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WannaCry, attacco ransomware planetario: i fatti, i danni e come rimediare

WannaCry, attacco ransomware planetario: i fatti, i danni e come rimediare

Credit: @dodicin.

Pubblicazione iniziale: 2017/05/12 18:53. Ultimo aggiornamento: 2017/05/16 13:50. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora.

2017/05/12 18:53. Da qualche ora è in corso un attacco informatico su una scala che, senza esagerazioni, si può definire planetaria. Sono stati colpiti ospedali, università, compagnie telefoniche, aziende in almeno 70 paesi: in pratica, chiunque sia stato così idiota da non aggiornare i propri sistemi. Eh sì, perché la correzione di Windows che rende immuni a questo attacco è già disponibile da mesi. Non c’è niente di speciale o di imprevedibile in quest’incursione ricattatoria.

La tecnica è la solita: ransomware. In altre parole, i computer vengono infettati e i dati che contengono vengono cifrati con una password nota solo ai criminali. Per avere questa password bisogna pagare un riscatto. Se volete leggere il resoconto di un caso concreto che ho seguito, eccolo.

Il malware è stato denominato WanaCrypt0r 2.0 o WCry/WannaCry. La patch di aggiornamento di Windows da installare per bloccarlo è la MS17-010, disponibile da marzo scorso.

Ripeto: la patch è disponibile da marzo. Se non avete aggiornato i vostri computer, ve la siete cercata.

Aggiornerò questo articolo man mano che avrò novità. Adesso piantatela di leggere e andate immediatamente a patchare. Se non potete patchare, spegnete e scollegate i vostri computer Windows. E raccomandate la vostra anima alla vostra divinità preferita.

2017/05/13 09:00. Durante la serata e la notte ho raccolto un po’ di informazioni per rispondere alle domande più frequenti. Le trovate qui sotto.

Cosa posso fare per difendermi?

1. Aggiornate il vostro Windows per installare gli aggiornamenti correttivi (patch). Se non sapete come fare, chiedete a qualcuno che lo sa. Microsoft ha radunato tutte le patch per le varie versioni di Windows qui (spiegone).

2. Aggiornate il vostro antivirus. Praticamente tutti gli antivirus sul mercato riconoscono ormai questo malware.

3. Fate un backup di tutti i vostri dati e scollegatelo dalla rete locale.

4. Chiedetevi perché non avete fatto queste cose prima d’ora e perché c’è voluto un disastro planetario per farvele fare.

5. Come regola generale, non aprite allegati nelle mail senza averli prima controllati con un antivirus aggiornato (anche se questo ransomware non usa la mail per propagarsi, gli altri lo fanno).

6. Disabilitate SMB 1.0 come descritto qui.

7. Controllate di non avere condivisioni SMB aperte che si affacciano a Internet, incluse quelle su VPN.

8. Se avete un computer infetto, non collegatelo alla rete locale; tenterà di infettare tutti gli altri computer della rete.

9. Se siete responsabili della sicurezza di una rete, consentite il libero accesso a questo URL per bloccare l’attacco (per ragioni descritte qui sotto): http://www.iuqerfsodp9ifjaposdfjhgosurijfaewrwergwea.com.

Sono stato colpito e i miei dati sono cifrati. Cosa posso fare?

1. Se avete un backup recente dei dati, usatelo per ripristinarli.

2. Se scoprite che anche il backup è cifrato (perché poco furbamente fate i backup su un disco di rete invece che su supporti fisicamente rimovibili), avete solo due possibilità: tentare di ricostruire da capo i dati cifrati oppure pagare il riscatto, sperando che i criminali vi diano davvero la chiave di decifrazione.

Non sono al corrente di vittime che abbiano pagato il riscatto, abbiano ottenuto la chiave di decifrazione e siano riusciti a recuperare i propri dati. Tutte le società di sicurezza informatica sconsigliano di pagare, perché questo alimenta e incentiva attacchi di questo genere.

Non uso Windows, sono al sicuro?

Il malware colpisce soltanto sistemi Windows e soltanto se non aggiornati. Se usate MacOS, Linux, Android, Windows Phone, iOS, ChromeOS o qualunque altro sistema operativo diverso da Windows non avete problemi.

Naturalmente se il vostro lavoro o i vostri dati dipendono da qualcun altro che ha computer Windows vulnerabili, potreste avere problemi lo stesso.

Quali versioni di Windows sono vulnerabili?

Windows Vista SP2, Windows Server 2008 SP2 e R2 SP1, Windows 7, Windows 8.1, Windows RT 8.1, Windows Server 2012 e R2, Windows 10, e Windows Server 2016 se non sono stati aggiornati da marzo scorso.

Windows XP è vulnerabile ma non è più supportato da Microsoft da aprile 2014. Se lo usate ancora su un computer connesso a Internet, come il servizio sanitario britannico, state cercando guai. In via eccezionale, Microsoft ha comunque rilasciato una patch anche per XP.

Come faccio a sapere se il mio Windows è aggiornato e quindi immune?

Se avete gli aggiornamenti automatici di Windows e una versione recente di Windows, siete a posto. Se avete Windows 10 Creators Update, siete immuni a questo problema.

Su Windows 7 e 8, andate a Pannello di controllo – Programmi – Programmi e funzionalità – Visualizza aggiornamenti installati. Su Windows 10 (da Anniversary Update in poi), date un’occhiata a Impostazioni – Aggiornamenti e sicurezza – Windows Update – Cronologia. Per le versioni pre-Anniversary Update di 10 vale la procedura descritta per Windows 7 e 8. Grazie a Ruggio81 per queste info.

Se siete tecnici e sapete usare Metasploit, ci sono delle istruzioni apposite; oppure potreste usare il Microsoft Baseline Security Analyzer.

Come si diffonde l’attacco?

Il malware si propaga da solo da una rete locale all’altra via Internet cercando e sfruttando le condivisioni di rete SMB maldestramente rivolte verso Internet: questo è quello che emerge dall’analisi fatta da Malwarebytes (v. sezione “SMB vulnerability leveraged to spread ransomware worldwide”). Non è necessaria alcuna azione da parte dell’utente.

Quando il malware riesce a insediarsi in un computer di una rete locale, cerca di propagarsi agli altri computer della rete usando di nuovo le condivisioni SMB e sfruttandone la vulnerabilità già citata. Basta quindi che in un’azienda s’infetti un singolo computer Windows per rischiare di infettare tutti gli altri computer Windows non aggiornati presenti sulla stessa rete locale.

Alcune delle fonti citate in fondo a questo articolo ipotizzano per ora che l’intrusione iniziale possa avvenire (anche) in modo classico, attraverso una mail contenente un allegato infettante oppure una pagina Web contenente codice ostile, ma finora nessuno ha presentato prove di diffusione via mail.

Va notata la scelta del momento per l’attacco: nel pomeriggio di venerdì in Europa, quando gli addetti alla sicurezza di molte aziende hanno già lasciato il posto di lavoro o lo stanno per lasciare e appena prima dei backup di fine settimana, in modo da massimizzare il danno.

Dopo alcune ore, Malwaretech ha preso il controllo (sinkhole) di uno dei domini citati nel malware:

Malwaretech ha scoperto poi (e raccontato magnificamente qui) che questo dominio veniva utilizzato dai criminali come riferimento per la gestione del malware: se esiste ed è accessibile, il malware non effettua cifratura, come spiegato qui da Malwarebytes; se il malware non riesce a raggiungere questo sito, prosegue la propria opera distruttiva. Il sito è probabilmente usato come test dal malware per sapere se sta girando in una sandbox (ambiente di test) o su un computer reale: è una tecnica usata spesso in questo campo.

Il risultato è che al momento un computer vulnerabile si può ancora infettare ma l’infezione non cifra più i dati, per cui l’attacco per ora è stato in gran parte neutralizzato da Malwaretech grazie a un colpo di fortuna e alle tecniche dilettantesche usate dai criminali. Ma se non installate gli aggiornamenti correttivi, nulla impedisce ad altri criminali di ritentare con una versione di malware più robusta. E ci sono già segnali non confermati che questo sta accadendo.

Il mio antivirus rileverà l’attacco?

Se è aggiornato, molto probabilmente sì. Ormai lo fanno praticamente tutti.

Quali paesi/enti sono stati colpiti? C’è una mappa?

Nel Regno Unito sono stati colpiti in particolare l’intero sistema sanitario nazionale (costretto a sospendere tutte le attività non urgenti; sono coinvolti ospedali, cliniche, ambulatori, anche a livello dei centralini telefonici; si prevede una paralisi di vari giorni) e la Nissan.

In Francia è stata colpita la Renault.

In Slovenia il malware ha bloccato la produzione dello stabilimento Renault.

In Spagna hanno avuto gravi problemi la compagnia telefonica spagnola Telefónica e altre aziende nel settore dell’energia (Iberdola e Gas Natural).

Negli Stati Uniti anche FedEx è stata colpita.

In Russia ci sono segnalazioni di problemi presso banche (Sberbank, VTB) e ferrovie (RZD).

Sono segnalate infezioni in Russia, Turchia, Germania, Vietnam, Filippine, Italia, Cina, Ucraina, Stati Uniti, Argentina e altri paesi, per un totale di almeno 74 paesi secondo la BBC.

La Svizzera è stata sostanzialmente risparmiata, grazie anche all’informativa diramata da MELANI (la Centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione).

Il New York Times parla di 45.000 attacchi (e presumibilmente altrettante infezioni). Su Malwaretech.com c’è una mappa animata.

Se cercate su Google intitle:”index of” “WNCRY” troverete un elenco di siti colpiti.

Voglio informazioni tecniche, ce ne sono?

Ci sono quelle di Kaspersky e quelle di rain1 (che include tutti i testi del malware in varie lingue); anche Ars Technica ne ha pubblicate. Emsisoft ha scritto un’analisi della crittografia usata. VirusTotal ha ottime info. C’è anche un video dimostrativo di un attacco. E Talos Intelligence ha info anche sul sinkholing usato per bloccare l’attacco. L’analisi di Microsoft è qui; le informazioni di F-Secure sono qui e qui.

2017/05/13 11:10: The Register ha fatto un ottimo punto della situazione; idem Malwarebytes qui.

Chi ci guadagna?

Ci guadagnano i criminali, per ora sconosciuti, che incassano i Bitcoin pagati dalle vittime. Uno dei portafogli digitali usati dai criminali dovrebbe essere questo, ma per ora non sembra che stia crescendo granché (ma mentre scrivo queste righe è venerdì sera, per cui molte aziende reagiranno lentamente). Un altro sarebbe qui. Queste fonti sono confermate da Kaspersky.

In chiaro:

115p7UMMngoj1pMvkpHijcRdfJNXj6LrLn
13AM4VW2dhxYgXeQepoHkHSQuy6NgaEb94
12t9YDPgwueZ9NyMgw519p7AA8isjr6SMw

Un conteggio aggiornato alle 10 del 13/5 stima un incasso totale circa 14 bitcoin, ossia circa 21.000 euro al cambio attuale. Ma probabilmente il grosso arriverà lunedì, alla riapertura degli uffici.

Un conteggio aggiornato alle 14 del 15/5 stima circa 29,4 bitcoin, ossia circa 50.000 dollari.

Cosa c’entra l’NSA?

L’attacco usa una tecnica presente in uno strumento d’intrusione sviluppato dall’NSA, chiamato EternalBlue/DoublePulsar, che è stato trafugato insieme ad altri da un’organizzazione criminale che si fa chiamare ShadowBrokers e che ha dapprima cercato di guadagnare mettendo all’asta la refurtiva e poi, di fronte al fallimento dell’asta, ha pubblicato tutto online, a disposizione di chiunque. EternalBlue/DoublePulsar è stato analizzato e poi ricreato da criminali informatici che lo stanno sfruttando per questo attacco.

Di chi è la colpa?

Fondamentalmente è dell’NSA, che ha fabbricato armi informatiche pericolosissime e non ha saputo tenerle al sicuro: è come se avesse fabbricato un’arma batteriologica (che già è una pessima idea perché uccide chiunque, non solo il nemico) e poi oltretutto l’avesse lasciata su un davanzale, a portata di tutti.

Ed è colpa dell’NSA anche perché ha tenuto per sé la conoscenza delle falle sfruttate da queste armi invece di condividerla con Microsoft e consentirle di correggere la vulnerabilità diffondendo un aggiornamento del proprio software. In sintesi, l’NSA ha scoperto un pericolo riguardante migliaia di aziende e sistemi vitali degli Stati Uniti e non ne ha informato nessuno per tenersi un vantaggio operativo: lo ha annunciato a Microsoft soltanto dopo che si è accorta che Shadowbrokers aveva rubato le sue tecniche.

Ma non è colpa di Wikileaks?

No: è un equivoco piuttosto diffuso. Gli strumenti d’attacco dell’NSA sono stati trafugati e poi pubblicati da ShadowBrokers, non da Wikileaks.

Fonti: CCN-CERT, scheda informativa Microsoft, informazioni Microsoft sulla falla MS17-010, bollettino Microsoft sulla falla MS17-010, New York Times, The Register, Motherboard, Brian Krebs, BBC, The Intercept, Graham Cluley, Sophos, ANSA.

Cronaca di un attacco di ransomware: in chat con i criminali

Cronaca di un attacco di ransomware: in chat con i criminali

Nota: alcuni nomi, luoghi e riferimenti temporali sono stati alterati per rispettare la riservatezza delle aziende e delle persone coinvolte senza cambiare il senso e la fedeltà del racconto, che pubblico in forma anonimizzata con il consenso degli interessati. Ultimo aggiornamento: 2017/04/21 10:50.

Quello che segue è un racconto di un grave attacco informatico a un’azienda che ho seguito personalmente come giornalista, arrivando a dialogare con gli aggressori, ma è soprattutto un promemoria del fatto che storie come questa possono capitare a chiunque e dovunque e hanno conseguenze pesanti per chi non fa prevenzione.

Quindi fate sempre copie dei vostri dati; isolate fisicamente queste copie da Internet e dalla vostra rete aziendale; addestrate i vostri dipendenti a essere sospettosi; impostate i computer in modo che non possano eseguire programmi o codici scaricati da Internet.

Ringrazio l’azienda e i tecnici che hanno dato il consenso alla pubblicazione di questo resoconto e hanno raccolto le immagini che lo illustrano.

3 marzo 2017, 2:00 AM

Sono le due del mattino: come capita spesso agli informatici, sono ancora al computer e mi vedo arrivare una mail intitolata Urgente ransomware. Se qualcuno mi scrive a quest’ora, dev’essere davvero urgente, per cui leggo subito la mail, che dice che un’azienda della regione in cui abito è stata attaccata da criminali informatici e “tutto è stato criptato”. Sono scomparsi tutti i dati di produzione; cosa peggiore, sono stati criptati anche i backup. Senza i dati aziendali ci saranno più di cinquanta dipendenti che non potranno lavorare: niente mail, niente contabilità, niente di niente.

I criminali vogliono 2 bitcoin di riscatto (circa 2000 franchi) entro cinque giorni per fornire la chiave di decifrazione. Trascorsi questi cinque giorni, il riscatto raddoppierà. L’azienda pensa subito di pagare, perché ogni giorni di inattività costa migliaia di franchi, ma i titolari non sanno come procurarsi i bitcoin e così chiedono aiuto a me.

Avendo già visto cosa succede e come ci si sente in casi come questi, rispondo subito nonostante l’orario: chiedo una schermata che mostri l’avviso visualizzato dal ransomware, per capire se per caso è uno di quelli per i quali esiste già una chiave di sblocco conosciuta (nel qual caso non ci sarebbe bisogno di pagare) o uno di quelli che cifra i dati ma non li decifra (nel qual caso è inutile pagare, perché tanto i dati non verranno recuperati).

Ricevo la schermata, scritta in buon inglese: il ransomware è Nemesis, che non ha chiavi di decifrazione note. Però ha una chat interattiva (sì, si può dialogare con il “servizio clienti” dei criminali) e anche un pratico link a un video tutorial presente su Youtube (ma non creato dai criminali) che spiega come installare il browser Tor per poi accedere alla chat.

C’è il problema di procurarsi i bitcoin: io non li posso fornire, perché dal punto di vista legale, visto che so a cosa servono, un mio aiuto potrebbe essere considerato come una forma di assistenza ai criminali e quindi di complicità. Posso solo indicare alcune informazioni pubbliche (per esempio il fatto che si possono acquistare bitcoin presso le stazioni ferroviarie svizzere) e citare le raccomandazioni di MELANI (la Centrale d’annuncio e d’analisi per la sicurezza dell’informazione della Confederazione), che sconsigliano di pagare.

Raccomando di spegnere appena possibile tutti i computer affetti e di isolarli da qualunque connessione di rete cablata o Wi-Fi. In casi come questi, infatti, bisogna presumere che tutti i computer della rete aziendale siano infetti e debbano essere bonificati uno per uno. Fino a quel momento, nessuno di essi deve collegarsi a Internet o alla rete aziendale per non reinfettarsi e reinfettare gli altri computer.

Bisogna anche pensare a eventuali dispositivi o macchinari connessi alla rete aziendale: il ransomware colpisce i sistemi Windows, ma che succede se uno dei macchinari è comandato da un PC che usa questo sistema operativo?

Consiglio inoltre di non tentare di risolvere l’attacco usando antivirus o altro, almeno fino a quando non saranno stati recuperati i dati: c’è il rischio che l’antivirus riconosca e rimuova il malware che serve per la decrittazione (ammesso, e non concesso, che i criminali siano di parola e diano la chiave di decrittazione).

Il sistemista chiamato dall’azienda per risolvere la crisi, Giovanni (non è il suo vero nome e non è lui responsabile delle scelte informatiche dell’azienda), è già al lavoro ed è già in chat con i truffatori da mezzanotte. Ormai è chiaro che i dati non sono recuperabili in altro modo e che l’unica via per tentare di far ripartire l’azienda è pagare il riscatto, sperando che i criminali siano di parola e diano la chiave di decrittazione.

@Support: Hello!
Are your files encrypted?
@User: Yes
@Support: Please your all personal IDs
@Support: I need all the IDs to calculate the total cost and possible discounts
[…]

Il ransomware, infatti, genera uno più numeri identificativi individuali (ID), che i criminali usano per generare la chiave di decrittazione. Notate il tono professionale, quasi da servizio clienti, appunto, del criminale che chiede i dati per calcolare persino gli eventuali sconti.

Il criminale fornisce le coordinate del proprio wallet nel quale versare i bitcoin e offre persino consigli su come proteggersi e del software che dà “immunità” contro ulteriori attacchi: in pratica, un pizzo. Che naturalmente si paga a parte.

@Support: Tips, programs to protect your computer. Immunity from nemesis.
@Support: 200$. This is bought separately.

I criminali sembrano quasi cortesi, dei ladri gentiluomini, ma Giovanni scopre che gli hanno installato nei computer aziendali un malware, RPD Patch, pronto a colpire.

3 marzo 2017, pomeriggio

Primo giorno di paralisi dell’azienda. Giovanni, il sistemista, si è procurato un po’ di bitcoin e inizia a negoziare con i criminali. A loro risulta che i computer infettati siano cinque, ciascuno con una chiave separata, ma Giovanni ha poco meno di 2 bitcoin e quindi i criminali sono disposti a dargli solo due chiavi di decrittazione. Si offrono di fare uno sconto: se l’azienda paga 4 bitcoin, daranno tutte le chiavi e anche l’immunità da futuri attacchi. Il sistemista comincia a pagare per due chiavi. Invia i bitcoin e aspetta, sperando che arrivino le chiavi.

Passano vari minuti di angoscia senza risposta. E se i criminali si tengono i soldi senza fornire le chiavi? Sarebbe un danno aggiuntivo a un’azienda che sta già perdendo soldi perché è ferma, oltre a essere una beffa amara. Ma alla fine arriva, sempre via chat, un link a una pagina di Pastebin.com che contiene le chiavi per decrittare.

Giovanni prova le chiavi su un file: funzionano. Il file viene decrittato e recuperato.

Sembra che tutto si sia risolto, ma dopo quattro ore di decrittazione Giovanni deve ricontattare (sempre in chat) i criminali: alcuni file non sono recuperabili. I criminali spiegano il motivo: sono stati cifrati più volte perché erano accessibili tramite più di una condivisione di rete. I file in questione sono dati vitali, per cui l’azienda deve pagare ancora. Giovanni tenta una trattativa sul prezzo (gli asterischi indicano dei dati che ho omesso per riservatezza):

@Support: Hello, This means that the file has been encrypted several times. To decrypt the file completely, you need to decrypt it with each IDs.
@Support: Starting at the end
@Support: First 289*******, then 337*******, 326*******, 208*******
@User: but we have the decrypt only for 208******* and 105********
@Support: If you pay for all IDs, therefore, this is not a problem. I wrote you the decoding order. Eventually the file will be fully decrypted.
@Support: Yes. What keys you indicated, such and received. Pay for the rest and you will be able to decrypt the files in reverse order.
@User: for 289*******, 337*******, 326******* need I to pay 2 BTC or there is a little discount?
@User: 2 BTC or a little bit discount?
@Support: To decrypt current the file with the ID 337********, you need to decrypt first with the ID 289*******, etc
@User: I understand….
@User: I just want to know the final price
@Support: I’m ready to make a discount. Total for 3 servers(289*******, 337*******, 326*******): 1.85 BTC
@User: OK, thanks! but will be Tomorrow, is 11:18 pm here now

La giornata del sistemista termina poi oltre mezzanotte, risolvendo insieme ai criminali alcuni problemi tecnici nel funzionamento della decrittazione, ma restano ancora molti dati indispensabili che non sono stati decrittati. Addirittura i criminali si offrono di risolvere il problema proponendo di mandare a loro i file problematici:

@Support: Send me encrypted files. Upload to ge.tt, sendspace.com or mega.nz
[…]
@Support: I passed your problemed file to our programmer. Wait for the result
@User: OK Thanks

4 marzo 2017

Secondo giorno di paralisi dell’azienda. I bitcoin restanti da pagare non sono ancora arrivati. Giovanni prende tempo: ha comunque da fare, perché nonostante la decrittazione i dati di Exchange non sono più leggibili ed Exchange non parte, per cui deve migrare tutto al volo su Office365.

C’è poi da scoprire come è stato sferrato l’attacco. Le tracce che vengono scoperte dal sistemista sono piuttosto chiare: stavolta non è stata usata la classica mail con allegato infetto, ma i criminali avevano le password di accesso remoto ad almeno un server. Come è possibile? Probabilmente le hanno ottenute grazie a un precedente attacco informatico a un fornitore dell’azienda che aveva queste password. E purtroppo, per ragioni di convenienza pratica, non c’era un controllo sull’origine dei tentativi di accesso, per cui i server accettavano connessioni di qualunque provenienza invece di accettare solo quelle provenienti dagli indirizzi IP del fornitore.

5 marzo 2017

Inizia il terzo giorno di paralisi (non più totale; parte dei dati è tornata disponibile). I bitcoin sono arrivati: Giovanni li versa ai criminali e li avvisa in chat del pagamento effettuato. I criminali forniscono prontamente le ulteriori chiavi di decrittazione e Giovanni le usa: dopo tre notti e tre giorni di lavoro tutto sembra in ordine.

Sono quasi le tre del pomeriggio, e tramite Giovanni pongo ai truffatori un paio di domande: come mai fanno i criminali invece di usare il loro talento tecnico in un’azienda di sicurezza informatica? Risposta secca: le aziende pagano poco e questo a loro non piace. Il fatto che la risposta usi “We” è una conferma diretta che si tratta di un gruppo e non di un singolo criminale.

@User: BTW: You’re clearly a very talented person, Can I ask you why you choose to use your talent for crime instead of using it to get a job in a computer security company?
@Support: Hello. Decrypt the problem files on a separate computer. They are not infected, do not worry. Thank you. In companies, pay little. We do not like it.

Chiedo se hanno mai considerato i danni che causano: perdite di posti di lavoro, piccole aziende costrette a chiudere. Anche qui, risposta secca, che stride con la professionalità dell’assistenza tecnica fornita fin qui: “Non m’importa. Addio”.

@User: Have you thought about the damage you cause with your ransomware? People lose their jobs. Small companies may have to close. Don’t you care even a little?
@Support: I do not care. Bye.
@User: bye

Un’ultima domanda: quale sarebbe stato il software per garantire l’immunità?

@Support: Anti-ransomware by Kaspersky LAB, Anti-virus software(nod32 or kis), Comodo firewall

Buono a sapersi.

Epilogo

La vicenda che ho raccontato mostra che anche in una situazione quasi “ideale”, per così dire, nella quale i dirigenti dell’azienda decidono subito come procedere, i sistemisti intervengono prontamente e in modo professionale e i criminali forniscono le chiavi di sblocco dei dati, i disagi causati dal ransomware restano forti:

— giorni di lavoro perduti;
— l’incertezza di non sapere se il malware è stato davvero estirpato del tutto;
— la decrittazione che non è mai perfetta e lineare;
— le inevitabili recriminazioni sul fatto che se fosse stato seguito il consiglio degli esperti di fare manualmente un backup periodico fisicamente isolato (nastri o dischi rigidi in cassaforte), invece di ricorrere a soluzioni automatiche su rete locale, l’attacco sarebbe stato evitabile.

È chiarissimo, in questo caso, che la prevenzione è tutto e investire per ottenerla è indispensabile. Spero che questa storia vissuta aiuti qualcuno a fare questo investimento ed evitare di finire vittima di criminali come questi.

Quel crack per Mac fa un patatrac: è ransomware senza sblocco

Quel crack per Mac fa un patatrac: è ransomware senza sblocco

Pubblicazione iniziale: 2017/02/24 11:43. Ultimo aggiornamento: 2017/02/25 12:50.

Sono ancora tanti gli utenti Apple che pensano di non aver bisogno di un antivirus e di poter girare impunemente per Internet perché i loro computer non si possono infettare. Purtroppo non è così.

In realtà il malware per Mac esiste eccome, ma è abbastanza raro incontrarlo perché i criminali informatici non sono stupidi e quindi concentrano efficientemente i propri sforzi sul prodotto più diffuso, cioè Windows. Ma siccome gli utenti Mac sono di solito piuttosto abbienti (se possono permettersi un Mac e i suoi accessori vuol dire di norma che hanno buone disponibilità di denaro), sono quindi un bersaglio appetibile per un tipo specifico di malware: il ransomware, quello che blocca i dati della vittima e vuole soldi per sbloccarli.

La società di sicurezza ESET segnala un caso da manuale di questa situazione: un malware denominato OSX/Filecoder.E oppure OSX/Filecoder.fs, distribuito da siti Bittorrent sotto forma di falsi crack per software piratato.

Un crack è un programma che toglie le protezioni anticopia a un altro programma (per esempio un programma commerciale) per consentire di installarlo senza pagare la licenza d’uso. In questo caso il malware finge di essere un crack per Adobe Premiere Pro CC 2017 oppure per Microsoft Office 2016. L’utente, pensando di fare un affare, scarica il crack e lo esegue: il malware, invece di sbloccare le applicazioni, inizia a cifrare i file presenti sul disco locale e sui dischi esterni e di rete (se montati) usando una password casuale di 25 caratteri e intanto deposita nelle cartelle cifrate un file di istruzioni che spiega che per avere la password che sblocca i file dell’utente bisogna pagare 0,25 bitcoin (circa 280 dollari).

Lo sblocco, dice il malware, richiede circa 24 ore, ma per chi ha fretta c’è l’opzione premium, che promette di sbloccare i file in dieci minuti se si pagano 0,45 bitcoin (circa 510 dollari). Ma è tutto un inganno crudele: questo ransomware, a differenza di altri, non trasmette ai suoi padroni la password utilizzata, e quindi è inutile pagare. La password non arriverà mai e i file resteranno cifrati.

A questo punto, se la vittima non ha una copia di scorta dei propri dati, li deve considerare persi per sempre. Una tenue speranza arriva da Intego, che segnala che questo ransomware è molto lento, per cui è possibile fermarlo spegnendo il computer durante l’esecuzione del finto “craccaggio” oppure usando un’utility di recupero dati, perché i file originali non cifrati vengono cancellati ma non sovrascritti e quindi sono recuperabili con prodotti come Data Rescue).

Un’altra soluzione parziale è creare una copia della situazione corrente, da conservare nel caso venga trovata in seguito una tecnica per decifrare i file (ogni tanto capita), ma nell’immediato i dati non sono recuperabili.

Storie come questa sono un promemoria potente dell’importanza dei backup periodici, e soprattutto del fatto che scaricare software piratato e presunti grimaldelli per usarlo a scrocco può essere disastroso oltre che illegale.

Fonti aggiuntive: Techradar, Tripwire.

Antibufala: albergo attaccato da ransomware chiude gli ospiti fuori dalle camere

Antibufala: albergo attaccato da ransomware chiude gli ospiti fuori dalle camere

Ultimo aggiornamento: 2017/02/07.

Ha creato parecchio scalpore la notizia dell’albergo austriaco Romantik Seehotel Jaegerwirt, dove (secondo fonti come il Corriere della Sera) “circa 180 ospiti sono rimasti chiusi fuori dalle stanze, senza la possibilità di poter rientrare, fino al pagamento di un riscatto.”

L’albergo era stato colpito da un attacco informatico basato sul ransomware (un malware che blocca i computer fino a che si paga un riscatto), ma la storia è parzialmente una bufala e va ridimensionata.

Come nota l’informatico Graham Cluley, gli attacchi di ransomware non sono una novità, ma questo sarebbe stato un attacco particolare perché avrebbe preso di mira le serrature informatizzate delle camere. Ma proprio questo aspetto insolito è la bufala.

La fonte originale della notizia, The Local, aveva effettivamente scritto inizialmente che gli ospiti erano rimasti chiusi fuori dalle proprie stanze, ma in un successivo aggiornamento aveva chiarito che gli ospiti non erano affatto stati imprigionati. Più semplicemente, il ransomware aveva bloccato il computer che gestiva l’aggiornamento delle chiavi elettroniche delle camere, per cui quelle esistenti funzionavano senza problemi ma era impossibile generare chiavi nuove.

Il disagio è durato un giorno, ha dichiarato Christopher Brandstaetter, direttore dell’albergo, fino a quando è stato pagato il riscatto; ha precisato inoltre che “gli ospiti quasi non si sono accorti dell’inconveniente”.



Fonti aggiuntive: Gizmodo, The Register, Motherboard.

Le cose che non colsi: 2017/02/01

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora.

Sto facendo un esperimento: visto che sono disperatamente a corto di tempo e gli eventi nel mondo si stanno facendo particolarmente frenetici, provo ad archiviare pubblicamente qui i miei tweet salienti della giornata, in modo da creare una traccia cronologica e uno spazio per i commenti. Ditemi cosa ne pensate.

La domanda era se la Regina d’Inghilterra fosse legittimata a decapitare Trump (bufala pubblicata da un sito satirico).

Link all’articolo paywallato di InsideTrade.

Ransomware, a volte c’è speranza

Ransomware, a volte c’è speranza

Il ransomware è una brutta bestia: ne ho parlato spesso in questo blog e ho visto personalmente i danni e le angosce che può causare quando colpisce una piccola o media azienda, magari una di quelle che pensa di essere stata sufficientemente diligente perché fa i backup ogni giorno sul disco di rete (che però viene attaccato e cifrato anch’esso).

È un errore comune: per salvarsi dal ransomware, il backup dovrebbe essere invece su un supporto che viene fisicamente scollegato alla fine dell’operazione di copia.

Ma per fortuna a volte anche i creatori di ransomware fanno errori. Prendete quelli di CryptXXX, uno dei ransomware più popolari di questo periodo, che oltre a cifrare i dati e chiedere un riscatto ruba anche le password. La prima versione è comparsa ad aprile del 2016, ma nel giro di pochi giorni gli esperti di sicurezza hanno approntato uno strumento gratuito di recupero dei dati.

I criminali hanno messo in circolazione un’altra versione, ma anche questa è stata prontamente debellata dagli esperti di Kaspersky. E così i creatori di CryptXXX hanno creato una terza versione, che ha colpito centinaia di migliaia di vittime, generando profitti illeciti per circa 50.000 dollari in meno di due settimane.

Indovinate cos’è successo? Gli esperti hanno da poco reso disponibile Rannoh Decryptor, un nuovo strumento di recupero gratuito che batte anche la terza versione di CryptXXX oltre alle due precedenti. È uno dei tanti rimedi che trovate raccolti presso NoMoreRansom.org.

Ovviamente questo non vuol dire che si possono abbandonare le buone tecniche di prevenzione perché tanto c’è il software che recupera tutto: non tutti i ransomware sono contrastabili in questo modo e spesso lo strumento di recupero arriva giorni o mesi dopo l’attacco, per cui nel frattempo i dati di lavoro restano bloccati e quindi la produzione è costretta a fermarsi.

Tuttavia ci sono dei casi in cui l’attacco del ransomware colpisce dati preziosi che però non è urgente riavere: è il caso, particolarmente crudele, dei computer personali sui quali c’è l’unica copia dei video o delle foto di famiglia. In circostanze come questa può valere la pena di conservare il disco rigido colpito dal ransomware, scollegarlo in modo che non possa essere alterato ulteriormente, e ricollegarlo solo quando diventa disponibile un software di recupero.

Un’ultima raccomandazione: scaricate gli strumenti di recupero soltanto da siti affidabili (per esempio quelli di marche note di antivirus o da NoMoreRansom.org), perché i criminali fabbricano e diffondono anche falsi strumenti di recupero che in realtà infettano chi casca nella trappola.

Fonte: Tripwire.

Sì, le smart TV sono infettabili. E sbloccarle non è facile

Sì, le smart TV sono infettabili. E sbloccarle non è facile

Il giorno di Natale su Twitter è comparsa una segnalazione molto insolita: la fotografia di una smart TV della LG infettata e brickata (bloccata) da un ransomware come quelli descritti da MELANI. Lo schermo mostrava un finto avviso dell’FBI che richiedeva un riscatto per sbloccare il dispositivo. Spegnendo e riaccendendo il televisore, si ricaricava il ransomware.

Si sapeva già che esisteva il rischio teorico d’infezione anche per le smart TV, visto che sono in sostanza dei computer carrozzati a forma di televisore, ma questa è stata una delle prime dimostrazioni concrete del problema.

La segnalazione proveniva dal Kansas, specificamente da Darren Cauthon, un informatico, e riguardava la smart TV di un familiare. La cosa più irritante, secondo Cauthon, era che il televisore non era ripristinabile perché la LG non voleva rivelare la procedura apposita, assente dal manuale, e chiedeva circa 340 dollari per la riparazione (non a domicilio, ma presso un centro assistenza LG): praticamente il costo di un televisore nuovo.

Ho contattato Cauthon, che mi ha spiegato che si tratta di una smart TV LG 50GA6400, un modello che usa Android come sistema operativo e che risale al 2014. Il televisore si è probabilmente infettato, ha detto Cauthon, usandola per scaricare un’app per guardare film. A metà di un film la smart TV si è bloccata. Non è chiaro se l’app sia stata scaricata da Google Play o da altre fonti.

L’immagine della smart TV bloccata è diventata virale in poco tempo, con mezzo milione di visualizzazioni, inducendo finalmente LG a darsi da fare e fornire a Darren Cauthon le semplici istruzioni di reset del televisore senza farsi pagare. L’informatico ha dimostrato il ripristino in un video.

Le smart TV più recenti non usano Android ma WebOS, per cui è difficile che questo genere d’infezione possa avvenire su dispositivi nuovi, anche se Trend Micro segnala che gli attacchi di ransomware alle smart TV capitano regolarmente; ma fa impressione che un televisore di un paio d’anni fa sia così vulnerabile e obsolescente e che il produttore chieda 300 dollari per premere letteramente due tasti per sbloccare la TV.

Come regola generale, alla luce di questo episodio, è consigliabile collegare a Internet le smart TV solo se strettamente indispensabile e solo per navigare in siti attendibili, senza visitare siti poco raccomandabili e soprattutto senza installare app di origine sconosciuta.

Fonti aggiuntive: BleepingComputer,

Cose informatiche da fare a Natale (o prima di Natale)

Capita sempre più spesso di fare acquisti natalizi su Internet, e così la società di sicurezza informatica Sophos ha pubblicato un promemoria in dodici punti su come tenersi in sicurezza durante le feste. Ecco un assaggio dei temi principali.

Pulizia delle password. La pausa di Natale è una buona occasione per fare riordini di vario genere. Magari ci sta anche quello delle password, che devono essere differenti per ciascun sito, per evitare che un sito violato permetta a un criminale di rubarvi tutti gli account. Non è difficile, se usate un password manager che crea e si ricorda per voi tutte le password usando codici complicatissimi.

Aggiornamenti. Se ricevete in regalo qualche dispositivo digitale che si connette a Internet, per prima cosa aggiornate il suo software, per evitare che s’infetti. Fatelo subito.

Cambiate le password predefinite dei nuovi dispositivi. Molti dispositivi che potreste ricevere come regalo hanno delle password standard che sono note a tutti i malandrini della Rete: cambiatele, dunque, prima di affacciarvi a Internet. La raccomandazione vale in particolare per telecamerine di sorveglianza, monitor per bebè, televisori, lettori DVD e Blu-Ray, console di gioco e decoder TV.

Lucchetti nello shopping. Se andate su un sito a fare acquisti, controllate che accanto al nome del sito, nella casella dell’indirizzo del browser, ci sia un lucchetto chiuso: indica che la connessione al sito è cifrata e che nessuno può intercettarla per leggere i dati della vostra carta di credito.

Attenzione alle false mail degli spedizionieri. I criminali informatici in questo periodo sanno che stiamo ricevendo tanti regali per posta o tramite spedizionieri, per cui hanno avviato campagne di ransomware e rubapassword basate su mail che sembrano provenire dalle Poste o simili e sembrano annunciare l’arrivo di un pacco, sapendo che molti utenti si aspettano mail di questo genere e quindi le apriranno e soprattutto ne apriranno gli allegati infettanti.

Popcorn Time, il ransomware che ti sblocca se infetti due amici

Popcorn Time, il ransomware che ti sblocca se infetti due amici

Nuove frontiere della crudeltà dei criminali informatici: Naked Security segnala Popcorn Time, un ransomware che cifra i documenti delle vittime e poi chiede un riscatto per sbloccarli. Fin qui niente di nuovo: si tratta di una tecnica purtroppo molto consolidata e diffusa oltre che dannatamente efficace.

La novità di Popcorn Time è fra le varie soluzioni proposte dai criminali alle vittime per ridare loro l’accesso ai loro dati c’è quella di trovare altre due persone da infettare. Se le persone scelte pagano il riscatto, la prima vittima, quella che le ha segnalate si troverà sbloccata gratuitamente.

Ma niente panico: Naked Security spiega come recuperare i dati cifrati senza pagare alcun riscatto e senza partecipare a questo gioco crudelissimo. Ovviamente è meglio fare sana prevenzione, facendo regolarmente una copia di sicurezza dei propri dati su un dispositivo che viene poi fisicamente scollegato da Internet e dalla rete locale (un disco rigido esterno, per esempio) ed evitando di aprire gli allegati inattesi che di solito trasportano questi ransomware.

Allerta per immagini infette su Facebook e LinkedIn: bloccano Windows e chiedono riscatto

Allerta per immagini infette su Facebook e LinkedIn: bloccano Windows e chiedono riscatto

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2016/12/12 17:35.

Oltre alla preoccupazione per il video che paralizza gli iPhone (ma che è innocuo a parte il disagio del riavvio) circola un allarme molto fondato a proposito un’immagine in grado di infettare alcuni tipi di computer anche attraverso Facebook e LinkedIn, che di solito sono ambienti abbastanza sicuri (almeno a livello informatico).

La società di sicurezza informatica Checkpoint segnala infatti che vengono diffuse su Facebook e LinkedIn immagini che trasmettono il ransomware Locky. La trappola funziona così: l’aggressore manda alla vittima un’immagine qualsiasi in formato JPG sotto forma di allegato, usando per esempio Facebook Messenger; la vittima clicca sul link all’allegato per vedere l’immagine e il suo computer chiede di salvare l’immagine stessa, che però viene registrata sul computer della vittima con l’estensione .HTA invece di .JPG. Questa estensione modificata è la chiave della trappola, perché trasforma l’immagine in istruzioni eseguibili.

Se la vittima usa Windows e fa doppio clic sull’immagine scaricata, partono appunto le istruzioni che attivano Locky, e il danno è fatto: i dati della vittima vengono bloccati da un codice complicatissimo che l’aggressore rilascerà alla vittima solo dietro pagamento di un riscatto.

Checkpoint ha pubblicato un video che mostra l’attacco all’opera:

L’attacco è particolarmente pericoloso perché Facebook e LinkedIn sono considerati siti sicuri non solo dagli utenti ma anche dalla maggior parte dei software di sicurezza, che quindi abbassano le proprie difese. Ora spetta a questi siti correggere la vulnerabilità; nel frattempo chi usa Windows farebbe bene a non fidarsi di immagini ricevute tramite Facebook e LinkedIn da sconosciuti.