel frattempo, però, Netscape era morta. Microsoft aveva sfruttato la propria posizione dominante nel mercato dei sistemi operativi per rendere Netscape artificiosamente incompatibile (qualcuno ricorderà gli onnipresenti avvisi “sito ottimizzato per Internet Explorer”) e cacciare il browser rivale dalla Rete. Microsoft ora sconta il prezzo, anche in termini di reputazione, di quella strategia.

Allora Microsoft uguale cattivo e Google uguale buono? Non troppo. Anche Google ha i suoi bei problemi di monopolio. Non a livello legale (a parte la disputa per l’approvazione antitrust del suo acquisto di Doubleclick), ma a livello pratico. Google sta diventando tentacolare. La mail? Sono sempre di più quelli che la mettono su Gmail (me compreso). Le foto? Sono su Picasa, che è di Google. I blog? Sono su Blogger, come quello che state leggendo. Poi ci sono Google Video, Google Maps, Google Earth e il progetto di mettere Google nei telefonini tramite Android.

E c’è anche Google Docs, che probabilmente rappresenta la minaccia più diretta al modello commerciale di Microsoft. Se applicazioni simili a quelle di Microsoft Office sono accessibili via Web, senza doverle installare, e funzionano con qualunque sistema operativo, perché comperare programmi tradizionali? Perché comperare Office? E a pensarci bene, perché comperare Windows?

Ragionamenti di questo genere spingono molti utenti a tifare per Google. Attenzione, però, a non passare dalla padella alla brace. Certo, un duopolio Microsoft/Google stimolerebbe la concorrenza e dovrebbe portare quindi a servizi sempre più sofisticati. Ma mentre tifiamo per l’una o l’altra squadra, facciamo attenzione a non perdere di vista un concetto ben più importante.

Con i suoi formati proprietari e le sue incompatibilità intenzionali, Microsoft ha il controllo dei nostri documenti (dobbiamo passare da Microsoft per leggerli); ma Google, attraverso Gmail, memorizzazione delle ricerche individuali, Youtube, il motore di ricerca, Google Maps e Picasa, possiede la nostra mail, il nostro blog, le nostre foto, i nostri video; la nostra vita. Tutta a disposizione da leggere, già consegnata ed etichettata sui suoi server.

E il bello è che gliela stiamo dando volontariamente.