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24 ore di oscuramento di Wikipedia e altri siti chiave

24 ore di oscuramento di Wikipedia e altri siti chiave

Wikipedia, WordPress e altri siti si auto-oscurano per protesta contro leggi USA liberticide

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Per ventiquattro ore, Wikipedia, WordPress, Reddit, BoingBoing e altri siti chiave di Internet saranno oscurati. Lo scopo del blackout è attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla stupidità delle leggi SOPA e PIPA che gli Stati Uniti stanno valutando: secondo il parere di molti tecnici, queste leggi – concepite per contrastare la pirateria audiovisiva – sarebbero in realtà del tutto inefficaci e avrebbero invece effetti collaterali devastanti sulla libera circolazione del sapere e delle idee.

Non è un problema che riguarda solo gli Stati Uniti, perché gli effetti di queste leggi si sentirebbero in tutto il pianeta. Già adesso un cittadino britannico, Richard O’Dwyer, “rischia l’estradizione negli USA per aver commesso presunte violazioni del diritto d’autore USA, nonostante viva nel Regno Unito e tutto quello che ha fatto sia avvenuto su server situati nel Regno Unito”, come segnala Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia. Una casa cinematografica USA avrebbe il potere di far chiudere o togliere dai motori di ricerca qualunque sito accusato di ospitare qualunque contenuto che (a giudizio della casa cinematografica stessa) viola il diritto d’autore. Secondo BoingBoing, per finire oscurati sarebbe sufficiente linkare un qualunque sito accusato di violazione del copyright. In altre parole, la semplice menzione dell’esistenza di Isohunt.com che state leggendo in questo momento comporterebbe il blackout forzato del Disinformatico.

Non si tratta di una protesta in difesa della pirateria, ma di richiesta di combattere la pirateria usando metodi che funzionano invece di provvedimenti dettati dal panico e dall’incompetenza tecnica. Matt Mullenweg, cofondatore di WordPress, lo dice chiaro e tondo: “gli autori di queste leggi sembrano non capire veramente come funziona Internet. La definizione di sito domestico rispetto a sito estero dimostra una deplorevole mancanza di comprensione del modo in cui si usano i domini e del modo in cui si muove il traffico su Internet.” Mancanza di comprensione talmente alta che persino l’estensore di SOPA, il membro del Congresso USA Lamar Smith, viola il copyright sul suo stesso sito, che con SOPA verrebbe quindi oscurato.

Maggiori dettagli su queste leggi sono nelle pagine apposite di Wikipedia (che restano accessibili). Il comunicato di Reddit è qui. Anche Google è contro queste proposte di legge, come lo sono Facebook, EOL, eBay, Twitter, LinkedIn e molti altri nomi fondamentali di Internet. Anche la Casa Bianca si oppone, temendo che venga minata alla base la libertà d’espressione. La MPAA liquida la protesta definendola una “sceneggiata pericolosa” e dicendo che sono in pericolo dei posti di lavoro americani. La BBC ha una rassegna delle pagine oscurate di molti siti, da Mozilla a Greenpeace.

Per quel che mi riguarda, la scelta è semplice: non è accettabile che si reprima un diritto fondamentale di tutti per salvaguardare il diritto di pochi. Se mi si costringe (senza motivo) a scegliere fra libertà d’espressione e tutela di Twilight, non faccio fatica a scegliere la prima. E lo dico come autore e creatore di contenuti. Tutto quello che si chiede al legislatore è di ascoltare le idee degli esperti invece dei piagnistei dei magnati di Hollywood. Perché è solo ai big del copyright che SOPA e PIPA danno un vantaggio: i pesci piccoli, i musicisti emergenti, gli artisti che vogliono crescere restano comunque, all’atto pratico, privi di qualunque tutela, perché non possono pagarsi eserciti di avvocati.

SIAE: pagare per mostrare le pubblicità dei film

SIAE: pagare per mostrare le pubblicità dei film

C’è la cretinaggine. C’è la demenza. C’è l’idiozia. Poi c’è la SIAE: 1800 euro per pubblicare nei siti gli spot dei film

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Forse alla SIAE c’è qualcuno che pensa che i siti Internet siano pieni di soldi e facciano profitti da capogiro. Forse alla SIAE c’è qualcuno che non ha ancora capito che la stragrande maggioranza dei siti della Rete si regge sul volontariato e sulle notti insonni degli appassionati, che attraverso i propri sforzi fanno conoscere al pubblico i film.

Forse alla SIAE c’è qualcuno che non ha ancora capito che chiedere 1800 euro a chi pubblica su Internet gli spot che promuovono i film è un’imbecillità assoluta. La legge lo consente, a quanto pare, ed è quello che sta succedendo adesso. Ma è una legge idiota che, come tutte le leggi idiote, il buon senso dovrebbe sopprimere anziché applicare. E se non basta il buon senso, almeno s’invochi la decenza umana, per evitare di multare i bambini di Chernobyl perché cantano una canzone.

Molti siti italiani si sono visti recapitare dalla SIAE una richiesta di pagamento di 1800 euro l’anno per avere la licenza di pubblicare i trailer cinematografici. La motivazione, secondo la spiegazione della SIAE, è che i trailer contengono musica e “se una musica viene utilizzata l’autore di quella musica ha diritto ad un compenso”. Perché, si sa, gli autori delle musiche dei film non vengono già pagati da chi produce il film.

Fra l’altro, la SIAE dice che “I produttori dell’ANICA, che sono i proprietari dei trailer, pagano alla SIAE i compensi per l’uso della musica”. Quindi gli autori delle musiche già ricevono compensi attraverso la SIAE. Almeno in teoria, visti i bilanci della Società (2007) e l’allarme degli stessi autori che temono “il rischio che i diritti già raccolti dall’ente, anziché essere redistribuiti tra i soci, vengano utilizzati per coprire i costi e le perdite di gestione” (Rockol 2010; grazie a Luigi per le info).

Milleottocento euro per poter ospitare i trailer – che sono uno spot pubblicitario per un prodotto commerciale – sono una cifra insostenibile non solo per qualunque blogger appassionato di cinema che voglia promuovere un film semplicemente perché gli è piaciuto, ma anche per molti siti professionali o semiprofessionali. Per cui siti come Fantascienza.com, Frenckcinema e Leganerd.com hanno rimosso tutti i trailer e li hanno sostituiti con diciture come questa (tratta da Fantascienza.com):

“i trailer cinematografici e assimilati come le clip promozionali… che venivano forniti dalle agenzie di stampa come materiale di libera pubblicazione, tale non erano secondo la SIAE. Che ora esige il pagamento di costose licenze per la pubblicazione di questi video. Siamo convinti che pagare 1800 euro all’anno per avere il privilegio di fare pubblicità gratuita ai clienti della SIAE non abbia nessuna logica né nessuna possibile utilità.”

Volendo essere complottisti, ha tutta l’aria di una mossa pensata appositamente per consentire solo a chi il portafogli bello gonfio di continuare a pubblicare trailer. In altre parole, quei 1800 euro di balzello SIAE servono a centralizzare il controllo della distribuzione dei trailer. Sarebbe un bell’esempio di come il legislatore troglodita non ha ancora capito che esiste Internet, che il mondo è cambiato e che le oligarchie dei danarosi sono castelli di fango sui quali sta piovendo. Adattarsi o perire. Ma non sono un complottista.

Non posso che fare i complimenti alle case cinematografiche per questo strepitoso autogol, ispirato da quest’idea geniale partorita con AGIS, secondo Punto Informatico. Ora centinaia di siti che promuovevano i vostri prodotti non lo potranno più fare. Datevi una pacca sulla spalla. Preferibilmente con un coltello in mano.

La SIAE ha dichiarato che “I compensi sono parametrati sui siti commerciali, che vendono pubblicità e fanno business sui contenuti. Ed è a queste imprese che la SIAE si è rivolta per chiedere il rispetto del diritto d’autore”. Sarà. Ma chi decide cosa s’intende per “sito commerciale”? Se un blogger ospita qualche Adsense o se il provider che gli ospita il blog inserisce un banner pubblicitario, diventa un “sito commerciale” che “fa business sui contenuti”?

A quanto pare è solo la musica ad attirare l’attenzione pecuniaria della SIAE: “L’unico diritto da pagare è quello per le colonne sonore”, scrive infatti la Società Italiana degli Autori ed Editori. Se è così, si potrebbero pubblicare i trailer muti, come suggerisce Cinematech.it. Magari con una bella scritta in sovrimpressione che faccia capire al lettore chi è il vampiro rimbambito della situazione: “Non siete sordi. Questo trailer pubblicitario è muto perché la SIAE ci chiede 1800 euro l’anno per farne sentire la colonna sonora. Prendetevela con la SIAE.”

Ma sarebbe un compromesso all’italiana, valido solo come goliardata temporanea. È molto più dignitosa ed efficace la serrata fatta dai siti: obbliga i produttori a scontare le conseguenze delle loro pretese medievali.

Fonti aggiuntive: Ilpost, Corriere.it.

Bavaglio italiano al Web dal 6 luglio?

Muore il Web italiano? Esagerati. Ma è ora di imparare a usare davvero Internet

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Leggo e ricevo vari allarmi su una presunta morte del Web italiano a causa di una delibera dell’Agcom, l’autorità garante delle comunicazioni italiana, che viene presentata come tutela del diritto d’autore su Internet e darebbe all’Agcom stessa il potere di ordinare l’oscuramento in Italia di qualunque sito o blog accusato di violazione del diritto d’autore.

Alessandro Longo, su L’Espresso, parla nel sommario di “diritto arbitrario di oscurare siti senza un processo” sotto il titolo drammatico “6 luglio, muore il web italiano” (Longo ci tiene a precisare che titolo e sommario dell’articolo non sono opera sua). Anonymous si è lanciata ieri in un denial of service contro il sito dell’Agcom (info su Oversecurity.net). La vicenda deriva subito verso la politica, con grida di complotto ordito da Berlusconi e Mediaset per sabotare Internet, che è vista come una “minaccia al loro business” (così dice, nel già citato articolo di Longo, Luca Nicotra, segretario di Agorà Digitale, promotore di una protesta coordinata ricca di link utili). Meno politicizzati e più concreti Juan Carlos De Martin (Creative Commons) su La Stampa (qui e qui) e Punto Informatico (qui e qui).

Sapete bene che quando si tira in ballo la politica italiana mi vengono i conati di repulsione, per cui la faccio breve, come si addice alle incursioni nei postriboli dei bassifondi.

Parliamoci chiaro: questo dell’Agcom, come ogni altro tentativo di imbavagliare la Rete, è destinato a fallire per motivi assolutamente fisiologici. Non ci riescono i cinesi, figuriamoci se ci riusciranno le sciacquette dei burocrati italiani. Buttarla in politica e accusare una sola fazione di essere colpevole d’ogni nefandezza non fa altro che distrarre da questo concetto fondamentale e svilire la questione. Come il DDOS contro Agcom, non fa altro che regalare comode munizioni a chi vuole trasformare in rissa una questione seria e a chi brama di accusare di apologia della pirateria gli onesti che vogliono difendere non solo il diritto d’autore ma anche quello del fruitore.

Sarà facile zittire le iniziative sensate, come il Creative Commons e il fair use, etichettandole come pro-pirateria, sovversive, anarco-insurrezionaliste, antiberlusconiane e quant’altro, senza bisogno di dimostrare che lo stato delle cose attuale causi danni ad autori e artisti. Senza fermarsi a chiedere quanta pubblicità gratuita ha avuto Lady Gaga da Internet o come mai, se siamo tutti così pirati, Avatar o Il Signore degli Anelli incassano miliardi di euro. Verrà dimostrata invece una sola cosa: che i governi (e, in misura minore, i grandi editori) non hanno la più pallida idea di come funzioni Internet e sono mentalmente fermi all’Ottocento sia con il loro modello di governo, sia con il loro modello di business. Ne pagheranno le conseguenze.

A mio avviso ci sono due modi per far fallire in modo elegante e civile quest’ennesimo giro di giostra. Il primo è sommergere l’Agcom di segnalazioni di presunte violazioni. Noi siamo in tanti; loro sono in pochi. Basta qualche decina di migliaia di segnalazioni per mandare in tilt il sistema e ricordare a questi asini digitali che stanno cercando di vietare al vento di soffiare e stanno ragionando ancora in termini di piombo in tipografia anziché di bit nella Rete. Qualcuno si ricorda, per esempio, l’obbligo di mandare una copia di ogni pubblicazione agli Archivi Nazionali e tutto il panico che fu diffuso quando parve che l’obbligo si dovesse estendere a ogni sito Web? Appunto.

Il secondo è che è ora di studiare invece di strillare. I vari tentativi di censura e oscuramento funzionano soltanto con chi non sa usare Internet e non ha voglia di imparare a usarla come si deve, però poi si lamenta. La resistenza civile ai tentativi di imporre leggi idiote non passa solo dai canali politici e dalla scheda elettorale: passa dal filo dell’ADSL che abbiamo in casa. L’HADOPI francese non è fallita perché i francesi si sono dedicati al denial of service contro i siti delle autorità (come stanno facendo in maniera davvero infantile in queste ore LulzSecItaly e AnonItaly). È stata ridicolizzata perché gli internauti francesi hanno capito che il peer-to-peer è vulnerabile (nel senso che consente un facile monitoraggio) e sono passati ad altri sistemi (come i download diretti tramite Rapidshare, Megaupload, Fileserve, eccetera). È ora di spegnere il teleschermo e di accendere il cervello; di smettere di comprare giornali-spazzatura e diventare tutti hacker.

Ah, già, ma stasera c’è la partita su Inediaset Premium Plus Ultra 3D 4×4 Dolby Surround Ritardante per Lui Stimolante per Lei. Non si può rinviare la rivoluzione di qualche ora?

Sparisce il decreto Pisanu ammazza-Wifi?

Sparisce il decreto Pisanu ammazza-Wifi?

Il 31/12 l’Italia torna al Wifi libero? Bentornati nel mondo normale

Leggo su Zeus News che il decreto Pisanu, quello che per anni ha represso l’uso di Internet in Italia introducendo l’obbligo demenziale di registrarsi con un documento d’identità per poter usare un accesso Wifi pubblico, verrà lasciato decadere. Era stato adottato con la giustificazione della lotta al terrorismo e si conclude con un bilancio patetico: terroristi arrestati zero, italiani incazzati a milioni, occasioni perse di sviluppo economico innumerevoli. Persino in Inghilterra e in USA, due paesi assai più esposti dell’Italia al terrorismo internazionale, non se l’erano sentita di partorire una simile bestialità.

Visti gli illustri precedenti, non ci credo finché non vedo, e già mi lasciano perplesso due frasi attribuite al Ministro dell’Interno Maroni. La prima è questa: “dal primo gennaio introduciamo la liberalizzazione dei collegamenti Wi-Fi attraverso gli smartphone”. Che vuol dire? Il mio laptop con Wifi verrà escluso, ma il mio telefonino Android potrà navigare? E se faccio tethering, che differenza fa in termini di sicurezza anticrimine e antiterrorismo? Ma che scemenza è? Prego e spero si tratti di una bufala.

La seconda è quel “dal primo gennaio i cittadini saranno liberi di collegarsi ai sistemi Wi-Fi senza le restrizioni introdotte cinque anni fa e che oggi sono superate dall’evoluzione tecnologica”. No, signor ministro: non dia la colpa all’evoluzione tecnologica. Per dirla usando il gergo tecnico, già cinque anni fa il decreto Pisanu era quello che è oggi: una stronzata. Si trovi un’altra foglia di fico, noi informatici non vogliamo coprire certe pudenda.

Francia: legge antipirateria fa aumentare la pirateria

Francia: legge antipirateria fa aumentare la pirateria

L’illusione delle leggi antipirateria: Hadopi fa aumentare il numero dei pirati online, riduce gli acquirenti legittimi

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A fine 2009 in Francia è entrata in vigore la severissima legge denominata Hadopi, che prevede la disconnessione da Internet degli utenti che vengono colti ripetutamente a scaricare materiale vincolato dal diritto d’autore. Un deterrente apparentemente molto forte e persuasivo.

Ma uno studio condotto sotto l’egida dell’Università di Rennes e basato su un campione di 2000 utenti indica “un leggero aumento del numero di pirati su Internet”, pari al 3%, dopo l’introduzione di Hadopi. Come mai? Semplice: gli utenti hanno cambiato modo di procurarsi materiale pirata (film, musica, telefilm), scegliendo fonti non coperte dalla legge.

L’uso dei circuiti peer-to-peer, quelli presi di mira da Hadopi, è sceso del 15%, ma quello di siti di streaming (come Allostreaming e Megavideo), di siti di download (come Megaupload o Rapidshare), di VPN (reti private virtuali) e di forum chiusi, tutti non coperti dalla legge Hadopi, è aumentato nel contempo del 27%, più che compensando il calo del numero di utenti dei circuiti peer-to-peer.

Un altro dato ironico e interessante dello studio è che “la metà degli acquirenti di video/audio sulle piattaforme legali appartiene alla categoria dei pirati… la legge Hadopi, concepita per sostenere le industrie culturali, paradossalmente potrebbe eliminare il 27% degli acquirenti di video e musica su Internet tagliando la connessione Internet degli utenti peer-to-peer”. In altre parole, questi risultati sono un’ulteriore dimostrazione dell’abisso che c’è fra legislatore e realtà della Rete.

Aggiornamento: come segnalato da Tom’s Hardware, la legge Hadopi è in vigore ma non è ancora operativa all’atto pratico, perché “l’agenzia istituita dalla legge non ha ancora iniziato l’attività sul campo… non vi sono state ancora disconnessioni e nemmeno sono state inviate delle diffide” (FIMI). Vero, ma la percezione nell’opinione pubblica è che la legge c’è ed è in funzione.

La ghigliottina si è rotta

La ghigliottina si è rotta

Incostituzionale la legge-ghigliottina francese antipirateria HADOPI. Che sorpresa

La legge francese HADOPI, che prevedeva la disconnessione da Internet e l’immissione in lista nera, senza processo, per chiunque fosse stato semplicemente accusato tre volte di aver scaricato materiale vincolato dal diritto d’autore, è stata respinta dal Consiglio Costituzionale francese.

Si è capito, magari un tantinello in ritardo, che “il principio della presunzione d’innocenza è più importante dei piani demenziali delle industrie dell’intrattenimento per prolungare artificialmente i loro modelli obsoleti”, come scrive BoingBoing.

Purtroppo non ci sono sanzioni per le case discocinematografiche, per gli editori e per i politici, Sarkozy compreso, che hanno proposto, promosso e approvato una delle leggi più assurde degli ultimi decenni. John Kennedy, presidente dell’IFPI, l’aveva serenamente definita “efficace e proporzionata”. Un po’ come la lapidazione per l’adulterio. Taccio, per decenza, sui politici italiani che avevano espresso ammirazione per la legge-ghigliottina francese.
Questa gente era insomma disposta a buttare al vento i princìpi di base del diritto pur di difendere le canzonette. E la fa franca?
Italia, proposta legge ammazza-Youtube

Italia, proposta legge ammazza-Youtube

Italia, permesso del governo per mettere un video su Youtube?

Caso mai servisse qualche altro esempio di quanto i governanti italiani vivano su un altro pianeta e siano capre totali in fatto di Internet, sentite questa. Lo schema del decreto legislativo che dovrebbe attuare in Italia la direttiva UE 2007/65/CE che regolamenta i servizi audiovisivi contiene una bestialità che equipara il privato che mette un proprio video su Youtube o Vimeo a un’emittente televisiva, con tutti gli obblighi giuridici che questo comporta.

Se lo schema venisse approvato com’è ora, non si posterebbero video senza licenza, insomma.

Complimenti all’estensore dello schema di decreto, che ha incaprettato la direttiva UE e l’ha sottoposta ad atti contro natura (non c’è nessuna misura restrittiva nella direttiva), ma complimenti anche ai caproni dell’opposizione, che invece di fare nome e cognome dell’estensore e indicarlo agli italiani ridendo, si sono lanciati nella solita tesi di complotto: è una sordida manovra di Berlusconi per controllare i media e censurare la libertà d’espressione, e bla bla bla.

Troppo difficile pensare che chi scrive certe proposte di legge in Italia non sia al servizio della Spectre, ma semplicemente un imbecille?

Ovviamente la figuraccia internazionale è garantita: della faccenda si parla già su Slashdot, BoingBoing, citando come fonte il sito statunitense The Industry Standard. Per fortuna su Punto Informatico c’è un bell’articolo di Guido Scorza che mette in chiaro il fatto che la direttiva UE non include alcun obbligo di licenza per postare video in Rete e che quindi i politici italiani non possono intonare la litania “è l’UE che ce lo impone”. Scorza chiarisce anche che si tratta di uno schema di legge, che come tale è soggetto a modifiche prima dell’approvazione. Quindi niente panico, ma teniamo d’occhio l’iter di questa legge.

Io ho solo una curiosità: vorrei sapere il nome (o i nomi) di chi ha scritto quello schema. Giusto per indirizzare correttamente un’educata, compita, rispettosa pernacchia.

Legge-bavaglio sui blog: altre info

Il governo indietreggia e “chiarisce” il senso del disegno di legge, ma il danno è fatto

Ecco qualche link in più sul contestatissimo disegno di legge sull’editoria di cui ho già raccontato.

Secondo l’ANSA, Beppe Grillo è insorto, minacciando di rifugiarsi “armi, bagagli e server in uno Stato democratico”. Il padre del DDL, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Ricardo Franco Levi, ha risposto che spetta all’Autorità Garante per le Comunicazioni “il compito di vigilare sul mercato e di stabilire i criteri per individuare i soggetti e le imprese tenuti ad iscriversi al Registro degli Operatori”.

Vari politici prendono le distanze dal DDL, compresi i ministri Di Pietro e Gentiloni che pure l’hanno approvata. Di Pietro dice che il DDL “non è stato discusso nel Consiglio dei Ministri del 12 ottobre perchè presentato come provvedimento di normale routine. Ho letto il testo oggi per la prima volta.”

Approvata senza leggerla? Fantastico, adesso siamo tutti più tranquilli. Specialmente se consideriamo che un eventuale obbligo di iscrizione al Registro degli Operatori di Comunicazione “non implica solo carte da bollo e burocrazia” ma “rischia soprattutto di aumentare le responsabilità penali per chi ha un sito”, secondo l’avvocato Sabrina Peron citato da Repubblica. Infatti il problema non è il costo della trafila burocratica (Macchianera sottolinea che costa zero! niente bolli, né versamenti”), ma le conseguenze legali in caso di post o persino commenti ritenuti diffamatori.

Non si sa, insomma, se davvero i blogger dovranno farsi schedare. Non si sa neanche se il disegno di legge è frutto di malizia o di semplice incompetenza: Veronica Ciarumbello, su Zeus News, ricorda che “non siamo nuovi a leggi poco chiare quali la norma per il deposito legale dei documenti di interesse culturale destinati all’uso pubblico, che ha richiesto un’espressa rettifica per esentare dall’invio delle cosiddette copie d’obbligo (cartacee) l’intera internet ospitata su italici server.”

Quello che si sa è che chi fa le leggi non sa quello che scrive, e chi le approva non le legge, e ci vuole la mobilitazione dei media generalisti per far fare ai governanti il proprio dovere (per il quale, se non erro, percepiscono una paghetta di qualche genere).

Una splendida sintesi di Guido Scorza su Punto Informatico, dove trovate anche i commenti di Massimo Mantellini, Manlio Cammarata e Luca Spinelli: “il DDL sull’Editoria, francamente, non riesce a farmi paura mentre mi fanno tanta paura i nostri Governanti tanto lontani dalle cose della Rete”, scrive Scorza.

E intanto la figuraccia internazionale è assicurata, grazie all’eco di BoingBoing.