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Podcast RSI – Dropshipping, sextortion, cryptoscam: risposte agli ascoltatori su trappole e truffe

logo del Disinformatico

Ultimo aggiornamento: 2023/10/17 16:40.

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate
qui sul sito della RSI
(si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare
qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
iTunes (per ora mancano alcune puntate recenti),
Google Podcasts,
Spotify
e
feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: spezzoni di YouTuber che parlano di dropshipping]

Dropshipping, sextortion, cryptoscam: tre termini al centro di tre
richieste di ascoltatori di questo podcast. Tre tipi di attività online che
molto spesso hanno conseguenze dolorose, e a volte devastanti, per chi vi
rimane coinvolto.

Benvenuti alla puntata del 29 settembre 2023 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e proverò a spiegare cosa
si nasconde dietro queste parole nuove e insolite e come gestirne i pericoli.

[SIGLA di apertura]

Dropshipping, cos’è e cosa si rischia

Mi hanno scritto numerosi genitori, raccontando che i loro figli molto
giovani chiedono di poter iniziare un’attività di dropshipping.
Ragazzi e ragazze parlano di guadagni facili e cospicui, ispirandosi agli
spot che vedono nei social e ai tutorial che trovano su YouTube, e i
genitori spesso sono scettici all’idea di affidarsi ai consigli di
sconosciuti forse non del tutto disinteressati, temono che un’attività del
genere possa distogliere dallo studio e dal tempo libero, e spesso non hanno
ben chiaro cosa sia questo dropshipping.

Cominciamo dalle basi: il dropshipping consiste nel vendere via Internet
prodotti di vario genere, comprati sempre via Internet da vari fornitori
all’ingrosso. La differenza principale rispetto alla compravendita
tradizionale è che nel dropshipping il venditore non riceve la merce in un
proprio magazzino per poi spedirla al compratore, ma ordina al fornitore di
spedire direttamente la merce a quel compratore e guadagna sulla differenza
fra il prezzo a cui vende e il prezzo a cui compra.

Il fatto che non serva
disporre di un magazzino e spendere in anticipo per avere scorte di prodotti
da vendere rende questa attività particolarmente adatta al lavoro da casa
online e allettante per gli aspiranti imprenditori.

In sé il dropshipping non è illegale, se fatto bene. Il problema è riuscire a
farlo bene, evitandone i rischi. Per esempio, il venditore, cioè il dropshipper, che molto spesso sarebbe un minorenne, è legalmente responsabile di un prodotto che non gli passa mai per le mani ma di cui deve garantire la qualità
promessa.
Se per caso il fornitore spedisce un prodotto difettoso o addirittura
fraudolento o contraffatto, o non lo spedisce del tutto, è il
venditore-dropshipper che ne deve rispondere e lo deve rimborsare, con tutte
le conseguenze e i costi legali che ne possono derivare.

Il dropshipper deve inoltre spendere in pubblicità per farsi conoscere e
trovare clienti, deve lottare contro la concorrenza degli altri dropshipper,
deve creare un sito-catalogo nel quale offrire i prodotti, e deve pagare le
tasse e rispettare tutti gli obblighi di legge. Tutte cose che hanno costi non
trascurabili e richiedono tempo e impegno, con il rischio costante che dopo
tutta la sua fatica i clienti decidano di tagliarlo fuori e risparmiare,
comprando dalla concorrenza oppure direttamente dal fornitore. 

Infatti per i
clienti non è difficile scoprire chi è quel fornitore, per esempio cercando in
Google l’immagine o la descrizione testuale del prodotto offerto, che
spessissimo è la stessa sul sito del dropshipper e sul sito del fornitore.
Inoltre i clienti sanno riconoscere i segnali tipici di un sito di
dropshipping: le foto della “sede aziendale” prese da siti di immagini stock,
le offerte ad alta pressione del tipo
“compra questo orologio entro 4 ore 17 minuti e 15 secondi per avere lo
sconto dell’80%!!”

e le testimonianze più o meno inventate dei clienti soddisfatti, tipo
“Maria ha appena comprato questa felpa ed è contentissima!”.

Le speranze di vendita e i margini di guadagno, insomma, rischiano di essere
molto bassi per il dropshipper, e basta qualche contestazione da parte di
clienti insoddisfatti per intaccare quei margini. Chi fa veramente soldi con
il dropshipping è chi fornisce i prodotti e i servizi, come il sito-catalogo,
il software di gestione delle compravendite, le agenzie pubblicitarie, le
consulenze tecniche. Nomi come AliExpress, Shopify, Oberlo.

E poi ci sono, purtroppo, i truffatori. Gente senza scrupoli che fa pubblicità
al dropshipping e lo presenta come un modo facile per fare soldi senza essere
esperti e standosene comodi a casa. Gente che però chiede soldi, per esempio
per far avere all’aspirante dropshipper un elenco di fornitori affidabili (che
in realtà sono solo prestanome), oppure per entrare in un circolo di
“affiliati” che promettono di far aumentare le vendite in cambio di un
compenso fisso, oppure ancora per partecipare a costosi “seminari” che
promettono di insegnare tecniche per ottimizzare il proprio sito e per vendere
con successo.

In sintesi: come per qualunque offerta online, anche per il dropshipping
bisogna studiare bene e informarsi sui rischi prima di investirci tempo e
denaro, senza farsi abbagliare dalle promesse di facili guadagni spesso
presentate su YouTube, e ricordandosi sempre che se fossero davvero facili,
quei guadagni li farebbero in tanti. Studiare il dropshipping, insomma,
è una buona occasione per esercitarsi a capire le complicazioni di un’attività
professionale; praticarlo, invece, rischia di essere una lezione di commercio
molto salata.

Il mio consiglio è di non dire seccamente “no” agli entusiasmi dei figli, ma di proporre di esplorare insieme tutte le sfaccettature di questa forma di commercio, creando un business plan, facendo una tabella di costi e ricavi, trovandosi una nicchia
di mercato esclusiva, informandosi sulle leggi e facendo ricerche, prima di
fare qualunque investimento di denaro. Magari alla fine non se ne farà nulla, e magari invece qualcuno diventerà un grande imprenditore, ma di sicuro si porterà a casa conoscenze ed
esperienze utili per qualunque lavoro futuro. Compresa la lezione più
importante di tutte: in qualsiasi corsa all’oro, quelli che fanno sicuramente
soldi sono sempre i venditori di picconi.

Fonti aggiuntive: Centro Europeo Consumatori Italia; Euroconsumatori.org; Michigan.gov.

Attenzione ai “servizi di recupero criptovalute”

[Immagine tratta da Lexica.art]

La seconda richiesta di aiuto di questo podcast arriva da Luca, che mi scrive
che suo padre che è caduto vittima di una truffa online: alcuni anni fa aveva
fatto un piccolo investimento di poche centinaia di euro con un
trader che poi era sparito nel nulla. 

L’anno scorso è stato contattato
da persone che dicevano di far parte di una società di recupero portafogli
digitali che poteva aiutarlo a recuperare il suo investimento, che nel
frattempo era aumentato di valore a un centinaio di migliaia di euro. 

Il padre
di Luca, in un periodo economicamente delicato, ha iniziato a versare migliaia
di euro in bitcoin a wallet sconosciuti, per sbloccare questa cifra,
finché la famiglia se ne è accorta ed è intervenuta. Ma alcuni mesi dopo il
padre è caduto di nuovo nella trappola e ha ricominciato a fare transazioni
tramite bitcoin per cercare di recuperare quei soldi persi.

A questa storia fa eco quella di Max, un cui amico (che chiamerò Giorgio) è
stato contattato su WhatsApp qualche mese fa da una donna che gli aveva
scritto per errore, sbagliando numero di telefono. Dall’equivoco era nata una
lunga conversazione amichevole, nella quale lei gli aveva raccontato qualcosa
della sua vita: la sua passione per le arti marziali usate per l’autodifesa
delle donne, il suo lavoro nella gestione delle criptovalute, e lui aveva
ricambiato raccontando qualcosa della propria vita. I due si erano scambiati
qualche foto, scrivendosi per giorni e tenendosi compagnia a vicenda con
piccole chiacchiere quotidiane sulla cucina, la religione, il lavoro, le
vacanze, i film preferiti.

Lei a un certo punto gli ha proposto di fare un piccolo investimento in un
sito Web dedicato alle criptovalute, ma senza fretta, seguendo i suoi
consigli, e le cose sono andate bene, con buoni guadagni iniziali, che Giorgio
ha reinvestito. Alla fine, dopo aver versato circa 20.000 euro, ha provato a
incassare quei guadagni, ed è lì che sono cominciati i problemi: con mille
scuse, il sito ha rifiutato di ridargli i soldi. A quel punto Giorgio ha
cercato su Internet qualcuno che potesse aiutarlo a riottenere il proprio
denaro, e ha trovato molti servizi di recupero di investimenti pronti ad
assisterlo in cambio di un anticipo.

Sono due storie di truffe che rivelano un secondo livello di inganno che sta
mietendo molte vittime in questo periodo anche dalle nostre parti: i falsi
servizi di recupero di denaro. Chi è incappato nel primo livello di truffa
cerca online qualche esperto nella speranza di riavere i propri soldi, e
facilmente trova sedicenti “hacker etici” che dicono di poterlo aiutare,
ovviamente in cambio di una parcella, che però stranamente non sono disposti a
detrarre dal denaro che dicono di essere così bravi a recuperare.

Infatti sono in realtà altri truffatori, che approfittano della situazione
disperata per togliere altri soldi alla vittima già in crisi. In alcuni casi,
questi secondi truffatori sono in combutta con i primi e arrivano addirittura
a fingere di essere rappresentanti delle autorità inquirenti che vogliono
restituire il maltolto alle vittime, ma per farlo, guarda caso, hanno bisogno
di un anticipo.

Purtroppo in casi come questi la strategia più prudente è semplicemente
troncare le comunicazioni, segnalare la vicenda alla polizia (quella vera),
presumere che i soldi dati ai primi truffatori siano persi per sempre, e
leccarsi le ferite prima che peggiorino. Qualunque presa di contatto da parte
di persone e organizzazioni che dicono di poter recuperare il denaro va vista
con grandissimo sospetto, specialmente se si parla di mandare altri soldi per
“coprire le spese” oppure di fare hacking per recuperare le somme
bloccate. Ma l’imbarazzo e la disperazione di chi è stato truffato rendono
molto difficile una scelta così lucida. Siate prudenti, e se avete amici o
familiari che considerate a rischio, parlatene con loro. La prevenzione aiuta.

2023/10/17. Mi stanno arrivando così tante segnalazioni di persone che sono state vittime di questa tecnica di truffa che ho dovuto preparare un testo di risposta standard. Se può esservi utile, usatelo anche voi per rispondere a chi vi chiede consiglio:

Sì, decisamente sei stato coinvolto in una truffa. Probabilmente nulla di quello che hai visto online è reale: né le identità delle persone, né i guadagni.

Hai affidato i tuoi soldi a dei professionisti del raggiro. Il mio consiglio tecnico, sulla base di casi analoghi, è di considerarli persi per sempre.

Puoi denunciare in polizia, se vuoi; è utile a fini statistici, ma non ti aspettare che la polizia abbia le risorse per indagare. I casi come questo sono numerosissimi.

ATTENZIONE: verrai probabilmente contattato da qualcuno che ti dirà che è in grado di farti riavere il denaro. Non crederci: è un complice dei truffatori.

Mi spiace doverti dare questo parere.

“Sono entrato in videochat con una bella ragazza, ora mi ricatta con le mie immagini intime, cosa devo fare?” 

[Immagine tratta da Lexica.art]

È l’una e mezza di notte: squilla il telefono, e una voce angosciata mi chiede
aiuto. È un ragazzo che è appena stato vittima di una sextortion: è
stato contattato online da una bella ragazza sconosciuta, che in videochiamata
su un social network si è esibita spogliandosi e gli ha proposto di fare
altrettanto. Lui lo ha fatto, ma poi ha scoperto che la ragazza disinibita era
solo un’esca pilotata da un criminale, che ora lo ricatta pretendendo soldi
per non pubblicare la registrazione di quello che ha fatto il ragazzo davanti
alla telecamera.

È un copione classico, che però continua a fare vittime, per cui è il caso di
ripassare i consigli degli esperti su come comportarsi quando è troppo tardi
per parlare di prevenzione e ci si rende conto di essere finiti in una
trappola del genere.

Prima di tutto, non pagate: è inutile e la Prevenzione Svizzera della
Criminalità lo
sconsiglia
esplicitamente, spiegando che “pagare il riscatto non garantisce che le immagini o i filmati non siano pubblicati comunque.
Inoltre, spesso, l’estorsione continua anche dopo il primo pagamento con la
pretesa di una somma superiore.”

Conviene invece interrompere subito i contatti, cancellarli dalla lista degli
amici e non rispondere a nessun messaggio proveniente dal ricattatore. Se il
video è stato pubblicato, contattate la piattaforma social che lo ospita e
chiedetene immediatamente la rimozione. Queste piattaforme sono molto
sensibili al problema e di solito agiscono molto rapidamente.

La Prevenzione Svizzera della Criminalità raccomanda inoltre di raccogliere
tutti i mezzi di prova,
“le immagini e i filmati oggetto dell’estorsione, i dati di contatto dei
ricattatori e della donna, tutti i messaggi ricevuti da costoro (sequenze di
conversazione via chat, e-mail ecc.), le indicazioni per il versamento del
riscatto”

e poi sporgere denuncia, dato che l’estorsione
“è un reato perseguibile d’ufficio” e quindi
“la polizia è tenuta a avviare le indagini non appena viene a conoscenza di
un caso”
.

Video della Prevenzione Svizzera della Criminalità (2020).

[Il sito della PSC dice testualmente: “La sextortion comporta sempre un tentativo di estorsione nei confronti della persona filmata. Dato che l’estorsione ai sensi dell’articolo 156 CP è un reato perseguibile d’ufficio, la polizia è tenuta a avviare le indagini non appena viene a conoscenza di un caso”]

Andare a denunciare una situazione del genere, specialmente se si è
giovanissimi e magari in una situazione familiare poco aperta a queste
questioni, è difficile. Ma se può essere di conforto, si tratta di
comportamenti molto diffusi e soprattutto non punibili dalla legge. La
Prevenzione Svizzera della Criminalità, infatti, precisa sul suo sito che
“la giustizia persegue i reati e non le debolezze umane”, e qui l’unico
reato è quello commesso dai criminali che stanno compiendo l’estorsione.

Alle raccomandazioni delle autorità posso aggiungere qualche suggerimento
dettato dall’esperienza, visto che richieste di aiuto di questo genere mi
capitano spesso. Il primo suggerimento è che rendere privati i propri profili
social è utile, ma non conviene chiuderli completamente.

Il secondo, più importante, è che il punto debole dei criminali è che se
resistete alle loro richieste di pagamento, il vostro video intimo per loro
non vale più nulla e diventa anzi una perdita di tempo. Inoltre sanno che se
lo pubblicano su una piattaforma social, verrà rimosso molto rapidamente dai
filtri automatici e il loro account verrà bloccato e dovranno aprirne un
altro. E se pubblicano il video altrove, a quel punto è ovviamente inutile che
paghiate il riscatto, per cui normalmente si limitano a minacciare la
pubblicazione. Dato che di solito hanno molte vittime di cui si stanno
occupando contemporaneamente, è molto probabile che se opponete resistenza vi
lasceranno perdere, senza pubblicare il video neppure per ripicca. A modo
loro, sono professionisti, e non hanno tempo da perdere con gesti
inconcludenti. Se considerate tutte queste cose, diventa più facile rendersi
conto di essere tutto sommato in una posizione di forza, nonostante le
apparenze.

E giusto per dare un’idea di quanto siano cinici e di quanto sia inutile
pagare nella speranza di eliminare i video, vi segnalo un caso recentissimo
che mi è capitato: un altro ragazzo, oggi ventunenne, è stato contattato da
dei criminali che hanno minacciato di pubblicare un suo video intimo ottenuto
con questo inganno anni prima da altri truffatori. Il ragazzo all’epoca aveva
pagato, ma i criminali, invece di distruggere il video, lo hanno rivenduto ad
altri malviventi, aggiungendo guadagno al guadagno. Il nuovo tentativo di
estorsione, comunque, è stato respinto.

[NOTA: queste raccomandazioni valgono specificamente nel caso di criminali che agiscono a scopo di estorsione. Purtroppo esistono anche persone che usano la stessa tecnica per ricattare persone molto giovani e indurle a sottoporsi ad abusi personali durante incontri diretti con i ricattatori, come in questo caso britannico in cui un uomo di 24 anni si è finto una ragazzina sui social network, adescando ragazzi da 11 a 16 anni e facendosi mandare immagini intime che minacciava di diffondere se le vittime non assecondavano le sue richieste]

Dato che questi comportamenti riguardano fasce d’età sempre più giovanili, non
è mai troppo presto per parlarne in famiglia e mettere in guardia contro
questo genere di ricatto, messo in atto con ragazze molto convincenti che sono
complici dei criminali. Anche qui, la prevenzione è sicuramente meglio della
cura, e magari evita una telefonata di panico all’una e mezza di notte.

Fonti aggiuntive: Polizia Cantonale del Canton Ticino, Centro nazionale per la cibersicurezza NCSC, Prevenzione Svizzera della Criminalità, BBC.

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