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Sono a un simposio internazionale di sicurezza informatica. Vi racconto cosa si dice

Sono a un simposio internazionale di sicurezza informatica. Vi racconto cosa si dice

Questo articolo vi arriva gratuitamente grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una per incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/09/21 15:50.

Sono stato cortesemente invitato ad assistere al simposio Cybersecurity and Managerial Challenges “A continuing challenge for a modern society” che si tiene oggi e domani al Franklin College di Lugano (www.cmcsymposium.org). I relatori sono di tutto rispetto e promettono di toccare argomenti estremamente interessanti per la sicurezza informatica aziendale, nazionale e internazionale. Proverò a raccontarvi più o meno in tempo reale gli eventi salienti della giornata. Intanto date un’occhiata al programma e all’elenco dei relatori.

Jacob Keidar, ambasciatore d’Israele a Berna, parla dell’approccio israeliano alla sicurezza informatica. Quasi il 5% del PIL israeliano viene investito in ricerca e sviluppo, e le forze armate fanno sinergia massiccia con le università per formare le nuove leve della sicurezza informatica nazionale, che spesso vanno poi a occupare posti chiave nelle aziende private o le fondano. Il 25% degli informatici israeliani ha così una formazione di origine militare (per cui non c’è da stupirsi, aggiungo io, se quando si parla di aziende informatiche israeliane salta quasi sempre fuori un legame militare).

Morris Mottale, professore della Franklin University, parla dell’evoluzione della teoria cibernetica con una bella citazione dell’informatica di Star Trek (riferita alla Serie Classica che compie cinquant’anni). Prevede un inesorabile aumento della sorveglianza informatica governativa e considera che uno dei pericoli principali sia l’insider ai livelli intermedi di un’organizzazione di sicurezza nazionale.

Siim Alatalu, Head of International Relations che collabora con il CCD COE (Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence) della NATO in Estonia, parla della cooperazione internazionale per la sicurezza informatica nazionale. Sottolinea che da luglio di quest’anno oltre la metà della popolazione mondiale è online; Internet non è più territorio esclusivo dei paesi occidentali, e questo cambia tutti gli equilibri. Dice che ci sono 17 paesi con “capacità offensive dichiarate” in campo informatico (cita Russia, Cina e Corea del Nord “e altri paesi”). Cita gli attacchi a livello nazionale in Estonia (2007), Georgia (2008) e Ucraina (2014) e il Manuale di Tallinn (il libro di testo principale sulle leggi internazionali applicabili alla guerra informatica), di cui uscirà prossimamente un’edizione aggiornata. Anche per lui la minaccia chiave è il fattore umano: l’utente innocente che non si rende conto di fare qualcosa di pericoloso (97% degli incidenti informatici). In Estonia è stato reso obbligatorio un corso preliminare di addestramento alla sicurezza informatica per tutti i dipendenti, dall’utente di base fino al manager e allo specialista, e altri paesi europei stanno imitando questo approccio.

Daniele Mensi, vicepresidente di Ubiquity, parla di crimine informatico finanziario su piattaforme mobili. Conferma attraverso due casi vissuti personalmente una teoria molto interessante: gli errori vistosi e le palesi sgrammaticature nelle mail di phishing sono intenzionali, perché permettono di valutare la vulnerabilità e l’ingenuità della vittima potenziale. In altre parole, gli errori selezionano i bersagli migliori. Ci sono oggi tre miliardi di persone connesse a servizi mobili e altre due si aggiungeranno entro il 2020: quasi un raddoppio in quattro anni. Nell’UE, nel 2013 (ultimo anno per il quale sono disponibili dati), l’ammontare delle transazioni fraudolente tramite carte di credito e debito è stato di 1,44 miliardi di euro (lo 0,039% del valore totale delle transazioni). Le frodi con carta non presente sono passate dal 46% al 66%. Uno dei problemi principali nel migliorare la sicurezza, nota Mensi, è che non c’è armonizzazione nelle forme di sicurezza fornite dalle banche.

Matthias Bossardt, Head of Cyber Security and Data Protection di
KPMG, affronta i dati sugli attacchi informatici in Svizzera: il 54%
delle aziende ha subito attacchi informatici negli ultimi 12 mesi. Dal 14 aprile in UE ci saranno multe fino a 20 milioni di euro o il 4% del fatturato annuale per chi non rispetta le norme sulla protezione dei dati; qualcosa di analogo ci sarà prossimamente anche in Svizzera. Meno della metà delle aziende svizzere ha un piano di risposta agli incidenti di sicurezza informatica e svolge esercitazioni di sicurezza (dati 2016). Sottolinea che in questo momento uno dei canali preferiti per gli attacchi informatici è costituito dai fornitori dell’azienda bersaglio.

Francesco Arruzzoli di STE Spa fa sul palco una dimostrazione in tempo reale (con parecchi intoppi, ma il messaggio è abbastanza chiaro) di penetrazione in un sistema informatico di un’azienda immaginaria: attaccano una periferica di un amministratore di sistema (un vivavoce USB). La periferica originale viene sostituita fisicamente (grazie a una persona che finge di essere un addetto alle pulizie che ha un tesserino falso, ottenuto fotografando da lontano quello originale) con una copia il cui microcontroller viene simulato con un Arduino e quindi ha molte funzioni aggiuntive utili agli aggressori: in particolare ha la capacità di iniettare malware nel PC al quale è collegato, emulando una tastiera. Usando una sequenza di digitazioni preregistrate, viene aperta una sessione di terminale senza conoscere la password dell’amministratore, viene creato un nuovo account amministratore e viene fatto reboot. Il malware si nasconde all’occhio dell’utente usando l’omografia Unicode per assumere un nome apparentemente legittimo (svchost.exe). Non viene spiegato come sfugge all’antivirus. Fatto questo, viene usato Metasploit per trovare una vulnerabilità nel PC. Una volta trovata, viene sfruttata per prendere il controllo dell’intero datacenter aziendale. Morale della storia: qualunque cosa possa andare storta in una demo lo farà. Perla finale: viene presentato come reale un video di hacking di segnali stradali che in realtà era un falso realizzato per marketing virale, come descrivevo nel 2008.

Neil Hindocha della danese Fortconsult parla di Internet delle Cose: usando Shodan.io e Massscan trovano oltre 60.000 dispositivi (sensori di domotica, antifurto, serrature, sensori sismici, porte di carceri, 15.000 Bancomat, automobili, robot industriali, sensori di monitoraggio della pressione di oleodotti, impianti nucleari e molto altro) che comunicavano in chiaro. E i dati sono anche scrivibili. Quando ha presentato questo problema a DEF CON, venti minuti dopo qualcuno ha iniettato nei sensori sismici in Giappone un terremoto di grado Richter 9.1. Questa falla è ancora aperta. Bello l’accenno a Stuxnet (guardate il documentario Zero Days per i dettagli); magnifici gli scenari di attacco informatico, basati su questa falla, in grado di paralizzare una città o una nazione. Maggiori informazioni sono qui. La mia domanda a Hindocha è stata come mai non c’è crittografia o autenticazione su queste comunicazioni: la risposta è che il protocollo MQTT era stato concepito per le comunicazioni satellitari con sensori in ambienti remoti e impossibili da aggiornare, e poi è stato usato per altri scopi e ci si è dimenticati della sicurezza. Un classico.

William Long, della Sidley Austin LPP londinese, parla delle novità normative dell’UE in materia di responsabilità e protezione dei dati. In particolare ha presentato la NIS Directive, una direttiva europea sulla sicurezza informatica che cerca di mettere ordine nel caos legislativo dei vari paesi ed entrerà in vigore nel 2018, dando nuovi diritti ai cittadini (cancellabilità, rifiuto di profilazione, portabilità dei dati) e obblighi di annuncio alle autorità europee delle violazioni di sicurezza entro 72 ore. Divertentissime le acrobazie linguistiche alle quali Long (essendo britannico) è costretto a causa della Brexit. Interessante la portata di questa normativa, che varrà anche per le grandi aziende extra-UE che detengono dati sui cittadini UE (Facebook, Google, Apple e Microsoft, per esempio). Viene citato anche il caso dirompente di Max Schrems contro Facebook davanti alla Corte di Giustizia Europea, che ha avuto impatto su oltre 5000 aziende che adottavano le norme sul safe harbor per la gestione dei dati personali.

Carolina Reggiani, criminologa, esplora brevemente la psicologia dell’hacker (nell’accezione popolare del termine, ossia “criminale informatico”), smontando miti e luoghi comuni. Citati, in particolare, Mitnick e McKinnon.

Federico Luperi, di ADNKronos, parla del danno alla reputazione dopo un attacco informatico, visto oggi come uno dei rischi più importanti per un’azienda. Cita i casi di Ashley Madison, Mossack Fonseca, e spiega alcune delle tecniche di gestione di questo danno.

Con questo si conclude la giornata. Il simposio prosegue domani, ma non ci potrò essere per via di una conferenza che devo tenere a Milano. Spero che  questo resoconto sia stato interessante e utile quanto lo è stato per me partecipare.

Vendicatore informatico smaschera truffatori che mandano false fatture infettanti

Vendicatore informatico smaschera truffatori che mandano false fatture infettanti

Lukavsky (via The Register)

Florian Lukavsky è uno a cui non dispiace farsi molti nemici, a quanto pare. Dirige l’ufficio si Singapore della SEC Consult, un’azienda di sicurezza informatica, e lotta contro le truffe online ai danni delle aziende con un metodo decisamente interessante.

I truffatori cercano di imbrogliare le proprie vittime aziendali mandando loro delle mail falsificate, apparentemente provenienti dai dirigenti, che ordinano di effettuare pagamenti verso conti correnti in realtà controllati dai criminali, come in questo caso recente. Ci sono state molte vittime illustri, come Accenture, Chanel, Hugo Boss, HSBC e Mattel, oltre a tante altre meno illustri.

In collaborazione con le forze dell’ordine, Lukavsky rende la pariglia ai truffatori: manda loro un documento PDF che simula di essere una conferma della transazione ma è in realtà scritto in modo da contenere malware che, quando viene aperto, raccoglie informazioni d’identità dai computer dei criminali e le manda a Lukavsky. “Siamo stati in grado di ottenere i nomi utente e gli hash di Windows 10, che sono legati per default ad Outlook”, racconta l’informatico. Gli hash sono stati poi usati per risalire alle password corrispondenti. Le informazioni raccolte sono state trasmesse alla polizia, che ha arrestato i truffatori, situati in Africa.

The Register, che segnala la notizia (in inglese), riporta anche altri episodi di questo genere e cita le stime impressionanti dell’FBI sulle perdite economiche causate da questa forma di crimine.

L’Internet delle Cose Inutili: lo spazzolino da denti online con rilevamento di posizione

L’Internet delle Cose Inutili: lo spazzolino da denti online con rilevamento di posizione

Sì. Quello mostrato nella pubblicità qui accanto è uno spazzolino da denti con “rilevamento di posizione nella mascella”. Associato via Bluetooth ad un telefonino con relativa app, “rileva… in tempo reale la durata e la pressione necessarie per la spazzolatura”. Perché parlare con il proprio dentista e farsi spiegare come si usa uno spazzolino, manuale o elettrico che sia, non si può. E meno male che è scontato da 299 franchi a 249 (in Italia è venduto a circa 200 euro).

Questa è l’Internet delle Cose. Delle cose che non hanno alcuna buona ragione di essere connesse a Internet, se non quella di seguire la moda di connettere tutto: bollitori, macchine del caffè, persino vibratori. E trasformare tutto in gioco, secondo la dottrina della gamification, perché altrimenti la gente non è capace di pensare alla propria igiene e salute. C’è stato persino il concorso informatico Hack the Brush per chi sviluppava il miglior software. Per uno spazzolino da denti.

Non è una mia lamentela da vecchio luddista che non sa apprezzare le nuove tecnologie: di questo spazzolino ha parlato anche Stefano Zanero, professore associato del Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria presso il Politecnico di Milano, in un convegno intitolato non a caso Internet of Broken Things.

Il problema, infatti, non è soltanto la frivolezza da primo mondo di avere uno spazzolino interconnesso e “intelligente” (anche se va detto che i clienti soddisfatti esistono): è il fatto che i dispositivi dell’Internet delle Cose sono progettati quasi sempre senza pensare alla sicurezza informatica e alla privacy. Collegare un dispositivo vulnerabile alla propria rete domestica o aziendale può creare vulnerabilità del tutto inattese, come è emerso per il bollitore iKettle che rivela la password del Wi-Fi, o come ben sanno quelli di Hacking Team. Una versione precedente dello spazzolino in questione aveva una vulnerabilità: trasmetteva i dati in chiaro. E questa come sarà?

Certo, sono solo dati di spazzolatura: sembrano poco interessanti a un ficcanaso o a un ladro. Ma anche il battito cardiaco rilevato dai braccialetti digitali di fitness sembrava un dato condivisibile senza problemi di privacy fino a che ci si è resi conto che era possibile dedurre cosa stava facendo la persona, per esempio quando si concedeva un momento di intimità con il proprio partner (o anche senza, considerato che questi braccialetti hanno un accelerometro che rileva i movimenti del braccio).

Fonti aggiuntive: TechCrunch.

Le armi informatiche perse dall’NSA sono già in uso

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Secondo le ricerche effettuate da Mustafa Al-Bassam, nel mondo ci sono attualmente oltre 15.000 firewall Cisco PIX vulnerabili all’attacco (finora segreto) BENIGNCERTAIN che l’NSA si è lasciata sfuggire. Quindi nonostante risalgano a circa tre anni fa, sono tutt’altro che spuntate.

Intanto arrivano le prime segnalazioni di attacchi effettuati con queste armi e rilevati da chi si è attrezzato per farlo:

Motivi per non usare la stessa password dappertutto, puntata numero 802701: MacKeeper

Motivi per non usare la stessa password dappertutto, puntata numero 802701: MacKeeper

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Sarà capitato anche a voi, quando vi chiedono consigli di sicurezza informatica e proponete di usare password differenti almeno per ciascuno dei siti o servizi più importanti, di ricevere in cambio quello sguardo di compatimento che dice “tu sei troppo paranoico”.

Non è questione di paranoia: è che so come lavora mediamente la gente. C’è un solo termine tecnico per descrivere con precisione il modo in cui la maggior parte delle aziende gestisce la sicurezza, e quel termine tecnico è “col culo”. Scusate la schiettezza, ma quando ci vuole, ci vuole.

Volete un esempio pratico? MacKeeper. Quell’applicazione per OS X particolarmente rompiscatole la cui pubblicità imperversa ovunque e che promette di migliorare le prestazioni e la sicurezza dei Mac. È praticamente inutile se non dannosa, ma lasciamo perdere. Quello che conta, qui, è il modo in cui l’azienda titolare di MacKeeper, la Kromtech, gestiva i dati dei suoi tredici milioni di clienti.

Li metteva in un database in chiaro, accessibile via Internet.

Sì, avete letto bene. Ripeto: Kromtech teneva i dati dei clienti di MacKeeper in un database in chiaro, accessibile via Internet. Comprese le password. Tutti i dettagli deprimenti sono su The Inquirer.

Per cui se avete usato per MacKeeper una password che avete usato altrove, quella password va cambiata. Possono averla letta e copiata cani e porci. Più in generale, diversificate le vostre password, perché questo episodio, l’ennesimo di una lunga serie, conferma che le aziende custodiscono i vostri dati con la stessa cura che un sedicenne dedica ai preservativi dopo l’uso. Non dite che non vi ho avvisato.

Sì, le chiavette USB lasciate in giro come esca funzionano

Sì, le chiavette USB lasciate in giro come esca funzionano

È un espediente usato spesso nelle trame dei film e telefilm quando si vuole mostrare un tentativo di intrusione informatica: lasciare nelle vicinanze dell’azienda o della persona presa di mira delle chiavette USB che facciano da esca e poi attendere che il bersaglio le trovi e, mosso da curiosità, le infili in un computer, in modo che il malware contenuto nelle chiavette possa infettarlo e poi rubare dati o compiere altre nefandezze.

La tecnica è stata mostrata, per esempio, in una puntata della prima stagione di Mr. Robot, telefilm-culto fra gli informatici per il realismo delle modalità d’intrusione digitale che mostra. Ma questa storia delle chiavette è davvero credibile? La gente è davvero così curiosa e ingenua?

Purtroppo sì: pochi giorni fa, al convegno statunitense BlackHat, Elie Bursztein di Google ha presentato i risultati di un esperimento nel quale quasi 300 chiavette USB sono state lasciate in giro nel campus della University of Illinois Urbana-Champaign. Il 98% delle chiavette è stato raccolto (la prima solo sei minuti dopo il piazzamento) e il 45% è stato non solo inserito in un computer connesso a Internet ma sfogliato cliccando sui suoi file.

Le chiavette disseminate sono state etichettate con nomi diversi (“esami”, “confidenziale”, con chiavi e indirizzo del proprietario, oppure senza alcuna indicazione) per vedere quali nomi erano più allettanti. La buona notizia è che le chiavette che recavano le coordinate del proprietario sono state quelle meno aperte.

Alle cavie dell’esperimento è andata bene, perché sulle chiavette c’era solo un innocuo sondaggio tracciante, ma Bursztein ha mostrato come sarebbe stato possibile camuffare come chiavetta USB un emulatore di tastiera che poteva prendere il controllo del computer. Mai fidarsi, insomma, delle chiavette trovate in giro, neanche se hanno l’aria di contenere informazioni golose.

Fonte aggiuntiva: Tripwire.

Telegram “violato”, le precauzioni da prendere

Telegram “violato”, le precauzioni da prendere

Ha fatto scalpore la notizia, pubblicata da Reuters, che dei ricercatori informatici (Collin Anderson e Claudio Guarnieri) hanno denunciato la violazione di alcuni account della popolare app di messaggistica cifrata Telegram appartenenti ad attivisti politici iraniani e sono riusciti a identificare i numeri di telefono di circa 15 milioni di utenti Telegram del paese. L’annuncio ha creato dubbi sull’effettiva riservatezza delle comunicazioni effettuate con quest’app.

Le violazioni sono avvenute sfruttando il fatto che Telegram utilizza gli SMS per abilitare nuovi dispositivi all’uso di un account. Se questi SMS vengono intercettati, per esempio tramite l’operatore della rete cellulare, un intruso può aggiungere un nuovo dispositivo a un account e quindi ricevere i messaggi scambiati dall’utente di quell’account e leggere le cronologie delle chat. Questo significa che Telegram è vulnerabile nei paesi nei quali gli operatori telefonici collaborano strettamente con i governi.

Secondo i responsabili di Telegram, tuttavia, la vulnerabilità è risolvibile evitando di usare gli SMS di verifica e usando al loro posto una password robusta e una casella di mail ben protetta, ossia la verifica in due passaggi introdotta da Telegram l’anno scorso.

L’identificazione di massa degli utenti, invece, è stata liquidata da Telegram come un non problema, perché “sono stati raccolti soltanto dati pubblicamente disponibili” e non sono stati violati gli account. Ma in realtà sapere chi usa Telegram, e saperlo in modo massiccio come in questo caso, è comunque un problema di sicurezza per gli utenti.

Una catalogazione di massa degli utenti Telegram di un paese consente infatti ai governanti di sapere chi sente il bisogno di comunicare in modo segreto. Come mai lo fa? Cos’ha da nascondere? In molti paesi il solo fatto di usare app che fanno cifratura è considerato sospetto. Avendo i numeri di telefonino degli utenti Telegram, un governo può non solo identificare gli utenti, ma sapere dove abitano, chi chiamano e dove si trovano. In caso di manifestazione in piazza, per esempio, un governo può usare la rete cellulare per sapere chi ha partecipato e quali dei partecipanti usano Telegram e quindi sono più sospetti.

Come sempre, insomma, si può sapere molto di una persona anche senza intercettare il contenuto delle sue comunicazioni ma sfruttando soltanto i metadati che le descrivono: con chi ha comunicato, a che ora, per quanto tempo, e dove si trovavano gli interlocutori. È meglio tenerlo ben presente prima di fidarsi ciecamente delle promesse di sicurezza offerte dalle app di messaggistica.

Fonti: Sophos, @pwnallthethings.

Usate prodotti di sicurezza Symantec? Aggiornateli: sono attaccabilissimi

Grosso imbarazzo in casa Symantec. Venticinque suoi prodotti, venduti per fornire sicurezza agli utenti privati e aziendali, hanno in realtà delle vulnerabilità che espongono i clienti ad attacchi automatici potenzialmente devastanti. L’avviso arriva dal ricercatore di sicurezza informatica Tavis Ormandy: queste falle possono essere sfruttate senza richiedere l’intervento dell’utente e hanno accesso al cuore del sistema informatico proprio perché passano dai suoi sistemi di sicurezza. Per attaccare un utente è sufficiente mandargli un file o un link via mail: la vittima non ha bisogno di aprire il file, e l’attacco è wormable: può diffondersi automaticamente da un computer a un altro.

Ormandy ha dimostrato la vulnerabilità nella maniera più diretta ed eloquente possibile: secondo quanto spiegato in questo tweet, ha inviato a Symantec un attacco (exploit) isolandolo all’interno di un file ZIP protetto da password. Ha incluso la password nella mail. Il server di mail Symantec, sul quale giravano i prodotti Symantec vulnerabili, ha estratto la password dalla mail, ha decifrato il file ZIP, ha letto il codice dell’attacco ed è andato in crash.

Symantec ha pubblicato un avviso di vulnerabilità che elenca 17 suoi prodotti aziendali e otto per uso privato, come Norton AntiVirus, Norton Security, Norton Internet Security, Norton 360, Norton Security for Mac.

Lo stesso avviso elenca anche le versioni aggiornate dei vari software che risolvono le vulnerabilità. Per la maggior parte degli utenti l’aggiornamento dovrebbe essere automatico.

Symantec non è l’unica società di sicurezza informatica a trovarsi nella situazione paradossale di indebolire le difese dei propri clienti invece di aumentarle. Negli ultimi cinque anni, nota Ars Technica, ci sono stati problemi di questo genere con il Comodo, Eset, Kaspersky, FireEye, McAfee, Trend Micro e altri.

Controlli parentali, consigli per genitori: prima parte

Ricevo spessissimo domande su come proteggere i minori durante la navigazione in Rete e l’uso dei dispositivi digitali, per cui inizio oggi una serie di articoli sull’argomento.

Prima di tutto, non esiste un gadget magico che risolve il problema. Gran parte della protezione arriva da una serie di comportamenti dei genitori. Un articolo pubblicato su The Atlantic divide i genitori in tre categorie: i permissivi, che mettono poche restrizioni sull’uso delle tecnologie digitali; i restrittivi, che cercano concretamente di limitare questo uso; e i mentori, che partecipano attivamente all’uso.

Stando ai risultati ottenuti, conviene essere mentori: i genitori restrittivi hanno il triplo del rischio di trovarsi di fronte a un minore che usa l’identità di un compagno di scuola o di un adulto per eludere le restrizioni.

La società di sicurezza informatica F-Secure ha pubblicato un vademecum molto interessante che è una buona base da ripassare prima di prendere in considerazione misure di tipo tecnologico.

Per esempio, consiglia di insegnare ai bambini l’uso responsabile delle tecnologie, mostrando come scegliere password robuste e usare un gestore di password, come impostare gli account nei social network in modo che non mostrino informazioni private agli sconosciuti. In particolare è importante chiarire che i tutorial che trovano online e che sono sempre più spesso la principale fonte d’istruzione sono solitamente superficiali e concepiti per far entrare rapidamente nel social network ma non per farlo in modo sicuro.

Un altro consiglio è dare il buon esempio: se usate password pessime, passate tanto tempo a fissare lo schermo del vostro smartphone o non fate mai attività all’aperto, lontano dai dispositivi digitali, è difficile pretendere che i vostri figli faranno diversamente. Non basta dire quali sono le regole: occorre dimostrare che le regole funzionano, facendo lo sforzo di seguirle personalmente.

Non va dimenticato, poi, che i dispositivi digitali non sono delle babysitter, non vanno usati come strumenti per tenerli tranquilli e non sostituiscono le altre cose di cui ha bisogno una persona che cresce.

Le regole della vita offline valgono anche online: il mondo sarà anche cambiato, ma la maggior parte delle buone raccomandazioni che un genitore di oggi ha ricevuto dai suoi genitori restano valide oggi e anche in Rete: per esempio, non parlare agli sconosciuti, non visitare posti pericolosi senza essere accompagnati, non litigare e non insultare facendo i bulli sono consigli che funzionano sempre.

Infine un mito da smontare: il “mondo virtuale” non esiste. Quello che si fa in Rete è reale, ha effetti concreti e tocca persone tutt’altro che virtuali.

In vendita 32 milioni di password rubate di utenti Twitter? Esperti dubbiosi

In vendita 32 milioni di password rubate di utenti Twitter? Esperti dubbiosi

Alcuni siti (per esempio Repubblica) hanno annunciato con toni di certezza la messa in vendita nei bassifondi di Internet di un elenco di oltre 32 milioni di password di Twitter, causando un certo panico fra gli utenti di questa piattaforma di microblogging, ma gli esperti hanno molti dubbi sulla qualità dell’offerta illecita, il cui prezzo è molto basso per gli standard del settore: circa 5000 dollari.

La fonte originale della notizia è Leakedsource.com, un sito che si offre come servizio di verifica di furto di password: si immette il nome utente del proprio account e si viene avvisati se la password dell’account è presente nelle varie collezioni di password rubate circolanti in Rete. LeakedSource dice di aver verificato soltanto 15 password presenti nell’elenco di quelle rubate di Twitter, ma tutte e quindici sono risultate autentiche.

Tuttavia è improbabile, a detta degli esperti, che l’elenco contenga davvero 32 milioni di password attualmente valide, perché Twitter protegge le password degli utenti conservandole soltanto in forma pesantemente cifrata (hash con bcrypt), che richiederebbe tempi e potenze di calcolo impraticabili per decifrarne 32 milioni in caso d’incursione nei server di Twitter. L’azienda ha comunque inviato un invito di cambio password ad alcuni milioni di utenti dopo aver rilevato che le loro password erano in circolazione.

Lo scenario più probabile è che non sia stato violato Twitter ma che siano stati violati gli utenti, per esempio perché hanno computer infetti. In ogni caso, se avete un account Twitter, è opportuno fare due cose:

non fidarsi di inviti a cliccare su un link per aggiornare la vostra password. I ladri di password approfittano spessissimo di notizie come questa per mandare messaggi falsi che sembrano provenire dal gestore del servizio (in questo caso Twitter, appunto) ma in realtà portano a siti-clone, identici a quelli del servizio ma in realtà gestiti dai truffatori. Se volete aggiornare la password di un servizio, accedete al sito del servizio manualmente, scrivendone il nome.

attivare la verifica in due passaggi, che vi salva in caso di furto di password: attivando questa verifica, infatti, la password funziona soltanto se viene immessa usando uno dei vostri dispositivi. Se un ladro vi ruba la password e la immette in uno dei suoi, gli viene negato l’accesso e ricevete un’allerta via SMS o in altro modo.

Su Twitter la verifica in due passaggi si attiva andando a https://twitter.com/settings/security e attivando la voce Verifica d’accesso. Già che ci siete, attivate anche le opzioni Richiedi informazioni personali per reimpostare la password e Richiedi sempre la password per accedere al mio account.