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Podcast RSI – Copie digitali dei defunti, Threads contro Twitter contro Mastodon, addio a un grande hacker

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
feed RSS,
iTunes,
Google Podcasts
e
Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: Video di Re;memory]

Il signor Lee sapeva che gli restava poco da vivere ed era preoccupato per sua
moglie, che sarebbe rimasta sola, e così le ha lasciato il suo gemello
digitale. Pochi mesi dopo la sua morte, la moglie è andata a trovarlo. “Tesoro, sono io. È passato molto tempo” le ha detto. 

Sembra l’inizio
di una puntata di Black Mirror, ma è invece l’inizio di un
video commerciale che promuove i servizi
molto concreti di un’azienda coreana che offre griefbot: repliche
digitali interattive, audio e video, delle persone decedute.

Benvenuti alla puntata del 21 luglio 2023 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e in questo podcast vi
racconterò i dettagli di questi griefbot e dei loro usi inattesi,
insieme alle ultime novità riguardanti lo scontro fra Threads e Twitter e la
storia di uno degli hacker più famosi di sempre, Kevin Mitnick.

[SIGLA di apertura]

Griefbot e intelligenze artificiali

La visionaria serie televisiva distopica Black Mirror ha ormai una
lunga tradizione di previsioni tecnologiche che qualche anno dopo si avverano.
Dieci anni fa, nella puntata Be Right Back (Torna da me nella
versione italiana), aveva immaginato un servizio online che raccoglieva tutte
le informazioni pubblicate sui social network da una persona defunta e tutti i
suoi messaggi vocali e video e li usava per creare un avatar che, sullo
schermo dello smartphone, parlava esattamente come quella persona e aveva il
suo stesso aspetto.

Con l’arrivo di ChatGPT e delle altre tecnologie di intelligenza artificiale,
quest’idea è diventata fattibile, e ha un nome tecnico, griefbot, che
combina il termine inglese “grief” (cioè “lutto”), con
bot”, vale a dire “programma o agente automatico”.

Già alcuni anni fa erano stati realizzati in Russia,
Canada, Stati Uniti e
Cina
dei griefbot elementari, capaci di scrivere messaggi e di chattare online
imitando più o meno lo stile e, in alcuni casi, anche la
voce
di una persona defunta, e proprio un anno fa in questi giorni Amazon
proponeva
di dare al suo assistente vocale Alexa la voce di un familiare deceduto. Ma
questi griefbot erano abbastanza limitati come fedeltà delle loro
conversazioni e non erano in grado di mostrare interazioni video.

Ora, però, l’azienda coreana Deepbrain AI, che produce assistenti virtuali e
conduttori sintetici per telegiornali, offre anche queste interazioni su
schermo, tramite Re;memory, un
servizio che permette alle persone di dialogare anche in video con chi non c’è
più.

A differenza dei griefbot realizzati fin qui, che si basano sui dati lasciati
dalla persona deceduta, Re;memory si appoggia a suoni, immagini e dati forniti
appositamente e preventivamente. Chi vuole lasciare ai posteri un proprio
avatar interattivo deve farsi videoregistrare per circa sette
ore, durante le quali avviene un colloquio dettagliato, il cui contenuto viene
poi usato per fornire a un’intelligenza artificiale una serie di campioni
audio e video e di informazioni personali sulle quali basare l’avatar che
replicherà l’aspetto fisico e la voce della persona.

I familiari potranno incontrare l’avatar, e interagirvi in vere e proprie
conversazioni, recandosi in apposite sedi, dove vedranno l’immagine della
persona su un grande schermo, a grandezza naturale, seduta comodamente in poltrona, che
parla e si muove in risposta alle loro parole.

Nel video promozionale del servizio, che costa circa
10.000 dollari
e si paga anche ogni volta che lo si usa, si vede che l’avatar dialoga per esempio con la
figlia di un defunto, rispondendo a senso alle sue parole e creando in lei una
forte commozione anche se il tono dell’avatar è poco dinamico e molto pacato,
perché il software si basa solo sui campioni registrati in queste sedute apposite,
che comprensibilmente non sono ricolme di entusiasmo.

Re;memory non è l’unico griefbot sul mercato: aziende come
Hereafter AI offrono avatar più vivaci,
ma solo in versione audio, che dialogano con i familiari e sono anche in grado
di citare storie e aneddoti del passato della persona scomparsa.

L’avvento di questi fantasmi digitali era facilmente prevedibile, ma come
capita spesso queste nuove possibilità, concepite con uno scopo di conforto
ben preciso, hanno anche delle applicazioni meno facili da anticipare.

Per esempio, nulla vieta, almeno dal punto di vista tecnico, di creare un
avatar di una persona e di usarlo mentre quella persona
è ancora in vita, al posto di quella persona. Immaginate un adolescente
che passa moltissimo tempo al telefonino a dialogare con i propri amici e si
rende conto che preferisce interagire con gli avatar di quegli amici, che sono
meno impulsivi e più socievoli e non sono mai stanchi o scocciati, e comincia
a preferirli agli amici in carne e ossa. Per citare il futurologo Ian Beacraft
in un suo
recente intervento pubblico, una sfida dei genitori di domani non sarà decidere quanto tempo è giusto
lasciare che i propri figli stiano online, ma decidere quanti dei loro amici possano essere sintetici.

[CLIP: Beacraft che dice “as many of you with kids, the challenges aren’t
going to be about how much time they spend on their digital devices but
deciding how many of their friends should be synthetic versus organic”]

Oppure immaginate uno stalker che si crea un avatar della persona dalla quale
è ossessionata, attingendo ai testi, ai video e ai messaggi vocali pubblicati
sui social network da quella persona. Tutti quei dati che abbiamo così
disinvoltamente condiviso in questi anni verranno custoditi tecnicamente, e verranno
protetti legalmente, contro questo tipo di abuso? Non si sa.

Ma ci sono anche delle applicazioni potenzialmente positive: una persona molto
timida o che ha difficoltà di relazione o si trova a dover affrontare una
conversazione molto difficile potrebbe per esempio esercitarsi e acquisire fiducia in se stessa
usando un avatar interattivo. In ogni caso, è ormai chiaro che la frontiera delle persone virtuali è stata aperta e non si chiude.

Fonte aggiuntiva:
Engadget.

Threads vs Twitter

Non capita spesso di sentire che un social network impedisce intenzionalmente
ai propri utenti di frequentarlo più di tanto, ma è quello che succede da
qualche tempo su Twitter. Proprio mentre sto preparando questo podcast mi è
comparso l’avviso che ho
“raggiunto il limite giornaliero di visualizzazione di post” e mi è
stato proposto di abbonarmi “per vedere più post giornalmente”

La
limitazione è stata decisa ai primi di luglio
ufficialmente
per contenere il cosiddetto data scraping, ossia la copiatura su vasta
scala dei contenuti pubblicati dagli utenti, però è anche un modo per
incoraggiare gli utenti a pagare per abbonarsi.

Queste limitazioni sono insolite e non piacciono né agli utenti né agli
inserzionisti, perché ovviamente impediscono agli utenti di vedere le loro
pubblicità, eppure anche Threads, il rivale di Twitter creato da Meta e
rilasciato in fretta e furia pochi giorni fa in versione
incompleta, ha dovuto
prendere
una misura analoga per difendersi dagli attacchi degli spammer. Anche in
questo caso, ci stanno andando di mezzo anche gli utenti onesti che sfogliano
tanto il servizio.

Threads ha ovviamente anche una limitazione ben più forte per noi utenti
dell’Europa continentale. Ufficialmente, infatti, l’app non è disponibile per chi
risiede in Europa, salvo nel Regno Unito, perché acquisisce dati personali in
modi incompatibili con le principali norme europee. Questo blocco fino a pochi giorni fa era
aggirabile in vari modi, ma ora è stato reso più robusto: molti di coloro che
riuscivano a usare Threads dall’Europa passando attraverso una VPN si sono
visti comparire un messaggio di errore e non possono più postare messaggi ma
solo leggere quelli degli altri.

Nel frattempo, anche senza gli utenti europei, Threads ha battuto ogni record di velocità di adozione di un
servizio online, raggiungendo i primi
100 milioni
di iscritti complessivi nel giro di una settimana dal suo debutto e superando
anche il primatista precedente, ChatGPT, che ci aveva impiegato
due mesi. Ma dopo l’entusiasmo iniziale, il numero di utenti attivi giornalmente su
Threads si è
dimezzato
rispetto all’inizio, scendendo da 49 milioni [nel podcast per errore dico 40] a circa 24, ossia poco meno di un
quinto di quelli di Twitter. La strada per rimpiazzare Twitter come fonte di
notizie in tempo reale è insomma ancora lunga.

Nonostante il calo molto significativo, Threads rimane comunque enorme
rispetto a Mastodon, altra piattaforma simile a Twitter, caratterizzata dalla
sua indipendenza federata e dal fatto che non raccoglie dati personali, come
fanno invece Threads e Twitter. Il confronto è particolarmente significativo
perché Meta, proprietaria di Threads, ha
avviato formalmente
presso il World Wide Web Consortium, uno dei principali enti di
standardizzazione di Internet, la procedura di adozione dello standard
ActivityPub, lo stesso usato da Mastodon e da tanti altri servizi analoghi, e questo
in teoria permetterebbe agli utenti di Mastodon di interagire con quelli di
Threads e viceversa. Ma molti degli amministratori delle varie
istanze di Mastodon, le “isole” che compongono questa piattaforma federata, non
vedono di buon occhio l’arrivo di un colosso commerciale come Threads, che li
potrebbe travolgere sommergendole di traffico, e stanno già pensando di bloccare o
defederare Threads. Altri, invece,
sperano
che la popolarità di Threads possa dare maggiore visibilità a questo ideale di
libera migrazione e interoperabilità proposto da ActivityPub e da Mastodon.

Twitter, da parte sua, non se la passa bene economicamente. Il suo
proprietario, Elon Musk, aveva
detto in
un’intervista recente che Twitter era a un passo dal generare profitti e che gli
inserzionisti che erano scappati dopo la sua acquisizione della piattaforma
stavano tornando, ma pochi giorni fa ha invece
dichiarato che i ricavi pubblicitari sono scesi del 50%. E su Twitter grava anche
il debito di 13 miliardi di dollari che Musk ha usato per acquistare questa
piattaforma a ottobre 2022. Quel debito sta costando circa un miliardo e mezzo
di dollari l’anno, e il bilancio rimane in rosso nonostante i licenziamenti
massicci e, a quanto risulta perlomeno dalla
ventina di cause
avviate contro Twitter, nonostante le bollette non pagate e i compensi di liquidazione ai
dipendenti licenziati che non sono stati corrisposti. Non è chiaro quanto possa ancora
durare Twitter in queste condizioni. Se non avete ancora fatto una copia dei vostri dati pubblicati su Twitter, forse è il caso di cominciare a pensarci.

Storia di un hacker

È il 1979. Un ragazzino di sedici anni riesce a farsi dare il numero
telefonico di accesso ad Ark, il sistema informatico sul quale la Digital
Equipment Corporation, uno dei grandi nomi dell’informatica dell’epoca, sta
sviluppando il suo nuovo sistema operativo. Il ragazzino entra nel sistema e
si copia il software. Per questo reato trascorre un mese in carcere e resta
per tre anni in libertà vigilata. Verso la fine del periodo di sorveglianza,
riesce a entrare nei computer della società telefonica Pacific Bell che
gestiscono le segreterie telefoniche e per i successivi due anni e mezzo si
rende irreperibile, usando telefoni cellulari clonati per nascondere la sua
localizzazione e violando numerosi sistemi informatici.

Il ragazzo viene inseguito a lungo dall’FBI, che lo arresta nel 1995 per una
lunga serie di reati informatici, e trascorre cinque anni in carcere. 

Ma
questa non è la storia di un criminale informatico qualunque, perché l’allora
nascente Internet insorge in sua difesa. Il sito Yahoo, popolarissimo in quel
periodo, viene violato e ospita un messaggio che chiede la scarcerazione del
giovane hacker. Lo stesso succede al sito del New York Times [13 settembre 1998]. La
rivista informatica 2600 Magazine, lettura fondamentale degli hacker di
allora, distribuisce un adesivo con due semplici parole che faranno la storia
dell’informatica: FREE KEVIN.

Fonte: Wikipedia.
Fonte: Kevin Kopec.

Quel ragazzo, infatti, è Kevin Mitnick, uno degli hacker più famosi e temuti
della storia dell’informatica, e la punizione inflittagli dalle autorità viene
vista da molti informatici come eccessiva e gonfiata dalle pressioni dei media, anche perché
le tecniche di penetrazione usate da Mitnick sono spesso elementari e basate
più sulla persuasione delle persone (il cosiddetto social engineering)
e sull’inettitudine delle aziende in fatto di protezione dei dati e di
sicurezza dei sistemi che su chissà quali acrobazie informatiche, e Mitnick ha
avuto accesso a tantissimi sistemi ma non ne ha tratto grande profitto economico.

Kevin Mitnick viene rilasciato nel 2000, con il divieto di usare qualunque
sistema di comunicazione diverso dal telefono fisso, e diventa un
affermatissimo consulente informatico, che insegna le proprie tecniche di
social engineering

agli addetti alla sicurezza di moltissime aziende in tutto il mondo. Scrive alcuni dei libri
fondamentali della sicurezza informatica, come The Art of Deception, in
italiano L’arte dell’inganno, e The Art of Intrusion, che diventa L’arte dell’intrusione in italiano, e racconta il proprio punto di vista
sulle sue scorribande informatiche nel libro The Ghost in the Wires,
altra lettura obbligatoria per chiunque voglia fare sicurezza informatica
seriamente, tradotta in italiano con il titolo Il fantasma nella rete.

Una delle sue caratteristiche, oltre alla fama mondiale nel suo campo, è il
suo biglietto da visita: è realizzato in lamina di metallo, fustellata in modo
da formare dei grimaldelli che sono funzionanti e adatti per aprire la maggior parte
delle serrature. 

Mentre preparo questo podcast, il New York Times, quello violato tanti
anni fa dai sostenitori di Kevin Mitnick, ha pubblicato la notizia della sua
morte a 59 anni in seguito alle complicanze di un tumore pancreatico. Lascia
la moglie Kimberley, che aspetta da lui il primo figlio. E qualcuno, su
Twitter, si augura caldamente che l’inferno e il paradiso abbiano installato
l’autenticazione a due fattori. Kevin is free.

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